DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Oratio

Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.
[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Lectio

Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17
Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus.
Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiæ, in cœléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LE PASSIONI.

Fratelli: Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù. Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. Poiché non abbiamo da lottare contro la carne e il sangue; ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male delle regioni celesti. Perciò prendete l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo, e, superando tutto, star saldi. State, dunque, saldi, cinti i lombi con la verità, e vestiti con la corazza della giustizia, calzati i piedi di prontezza per il vangelo di pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno: e prendete l’elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè parola di Dio”. (Ef. VI, 10-17).

L’Apostolo, riepilogando la sua lettera agli Efesini, viene a parlare della lotta spirituale che devono sostenere contro il demonio. Non è un nemico comune; è un nemico invisibile, e che attacca con insidie. Un motivo di più per armarsi fortemente e star in guardia chi non vuol essere sorpreso e vinto. Le armi non mancano. Come il soldato ha le sue armi per difendersi contro i nemici corporali; così il Cristiano ha le sue armi per difendersi contro i nemici spirituali. Son soprattutto le armi che ci porge la fede. Tutti dobbiamo combattere la nostra battaglia spirituale fin che siamo su questa terra. La lotta contro le passioni, delle quali il demonio si serve per trarci al suo servaggio, è una lotta continua che noi potremo superare,

1. Fortificandoci nel Signore,

2. Stando sempre preparati,

3. Usando le armi che ci porge la fede.

1.

Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù.

Noi possiamo essere eccellentemente istruiti nella legge del Signore, e con tutto questo non conseguire la vita eterna, data la nostra incapacità a praticare da soli, senza l’aiuto di Dio, quanto dalla legge del Signore è prescritto. Il demonio, che cerca di impedirci il conseguimento della nostra beatitudine eterna, è un nemico che conosce tutte le arti, tutte le astuzie, tutte le insidie. Bisogna che ci affidiamo a chi può rendere vane tutte le arti del demonio, bisogna che ci affidiamo al Signore, cercando la forza in Lui. – Se noi potessimo resistere al demonio con le sole nostre forze, sarebbe inutile rivolgerci ogni giorno al Signore con la preghiera che egli stesso ci ha insegnato: «Non c’indurre nella tentazione», cioè, come spiega Sant’Agostino, «non permettete che, sottraendoci voi il vostro aiuto, noi cadiamo in essa» (Lett. 157, 5).Noi possiamo fare tutti i proponimenti immaginabili, ma, senza l’aiuto che vien dall’alto, non riusciremo a metterne in pratica alcuno. S. Pietro protesta a Gesù: «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». E lo stesso dicevan tutti gli altri. Qualche ora dopo, al momento della cattura di Gesù «tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e fuggirono». S. Pietro, poi, arriva «a imprecare e a giurare di non conoscere Gesù » (Marc. XIV, 31, 50, 71). Poveri proponimenti degli uomini, se non sono avvalorati da Dio. Una nave senza timone e senza timoniere tra cavalloni che s’innalzano, e nulla più, è l’uomo che conta sulle sole proprie forze. Ma se di fianco a noi c’è Dio, tutto il potere dei nemici dell’anima nostra si infrange contro la volontà di Lui. «Alla tua volontà — dice Mardocheo rivolto al Signore — tutte le cose sono sottomesse, e non c’è chi possa resistere alla tua volontà» (Est. XIII, 9). Anche il demonio è sottomesso alla volontà di Dio, e le sue astuzie e le sue insidie non possono passare oltre il confine da Lui segnato. – Se tu sei posto sotto la tutela di Dio, sfuggirai i lacci che il nemico tende per farti cadere, sarai liberato dalle insidie che il demonio prepara attorno a te per uccidere l’anima tua. «Procederai sopra aspidi e basilischi, e calpesterai leoni e draghi» (Ps. XC, 13), come dice il salmista. Egli, che può renderti innocui gli animali più feroci e velenosi, al punto che tu potresti passare incolume sul loro capo, può liberarti anche dagli assalti delle passioni, che cercano farti loro preda, può rendere innocuo il serpente infernale che non cessa un momento dal tentativo di avvelenare, con il suo alito pestifero, le anime redente. «Quegli che un giorno ha vinto la morte per noi, vince sempre in noi» (S. Cipriano: Epist. 8, 3. ad Mart. et Conf.).

2.

L’Apostolo, dopo averci indicato il primo mezzo, mezzo assolutamente indispensabile, per vincere gli assalti del demonio e delle passioni- il ricorso a Dio – passa a parlare degli altri mezzi spirituali, che egli paragona alle parti dell’armatura del soldato romano. Rivestitevi dell’armatura di Dio. Armatevi da capo a piedi delle armi spirituali, affinché non siate presi all’improvviso dagli assalti del nemico. – I colpi improvvisi, se ben preparati, sono quelli che riescono meglio. I posti militari, presi all’improvviso dagli assalti di schiere ben guidate, finiscono quasi sempre col venire abbandonati dai difensori. Se non vogliamo venir travolti da qualche assalto, che le passioni ci facciano di sorpresa, bisogna stare continuamente all’erta, essere sempre pronti a respingere il primo attacco. In guerra si contrappone arma ad arma, sistema a sistema. Sistema del demonio è non dormire mai per poter cogliere il momento più propizio di muovere all’assalto. Sistema di difesa è quello di non lasciarsi cogliere nel sonno. Perciò S. Pietro, parlando appunto del demonio, che non si prende un momento solo di requie, esorta: «State raccolti, vigilate» (I Piet.: V, 8). Se ci dimentichiamo che le tentazioni possono svegliarsi quando meno lo pensiamo, verremo colti certamente di sorpresa; ci troveremo come disorientati, e difficilmente resisteremo. Non bisogna meravigliarsi di nessun assalto. Furono tentati santi e sante di ogni età e condizione; non vorremo aver la pretesa d’esser solamente noi a sfuggire agli assalti delle passioni. Se ci meravigliamo, e, conseguentemente, ci turbiamo, le passioni non tarderanno a scuoterci, e a farci perdere terreno. Forti e sereni nella fiducia in Dio non titubiamo un momento, non cediamo in nulla. Se tu non rintuzzi con energia i primi attacchi, la passione diventerà più gagliarda, e a te verran meno a poco a poco le forze per resistere. In breve ti troverai lontano da Dio e assoggettato a satana, del quale prima avevi tanto orrore. Guardati dal primo errore. E primo errore, seguito da altri più gravi, è appunto il non combattere con energia e risolutezza la tentazione ai primi assalti. – Non bisogna neppur meravigliarsi se si risvegliano passioni che si credevano assopite. «Credetemi — dice S. Bernardo — tagliate, rigermogliano; scacciate, ritornano; estinte, si riaccendono; sopite si risvegliano… In tale cimento si può consigliar una cosa sola: osservare attentamente, e con pronta severità tagliare il capo delle rinascenti passioni appena spuntano» (In Cant. Cant. Serm. 58, 10). Stiam sempre preparati anche nei momenti di tregua, «poiché — osserva il Crisostomo — chi non si preoccupa di combattimento durante la pace, in tempo di combattimento sarà terribile » (In Ep. 1 ad Tess. Hom. 3, 4).

3.

Soprattutto prendete lo scudo della fede.

Lo scudo della fede, con cui S. Paolo vuole che ci armiamo nel combattimento spirituale, è difesa efficacissima contro gli assalti delle passioni di qualunque genere. La fede p. e. insegna che i Cristiani sono «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ephes. II, 19). La loro vita deve, necessariamente, essere una vita di santità, che ha nulla a che fare con la vita di coloro che vivono lontani dal Signore. Il Cristiano, entrando con il Battesimo a far parte della famiglia di Dio, «l’ha fatta finita con il peccato per non servire alle umane passioni, ma alla volontà di Dio quel tempo che gli resta a vivere nella carne. (I Piet. IV, 2). Se nel momento della tentazione il Cristiano si ricordasse della sua dignità, degli obblighi che essa importa, della rinuncia fatta al peccato, non resterebbe facilmente vittima delle arti dello spirito maligno. – Il Beato Giuseppe Chang, martire cinese, viene esortato dai suoi nipoti a rinnegare la fede cattolica. Per smuoverlo dalla sua fermezza gli offrono una rilevante somma di danaro. «Ti offriamo mille taels d’argento — gli dicono — affinché possa vivere onestamente gli anni che ti restano». — «Perché, rispose il martire, accetterò io questo danaro? Che vantaggio me ne viene?» (C. Salotti: “I nuovi martiri annamiti e cinesi”. Roma, 1909). È la domanda che dovrebbe farsi ciascuno, quando si sente lusingare dalle passioni: Che vantaggio me ne viene? Il piacere che se ne spera è più immaginario che reale. Nulla è più certo delle pene che i piaceri ci fanno soffrire, e nulla è più incostante e misero del godimento che ci fanno sperare. Così potrebbe rispondere l’esperienza. La fede aggiunge un’altra risposta: Il vantaggio che ne avrai sono gli eterni tormenti. E «Chi di voi potrà abitare con un fuoco divoratore? Chi di voi abiterà tra gli ardori sempiterni?» (Isa. XXXIII, 14). – La fede c’insegna che Dio è dappertutto. Nessuno può dire: Mi nasconderò all’occhio di Dio, ed egli non conoscerà le mie opere. «Gli occhi di Dio sono molto più luminosi del sole; sorvegliano d’intorno tutte le vie degli uomini e la profondità degli abissi e penetrano nel cuor dell’uomo fino nei luoghi più riposti» (Eccli. XXIII, 28). Gli occhi di Dio vedono e contemplano il tuo contegno nella lotta contro le passioni, e intanto le sue mani intessono per te una corona… se sarai costante. In parecchi monumenti che si innalzano in memoria dei caduti in guerra è rappresentata la vittoria in atto di porgere la corona, o altro simbolo di gloria, a coloro che hanno lottato fino al trionfo. La corona che Dio prepara a quei che vincono nelle lotte spirituali val ben di più che un semplice simbolo. Dio, con la sua presenza, incoraggia chi lotta additandogli la corona del paradiso: «Al vincitore io darò la manna nascosta», (Apoc. II, 17) cioè il cibo dell’eterna beatitudine. Non dimentichiamo mai che Dio è sempre presente. «Solo così persevereremo senza cadere, se terremo sempre in mente che ci è vicino Dio».

Graduale

Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut formarétur terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

ALLELUJA

Allelúja, allelúja Ps CXIII: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro. Allelúja.
[Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes.
Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum. Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLIX.

“In quel tempo Gesù propose ai suoi discepoli la seguente parabola: Il regno de’ cieli si assomiglia ad un re il quale volle fare i conti co’ suoi servi. E avendo principiato a rivedere la ragione, gli fu presentato uno che gli andava debitore di diecimila talenti. E non avendo costui il modo di pagare, comandò il padrone che fosse venduto lui e sua moglie, e i figliuoli e quanto aveva, e si saldasse il debito. Ma il servo prostrato lo supplicava, con dire: Abbi meco pazienza, e ti soddisferò interamente. Mosso il padrone a pietà di quel servo, lo liberò condonandogli il debito. Ma partito di lì il servo, trovò uno dei suoi conservi, che gli doveva cento denari: e presolo per la gola, lo strozzava, dicendo: Pagami quello che devi. E il conservo, prostrato a’ suoi piedi, lo supplicava, dicendo: Abbi meco pazienza, e io ti soddisferò interamente. Ma quegli non volle, e andò a farlo mettere in prigione fino a tanto che l’avesse soddisfatto. Ma avendo gli altri conservi veduto tal fatto, grandemente se ne attristarono: e andarono e riferirono al padrone tutto quello che era avvenuto. Allora il padrone lo chiamò a sé, e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito, perché ti sei a me raccomandato: non dovevi adunque anche tu aver pietà di un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te? E sdegnato il padrone, lo diede in mano de’ carnefici, per fino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Nella stessa guisa farà con voi il mio Padre celeste, se di cuore non perdonerete ciascheduno al proprio fratello” (Mutth. XVIII, 23-35).

Un atto precipuo della carità del prossimo è il perdono delle offese ricevute e l’amore verso quelli che ci hanno fatto del male. Senza dubbio questo atto riesce assai arduo, ma è pure il più degno del Cristiano, perché lo rende similissimo a Dio. Nessuna cosa è più propria della divina Bontà quanto il perdonare gli oltraggi che le si fanno ed usare pietà ai suoi oltraggiatori. Né contento Iddio di rimirare con occhio di misericordia i suoi offensori, esercita inverso loro tutta la sua beneficenza al pari dei giusti. Fa che nasca il sole a benefizio dei buoni e dei cattivi e agli uni e agli altri dispensi i suoi benefici influssi. Fa che cadano piogge salubri e sopra gl’innocenti e sopra i rei, e che tanto per questi quanto per quelli sia feconda la terra di messi, di biade, di uva, di frutta, di erbe, di animali e di ogni bene. Ora questa bontà immensa di Dio nel perdonare e far del bene a’ suoi offensori, e l’obbligo gravissimo, che noi abbiamo di imitarlo anche in questo, è ciò che ci mette innanzi il Vangelo di questa domenica con una bellissima parabola di nostro Signor Gesù Cristo.

1. In quel tempo Gesù propose a’ suoi discepoli la seguente parabola: Il regno dei cieli si assomiglia ad un re, il quale volle fare i conti co’ suoi servi. E avendo principiato a riveder la ragione, gli fu presentato uno che gli andava debitore di diecimila talenti. E non avendo costui il modo di pagare, comandò il padrone che fosse venduto lui, e sua moglie e i figliuoli, e quanto aveva, e si saldasse il debito. Ed anzitutto chi è questo re, di cui qui si tratta? Il re è Gesù Cristo. Di Lui fu scritto, che è stato costituito re di Sionne (Ps. II, VI) e che Egli è il Re dei re ed il Signore dei dominanti (Apo. XIX, 16). Ed i servitori chi sono? Tutti gli uomini. Essi appartengono a Gesù per il diritto di creazione, e per quello di redenzione. Tutti gli uomini adunque sono posti sopra di questa terra per servire l’universale padrone, Gesù Cristo, il quale un giorno, come il re del Vangelo, ci farà render conto di tutto al tremendo suo tribunale. Quel formidabile conto, sarà d’uopo renderlo due volte. Primieramente nel giudizio particolare. Da sola con Dio l’anima vien esaminata nel modo più preciso, più particolareggiato. Le grazie che ha ricevuto, le colpe che ha commesso, il bene che ha fatto, le negligenze a cui ha potuto abbandonarsi, i peccati che ha fatto commettere, tutto ciò verrà ricordato al tribunale del Signore. Ed infine sui fumanti avanzi dell’universo ridotto in cenere, quel giudizio particolare di ciascun’anima si riprodurrà alla presenza di tutte le generazioni riunite e di tutto il cielo, col più formidabile apparato. Or bene, o miei cari, a queste verità ci pensiamo noi? Oh! come dovremmo ricordar sovente i severi giudizi di un Dio terribile ed imprimere nell’anima questo salutare terrore ch’è il principio della sapienza.Questo timore salutare ci farebbe rientrare in noi stessi; con maggior cura esamineremmo il nostro cuore, cercheremmo con più di coraggio di vincerci, riformarci, correggere laide miserie, tante imperfezioni che ci allontanano dal Signore, fors’anche tanti gravi peccati che compromettono la nostra eterna salute. Ah! il peccato mortale, ecco ciò che bisogna evitare ad ogni costo, perciocché è il peccato mortale quello che ci rende debitori! Volete voi conoscere l’immensità del debito contratto dal peccatore? -Rammentate per poco la grandezza e la bontà dell’offeso, la viltà del reo, le indegne ragioni che hanno inspirato la colpa, le circostanze aggravanti che l’hanno accompagnata, e ne capirete qualche cosa. E primieramente chi è l’offeso? Dio, il quale è anzi tutto il più grande, il più perfetto, il più potente di tutti gli esseri e poi per riguardo al peccato medesimo il più insigne dei benefattori. Imperocché allorquando un Cristiano col peccare tratta sì iniquamente con Dio, ha ricevuto da Lui qualche torto, qualche mala grazia, per cui ritengasi offeso, ed abbia motivo di vendicarsi? Tutt’altro. Egli è anzi una creatura piena, colma di benefizi, di favori segnalatissimi ricevuti da Dio. Tutto quello che è, tutto quello che ha e che può avere, tutto è dono di Dio. Iddio l’ha cavato dal nulla, Iddio gli ha data la vita, Iddio lo conserva, lo provvede, lo mantiene di continuo. La terra che lo sostiene, l’aria che respira, il sole che lo illumina, la casa che lo alloggia, le campagne che gli fruttano, le bestie che lo servono, sono tutto dono di Dio. Sono infinite, si può dire, le grazie ed i favori che questo miserabile ha ricevuto, e riceve continuamente da questo benefattore sovrano, tanto nell’ordine naturale che nel soprannaturale, tanto per il corpo quanto per l’anima. Iddio per amore e salvezza di lui ha sacrificato perfino il suo unico benedetto Figliuolo, l’ha con privilegio specialissimo chiamato alla sua fede, ammesso nel grembo della sua Chiesa, fatto partecipe dei suoi Sacramenti, provveduto di innumerabili mezzi per conseguire quel bel Paradiso, dove ha preparata per lui una gloria influita, una beatitudine eterna. Ed è contro questo Dio così grande e così benefico che se la prende il peccatore. E questo peccatore chi è mai? Una miserabile creatura, che non può niente, un cieco che nulla vede, un povero che non ha nulla, un po’ di polvere, un verme della terra. Sì, è questo nulla che ha l’ardire di irritare col peccato quel Dio, alla cui presenza trema il cielo, la terra, e l’inferno. E per quale motivo ardisce di irritarlo? Chi commette un peccato mortale lo commette per lo cose più vili ed infami, che preferisce a Dio. Egli stima, ama e mette innanzi Dio un qualche bene vilissimo nel suo essere, brevissimo nel suo durare, meschinissimo nella contentezza che arreca. Il profeta Osea rappresenta il peccatore con una bilancia iniquissima in mano. In questa pone da una parte Iddio e la sua santa grazia, e dall’altra un piacere da nulla, una miserabile soddisfazione, e dopo aver pesato giudica e decide che quello sfogo della sua rea passione vale più che Iddio, e a questo sfogo si appiglia rigettando la grazia di Dio. E dov’è ch’egli commette una tale enormità? Tale colpa è commessa al cospetto di Dio medesimo, poiché il Signore riempie tutto l’universo con la sua immensità. Diceva il profeta David: « Se io ascendo in cielo, ivi siete Voi, o mio Dio; se io discendo nell’inferno, colà io vi trovo; se io mettessi l’ali a guisa di uccello e volassi al di là dei mari più remoti, anche là la vostra mano mi fermerebbe. No, niuna cosa può sottrarmi da Voi. Forse le tenebre mi terranno nascosto dalla vostra faccia! Forse l’oscurità della notte potrà nascondermi dal vostro cospetto, sicché io possa darmi ai piaceri? Ma no, perciocché le tenebre d’innanzi a Voi non hanno oscurità: e la notte risplende come il mezzogiorno. » Cosicché in qualunque luogo ci troviamo, qualunque sia il paese che noi abitiamo, nella profondità della terra, come sulla sommità de’ monti, insieme alle più dense tenebre del pari che nella chiarezza del giorno più luminoso, sempre e dovunque, l’uomo sta a faccia a faccia con Dio; e quando l’uomo si abbandona al peccato, sforza in certo modo il Signore ad esser testimonio delle sue iniquità e de’ suoi delitti. Finalmente di quali strumenti si serve l’uomo per offendere Iddio? Egli si serve dei doni stessi e dei benefici da Lui ricevuti con tanta generosità, convertendoli come in tante acutissime frecce con cui trafiggere il suo medesimo benefattore. Questo è proprio il colmo e l’ultimo estremo dell’ingratitudine e della perfidia. A tale inaudito eccesso arriva il peccatore con Dio. Adopera la sanità, la bellezza, la roba, il talento, gli occhi, la lingua, le mani, le forze, o qualsiasi altro bene creato, doni tutti e benefizi di Dio! Ecco il debito enorme che il peccatore contrae con Dio! E non solo contrae questo debito, ma cade ancora nella più spaventosa miseria, imperciocché come l’assassino non si contenta di ammazzare sulla strada il viandante, ma lo spoglia ancora e lo svaligia, togliendogli quanto di bello e di buono trova in dosso a quell’infelice, così fa pure il peccato, che rapisce all’anima tutti i tesori e tutte le ricchezze che ella possiede, vale a dire i meriti preziosissimi che con tanto stento si aveva guadagnati con le buone opere e con l’esercizio delle virtù. Così che è con tutta ragione che del peccatore si può dire come del servo del Vangelo: Cum autem non haberet unde redderet: non ha il modo di pagare. Ed è perciò ancora che esso merita di essere venduto ed abbandonato al demonio, esecutore terribile della giustizia di Dio.

2. Tuttavia, o miei cari, per quanto grande ed insolvibile sia il nostro debito, è infinitamente maggiore la misericordia di Dio, purché noi imitiamo la condotta del servo evangelico. Difatti… Questo servo, dice Gesù Cristo, prostrato supplicava il padrone con dire: Abbi pazienza e ti soddisferò interamente. Ed il padrone mosso a pietà di lui, lo liberò condonandogli il debito. Dal che si vede, dice S. Giovanni Grisostomo, che non era stato per sentimento di crudeltà, che quel re dapprima aveva dato ordine che il suo servo debitore fosse castigato, ma era stato invece per sentimento d’una grande carità e d’una eccessiva tenerezza; imperciocché voleva che quel servo fosse colpito dal terrore di quella minaccia, e che indi avesse ricorso alla preghiera per arrestare quella rigorosa sentenza ed impedirne l’esecuzione. Or ecco appunto la condotta di un Dio, pieno di misericordia e di amore per noi. Prima di colpire, fa intendere le sue terribili minacce, e sveglia nel cuore del peccatore la voce del timore e del rimorso, lo avverte dei castighi che lo aspettano, e così gli ispira il pensiero di far di tutto affine di evitarli. E se il peccatore, assecondando le divine ispirazioni, si getta pentito ai piedi di Gesù Cristo nel Sacramento della penitenza, e sinceramente lo supplica di perdonargli, Iddio si muove subito a misericordia, e gli accorda il perdono richiesto per quanto grandi e numerosi siano i peccati commessi; poiché egli protesta che non può rigettare un cuore umiliato e contrito. Questo apparisce da molti esempi della sacra Scrittura. Il profeta Giona da parte di Dio intima ai Niniviti, che in pena delle loro iniquità essi quanto prima saranno sterminati, e la loro città distrutta. Ma che? I Niniviti, spaventati a tali minacce, si umiliano, piangono i loro peccati, si pentono di vero cuore e fan penitenza; e Iddio placato li risparmia, concede loro il perdono, ed usa misericordia. La Maddalena è una pubblica peccatrice scandalosissima. Umiliata e pentita si getta ai piedi di Gesù, e piange amaramente. Gesù legge nel cuore di lei, conosce che le sue lagrime sono sincere, e subito le accorda il perdono. Uno dei due ladroni crocifissi sul Calvario, tutto umiliato e compunto, si raccomanda a Gesù Cristo; ed Egli che lo vede pentito di vero cuore de’ suoi misfatti, gli garantisce che ancora quel giorno sarebbe con Lui in paradiso. Ecco la infinita misericordia di Dio e la gran potenza ed efficacia del pentimento! Beati noi se giungiamo a concepirlo nel nostro cuore! Fossimo stati anche i più grandi peccatori del mondo, potremo con gran fiducia attendere il perdono. Mescolando noi le nostre preghiere e le lagrime del nostro cuore al Sangue adorabile di Gesù Cristo, questo divin Sangue ci viene applicato e ci purifica da ogni peccato, restiamo insomma perdonati di ogni debito. – Ecco adunque perché i Santi, riconoscendo a fondo la condiziono imposta da Dio alla sua misericordia, non cessavano in tutta la vita di piangere le loro colpe e di supplicare Iddio a volerle loro perdonare. S. Pietro, dopo aver negato con falso giuramento di conoscere Gesù Cristo, pianse amaramente, e continuò poi a piangere tutta la vita per modo, che le lagrime copiose, che’ scorrevano sulle sue guance, vi avevano formati due solchi. San Girolamo dice di se stesso: Sempre pianti! sempre sospiri e singhiozzi! E dopo che ho a lungo sospirato e pianto, il mio cuore sembra elevarsi alle regioni degli spiriti beati. Sant’Agostino scrisse un libro intitolato Confessioni, dal quale apparisce con quanta amarezza e perseveranza piangesse i peccati della sua gioventù, e pregasse Iddio. Quando fu presso a morire recitò ancora i sette salmi penitenziali, ed esortò alla penitenza quelli che lo circondavano. La penitente Taide si chiuse in una angusta cella, vivendo scarsamente a pane ed acqua; e per tre anni continui umiliatæ lagrimosa, con grande compunzione di cuore ripeteva queste parole: O Tu, che m’hai creata, abbi pietà di me; riputandosi indegna di far altra orazione dopo i gravi peccati che aveva commessi. S. Luigi Gonzaga, ancor fanciullino, prese un giorno di nascosto ai soldati di suo padre un po’ di polvere da cannone, e altra volta ascoltò dalla loro bocca alcune parolacce inconvenienti, e le ripeté senza capirne neppure il significato. Divenuto un po’ grandicello, e riconosciuti questi suoi falli, ne concepì sì vivo dolore, che quando la prima volta si presentò al sacerdote per confessarsi, cadde tramortito ai piedi di lui per l’intensità del pentimento. Quei due sì leggeri mancamenti poi gli furono oggetto di gravissimo rammarico per tutta la vita, e non finiva mai di chiederne a Dio perdono con dirottissime lagrime, e di espiarli con le più aspre penitenze. Così facevano i Santi, e con grande vantaggio delle loro anime, e così procuriamo di fare ancor noi, affinché il Signore mosso a nostra compassione perdoni anche a noi ogni nostro debito.

3. Se non che, se Iddio è così facile ad usare misericordia con noi, Egli vuole altresì che noi siamo facili ad usarla verso gli altri. Di questo Egli ci fa una legge assoluta, con la minaccia di non perdonare a noi se noi non perdoniamo agli altri. Ce lo fa intendere chiaramente col resto della parabola: Ma quel servo uscito appena dal suo padrone, trovò uno de1 suoi conservi, che gli doveva cento danari; e presolo per la gola, lo strozzava, dicendo: Pagami quello che devi. E il conservo prostrato a’ suoi piedi, lo supplicava, dicendo: Abbi meco pazienza, e io ti soddisferò interamente. Ma quegli non volle, e andò a farlo mettere in prigione fino a tanto che l’avesse soddisfatto. Ma avendo gli altri conservi veduto tal fatto, grandemente se ne attristarono; e andarono e riferirono al padrone tutto quello che era avvenuto. Allora il padrone lo chiamò a sé, e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito, perché ti sei a me raccomandato: non dovevi adunque anche tu aver pietà d’un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te? E sdegnato, lo diede in mano dei carnefici, per fino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Terminava poi il Salvatore dicendo: Nella stessa guisa farà con voi il mio Padre celeste, se di cuore non perdonerete ciascheduno al proprio fratello. – Ecco adunque la condizione indispensabile ad essere perdonati da Dio dei nostri peccati: dobbiamo ancor noi perdonare agli altri. Procuriamo pertanto di essere esatti nel praticarla. Non sia mai che conserviamo astio nel cuore verso alcuno che ci abbia offesi, ma generosamente perdoniamo qualsiasi ingiuria ci sia stata fatta, pensando che per quanto grave essa sia, non sarà tuttavia mai così grave come quelle che noi abbiamo fatte a Dio. Ma più ancora che il timore di non essere perdonati noi, ci muova a perdonare agli altri l’amore e l’esempio ammirabile del divin Redentore. Gesù Cristo vivendo sopra di questa terra si fece una gloria di perdonare sempre tutte le ingiurie che gli vennero fatte da’ suoi nemici. Osservate infatti. Egli è attorniato da ogni parte di nemici invidiosi delle sue glorie: alcuni screditano i suoi miracoli come prestigi infernali, altri tacciano le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, altri lo calunniano come uomo ambizioso, avido di farsi re, altri lo perseguitano con le pietre alla mano, altri tentano di precipitarlo dall’erta cima di un monte: e con tutto ciò Gesù Cristo soffre e perdona. Tratta con un affetto ineffabile Giuda nell’atto stesso che lo tradisce, riattacca l’orecchio a Malco che si è fatto incontro per catturarlo; dà un’occhiata di compassione a Pietro, che lo ha negato, ed infine sopra della croce prega il suo Divin Padre a perdonare i suoi crocifissori e li scusa del loro esecrando eccesso. Oh se siamo Cristiani, vale a dire veri seguaci di Gesù Cristo, ci deve colpire un sì ammirabile esempio e ci deve animare a praticare esattamente ancor noi la legge del perdono. Animo adunque, esaminiamo la nostra coscienza, e se vi troviamo qualche risentimento, qualche rancore, qualche odio facciamone tosto sacrifizio ai piedi della croce di Gesù Cristo. Disponiamoci a stendere amichevole la mano ed a rivolgere affettuose parole a chi ci avesse offesi. Allora non dovremo avere più alcun timore quando recitiamo nel Pater Noster quelle parole: Rimetti a noi i nostri debiti, siccome noi li rimettiamo ai nostri debitori; anzi noi le ripeteremo con grande confidenza e certezza, che avendo noi perdonato agli altri, Iddio pietoso perdonerà anche a noi.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit. [Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta

Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui. [Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericodia restituire a noi la salvezza.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus. [L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.
[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro].

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Per l’ordinario:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.