CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (4)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA –MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944J

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

LEZIONE XIX.

Dovere per noi in seguito al peccato, di sopportare la povertà, la quale è il terzo ramo della Croce.

D. – Le umiliazioni e le sofferenze, sono dunque le due prime parti della Croce che dobbiamo portare. Ma qual è la terza parte?

R. – È la povertà, terzo ramo del crocifisso e della croce dei Cristiani; e questa non è meno dolorosa delle umiliazioni e dei patimenti. È cosa facile comprendere che, in seguito al peccato, siamo obbligati a subire la povertà nel modo più stretto che si possa concepire. Lo impariamo anche dalle leggi della giustizia umana contro i delinquenti; perché essa non fa niente di giusto se non per partecipazione della giustizia di Dio medesimo, che contiene in sé ogni giustizia.

D. – Che cosa fa dunque la giustizia umana?

R. – Quando un uomo è stato convinto del delitto di lesa maestà, viene privato di tutti i suoi beni; le sue case sono rase; egli è spogliato di tutti i suoi diritti nello Stato, anzi ne viene spogliata anche tutta la sua famiglia, tutta la sua discendenza. Così Dio trattò il nostro primo padre e, dopo lui, tutta la di lui discendenza. In primo luogo, scacciò Adamo da quella dimora, da quel luogo di delizie che era il paradiso terrestre, il quale venne come spianato, distrutto per lui e per tutti i suoi figliuoli. In secondo luogo Dio spodestò Adamo dell’impero del mondo, lo spogliò di ogni diritto e lo ridusse a una schiavitù oltremodo infelice.

D. – E perché Dio toglie i suoi beni al peccatore?

R. – Perché non è giusto che un servo ribelle, goda dei beni del suo padrone; è giusto invece che il padrone gli tolga questi suoi beni, che lo scacci dalla sua casa, che non gli permetta più di sedere a mensa in sua compagnia; così è giustissimo che Dio tolga ai suoi nemici i beni che sono suoi e di cui ordinariamente essi non si servono se non per offenderlo.

D. – Ma allora, perché si vedono i peccatori usare ogni giorno dei beni di Dio? Perché Dio li lascia vivere con tutti i loro modi e magari nell’abbondanza di ogni cosa?

R. – Perché Iddio in questo mondo non esercita sopra di loro la sua giustizia, ma si riserva di castigarli nell’altro. Il più ricco degli uomini di quaggiù, nell’altra vita non avrà neppure una goccia d’acqua per rinfrescarsi la lingua, come disse Nostro Signore; [Luc. XIV, 24] allora i peccatori saranno così miserabili e indigenti che saranno spogli di tutto, saranno persino privi dell’uso delle loro facoltà naturali per l’eccesso dei tormenti e per la sottrazione dell’aiuto di Dio, il quale non li assisterà più nell’esercizio delle loro facoltà se non perché sentano più vivamente i loro supplizi.

D. – Sono dunque ben miserabili i demoni e i reprobi?

R. – Dio solo può conoscere la loro miria, non la comprendono essi medesimi, perché la loro pena eccede ogni pensiero, né lascia loro neppur un momento di tregua, per potervi pensare seriamente. Non fanno altro che urlare senza posa per la rabbia e la disperazione. Orbene, i peccatori, secondo l’ordine della giustizia di Dio, dovrebbero fin da questa vita avere la medesima sorte e pertanto essere poveri e spogli di tutto come i demoni i quali si ritengono troppo felici di poter impossessarsi di un capello o di un fuscellino, come si vede nelle ossessioni e nei malefizi. – I peccatori dovrebbero fin d’ora essere privi di tutte le facoltà corporali e spirituali, e spogli di ogni dono di Dio.

D. – Perché non subiscono tali privazioni?

R. – Perché Gesù Cristo ha fatto acquisto a loro favore dei diritti che avevano perduto; gli uomini non hanno nessun godimento se non per i meriti di Gesù Cristo; non godono nessun bene corporale o spirituale se non per pura misericordia di Dio e di Gesù Cristo. [Da Gesù Cristo tutto abbiamo, anche i beni naturali, perché, in virtù dei suoi meriti, potessimo diventare suoi membri, Dio ci ha conservato tali beni dopo il peccato di Adamo]. – Nostro Signore, infatti, mosso a compassione per gli uomini, venne su la terra a rivestirsi Egli medesimo della loro miseria e così, con la sua povertà, soddisfece a quella che tutti gli uomini avrebbero dovuto subire. Unicamente per i meriti e l’opera di Gesù Cristo, noi abbiamo l’uso delle nostre facoltà: luce nella nostra mente, attività nella nostra volontà, mentre per il nostro peccato in Adamo, avremmo dovuto perdere tutto. Ma in Gesù Cristo abbiamo ricuperato ciò che avevamo perduto, anzi abbiamo ricevuto grazie e beni più abbondanti assai di quelli che il peccato ci aveva tolto. Così per il merito di Gesù Cristo, ove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. (Ubi autem abundavit delictum, superabundavit gratiam. – Rom., V, 20).  Perciò la Chiesa canta: Felice quella colpa che ci ha procurato tale e sì grande Redentore! « felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere redemptorem! » (Bened. del Cereo pasquale).

LEZIONE XX.

Della grazia che viene operata nell’anima dai misteri di Gesù Cristo, ai quali dobbiamo partecipare – Del santo mistero dell’Incarnazione.

D. – Per essere perfetto Cristiano, basta avere le disposizioni che mi avete spiegate finora?

R. – No, i Cristiani, per essere veramente tali, devono inoltre partecipare a tutti i misteri di Gesù Cristo [Tutto lo scopo di questo Catechismo consiste nel indurre l’anima cristiana, per gradi, alla più alta perfezione cui si possa giungere su questa terra. Perciò, il Servo di Dio, dopo aver, per cosi dire, sgombrato il terreno con la pratica dell’abnegazione secondo l’insegnamento di Nostro Signore e di san Paolo, con la rinuncia all’amor proprio e alla sensualità, in questi ultimi capitoli della prima parte, introduce l’anima nella partecipazione dei misteri di Gesù Cristo dall’Incarnazione sino all’Ascensione, per elevarla sino alla via unitiva] i quali si compirono in Lui espressamente perché fossero sorgenti, nella Chiesa, di grazie abbondanti e particolarissime. Ogni mistero, infatti, acquistò a favore della Chiesa la grazia santificante e una grande varietà di stati e di grazie particolari che Dio diffonde nelle anime purificate, quando a Lui piace, ma più ordinariamente nel tempo in cui la Chiesa solennizza tali misteri. [Il Servo di Dio insegna, seguendo San Paolo, che i Cristiani sono destinati non solo ad essere membri di Gesù Cristo e a partecipare alla sua vita, ma inoltre ad essere copie viventi dei suoi vari misteri; e siccome gli aspetti di questi misteri sono innumerabili, ogni Cristiano è destinato a vivere della grazia speciale di qualcuno di quelli. Ognuno pertanto deve cercare di scoprire i disegni di Dio su l’anima propria, riconoscere qual è il mistero al quale è consacrato e adorarlo, incominciando a fare quaggiù ciò che dovrà poi fare nell’eternità; dovrà inoltre esprimere questo mistero nella sua vita, praticando la virtù che vi è contenuta, imitando Gesù e aver sempre su le labbra quel mistero e quella virtù. Cfr.: Olier, Fiori di dottrina, Editrice Àncora, 1935].

D. – Quanti sono i misteri principali ai quali può l’anima partecipare?

R. – L’anima cristiana può e deve generalmente partecipare a tutti i misteri della vita di Gesù Cristo, ma i principali sono sei: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione e l’Ascensione.

D. – Quale grazia opera in noi il mistero dell’Incarnazione?

R. – Questo mistero opera in noi una grazia di annientamento di ogni proprio interesse e di ogni amor proprio.

D. – Che significano queste parole: annientamento di ogni amor proprio?

R. – Ve lo spiego. Per il mistero dell’Incarnazione la santa Umanità di Nostro Signore venne annientata nella propria Persona, [Vale a dire privata della personalità umana], dimodoché non cercava più se medesima, non aveva più interesse particolare, non agiva più per sé, poiché aveva in sé un’altra persona sostituita alla persona umana, cioè, la Persona del Figlio di Dio, la quale non cercava se non l’interesse del Padre suo, ch’Egli unicamente considerava sempre e in ogni cosa. Parimenti, noi pure dobbiamo essere annientati rispetto a tutti i nostri disegni e interessi, per considerare unicamente i disegni e gli interessi di Gesù Cristo, il quale dimora in noi, affinché viva in noi per il Padre suo. Sicut misit me vivens Pater, ego vivo propter Patrem; et qui manducat me et ipse vivet propter me. [Come mandò me quel Padre che vive, e Io vivo per il Padre: cosi chi mangerà me, vivrà anch’egli per me – Joann., VI, 58]. Come se dicesse « Come il Padre mio, quando mi inviò su la terra, tagliò in me ogni radice di ricerca di me stesso, togliendomi la personalità umana e sostituendovi la personalità divina col suo Spirito, affinché io vivessi per Lui; così, quando vi ciberete di me, vivrete voi pure unicamente per me e non più per voi, perché Io sarò vivente in voi e riempirò l’anima vostra dei miei desideri e della mia vita, la quale consumerà e annienterà in voi tutto quanto è proprio di voi; talmente che Io vivrò e desidererò tutto in voi in luogo vostro. Così, annientati in voi medesimi, sarete perfettamente rivestiti di me ». È questa appunto una seconda grazia del mistero dell’Incarnazione. Questo mistero, infatti, opera in noi uno spogliamento intero di tutto l’essere nostro e una completa rinuncia a noi stessi: Abneget semetipsum; ma insieme ci riveste di Nostro Signore per mezzo di una completa consacrazione a Dio, in quella guisa che nostro Signore nel giorno della sua Incarnazione si offrì e si consacrò tutto al Padre suo, in se stesso e in tutte le sue membra, usando fino d’allora nel suo Spirito di tutte le occasioni ch’Egli e le sue membra avrebbero avuto per servire e glorificare Iddio.

D. – Qual mistero ammirabile è mai questo!

R. – Sì; nel santissimo giorno della sua Incarnazione, Nostro Signore Gesù Cristo offrì a Dio suo Padre non solo la propria vita ma anche quella di tutti i membri del suo futuro Corpo mistico [Gesù abbracciò in una sola offerta tutti i particolari della propria vita e tutte le azioni soprannaturali delle membra del suo Corpo mistico]. – Egli continua sempre questa offerta, perché vive sempre nelle medesime disposizioni che ebbe durante tutta la sua vita mortale, né mai la interrompe. Egli si offre dunque sempre a Dio in se medesimo e in tutti i suoi membri, in tutte le occasioni ch’essi abbiano di servirlo, onorarlo e glorificarlo. Nostro Signore, nella sua divina Persona, è un altare sul quale tutti gli uomini di tutti i tempi vengono offerti a Dio con tutte le loro azioni e sofferenze. È questo l’altare d’oro sul quale si consuma ogni sacrificio perfetto: la natura umana di Gesù Cristo e quella di tutti i fedeli ne sono l’ostia; lo Spirito Santo ne è il fuoco; Dio Padre è Colui al quale viene offerto questo sacrificio e che in quello viene adorato in spirito e in verità.

LEZIONE XXI.

Del mistero della Crocifissione e della sua grazia.

D. – E il mistero della Crocifissione quale grazia opera in noi?

R. – Ci dà la grazia e la forza di crocifiggere tutte le nostre membra [Vale a dire tutti i nostri vizi; questa parola del Servo di Dio, come nel testo di san Paolo citato più sotto, è una metafora molto espressiva. I vizi sono rappresentati come membra del corpo carnale ossia della carne di cui si deve distruggere l’impero], per la virtù dello Spirito di Dio, il quale è come il nostro carnefice e l’esecutore della sentenza di condanna pronunciata contro la carne. I Chiodi ch’Egli adopera sono le virtù che affiggono alla croce il nostro amor proprio e i nostri desideri carnali. Questo stato di crocifissione suppone che l’anima sia vivente in se stessa e combatta tuttora, e che il divino Spirito usi la violenza e la forza per mortificare il corpo e crocifiggerlo. Mortificate le vostre membra che sono su la terra, dice S. Paolo. [Mortificate ergo membra vestra quæ sunt super terram. – Coloss., III, 5]. In un tale stato pertanto, la carne resiste allo spirito; spesso anzi da queste lotte risultano agonie nelle quali si suda e si soffre con pene gravissime.

D. – Che cosa bisogna fare quando in noi sorgono desideri così molesti?

R. – Bisogna rivolgerci allo Spirito, pregandolo di voler usare della sua potenza per domare la nostra carne e fare in noi da padrone; cheda parte nostra rinunciamo a tutti i nostri desideri e ci uniamo a Lui per lottare contro noi stessi nella sua virtù, per annientarci e confonderci per distruggere in noi, per quanto possiamo tutte queste ribellioni, trattando noi medesimi come un’ostia che Dio si compiace di vedere immolata alla sua giustizia.

LEZIONE XXII.

Del mistero della Morte e dello stato di morte ch’esso opera in noi.

D. – In che modo possiamo noi partecipare al mistero della Morte di Nostro Signore?

R. – Con la partecipazione alla grazia e allo stato di morte, che Gesù ci ha meritata con questo mistero.

D. – Ma che cosa è questo stato di morte?

R. – E’ uno stato nel quale il cuore è come morto e, nel suo intimo fondo, insensibile ai beni esterni; il mondo gli presenti pure le sue bellezze, gli onori e le ricchezze sarà come presentarle a un morto, il quale, non avendo più né moto, né desideri, non si commuove per nulla. Il Cristiano nello stato di morte interiore è interiormente irremovibile e insensibile a qualsiasi lusinga dei sensi e a qualunque assalto della malignità del mondo; finché si troverà in questa vita potrà essere agitato all’esterno, al di fuori, ma nell’interno sarà sempre in pace, insensibile a tutto, non farà più caso di nulla, considerando tutto come niente, perché è morto in Gesù Cristo Nostro Signore. [Mortui enim estis – Coloss., III, 3]. – Un cadavere può essere agitato esternamente e ricevere qualche movimento nel corpo; ma è agitazione tutta esterna; non proviene dall’interno, dove non c’è vita, né forza, né vigore. Parimenti l’anima che è morta interiormente, potrà certo subire assalti dalle cose esterne ed essere commossa superficialmente, ma dentro di sé rimarrà indifferente e come morta per tutto quanto potrà presentarsi. Non avendo più essa nel suo intimo fondo, nessuna vita per il mondo, il suo interiore è tutto insensibile e morto alla vanità del secolo, perché la vita divina, come dice l’Apostolo, assorbe ciò che è mortale in lei. [Ut absorbeatur quod mortale est a vita – II Cor, V, 4]

LEZIONE XXIII.

Del mistero della sepoltura e in qual modo la sua grazia è differente da quella della Morte.

D. – Qual è la grazia meritataci dal mistero della Sepoltura?

R. – La sepoltura di Nostro Signore ci porge una grazia differente da quella della sua Morte. Un morto, infatti, presenta ancora la figura del mondo e della carne; l’uomo compare ancora come una parte di Adamo, perciò talvolta si può muoverlo e il mondo ne ritrae ancora qualche soddisfazione. Ma seppellito che sia, nessuno ne fa più parola come di una cosa che non appartiene più agli uomini; non ha più nulla che possa piacere, è puzzolente invece e mette schifo, perciò lo vedete in un cimitero sotto i piedi di tutti, senza che nessuno se ne meravigli: tanto il mondo è convinto che un uomo sepolto ormai è niente e non conta più niente tra i suoi fratelli della terra. La sepoltura di cui parla san Paolo, quando dice che siamo sepolti in Cristo nel Battesimo [Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem. – Rom., VI, 4; — Consepulti ei in baptismo – Col., II, 12], è la stessa cosa che la putredine di cui parla Nostro Signore quando dice: « Se il granello di frumento caduto in terra non muore, cioè se non sì corrompe, resterà infecondo. [Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet: si autem mortuum fuerit, multum fructum affert. – Joann., XII, 24, 25]. – La differenza pertanto tra la sepoltura e la morte consiste in questo che lo stato di morte dice soltanto uno stato di immobilità, di inconsistenza, di insensibilità e di indifferenza; mentre lo stato di sepoltura o di putredine dice distruzione completa dell’essere e produzione del germe di una nuova vita. Il grano putrefatto è una tomba donde risorge una nuova vita; [Morire ad Adamo e vivere in Gesù Cristo sono cose inseparabili]; così dalla sepoltura o putredine di Adamo rinasce la vita dello spirito; il corpo del Cristiano, già condannato in Adamo a diventar putredine, vede da questa corruzione rinascere il germe di una vita divina, che lo Spirito Santo vi produce con tutti gli effetti e movimenti di santità che a questa nuova vita sono uniti. Questo mistero ha per fondamento la Sepoltura di Nostro Signore. Questa infatti, comprese la Morte e la Risurrezione li Lui, poiché, il divin Salvatore vide la sua vita rinascere dalla tomba, dove la morte aveva posto questo ammirabile granello di frumento degli eletti.

LEZIONE XXIV.

Del mistero della Risurrezione e della sua grazia in noi.

D. – E il mistero della Risurrezione, quale grazia opera in noi?

R. – Il santo mistero della Risurrezione ci dà la grazia di un grande distacco dalle cose terrene e dalla vita presente, grazia che ci fa sospirare verso la vita futura e aspirare continuamente al Cielo. Così Nostro Signore, dopo la sua risurrezione non poteva neppur vivere più con i suoi discepoli, né sopportare la loro incredulità e la durezza del loro cuore, tanto bramava e desiderava di essere col Padre suo, come già affermava Egli medesimo, durante la sua vita, con queste parole: Padre, glorificate il vostro Figlio.[Pater, venit hora: clarifica Filium tuum. – Joann., XVII, 1].

D. – Ma per vivere in tale stato, bisognerebbe essere già fuori di questo mondo?

R. – Scusatemi tanto. Nostro Signore dopo la sua Risurrezione era ancora in questo mondo, e si manifestava ai suoi discepoli; conversava con loro, ma più raramente; anzi prendeva ancora il cibo con loro, ma con ripugnanza e senza gusto. Questo stato non soffre alcun affetto alle creature; e lo vediamo nel contegno di Gesù rispetto a santa Maddalena; Egli ne rifiuta ogni testimonianza di affetto, non vuole neppure che gli baci i piedi; ma la respinge, perché lo stato di santità, a cui si eleva l’anima risuscitata, importa separazione da ogni creatura di quaggiù. Come se Gesù dicesse: « Siate santa, o Maddalena, perché Io sono santo; scioglietevi da ogni affetto alle cose terrene, perché, santo come sono, non potrei avvicinarle, come pure dovrò star lontano anche da voi, se conserverete qualche affetto per questa terra ».

LEZIONE XXV.

Il mistero dell’Ascensione e la sua grazia; il suo stato è quello dei perfetti.

Lo stato di Risurrezione importa separazione dalle creature e quindi unione e aderenza a Dio, ma non in modo così perfetto come il mistero dell’Ascensione.

D. – Che cosa è dunque lo stato e la grazia del mistero dell’Ascensione?

R. – L a grazia del santo mistero dell’Ascensione è uno stato di perfetta consumazione in Dio; uno stato di trionfo e di gloria compiuta; uno stato in cui non appare più nessuna infermità. – Nostro Signore dopo la sua Risurrezione conservava ancora qualche traccia di infermità; sembrava talvolta spogliarsi della gloria perfetta della sua consumazione in Dio e della sua totale somiglianza col Padre suo; si rendeva ancora palpabile e visibile per gli Apostoli nella sua natura umana e mangiava talvolta con loro. [Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere… Et cum manducasset, etc. – Luc., XXIV, 39, 43]. – Dal giorno della sua Ascensione, invece, la sua gloria non ha più né interruzione, né sospensione; il suo splendore non può più sopportarsi dagli occhi mortali. – Gesù Cristo essendo per la sua Ascensione come rientrato nello splendore di Dio suo Padre, rimane nascosto nel di Lui seno, né più cade sotto i nostri sensi. Sebbene Egli conservi nel seno del Padre le qualità della natura umana, non le adatta più alla nostra infermità: nel seno del Padre è spirito vivificante, [Ossia che comunica alle anime la vita della grazia], essendo in perfetta partecipazione della vita e della natura del Padre suo glorioso, spirituale, e onnipotente. – Ne consegue che essendo entrato negli stati più intimi e più interiori del Padre, invia insieme con Lui lo Spirito Santo; entra nella fecondità e nell’unità del Padre, per dare al di fuori lo Spirito di Lui. Siccome il Verbo Eterno infinitamente uno col Padre suo con Lui e in Lui, per un principio interno e identico, dà origine allo Spirito Santo; così Gesù Cristo Nostro Signore, che, in certo qual modo, è fuori di Dio per la sua natura umana, riunendosi a Lui e rientrando nell’unità perfetta con Lui, dà origine allo Spirito Santo e col Padre lo manda agli Apostoli; ed ecco l’ammirabile meraviglia della divina Ascensione. [Mandare lo Spirito Santo significa distribuirne le grazie; ora le grazie vengono date per i meriti di Gesù Redentore]. Donde avviene che l’anima, la quale entra in questo stato della divina Ascensione, riceve, come dice la Chiesa, la partecipazione della Divinità [Est elevatus in cœlum, ut nos divinitatis suæ tribueret esse participes. – Præf. Missæ Ascen.], secondo il desiderio che Dio ne esprime nella Sacra Scrittura. [Divinæ consortes naturæ. – II Petr., I, 4]. O stato ammirabile, in cui l’anima è resa interiormente conforme e perfettamente simile a Dio, come dicono i Santi, perfettamente deiforme, vale a dire tutta ardente di amore e tutta luminosa della gloria medesima di Dio!In tale stato l’anima non decade più dall’unione o unità con Dio, per abbassarsi nella umana infermità; non la si vede più effondersi nelle passioni o nell’amor proprio; più non ammette in se stessa la trasformazione nella creatura; non lascia più che prenda radice in se stessa l’amore delle cose periture, per il quale, infatti, noi ci trasformiamo nella creatura, la vediamo in noi stessi e ci vediamo in quella, e in tal modo decadiamo dalla perfetta somiglianza con Dio e con Gesù Cristo salito al Cielo.Gesù Cristo, dopo la sua Ascensione, essendo tutto trasformato e consumato nel Padre suo, attira noi pure con Lui alla trasformazione e consumazione in Dio; perciò diceva a santa Maddalena: Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio (Joann. XX, 17): aspetta ch’Io sia nello stato in cui ti attirerò al Padre mio perché tu sii trasformata e consumata in Lui. Ciò appunto Egli fa nel santissimo Sacramento, dove avendo perfettamente raggiunto la consumazione della sua potenza, consuma e trasforma in se stesso le anime. [Non tu me in te mutaberis, sed tu mutaberis in me. – Aug., Conf., I. VII, cap. X]. L’anima, nello stato di Ascensione, deve temere l’affetto, e perfino il solo avvicinarsi alle creature per paura di cadere col lasciarsi trasformare in quelle e diventar partecipe della loro essenza profana.

D. – Lo stato della santa Ascensione è dunque lo stato delle anime perfette?

R. – Sì; è lo stato delle anime perfette e interiormente consumate in Dio, nell’essere e nella vita del quale sono entrate per la virtù di una unione perfetta e intimissima.

D. – O stato ammirabile!

R. – La Chiesa chiama appunto ammirabile l’Ascensione di Nostro Signore, [Per admirabilem Ascensionem tuam. – Litanie dei Santi], perchè questo mistero conferisce alle anime inconcepibili stati di santità! In questo stato l’anima è impenetrabile alle frecce del mondo, non è più suscettibile dell’imperfezione delle creature; in se stessa è perfettamente separata da ogni cosa e da ogni impressione terrena; gode di una pace e tranquillità divina; nel suo interiore è sempre immutabile e inconcussa in faccia a qualsiasi cosa. Quando sia giunta in questo stato, si possono arditamente rivolgerle queste parole del Profeta: Non ti accadrà nessun male, e nessun flagello si avvicinerà alla tua dimora. [Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernacolo tuo. – Ps. XC, 10]. – Si direbbe ch’essa, per una felice anticipazione, sia già entrata nello stato dell’eternità. È questo uno stato di ammirabile purezza, nel quale l’anima non ha più nessuna aderenza alle cose profane, né effusione sopra di queste. Ella vedrà intorno a sé, cambiarsi e alterarsi il suo uomo vecchio ela sua carne; ma sempre interiore e intima a se medesima, non decadrà dal suo felice stato e resterà ferma nella sua stabilità; anzi farà sempre nuovi progressi e la sua carne soltanto soffrirà mutazione. Benché il nostro uomo, che è al di fuori – dice l’Apostolo – si corrompa, l’uomo però che è al di dentro di giorno in giorno si rinnovella. [Licet is qui foris est, noster homo corrumpatur; tamen is qui intus est, renovatur de die in diem. – II Cor., IV,16]. L’uomo esteriore è il corpo con i suoi sensi e la sua carne mortale; l’uomo interiore è l’anima con le sue facoltà. – Il primo a poco a poco si usa e si consuma nelle fatiche dell’apostolato e San Paolo lo sentiva bene, ma ogni giorno sentiva pure l’anima sua riprendere una vita nuova sotto la benefica influenza della contemplazione della felicità del paradiso che si avvicinava per lui]. http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/19/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-di-j-j-olier-5/