LA GRAZIA (1)

LA GRAZIA (1)

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. II; S. E. I. ed. Torino – 1930]

– 1. La grazia e le sue specie. — 2. Gesù Cristo autore della grazia, — 3. Necessità della grazia. — 4. La grazia non distrugge il libero arbitrio. — 5. Perché Dio dà la grazia? — 6. Perché Dio concede più grazie agli uni che agli altri? — 7. In quali modi Dio ci comunica le grazie? — 8. Desiderio che ha Gesù Cristo di comunicare le sue grazie. — 9. Abbondanza di grazie. — 10. La grazia è un innesto divino. — 11. La grazia è paragonata alla pupilla dell’occhio. — 12. Eccellenza della grazia. — 13. Potenza e meraviglie della grazia. — 14. Utilità della grazia. — 15. Conto che si deve rendere delle grazie. — 16. Bisogna profittare delle grazie. — 17. Mezzi per ottenere e conservare la grazia.

1. LA GRAZIA E LE SUE SPECIE. — La parola grazia viene dal latino gratis datum, dato gratuitamente e la Chiesa la definisce un aiuto soprannaturaleche Dio ci dà perché facciamo il bene ed evitiamo il male. Molti generi digrazie distinguono i teologi, alle quali danno nomi e definizioni speciali;accenneremo le principali.

La grazia si divide in abituale o santificante, ed attuale. La grazia abituale è quella che rimane in noi, e ci mantiene nell’amicizia di Dio. Essa non si trova mai in un cuore macchiato di colpa grave. La grazia attuale è un soccorso che Dio concede più o meno sovente. La grazia attuale si divide poi: in grazia dello spirito, o grazia di luce, e in grazia della volontà, o grazia di azione. Si divide in grazia operante e cooperante, la quale eccita, aiuta, previene, accompagna, in grazia sufficiente e grazia efficace. La grazia operante è un soccorso che Dio mette in noi senza di noi. La grazia cooperante è quella che opera col concorso della nostra volontà. La grazia eccitante è simile a quella che opera; essa ci anima, ci sollecita a fare quel dato bene, e schivare quel dato male. La grazia che aiuta è simile a quella che coopera. La grazia preveniente è quella che precede o un’altra grazia, o il libero consenso della volontà. La grazia che segue o accompagna è quella che si unisce ad un’altra grazia, o al libero consenso della volontà. La grazia sufficiente è quella che, sebbene possa ottenere l’effetto per il quale è data, ne è tuttavia privata a cagione della malizia e della debolezza della creatura. La grazia efficace è quella che arriva il suo scopo, produce il suo effetto…

2. GESÙ CRISTO AUTORE DELLA GRAZIA. — « Ah! se tu conoscessi il dono di Dio, diceva Gesù alla Samaritana, e chi è colui che ti chiede da bere, forse gliene domanderesti tu a lui; ed Egli ti darebbe dell’acqua viva … Chiunque beve dell’acqua di questo pozzo, sente di nuovo la sete; ma chi beverà dell’acqua che Io sono per dargli, non patirà mai più sete… Anzi l’acqua che gli darò Io, si farà in lui fonte di acqua zampillante per la vita eterna (IOANN. IV, 10, 13, 14) » . Un’altra volta gridava nel tempio: «Chi ha sete, venga a me e beva » — Si quis sitit, veniat ad me et bibat (Id. VII, 37). Egli medesimo, il divin Salvatore, si paragonava poi alla vite, all’albero, i cui tralci e rami in tanto hanno succo in quanto lo traggono dal tronco. Esortava  quindi i suoi credenti a tenersi bene uniti; perché siccome il tralcio non dà più nessun frutto, se è reciso dalla vite, così essi non possono fare nulla di buono per la vita eterna, se si separano da lui. Anzi, minaccia loro che saranno gettati al fuoco, come un secco ramo o sarmento (IOANN. XV, 1-6). Dice S. Agostino: « Quando Iddio rimunera i nostri meriti, che altro fa se non rimunerare i suoi doni? (Deus cum coronat nostra merita, quid aliud coronat quam sua dona? (Confess.1, IX, e XIII)»; questo appunto canta la Chiesa inuna delle sue orazioni: « Coronando, o Signore, i nostri meriti, coronate i vostri doni (Coronando merita, coronas dona tua – In Præfat. missae iuxta rit. Gallic.) ».« Tutto quello che riceviamo di buono, ogni dono perfetto viene dall’alto,insegna S. Giacomo, e discende dal Padre dei lumi, presso il quale non avviene cambiamento né ombra di alternativa » — Omne datum optimum, et omne donum perfectum, desursum est; descendens a Patre luminum, apud quem non est transmutatio, nec vicissitudinis obumbratio (IAC. I, 17). S. Paolo annunziando che comparve nel mondo e si manifestò a tutti gli uomini la grazia del Salvatore: — Apparuit grafia Dei Salvatoris nostri omnibus nominibus (Tit. II, 11), ci avverte, che la salvezza in virtù della fede ci viene dalla grazia e non da noi, perché è un dono di Dio: — Gratia estis salvati per fidem; et hoc non ex vobis; Dei enim donum. — Quindi S. Agostino esclamava: « Datemi, o Signore, quello che comandate; poi comandatemi pure tutto quello che volete (Da quod iubes, et iube quod vis (Lib. X Confess. C. XIX)». La stessa cosa indicava Isaia dicendo che « si sarebbero attinte con gioia le acque alle sorgenti del Salvatore » — Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris (ISAI. XII, 3); ad essa preludiava Davide con quelle parole:« Tu hai, o Signore, preparato nella tua bontà quel che è necessario al povero» — Parasti in dulcedine tua pauperi, Deus (Psalm. LXVIl, 11).La gloria delle più grandi opere del Cristiano si deve tutta riferire a Gesù-Cristo che è la causa intera di tali opere le quali, benché fatte liberamente dall’uomo, in virtù della sua natura e del suo libero”arbitrio, traggono tuttavia ogni loro dignità dalla grazia di Gesù Cristo. Quindi un’opera di carità per esempio, tiene dall’uomo il suo carattere di libertà; è un’opera libera, non necessaria, non forzata, ma ottiene da Gesù Cristo di essere soprannaturale, d’incontrare il gradimento di Dio, e di meritare la gloria eterna. A Gesù Cristo solo dunque è dovuta la lode, la gloria, la riconoscenza: Egli cede liberalmente all’uomo che opera, tutto l’utile, il merito, il prezzo della buona azione, ma ne riserva a sé tutta la gloria, secondo quello che disse per mezzo d’Isaia: « Non darò ad altri la mia gloria » — Gloriam meam alteri non dabo (ISAI. XLVIII, 11). Perciò leggiamo nell’Apocalisse, che i ventiquattro vegliardi mettevano le loro corone ai piedi del trono, cantando: Degno sei, o nostro Signore Iddio, di ricevere la gloria, l’onore, la potenza, perché hai creato ogni cosa: — Dignus es, Domine Deus noster, accipere gloriam, et honorem, et virtutem, quia tu creasti omnia (V, 12).Tutti i patimenti, le lotte, le vittorie dei Santi devono tornare ad onore del Re del cielo, perchè innanzi a Lui deve piegarsi ogni ginocchio in cielo, sulla terra, nell’inferno, secondo l’espressione del grande Apostolo (Philipp. II, 10).La grazia in generale e le grazie tutte in particolare sono di appartenenza così propria e necessaria di Gesù Cristo, che Egli è per antonomasia l’Angelo della nuova Alleanza, perché 1° ha spento la collera e tolta l’inimicizia di Dio contro l’uomo. Egli è dunque l’angelo dell’alleanza, ossia della riconciliazione, chiamato perciò da Isaia: « Principe della pace » — Princeps pacis (IX, 6), e da S. Paolo: « Nostra pace » — Pax nostra (Eph. I I , 14). Difatti quando noi eravamo morti nel peccato, Egli ci ha chiamati a nuova vita in se stesso, rimettendoci le nostre colpe e cancellando la sentenza di condanna contro di noi; Egli l’ha rivocata e abolita coll’affiggerla alla croce: — Donans vobis omnia delieta, delens quod adversus nos erat chirographum decreti, quod erat contrarium nobis; et ipsum tulit de medio, affigens illud cruci (Coloss. I I , 13-14).

2° Gesù Cristo ha stabilito una nuova alleanza (essendo sciolta quella mosaica) tra Dio e gli uomini, in virtù della quale Dio si obbliga verso i Cristiani a dare loro la grazia e la vita eterna; e questi a loro volta si legano verso Dio, a credere in Gesù Cristo suo Figlio, ad obbedirlo, a praticare la sua legge, ad imitare la sua vita …

3° Egli è disceso dal cielo su la terra come un angelo, ed ha vestito la carne umana, per unire in sé il fango al Verbo, la terra al cielo, l’uomo a Dio, col legame dell’unione ipostatica, con la natura umana da lui presa nel casto seno dell’immacolata Vergine Maria sua madre, formando così la più stretta ed intima alleanza…

4° Nell’ultima cena, la vigilia della sua morte, egli ha fatto il suo testamento, espressione dei suoi ultimi voleri, e l’ha sanzionato con l’istituzione dell’Eucaristia, dicendo: « Questo è il sangue della nuova alleanza » — Hic est sanguis novi Testamenti (MATTH. XXVI, 28).

5° Gesù Cristo, nella sua qualità di Angelo del Testamento, ha portato dal cielo quest’alleanza agli uomini; l’ha rassodata su la terra per trentatrè anni, con le sue fatiche, con i suoi sudori, con i discorsi, con i viaggi, con i lavori suoi, con la fame, con la sete, col freddo, col caldo; e in ultimo non solamente l’ha confermata e suggellata col suo sangue, ma se l’è comprata e l’ha fatta cosa sua, sborsando il prezzo necessario a una tanta riconciliazione, e ad una sì intima alleanza; prezzo equivalente ed accettabile in tutta giustizia, e questo prezzo vale per tutte le nazioni, per tutti i secoli, quando pure durasse il mondo milioni di anni, ed anche in eterno. Infatti i santi nel cielo parteciperanno a quest’alleanza per la gloria nell’eternità; Gesù Cristo l’ha recata in paradiso ed è stata da Lui confermata, avendo in mira la gloria celeste. Perciò, avendo compiuto quest’alleanza, ascese per il primo glorioso al cielo, chiamandovi i suoi fedeli e dicendo loro che lo seguissero…

3. NECESSITÀ DELLA GRAZIA. — È sentenza perentoria di Gesù Cristo, che senza di Lui nessuno non può fare nulla: — Sine me nihil potestis facere (IOANN. XV, 5). A tal punto, dice l’Apostolo, che non bastiamo di per noi medesimi a produrre pensiero che valga, ma la possibilità ce ne viene da Dio: — Non sumus sufficientes cogitare aliquid a nobis quasi ex nobis; sed sufficientia nostra ex Deo est (II Cor. III, 5). « Sapete che cosa abbiamo del nostro, dice S. Agostino; nient’altro se non il peccato e la menzogna. E se qualche barlume in noi si trova di verità e di giustizia, lo attingiamo a quel fonte al quale dobbiamo anelare nel deserto di questo secolo, affinché ristorati da qualche sua goccia, non ve veniamo meno per la strada (Nemo habet de suo, nisi peccatum et mendacium. Si quid autem habet homo veritatis atque iustitiæ, ab ilio fonte est quem debemus sitire in hoc eremo; ut ex eo quasi quibusdam guttis irrigati, non deficiamus in via – De cognit. veræ vitæ) ». «Perché la volontà dell’uomo, soggiunge il Crisostomo, non basta a nulla se non è aiutata dal soccorso soprannaturale (Nullo modo hominis voluntas sufficit, nisi auxilio superiore roboretur – Homil. in Epis. ad Ephes.)». Il peccatore resta schiacciato sotto il peccato come sotto il peso di una montagna; egli è imprigionato; e non può uscire dal carcere, né scuotersi di dosso il peso, né sciogliersi le catene, senza la grazia di Dio. « È necessario, dice S. Bernardo, che l’unzione spirituale della grazia rafforzi la nostra debolezza, che Gesù alleggerisca con la grazia, che è nella Religione, le molte e varie croci che vanno congiunte con l’osservanza della legge divina e della penitenza cristiana; poiché né si può seguire Gesù Cristo senza croci, né sopportare la durezza delle croci, senza il lenimento della grazia (Necesse est ut unctio spiritalis gratiae adiuvet infirmitatem nostram, observantiarum et multimodæ pœnitentiæ cruces dcvotionis suae gratia liniens; quia nec est sine cruce sequi Christum; et sine unctione, crucis asperitatem ferre quis posset? – De Consid.)». – « A quel modo, dice S. Agostino, che non si vide mai cavallo o leone domarsi da se stessi, ma si richiede per domarli l’opera dell’uomo; così l’uomo non si doma da se medesimo, ma ci vuole l’opera di Dio (Equus non se domat, leo non se domat, et sic homo non se domat. Sed ut dometur equus, leo, quæritur homo; ergo Deus quaeratur, ut dometur homo – Serm. IV, De Verb. Dom. in Matth.) ». Non la natura, ma la grazia lavora l’uomo… «L’anima, scrive il medesimo dottore, è la vita del corpo; Dio è la vita dell’anima (Vita corporis anima est; vita animæ Deus est (De Cognit. veræ vitæ); e la grazia è l’anima dell’anima (Gratia est anima animæ – De grat. el lib. arbitr.); quindi, siccome il corpo muore quando è separato dall’anima, così muore l’anima quando è separata da Dio (Quomodo moritur caro, amissa anima; sic moritur anima, amisso Deo – De Cognit. veræ vitæ) ». La grazia può dirsi il respiro dell’anima, ed è così indispensabile il respiro dell’anima, come la respirazione dell’aria al benessere del corpo; e quello che la respirazione opera nel corpo, la grazia l’opera nell’anima; poiché essa non trova nessun merito nell’uomo, ma li produce tutti (Hæc (gratia) non invenit, sed effìcit merita – De grat. et lib. arbitr). L’uomo cade senza Dio, ma più non si rialza se non soccorso da Dio. L’uomo non abbisogna di Dio né del suo soccorso per peccare mortalmente e precipitare nell’inferno, ma non sorgerà mai dal peccato mortale, non uscirà dall’inferno senza la grazia divina. Che più? Non solamente l’uomo non può rialzarsi senza Dio, ma neppure camminare o muovere il passo… « Se il Signore, diceva Davide, non edifica Egli medesimo la casa, invano vi lavorano attorno i muratori; se il Signore non custodisce egli la città, inutilmente vi fa scolta chi la custodisce » — Nisi Dominus ædificaverit domum, invanum laboraverunt qui ædificant eam. Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam. (Psalm. CXXVI, 1-2). Così appunto accadde agli Apostoli sul mare di Tiberiade dove, dopo aver faticato tutta la notte nel gettare le reti, non erano riusciti a prendere nulla; ma non appena si rimisero all’opera confortati dalla parola di Gesù Cristo, fecero sì abbondante pesca, che le reti si rompevano per il troppo peso — Præceptor, per totam noctem laborantes nihil cepimus; in verbo autem tuo laxabo reteConcluserunt piscium multitudinem copiosam, rumpebatur autem rete eorum (Luc.. V, 5-6). Anche la Sposa dei Cantici confessa che ha bisogno di essere attirata a seguire il suo diletto,per mezzo dell’odore de’ suoi profumi, e di ciò lo prega: — Trahe me; post te curremus in odorem unguentorum tuorum – Cant. I, 3). Neppure noi non possiamo camminare, correre, volare, per la strada della virtù, per la via del cielo, se non siamo attirati dal profumo della grazia divina.

4. LA GRAZIA NON DISTRUGGE IL LIBERO ARBITRIO. — La grazia attrae liberamente e non necessariamente. Essa infatti ci attrae e conduce, come osserva S. Cirillo, per mezzo degli ammonimenti, della dottrina, della inspirazione che continuamente ci fa sentire (Trahimur monitione, dottrina, revelatione incessa biliter facta – Catech.). E S. Agostino così spiega la cosa: « Non credete che siate tratti vostro malgrado; lo spirito è condotto dall’amore; non la forza, ma la dilezione porta ad operare. A più buon diritto dobbiamo dire che l’uomo è tratto a Gesù Cristo perché l’uomo tende alla verità, alla felicità, alla giustizia, alla vita eterna, e Gesù Cristo è tutto questo. Tale violenza è fatta al cuore, non alla carne. Perché dunque smarrirvi? Credete e voi verrete, amate e sarete tratti. Non immaginatevi che questa violenza sia dura, penosa; essa è dolce e soave; è la dolcezza per essenza che vi attira. Forseché la pecora non è attirata quando, avendo fame,si vede porgere innanzi dell’erba? Per me io credo che non è punto trascinata suo malgrado, ma è il desiderio, la voglia che la conduce. Similmenteè di voi: venite a Gesù Cristo; e se non vi sentite attirare, domandate di essere attirati » (Serm. II de Verb. Domini). A quelli che opponevano: ma se ogni azione è da Dio, se la sua grazia fa tutto, invano voi mi esortate, invano m’intimidite e mi atterrite, invano mi ordinate di obbedire; S. Giovanni Crisostomo rispondeva con la Scrittura, che Dio in sul principio creò l’uomo e lo lasciò in potere dei suoi consigli; gli pose dinanzi l’acqua e il fuoco, dandogli facoltà di stendere la mano a quello che più gli talentasse: gli propose la vita e la morte, il bene e il male, con promessa di dargli quello che avesse scelto di suo arbitrio: — Deus ab initio constituit hominem, et reliquit illum in manu consilii sui. . . Apposuit ibi aquam et ignem; ad quod volueris, porrige manum tuam. Ante hominem vita et mors, bonum et malum; quod placuerit ei, dabitur ibi (Eccli. XV, XIV, 17-18). E ricordava anche loro quel testo del Deuteronomio (XXX,13-16): « Considera che ti ho posto sott’occhi quest’oggi la vita e i beni, la morte e i mali, affinché tu ami il Signore tuo Dio, e viva » (Homil. ad pop.). L’uomo deve dunque corrispondere alla grazia, se vuole che essa operi in lui … La grazia tocca, sollecita la volontà dell’uomo, affinché liberamente consenta a seguire la grazia e vi cooperi, ma non la costringe punto… Quel detto dell’Apostolo: « Dio è che opera in noi il volere e il fare, secondo che a lui piace » — Deus enim est qui operatur in vobis velle et perfìcere, prò bona voluntate (Philipp. II, 13), è spiegato dal Crisostomo e dagli altri Dottori cattolici in questo senso, che Dio aiuta, aumenta, mette in azione la prontezza, la disposizione della volontà per fare il bene… « Dio, scrive Sant’Agostino, muove e dà impulso, purché l’uomo voglia liberamente pentirsi, amare e fare qualsiasi altro bene (Deus movet et invitat, ut homo libere velit pœnitere, amare et quodvis bonum onerari – De grat. et lib. arbitr.) ». Dio eccita e dà la grazia per far sì che vogliamo; tocca a noi corrispondere per parte nostra alla grazia… Dio opera in noi, con la sua grazia, il volere, ma in modo diverso da quello che tenne nel creare il cielo e la terra, ecc. Creando il cielo e la terra, ha fatto loro una necessità di esistere; mentre alla volontà umana fa produrre un’azione libera per mezzo della persuasione, degli allettamenti, delle dolci sollecitudini, delle carezze, della bontà, del terrore, della forza interna, delle soavi consolazioni. Egli opera non già fisicamente, ma moralmente…La Chiesa insegna con S. Agostino, che ogni inizio di buona volontà,di fede, di salute, viene dalla grazia preveniente e perseverante. Dio fa che noi vogliamo e che adempiamo quello che vogliamo – De grat. et lib. arbit.). Dio opera in noi il fare, continuandoci la medesima grazia con cui ha operatoil volere. Quando un atto esteriore è difficile, come il martirio, Egli allora comunica la forza di operare, confermando ed animando l’uomo con una nuova grazia.S. Bernardo, parlando della grazia e del libero arbitrio, spiega in modo ammirabile, come Dio operi in noi queste tre cose: il pensare, il volere, il fare. Opera in noi, senza di noi, la prima cosa che è il pensare; opera in noi, con noi, la seconda, cioè il volere; opera in noi, per mezzo di noi, la terza, che è il fare. Quando però sentiamo avvenire in noi invisibilmente queste cose, guardiamoci dall’attribuirle o alla volontà nostra che è inferma o alla necessità divina che non esiste, ma solo alla grazia di cui siamo ripieni. È la grazia che eccita il libero arbitrio, quando c’infonde il desiderio; guarisce, quando cambia l’affetto; fortifica per condurre all’opera; conserva per preservare dalla caduta. Opera in un col libero arbitrio ch’essa previene e precede, per eccitare il pensiero; segue ed accompagna nel resto, che è il volere ed il fare. Previene nel pensiero per far cooperare nel volere e nel fare. Quindi il cominciamento appartiene tutto e solo alla grazia; il volere e il fare avvengono per la grazia ed il libero arbitrio non separati, ma insieme congiunti; operano tutti e due ad un tratto, non a vicenda, per il volere ed il fare. La grazia non lavora da sé, ed il libero arbitrio da sé; ma agiscono tuttie due sul tutto, con un lavoro individuale (Primum, scilicet cogitare, sine nobis. Secundum, scilicet velie, nobiscum. Tertium, scilicet perfìcere, per nos facit… Cavendum adhuc ne cum haec invisibiliter intra nos, ac nobiscum actitari sentimus, aut nostrae voluntati attribuamus, quae infirma est, aut Dei necessitati, quae nulla est; sed soli gratiae, qua plenus estDe grat. et lib. arbitr.).« Per la grazia di Dio, confessa di sé l’Apostolo a’ Corinzi, io sono quel che sono e la sua grazia non è rimasta sterile in me; ma ho lavorato più di tutti loro, non già io da me, ma la grazia di Dio con me » — Gratia Dei sum id quod sum, et gratia eius in me vacua non fuit; sed abundantius illis omnibus laboravi: non ego autem, sed gratia Dei mecum (I Cor., XV, 10). Non dicono chiaro queste parole di S. Paolo, che la grazia e la volontà operano insieme e d’accordo? «Attirami, esclama la Sposa dei Cantici, ed io correrò dietro le tue orme, tratta all’odore de’ tuoi profumi » (Cant. I , 3). Ah sì! conducetemi, o Signore, con la vostra grazia, dai vizi alla virtù, dall’ignoranza alla fede ed alla conoscenza di voi, dalla carne allo spirito, dalla tiepidezza al fervore, dal principio al compimento dell’opera, dalle cose facili e piccole alle grandi ed eroiche, dagli affetti terreni ai celesti, dal timore all’amore, dalla voluttà alla mortificazione della carne, alla croce… Noi siamo tratti e condotti dalla grazia non per mezzo di catene o di sferze, ma per la forza dell’amore, secondo le parole del profeta Osea: « Io li trarrò a me coi legami coi quali si traggono gli uomini, coi vincoli dell’amore » — In funiculis Adam, in vinculis charitatis (OSE. XI, 4). Perciò S. Agostino sentenzia: « Amate e sarete tratti (Ama et traheris – De grat. et lib. arbitr.) ». Dio ci ha dato il libero arbitrio e ad esso concede di cooperare alla grazia la quale lo eccita al ben fare e Dio coopera con noi per mezzo della grazia … Il libero arbitrio da solo non può nulla; la grazia non costringe nessuno; la grazia poi e il libero arbitrio, accordandosi insieme, fanno il bene; questo bene è meritorio per la grazia e la cooperazione volontaria alla grazia…

5. PERCHÈ DIO DÀ LA GRAZIA? — Dio dà la sua grazia per puro amore verso di noi… Dio opera in noi il volere e il fare, per mezzo della sua grazia, affinché la sua buona volontà si adempia in noi e da noi e per noi; acciocché noi viviamo santamente e felici quaggiù, ed Egli possa premiarci nell’eternità, tale essendo la misericordiosa volontà di Dio nel concederci le sue grazie… o cielo! che vergogna per la pigrizia umana! Dio è più disposto a darci la grazia, che noi a riceverla; più s’adopera Egli a chiamarci all’eterna salvezza, di quello che c’impieghiamo noi per andare al cielo. Quando dà, dà del suo e con piacere; quando ricusa di dare e punisce, ricusa e punisce con dispiacere; e solo in noi trova i motivi di agire così… Vi è in Dio un’inclinazione infinita, un desiderio immenso di comunicarsi, che proviene dall’infinita perfezione e dalla pienezza del suo essere; pienezza sì grande, che Egli s’impiega a riversarla nelle creature e specialmente negli uomini; sebbene la conservi sempre tutta intera, per quanta ne comunichi. « Dio è nelle creature intelligenti quello che è il sole nelle cose sensibili », dice il Nazianzeno (Sicut in rebus sensibilibus est sol, ita in intelligibilibus est – In Distici:). Quindi, siccome il sole spande da tutte le parti i suoi raggi per illuminare, scaldare, vivificare e fecondare, senza che per questo perda nulla de’ suoi raggi, così Dio spande i raggi della sua beneficenza su tutte le creature, su tutti gli uomini, per rischiararli con i lumi della sua sapienza, infiamma del suo amore gli Angeli e gli uomini, li vivifica per la vita della grazia e della gloria, senza nulla scemare della sua pienezza infinita. L’incarnazione, le prove, la predicazione, i miracoli, la passione, la morte, i sacramenti, la missione dello Spirito Santo, la cura speciale di tutta la Chiesa e di ciascun fedele, sono gli effetti della sollecitudine di Dio a nostro riguardo. « Per le viscere della misericordia di Dio, ci ha visitati colui che si leva nelle altezze dell’Oriente », cantava Zaccaria, il padre del Battista — Per viscera misericordiæ Dei nostri, in quibus visitavit nos Oriens ex alto (Luc. I, 78). «La grazia di Dio, scrive S. Prospero, regna per mezzo della persuasione, delle esortazioni, dei buoni esempi, del timor dei pericoli, dei miracoli, delleinspirazioni, dei consigli, della fede, dell’intelligenza che dà, degli ardoricon cui accende il cuore » (De Vocat. gent. lib. II, c. X). Sì, la grazia ci è data affinché illumini lo spirito, ecciti la volontà, purifichi l’anima, infiammi il cuore di amore, semini la vita di buone opere e conduca alla vista ed all’eterno godimento di Dio nel regno della gloria…« La grazia, dice S. Agostino, ci è data affinché noi vogliamo, ed è essa stessa che comincia in noi il bene; quando noi vogliamo, essa compie in noi quello che ha cominciato. Ci previene per guarirci, ci accompagna per conservare in noi la sanità spirituale; ci previene per chiamarci, ci segue per glorificarci; ci previene per far che viviamo piamente, ci accompagna per farci vivere eternamente con Dio (Ipse ut velimus operatur incipiens, qui volentibus cooperatur perficiens. Praevenit ut sanemur, et subsequitur ut sanitate vegetemur; et subsequitur ut glorificemur; prævenit ut pie vivamus, et subsequitur ut cum ilio semper vivamus – De grat. et lib. arbitr., c. XVII). Insomma, la grazia ci si dà perché conosciamo, amiamo, serviamo Dio fedelmente in questa vita e lo possediamo per sempre nell’eternità. Ci si dà per nostro bene temporale e spirituale, nel tempo e nell’eternità.

6. PERCHÈ DIO CONCEDE PIÙ GRAZIE AGLI UNI CHE AGLI ALTRI? — « Perché uno è tratto dalla grazia e non un altro? domanda S. Agostino, e risponde: non sentenziarne, se non vuoi sbagliare (Cur hic trabatur, ille non trahsatur? Noli iudicare, si non vis errare – De gratia et lib. Arbit.) ». E da quando in qua Dio è tenuto verso l’uomo?… Egli è padrone de’ suoi doni e libero di darli a chi vuole… Egli non deve nulla all’uomo; del resto dà con usura a chi corrisponde fedelmente alle sue grazie… Vi sono molti ingrati, increduli, empi, indurati; a costoro Dio non deve niente altro che castighi… Essi abbandonano Dio per i primi; e Dio si ritira e li lascia; non hanno se non quello che si meritano… Forse che vorreste obbligare Dio a dare qualche cosa a colui che non prega, che ricusa anzi di pregarlo?… a colui che vorrebbe sempre vivere per peccare sempre?… Deve Iddio qualche cosa a chi si abusa di tutto? « La grazia non si concede se non a chi veglia sopra se stesso », dice il Crisostomo (Non datur gratia nisi vigilanti – Homil. in Epl. ad Rom.). « E chi sei tu, o uomo, domanda S. Paolo, che osi chiedere ragione a Dio? Si è mai veduta una stoviglia dire allo stovigliaio: Perché mi hai tu foggiata così e non così? È nell’arbitrio dello stovigliaio di fare d’una medesima creta un vaso per uso onorevole, ed un vaso per uso vile. (Rom.IX, 20-21). « Dio, come osserva S. Agostino, rende male per male perché è giusto, bene per male perché è buono; bene per bene perché è buono e giusto; la sola cosa che non fa è di rendere male per bene, non essendo egli ingiusto (Deus reddit mala prò malis, quia iustus est; bona prò malis, quia bonus est; bona prò bonis, quia bonus et iustus est; soluni non reddit mala prò bonis, quia iniustus non est – De grat. et lib. Arbitr.)»… È certo che per tutta l’eternità nessun reprobo potrà mai dire: Io sono irreparabilmente perduto, non per colpa mia, ma per colpa di Dio. Sarà anzi costretto a confessare che si è dannato per propria colpa: che sarebbe in cielo, se l’avesse voluto. Dio non condanna se non quelli che meritano di essere dannati, come non nega mai il paradiso a quelli che se lo guadagnano. Perché lagnarci? La nostra perdizione viene da noi:— Perditio tua ex te, Israel (OSE. XIII, 9)… Adoperiamoci a conoscere, amare, servire Dio con tutto l’animo e con tutte le forze e stiamo certi chesaremo tra gli eletti …

7. IN QUALI MODI DIO CI COMUNICA LE GRAZIE? — In quattro modi Iddio si avvicina all’uomo e gli comunica le grazie:

1° Illuminando la mente, acciocché veda quello che bisogna conoscere…

2° Per mezzo dell’istruzione, affinché sappia quello che deve praticare . ..

3° Col ricupero o con l’aumento dell’amicizia di Dio . ..

4° Col diletto interno delle cose spirituali … Questi sono i principali mezzi con cui Iddio attrae a sé l’uomo e gli partecipa le sue grazie.

8. DESIDERIO CHE HA GESÙ CRISTO DI COMUNICARE LE SUE GRAZIE. —

A persuaderci del vivo, immenso desiderio di cui arde Gesù Cristo, di darci le sue grazie, basta ricordare l’incarnazione, la vita, i patimenti, la morte… Questo suo vivo desiderio è espresso in quelle sue parole agli Apostoli: « Io languivo della brama di mangiare con voi questa Pasqua » — Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum (Luc.. XXII, 15) e in quelle altre che rivolse ai Giudei: « Se alcuno ha sete, venga a me e beva » — Si quis sitit, veniat ad me et bibat (IOANN. VII, 37). « Io sono venuto a portare il fuoco della carità nel mondo; ed è mio sommo ed unico voto che si accenda » — Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc., XII, 49). E che altro voleva dire quella sua parola detta dalla croce — Sitio (IOANN. XIX, 28), se non questo: ho sete della fedeltà e della corrispondenza degli uomini alle mie grazie?… Non è Dio che ci dice per bocca del Savio: «Dammi, o figliuol mio, il tuo cuore » — Præbe, fili mi, cor tuum mihi (Prov. XXIII, 26); e nell‘Apocalisse: « Ecco che io me ne sto alla porta e busso: chi ascolterà la mia voce e mi aprirà, io entrerò in casa sua e mangerò con lui, ed egli meco » — Ecce sto ad ostium et pulso; si quis audierit vocem meam, et aperueril mihi ianuam, intrabo ad illum et cœnabo cum illo, et ipse mecum (III, 20)?

[1 – Continua …]