SALMI BIBLICI: “MISERERE MEI, DEUS, QUONIAM CONCULCAVIT” (LV)

SALMO 55: “Miserere mei, Deus, quoniam conculcavit”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 55

In finem, pro populo qui a sanctis longe factus est. David in tituli inscriptionem, cum tenuerunt eum Allophyli in Geth.

[1] Miserere mei, Deus, quoniam conculcavit

me homo; tota die impugnans, tribulavit me.

[2] Conculcaverunt me inimici mei tota die; quoniam multi bellantes adversum me. [3] Ab altitudine diei timebo: ego vero in te sperabo.

[4] In Deo laudabo sermones meos; in Deo speravi; non timebo quid faciat mihi caro.

[5] Tota die verba mea execrabantur; adversum me omnes cogitationes eorum in malum.

[6] Inhabitabunt, et abscondent; ipsi calcaneum meum observabunt. Sicut sustinuerunt animam meam,

[7] pro nihilo salvos facies illos; in ira populos confringes.

[8] Deus, vitam meam annuntiavi tibi; posuisti lacrimas meas in conspectu tuo, sicut et in promissione tua;

[9] tunc convertentur inimici mei retrorsum: in quacumque die invocavero te, ecce cognovi quoniam Deus meus es.

[10] In Deo laudabo verbum; in Domino laudabo sermonem. In Deo speravi: non timebo quid faciat mihi homo.

[11] In me sunt, Deus, vota tua, quae reddam, laudationes tibi:

[12] quoniam eripuisti animam meam de morte, et pedes meos de lapsu, ut placeam coram Deo in lumine viventium.

 [Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LV

Davide, cercato a morte da Saulle (1 dei Re, c. 21, va ad Achis re dei Filistei: conosciuto e trattato ostilmente, si finge pazzo, e cosi può rifugiarsi in una spelonca; dov’è raggiunto da 400 de’ suoi pur esulanti, e perciò impediti di partecipare alle cose sante del popolo di Dio. Anche questo Salmo è di facile e viva applicazione a Cristo.

Per la fine: per la gente allontanata dalle cose sante; iscrizione da mettersi sopra una colonna, per David, quando gli stranieri lo ebbero in Geth.

1. Abbi misericordia di me, o Dio, perocché l’uomo mi ha conculcato; tutto giorno assalendomi, mi ha afflitto.

2. Tutto giorno mi han conculcato i miei nemici; perocché sono molti quei che combattono contro di me.

3. Nel pieno giorno sarò in timore: ma io spererò in te.

4. In Dio loderò la parola detta a me, in Dio ho posta la mia speranza; non temerò quel che possa farmi la carne.

5. Tutto giorno ebbero in abbominazione le mie parole, tutti i loro pensieri son rivolti contro di me ad offendermi.

6. Si uniranno insieme, e si terranno nascosi; noteranno però i miei passi.

7. Siccome essi sono stati attendendo al varco l’anima mia, tu per nissun modo li salverai; nell’ira tua dispergerai questi popoli.

8. A te, o Dio ho esposto qual sia la mia vita; le mie lacrime ti se’ tu poste dinanzi agli occhi tuoi.

9. Come sta nelle tue promesse; e allora saran messi in fuga i miei nemici. In qualunque giorno io t’invochi, ecco che io riconosco che tu se’ il mio Dio.

10. In Dio loderò la parola, nel Signore loderò la promessa; ho sperato in Dio, non temerò quel che possa farmi un uomo.

11. Son presso di me, o Dio, i voti di laude, che ho a te fatti, i quali io scioglierò.

12. Perocché liberasti l’anima mia dalla morte e i miei piedi dalle cadute, ond’io sia accetto dinanzi a Dio nella luce dei vivi.

Sommario analitico

Davide, inseguito dai suoi nemici e arrestato dai Filistei nella città di Geth,

I. – Espone la loro crudeltà nei suoi confronti:

1° Essi lo calpestano; 2° lo attaccano senza tregua giorno e notte, ed in gran numero (1, 2).

II. – Egli esprime tutta la sua fiducia in Dio, e forte di questa fiducia:

1° supera il timore che gli ispira la felicità e la potenza dei suoi nemici (3);

2° trionfa di gioia a causa delle promesse che gli sono state fatte (4).

3° si beffa degli sforzi dei suoi nemici: – a) che hanno in esecrazione le sue parola; – b) i cui pensieri non tendono che alla sua rovina (5); – c) che non si applicano se non a tendergli insidie (6).

III. – Egli predice:

1° la rovina dei suoi nemici: a) Dio li perderà e li distruggerà (7); b) li metterà in fuga a causa della sua umile preghiera e delle sue lacrime (8, 9).

2° la sua liberazione, nella quale – a) riconosce la potenza di Dio che lo esaudisce nel giorno in cui Lo invoca e – b) la sua fedeltà nel compiere le sue promesse (10); – c) egli concepisce in Dio una sì grande fiducia che non ha più paura di quello che un uomo possa fare contro di lui; – d) loda il suo liberatore e promette di renderGli solenni azioni di grazie, perché: – 1° Egli ha salvato la sua vita dalla morte, – 2) ha preservato i suoi piedi da ogni caduta; – 3) lo ha reso capace di giungere nella terra dei viventi (11, 12).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-2.

ff. 1. –  Opporre Dio all’uomo: « Abbiate pietà di me, Signore, perché un uomo mi affligge ». Io levo gli occhi al cielo, poiché non attendo alcun soccorso dalla terra. Io ho fatto ricorso al sovrano Padrone, perché il servo mi riempie di afflizioni (Dug.). – Un grappolo d’uva attaccato alla vigna, resta intero con tutta la sua beltà, ma non vi cola nulla; finché non lo si metta sotto pressione, lo si ammassi e lo si schiacci, sembrando che gli si faccia oltraggio; ma un tale oltraggio non è senza frutto; al contrario, se non viene oltraggiato in tal modo, esso sarebbe sterile, e non produrrebbe nulla di buono. (S. Agost.).

II. — 3-6.

ff. 3. –  Nel senso spirituale non c’è nulla da temere di più che l’altezza del giorno, sia che la si intenda come l’ardore dell’età, sia che la si prenda come l’elevazione della fortuna, sia che si intenda come assemblea del mondo. Si deve temere in giovinezza il fuoco delle passioni o la mancanza di esperienza; nell’elevazione della fortuna, l’orgoglio e la durezza verso i poveri; nelle società del mondo, la perdita del tempo, il cattivo esempio, la maldicenza e l’oblio di Dio (Berth.).

ff. 4. – «Io loderò Dio con i miei discorsi, io ho messo in Dio le mie speranze; io non temerò nulla di tutto ciò che la carne potrà fare contro di me ». Perché? Perché metterò in Dio la mia speranza. Perché? Perché io loderò Dio con i miei discorsi. Se voi con i vostri discorsi lodate voi stessi, io non vi dico di non temere, io dico che è impossibile che non temiate. In effetti o voi terrete i vostri discorsi come menzogneri, e saranno certamente vostri, perché sono menzogneri; oppure, se essi sono veri, da dove pensate che essi vengano: non da Dio ma dal vostro fondo, allora essi saranno veri, ma voi sarete mendaci. Se al contrario voi riconoscerete che non potete dire nulla di vero sulla saggezza divina e sulla vera fede, non lo avrete ricevuto se non da Colui di cui è detto: « cosa possedete che non abbiate ricevuto? » (I Cor. IV, 7), allora voi lodate Dio con i vostri discorsi e voi stessi sarete lodati in Dio dai discorsi di Dio … ma se io lodo Dio nei miei discorsi, perché essi sono miei? Se lodassi Dio, essi sarebbero miei: in Dio, perché vengono da Lui; miei perché io li ho ricevuti. Colui che me li ha dati, ha voluto che fossero i miei, per l’amore che ho per Colui dal quale essi sono; e venendo da Lui a me, essi sono divenuti miei (S. Agost.).

ff. 5, 6. – Le parole delle persone che fanno professione di pietà e di virtù in esecrazione agli empi ed agli uomini del mondo perché condannano le loro massime:  queste persone devono molto vegliare sulle loro parole e sulle loro azioni, perché il mondo dal canto suo, li sorveglia da vicino, ed osserva tutti i loro passi, per trovare come riprenderli, ed indirizzar loro delle insidie. (Dug.).

ff. 7. – Non è un desiderio questo che il Profeta esprime, egli espone semplicemente ciò che capita in realtà ai persecutori delle persone dabbene: Dio li tratta come essi hanno trattato i suoi servi. Come essi hanno atteso il momento per toglier loro la vita, Dio la toglie loro effettivamente. Sembra a volte differire, ma è solo per rendere la sua vendetta più eclatante e distruggere infine – nella sua collera – questi popoli ingiusti (Dug.).

ff. 8. – Dio conosce perfettamente la vita di ciascun uomo, senza che sia necessario esporgliela, e la conosce molto meglio di quanto noi stessi possiamo conoscerla. È bene tuttavia esporgliela, per poterla esporre a noi stessi, e trarne occasione di piangerne. (Dug.). – « Mio Dio, io ho raccontato la mia vita davanti a voi. Voi avete posto le mie lacrime davanti ai vostri occhi ». Voi avete ascoltato le mie suppliche, « come avete promesso ». Voi avete detto che avreste esaudito colui che piangesse: io ho creduto, io ho pianto, io sono stato esaudito; io vi ho trovato misericordioso nelle vostre promesse, e fedele nel loro compiersi « come avete promesso » (S. Agost.). – Colui che fa penitenza, che si affligge, non deve enumerare le sue buone opere, ma piuttosto i suoi peccati. È quanto ci insegna il Re-Profeta con queste parole. « Signore, io vi ho esposto la mia vita, Voi avete posto le mie lacrime alla vostra presenza ». E non è come un uomo innocente che egli espone la sua vita perché lo fa versando lacrime che sono come le mediatrici dell’uomo che vuole ottenere da Dio il perdono dei suoi peccati. (S. Ambr.). – Quando versiamo delle lacrime, Dio le raccoglie nel suo seno, vale a dire che la sua misericordia condiscende alla nostra afflizione; ma bisogna che queste lacrime abbiano come oggetto la nostra miseria ed i nostri peccati. Se noi piangiamo la perdita dei nostri beni, dei nostri amici, della nostra reputazione, della nostra salute, noi piangiamo da uomini; e questo termine è consacrato nella scrittura per esprimere la natura corrotta, le inclinazioni terrene. Dio non ascolta affatto questi gemiti, ma piangiamo, come i Santi, per essere ancora così deboli per l’amore di Dio, sì rampanti nei nostri desideri, così poco toccati dalle sofferenze di Gesù-Cristo (Bethier).

ff. 9. – In qualunque giorno io Vi invocherò, io so che siete il mio Dio. È la grande scienza. Egli non dice: io so che Voi siete Dio; ma « che Voi siete il mio Dio ». Ed in effetti è il vostro Dio, quando viene in vostro soccorso: Egli è il vostro Dio quando non vi rendete estraneo e Lui. Ecco perché è detto: « felice il popolo del quale il Signore è Dio! (Ps. CXLIII, 15) ». Perché: di chi Egli è Dio? Egli è in effetti il Dio di coloro che Lo amano, di coloro che Lo temono, di coloro che Lo posseggono, di coloro che Lo onorano, di coloro che sono come nella sua casa, che formano la sua grande famiglia, e che sono stati riscattati dal sangue divino del suo Figlio unico. Quanto Dio ci ha dato, perché noi facessimo a Lui quel che Egli ha fatto per noi! (S. Agost.).

ff. 10. – Per quanto un uomo sia furioso contro di me, possa dare libero corso al suo furore, o abbia pieno potere di compiere tutto il male che si sforza di farmi, cosa potrà togliermi? … Dell’oro, dell’argento, delle truppe, dei servi, degli schiavi, delle terre, delle case? Che mi tolga tutte queste cose, ma potrà forse togliere i voti che sono in me ed i sacrifici di lode che io offro a Dio? Tutti gli altri beni, il nemico non può togliermeli, malgrado lui; questi, il nemico non può prenderli se voi non acconsentite. Questi beni terreni, l’uomo li perderà suo malgrado, egli vorrà conservare la sua casa, ma … perderà la sua casa; però nessuno perderà la fede se non la disprezza volontariamente (S. Agost.).

ff. 11. – Quali voti farete? Quali promesse compirete? Gli offrirete per caso, qualcuno degli animali che venivano altre volte presentati davanti ai suoi altari? No, non Gli offrite niente di questo: è in voi ciò che dovete versargli e rendergli. Dal segreto del vostro cuore, estraete un incenso di lode; dalla cella della vostra buona coscienza, traetene un sacrificio di fede. Quanto Gli offrite consumatelo con la carità (S. Agost.).- Che abbiate in apparenza i più bei sentimenti; che esprimiate la lode, la più sublime, la più elevata, o la più viva e la più toccante, anche se non vedrete nessun effetto, non contate né su quel che direte, né su ciò che voi penserete, o che voi crederete di pensare. Voi avete in voi stessi tutto ciò che può contribuire alla vostra santificazione, e potrete dire a Davide: « i miei auspici sono nel mio cuore ». Si Signore, io riconosco che tutto ciò che Voi desiderate da me è in me, ed è per questo che sono assolutamente inescusabile se io non ve lo do (BOURD. Pour la fête de Ste Mad.).

ff. 12. – Il compendio, e come il resoconto dei benefici di Dio, è che Egli ci libera dalla morte dell’anima, ed i nostri piedi dalla caduta, in mezzo alle tentazioni causate da una lunga e violenta persecuzione, per rendersi gradito a Dio nella luce dei viventi, nella luce della fede e della grazia, di cui sono privi gli infedeli ed i peccatori, o meglio ancora, nella luce della gloria, che possiedono coloro che, a propriamente parlare, sono i soli viventi (Dug.).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (1)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (1)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA

MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945.

On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945.

STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano

E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944

Approvazione del Vescovo di Pamiers.

(per la prima edizione).

In questo libro l’eminenza e la purezza dello spirito cristiano si trovano espresse in un modo così breve e così chiaro, da non potersi dubitare che non sia stato ispirato da Dio al suo Autore e che questi non abbia ricevuto dal Padre dei lumi i pensieri sublimi e le espressioni di grazia di cui si serve per far conoscere e, in pari tempo, gustare le divine verità, che debbono dirigere e animare la vita dei veri figlioli di Dio. – Occorre soltanto che il lettore abbia cura di leggere santamente istruzioni così sante, apportando a questa lettura un cuore distaccato dall’affetto al peccato, perché l’affetto al peccato genera nell’anima certe tenebre, le quali le nascondono le verità della nostra santa fede. Occorre inoltre che legga con uno spirito ben risoluto di condurre una vita conforme alla santità della vocazione cristiana. – L’idea e le massime di tale vocazione vengono in questo libro proposte con tanta luce e tanta unzione, che il lettore si sentirà illuminato, e in pari tempo animato, a seguire Gesù Cristo per mezzo di vie così belle, così brevi e così sicure, purché si abbandoni allo Spirito di verità onde ne sia commosso, e le mediti davanti a Dio a suo bell’agio e con umiltà.

Dato a Parigi il 1 Aprile 1658.

f FRANCESCO – STEFANO DE CÀULET

Vescovo di Pamiers.

INTRODUZIONE

In questo libro il Servo di Dio Giovanni Olier espone, in forma di dialogo, i fondamenti della vita soprannaturale; lo compose nel 1656 per le anime che tendono alla perfezione e l’opera fu accolta con tanto favore che in pochi anni ne vennero pubblicate molte edizioni. L’opera è divisa in due parti e in brevi capitoli; nei primi diciannove capitoli che formano la prima parte, l’Autore insegna che il Cristiano, se vuole essere veramente tale, deve praticare l’abnegazione perfetta, ossia tenere il cuore distaccato dagli onori, dai piaceri e dai beni materiali, con le virtù di umiltà, di mortificazione e di povertà, contro le tre tendenze perverse della nostra carne corrotta dal peccato originale; anzi questa necessità dell’abnegazione, egli la deduce dalla corruzione medesima della carne, per la quale meritiamo ogni umiliazione, ogni sofferenza e ogni privazione. – Ci sembra opportuno premettere qualche schiarimento, affinché la dottrina del Servo di Dio non venga fraintesa. Cos’è questa carne di cui l’Olier dice tanto male? Non è precisamente il nostro corpo; ma il complesso, ossia la personificazione, per così dire, di tutte le nostre inclinazioni al male; è l’uomo in quanto non è rigenerato o è contrario alla grazia del Battesimo (San Paolo chiamò pure queste inclinazioni con l’espressione uomo vecchio, perché, avendole noi ricevute da Adamo peccatore, precedono l’uomo nuovo o spirituale formato in noi dalla grazia del Battesimo. (Rom., VI, 6 – Eph., II, 15; IV, 24; – Gal., VI, 15). Questa espressione non si riferisce dunque soltanto al corpo e alla parte infima dell’uomo, ma anche all’anima quando essa si abbandoni a pensieri e atti di volontà conformi alle nostre cattive inclinazioni. La parola carne viene sovente usata nel senso predetto da san Paolo, e si trova più di trenta volte nelle sue Epistole, specialmente in quella ai Romani; così pure, la usano nel medesimo senso san Pietro e san Giovanni, e anche, almeno tre volte, Nostro Signore stesso (Math. XXVI, 41 – Joan. III, 6; XI, 64; XIII, 15). Certuni, che non si sentono troppo molestati dalla concupiscenza, diranno forse che le espressioni dell’Olier sono eccessive; ma la Scrittura non parla diversamente (Per esserne convinti, basta leggere il cap. VIII dell’Epistola ai Romani). Gli Apostoli, e soprattutto san Paolo, condannano la carne come il principio e la sorgente delle concupiscenze, ossia di quelle inclinazioni disordinate che ci portano al peccato (Gal., V, 16, 17, 24, Spiritu ambulate et desideria carnis non perficietis. Caro enim concupiscit adversus spiritum; spiritus autem adversus carnem; hæc enim sibi invicem adversantur… Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis. – I Joan., II. Ormne quod est in mundo, concupiscentia carnis est, et concupiscentia oculorum et superbia vitæ. – S. Pietro parla dei desideri della carne come della fonte di ogni perversità. (II Petr., II, 10, 18).

 Dio, prima del diluvio, diceva: II mio spirito non rimarrà nell’uomo perché egli è carne. (Gen, VI, 3, VIII, 21). – I figli della carne, dice san Paolo, non sono figli di Dio. (Rom. IX, 8). – Sono carnali e venduti come schiavi al peccato (Rom. VII, 14); camminano secondo la carne e ne eseguiscono i desideri; hanno la prudenza della carne che è una morte (Rom. VIII, 6). – La carne è nemica di Dio e non può essergli soggetta (Rom. VIII, 8). – Le opere della carne sono la fornicazione, i malefizi, gli odi, gli omicidi ecc. – Gal. V, 19, seg. -La carne dall’Apostolo viene chiamata peccato (Rom. VII, 17).Prima del battesimo l’uomo viveva nei desideri della carne, e ne adempiva le opere: le passioni del peccato operavano nelle sue membra (Rom. VIII, 5). – Coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne, i suoi vizi e le sue concupiscenze. La carne concupiscit adversus spiritum. La carne combatte contro lo spirito e lo spirito contro la carne (Gal. V, 17, 24).Pertanto l’uomo è sollecitato da una parte dallo spirito e dall’altra dalla carne; se aderisce allo spirito è spirito; se invece segue le inclinazioni disordinate della sua natura, diventa carne. Donde una lotta intestina, di cui san Paolo, nel capo VII dell’Epistola ai Romani, ci dà una descrizione drammatica, concludendo con questo grido straziante: « Infelix ego homo! Oh me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte?» E risponde: La grazia di Dio, per Gesù Cristo. – Con tutta ragione quindi il Servo di Dio dichiara con grande insistenza che dobbiamo odiare la nostra carne, ossia reprimere tutte le nostre perverse inclinazioni al peccato; e chi non odia il peccato non può essere discepolo di Gesù; perciò Nostro Signore diceva: Chi ama l’anima sua (ossia l’anima sua in quanto segue l’inclinazione della carne) la perderà; chi odia l’anima sua in questo mondo la custodisce per la vita eterna (Joan. XII, 25).Per portare un giudizio esatto su la dottrina dell’Olier rispetto agli effetti del peccato originale, sarà bene ricordare che su questa questione esistono nella Chiesa due opinioni libere.Vari teologi insegnano che il peccato originale ci ha semplicemente privati del dono soprannaturale della grazia santificante e dei doni che chiameremo preternaturali, i quali costituivano l’uomo nello stato d’integrità, ossia di immortalità e di rettitudine. Pertanto, secondo questi teologi, l’uomo dopo il peccato si trova nello stato di natura pura, vale a dire nello stato in cui sarebbe stato creato se Dio non l’avesse elevato all’ordine soprannaturale; ma la privazione dell’ordine soprannaturale nell’uomo è effetto del peccato di Adamo, quindi contrario alla volontà di Dio; perciò l’uomo nello stato attuale non è nello stato voluto da Dio, ma in una condizione peccaminosa, ciò che in noi costituisce il peccato originale.Altri teologi invece sostengono che il peccato originale ha avuto anche effetti peggiori, avendo causato in noi uno stato di debolezza, di inclinazione al male, di concupiscenza, che san Paolo chiama peccato e legge di peccato (Rom. VII, 23).Secondo i primi, la concupiscenza, anche nel grado in cui si trova in noi adesso, sarebbe naturale all’uomo; mentre gli altri sostengono invece che in se stessa la concupiscenza sarebbe bensì naturale all’uomo, ma non nel grado in cui la sentiamo dopo il peccato di Adamo, per cui gli antichi teologi dicevano che l’uomo è stato dal peccato di Adamo ferito anche nella sua natura, vulneratum in naturalibus. I teologi moderni sono più inclinati ad ammettere la prima opinione; tuttavia le due opinioni sono libere nella Chiesa. Il Concilio di Trento non volle sciogliere la questione e si contentò di usare espressioni che si possono adottare tanto nell’una come nell’altra opinione.Il Servo di Dio si appigliò alla seconda Opinione (Questa venne pure seguita, prima dell’Olier, dal Cardinale de Bèrulle e in generale dalla scuola che a lui fa capo. L’espressione: Non siamo altro che niente e peccato, che venne usata dal Condren, dall’Olier e da San Vincenzo de’ Paoli, è del Bérulle; e il dotto e santo Cardinale insegna espressamente che l’uomo. nello stato attuale, trovasi in condizioni peggiori dello stato di natura pura.) e la spinse – dice Padre Faber -sino al punto in cui era possibile senza oltrepassare i limiti dell’ortodossia; e soggiunge: « Ho creduto bene di disapprovare certe espressioni di cui si è servito l’Olier, senza la minima intenzione di mancare di deferenza verso un uomo del quale ho detto altrove, che fra tutti i Servi di Dio non ancora canonizzati, di cui ho letto la vita, egli è quello che rassomiglia di più ad un Santo canonizzato » (Progresso dell’anima, cap. XX, in nota). – Il pessimismo dell’Olier, in questa questione si spiega facilmente. Egli, infatti aveva concepito un orrore profondo verso ciò che san Paolo chiama la carne, un po’ in seguito alla lettura abituale delle Epistole del grande Apostolo e delle opere di sant’Agostino, ma principalmente a motivo di una terribile crisi alla quale era stato sottoposto all’inizio della sua vita sacerdotale. Durante questa prova, che durò due anni, « Dio sembrava avergli tolto la virtù naturale che sorregge il corpo; la sua anima era come incapace di governare i sensi; egli era ridotto ad uno stato di stupidità per cui non si ricordava di nulla, non poteva imparar nulla, non trovava parola per esprimere qualsiasi concetto. Peggio ancora, era privo anche di ogni dono soprannaturale sensibile, e inoltre oppresso da ogni sorta di tentazioni, a segno che si considerava come riprovato da Dio » (Faillon, Vie de M. Olier, Tom. I, lib. VII). Uno stato così triste e desolante all’eccesso, era ben adatto a ispirargli l’idea dell’impotenza della natura per operare il bene e della corruzione dell’uomo decaduto. – Per altro è da notare che la dottrina del Servo di Dio, è essenzialmente opposta alle aberrazioni di Baio e del Giansenismo, di cui egli fu uno dei primi e più temuti avversari. Benché abbia espressioni fortissime contro la carne e la corruzione nativa dell’uomo, tuttavia sempre insegna che l’uomo può fare il bene con l’aiuto della grazia, e possiede il libero arbitrio (v. cap. XVI e XVII). – Inoltre, l’Olier parla il linguaggio non solo di san Paolo, ma della maggior parte degli autori mistici del suo tempo e dei tempi anteriori. San Vincenzo de’ Paoli diceva: « Che cosa abbiamo noi, da noi medesimi, fuorché il niente e il peccato? – Teniamo dunque per certo che in tutto e dappertutto siamo meritevoli di ogni disprezzo, per l’opposizione che da noi medesimi abbiamo contro la santità e le perfezioni di Dio, come contro la vita di Gesù Cristo e le operazioni della grazia; la propensione naturale e continua che abbiamo al male e la nostra impotenza per il bene ci devono maggiormente ancora persuadere di tale verità » (Abelly, Vita del Santo; Lib. III, cap. XXX). San Giovanni Eudes scriveva: « Da noi medesimi non siamo che tenebre e peccato, morte e inferno… Il peccato ha tutto pervertito in noi, nel corpo e nell’anima; ha riempito di oscurità e di malizia la parte superiore dell’anima nostra… Abbiamo in noi la sorgente di ogni male e siamo noi medesimi un abisso di perdizione e un vero inferno » (Memoriale della vita ecclesiastica. Su l’abnegazione di noi medesimi). Così parlano i Beati Grignon de Montfort (Lettera circolare agli amici della Croce, n. 6 e 9), e de la Colombière (Ritiro spirituale, 3a settimana). – Ricordiamo pure ciò che cantiamo noi nel giorno della Pentecoste, rivolgendoci allo Spirito Santo: Sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium. – Da ultimo, notiamo che il Concilio Arausicano (di Orange) definì contro i semipelagiani che Nemo habet de suo, nisi mendacium et peccatum, ossia che l’avere dell’uomo, se egli fosse abbandonato a se stesso, senza la grazia di Dio, non sarebbe altro che errore e peccato.

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Negli altri sei capitoli della prima parte, il Servo di Dio spiega come dobbiamo partecipare ai misteri di Gesù Cristo. Ogni azione del Divin Redentore può chiamarsi un mistero in senso mistico e spirituale, perché contiene per noi una lezione e una grazia e quindi è un simbolo efficace della vita cristiana; in ciascuna Gesù Cristo ci presentò un modello per la nostra vita e insieme ci meritò una grazia speciale per imitarlo (Mistero, in senso spirituale e secondo l’etimologia della parola, significa una cosa nascosta. Tutte le azioni della vita di Gesù, anche le più ordinarie, contenevano sensi nascosti che i discepoli medesimi non erano capaci di penetrare. Tuttavia il Servo di Dio considera soltanto i sei misteri principali: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione, e l’Ascensione, i quali costituiscono il sacrificio completo del Salvatore. «Nell’Incarnazione, Gesù si offre al Padre suo; si immola nei misteri della Passione, della Morte e della Sepoltura; nella Risurrezione riceve nel sepolcro una vita nuova e nella sua gloriosa Ascensione viene consumato in Dio. L’anima che vuole giungere alla perfezione segue questa via; prima si offre a Dio; poi crocifigge le sue cattive inclinazioni… così progredisce nella perfezione e infine giunge ad operare abitualmente per motivo di carità, imitando Gesù Cristo risorto e salito al Cielo » (Introduzione scritta da un prete di san Sulpizio). In tal modo l’anima percorre le tre vie: purgativa, illuminativa e unitiva.

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Nella seconda parte, il Servo di Dio ci indica i mezzi per stabilirci nella vita soprannaturale, i quali sono la preghiera, le sante Comunioni e l’invocazione della Santissima Vergine e dei Santi. Prima tratta della preghiera che è il mezzo principale per acquistare e conservare la vita cristiana. Dopo aver spiegato le condizioni perché la preghiera sia fatta bene, insiste particolarmente su la necessità di pregare in unione con Gesù Cristo ossia in comunione spirituale con le sue disposizioni; nell’ultimo capitolo termina con belle considerazioni su la santa Comunione e su la divozione alla Madre di Dio. – Ci sembra opportuno riportare qui un brano dell’Introduzione scritta da un sacerdote di San Sulpizio. « La perfezione cristiana consiste essenzialmente nell’esercizio abituale della carità. Orbene, da una parte non si può giungere a questo abituale esercizio se non mortificando in noi l’uomo vecchio, ossia la carne; dall’altra, chi mortifica la propria carne per la virtù dello spirito, esercita necessariamente la carità: ne consegue che i maestri della vita spirituale si dividono, per così dire, in due scuole. Gli uni, san Francesco di Sales, per esempio, con l’Apostolo dell’amore san Giovanni sembrano non parlare se non di carità; gli altri come san Carlo Borromeo, seguendo san Paolo, parlano soprattutto di crocifissione e di morte. Non già che i primi perdano di vista la necessità della mortificazione; sono troppo convinti che mai potrà operare abitualmente per Dio, chi non abbia rinunciato alla sua vecchia natura: ma conducono le anime dal distacco delle creature per la via del divino amore. Perciò, diceva una delle figlie spirituali di san Francesco di Sales, che questo gran Santo tagliava il collo all’uomo vecchio con un coltello di zucchero, ma effettivamente lo tagliava. « I secondi non dimenticano che la carità costituisce l’essenza della perfezione, perciò suppongono sempre che il loro discepolo possegga lo Spirito Santo nell’anima sua e cercano pertanto i mezzi di dilatare l’impero di questo Spirito di amore col distruggerne i nemici. Tale è il compito dell’Olier in questo opuscolo, il quale può chiamarsi un commento di questa massima del Maestro: Chi vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso ecc. (Matth. XVI, 24).« I due metodi hanno i loro vantaggi, secondo il tempo e secondo le persone. Un carattere generoso preferirà la scuola della Croce; un animo dal cuor tenero preferirà quella della carità. In un tempo come il nostro, certuni sono scoraggiati dalla severità della scuola della Croce… altri invecene sono edificati, perché comprendono che la mortificazione è indispensabile. « I Santi non separano mai la mortificazione dall’amore. Quanto alle anime pusillanimi che si spaventano della mortificazione, sono incapaci di fare grandi progressi nella carità. Tuttavia se desiderano sinceramente andare a Dio e togliere gli ostacoli che finora le hanno trattenute, speriamo che dalla lettura attenta e dalla meditazione di questo libro, con la grazia di Dio otterranno luce e generosità secondo i loro voti. Questo libro infatti produsse grandi frutti quando venne pubblicato, e sembra che sia ancora destinato a rendere grandi servizi alle anime cristiane, richiamando loro le forti dottrine in esso contenute, in questi tempi in cui l’egoismo e la sensualità tendono a invadere ogni cosa e in cui sono così numerosi i nemici della Croce di Nostro Signore per i quali San Paolo versava amare lagrime » (Phil. III, 18).

A. M.

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE

PRIMA PARTE

LO SPIRITO CRISTIANO

LEZIONE I.

Dello Spirito e delle due vite di Nostro Signore Gesù Cristo.

D. – Chi merita veramente di essere chiamato cristiano?

R. – Colui che ha in sé lo Spirito di Gesù Cristo (Si quis Spiritium Christi non habet, hic non est ejus. – Rom., VIII, 9).– (Lo stato del Cristiano non è una semplice professione esterna, ma consiste in una vita nuova interiore: non implica soltanto quella trasformazione, diremo, fisica che viene operata dal Battesimo per la grazia santificante; perché il Cristiano sia veramente degno di tal nome, si richiede anche quella trasformazione morale operata in noi dallo Spirito Santo).

D. – Che intendete voi per spirito di Gesù Cristo?

R. – Non intendo la sua anima, ma lo Spirito Santo che abita in Lui. San Paolo – (Rom. VIII, 9) chiama lo Spirito Santo (Spiritus Dei) Spirito di Gesù Cristo (Spiritum Christi), e con tutta ragione, 1° perché lo Spirito Santo procede da Gesù Cristo, seconda Persona della SS. Trinità, come procede dal Padre; 2° perché lo Spirito Santo venne infuso in tutta la sua pienezza nell’anima di Gesù, come in un oceano donde si diffonde in tutti i fedeli nel Battesimo; perciò san Giovanni dice che dalla pienezza di Gesù tutto abbiamo ricevuto (Ioan., I , 16); 3° perché Gesù ci ha meritato lo Spirito Santo, lo inviò alla Chiesa nel giorno della Pentecoste, e ce lo invia nel Battesimo. Notiamo poi che tutte le grazie vengono attribuite allo Spirito Santo, perché sono effetto dell’amore di Dio per noi e lo Spirito Santo è l’Amore personale nella SS. Trinità.

D. – Come potrà conoscere il Cristiano se ha in sè lo Spirito di Gesù Cristo?

R. – Lo saprà se riconoscerà di avere inclinazioni simili a quelle di Gesù Cristo, per le quali si vive come Egli viveva.

D. – Qual è questa vita di Gesù Cristo della quale parlate?

R. – È quella vita santissima che ci viene descritta nella Scrittura, soprattutto nel Nuovo Testamento.

D. – Quante sono le vite in Gesù Cristo?

R. – Ve ne sono due, la vita interiore e la vita esterna.

D. – In che consiste la vita interiore di Gesù Cristo?

R. – Consiste nelle sue disposizioni, nei suoi sentimenti rispetto a tutte le cose: per esempio, nella sua religione verso Dio, nel suo amore verso il prossimo, nel suo annientamento rispetto a se medesimo, nel suo orrore per il peccato, nella condanna del mondo e delle massime del mondo.

D. – E la sua vita esterna, in che consiste?

R. – Consiste nelle sue azioni sensibili e nella pratica visibile delle virtù che abbiamo accennate, emanate dal fondo del suo divino interiore.

D. – Per essere vero Cristiano, bisogna dunque aver in noi lo Spirito Santo, il quale ci faccia vivere interiormente ed esternamente come Gesù Cristo?

R. – Sì! (Lo Spirito Santo in noi è principio di una vita nuova, che è la vita medesima di Gesù Cristo; ci comunica i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo onde si verifichi il precetto di san Paolo: Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu: Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo. (Philip., II, 5). Per essere veramente Cristiani dobbiamo, sotto l’azione dello Spirito Santo, imitare Gesù nella sua vita esterna, ma più ancora nella sua vita interiore, ossia nei suoi sentimenti).

D. – Ma questo è assai difficile!

R. – Certo, ma soltanto per chi non ha ricevuto il santo Battesimo, nel quale ci viene dato il Santo Spirito di Gesù Cristo affinché viviamo come Gesù.

LEZIONE II

Della perdita della grazia dopo il Battesimo, e del lavoro della penitenza per ricuperarla.

D. – Chi ha perduto la grazia dello Spirito Santo dopo il Battesimo, può forse riacquistarla?

R. – Sì; mediante la penitenza, ma con grande fatica e pena.

D. – Forse per questo il Sacramento della penitenza viene chiamato battesimo laborioso?

R. – Senza dubbio; nel Battesimo in cui siamo generati in Gesù Cristo, Dio nostro Padre ci dà, Egli stesso, la vita del Figlio suo, senza che la sua divina giustizia esiga da noi alcuna pena; ma così non avviene nella penitenza.

D. – Perché una tale differenza?

R. – Per ricuperare le virtù che Iddio solo ci aveva date da sé medesimo, e, con la sua mano onnipotente, aveva piantate nel nostro cuore, occorre affaticarci e penare; ci vuole il sudore della nostra fronte, affinché lo Spirito Santo renda di nuovo feconda la terra sterile e ingrata del nostro cuore, dove prima la grazia faceva germinare le virtù senza fatica e senza pena.

D. – E’ dunque un grave danno perdere la grazia del Battesimo?

R. – Certo; né si saprebbe esprimerlo a parole; e come mai si potrebbe riparare un tal capolavoro di grazia e di misericordia?

D. – Questa perdita non è forse riparata dalla penitenza?

R. – No, non è riparata in modo perfetto; possiamo paragonare l’anima penitente, a un novizio nell’arte della pittura, il quale voglia rinfrescare un quadro insigne molto sbiadito; l’opera nuova sarà ben lontana dal raggiungere la perfezione dell’originale.

D. – Ma perché mai ci vuole tanta fatica per ricuperare la grazia?

R. – Perché chi la perde si rende colpevole di una estrema ed incredibile ingratitudine, calpestando il Sangue di Gesù Cristo e soffocando lo Spirito Santo ch’esso aveva ricevuto nel Battesimo.

D. – Ma come mai? In che modo colui che offende Dio con un peccato mortale,  dopo il Battesimo, calpesta il Sangue di Gesù Cristo? –

R. – Dapprima, perché disprezza i meriti e il Sangue di Gesù Cristo, il quale ha acquistato per noi lo Spirito Santo e tutte le sue grazie. Inoltre, perché chi commette peccato mortale diventa un medesimo spirito col demonio, il quale in tal modo calpesta Gesù-Cristo nell’anima del peccatore e trionfa di Lui, persino nel suo proprio trono.

D. – E’ dunque per questo che il peccatore, secondo la parola di S. Paolo, crocifigge in se stesso Gesù Cristo?

R. – Sì. Come i Giudei, spinti dalla rabbia dei demoni, legarono e inchiodarono Gesù Cristo sulla Croce, di modo che non aveva più l’uso delle sue membra, né alcuna libertà per agire; così, per il peccato, Nostro Signore viene legato e ridotto all’impossibilità di agire in noi; l’avarizia rende inutile la sua carità; l’impazienza, la sua pazienza; la superbia la sua umiltà. In tal modo il peccatore, coi suoi vizi, lega, attanaglia e, per così dire, fa a brani Gesù Cristo che abita in lui.

LEZIONE III.

Dignità del Cristiano, in cui abita Gesù Cristo per animarlo dei suoi sentimenti e della sua indole, in una parola, della sua vita.

D. – Gesù Cristo abita in noi?

R. – Sì, Gesù Cristo per la fede abita nei nostri cuori, come c’insegna espressamente San Paolo dopo Nostro Signore stesso. (Ego in vobis – Joan., XIV, 29. — Christum habitare per fidem in cordibus vestris. – Ephes., III, 17).

D. – Non mi avete voi detto che anche lo Spirito Santo si trova in noi?

R. – Sì, lo Spirito Santo è in noi insieme col Padre e col Figlio, e diffonde in noi, come abbiamo detto, i medesimi sentimenti, le medesime inclinazioni, la medesima indole, le medesime virtù di Gesù Cristo.

D. – Il Cristiano è dunque qualche cosa di grande?

R. – Non v’è nulla di più grande, di più augusto, né di più magnifico; il Cristiano è un altro Gesù Cristo vivente sulla terra ». (Christianus alter Christus).

D. – E’ dunque ben disgraziato il Cristiano che perde tali tesori, col peccato mortale. Ma spieghiamoci meglio: Voi dite che Gesù Cristo abita in noi e che siamo noi pure unti della medesima unzione della quale venne unto Egli stesso (*), vale a dire dell’unzione dello Spirito Santo , e che diffonde in noi le sue inclinazioni e i suoi sentimenti; ma come sapete voi questo?
(*) (La Chiesa, nel Veni Creator, chiama lo Spirito Santo unzione spirituale = spiritalis unctio)

R. – Lo sappiamo da san Paolo, poiché ei vuole che abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo, il quale si annientò e si umiliò sulla Croce, sebbene fosse eguale al Padre suo (Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu. Qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se æqualem Deo, semetipsum exinanivit … humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. (Philipp., II, 5-8).

D. – Che significa avere in sé i medesimi sentimenti di Gesù Cristo?

R. – Questo vuol dire avere nel nostro cuore e nell’anima nostra i medesimi desideri, per esempio, di essere umiliati e crocifissi come Lui.

D. – Dovremo noi avere tali desideri in un modo così perfetto come Gesù Cristo?

R. – Non dico questo; dico soltanto che dobbiamo avere desideri simili, sebbene non uguali, a quelli di Gesù Cristo.

D. – Possiamo noi davvero avere desideri simili a quelli di Gesù?

R. – Certamente, per la virtù dello Spirito Santo, il quale può darci inclinazioni affatto contrarie e opposte a quelle che abbiamo nella nostra carne in forza della nostra nascita da Adamo.

[1 – Continua …] http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/07/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-2/