LA GRAZIA (Note di Teologia Ascetica) -4-

LA GRAZIA – 4 –

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (1)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

§ II. Della parte che ha Gesù nella vita cristiana.

132. Tutta la SS. Trinità ci conferisce quella partecipazione della vita divina che abbiamo descritta. Ma lo fa per riguardo ai meriti e alle soddisfazioni di Gesù Cristo, il quale sotto questo aspetto ha una parte cosi essenziale nella nostra Vita soprannaturale, che questa a buon diritto viene detta vita cristiana. Secondo la dottrina di S. Paolo, Gesù Cristo è il capo dell’umanità rigenerata, come Adamo lo era stato dell’umana stirpe al suo nascere, in guisa però assai più perfetta. Egli coi suoi meriti ci riconquistò il diritto alla grazia e alla gloria; coi suoi esempi ci mostra come dobbiamo vivere per santificarci e meritare il cielo; ma Egli è soprattutto il capo d’un corpo mistico di cui noi siamo le membra: è quindi causa meritoria, esemplare e vitale della nostra santificazione.

I . Gesù causa meritoria della nostra vita spirituale.

133. Quando diciamo che Gesù è causa meritoria della nostra santificazione, prendiamo questa parola nel suo più esteso significato in quanto comprende la soddisfazione e il merito; « Propter nimiam charitatem qua dilexit nos, sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustìficatione in meruit et prò nobis satisfecit ». Logicamente la soddisfazione precede il merito, nel senso che, per ottenere il perdono dei nostri peccati e meritare la grazia, è prima necessario riparare l’offesa fatta a Dio; ma in realtà tutti gli atti liberi di N. Signore erano nello stesso tempo soddisfatorii e meritorii, e avevano tutti un valore morale infinito, come abbiamo detto al n. 78. Non ci resta che trarre da queste verità alcune conclusioni.

A) Non vi sono peccati irremissibili, purché, contriti e umiliati, ne chiediamo umilmente perdono. E questo noi facciamo nel sacro tribunale della penitenza, ove la virtù del sangue di Gesù ci viene applicata per mezzo del ministro di Dio. Questo facciamo pure nel santo sacrificio della Messa, ove Gesù continua ad offrirsi, per le mani del sacerdote, vittima di propiziazione, eccita nell’anima nostra profondi sentimenti di contrizione, ci rende Dio propizio, ci ottiene perdono sempre più pieno dei nostri peccati e una remissione sempre più abbondante della pena che dovremmo subire per espiarli. Possiamo aggiungere che tutti i nostri atti cristiani, uniti ai patimenti di Gesù, hanno un valore soddisfattorio per noi e per le anime per cui li offriamo.

134. B) Gesù ci meritò pure tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguire il nostro fine soprannaturale e coltivare in noi la vita cristiana: « Benedixit nos in omni benedictione spirituali in celestibus in Christo Jesu » (Ephes., I, 3), Dio ci benedisse in Cristo con ogni sorta di benedizioni spirituali: grazie di conversione, grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trar profitto dalle tribolazioni, grazie di consolazione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di nuova conversione, grazia di perseveranza finale, tutto Egli ci meritò; e ci assicura che tutto ciò che chiederemo al Padre in suo nome, vale a dire appoggiandoci sui suoi meriti, ci sarà concesso. Per ispirarci anche maggior fiducia, istituì i Sacramenti, segni visibili che ci conferiscono la grazia in tutte le circostanze più importanti della vita e ci danno diritto a grazie attuali che riceviamo a tempo opportuno.

135. C) Ma fece anche di più; ci diede il potere di sodisfare e di meritare, volendo così associarci a Lui come cause secondarie e far di noi gli artefici della nostra santificazione. Ce ne fa perfino un precetto e condizione essenziale della nostra vita spirituale. S’ei portò la croce, gli è perché anche noi lo seguiamo portando la nostra: « Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam, et sequatur me ». (Matth. XVI, 24). Così l’intesero gli Apostoli: « Se vogliamo partecipare alla sua gloria, dice S. Paolo, dobbiamo anche partecipare ai suoi patimenti, « si tamen compatimur ut et conglorificemur» (Rom. VIII, 17); e S. Pietro aggiunge che se Gesù Cristo patì per noi, lo fece perché noi battiamo le sue orme (I S. Pietr. II, 21). Anzi, le anime generose si sentono stimolate, come S. Paolo, a soffrir lietamente, in unione con Cristo, per il suo corpo mistico che è la Chiesa (Colos. I, 24); a questo modo partecipano all’efficacia redentrice della sua Passione e collaborano come cause seconde alla salute dei fratelli. Oh! quanto questa dottrina è più vera, più nobile, più consolante dell’incredibile affermazione di certi protestanti che hanno il triste coraggio d’affermare che, avendo Gesù Cristo patito sufficientemente per noi, noi non abbiamo che da godere dei frutti della sua redenzione senza berne il calice! Pretendono con ciò di esaltare la pienezza dei meriti di Cristo, mentre in verità è il potere di meritare quello che fa risaltar meglio la pienezza della redenzione. Non è infatti più onorifico per Cristo il manifestare la fecondità delle sue soddisfazioni, associandoci all’opera sua redentrice e rendendoci capaci di collaborarvi, benché in modo secondario, con imitarne gli esempi?

II. Gesù causa esemplare della nostra vita.

136. Gesù non si contentò di meritare per noi, ma volle pur essere la causa esemplare, il modello vivente della nostra vita soprannaturale. Gran bisogno noi avevamo d’un modello di questo genere; perché, per coltivare una vita che è una partecipazione della vita stessa di Dio, dobbiamo avvicinarci quanto più è possibile alla vita divina. Ora, osserva S. Agostino, gli uomini che avevamo sotto gli occhi erano così imperfetti da non poterci servire da modelli, e Dio, che è la santità stessa, sembrava troppo distante. E allora l’eterno Figlio di Dio, viva sua immagine, si fa uomo e ci mostra coi suoi esempi come si può sulla terra avvicinarci alla perfezione divina. Figlio di Dio e figlio dell’ uomo, visse una vita veramente deiforme e poté dire « qui videt me, videt et Patrem » (Joan XIV, 9) chi vede me, vede anche il Padre mio. Avendo manifestato nelle sue azioni la santità divina, poté proporci come possibile l’imitazione delle divine perfezioni: « Estote igitur perfecti sicut et Patervester cœlestis perfectus est » (Matth. V, 48). Ecco perché il Padre ce lo propone come modello: nel Battesimo e nella Trasfigurazione, apparendo ai discepoli dice loro parlando del Figlio: « Hic est filius meus in quo mihi bene compiacui» (Matth. III, 17): ecco il mio Figlio nel qualemi sono compiaciuto. Se trova in Lui tutte le sue compiacenze, Ei vuole dunque che noi l’imitiamo. Anche Nostro Signore ci dice con tutta sicurezza: « Ego sum via… nemo venit ad Patrem nisi per me… Discite a me quia mitis sum et humilis corde… Exemplum enim dedi vobis ut quemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis(Joan XIV, 6). E che cos’è in sostanza il Vangelo se non il racconto della vita, della passione e morte e risurrezione di Nostro Signore, onde proporlo alla nostra imitazione? « cœpit facere et docere» (Act. I, 1).Che cos’è il Cristianesimo se non l’imitazione di Gesù Cristo? tanto che S. Paolo compendierà tutti i doveri Cristiani in quello d’imitare Nostro Signore: « Imitatores mei estote sicut et ego Christi» (I Cor. IV, cfr. XI, 1). Vediamo dunque quali sono le qualità di questo modello.

137. a) Gesù è un modello perfetto; anche per confessione di coloro che non credono alla sua divinità, Egli è il tipo più compito di virtù che sia mai comparso sulla terra. Praticò le virtù in grado eroico e con le disposizioni interne più perfette: religione verso Dio, amore del prossimo, annientamento di se stesso, orrore del peccato e di ciò che può condurvi. Eppure è un modello imitabile ed universale, pieno d’attrattiva, i cui esempi sono pieni d’efficacia.

138. b) È un modello che tutti possono imitare; perché  volle assumere le nostre miserie e le nostredebolezze, subire persino la tentazione, esserci similein tutto fuori del peccato: « Non enim habemus Pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris; tentatum autem per omnia prò similitudine absque peccato » ( Hebr., IV, 15). Per trent’anni Ei visse la vita più nascosta, più oscura, più comune, obbedendo a Maria e a Giuseppe, lavorando come garzone ed operaio, “fabri filius” (Matth., XIII, 55 ); e perciò divenne il modello perfetto della maggior parte degli uomini, che non hanno se non doveri oscuri da compiere e che devono santificarsi in mezzo alle occupazioni più comuni. Ma visse pure la vita pubblica e praticò l’apostolato sia in un gruppo scelto, formando gli Apostoli; sia tra la folla, evangelizzando il popolo; e quindi dovette soffrire la fatica e la fame; godette l’amicizia di alcuni come ebbe a sopportare l’ingratitudine di altri; provò trionfi e sconfitte; passò insomma per le peripezie di ogni uomo che ha relazioni con gli amici e col pubblico. La sua vita sofferente ci diede l’esempio della pazienza più eroica in mezzo alle torture fisiche e morali che Ei tollerò, non solo senza lamentarsi, ma pregando per i suoi carnefici. Né si dica che, essendo Dio, patì di meno; era anche uomo: dotato di squisita sensibilità, sentì più vivamente di noi l’ingratitudine degli uomini, l’abbandono degli amici, il tradimento di Giuda; provò tali sentimenti di tedio, di tristezza, di timore, che non poté tenersi dal pregare che l’amaro calice, se fosse possibile, s’allontanasse da Lui; e, sulla croce, emise quel grido straziante che mostra la profondità delle sue angoscie: « Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? » (Matth., XXVII, 46). Gesù fu dunque un modello universale.

139. c) Si mostra pieno d’attrattiva. Aveva predetto che, quando fosse elevato da terra (alludendo al supplizio della croce), avrebbe attirato tutto a sé: « Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum » (Joan. XII, 32). La profezia si avverò. Vedendo ciò che Gesù fece e patì per loro, i cuori generosi si accesero d’amore pel divin Crocifisso e quindi per la sua croce (Tale è il senso della preghiera di S. Andrea Apostolo, crocifisso per Gesù, che saluta amorosamente la croce: O bona crux”; non ostante le ripugnanze della natura, portano valorosamente le croci interne od esterne, sia per meglio rassomigliare al divino Maestro, sia per attestargli il loro amore, soffrendo con Lui e per Lui, sia per avere una parte più abbondante dei frutti della redenzione e collaborare con Lui alla santificazione dei fratelli. E ciò che chiaramente si vede nella vita dei Santi, i quali corrono dietro la croce con più avidità che non i mondani dietro i piaceri.

140. d) Questa attrattiva è tanto più forte in quanto che Egli vi aggiunge l’efficacia della sua grazia: essendo le azioni fatte da Gesù prima della morte tutte meritorie, egli ci meritò la grazia di farne di simili; quando noi consideriamo la sua umiltà, la sua povertà, la sua mortificazione e le altre sue virtù, siamo eccitati ad imitarlo non solo per la forza persuasiva dei suoi esempi, ma anche per l’efficacia delle grazie che ci meritò praticando le virtù e che in quell’occasione ci concede.

141. Vi sono poi certe particolari azioni di Nostro Signore che hanno una maggiore importanza e a cui dobbiamo in modo speciale unirci perché contengono più copiose grazie: sono i suoi misteri. Così il mistero dell’Incarnazione ci meritò la grazia della rinunzia a noi stessi e della unione con Dio, perché Nostro Signore ci offrì con Lui per consacrarci tutti al Padre; il mistero della crocifissione ci meritò la grazia di crocifiggere la carne e le sue cupidigie; il mistero della morte ci meritò di morire al peccato e alle sue cause, ecc. La qual cosa, del resto, intenderemo meglio, vedendo in che modo Gesù è il capo del Corpo mistico di cui noi siamo le membra.

III. Gesù capo del corpo mistico o fonte di vita.

142. Questa dottrina si trova già sostanzialmente nelle parole di Nostro Signore : “Ego sum vitis, vos palmites(Joan. XV, 5),Io sono la vite e voi i tralci. Egli afferma infatti che noi riceviamo la vita da Lui come i tralci della vite la ricevono dal ceppo a cui sono uniti. Questo paragone fa dunque risaltare la comunanza di vita che corre tra Nostro Signore e noi; onde è facile passare all’idea del corpo mistico in cui Gesù, come capo, fa scorrere la vita nelle membra. Chi insiste di più su questa dottrina così feconda di risultati è S. Paolo. In un corpo sono necessari un capo, un’ anima e delle membra. Appunto questi tre elementi descriveremo, attenendoci alla dottrina dell’Apostolo.

143. 1° Il capo esercita nel corpo umano un triplice ufficio: ufficio di preminenza, perché ne è la parte principale; ufficio di centro d’unità, perché riunisce e dirige tutte le membra; ufficio d’influsso vitate, perché da lui parte il movimento e la vita. Ora appunto questo triplice ufficio esercita Gesù nella Chiesa e sulle anime, a) Ha certamente la preminenza su tutti gli uomini Egli che, come uomo, è il primogenito tra tutte le creature, l’oggetto delle divine compiacenze, il modello perfetto d’ogni virtù, la causa meritoria della nostra santificazione, Egli che, pei suoi meriti, venne esaltato su tutte le creature e al cui cospetto deve piegarsi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno.

b) Gesù è nella Chiesa il centro d’ unità. Due cose sono essenziali in un organismo perfetto: la varietà degli organi e delle funzioni che compiono e la loro unità in un comune principio; senza questo doppio elemento non si avrebbe che una massa inerte o un aggregato d’esseri viventi senza vincolo organico. Ora è pur sempre Gesù che, dopo avere costituito nella Chiesa la varietà degli organi con l’istituzione della gerarchia, ne rimane centro d’ unità, poiché è Lui, capo invisibile ma reale, che imprime ai capi gerarchici la direzione e il movimento.

e) Gesù è pure il principio dell’influsso vitale che anima e vivifica tutte le membra. Anche come uomo riceve la pienezza della grazia per comunicarcela: “Vidimus eum plenum gratiae et veritatis… de cuius plenitudine nos omnes accepimus, et gratiam prò gratia” (Joan. I, 14-16). Non è infatti causa meritoria di tutte le grazie che riceviamo e che ci sono distribuite dallo Spirito Santo? Anche il Concilio di Trento afferma senza esitare quest’ azione e quest’influsso vitale di Gesù sui giusti: “Cum enim ille ipse Christus Jesus tanquam caput in membra… in ipsos iustificatos iugiter virtutum influat(Sess. VI, VIII).

144. 2° A d ogni corpo è necessario non solo un capo ma anche un’anima. Ora l’anima del corpo mistico di cui Gesù è il capo, è lo Spirito Santo (cioè la SS. Trinità indicata con questo nome); è lui infatti che diffonde nelle anime la carità e la grazia meritate da Nostro Signore: “Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis” (Rom., V, 5). – Ecco perché è chiamato Spirito vivificante: “Credo in Spiritum… vivificantem’. Ecco perché S. Agostino dice che lo Spirito Santo è per il corpo della Chiesa ciò che l’anima è pel corpo naturale: “Quod est in corpore nostro anima, id est Spiritus Sanctus in corpore Christi quod est Ecclesia ” (Sermo 187 de tempore).Questa espressione, del resto, fu consacrata da Leone XIII nella Enciclica sullo Spirito Santo (Atque hoc affirmare sufficiat quod cum Christus caput sit Ecclesiæ, Spiritus Sanctus sit eius anima “. (Encicl. 9 Maggio 1897)

— È pure questo divino Spirito che distribuisce i vari carismi: agli uni il discorso della sapienza o la grazia della predicazione, agli altri il dono dei miracoli, a questi il dono della profezia, a quelli il dono delle lingue, ecc. : “Hæc autem omnia operatur unus atque idem Spiritus, dividens singulis prout vult (1 Cor., XII, 6).

145. Queste due azioni di Cristo e dello Spirito Santo non solo non s’intralciano ma si compiono a vicenda. Lo Spirito Santo ci proviene da Cristo. Quando Gesù viveva sulla terra, possedeva nella santa sua anima la pienezza dello Spirito; con le sue azioni e principalmente coi suoi patimenti e con la sua morte, meritò che questo Spirito ci fosse comunicato: è dunque in grazia sua che lo Spirito Santo viene a comunicarci la vita e le virtù di Cristo e a renderci simili a Lui. Così si spiega tutto: Gesù, essendo uomo, può egli solo essere il capo di un corpo mistico composto di uomini, dovendo il capo e le membra essere della stessa natura; ma, come uomo, non può da se stesso conferire la grazia necessaria alla vita delle membra, onde vi supplisce lo Spirito Santo compiendo appunto quest’ufficio; ma poiché lo fa in virtù dei meriti del Salvatore, si può ben dire che l’influsso vitale parte in sostanza da Gesù per arrivare alle membra.

146. 3° Quali sono dunque i membri di questo corpo mistico? Tutti coloro che sono battezzati. Di fatti col Battesimo veniamo incorporati a Cristo, come dice S. Paolo: ” Etenim in uno Spiritu omnes nos in unum corpus baptizati sumus(1 Cor. XII, 13; Gal. III, 25; Rom. III, 17). Ecco perché  aggiunge che fummo battezzati in Cristo e che colBattesimo ci rivestiamo di Cristo (Rom. VI, 3), vale a dire che partecipiamo alle disposizioni interne di Cristo: la qual cosa il Decreto per gli Armeni spiega dicendo che col Battesimo diventiamo membri di Cristo e parte del corpo della Chiesa: per ipsum (baptismum) enim membra Christi ac de corpore efficimur Ecclesiæ(DENZIGER-BANN., n. 696).

– Ne viene che tutti i battezzati sono membri di Cristo ma in grado diverso: i giusti gli sono uniti per mezzo della grazia abituale e di tutti i privilegi che l’accompagnano; i peccatori per mezzo della fede e della speranza; i beati per mezzo della visione beatifica. Gli infedeli poi non sono attualmente membri del suo corpo mistico, ma, finché vivono sulla terra, sono chiamati a divenirlo; i dannati soltanto sono esclusi per sempre da questo privilegio.

147. Conseguenze di questo domma. —

A) Su questa incorporazione a Cristo è fondata la comunione dei Santi; i giusti che vivono quaggiù, le anime del Purgatorio e i Santi del cielo, fanno tutti parte del Corpo mistico di Gesù, tutti ne partecipano la vita, ne ricevono l’influsso e devono scambievolmente amarsi e aiutarsi come le membra d’uno stesso corpo; perché, dice S. Paolo, « se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è glorificato, tutte godono con lui: Si quid patitur unum membrum, compatiuntur omnia membra; sive gloriatur unum membrum, congaudent omnia membra. » (1 Cor. XII, 26; Gal. III, 28; 1 Cor. XII, 13; Rom. X, 12)

148. B) Ecco perché tutti i Cristiani sono fratelli: non vi è più ormai né Giudeo, né Greco, né uomolibero né schiavo; siamo tutti uno solo in Cristo Gesù (Ephes., I, 23). Siamo dunque tutti solidarii e ciò che è utile ad uno è utile agli altri, perché, qualunque sia la diversità dei doni e degli uffici, tutto il corpo s’avvantaggia di ciò che vi è di buono in ciascun membro, come ciascun membro si avvantaggia a sua volta dei beni dell’intero corpo. Con questa dottrina si spiega pure perché Nostro Signore poté dire: Ciò che fate al più piccolo dei miei, a me lo fate; il capo infatti si identifica con le membra.

149. C) Ne viene che, secondo la dottrina di S. Paolo, i Cristiani sono il compimento di Cristo: Dio infatti “lo diede per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di Lui e la pienezza di Lui, il quale compie tutto in tutti: “Ipsum dedit caput supra omnem Ecclesiam, quce est corpus ipsius et plenitudo eius, qui omnia in omnibus adimpletur(Ephes. I, 23). – Gesù, infatti, pur essendo perfetto in se stesso, ha bisogno d’un compimento per formare il suo Corpo mistico: sotto questo aspetto, non basta a se stesso ma ha bisogno di membra per esercitare tutte le funzioni vitali. Onde l’Olier conchiude (Pensèes, p. 15-16): “Cediamo le anime nostre allo Spirito di Gesù Cristo perché Egli cresca in noi. Se trova soggetti ben disposti, si dilata, s’accresce, s’espande nei loro cuori, li profuma dell’unzione spirituale di cui è Egli stesso profumato “. E questo il modo con cui possiamo e dobbiamo compiere la Passione del Salvatore Gesù, soffrendo come ha sofferto Lui, affinché questa passione, così compita in se stessa, si compia anche nei suoi membri nel corso del tempo e dello spazio:Adimpleo ea qua desunt passionum Christi in carne mea prò corpore eius quod est Ecclesia (Colos. I, 24). Come si vede, non v’ è nulla di più fecondo di questa dottrina sul corpo mistico di Gesù.

CONCLUSIONE:

DEVOZIONE AL VERBO INCARNATO (P. BÉRULLE – chiamato l’apostolo del Verbo Incarnato-, Discours de l’Estat et des Grandeurs de Jesus).

150. Da tutto il fin qui detto sulla parte di Gesù nella vita spirituale risulta che, per coltivar questa vita, dobbiamo vivere in unione intima, affettuosa, abituale con Lui, o, in altri termini, praticare la devozione al Verbo Incarnato: ” Qui manet in me et ego in eo, hic fert fructum multuni; Chi resta ime ed Io in lui, produce frutti abbondanti (Joan. XV, 5). È quello che c’inculca la Chiesa, ricordandoci verso la fine del Canone della Messa, che per Lui noiriceviamo tutti i beni spirituali, per Lui siamo santificati, vivificati e benedetti, per Lui, con Lui e in Lui dobbiamo rendere ogni onore e ogni gloria a Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo (Per quem hæc omnia, Domine, semper bona creas, sanctificas, vivificas, benedicis et præstas nobis; per ipsum, et cum ipso et in ipso est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria). Ecco un intero programma di vita spirituale: avendo ricevuto tutto da Dio per mezzo di Cristo, per Lui dobbiamo pure glorificar Dio, per Lui dobbiamo chiedere nuove grazie, con Lui e in Lui dobbiamo fare tutte le nostre azioni.

151. 1° Essendo Gesù il perfetto adoratore del Padre, o, come dice l’Olier, il religioso di Dio, il solo che gli possa offrire omaggi infiniti, è evidente che per rendere i nostri ossequi alla SS. Trinità, non possiamo far di meglio che unirci intimamente a Lui ogni volta che vogliamo compiere i nostri doveri di Religione. Il che è tanto più facile in quanto che, essendo Gesù il capo d’un Corpo mistico di cui noi siamo le membra, adora il Padre non solo in nome suo ma anche in nome di tutti coloro che gli sono incorporati, e mette a nostra disposizione gli omaggi che rende a Dio, permettendoci di appropriarceli per offrirli alla SS. Trinità.

152. 2° Con Lui e per Lui noi possiamo pure chiedere con la massima efficacia nuove grazie; perché Gesù, Sommo Sacerdote, prega incessantemente per noi, (semper vivens ad interpellandum prò nobis) (Hebr. VII, 25). Anche quando abbiamo la disgrazia d’offendere Dio, Egli perora la nostra causa, con tanto maggior eloquenza in quanto offre nello stesso tempo il sangue versato per noi: « Si quis peccaverit, advocatum habemus apud Patrem Jesum Christum iusttim, et ipse est propitiatio prò peccatis nostris»(Joan. II, 1). Inoltre dà alle nostre preghiere tal valore che, se noi preghiamo in suo nome, cioè appoggiandoci sugli infiniti suoi meriti, siamo sempre sicuri d’essere esauditi: « Amen, amen, dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis » (Joan. XVI, 23). Infatti il valore dei suoi meriti viene comunicato ai suoi membri, e Dio non può rifiutar nulla a suo Figlio: « exauditus est prò sua reverentia» (Hebr. V, 7).

153. Bisogna in ultimo fare tutte le nostre azioni in unione con Lui, avendo abitualmente, secondo una bella espressione dell’Olier (Introd. à la vie et aux vertus chrétiennes, cap. IV, p. 47, ed. 1906), Gesù davanti agli occhi, nel cuore e nelle mani: davanti agli occhi, vale a dire considerandolo come modello che dobbiamo imitare e chiedendoci, come S. Vincenzo De Paoli: Che cosa farebbe Gesù se fosse al mioposto? Nel cuore, attirando in noi le sue interne disposizioni, la sua purità d’intenzione, il suo fervore, per fare le nostre azioni secondo il suo spirito; nelle mani, eseguendo con generosità, energia e costanza le buone ispirazioni che ci suggerisce.Allora la nostra vita sarà trasformata e noi vivremo della vita di Cristo: « Vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus: vivo, non più ioma vive in me Cristo » (Gal. II, 20).

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