SALMI BIBLICI: “JUDICA DOMINE, NOCENTES ME” (XXXIV)

SALMO 34: JUDICA DOMINE, nocentes me …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR RUE DELAMMIE, 13 – 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

[1] Ipsi David.

    Judica, Domine, nocentes me;

expugna impugnantes me.

[2] Apprehende arma et scutum, et exsurge in adjutorium mihi.

[3] Effunde frameam, et conclude adversus eos qui persequuntur me; dic animæ meæ: Salus tua ego sum. (1)

[4] Confundantur et revereantur quærentes animam meam; avertantur retrorsum et confundantur cogitantes mihi mala.

[5] Fiant tamquam pulvis ante faciem venti, et angelus Domini coarctans eos.

[6] Fiat via illorum tenebrae, et lubricum; et angelus Domini persequens eos.

[7] Quoniam gratis absconderunt mihi interitum laquei sui, supervacue exprobra-verunt animam meam. (2)

[8] Veniat illi laqueus quem ignorat, et captio quam abscondit apprehendat eum, et in laqueum cadat in ipsum.

[9] Anima autem mea exsultabit in Domino, et delectabitur super salutari suo.

[10] Omnia ossa mea dicent: Domine, quis similis tibi? eripiens inopem de manu fortiorum ejus; egenum et pauperem a diripientibus eum.

[11] Surgentes testes iniqui, quae ignorabam interrogabant me.

[12] Retribuebant mihi mala pro bonis, sterilitatem animae meae.

[13] Ego autem, cum mihi molesti essent, induebar cilicio; humiliabam in jejunio animam meam, et oratio mea in sinu meo convertetur. (3)

[14] Quasi proximum et quasi fratrem nostrum sic complacebam; quasi lugens et contristatus sic humiliabar.

[15] Et adversum me laetati sunt, et convenerunt; congregata sunt super me flagella, et ignoravi.

[16] Dissipati sunt, nec compuncti, tentaverunt me, subsannaverunt me subsanna-tione; frenduerunt super me dentibus suis.

[17] Domine, quando respicies? Restitue animam meam a malignitate eorum, a leonibus unicam meam.

 [18] Confitebor tibi in ecclesia magna; in populo gravi laudabo te.

[19] Non supergaudeant mihi qui adversantur mihi inique, qui oderunt me gratis, et annuunt oculis.

[20] Quoniam mihi quidem pacifice loquebantur; et in iracundia terræ loquentes, dolos cogitabant. (4)

[21] Et dilataverunt super me os suum; dixerunt: Euge, euge! viderunt oculi nostri. (5)

[22] Vidisti, Domine, ne sileas; Domine, ne discedas a me.

[23] Exsurge et intende judicio meo, Deus meus; et Dominus meus, in causam meam.

 [24] Judica me secundum justitiam tuam, Domine Deus meus, et non super-gaudeant mihi.

[25] Non dicant in cordibus suis: Euge, euge, animæ nostræ; nec dicant: Devoravimus eum.

[26] Erubescant et revereantur simul qui gratulantur malis meis; induantur confusione et reverentia qui magna loquuntur super me.

[27] Exsultent et lætentur qui volunt justitiam meam; et dicant semper: Magnificetur Dominus, qui volunt pacem servi ejus.

[28] Et lingua mea meditabitur justitiam tuam, tota die laudem tuam.

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXIV

Argomento principale è l’orazione di Cristo al Padre contro i persecutori suoi e della sua Chiesa.

Salmo dello stesso David.

1. Giudica, o Signore, coloro che mi offendono; combatti coloro che mi combattono.

2. Prendi l’armi e lo scudo, e levati a darmi aita.

3. Tira fuori la spada, e serra la strada a coloro che mi perseguitano; di’ all’anima mia: Io sono la tua salute. (1)

4. Rimangan confusi e svergognati tutti coloro che tendono insidie alla mia vita.

Sian messi in fuga e in iscompiglio quei che ordiscon del male contro di me.

5. Il Signore come polvere al soffiar del vento, e l’Angelo del Signore li prema.

6. La loro via sia tenebrosa e sdrucciolevole; e l’Angelo del Signore gl’incalzi.

7. Perocché senza ragione mi tesero occultamente il loro laccio di morte; ingiustamente caricarono di obbrobri l’anima mia. (2)

8. Venga sopra di lui un laccio, a cui egli non pensa; e dalla rete, lesa occultamente da lui, egli sia preso, e cada nello stesso suo laccio.

9. Ma l’anima mia esulterà nel Signore, e si rallegrerà per la salute che vien da lui.

10. Tutte quante le ossa mie diranno: Signore, chi è simile a te? Tu che liberi il povero dalle mani di quei che ne possono più di lui, l’abbandonato e il povero da quelli che lo spogliavano.

11. Testimoni iniqui, levatisi su, mi domandavan conto di cose ch’io ignoravo.

12. Pel bene mi rendevan dei mali: la sterilità all’anima mia.

13. Ma io, mentre quelli mi molestavano, mi rivestii di cilizio. Umiliai col digiuno l’anima mia, e nel mio seno si aggirava la mia orazione. (3)

14. Quasi parente e quasi fratello lo trattai con amore; mi umiliai come uno che è in duolo e in tristezza.

15. Ed essi eran lieti, e si adunarono contro di me; furon messi insieme flagelli contro di me, e io non li conoscevo.

16. Vennero in discordia, ma non si compunsero; mi tentarono, m’insultarono grandemente; digrignavano i denti contro di me.

17. Signore, quando porrai tu mente? Sottrai l’anima mia dalla malignità di costoro, dai leoni l’unica mia.

18. Te io confesserò in una chiesa grande; in mezzo a un popolo numeroso li loderò.

19. Non abbiano da godere del mio male  quelli che ingiustamente mi sono avversi; quelli che mi odiano senza cagione, e ammiccano gli occhi.

20. Imperocché meco parlavan parole di pace, ma nella commozion della terra meditavano inganni. (20)

21. Dilatarono la loro bocca contro di me; dissero: Bene sta, bene sta, i nostri occhi han veduto. (21)

22. Tu hai veduto, o Signore, non restare in silenzio; Signore, non ritirarti da me.

23. Levati su, e abbi a cuore il mio giudizio, la mia causa, Dio mio e Signor mio.

24. Giudicami secondo la tua giustizia, o Signore Dio mio, e coloro di me non trionfino.

25. Non dicano nei loro cuori: Bene sta, buon per noi; e non dicano: Lo abbiam divorato.

26. Sieno tutti insieme confusi e svergognati quelli che si rallegrano dei miei mali. Siano vestiti di confusione e di rossore loro che parlan superbamente contro di me.

27. Esultino e si rallegrino quei che favoriscono la mia giustizia e dicano sempre: magnificato il Signore; quei che la pace desiderano del servo di lui.

28. E la mia lingua mediterà la tua giustizia, le lodi tue tutto il giorno.

***

(1) Parola per parola: vuota la lancia, cioè tirala dal fodero.

(2) Gli antichi, per prendere le bestie feroci, tendevano un filo sul davanti o su di una fossa.

(3) Vale a dire, io pregavo con la testa abbattuta dal dolore e riversata sul mio seno. La Vulgata, in accordo con i Settanta, traduce cum mihi molesti essent; ma il termine ebraico “bacaloutham” diverge da questa traduzione. Esso significa letteralmente “tum ægrotarum, cum infirmarentur”, “quando erano malati”. Così l’ha inteso Gerolamo e Bossuet, Duguet, Agier, e Galion, come pure D. Calmet, Sacy, e la Bibbia di Vence e M. le Hir nelle loro note. L’intenzione del Profeta ne fa un pensiero tutto evangelico: quando questi uomini, miei nemici, erano “pieni di infermità, io mi coprivo di cilicio, digiunavo, mi umiliavo, raddoppiavo le mie preghiere per ottenere la loro guarigione.

(4) Nella loro collera contro la terra per turbare la terra. L’ebraico riporta: «contro questi pacifici della terra ». Ora parlare per irritare o per turbare la terra, è parlare contro gli uomini pacifici della terra.

(5) Coraggio! Noi andiamo a vedere la sua rovina ed i nostri disegni compiuti.

Sommario analitico

Davide, perseguitato da Saul, pressato da tutti i lati dai suoi nemici, invoca Dio come giudice, e Lo prega di prendere in mano la sua difesa e la sua causa. Egli è figura di Gesù Cristo in preda al furore dei farisei, soprattutto nella sua Passione, e di tutti i santi perseguitati.

I – Egli descrive in questo combattimento:

1. Le armi di Dio, a) la sentenza di condanna che pronuncerà contro i suoi nemici (1) ; b) lo scudo di protezione con cui lo coprirà (2); c) la spada della sua collera con la quale colpirà i suoi persecutori (3).

2. le armi dei suoi nemici e la loro vergognosa sconfitta, a) la crudeltà con la quale cercheranno di togliergli la vita, ma essi saranno messi in fuga e coperti di ignominia (4); b) la malizia con la quale essi gli hanno teso dei tranelli e lo hanno coperto di oltraggi quando vi è finito, ma 1) essi saranno dispersi, come la polvere portata via dal vento (5); essi saranno messi in fuga ed inseguiti dall’Angelo del Signore; 3) il loro cammino sarà coperto dalle tenebre e scivoloso (6); 4) saranno presi nelle proprie reti (7, 8).

3 Le sue armi personali, – a) l’amore di Dio che lo fa gioire in Dio e lodareLo con tutte le forze dell’anima (9): 1) perché Egli ha strappato il povero dalle mani di coloro che erano più forti di lui (10); 2) di coloro che lo accusavano ingiustamente (11); 3) di coloro che lo opprimevano dopo che averli ricolmati di benefici (12); – b) l’amore della sua salvezza che lo porta: 1) a rivestirsi del cilicio con pazienza, 2) a digiunare con umiltà, 3) ad applicarsi alla preghiera con perseveranza (13); – c) l’amore per i suoi nemici, che egli ama come suoi fratelli (14), benché essi: 1) abbiano gioito interiormente per le sue sciagure, 2) si siano uniti per attaccarlo (15); 3) lo abbiano ingiuriato con insulti digrignando di denti contro di lui(16).

II. – Egli decreta alla fine del combattimento:

1° la vittoria di Dio che: – a)con il solo sguardo ha messo i nemici in fuga; – b) ha liberato dalla loro crudeltà la sua anima desolata (17); – c) ha aperto la sua bocca perché possa celebrare le lodi di Dio (18); – d) ha distrutto la gioia dei suoi nemici, che sono ingiusti, malvagi, ipocriti, collerici, ingiuriosi e oltraggiosi, pieni di orgoglio e di alterigia (19-21).

2° Dall’alto dei cieli tutto considera Dio, al Quale egli domanda: – a) di non mantenere il silenzio e di terrorizzarli con la sua voce terribile; – b) di non allontanarsi da lui (22); – c) di non tardare nel venire in suo aiuto; – d) di prestare un’attenzione favorevole alla giustizia della sua causa, e di giudicarlo secondo le regole della sua giustizia (23-24); – e) di non permettere che i suoi nemici gioiscano su di lui e si vantino di averlo divorato (25); – f) di coprirli di onta e di confusione (26); – g) di dare ai suoi amici la gioia del cuore (27) e la riconoscenza dei suoi benefici, riconoscenza che, dal canto suo, sarà eterna (28).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-16.

ff. 1-3. – Qual grande e consolante spettacolo per gli occhi della nostra fede, vedere Dio stesso armato a nostra difesa, « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. IX, 31S. Agost.). – Dio non ha bisogno di armi esteriori per difendere o attaccare, ma vuole accomodarsi alla nostra debolezza e conformarsi al nostro linguaggio. È nei tesori dell’amore ineffabile di Dio per noi, che sono chiusi, come un arsenale tutto divino, le armi difensive ed offensive delle quali Egli si serve per trionfare di coloro che ci perseguitano. « Signore voi ci coprite col vostro amore come una scudo » (Ps. V, 13). – Chi sono quelli che vi perseguitano? Forse è un vostro vicino, o colui che avete ferito, ingiuriato, o colui che viene a rapire ciò che voi possedete, o colui contro il quale voi predicate la verità, o colui al quale voi rimproverate le colpe, o colui che, vivendo male, è obbligato da Voi a vivere bene? Questi qui, in effetti, sono nostri nemici e ci perseguitano; ma noi siamo informati nel conoscere ancora altri nemici, come quelli contro i quali l’Apostolo Paolo ci mette in guardia (Efes. VI, 12) e che sono da combattere in maniera invisibile (S. Agost.). – « Dite alla mia anima, dite nel fondo del mio cuore », cioè imprimetevi, con l’unzione del vostro divino Spirito, questa parola sì dolce, sì consolante e sì capace di calmare le mie inquietudini: « sono Io la tua salvezza ». – Coloro che cercano la mia anima siano confusi e arrossiscano, la mia anima alla quale avete detto: « Io sono la vostra salvezza ». Io non chiederò altra salvezza se non quella che viene dal Signore mio Dio. Vanamente la creatura si offre di salvarmi, la salvezza è in Dio, e se io alzo gli occhi verso le montagne da cui esso viene, il soccorso mi sarà inviato, e non è che il soccorso mi viene da queste montagne, « ma mi viene dal Signore che ha fatto cielo e terra » (Ps. CXX, 1). Dio è venuto in vostro soccorso, nelle vostre angosce temporali per mezzo di un Uomo: è Lui la vostra salvezza. Tutte le cose Gli sono sottomesse ed Egli provvede ai bisogni di questa vita temporale, in vario modo con questa o tal altra maniera; ma quanto alla vita eterna, Egli non la dà che per se stesso. Se siete nelle angosce del dolore, voi non avete sempre sotto mano ciò che cercate; ma Colui che voi cercate è sempre là. Cercate dunque Colui che non può mai mancarvi. Vi si può togliere ciò che vi è stato dato, ma Colui che ve lo ha dato, chi ve lo toglierà? (S. Agost.). – O Gesù, il vostro cuore ha delle parole conoscono solo coloro che le hanno intese da Voi. Vi piaccia, o divino Maestro, di dirne una al mio cuore! Questa parola, che Gli chiedo da molto tempo, mi darà la vita ed ogni bene. Gesù, dite alla mia anima. « Io sono la tua salvezza »; dite questa parola e la mia anima sarà guarita. Ma questa parola siete Voi, e la salvezza siete ancora Voi, o Gesù, o Salvatore! E quando il vostro cuore la dice così al mio cuore, genera se stessa in colui che l’ascolta; essa lo rende simile a Voi, che siete la parola che dice il Padre; essa lo fa vivere della vita che Voi vivete; e colui che l’ascolta unito a Colui che parla, è un solo spirito, un solo cuore con Lui; se non ha la consustanzialità dell’essere, non di meno ha la consustanzialità della vita (Mgr. Baudhy, Le cœur de Jesus, 92).

ff. 4-8. – La confusione per un nemico, è il non poter nuocere a colui che l’attacca, confusione ancor più disonorevole, quando questo nemico, avendo prevalso, lo si supera con la pazienza, e si ricevono tutti i suoi colpi senza lamentarsi.- La polvere trasportata dal vento, immagine che rende la leggerezza e la debolezza dei peccatori: essi sono costanti solo nel fare il male, ma sono incostanti nella maniera di farlo. Costantemente schiavi delle loro passioni, hanno spesso desideri ed intenzioni contrarie. La loro debolezza è simile alla loro leggerezza. – « Il loro cammino diventi tenebroso e scivoloso », immagine ancora più vera della debolezza e delle leggerezza degli empi. Essi non si fermano mai nel male, passano di crimine in crimine, di precipizio in precipizio; essi marciano nelle vie oscure in un cammino scivoloso, segno dell’accecamento dello spirito e dell’abitudine alla voluttà. Essi pensano di essere liberi, quando sono invece rinchiusi in una schiavitù. Essi si considerano illuminati, quando non vedono neppure il cammino per il quale procedono. Prima specie di persecuzione che i giusti soffrono ordinariamente da parte dei malvagi, sono le insidie segrete che si tendono loro, e questo senza alcun soggetto. Più si testimonia la buona volontà a questa sorta di nemici, più li si irrita, perché questa condotta provoca la loro confusione. – È la strana malignità dell’invidia, che si nutre anche della carità del prossimo: quanto è pericoloso permettere l’entrata nel cuore a questa passione implacabile, poiché le ingiurie e i benefici l’offendono allo stesso modo! (Duguet). – « Ricadano nella rete che hanno teso ». È come se un uomo preparasse per un altro una coppa di veleno e poi la bevesse egli sbadatamente; o ancora come se un uomo scavasse una fossa perché un suo nemico vi cadesse nelle tenebre, e poi, dimenticando di averla scavata, vi cadesse egli per primo. È assolutamente così: ogni malvagio nuoce essenzialmente a se stesso. Si può comparare la malvagità al fuoco. Voi volete incendiare qualcosa: l’oggetto che si avvicina, brucia per prima, perché se non bruciasse, non potrebbe incendiare. Voi avete una torcia, avvicinate questa torcia per metter fuoco a qualcosa; non è vero che questa torcia brucia per prima per poter comunicare il fuoco ad un oggetto qualunque? La malvagità esce dunque da voi, e chi divora innanzitutto, se non voi? Se essa colpisce il ramo ove si conficca, come non colpirebbe la radice dalla quale esce? E ve lo dico in verità, « … può darsi che la vostra malvagità non nuoccia agli altri, ma è impossibile che non nuoccia a voi stessi » (S. Agost.).

ff. 10. – « La mia anima al contrario, sarà trasportata con allegrezza nel Signore » perché essa ha inteso da Lui queste parole: « … Io sono vostra salvezza »; perché essa non cerca all’esterno altre ricchezze, essa non desidera vedere attorno ad essa con abbondanza le voluttà ed i beni terreni, essa ama il suo vero Sposo con un amore disinteressato, che non chiede di ricevere da Lui altre delizie che non siano Egli stesso, e non chiede di possederle per trovare solo in Lui ogni delizia. « Chi potrebbe darmi ciò che vale, meglio del mio Dio? » (S. Agost.). – Non è in se stessa, ma in Dio solo che un’anima cristiana debba trovare la sua consolazione e la sua gioia, gioia che non somiglia a quella del mondo, una gioia falsa, simulata, passeggera, e sempre mista a paura o disgusto. La gioia del Signore è pura ed inonda talmente tutte le facoltà dell’anima che ridonda anche sul corpo. – Tutte le mie ossa diranno: « Signore, chi è simile a Voi? » Quanto a me, io penso che queste parole vadano solo riportate e non spiegate: perché dunque andate alla ricerca di questa o di tal altra cosa? Cosa vi è di simile al vostro Signore? Egli è Lui stesso davanti ai vostri occhi. « Tutte le mie ossa diranno: Signore, chi è simile a voi? ». « Gli empi mi hanno raccontato le delizie che li affascinano; ma esse, o Signore, non sono, comparabili alla vostra legge » (Ps. CXVIII, 85). Dei persecutori hanno detto al giusto: Adorate gli idoli; no, io non adoro gli idoli, egli ha risposto: Signore, chi è simile a Voi? « Questi idoli hanno degli occhi ma non vedono; hanno delle orecchie ma non sentono » (Ps. CXIII, 5). Signore, chi è simile a Voi, che avete l’occhio per vedere e l’orecchio per ascoltare? Io non adoro gli idoli, perché essi sono l’opera di un artigiano. Adorate quest’albero e questa montagna, è un artigiano che li ha fatti? Ed il giusto dice subito: Signore, chi è simile a Voi? Mi si mostrano delle cose terrestri, ma Voi siete il Creatore della terra. E forse si rivolgeranno verso creature di un ordine più elevato, e mi diranno: adoriamo la luna, adoriamo il sole che, per la sua luce, simile ad una lampada immensa, diffonde il giorno dall’alto del cielo. E qui ancora io rispondo apertamente: Signore, chi è simile a Voi? Siete Voi che avete creato la luna e le stelle; siete Voi che avete fatto rilucere il sole per produrre il giorno; siete Voi che avete formato il cielo. Ci sono ancora degli altri esseri invisibili ben superiori a queste meraviglie. Ma forse mi si viene a dire: abbiate un culto per gli Angeli, adorate gli Angeli! Ed io risponderò di nuovo: Signore, chi è simile a Voi? Siete ancora Voi che avete creato gli Angeli. Gli Angeli sono qualcosa perché essi gioiscono della vostra vista. È meglio possedervi con essi, che decadere dal vostro possesso per averli adorati (S. Agost.).

ff. 11, 12. –  Questo salmo è come la vita, è un’alternativa perpetua tra gioia e tristezza, tra fiducia e timore, tra pace e guerra. Il Profeta ha appena dipinto la felice sorte che attende i giusti affrancati dalla morte delle miserie del secolo presente, e ridiscende sulla terra richiamandoci al combattimento. Egli espone qui una delle prove più dure alle quali il cuore dell’uomo possa essere sottomesso: l’ingratitudine, divenuta troppo spesso l’unica ricompensa dei benefici più segnalati; l’amicizia, indegnamente tradita, dopo le più eclatanti testimonianze di affetto e devozione (Rendu). – Una seconda specie di persecuzione, con la quale gli empi perseguitano i giusti, non è più solamente l’indirizzar loro delle insidie segrete, ma pubblicamente attribuire loro dei falsi crimini, appoggiandoli sulla deposizione di ingiusti falsi testimoni. È questa l’immagine troppo fedele di ciò che l’invidia possa fare tutti i giorni contro i veri Cristiani e gli uomini dabbene. Si prende la risoluzione di renderli persi, poi se ne cercano i mezzi, per quanto ingiusti questi possano essere; li si suppone o li si dichiara criminali, poi ci si sforza di attribuire loro dei crimini. Si cercano dei « testimoni ingiusti, e si interrogano su cose di cui non hanno alcuna conoscenza », e poiché non possono rispondere, questo è sufficiente a renderli colpevoli (Duguet).

ff. 13, 14. – C’è qui per noi un insegnamento: che in tutte le nostre tribolazioni, noi non dobbiamo cercare come dover rispondere ai nostri nemici, ma come ci renderemo propizio Dio con la preghiera, affinché, soprattutto, non veniamo vinti dalla tentazione, e di conseguenza che quelli stessi che ci perseguitano, ritornino alla sana giustizia. Nulla di più importante, nulla di meglio c’è nella tribolazione, che allontanarsi dai brusii esterni e ritirarsi nel segreto del più profondo dell’anima (Matt. VI, 6), … invocare Dio in modo nascosto, ove nessuno veda il gemito dell’uomo, né il soccorso di Dio, chiudere la porta di questa camera ad ogni attacco che viene dall’esterno; infine glorificare e lodare Dio allo stesso modo, nei castighi e nelle consolazioni (S. Agost.). – Tutti i Santi hanno combattuto la tentazione con la mortificazione della carne. È così che Davide si copriva con un rude cilicio, quando si sentiva turbato dai propri pensieri ed i desideri del cuore lo portavano al male e lo tentavano. È per questo che San Paolo trattava rigorosamente il suo corpo e lo riduceva all’obbedienza. La grazia è di altra tempra nelle nostre mani che in quelle dell’Apostolo? Abbiamo noi forse uno spirito più fervente o una carne più sottomessa di quella di Davide? Il nemico ci spinge verso altri combattimenti, e siamo forse noi più forti di tanti religiosi e solitari, gli eletti e gli amici di Dio (Bourd. Sur les Tent.)? – « Io umiliavo la mia anima, etc. ». Siano i giovani santificati in tutta umiltà di spirito, indeboliscano il loro corpo senza gonfiare l’anima, per timore che un’opera di umiltà non divenga causa di orgoglio e che i vizi non prendano origine dalla virtù stessa (S. Girolamo). – Davide, perseguitato sì crudelmente ed ingiustamente, non solo rende bene per male, cosa esteriore, ma ancora ha un’affezione veramente sincera per gli autori di queste persecuzioni. Egli li ama come suo prossimo, come suoi fratelli. Egli compatisce i loro mali, fino ad esserne abbattuto dal dolore e dalla tristezza. Grande confusione, o piuttosto terribile condanna per un gran numero di Cristiani, che sono tanto lontani da queste disposizioni, anche dopo l’esempio che ha loro lasciato il loro divino Maestro e modello: Nostro Signore Gesù Cristo (Dug.).

ff. 15, 16. – In questi due versetti, si sottolineano tutti i caratteri della malvagità al naturale. I malvagi cominciano con il rallegrarsi quando trovano l’occasione di nuocere: essi si riuniscono in seguito, per mettere in atto con più sicurezza i loro complotti. Quando essi hanno preso il sopravvento, e non si può resistere loro, moltiplicano le vessazioni, le calunnie, i processi ingiusti, mentre il giusto che è l’oggetto del loro odio, non conosce nulla dei loro oscuri disegni, e non ha la minima conoscenza dei fatti dei quali li si accusa. Quando questo uomo giusto cerca di giustificarsi e mostrare l’ingiustizia delle loro accuse al tribunale della ragione, questi accusatori sono confusi, ma non per questo abbandonano la loro impresa. Essi ostentano delle rette intenzioni, delle giuste vedute, dei motivi di zelo per illudere il pubblico. In fondo questi uomini empi sono trasportati dal furore: essi insultano in modo oltraggiante; aggiungono la burla ai loro colpi più crudeli (Berthier). – Dio dissipa talvolta i cattivi disegni dell’empio, ma l’empio non diventa per questo migliore. Se non può nuocere alla persona del giusto, mira alla sua reputazione; egli fa della sua virtù, della sua pietà, l’oggetto delle sue prese in giro, delle sue burle, delle sue blasfemie. Infine, se non riesce nei suoi disegni, digrigna i denti contro il giusto, ribolle di rabbia e di stizza. – E noi pure, qual uso abbiamo fatto dei beni e dei mali della vita? « Il popolo non è tornato verso colui che lo colpiva, e non ha cercato il Dio degli eserciti ». – Quando Dio ha diminuito i nostri beni, abbiamo pensato nel contempo a moderare i nostri eccessi? Quando la fortuna ci ha abbandonato, abbiamo distolto il nostro cuore dai beni che non sono di nostra spettanza e dominio? O al contrario siamo stati di coloro dei quali è scritto: « … essi sono stati afflitti senza essere stati toccati dalla compunzione »? Servitori protervi ed incorreggibili, che si rivoltano anche sotto la verga, colpiti e non corretti, abbattuti e non umiliati, castigati e non convertiti. Il faraone indurì il suo cuore sotto i colpi raddoppiati della giustizia; il mare l’inghiotti nei suoi abissi (Bossuet, I Serm. Pour la Quinquag.). Tali sono ancora coloro dei quali è scritto nell’Apocalisse che Dio, avendoli colpiti con una piaga orribile, per la rabbia mordevano le loro lingue e bestemmiavano il Dio del cielo, non facendo penitenza. Tali uomini non sono come i dannati, che conducono il loro inferno alla vista del mondo, per sgomentarci con il loro esempio e che la croce precipita nella dannazione, come il ladrone indurito. Si strappano loro i beni di questa vita, essi si privano di quelli della vita futura, benché frustrati da ogni parte, pieni di rabbia e di disperazione, non sapendo con chi prendersela, scagliano contro Dio la loro lingua insolente per i loro mormorii e le loro blasfemie, e sembra, dice Salvien, che i loro crimini si moltiplichino con le loro suppliche, e che la pena stessa dei loro peccati sia la madre di nuovi disordini (Idem II, Serm. p. le Dim. des Ram.).

II. 17-28.

ff. 17. Sembra ora che Dio abbia gli occhi chiusi su tutto ciò che avvenga sulla terra; ma un giorno aperti saranno, questi occhi che sembravano chiusi, per vedere e punire il male e per liberare il giusto dalla cattiva volontà dei malvagi. Se il nostro Giudice differisce nel salvarci, non è per il fastidio delle nostre importunità, come il giudice del Vangelo (Luc. XVIII, 3), ma per amore; è con ragione e non per impotenza; non è per mancanza nel poterci soccorrere da subito, ma perché il numero dei nostri martiri possa completarsi fino alla fine. E noi cosa Gli domandiamo, nella violenza dei nostri desideri? « Signore, quand’è che aprirete gli occhi »? Il tempo dell’attesa è lungo per l’uomo che soffre, e Dio, che con una parola può far cessare la sofferenza, permette alla sua debole creatura un pianto umile, sottomesso e fiducioso: Signore, quando vedrete? (Rendu).

ff. 18. –  Solo nella grande assemblea della Chiesa Cattolica, si loda veramente Dio. – « Io vi loderò in mezzo ad un popolo importante, che non è leggero » (senso particolare per S. Agost.). In effetti, il nome di Dio è confessato dall’intera moltitudine, ma Dio non è lodato da tutti: la folla intera intende che noi confessiamo il nome di Dio, ma Dio non trova la sua lode nell’intera folla; perché in mezzo a tutta questa folla, cioè nella Chiesa sparsa su tutta la terra, c’è la paglia ed il frumento: la paglia vola via, il frumento resta. Ecco perché il Profeta dice. « io vi loderò in mezzo ad un popolo che non è leggero, e che non si solleva al vento della tentazione », perché la paglia è sempre causa di blasfemia riguardo a Dio. Quando si esamina la vostra paglia, cosa si può dire? Ecco dunque come vivono i Cristiani; ecco ciò che fanno i Cristiani, ed allora si compie ciò che è scritto: « … a causa vostra il mio nome è blasfemato in mezzo ai gentili » (Is. LII, 5; Rom. II, 24). Se voi esaminate l’aria del granaio con spirito di ingiustizia e di invidia, voi vi trovate in mezzo alla paglia, e vi sarà difficile incontrare il grano; ma cercate e troverete questo popolo che non è leggero e loderete con esso il Signore. Volete trovarlo? Rassomigliategli, perché se non gli somigliate, è difficile che non vi sembrino essere tutti quelli che voi stessi siete (S. Agost.). – Io voglio, o Signore, come il Profeta, confessare il vostro santo Nome, ma io voglio « confessarlo nella vostra Chiesa ». Io voglio rendere pubbliche le vostre grandezze, e celebrare le vostre lodi, ma io le voglio celebrare nella vostra Chiesa. È la santa montagna dalla quale dalla quale deve uscire la vostra legge, è il tempio augusto ove i popoli dovevano riunirsi da tutte le parti del mondo, per offrirVi il loro incenso ed indirizzare a Voi le loro voci; è il santuario ove volete ricevere il vostro culto, è la Cattedra ove Voi insegnate le vostre vie con la bocca dei vostri predicatori e dei vostri profeti (Bourd.: Pensèes, Act. de gr. d’une ame inviol. attach. à l’Eglise).

ff. 19-21. – Ipocrisia dei falsi amici: questi, con apparenze esteriori, vogliono sembrare ben altro di quel che sono. Questa persecuzione è dapprima esercitata contro Gesù Cristo nella sua vita mortale e nella sua passione, ed Egli la soffre ancor oggi da parte di un gran numero dei suoi membri. – Essi parlano talvolta di Gesù-Cristo in termini convenienti, quando si trovano con persone di pietà, fin quando le si credono dalla propria parte; essi riveriscono anche in apparenza le sue parole; ma quando si trovano con il mondo, parlano con il linguaggio odioso del mondo e si dichiarano apertamente contro i fedeli servitori di Gesù-Cristo. – È la triste e funesta soddisfazione dei malvagi, riportata sui buoni, che sono visti infine nello stato che essi avevano desiderato, cioè sotto i loro piedi.

ff. 22-24. – Tristi sono le ragioni che obbligano a dimorare nel silenzio: o perché non si vede la cosa di cui si tratta, o perché non vi si possa rimediare, o infine perché non lo si voglia. Nessuna di queste ragioni è per Dio (Dug.). – Che vuol dire: « Rompete il silenzio? Giudicateli ». È in effetti a proposito del giudizio che è detto in qualche luogo: « Per molto tempo, ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto »; (Is. XLII, 14). Come potrebbe mantenere il silenzio Colui che parla con i profeti, che parla con la propria bocca nei Vangeli, che parla per mezzo degli Evangelisti, che parla per mezzo di noi tutti ogni volta che proclamiamo la verità? Che ne è dunque? Egli tace in ciò che riguarda il giudizio, non per ciò che tocca i suoi Comandamenti e la sua dottrina. Ora è il giudizio che il Profeta invoca in qualche modo e che predice: « Voi l’avete visto, Signore, rompete il silenzio »; cioè, Voi interrompete il silenzio, perché è necessario che Voi giudichiate. « Signore, non vi allontanate da me ». Fino al giorno del giudizio non vi allontanate da me, così come mi avete promesso: « Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli » (S. Agost.). – « Dedicatevi al mio giudizio ». Forse perché siete nella tribolazione, perché oberati da lavoro e dolore? Ma pure tanti malvagi non soffrono gli stessi mali? Quale giudizio dunque? Voi siete giusto solo perché soffrite così? No! Di cosa si tratta infine? Del mio giudizio. Vediamo il seguito: « Applicatevi al mio giudizio, o mio Signore e mio Dio, per apprezzare la mia causa » (Ibid.). Giudicatemi non su ciò che io patisco, ma sul valore della mia causa; non su ciò che un ladro può avere in comune con me, ma sul fatto che « felici sono coloro che soffrono la persecuzione a causa della giustizia » (Matt. V, 10). Perché la differenza è nella causa; la pena può essere la stessa per i buoni e per i malvagi. Ma non è la pena che fa il martire, bensì la causa della loro pena: discerniamo la causa del supplizio. Che nessuno dica: poiché io soffro, allora son giusto; perché il Cristo, che ha sofferto per prima, ha sofferto a causa della giustizia; ecco perché aggiunge alla sua parola questa importante restrizione « Felici coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia » (S. Agost.).

ff. 25, 26. – Gioia estrema è per i malvagi quando essi siano giunti al loro scopo di sopraffare l’uomo giusto, gioia che si manifesta nel loro contegno, nei loro discorsi, nei loro scritti. – Il successo dei peccatori è una grande insidia per essi, perché così prendono l’ardire di proseguire nelle loro criminali imprese. – Funesta è la preda che divora coloro che pensano di divorarla, o coloro che prendendo, si trovano presi, come un pesce che ingioiando l’amo coperto da un’esca, ingoia la sua morte (Duguet).

ff. 27, 28. le stesse cose ripetute più volte in questo salmo, ci danno ad intendere che non è stato solo Davide ad essere stato oltraggiato dai suoi nemici, ma che è la figura di un altro David che deve essere ugualmente oltraggiato, e dai Giudei, che erano il suo popolo, e dai Cristiani, dei quali un gran numero continuerà ad insultarLo per una via tutta opposta alla sua, fino alla fine del mondo. – « la mia lingua mediterà la vostra giustizia », espressione straordinaria, perché è proprio dello spirito il meditare, come è proprio della lingua il parlare. E la lingua non deve altro proferire se non le lodi del Signore, come frutto della meditazione del suo cuore (Duguet). – Chi potrebbe lodare il Signore tutto il giorno? E quale lingua potrebbe cantare tutto il giorno le lodi del Signore? Ecco un mezzo per lodare tutto il giorno, se volete. Qualunque cosa facciate, fatelo bene, ed avrete lodato Dio. Quando cantate un inno, voi lodate Dio; ma cosa fa la vostra lingua se il vostro cuore non lo loda ugualmente? Avete finito di cantare questo inno, e vi ritirate per il pasto? Guardatevi da ogni eccesso, e avrete lodato Dio. Voi rincasate per dormire? Non vi rialzate per fare il male, e avrete lodato Dio. State per concludere un affare? Guardatevi dal non commettere frode alcuna, ed avrete lodato Dio. Che l’innocenza delle vostre azioni sia dunque per voi una maniera per lodare Dio tutto il giorno (S. Agost.).

FESTA DI MARIA ADDOLORATA (2019)

FESTA DI MARIA ADDOLORATA (2019)

15 SETTEMBRE

I sette Dolori della B. V. Maria.

Doppio di II classe. – Paramenti bianchi.

Maria stava ai piedi della Croce, dalla quale pendeva Gesù [Intr., Grad., Seq., All., Vangelo) e, come era stato predetto da Simeone (Or.), una spada di dolore trapassò la sua anima (Secr.). Impotente « ella vede il suo dolce figlio desolato nelle angosce della morte, e ne raccoglie l’ultimo sospiro » (Seq.). L’affanno che il suo cuore materno provò ai piedi della croce, le ha meritato, pur senza morire, la palma del martirio (Com.). – Questa festa era celebrata con grande solennità dai Serviti nel XVII secolo. Fu estesa da Pio VII, nel 1817, a tutta la Chiesa, per ricordare le sofferenze che la Chiesa stessa aveva appena finito di sopportare nella persona del suo Capo esiliato, e prigioniero, e liberato, grazie alla protezione della Vergine. Come la prima festa dei Dolori di Maria, al Tempo della Passione, ci mostra la parte che Ella prese al sacrificio di Gesù, così la seconda, dopo la Pentecoste, ci dice tutta la compassione che prova la Madre del Salvatore verso la Chiesa, sposa di Gesù, che è crocifissa a sua volta nei tempi calamitosi che essa attraversa. Sua Santità Pio X ha elevato nel 1908 questa festa alla dignità di seconda classe.

[Messale Romano; D. G. Lefebvre O. S. B. – L.I.C.E. – R. Berruti 6 C. – Torino, Imprim. 1936]

Septem Dolorum Beatæ Mariæ Virginis ~ Duplex II. classis

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Joann XIX: 25
Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.
Joann XIX: 26-27
Múlier, ecce fílius tuus: dixit Jesus; ad discípulum autem: Ecce Mater tua.
Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.

Oratio

Orémus.
Deus, in cujus passióne, secúndum Simeónis prophetíam, dulcíssimam ánimam gloriósæ Vírginis et Matris Maríæ dolóris gladius pertransívit: concéde propítius; ut, qui transfixiónem ejus et passiónem venerándo recólimus, gloriósis méritis et précibus ómnium Sanctórum Cruci fidéliter astántium intercedéntibus, passiónis tuæ efféctum felícem consequámur:
[O Dio, nella tua passione, una spada di dolore ha trafitto, secondo la profezia di Simeone, l’anima dolcissima della gloriosa vergine e madre Maria: concedi a noi, che celebriamo con venerazione i suoi dolori, di ottenere il frutto felice della tua passione:

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII: 22; 23-25
Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram: quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri.

[Il Signore nella sua potenza ti ha benedetta: per mezzo tuo ha annientato i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo più di ogni altra donna sulla terra. Benedetto il Signore, che ha creato il cielo e la terra, perché oggi egli ha tanto esaltato il tuo nome, che la tua lode non cesserà nella bocca degli uomini: essi ricorderanno in eterno la potenza del Signore. Perché tu non hai risparmiato per loro la tua vita davanti alle angustie e alla afflizione della tua gente: ci hai salvato dalla rovina, al cospetto del nostro Dio.]

Graduale

Dolorósa et lacrimábilis es, Virgo María, stans juxta Crucem Dómini Jesu, Fílii tui, Redemptóris.
V. Virgo Dei Génetrix, quem totus non capit orbis, hoc crucis fert supplícium, auctor vitæ factus homo. Allelúja, allelúja.
V. Stabat sancta María, coeli Regína et mundi Dómina, juxta Crucem Dómini nostri Jesu Christi dolorósa.

[Addolorata e piangente, Vergine Maria, ritta stai presso la croce del Signore Gesù Redentore, Figlio tuo.
V. O Vergine Madre di Dio, Colui che il mondo intero non può contenere, l’Autore della vita, fatto uomo, subisce questo supplizio della croce! Alleluia, alleluia.
V. Stava Maria, Regina del cielo e Signora del mondo, addolorata presso la croce del Signore.]

Sequentia


Stabat Mater dolorosa


Juxta Crucem lacrimósa,
Dum pendébat Fílius.

Cujus ánimam geméntem,
Contristátam et doléntem
Pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
Fuit illa benedícta
Mater Unigéniti!

Quæ mærébat et dolébat,
Pia Mater, dum vidébat
Nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si vidéret
In tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
Doléntem cum Fílio?

Pro peccátis suæ gentis
Vidit Jesum in torméntis
Et flagéllis súbditum.

Vidit suum dulcem
Natum Moriéndo desolátum,
Dum emísit spíritum.

Eja, Mater, fons amóris,
Me sentíre vim dolóris
Fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
In amándo Christum Deum,
Ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
Cordi meo válida.

Tui Nati vulneráti,
Tam dignáti pro me pati,
Poenas mecum dívide.

Fac me tecum pie flere,
Crucifíxo condolére,
Donec ego víxero.

Juxta Crucem tecum stare
Et me tibi sociáre
In planctu desídero.

Virgo vírginum præclára.
Mihi jam non sis amára:
Fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
Passiónis fac consórtem
Et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
Fac me Cruce inebriári
Et cruóre Fílii.

Flammis ne urar succénsus,
Per te, Virgo, sim defénsus
In die judícii.

Christe, cum sit hinc exíre.
Da per Matrem me veníre
Ad palmam victóriæ.

Quando corpus moriétur,
Fac, ut ánimæ donétur
Paradísi glória.
Amen
.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 25-27.
In illo témpore: Stabant juxta Crucem Jesu Mater ejus, et soror Matris ejus, María Cléophæ, et María Magdaléne. Cum vidísset ergo Jesus Matrem, et discípulum stantem, quem diligébat, dicit Matri suæ: Múlier, ecce fílius tuus. Deinde dicit discípulo: Ecce Mater tua. Et ex illa hora accépit eam discípulus in sua.

[In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa, e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo la prese con sé.]

OMELIA

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi; VI Ed. Sov. Vita e Pens. – Milano, 1956]

LA MADRE ADDOLORATA

Uno dei grandi conquistatori dell’America del Sud è Pizzarro. Con una piccola flotta era giunto la prima volta alla spiaggia del continente nuovo: le foreste opache e immense, le fiumane rombanti, il suolo pieno d’agguati spaventarono i suoi compagni che, mossi alcuni passi sulla terra ignota volevano risalire le navi e tornarsene in Europa, nella tranquillità della loro famiglia. Pizzarro allora getta la sua spada sul terreno, e, volgendosi ai suoi grida: « Se alcuno di voi ha paura, resti al di qua della mia spada, i coraggiosi vengano con me! ». Anche il nostro capitano, Gesù Cristo, ha gettato tra il paradiso e noi la sua croce e grida: « Se alcuno di voi ha paura del patimento, resti al di qua della mia croce, ma non ascenderà mai in Cielo. Chi invece mi ama, venga con me! » Molte anime, intrepidamente, disprezzando i tormenti, oltrepassarono la croce pur di tenere dietro a Gesù: un S. Vincenzo si lasciò distendere sul cavalletto, scarnificare dagli uncini di ferro, tagliuzzare da lame ardenti; un San Bonifacio si lasciò colare, nella bocca, del piombo fuso; San Marco e S. Marcelliano coi piedi trapassati dai chiodi furono legati a un palo; e San Lorenzo, giovane diacono, abbrustolito sulla graticola si volgerà scherzando al carnefice: «Sono cotto arrosto; assaggiami». – Ma prima di tutti costoro, ma avanti ad ogni martire, dietro al grido di Gesù, accorse la Madonna. Il suo dolore supera i dolori di tutti gli uomini messi insieme; la sua croce è più grave di tutte le croci del mondo messe assieme: essa anche nel patimento è sopra ogni creatura. Ego primogenita ante omnem creaturam. (Eccli., XXIV, 5). « A chi, nella tua angoscia, ti paragonerò o Vergine? c’è forse fra tutte le figlie di Sion una sola che abbia un dolore simile al tuo? Grande come il mare è la tua ambascia, e nessuno ti può consolare (Thr., II, 13). « O uomini immersi sempre negli affari, distratti sempre da pensieri mondani, raccoglietevi in questa festa! Fermatevi un momento, e considerate se vi è un dolore che somigli a quello di Maria! » (Thr., I , 12). A voler compendiare lo strazio della Madonna, io penso che non ci sia frase migliore di quelle due semplici parole che spesso abbiamo ripetute: « Mater dolorosa». Sì! Soprattutto come madre la madre la Vergine ha sofferto: come Madre di Dio, come Madre degli uomini.

Ecco due facili e fecondi pensieri.

1. LA DOLOROSA MADRE DI DIO

La circoncisione, la fuga in Egitto, la perdita di Gesù nel tempio, non furono che il preludio; tutta la tragedia si consumò al Calvario. Sotto il cielo imbrunito, nonostante che il mezzogiorno fosse passato da poco, si ergevano tre croci: due per due ladroni e in mezzo stava quella del Figlio di Dio. Aveva la testa coronata di spine, gli occhi senza lacrime, ma gonfi, le palme delle mani e le piante dei piedi trafitte, e la persona era tutta in una piaga sola. Ai piedi del patibolo, ritta, immota, senza parola, senza lamento stava la dolorosa Madre dell’Unigenito divino.

Ella tutto vedeva: quando Agar, profuga della casa d’Abramo, si trovò nel deserto senza latte, senz’acqua, senza stilla di rugiada per dissetare i l suo figliuolo, lo depositò sulla sabbia e fuggì via disperatamente non volendo assistere alle crudeli agonie della morte di sete. « Non lo vedrò morire! » — Maria invece non fuggì dal Golgotha: con gli occhi intenti, vedeva ogni stilla di sangue rigare la persona del suo Figliuolo, vedeva ogni spasimo del volto divino, vedeva l’orribile morte avvicinarsi lentissimamente.

Ella tutto udiva: le madri non sanno soffrire che qualcuno sparli delle loro creature; o fuggono per non udire o accorrono per difenderle dalla mala lingua. Maria invece era costretta a sentire tutte le bestemmie, le ironie, gl’insulti banali, le sghignazzate che dalle bocche infernali latravano contro suo Figlio morente. « Ecco: hai fatto tanti miracoli per gli altri, fanne uno anche per te e discendi dalla croce. Hai detto che in tre giorni puoi fabbricare un tempio come quello di Salomone e non sai salvarti? Ci hai fatto credere di essere re, ma i tuoi soldati dormono, che non vengono a liberarti? ». L a Madre udiva. E taceva.

Ella tutto provava: lo spasimo nel suo cuore. Il respiro di Gesù si faceva sempre più rantolante, ed il petto gli si dilatava con affannoso convulso per bere un po’ d’aria: ed anch’ella sentiva il suo fiato farsi sempre più corto e quasi mancarle. Sentiva nelle palme delle mani una puntura acutissima come se un chiodo gliele attraversasse, il medesimo dolore sentiva nelle piante dei piedi. – Il cuor di Gesù pulsava con battiti celeri e veementi che lo squassavano come per strapparlo: ed anch’ella sentiva il suo cuore materno rompersi dentro. La lebbre sitibonda cominciò a bruciare tutta la persona del Crocifisso divino: « Ho sete! » gridò. E sua Madre non poté dargli un bacio per placargli l’arsura delle labbra. Quanto è terribile!

Ella tutto comprendeva: quando l’Agonizzante esclamò: «Dio mio, Dio mio! Perché mi hai abbandonato anche tu? » nessuno comprese il significato vero di quelle parole. « Sentite — dicevano — chiama Elia a liberarlo ». Ma la Vergine sapeva che in quel momento Gesù s’era caricato di tutti i peccati del mondo, e provava la vendetta di Dio; sapeva come questo fosse il dolore massimo, ma per alleviarlo non poteva far niente.

Ella tutto sopportò fin anche lo sfregio al cadavere. Anche a Respha (II Re, XXI) avevano crocifisso due figliuoli: ma poi che furono morti, essa poté rimanere per più giorni accanto ai loro cadaveri perché non li mangiassero i corvi rapaci. Maria invece dovette vedere un soldato squarciare con una lancia il costato del suo Gesù: il Figlio già morto non lo avvertì quel colpo, ma la Madre sentì il freddo della lama penetrarle in seno, e dividerle il cuore.

Eppure stava presso la croce. Quando a Davide uccisero il figlio Assalonne, per alcuni giorni fece rimbombare la reggia di urli e di pianti. Maria non fece querela. Il monte tremava, il sole si copriva di caligine, il velo del tempio si fendeva, i sepolcri s’aprivano, solo la Madre stava. Stabat Mater (Giov., XIX, 25).

2. LA DOLOROSA MADRE DEGLI UOMINI

L’Addolorata noi amiamo rappresentarla con il cuore trafitto da sette spade: i sette dolori più gravi della sua vita. Eppure la Vergine rivolgendosi a noi potrebbe

far questo lamento: «Tu super dolorem vulnerum meorum addidisti» (Salm., LXVIII, 27). Un dolore più grave di questi sette, me l’hai dato tu. Non vi sembrapossibile? ascoltate.Una ricchissima signora di Parigi aveva un figliuolo ch’ella amava sopra ognicosa. Volle dargli un’educazione quale non possono averla se non i figli del re: chiamò i professori più rinomati, non lesinò in ricompense, e poi, a completare la formazionelo mandò in Inghilterra. Di là riceveva di quando in quando lettere del figliuolochiedente denaro sempre: la madre già tutto aveva speso per lui, tuttavia vendette anche l’oro e le gemme di quando era giovane sposa. Le lettere chiedenti danaro continuavano ancora; e la madre vendette i suoi vestiti di seta e poi anche il palazzo in cui abitava. Si ritirò in una stanzetta, povera ma contenta di rivedere tra poco il figlio ricco di titoli e d’istruzione, onorato e invidiato da tutti. Ed ecco un’ultima lettera annunciarle prossimo il ritorno solo che occorreva ancora danaro. E la madre agucchiò, notte e giorno, pur di guadagnare quell’ultimo sforzo. Finalmente sente bussare alla porta; ma non era suo figlio. Venivano a dirle che la giustizia l’aveva agguantato e rinchiuso nel carcere dei delinquenti. « Ma come!— urlava la povera mamma — tutta la mia sostanza fu spesa inutilmente? Il mio danaro fu usato a delinquere? È troppo! È troppo!… ».Questa non è che una parabola. La realtà è che un’altra madre ha fatto per noi molto di più. Non l’oro, non la seta, ma il suo Figlio divino ha sacrificato per noi, ha versato per noi il sangue del suo sangue! Ed inutilmente. Noi siamo ritornati a peccare nelle nostre cattive abitudini. « Come mai? — pare che oggi ci dica la nostra Madre dolorosa — come!? Per niente ho lasciato crocifiggere il mio Gesù? Il suo sangue fu inutile per la tua anima? Il suo sangue, il mio sangue sparso perla tua redenzione, tu lo tramuti per la tua perdizione? È troppo, è troppo!» Tu super dolorem vulnerum meorum addidisti.

CONCLUSIONE

Cristiani, figli di Maria, che la considerazione dei dolori della Vergine non passi senza frutto davanti all’anima vostra! Ed il frutto sia quello che è consigliato nel libro dell’Ecclesiastico: «Gemitus matris tuæ ne obliviscaris » (VII, 29). Non essere sordo al gemito di tua Madre. Quando il mondo ti affascina con i suoi piaceri e non sai come strapparti dalla fantasia l’immaginazione di delizie velenose, ricordati del pianto di Maria e non dimenticare il gemito di questa tua Madre dolorosa. Gemitus matris tuæ ne obliviscaris. O uomini miserabili! quale pensiero vi agita? Volete voi un’altra volta elevare la croce a Gesù Cristo? Volete rinnovellare a Maria il suo strazio? Lasciamoci commuovere dal grido d’una Madre dolorosa. «Figliuoli! — ci dice Ella — Io ho visto morire il mio Figlio diletto, io sotto la croce ho patito tutto quello che a creatura umana è possibile patire. Eppure tutto quel dolore io non lo conto più, io lo dimentico. Credete al mio amore: il colpo che mi date col vostro peccato, questo è la piaga più spasimante che mi passa il seno, che mi colpisce il cuore! ». Ecco un gemito della Madre nostra; fratelli, non dimentichiamolo.

Credo

Offertorium

Orémus
Jer XVIII: 20
Recordáre, Virgo, Mater Dei, dum stéteris in conspéctu Dómini, ut loquáris pro nobis bona, et ut avértat indignatiónem suam a nobis.

[Ricordati, o Vergine Madre di Dio, quando sarai al cospetto del Signore, di intercedere per noi presso Dio, perché distolga da noi la giusta sua collera].

Secreta

Offérimus tibi preces et hóstias, Dómine Jesu Christe, humiliter supplicántes: ut, qui Transfixiónem dulcíssimi spíritus beátæ Maríæ, Matris tuæ, précibus recensémus; suo suorúmque sub Cruce Sanctórum consórtium multiplicáto piíssimo intervéntu, méritis mortis tuæ, méritum cum beátis habeámus:

[Ti offriamo le preghiere e il sacrificio, o Signore Gesù Cristo. supplicandoti umilmente: a noi che celebriamo. in preghiera i dolori che hanno trafitto lo spirito dolcissimo della santissima tua Madre Maria, per i meriti della tua morte e per l’amorosa e continua intercessione di lei e dei santi che le erano accanto ai piedi della croce, concedi a noi di partecipare al premio dei beati:]

Præfatio de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubique grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Transfixióne beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: ….

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Transfissione della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Communio

Felices sensus beátæ Maríæ Vírginis, qui sine morte meruérunt martýrii palmam sub Cruce Dómini.

[Beata la Vergine Maria, che senza morire, ha meritato la palma del martirio presso la croce del Signore.]T

Postcommunio

Orémus.
Sacrifícia, quæ súmpsimus, Dómine Jesu Christe, Transfixiónem Matris tuæ et Vírginis devóte celebrántes: nobis ímpetrent apud cleméntiam tuam omnis boni salutáris efféctum:

[O Signore Gesù Cristo, il sacrificio al quale abbiamo partecipato celebrando devotamente i dolori che hanno trafitto la vergine tua Madre, ci ottenga dalla tua clemenza il frutto di ogni bene per la salvezza:]

Per l’Ordinario, vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/