DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXI DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Esth. XIII: 9; 10-11
In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, cœlum et terram et univérsa, quæ cœli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.
[Beati gli uomini di condotta íntegra: che procedono secondo la legge del Signore.]

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est, qui possit resístere voluntáti tuæ: tu enim fecísti ómnia, coelum et terram et univérsa, quæ coeli ámbitu continéntur: Dominus universórum tu es. [Nel tuo dominio, o Signore, sono tutte le cose, e non vi è chi possa resistere al tuo volere: Tu facesti tutto, il cielo, la terra e tutto quello che è contenuto nel giro dei cieli: Tu sei il Signore di tutte le cose.]

Oratio

Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.
[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Lectio

Lectio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes VI: 10-17
Fratres: Confortámini in Dómino et in poténtia virtútis ejus.
Indúite vos armatúram Dei, ut póssitis stare advérsus insídias diáboli. Quóniam non est nobis colluctátio advérsus carnem et sánguinem: sed advérsus príncipes et potestátes, advérsus mundi rectóres tenebrárum harum, contra spirituália nequítiæ, in cœléstibus. Proptérea accípite armatúram Dei, ut póssitis resístere in die malo et in ómnibus perfécti stare. State ergo succíncti lumbos vestros in veritáte, et indúti lorícam justítiæ, et calceáti pedes in præparatióne Evangélii pacis: in ómnibus suméntes scutum fídei, in quo póssitis ómnia tela nequíssimi ígnea exstínguere: et gáleam salútis assúmite: et gládium spíritus, quod est verbum Dei.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LE PASSIONI.

Fratelli: Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù. Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. Poiché non abbiamo da lottare contro la carne e il sangue; ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male delle regioni celesti. Perciò prendete l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo, e, superando tutto, star saldi. State, dunque, saldi, cinti i lombi con la verità, e vestiti con la corazza della giustizia, calzati i piedi di prontezza per il vangelo di pace. Sopra tutto prendete lo scudo della fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno: e prendete l’elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè parola di Dio”. (Ef. VI, 10-17).

L’Apostolo, riepilogando la sua lettera agli Efesini, viene a parlare della lotta spirituale che devono sostenere contro il demonio. Non è un nemico comune; è un nemico invisibile, e che attacca con insidie. Un motivo di più per armarsi fortemente e star in guardia chi non vuol essere sorpreso e vinto. Le armi non mancano. Come il soldato ha le sue armi per difendersi contro i nemici corporali; così il Cristiano ha le sue armi per difendersi contro i nemici spirituali. Son soprattutto le armi che ci porge la fede. Tutti dobbiamo combattere la nostra battaglia spirituale fin che siamo su questa terra. La lotta contro le passioni, delle quali il demonio si serve per trarci al suo servaggio, è una lotta continua che noi potremo superare,

1. Fortificandoci nel Signore,

2. Stando sempre preparati,

3. Usando le armi che ci porge la fede.

1.

Cercate la forza nel Signore e nella sua potente virtù.

Noi possiamo essere eccellentemente istruiti nella legge del Signore, e con tutto questo non conseguire la vita eterna, data la nostra incapacità a praticare da soli, senza l’aiuto di Dio, quanto dalla legge del Signore è prescritto. Il demonio, che cerca di impedirci il conseguimento della nostra beatitudine eterna, è un nemico che conosce tutte le arti, tutte le astuzie, tutte le insidie. Bisogna che ci affidiamo a chi può rendere vane tutte le arti del demonio, bisogna che ci affidiamo al Signore, cercando la forza in Lui. – Se noi potessimo resistere al demonio con le sole nostre forze, sarebbe inutile rivolgerci ogni giorno al Signore con la preghiera che egli stesso ci ha insegnato: «Non c’indurre nella tentazione», cioè, come spiega Sant’Agostino, «non permettete che, sottraendoci voi il vostro aiuto, noi cadiamo in essa» (Lett. 157, 5).Noi possiamo fare tutti i proponimenti immaginabili, ma, senza l’aiuto che vien dall’alto, non riusciremo a metterne in pratica alcuno. S. Pietro protesta a Gesù: «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». E lo stesso dicevan tutti gli altri. Qualche ora dopo, al momento della cattura di Gesù «tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e fuggirono». S. Pietro, poi, arriva «a imprecare e a giurare di non conoscere Gesù » (Marc. XIV, 31, 50, 71). Poveri proponimenti degli uomini, se non sono avvalorati da Dio. Una nave senza timone e senza timoniere tra cavalloni che s’innalzano, e nulla più, è l’uomo che conta sulle sole proprie forze. Ma se di fianco a noi c’è Dio, tutto il potere dei nemici dell’anima nostra si infrange contro la volontà di Lui. «Alla tua volontà — dice Mardocheo rivolto al Signore — tutte le cose sono sottomesse, e non c’è chi possa resistere alla tua volontà» (Est. XIII, 9). Anche il demonio è sottomesso alla volontà di Dio, e le sue astuzie e le sue insidie non possono passare oltre il confine da Lui segnato. – Se tu sei posto sotto la tutela di Dio, sfuggirai i lacci che il nemico tende per farti cadere, sarai liberato dalle insidie che il demonio prepara attorno a te per uccidere l’anima tua. «Procederai sopra aspidi e basilischi, e calpesterai leoni e draghi» (Ps. XC, 13), come dice il salmista. Egli, che può renderti innocui gli animali più feroci e velenosi, al punto che tu potresti passare incolume sul loro capo, può liberarti anche dagli assalti delle passioni, che cercano farti loro preda, può rendere innocuo il serpente infernale che non cessa un momento dal tentativo di avvelenare, con il suo alito pestifero, le anime redente. «Quegli che un giorno ha vinto la morte per noi, vince sempre in noi» (S. Cipriano: Epist. 8, 3. ad Mart. et Conf.).

2.

L’Apostolo, dopo averci indicato il primo mezzo, mezzo assolutamente indispensabile, per vincere gli assalti del demonio e delle passioni- il ricorso a Dio – passa a parlare degli altri mezzi spirituali, che egli paragona alle parti dell’armatura del soldato romano. Rivestitevi dell’armatura di Dio. Armatevi da capo a piedi delle armi spirituali, affinché non siate presi all’improvviso dagli assalti del nemico. – I colpi improvvisi, se ben preparati, sono quelli che riescono meglio. I posti militari, presi all’improvviso dagli assalti di schiere ben guidate, finiscono quasi sempre col venire abbandonati dai difensori. Se non vogliamo venir travolti da qualche assalto, che le passioni ci facciano di sorpresa, bisogna stare continuamente all’erta, essere sempre pronti a respingere il primo attacco. In guerra si contrappone arma ad arma, sistema a sistema. Sistema del demonio è non dormire mai per poter cogliere il momento più propizio di muovere all’assalto. Sistema di difesa è quello di non lasciarsi cogliere nel sonno. Perciò S. Pietro, parlando appunto del demonio, che non si prende un momento solo di requie, esorta: «State raccolti, vigilate» (I Piet.: V, 8). Se ci dimentichiamo che le tentazioni possono svegliarsi quando meno lo pensiamo, verremo colti certamente di sorpresa; ci troveremo come disorientati, e difficilmente resisteremo. Non bisogna meravigliarsi di nessun assalto. Furono tentati santi e sante di ogni età e condizione; non vorremo aver la pretesa d’esser solamente noi a sfuggire agli assalti delle passioni. Se ci meravigliamo, e, conseguentemente, ci turbiamo, le passioni non tarderanno a scuoterci, e a farci perdere terreno. Forti e sereni nella fiducia in Dio non titubiamo un momento, non cediamo in nulla. Se tu non rintuzzi con energia i primi attacchi, la passione diventerà più gagliarda, e a te verran meno a poco a poco le forze per resistere. In breve ti troverai lontano da Dio e assoggettato a satana, del quale prima avevi tanto orrore. Guardati dal primo errore. E primo errore, seguito da altri più gravi, è appunto il non combattere con energia e risolutezza la tentazione ai primi assalti. – Non bisogna neppur meravigliarsi se si risvegliano passioni che si credevano assopite. «Credetemi — dice S. Bernardo — tagliate, rigermogliano; scacciate, ritornano; estinte, si riaccendono; sopite si risvegliano… In tale cimento si può consigliar una cosa sola: osservare attentamente, e con pronta severità tagliare il capo delle rinascenti passioni appena spuntano» (In Cant. Cant. Serm. 58, 10). Stiam sempre preparati anche nei momenti di tregua, «poiché — osserva il Crisostomo — chi non si preoccupa di combattimento durante la pace, in tempo di combattimento sarà terribile » (In Ep. 1 ad Tess. Hom. 3, 4).

3.

Soprattutto prendete lo scudo della fede.

Lo scudo della fede, con cui S. Paolo vuole che ci armiamo nel combattimento spirituale, è difesa efficacissima contro gli assalti delle passioni di qualunque genere. La fede p. e. insegna che i Cristiani sono «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ephes. II, 19). La loro vita deve, necessariamente, essere una vita di santità, che ha nulla a che fare con la vita di coloro che vivono lontani dal Signore. Il Cristiano, entrando con il Battesimo a far parte della famiglia di Dio, «l’ha fatta finita con il peccato per non servire alle umane passioni, ma alla volontà di Dio quel tempo che gli resta a vivere nella carne. (I Piet. IV, 2). Se nel momento della tentazione il Cristiano si ricordasse della sua dignità, degli obblighi che essa importa, della rinuncia fatta al peccato, non resterebbe facilmente vittima delle arti dello spirito maligno. – Il Beato Giuseppe Chang, martire cinese, viene esortato dai suoi nipoti a rinnegare la fede cattolica. Per smuoverlo dalla sua fermezza gli offrono una rilevante somma di danaro. «Ti offriamo mille taels d’argento — gli dicono — affinché possa vivere onestamente gli anni che ti restano». — «Perché, rispose il martire, accetterò io questo danaro? Che vantaggio me ne viene?» (C. Salotti: “I nuovi martiri annamiti e cinesi”. Roma, 1909). È la domanda che dovrebbe farsi ciascuno, quando si sente lusingare dalle passioni: Che vantaggio me ne viene? Il piacere che se ne spera è più immaginario che reale. Nulla è più certo delle pene che i piaceri ci fanno soffrire, e nulla è più incostante e misero del godimento che ci fanno sperare. Così potrebbe rispondere l’esperienza. La fede aggiunge un’altra risposta: Il vantaggio che ne avrai sono gli eterni tormenti. E «Chi di voi potrà abitare con un fuoco divoratore? Chi di voi abiterà tra gli ardori sempiterni?» (Isa. XXXIII, 14). – La fede c’insegna che Dio è dappertutto. Nessuno può dire: Mi nasconderò all’occhio di Dio, ed egli non conoscerà le mie opere. «Gli occhi di Dio sono molto più luminosi del sole; sorvegliano d’intorno tutte le vie degli uomini e la profondità degli abissi e penetrano nel cuor dell’uomo fino nei luoghi più riposti» (Eccli. XXIII, 28). Gli occhi di Dio vedono e contemplano il tuo contegno nella lotta contro le passioni, e intanto le sue mani intessono per te una corona… se sarai costante. In parecchi monumenti che si innalzano in memoria dei caduti in guerra è rappresentata la vittoria in atto di porgere la corona, o altro simbolo di gloria, a coloro che hanno lottato fino al trionfo. La corona che Dio prepara a quei che vincono nelle lotte spirituali val ben di più che un semplice simbolo. Dio, con la sua presenza, incoraggia chi lotta additandogli la corona del paradiso: «Al vincitore io darò la manna nascosta», (Apoc. II, 17) cioè il cibo dell’eterna beatitudine. Non dimentichiamo mai che Dio è sempre presente. «Solo così persevereremo senza cadere, se terremo sempre in mente che ci è vicino Dio».

Graduale

Ps LXXXIX: 1-2
Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie.
V. Priúsquam montes fíerent aut formarétur terra et orbis: a saeculo et usque in sæculum tu es, Deus.

[O Signore, Tu sei il nostro rifugio: di generazione in generazione.
V. Prima che i monti fossero, o che si formasse il mondo e la terra: da tutta l’eternità e sino alla fine]

ALLELUJA

Allelúja, allelúja Ps CXIII: 1
In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro. Allelúja.
[Quando Israele uscí dall’Egitto, e la casa di Giacobbe dal popolo straniero. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 23-35
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Assimilátum est regnum cœlórum hómini regi, qui vóluit ratiónem pónere cum servis suis. Et cum cœpísset ratiónem pónere, oblátus est ei unus, qui debébat ei decem mília talénta. Cum autem non habéret, unde rédderet, jussit eum dóminus ejus venúmdari et uxórem ejus et fílios et ómnia, quæ habébat, et reddi. Prócidens autem servus ille, orábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Misértus autem dóminus servi illíus, dimísit eum et débitum dimísit ei. Egréssus autem servus ille, invénit unum de consérvis suis, qui debébat ei centum denários: et tenens suffocábat eum, dicens: Redde, quod debes.
Et prócidens consérvus ejus, rogábat eum, dicens: Patiéntiam habe in me, et ómnia reddam tibi. Ille autem nóluit: sed ábiit, et misit eum in cárcerem, donec rédderet débitum. Vidéntes autem consérvi ejus, quæ fiébant, contristáti sunt valde: et venérunt et narravérunt dómino suo ómnia, quæ facta fúerant. Tunc vocávit illum dóminus suus: et ait illi: Serve nequam, omne débitum dimísi tibi, quóniam rogásti me: nonne ergo opórtuit et te miseréri consérvi tui, sicut et ego tui misértus sum? Et irátus dóminus ejus, trádidit eum tortóribus, quoadúsque rédderet univérsum débitum. Sic et Pater meus cœléstis fáciet vobis, si non remiséritis unusquísque fratri suo de córdibus vestris.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLIX.

“In quel tempo Gesù propose ai suoi discepoli la seguente parabola: Il regno de’ cieli si assomiglia ad un re il quale volle fare i conti co’ suoi servi. E avendo principiato a rivedere la ragione, gli fu presentato uno che gli andava debitore di diecimila talenti. E non avendo costui il modo di pagare, comandò il padrone che fosse venduto lui e sua moglie, e i figliuoli e quanto aveva, e si saldasse il debito. Ma il servo prostrato lo supplicava, con dire: Abbi meco pazienza, e ti soddisferò interamente. Mosso il padrone a pietà di quel servo, lo liberò condonandogli il debito. Ma partito di lì il servo, trovò uno dei suoi conservi, che gli doveva cento denari: e presolo per la gola, lo strozzava, dicendo: Pagami quello che devi. E il conservo, prostrato a’ suoi piedi, lo supplicava, dicendo: Abbi meco pazienza, e io ti soddisferò interamente. Ma quegli non volle, e andò a farlo mettere in prigione fino a tanto che l’avesse soddisfatto. Ma avendo gli altri conservi veduto tal fatto, grandemente se ne attristarono: e andarono e riferirono al padrone tutto quello che era avvenuto. Allora il padrone lo chiamò a sé, e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito, perché ti sei a me raccomandato: non dovevi adunque anche tu aver pietà di un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te? E sdegnato il padrone, lo diede in mano de’ carnefici, per fino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Nella stessa guisa farà con voi il mio Padre celeste, se di cuore non perdonerete ciascheduno al proprio fratello” (Mutth. XVIII, 23-35).

Un atto precipuo della carità del prossimo è il perdono delle offese ricevute e l’amore verso quelli che ci hanno fatto del male. Senza dubbio questo atto riesce assai arduo, ma è pure il più degno del Cristiano, perché lo rende similissimo a Dio. Nessuna cosa è più propria della divina Bontà quanto il perdonare gli oltraggi che le si fanno ed usare pietà ai suoi oltraggiatori. Né contento Iddio di rimirare con occhio di misericordia i suoi offensori, esercita inverso loro tutta la sua beneficenza al pari dei giusti. Fa che nasca il sole a benefizio dei buoni e dei cattivi e agli uni e agli altri dispensi i suoi benefici influssi. Fa che cadano piogge salubri e sopra gl’innocenti e sopra i rei, e che tanto per questi quanto per quelli sia feconda la terra di messi, di biade, di uva, di frutta, di erbe, di animali e di ogni bene. Ora questa bontà immensa di Dio nel perdonare e far del bene a’ suoi offensori, e l’obbligo gravissimo, che noi abbiamo di imitarlo anche in questo, è ciò che ci mette innanzi il Vangelo di questa domenica con una bellissima parabola di nostro Signor Gesù Cristo.

1. In quel tempo Gesù propose a’ suoi discepoli la seguente parabola: Il regno dei cieli si assomiglia ad un re, il quale volle fare i conti co’ suoi servi. E avendo principiato a riveder la ragione, gli fu presentato uno che gli andava debitore di diecimila talenti. E non avendo costui il modo di pagare, comandò il padrone che fosse venduto lui, e sua moglie e i figliuoli, e quanto aveva, e si saldasse il debito. Ed anzitutto chi è questo re, di cui qui si tratta? Il re è Gesù Cristo. Di Lui fu scritto, che è stato costituito re di Sionne (Ps. II, VI) e che Egli è il Re dei re ed il Signore dei dominanti (Apo. XIX, 16). Ed i servitori chi sono? Tutti gli uomini. Essi appartengono a Gesù per il diritto di creazione, e per quello di redenzione. Tutti gli uomini adunque sono posti sopra di questa terra per servire l’universale padrone, Gesù Cristo, il quale un giorno, come il re del Vangelo, ci farà render conto di tutto al tremendo suo tribunale. Quel formidabile conto, sarà d’uopo renderlo due volte. Primieramente nel giudizio particolare. Da sola con Dio l’anima vien esaminata nel modo più preciso, più particolareggiato. Le grazie che ha ricevuto, le colpe che ha commesso, il bene che ha fatto, le negligenze a cui ha potuto abbandonarsi, i peccati che ha fatto commettere, tutto ciò verrà ricordato al tribunale del Signore. Ed infine sui fumanti avanzi dell’universo ridotto in cenere, quel giudizio particolare di ciascun’anima si riprodurrà alla presenza di tutte le generazioni riunite e di tutto il cielo, col più formidabile apparato. Or bene, o miei cari, a queste verità ci pensiamo noi? Oh! come dovremmo ricordar sovente i severi giudizi di un Dio terribile ed imprimere nell’anima questo salutare terrore ch’è il principio della sapienza.Questo timore salutare ci farebbe rientrare in noi stessi; con maggior cura esamineremmo il nostro cuore, cercheremmo con più di coraggio di vincerci, riformarci, correggere laide miserie, tante imperfezioni che ci allontanano dal Signore, fors’anche tanti gravi peccati che compromettono la nostra eterna salute. Ah! il peccato mortale, ecco ciò che bisogna evitare ad ogni costo, perciocché è il peccato mortale quello che ci rende debitori! Volete voi conoscere l’immensità del debito contratto dal peccatore? -Rammentate per poco la grandezza e la bontà dell’offeso, la viltà del reo, le indegne ragioni che hanno inspirato la colpa, le circostanze aggravanti che l’hanno accompagnata, e ne capirete qualche cosa. E primieramente chi è l’offeso? Dio, il quale è anzi tutto il più grande, il più perfetto, il più potente di tutti gli esseri e poi per riguardo al peccato medesimo il più insigne dei benefattori. Imperocché allorquando un Cristiano col peccare tratta sì iniquamente con Dio, ha ricevuto da Lui qualche torto, qualche mala grazia, per cui ritengasi offeso, ed abbia motivo di vendicarsi? Tutt’altro. Egli è anzi una creatura piena, colma di benefizi, di favori segnalatissimi ricevuti da Dio. Tutto quello che è, tutto quello che ha e che può avere, tutto è dono di Dio. Iddio l’ha cavato dal nulla, Iddio gli ha data la vita, Iddio lo conserva, lo provvede, lo mantiene di continuo. La terra che lo sostiene, l’aria che respira, il sole che lo illumina, la casa che lo alloggia, le campagne che gli fruttano, le bestie che lo servono, sono tutto dono di Dio. Sono infinite, si può dire, le grazie ed i favori che questo miserabile ha ricevuto, e riceve continuamente da questo benefattore sovrano, tanto nell’ordine naturale che nel soprannaturale, tanto per il corpo quanto per l’anima. Iddio per amore e salvezza di lui ha sacrificato perfino il suo unico benedetto Figliuolo, l’ha con privilegio specialissimo chiamato alla sua fede, ammesso nel grembo della sua Chiesa, fatto partecipe dei suoi Sacramenti, provveduto di innumerabili mezzi per conseguire quel bel Paradiso, dove ha preparata per lui una gloria influita, una beatitudine eterna. Ed è contro questo Dio così grande e così benefico che se la prende il peccatore. E questo peccatore chi è mai? Una miserabile creatura, che non può niente, un cieco che nulla vede, un povero che non ha nulla, un po’ di polvere, un verme della terra. Sì, è questo nulla che ha l’ardire di irritare col peccato quel Dio, alla cui presenza trema il cielo, la terra, e l’inferno. E per quale motivo ardisce di irritarlo? Chi commette un peccato mortale lo commette per lo cose più vili ed infami, che preferisce a Dio. Egli stima, ama e mette innanzi Dio un qualche bene vilissimo nel suo essere, brevissimo nel suo durare, meschinissimo nella contentezza che arreca. Il profeta Osea rappresenta il peccatore con una bilancia iniquissima in mano. In questa pone da una parte Iddio e la sua santa grazia, e dall’altra un piacere da nulla, una miserabile soddisfazione, e dopo aver pesato giudica e decide che quello sfogo della sua rea passione vale più che Iddio, e a questo sfogo si appiglia rigettando la grazia di Dio. E dov’è ch’egli commette una tale enormità? Tale colpa è commessa al cospetto di Dio medesimo, poiché il Signore riempie tutto l’universo con la sua immensità. Diceva il profeta David: « Se io ascendo in cielo, ivi siete Voi, o mio Dio; se io discendo nell’inferno, colà io vi trovo; se io mettessi l’ali a guisa di uccello e volassi al di là dei mari più remoti, anche là la vostra mano mi fermerebbe. No, niuna cosa può sottrarmi da Voi. Forse le tenebre mi terranno nascosto dalla vostra faccia! Forse l’oscurità della notte potrà nascondermi dal vostro cospetto, sicché io possa darmi ai piaceri? Ma no, perciocché le tenebre d’innanzi a Voi non hanno oscurità: e la notte risplende come il mezzogiorno. » Cosicché in qualunque luogo ci troviamo, qualunque sia il paese che noi abitiamo, nella profondità della terra, come sulla sommità de’ monti, insieme alle più dense tenebre del pari che nella chiarezza del giorno più luminoso, sempre e dovunque, l’uomo sta a faccia a faccia con Dio; e quando l’uomo si abbandona al peccato, sforza in certo modo il Signore ad esser testimonio delle sue iniquità e de’ suoi delitti. Finalmente di quali strumenti si serve l’uomo per offendere Iddio? Egli si serve dei doni stessi e dei benefici da Lui ricevuti con tanta generosità, convertendoli come in tante acutissime frecce con cui trafiggere il suo medesimo benefattore. Questo è proprio il colmo e l’ultimo estremo dell’ingratitudine e della perfidia. A tale inaudito eccesso arriva il peccatore con Dio. Adopera la sanità, la bellezza, la roba, il talento, gli occhi, la lingua, le mani, le forze, o qualsiasi altro bene creato, doni tutti e benefizi di Dio! Ecco il debito enorme che il peccatore contrae con Dio! E non solo contrae questo debito, ma cade ancora nella più spaventosa miseria, imperciocché come l’assassino non si contenta di ammazzare sulla strada il viandante, ma lo spoglia ancora e lo svaligia, togliendogli quanto di bello e di buono trova in dosso a quell’infelice, così fa pure il peccato, che rapisce all’anima tutti i tesori e tutte le ricchezze che ella possiede, vale a dire i meriti preziosissimi che con tanto stento si aveva guadagnati con le buone opere e con l’esercizio delle virtù. Così che è con tutta ragione che del peccatore si può dire come del servo del Vangelo: Cum autem non haberet unde redderet: non ha il modo di pagare. Ed è perciò ancora che esso merita di essere venduto ed abbandonato al demonio, esecutore terribile della giustizia di Dio.

2. Tuttavia, o miei cari, per quanto grande ed insolvibile sia il nostro debito, è infinitamente maggiore la misericordia di Dio, purché noi imitiamo la condotta del servo evangelico. Difatti… Questo servo, dice Gesù Cristo, prostrato supplicava il padrone con dire: Abbi pazienza e ti soddisferò interamente. Ed il padrone mosso a pietà di lui, lo liberò condonandogli il debito. Dal che si vede, dice S. Giovanni Grisostomo, che non era stato per sentimento di crudeltà, che quel re dapprima aveva dato ordine che il suo servo debitore fosse castigato, ma era stato invece per sentimento d’una grande carità e d’una eccessiva tenerezza; imperciocché voleva che quel servo fosse colpito dal terrore di quella minaccia, e che indi avesse ricorso alla preghiera per arrestare quella rigorosa sentenza ed impedirne l’esecuzione. Or ecco appunto la condotta di un Dio, pieno di misericordia e di amore per noi. Prima di colpire, fa intendere le sue terribili minacce, e sveglia nel cuore del peccatore la voce del timore e del rimorso, lo avverte dei castighi che lo aspettano, e così gli ispira il pensiero di far di tutto affine di evitarli. E se il peccatore, assecondando le divine ispirazioni, si getta pentito ai piedi di Gesù Cristo nel Sacramento della penitenza, e sinceramente lo supplica di perdonargli, Iddio si muove subito a misericordia, e gli accorda il perdono richiesto per quanto grandi e numerosi siano i peccati commessi; poiché egli protesta che non può rigettare un cuore umiliato e contrito. Questo apparisce da molti esempi della sacra Scrittura. Il profeta Giona da parte di Dio intima ai Niniviti, che in pena delle loro iniquità essi quanto prima saranno sterminati, e la loro città distrutta. Ma che? I Niniviti, spaventati a tali minacce, si umiliano, piangono i loro peccati, si pentono di vero cuore e fan penitenza; e Iddio placato li risparmia, concede loro il perdono, ed usa misericordia. La Maddalena è una pubblica peccatrice scandalosissima. Umiliata e pentita si getta ai piedi di Gesù, e piange amaramente. Gesù legge nel cuore di lei, conosce che le sue lagrime sono sincere, e subito le accorda il perdono. Uno dei due ladroni crocifissi sul Calvario, tutto umiliato e compunto, si raccomanda a Gesù Cristo; ed Egli che lo vede pentito di vero cuore de’ suoi misfatti, gli garantisce che ancora quel giorno sarebbe con Lui in paradiso. Ecco la infinita misericordia di Dio e la gran potenza ed efficacia del pentimento! Beati noi se giungiamo a concepirlo nel nostro cuore! Fossimo stati anche i più grandi peccatori del mondo, potremo con gran fiducia attendere il perdono. Mescolando noi le nostre preghiere e le lagrime del nostro cuore al Sangue adorabile di Gesù Cristo, questo divin Sangue ci viene applicato e ci purifica da ogni peccato, restiamo insomma perdonati di ogni debito. – Ecco adunque perché i Santi, riconoscendo a fondo la condiziono imposta da Dio alla sua misericordia, non cessavano in tutta la vita di piangere le loro colpe e di supplicare Iddio a volerle loro perdonare. S. Pietro, dopo aver negato con falso giuramento di conoscere Gesù Cristo, pianse amaramente, e continuò poi a piangere tutta la vita per modo, che le lagrime copiose, che’ scorrevano sulle sue guance, vi avevano formati due solchi. San Girolamo dice di se stesso: Sempre pianti! sempre sospiri e singhiozzi! E dopo che ho a lungo sospirato e pianto, il mio cuore sembra elevarsi alle regioni degli spiriti beati. Sant’Agostino scrisse un libro intitolato Confessioni, dal quale apparisce con quanta amarezza e perseveranza piangesse i peccati della sua gioventù, e pregasse Iddio. Quando fu presso a morire recitò ancora i sette salmi penitenziali, ed esortò alla penitenza quelli che lo circondavano. La penitente Taide si chiuse in una angusta cella, vivendo scarsamente a pane ed acqua; e per tre anni continui umiliatæ lagrimosa, con grande compunzione di cuore ripeteva queste parole: O Tu, che m’hai creata, abbi pietà di me; riputandosi indegna di far altra orazione dopo i gravi peccati che aveva commessi. S. Luigi Gonzaga, ancor fanciullino, prese un giorno di nascosto ai soldati di suo padre un po’ di polvere da cannone, e altra volta ascoltò dalla loro bocca alcune parolacce inconvenienti, e le ripeté senza capirne neppure il significato. Divenuto un po’ grandicello, e riconosciuti questi suoi falli, ne concepì sì vivo dolore, che quando la prima volta si presentò al sacerdote per confessarsi, cadde tramortito ai piedi di lui per l’intensità del pentimento. Quei due sì leggeri mancamenti poi gli furono oggetto di gravissimo rammarico per tutta la vita, e non finiva mai di chiederne a Dio perdono con dirottissime lagrime, e di espiarli con le più aspre penitenze. Così facevano i Santi, e con grande vantaggio delle loro anime, e così procuriamo di fare ancor noi, affinché il Signore mosso a nostra compassione perdoni anche a noi ogni nostro debito.

3. Se non che, se Iddio è così facile ad usare misericordia con noi, Egli vuole altresì che noi siamo facili ad usarla verso gli altri. Di questo Egli ci fa una legge assoluta, con la minaccia di non perdonare a noi se noi non perdoniamo agli altri. Ce lo fa intendere chiaramente col resto della parabola: Ma quel servo uscito appena dal suo padrone, trovò uno de1 suoi conservi, che gli doveva cento danari; e presolo per la gola, lo strozzava, dicendo: Pagami quello che devi. E il conservo prostrato a’ suoi piedi, lo supplicava, dicendo: Abbi meco pazienza, e io ti soddisferò interamente. Ma quegli non volle, e andò a farlo mettere in prigione fino a tanto che l’avesse soddisfatto. Ma avendo gli altri conservi veduto tal fatto, grandemente se ne attristarono; e andarono e riferirono al padrone tutto quello che era avvenuto. Allora il padrone lo chiamò a sé, e gli disse: Servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito, perché ti sei a me raccomandato: non dovevi adunque anche tu aver pietà d’un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te? E sdegnato, lo diede in mano dei carnefici, per fino a tanto che avesse pagato tutto il debito. Terminava poi il Salvatore dicendo: Nella stessa guisa farà con voi il mio Padre celeste, se di cuore non perdonerete ciascheduno al proprio fratello. – Ecco adunque la condizione indispensabile ad essere perdonati da Dio dei nostri peccati: dobbiamo ancor noi perdonare agli altri. Procuriamo pertanto di essere esatti nel praticarla. Non sia mai che conserviamo astio nel cuore verso alcuno che ci abbia offesi, ma generosamente perdoniamo qualsiasi ingiuria ci sia stata fatta, pensando che per quanto grave essa sia, non sarà tuttavia mai così grave come quelle che noi abbiamo fatte a Dio. Ma più ancora che il timore di non essere perdonati noi, ci muova a perdonare agli altri l’amore e l’esempio ammirabile del divin Redentore. Gesù Cristo vivendo sopra di questa terra si fece una gloria di perdonare sempre tutte le ingiurie che gli vennero fatte da’ suoi nemici. Osservate infatti. Egli è attorniato da ogni parte di nemici invidiosi delle sue glorie: alcuni screditano i suoi miracoli come prestigi infernali, altri tacciano le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, altri lo calunniano come uomo ambizioso, avido di farsi re, altri lo perseguitano con le pietre alla mano, altri tentano di precipitarlo dall’erta cima di un monte: e con tutto ciò Gesù Cristo soffre e perdona. Tratta con un affetto ineffabile Giuda nell’atto stesso che lo tradisce, riattacca l’orecchio a Malco che si è fatto incontro per catturarlo; dà un’occhiata di compassione a Pietro, che lo ha negato, ed infine sopra della croce prega il suo Divin Padre a perdonare i suoi crocifissori e li scusa del loro esecrando eccesso. Oh se siamo Cristiani, vale a dire veri seguaci di Gesù Cristo, ci deve colpire un sì ammirabile esempio e ci deve animare a praticare esattamente ancor noi la legge del perdono. Animo adunque, esaminiamo la nostra coscienza, e se vi troviamo qualche risentimento, qualche rancore, qualche odio facciamone tosto sacrifizio ai piedi della croce di Gesù Cristo. Disponiamoci a stendere amichevole la mano ed a rivolgere affettuose parole a chi ci avesse offesi. Allora non dovremo avere più alcun timore quando recitiamo nel Pater Noster quelle parole: Rimetti a noi i nostri debiti, siccome noi li rimettiamo ai nostri debitori; anzi noi le ripeteremo con grande confidenza e certezza, che avendo noi perdonato agli altri, Iddio pietoso perdonerà anche a noi.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Job I. 1
Vir erat in terra Hus, nómine Job: simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret: et data est ei potéstas a Dómino in facultátes et in carnem ejus: perdidítque omnem substántiam ipsíus et fílios: carnem quoque ejus gravi úlcere vulnerávit. [Vi era, nella terra di Hus, un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio. Satana chiese di tentarlo e dal Signore gli fu dato il potere sui suoi beni e sul suo corpo. Egli perse tutti i suoi beni e i suoi figli, e il suo corpo fu colpito da gravi ulcere.]

Secreta

Suscipe, Dómine, propítius hóstias: quibus et te placári voluísti, et nobis salútem poténti pietáte restítui. [Ricevi, propizio, o Signore, queste offerte con le quali volesti essere placato e con potente misericodia restituire a noi la salvezza.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXVIII: 81; 84; 86
In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi: quando fácies de persequéntibus me judícium? iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus. [L’ànima mia ha sperato nella tua salvezza e nella tua parola: quando farai giustizia di coloro che mi perseguitano? Gli iniqui mi hanno perseguitato, aiutami, o Signore, Dio mio.]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimoniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, quod ore percépimus, pura mente sectémur.
[Ricevuto il cibo dell’immortalità, Ti preghiamo, o Signore, affinché di ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto con animo puro].

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Per l’ordinario:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

MESSE PER I DEFUNTI (2019)

MESSA PER I DEFUNTI (2019)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

4 Esdr II: 34; 2:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV:2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.
[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

Oratio

Orémus.
Fidélium, Deus, ómnium Cónditor et Redémptor: animábus famulórum famularúmque tuárum remissiónem cunctórum tríbue peccatórum; ut indulgéntiam, quam semper optavérunt, piis supplicatiónibus consequántur:
[O Dio, creatore e redentore di tutti i fedeli: concedi alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la remissione di tutti i peccati; affinché, per queste nostre pie suppliche, ottengano l’indulgenza che hanno sempre desiderato:]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV: 51-57
Fratres: Ecce, mystérium vobis dico: Omnes quidem resurgámus, sed non omnes immutábimur. In moménto, in ictu óculi, in novíssima tuba: canet enim tuba, et mórtui resúrgent incorrúpti: et nos immutábimur. Opórtet enim corruptíbile hoc induere incorruptiónem: et mortále hoc indúere immortalitátem. Cum autem mortále hoc indúerit immortalitátem, tunc fiet sermo, qui scriptus est: Absórpta est mors in victória. Ubi est, mors, victória tua? Ubi est, mors, stímulus tuus? Stímulus autem mortis peccátum est: virtus vero peccáti lex. Deo autem grátias, qui dedit nobis victóriam per Dóminum nostrum Jesum Christum.
[Fratelli: Ecco, vi dico un mistero: risorgeremo tutti, ma non tutti saremo cambiati. In un momento, in un batter d’occhi, al suono dell’ultima tromba: essa suonerà e i morti risorgeranno incorrotti: e noi saremo trasformati. Bisogna infatti che questo corruttibile rivesta l’incorruttibilità: e questo mortale rivesta l’immortalità. E quando questo mortale rivestirà l’immortalità, allora sarà ciò che è scritto: La morte è stata assorbita dalla vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Ora, il pungiglione della morte è il peccato: e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci diede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo].

Graduale

4 Esdr II: 34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps CXI: 7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.
 [Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].Tractus.
Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].

Sequentia

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann V: 25-29
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Amen, amen, dico vobis, quia venit hora, et nunc est, quando mórtui áudient vocem Fílii Dei: et qui audíerint, vivent. Sicut enim Pater habet vitam in semetípso, sic dedit et Fílio habére vitam in semetípso: et potestátem dedit ei judícium fácere, quia Fílius hóminis est. Nolíte mirári hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monuméntis sunt, áudient vocem Fílii Dei: et procédent, qui bona fecérunt, in resurrectiónem vitæ: qui vero mala egérunt, in resurrectiónem judícii. [In quel tempo: Gesù disse alle turbe dei Giudei: In verità, in verità vi dico, viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio: e chi l’avrà udita, vivrà. Perché come il Padre ha la vita in sé stesso, così diede al Figlio di avere la vita in se stesso: e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non vi stupite di questo, perché viene l’ora in cui quanti sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio: e ne usciranno, quelli che fecero il bene per una resurrezione di vita: quelli che fecero il male per una resurrezione di condanna].

OMELIA

v.http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/01/i-sermoni-del-curato-dars-2-novembre-commemorazione-dei-fedeli-defunti/

CREDO ….

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Hóstias, quǽsumus, Dómine, quas tibi pro animábus famulórum famularúmque tuárum offérimus, propitiátus inténde: ut, quibus fídei christiánæ méritum contulísti, dones et præmium. [Guarda propizio, Te ne preghiamo, o Signore, queste ostie che Ti offriamo per le ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché, a coloro cui concedesti il merito della fede cristiana, ne dia anche il premio].

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

4 Esdr II:35; II:34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Animábus, quǽsumus, Dómine, famulórum famularúmque tuárum orátio profíciat supplicántium: ut eas et a peccátis ómnibus éxuas, et tuæ redemptiónis fácias esse partícipes:

[Ti preghiamo, o Signore, le nostre supplici preghiere giovino alle ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché Tu le purifichi da ogni colpa e le renda partecipi della tua redenzione:].

Preghiere leonine

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Orinario della Messa.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

SECONDA MESSA

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


4 Esdr II:34; II:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV: 2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.
[l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
Ps LXIV: 2-3
[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis. [l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Oratio

Orémus.
Deus, indulgentiárum Dómine: da animábus famulórum famularúmque tuárum refrigérii sedem, quiétis beatitúdinem et lúminis claritátem.
[ O Dio, Signore di misericordia, accorda alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la dimora della pace, il riposo delle beatitudine e lo splendore della luce].

Lectio

Léctio libri Machabæórum.
2 Mach XII: 43-46
In diébus illis: Vir fortíssimus Judas, facta collatióne, duódecim mília drachmas argénti misit Jerosólymam, offérri pro peccátis mortuórum sacrifícium, bene et religióse de resurrectióne cógitans, nisi enim eos, qui cecíderant, resurrectúros speráret, supérfluum viderétur et vanum oráre pro mórtuis: et quia considerábat, quod hi, qui cum pietáte dormitiónem accéperant, óptimam habérent repósitam grátiam. Sancta ergo et salúbris est cogitátio pro defunctis exoráre, ut a peccátis solvántur.

[In quei giorni: il più valoroso uomo di Giuda, fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato].

Graduale

4 Esdr 2:34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

[L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Ps 111:7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.

[V. Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].

Tractus.

Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].

Sequentia

Dies Iræ …. [V. sopra]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
R. Gloria tibi, Domine!
Joann VI: 37-40
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Omne, quod dat mihi Pater, ad me véniet: et eum, qui venit ad me, non ejíciam foras: quia descéndi de cælo, non ut fáciam voluntátem meam, sed voluntátem ejus, qui misit me. Hæc est autem volúntas ejus, qui misit me, Patris: ut omne, quod dedit mihi, non perdam ex eo, sed resúscitem illud in novíssimo die. Hæc est autem volúntas Patris mei, qui misit me: ut omnis, qui videt Fílium et credit in eum, hábeat vitam ætérnam, et ego resuscitábo eum in novíssimo die.
[In quel tempo: Gesù disse alla moltitudine degli Ebrei: Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno].

Credo…

Offertorium

Orémus
Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, pro animábus famulórum famularúmque tuárum, pro quibus tibi offérimus sacrifícium laudis; ut eas Sanctórum tuórum consórtio sociáre dignéris.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche in favore delle anime dei tuoi servi e delle tue serve, per le quali Ti offriamo questo sacrificio di lode, affinché Tu le accolga nella società dei tuoi Santi..]

Praefatio
Defunctorum

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúlsit, ut, quos contrístat certa moriéndi condício, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tóllitur: et, dissolúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in coelis habitátio comparátur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

 [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. In lui rifulse a noi la speranza della beata risurrezione: e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:]

Communio

4 Esdr II:35-34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, Dómine: ut ánimæ famulórum famularúmque tuárum, his purgátæ sacrifíciis, indulgéntiam páriter et réquiem cápiant sempitérnam.
[Fa’, Te ne preghiamo, o Signore, che le anime dei tuoi servi e delle tue serve, purificate da questo sacrificio, ottengano insieme il perdono ed il riposo eterno].