UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “STUDIORUM DUCEM”

Questa stupenda lettera enciclica tesse le lodi del Dottore Angelico in occasione dell’avvicinarsi del VI centenario della sua canonizzazione. Tantissime le citazioni dei Sommi Pontefici a suo riguardo a cominciare da quella celeberrima di Govanni XXII: « Egli illuminò la Chiesa di Dio più di qualunque altro Dottore; e ricava maggior profitto chi studia per un anno solo nei libri di lui, che chi segua per tutto il corso della sua vita gl’insegnamenti degli altri », oppure (S. Pio X) «Dopo la morte beata del Santo Dottore, non fu tenuto nella Chiesa alcun Concilio ove egli non sia stato presente con la sua preziosa dottrina ». Praticamente la sua opera teologica abbracciò ogni ambito, come giustamente ricorda il Santo Padre Pio XI, « … Chi voglia conoscere quanto si estenda il precetto dell’amore di Dio, come crescano in noi la carità e i doni dello Spirito Santo ad essa congiunti, come tra di loro differiscano i vari stati della vita, quali lo stato di perfezione, lo stato religioso, l’apostolato, e quale sia la natura di ciascuno, o altri punti di teologia ascetica o mistica, dovrà principalmente consultare l’Angelico Dottore », per cui occorre tenersi ben saldi alla sua dottrina, che poi è quella approvata dalla Chiesa Cattolica di sempre, per considerarsi nella “barca di Pietro” a pieno titolo. Segue l’immancabile accenno ai modernisti [… le varie opinioni e teorie dei Modernisti sono da lui vittoriosamente confutate… – … a qui si rileva perché i Modernisti nessun altro dottore della Chiesa paventino quanto Tommaso d’Aquino], che ovviamente cercavano di ostacolare le dottrine esposte dell’aquinate sostituendole con deliri razionalistici, agnostici, o fantasie pseudo-teologiche come ben enunciato da S. S. San Pio X nella sua graffiante intramontabile “Pascendi”. Attualmente poi, la setta del novus ordo, quella degli apostati usurpanti la Sede Apostolica, adoratori del baphomet-lucifero, cioè quello che essi chiamano “signore dell’universo”, la filosofia e teologia di San Tommaso, sbandierata a parole dagli attuali finti-domenicani, nei fatti è scalzata dallo gnosticismo variamente travestito: il solito panteismo oggi pure in salsa “verde-ecologica”, il deismo cabalistico, il nichilismo del nulla (o del tutto … che è lo stesso) universale, l’emanatismo e l’inneismo che rinnega ed è l’opposizione totale alla Rivelazione divina della tradizione cristiana, con annesso falso ecumenismo di stampo massonico, ed indifferenti smog religioso, etc. L’antidoto a queste e fuorvianti dottrine sataniche, spesso comiche ed esilaranti oggi in voga presso i “non-teologi” formati nelle logge e conventicole varie, è quello indicato da Papa Ratti: « … per evitare poi gli errori che sono la prima origine di tutte le miserie della nostra età, occorre rimanere fedeli, oggi ancor più che in altri tempi, alle dottrine dell’Aquinate. Seguono indicazioni per le celebrazioni con la concessione di indulgenze, e … dulcis in fundo, la preghiera a S. Tommaso con indulgenza relativa. La lettera merita un’attenta riflessione perché possa generare un rigetto salutare e salvifico, delle “ermeneutiche” sataniche oggi in voga e delle lucifero-teologie importate dalle foreste Bavaresi e dalla prateria della Pampa.

PIO XI

LETTERA ENCICLICA

STUDIORUM DUCEM

DEL SOMMO PONTEFICE
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
IN OCCASIONE DEL VI CENTENARIO
DELLA CANONIZZAZIONE
DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Con recente Lettera Apostolica [Officiorum omnium dell’1° agosto 1922] confermammo quanto era già stato stabilito dal Diritto Canonico e ordinammo che Tommaso d’Aquino dovesse essere considerato la principale guida negli studi delle discipline superiori.Ed avvicinandosi ora il giorno, in cui si compie il seicentesimo anno da quando egli fu ascritto nel numero dei Santi, Ci si presenta una bella occasione per inculcare maggiormente la medesima cosa nell’animo dei nostri, e dichiarare loro in che modo potranno profittare alla scuola di tanto Maestro. Poiché la vera scienza e la pietà, che di tutte le virtù è compagna, sono tra di loro mirabilmente congiunte; ed essendo Iddio la stessa verità e bontà, non basterebbe certo, per ottenere la gloria di Dio e la salvezza delle anime — scopo principale e proprio della Chiesa — che i sacri ministri fossero bene istruiti nella cognizione delle cose, se essi non fossero pure abbondantemente forniti di idonee virtù. Ora questa unione della dottrina con la pietà, della erudizione con la virtù, della verità con la carità, fu veramente singolare nel Dottore Angelico, a cui venne attribuito il distintivo del sole, poiché, mentre egli porta alle menti la luce della scienza, accende nelle volontà la fiamma della virtù. – E sembrò che Iddio, fonte d’ogni santità e sapienza, volesse mostrare in Tommaso come queste due cose si aiutino a vicenda, come cioè l’esercizio delle virtù disponga alla contemplazione della verità ed a sua volta l’accurata meditazione della verità renda più pure e perfette le stesse virtù. Perché chi vive integro e puro, e con la virtù tiene a freno le sue passioni, quasi libero da un grande impedimento, potrà elevare alle cose celesti molto più facilmente il suo spirito e meglio fissarsi nei profondi misteri della Divinità, secondo le parole dello stesso Tommaso: «Prima è la vita che la dottrina; perché la vita conduce alla scienza della verità » (1); se l’uomo avrà messo tutto il suo studio nel conoscere le cose che sono sopra la natura, per questo stesso si sentirà non poco eccitato al vivere perfetto; né una tale scienza, la cui bellezza tutto lo rapisca e a sé lo attiri, potrà mai dirsi arida ed inerte, ma attiva in grado supremo. – Sono questi gli ammaestramenti che questa solennità centenaria ci fornisce, Venerabili Fratelli; ma per renderli più manifesti, Noi pensammo di dover trattar brevemente della santità e dottrina di Tommaso d’Aquino e mostrarvi quali vantaggi possa trarre da un tale argomento sia tutto l’ordine sacerdotale, i giovani del clero specialmente, sia tutto intero il popolo cristiano. – Tutte le virtù morali furon possedute da Tommaso in altissimo grado e talmente associate e connesse, che, come vuole egli stesso, si unirono nella carità « la quale dà la forma agli atti di tutte le virtù » (2). Se poi cerchiamo le caratteristiche proprie e particolari di questa santità, ci vien fatto di trovare per prima quella virtù per cui Tommaso sembrò assomigliare alle nature angeliche, la castità, per la quale egli fu degno di esser cinto ai fianchi dagli Angeli di una mistica cintura, avendola egli conservata intatta in un pericolosissimo cimento. A purezza così esimia andò congiunto il distacco dai beni terreni e il disprezzo degli onori; e sappiamo come egli vincesse, con somma costanza, l’ostinazione dei parenti che lo volevano con tutti i mezzi trattenere nella vita agiata del secolo; e come poi, offerti a lui dal Pontefice Sommo i parimenti sacri, lo scongiurasse a non imporgli quel peso, per lui formidabile. Ma il principale distintivo della santità di Tommaso è quello che da Paolo è chiamato « il linguaggio della sapienza » (3), quell’unione cioè della duplice sapienza, acquisita ed infusa, come vengono dette; con le quali nulla meglio si accorda quanto l’umiltà, l’amore della preghiera, la carità verso Dio. – Quanto all’umiltà, che Tommaso mise a fondamento di tutte le altre sue virtù, fu manifesta dall’essersi egli posto nelle azioni della vita quotidiana, sotto l’ubbidienza di un fratello laico; né meno essa si rivela dalla lettura dei suoi scritti, dai quali spira ogni riverenza verso i Padri della Chiesa; e « siccome egli ebbe in somma venerazione gli antichi dottori, così sembrò che di tutti egli ereditasse l’intelligenza » (4). – La stessa cosa viene bene chiarita dall’aver egli impiegato, per il trionfo della verità, tutte le forze del suo divino ingegno, senza cercare per nulla la propria gloria. E così, mentre i filosofi si propongono spesso quale méta la propria fama, egli invece si studiò, nell’insegnare le sue dottrine, d’oscurare se stesso, appunto perché splendesse di per sé la luce della verità divina. Questa umiltà pertanto, congiunta alla purezza del cuore, di cui abbiamo parlato, ed alla grande assiduità nelle sante preghiere, rendeva l’animo di Tommaso docile e tenero tanto a ricevere quanto a seguire gl’impulsi e le illuminazioni dello Spirito Santo, nel che consiste la sostanza della contemplazione. E per impetrarle dall’alto, egli soleva spesso astenersi da ogni cibo, passare le intere notti in continua preghiera, e di quando in quando con l’impeto d’un’ingenua pietà appoggiare il suo capo al tabernacolo dell’augusto Sacramento, e rivolgere di continuo i suoi occhi e il suo spirito addolorato all’immagine di Gesù Crocifisso, che fu il massimo libro da cui apprese tutto quello che seppe, com’egli stesso confessò all’amico suo San Bonaventura; sicché di Tommaso poteva dirsi quello che si era detto del suo santo padre e legislatore Domenico, che non parlava se non di Dio o con Dio. – E siccome egli soleva contemplare tutto in Dio come causa prima ed ultimo fine di tutte le cose, gli fu facile seguire tanto negli insegnamenti della sua « Somma Teologica », quanto nella sua vita, l’una e l’altra sapienza, che egli stesso così definisce: « Per la sapienza acquisita mediante lo studio umano si ha il retto giudizio delle cose divine secondo l’uso perfetto della ragione. Ma ve n’è un’altra che discende dall’alto e che giudica delle cose divine per una certa connaturalità ad esse. E questa è un dono dello Spirito Santo, per cui l’uomo divien perfetto nelle divine cose, e non solo le apprende, ma in se stesso le sente » (5).  – Accompagnata dagli altri doni dello Spirito Santo, questa sapienza derivata da Dio per infusione in Tommaso, fu in un continuo aumento al pari della carità, signora e regina di tutte le virtù. Poiché per lui fu dottrina certissima che l’amore di Dio deve in noi crescere sempre « a norma del primo precetto: ‘Amerai Iddio tuo Signore con tutto il tuo cuore’; perché tutto e perfetto sono la stessa cosa … Fine del precetto è la carità, come c’insegna l’Apostolo (6); ora nel fine non si pone misura alcuna, ma solo nelle cose che servono al fine » (7). E questa è la causa per cui la perfezione della carità cade sotto precetto; perché essa è il fine a cui tutti devono tendere secondo la loro condizione. E siccome « l’effetto proprio della carità è che l’uomo tenda a Dio unendo a lui il suo affetto, perché egli viva non più a sé ma a Dio stesso » (8), noi vediamo come in Tommaso il divino amore, insieme con quella duplice sapienza, aumentò senza posa, fino ad ingenerare in lui il prefetto oblio di se stesso; tale che, essendogli stato detto da Gesù Crocifisso: «Tommaso, hai scritto bene di me », e domandato: «Qual premio tu desideri per l’opera tua? », Egli rispose: «Te solo, o Signore ». Ond’è che, stimolato dalla carità, s’impegnava assiduamente a favore degli altri con lo scrivere ottimi libri, coll’aiutare i fratelli nei loro lavori, e si spogliava delle stesse sue vesti per soccorrere i poveri, ed anche restituiva agli infermi la salute, come avvenne nella Basilica Vaticana, dove egli predicò nella solennità di Pasqua, allorché liberò ad un tratto da un inveterato flusso di sangue una donna che gli aveva toccato il lembo della veste. – E dove mai si trovò più chiaro che nel Dottore Angelico questo « linguaggio di sapienza », mentre a lui non bastò erudire le menti degli uomini, ma con ogni studio cercò di eccitare le volontà loro a riamare un tanto amore, che è la causa di tutte le cose? « L’amore di Dio », egli afferma con frase sublime, « è quello che infonde e crea nelle cose la bontà » (9), né mai si stanca, trattando dei varii misteri ad uno ad uno, di illustrare questa diffusione della divina bontà. «Appartiene » egli dice, « alla natura del sommo bene, che in sommo grado comunichi se stesso; e questo massimamente è fatto da Dio coll’Incarnazione » (10). – E nessun’altra cosa più apertamente dimostra questa potenza non meno del suo ingegno che della sua carità, quanto l’ufficio ch’egli compose dell’augusto Sacramento; e quanto amore egli avesse in tutta la vita verso l’Eucarestia, lo dichiarò nella parola che proferì morendo prima di ricevere il santo Viatico: « Io ti ricevo, prezzo della redenzione dell’anima mia, per amore del quale io studiai, vegliai e lavorai ». – Dopo questo breve cenno intorno alle grandi virtù di Tommaso, sarà più agevole comprendere l’eccellenza della sua dottrina, che nella Chiesa ha un’autorità e un valore ammirabili. I nostri Predecessori la esaltarono sempre con unanimi lodi. – Alessandro IV non dubitò di scrivere a lui vivente: «Al diletto figlio Tommaso d’Aquino, uomo eccellente per nobiltà di natali e onestà di costumi, che per grazia di Dio si acquistò un vero tesoro di coscienza e dottrina». E dopo la sua morte Giovanni XXII sembrò voler canonizzare ad un tempo le sue virtù e la sua dottrina, mentre, parlando ai Cardinali in Concistoro, pronunciò quella memorabile sentenza: « Egli illuminò la Chiesa di Dio più di qualunque altro Dottore; e ricava maggior profitto chi studia per un anno solo nei libri di lui, che chi segua per tutto il corso della sua vita gl’insegnamenti degli altri ». La fama perciò della sua intelligenza e sovrumana scienza fece sì che San Pio V lo scrivesse nel numero dei Dottori e gli confermasse il titolo di Angelico. Del resto, quale fatto più chiaramente dimostra la stima che la Chiesa ha fatto sempre d’un tanto Dottore, quanto l’essere stati esposti sopra l’altare dei Padri Tridentini due soli volumi, la Scrittura e la Somma Teologica, perché potessero ispirarsi ad essi nelle loro deliberazioni? E per non riportare la serie degli innumerevoli documenti della Sede Apostolica su quest’argomento, è sempre vivo in Noi il felice ricordo del rifiorire delle dottrine dell’Aquinate per l’autorità e le premure di Leone XIII; e questo merito di così illustre nostro Predecessore è tale, come dicemmo altre volte, che da solo basterebbe a dargli gloria immortale quand’anche altre cose sapientissime egli non avesse fatto o stabilito. Seguì il suo pensiero Pio X di santa memoria, specialmente nel Motu proprio «Angelici doctoris » ove troviamo questa bella sentenza: «Dopo la morte beata del Santo Dottore, non fu tenuto nella Chiesa alcun Concilio ove egli non sia stato presente con la sua preziosa dottrina ». E più prossimo a Noi, Benedetto XV, Nostro compianto Antecessore, più d’una volta mostrò la stessa compiacenza; e a lui spetta la lode della promulgazione del Codice di Diritto Canonico, ove vengono consacrati « il metodo, la dottrina e i principii » dell’Angelico Dottore (11). E Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato. E siccome sarebbe troppo lungo esporre qui tutte le ragioni addotte dai Nostri Predecessori intorno a tale argomento, basterà che Noi dimostriamo che Tommaso scrisse animato dallo spirito soprannaturale onde viveva, e che i suoi scritti, ove sono insegnati i principii e le regole di tutte le scienze sacre, sono da giudicarsi di natura universale. – Trattando egli infatti delle cose divine nei suoi insegnamenti e nei suoi scritti, porse ai teologi un luminosissimo esempio della strettissima relazione che deve correre fra gli studi e i sentimenti dell’animo. E siccome non può dirsi che abbia esatta notizia di un lontano paese chi ne conosca anche la più minuta disposizione, se non vi avrà per alcun tempo vissuto, così nessuno potrà acquistare un’esatta cognizione di Dio con la sola diligente ricerca scientifica, se non sarà anche con Dio in perfetta unione. E a questo appunto tende tutta la teologia di San Tommaso; a condurci a vivere una vita intima con Dio. E come fanciullo a Montecassino non si stancava di domandare: « Chi è Dio? », così i libri da lui composti intorno alla creazione del mondo, intorno all’uomo, alle leggi, alle virtù e ai Sacramenti, tutti quanti trattano di Dio come Autore della nostra eterna salvezza.  Perciò, disputando intorno alle cause che rendono sterili gli studi, come la curiosità, lo smodato desiderio di sapere, l’ottusità dell’ingegno, l’avversione allo sforzo ed alla perseveranza, egli non trova a tali cause altro rimedio che una gran prontezza alla fatica, rinvigorita dall’ardore della pietà, e come derivata dalla vita dello spirito. – Ed essendo i sacri studi diretti da un triplice lume: la retta ragione, la fede infusa e i doni dello Spirito Santo che perfezionano l’intelligenza, nessuno più di Lui ebbe questa luce in abbondanza, perché dopo avere in qualche ardua questione impiegato tutte le forze del suo ingegno, implorava da Dio la spiegazione delle difficoltà con i digiuni e con umilissime preghiere; e Dio soleva ascoltarlo con tanta benignità, che mandò talora gli stessi Prìncipi degli Apostoli ad ammaestrarlo. – Né fa meraviglia se, avvicinandosi alla fine della sua vita, egli raggiunse un così alto grado di contemplazione, che le cose da lui scritte non gli parevano altro che paglia, e diceva di non poter dettare più oltre; così già egli aveva fisso il pensiero nelle verità eterne da non bramare ormai più altro che di vedere Dio. Poiché questo, come Tommaso stesso insegna, è il frutto che deve principalmente cogliersi dagli studi: un grande amore di Dio e un gran desiderio delle cose eterne. – Ma mentre con il suo esempio egli c’insegna come dobbiamo comportarci negli studi di vario genere, così di ogni particolare disciplina ci dà fermi e stabili precetti. E innanzi tutto, chi meglio di lui spiegò la natura e la ragione della filosofia, le sue parti e l’importanza di ciascuna? Ecco con quanta perspicacia egli dimostra la convenienza e l’accordo delle varie membra che formano come il corpo di tale scienza: «Al sapiente » egli dice « spetta l’ordinare. E la ragione è che la sapienza è principalmente perfezione di ragione, della quale è proprio conoscere l’ordine; poiché, sebbene le virtù sensitive conoscano alcune cose in modo assoluto, l’ordine fra l’una e l’altra non lo conosce che l’intelletto e la ragione. Così, secondo i diversi ordini che la ragione considera, sono diverse le scienze. L’ordine che la ragione, considerando, produce nel proprio atto appartiene alla filosofia razionale (ossia alla Logica) che propriamente considera l’ordine delle parti del discorso fra di loro e l’ordine dei principii sia fra loro stessi, sia rispetto alle conclusioni. Alla filosofia naturale (ossia alla Fisica) spetta il considerare l’ordine delle cose che la ragione umana considera, ma non fa: e così nella filosofia stessa naturale noi comprendiamo anche la Metafisica. L’ordine delle azioni volontarie viene considerato dalla filosofia morale, che si divide in tre parti: la prima considera le operazioni dell’individuo in ordine al fine e si chiama Monastica; la seconda considera le operazioni della moltitudine domestica e si chiama Economica; la terza considera le operazioni della moltitudine civile, e si chiama Politica »(12). Tutte queste parti della filosofia sono state trattate diligentemente da Tommaso, ciascuna nel proprio modo, cominciando da quelle che sono più strettamente congiunte alla ragione umana, e gradatamente salendo alle più remote, fino a fermarsi, per ultimo, « al vertice supremo di tutte le cose » (13). – È fermissima dottrina del Nostro quella che riguarda il valore dell’intelligenza umana. « Il nostro intelletto naturalmente conosce l’ente e le cose che appartengono all’ente in quanto tale, e su questa cognizione si fonda la notizia dei primi principii » (14). Dottrina che distrugge fin dalle radici gli errori e le opinioni di quei recenti filosofi che negano all’intelletto la percezione dell’ente, lasciandogli solo quella delle impressioni soggettive; errori da cui segue l’agnosticismo, così vigorosamente riprovato dall’Enciclica Pascendi. – Gli argomenti con cui San Tommaso dimostra l’esistenza di Dio e che Egli solo è lo « stesso Essere sussistente », sono anche oggi, come nel medioevo, le prove più valide, chiara conferma del dogma della Chiesa proclamato nel Concilio Vaticano e interpretato egregiamente da Pio X con queste parole: « Iddio, come principio e fine di tutte le cose, può conoscersi e con certezza dimostrarsi con lume naturale della ragione, per le cose fatte, ossia per le opere visibili della creazione, come dagli effetti si conosce certamente la causa » (15). E la sua metafisica, sebbene tuttora, e non di rado, acerbamente impugnata, ritiene ancora la sua forza e tutto il suo splendore, quasi oro che nessun acido può alterare; e bene aggiunge lo stesso nostro Predecessore: « Allontanarsi dall’Aquinate, specialmente in metafisica, non può essere senza un grande danno » (16). – La più nobile tra le umane discipline è certamente la Filosofia, ma, secondo l’ordine attuale della divina Provvidenza, non possiamo definirla al disopra delle altre perché essa non abbraccia tutto intero l’insieme delle cose. Tanto nell’inizio della « Somma contro i Gentili », quanto in quello della « Somma Teologica », il Santo Dottore descrive un altro ordine di cose superiore alla natura ed eccedente la capacità stessa della ragione, e che mai l’uomo avrebbe conosciuto, se la bontà divina non glielo avesse rivelato. È il campo dove domina la fede, e questa scienza della fede si chiama Teologia, la quale si troverà più perfetta in chi avrà cognizione più profonda dei documenti della fede, e insieme più piena e più alta facoltà di filosofare. Ora non è da dubitare che la Teologia sia stata elevata al più alto grado dall’Aquinate, avendo egli posseduto perfettamente i documenti divini della fede, e disponendo di un ingegno mirabilmente disposto a filosofare.  – Perciò Tommaso, non tanto per la sua dottrina filosofica quanto per gli studi di una tal disciplina, è nelle nostre scuole il principale maestro. Nessuna parte, infatti, vi è nella Teologia in cui egli non abbia felicemente mostrato la straordinaria ricchezza della sua mente. Anzitutto egli stabilì su propri e genuini fondamenti l’Apologetica, definendo bene la distinzione che corre fra le cose della ragione e quelle della fede, tra l’ordine naturale e il soprannaturale. Perciò il sacrosanto Concilio Vaticano, allorché definì che alcune verità religiose si possono conoscere naturalmente, ma che per conoscerle tutte e senza errore bisognò per necessità morale che fossero rivelate, e che per conoscere i misteri fu assolutamente necessaria la divina rivelazione, si servì di argomenti tratti non da altri che da Tommaso, il quale vuole che chiunque si accinga alla difesa della dottrina cristiana tenga fermo questo principio: « Assentire alle verità della fede non è leggerezza, benché esse siano al disopra della ragione » (17). Egli infatti dimostra che, sebbene le cose di fede siano arcane ed oscure, pure le ragioni che inducono l’uomo alla fede sono chiare e manifeste, poiché « egli non crederebbe, se non vedesse che le cose sono da credere ».(18) Ed aggiunge altresì che la fede, lungi dall’essere un impedimento od un giogo servile imposto all’umanità, è invece da stimarsi un massimo beneficio, essendo ella in noi un « preludio della vita eterna » (19). – L’altra parte della Teologia che riguarda l’esposizione dei dogmi è trattata da Tommaso con ricchezza tutta speciale; e nessuno ha penetrato più a fondo o più accuratamente esposto i misteri augustissimi della fede, come quelli che appartengono alla vita intima di Dio, al segreto della predestinazione eterna, al soprannaturale governo del mondo, alla facoltà di conseguire il loro fine concessa alle creature ragionevoli, alla redenzione del genere umano operata da Gesù Cristo e continuata dalla Chiesa e dai Sacramenti: due mezzi che il Dottore Angelico chiama in certo modo « reliquie della Divina Incarnazione ». Egli stabilì inoltre una sicura dottrina teologica morale per l’orientamento di tutti gli atti umani al fine soprannaturale. Da perfetto teologo egli assegna non solo agli individui in particolare, ma anche alla società domestica e civile le norme sicure della vita: in ciò consiste la scienza economica e politica dei costumi. Così nella parte seconda della Somma Teologica sono assai eccellenti le cose che insegna intorno al regime paterno, ossia domestico, al regime legale dello Stato e della Nazione, al diritto naturale e a quello delle genti, alla pace, alla guerra, alla giustizia e al potere, alle leggi e alla loro osservanza, al dovere di provvedere sia alle private necessità, sia alla pubblica prosperità; e tutto questo tanto nell’ordine naturale, quanto nel soprannaturale. Precetti, che, se venissero inviolabilmente ed esattamente osservati in privato ed in pubblico nonché nelle mutue relazioni tra nazioni e nazioni, nient’altro ormai si richiederebbe per ottenere tra gli uomini « la pace di Cristo nel regno di Cristo » a cui tutto il mondo anela. Pertanto è molto desiderabile che sempre più si conoscano le dottrine dell’Aquinate intorno al diritto delle genti ed alle leggi che stabiliscono le relazioni dei popoli fra di loro, contenendo esse i veri fondamenti di quella che si chiama « Società delle Nazioni ». – Non ebbe in lui minor pregio la dottrina ascetica e mistica, perché, ridotta tutta l’economia morale alla ragione di virtù e di doni, stabilisce questa dottrina ed una tale economia secondo le diverse classi degli uomini, tanto di coloro che vogliono vivere secondo le regole comuni, quanto di quelli che aspirano di proposito a conseguire la perfezione cristiana del loro spirito, e ciò in un doppio genere di vita: attiva e contemplativa. Chi voglia conoscere quanto si estenda il precetto dell’amore di Dio, come crescano in noi la carità e i doni dello Spirito Santo ad essa congiunti, come tra di loro differiscano i vari stati della vita, quali lo stato di perfezione, lo stato religioso, l’apostolato, e quale sia la natura di ciascuno, o altri punti di teologia ascetica o mistica, dovrà principalmente consultare l’Angelico Dottore. – In tutte le opere che egli scrisse, ebbe somma cura di mettere a base e fondamento le Sacre Scritture. Tenendo fermo che la Scrittura in tutte e singole le sue parti è parola di Dio, egli ne esige l’interpretazione secondo le norme stesse che diedero i Nostri Predecessori Leone XIII nell’Enciclica « Providentissimus Deus » e Benedetto XV nell’altra Enciclica « Spiritus Paraclitus », e posto per principio che « lo Spirito Santo è autore principale della Sacra Scrittura… mentre l’uomo non ne fu che l’autore strumentale » (20), non permette che alcuno muova dubbi contro l’autorità storica della Bibbia; mentre dal fondamento del significato delle parole, o sia senso letterale, egli ricava le copiose ricchezze del senso spirituale, di cui suole spiegare con la massima precisione il triplice genere: l’allegorico, il tropologico e l’anagogico.  – Infine, il Nostro ebbe il dono e il privilegio singolare di poter tradurre gl’insegnamenti della sua scienza in preghiere ed inni della liturgia, e divenire così il poeta e il massimo lodatore della divina Eucaristia. Poiché la Chiesa Cattolica in ogni parte del mondo e presso tutte le genti, nei riti sacri si serve e si servirà sempre, con ogni zelo, dei cantici di Tommaso, dai quali spira il sommo fervore dell’animo supplichevole, e che contengono ad un tempo l’espressione più esatta della dottrina tradizionale intorno all’augusto Sacramento, che principalmente si chiama «Mistero di fede », ripensando a questo e ricordando l’elogio già citato fatto a Tommaso da Cristo stesso, nessuno si meraviglierà se a lui è stato dato anche il titolo di Dottore Eucaristico. – Da quanto si è detto, Noi ricaviamo queste conseguenze molto opportune per la pratica. Occorre anzitutto che i giovani in particolare prendano a loro modello San Tommaso e cerchino d’imitare e seguire con ogni diligenza le grandi virtù che in lui risaltarono, soprattutto l’umiltà, che è il fondamento della vita spirituale, e la purezza. Da quest’uomo, sommo per impegno e dottrina, imparino sia a frenare ogni moto d’orgoglio del proprio animo, sia ad implorare umilmente sui loro studi l’abbondanza della luce divina. Apprendano altresì da tale maestro a fuggire instancabilmente gli allettamenti del senso, per non dover poi contemplare la sapienza con occhio ottenebrato. Questo infatti egli insegnò nella sua vita con l’esempio, e confermò col suo insegnamento: « Se uno si astiene dai piaceri corporali per attendere più liberamente alla contemplazione della verità, questo appartiene alla rettitudine della ragione » (21). Siamo per questo ammoniti dalla Sacra Scrittura: «Nell’anima malevola non entrerà la sapienza, né abiterà in un corpo venduto al peccato» (22). Perciò, se la pudicizia di Tommaso, nel pericolo estremo a cui fu esposta, fosse venuta meno, è da ritenersi che la Chiesa non avrebbe avuto il suo Angelico Dottore. E vedendo la maggioranza dei giovani, ingannati dagli allettamenti del piacere, gettare tanto presto la loro purezza e darsi ai diletti del senso, Noi, Venerabili Fratelli, con ogni premura vi raccomandiamo di propagare dovunque, e specialmente tra i seminaristi, la società della Milizia Angelica, fondata per la conservazione e la custodia della purità sotto la tutela di Tommaso, e confermiamo tutte le indulgenze pontificie di cui essa fu arricchita da Benedetto XIII e da altri Nostri Predecessori. E perché più facilmente ognuno s’induca a dare il suo nome tale a Milizia, concediamo il permesso, a coloro che ne faranno parte, di portare, invece del cingolo, una sacra medaglia appesa al collo, che porti impressa da un lato l’immagine di San Tommaso cinto dagli Angeli, e dall’altro quella della Vergine, Regina del Santissimo Rosario.  – Essendo poi San Tommaso dichiarato patrono di tutte le scuole cattoliche, come colui che mirabilmente congiunse in se stesso una duplice sapienza, quella cioè che si acquista con la ragione e quella che ci viene infusa da Dio, e nel risolvere le questioni più difficili unì alle preghiere i digiuni, e ritenne l’immagine di Gesù Cristo Crocifisso come suo libro principale, la gioventù consacrata a Dio apprenda da lui come debba esercitarsi nei buoni studi per ritrarne il maggior frutto. I membri delle famiglie religiose abbiano presente come in uno specchio la vita di Tommaso, che ricusò le dignità d’ogni grado, anche altissimo, per poter vivere nell’esercizio d’una perfetta ubbidienza e morire nella santità della sua professione. Tutti i fedeli cristiani abbiano nell’Angelico Dottore un esempio della più tenera devozione verso l’augusta Regina del cielo, della quale egli recitava spesso il saluto angelico e soleva scrivere il dolce nome nelle sue pagine; ed al Dottore Eucaristico domandiamo il fervore verso il divino Sacramento. E questo conviene che chiedano soprattutto i sacerdoti. «Ogni giorno, quando l’infermità non lo impediva, Tommaso celebrava una Messa, e poi ne ascoltava un’altra del suo compagno o di altri, e spesso la serviva », come racconta il diligentissimo autore della sua vita. E chi può esprimere il fervore del suo spirito nel celebrare il santo sacrifizio, e con quanta diligenza si preparasse, e, terminatolo, quali ringraziamenti egli porgesse alla Maestà divina? – Per evitare poi gli errori che sono la prima origine di tutte le miserie della nostra età, occorre rimanere fedeli, oggi ancor più che in altri tempi, alle dottrine dell’Aquinate. Le varie opinioni e teorie dei Modernisti sono da lui vittoriosamente confutate, tanto le filosofiche, difendendo, come vedemmo, il valore e la forza dell’intelligenza umana e provando con fermissimi argomenti l’esistenza di Dio; quanto le dogmatiche, ben distinguendo l’ordine naturale dal soprannaturale e illustrando le ragioni del credere e tutti quanti i dogmi; e mostrando nella teologia che le cose credute per fede non si appoggiano sopra un’opinione, ma sulla verità e sono immutabili; nella scienza biblica dando il vero concetto della divina ispirazione; nella disciplina morale, sociale e giuridica, con lo stabilir bene i principii della giustizia sia legale e sociale, sia commutativa e distributiva, e le relazioni della giustizia stessa con la carità; nell’ascetica col dare insegnamenti sulla perfezione della vita cristiana e contrastando coloro che al suo tempo avversavano gli ordini religiosi. E contro quella emancipazione da Dio che oggi si vanta, egli afferma i diritti della prima Verità e l’autorità che ha sopra di noi Iddio supremo Signore. Da qui si rileva perché i Modernisti nessun altro dottore della Chiesa paventino quanto Tommaso d’Aquino. – Come dunque un giorno fu detto agli Egiziani, nel loro estremo bisogno di vivere, « Andate da Giuseppe » perché avessero da lui in abbondanza il frumento per alimentare il loro corpo, così ora a tutti gli affamati di verità Noi diciamo: « Andate da Tommaso » per aver da lui, che ne ha tanta abbondanza, il pascolo della sana dottrina e il nutrimento delle loro anime per la vita eterna. Che un tal cibo sia pronto e alla portata di tutti fu attestato con la santità del giuramento quando si trattò di ascrivere Tommaso nel catalogo dei Santi: «Alla scuola luminosa ed aperta di questo Dottore fiorirono moltissimi maestri religiosi e secolari per il suo modo succinto, facile, e chiaro … ed anche laici ed uomini di scarsa intelligenza desiderano avere i suoi scritti ». – Ora noi vogliamo che tutte le cose stabilite principalmente da Leone XIII (23) e da Pio X(24), e da Noi stessi comandate nello scorso anno, siano attentamente e inviolabilmente osservate specialmente da coloro che nelle scuole del clero insegnano le materie superiori. Essi tengano presente che soddisferanno bene ai loro doveri e compiranno i Nostri voti se, cominciando ad amare il Dottore d’Aquino e rendendo a sé familiari i suoi scritti, comunicheranno agli alunni della propria disciplina questo ardente amore, facendosi interpreti del suo pensiero, e li renderanno capaci di eccitare negli altri un eguale ardore. – Fra i cultori di San Tommaso, quali devono essere tutti i figli della Chiesa che attendono ai buoni studi, Noi certamente vogliamo che, nei limiti di una giusta libertà, vi sia quella bella emulazione che fa progredire i buoni studi, ma desideriamo che sia il più possibile evitata quell’asprezza di contrasto che non giova alla verità e serve soltanto a rallentare i vincoli della carità. Sia adunque da tutti inviolabilmente osservato ciò che è prescritto nel Codice di Diritto Canonico: «Gli studi della filosofia razionale e della teologia, e l’istruzione degli alunni in tali discipline, siano assolutamente trattati dai professori secondo il metodo, la dottrina e i principii del Dottore Angelico, e questi siano religiosamente mantenuti » (25). Essi si regolino in modo da poterlo con tutta verità chiamare loro maestro. Ma nessuno esiga dagli altri più di quello che da tutti esige la Chiesa, maestra e madre comune; perché nelle cose in cui autori di buona fama sogliono disputare fra loro in senso diverso, essa certo non vieta che ciascuno segua la sentenza che gli sembra migliore. – Pertanto, siccome a tutta la cristianità importa che questo centenario sia degnamente celebrato, quasi che, onorando San Tommaso, si tratti non solo della gloria di lui, ma dell’autorità della Chiesa docente, è Nostro desiderio che una tale ricorrenza, dal giorno 18 luglio dell’anno che volge fino alla fine dell’anno venturo, si celebri in tutto il mondo, dovunque esistano scuole di giovani chierici; non soltanto, cioè, presso i Frati Predicatori « all’Ordine dei quali », come dice Benedetto XV, « ha da darsi lode non meno per averci dato il Dottore Angelico, che per non aver mai abbandonato d’un punto la sua dottrina » (26), ma anche presso le altre famiglie religiose e in tutti i Collegi ecclesiastici, Università e Scuole cattoliche, a cui egli fu dato per celeste Patrono. – E converrà che nel celebrare queste feste solenni la prima sia quest’alma Città, ov’egli fu per un certo tempo Maestro del Sacro Palazzo; e che nel manifestare la loro santa letizia vadano, avanti a tutti gli istituti ove si coltivano gli studi sacri, il Pontificio Collegio Angelico, ove si direbbe che Tommaso abiti come in casa sua propria, e tutti gli altri Atenei Ecclesiastici che si trovano in Roma. E Noi, per accrescere lo splendore e il frutto di questa solennità, col Nostro potere, accordiamo:

I. che in tutte le chiese dell’Ordine dei Predicatori e in qualunque altra chiesa o cappella pubblica o dove il pubblico possa introdursi, specialmente presso i Seminari, i Collegi e le Case di educazione per la gioventù, si celebri un triduo od un ottavario od una novena, in cui possano lucrarsi le stesse indulgenze che si concedono per simili funzioni in onore di Santi o Beati;

II. che nelle chiese dei Frati e delle Suore dell’Ordine Domenicano, soltanto per le celebrazioni centenarie, durante i giorni di tali funzioni, i fedeli, confessati e comunicati possano lucrare l’Indulgenza Plenaria tante volte quante volte avranno pregato dinanzi all’altare di San Tommaso;

III. che nelle predette chiese domenicane i sacerdoti dell’Ordine ed i terziari, durante l’anno centenario, possano ogni mercoledì, o nel primo giorno libero della settimana, celebrare la Messa in onore di San Tommaso, come nella festa, recitando in essa od omettendo il Gloria e il Credo secondo il rito del giorno, e concediamo, tanto a chi celebra la Messa quanto a quelli che l’ascoltano, l’Indulgenza Plenaria alle condizioni consuete. – Si cerchi inoltre di tenere nei sacri Seminari e negli altri Istituti ecclesiastici, durante questo tempo, qualche solenne disputa filosofica o sopra altre gravi discipline, in onore del Dottore Angelico. E perché in seguito la festa di San Tommaso sia celebrata come si conviene a quella del Patrono di tutte le scuole cattoliche, Noi vogliamo che in tale giorno si faccia vacanza dalle lezioni, e che non solo in esso si celebri la Messa solenne, ma che, almeno nei Seminari e nelle Famiglie religiose, sia tenuta una delle dispute di cui abbiamo parlato.  – Infine, perché sotto la guida dell’Angelico Maestro d’Aquino gli studi dei nostri alunni diano sempre maggiori frutti a gloria di Dio e a vantaggio della Chiesa, aggiungiamo a questa Lettera, con la raccomandazione di divulgarla, la formula della preghiera da lui stesso usata. A coloro che devotamente la reciteranno, Noi concediamo per ogni volta, con la Nostra autorità, l’indulgenza di sette anni e sette quarantene.- Auspice infine dei doni celesti e segno della Nostra benevolenza, Noi impartiamo di tutto cuore a voi, Venerabili Fratelli, al clero ed al popolo affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno 1923, festa del Principe degli Apostoli, anno secondo del Nostro Pontificato.

PREGHIERA DI SAN TOMMASO

Creatore ineffabile, che dai tesori della tua sapienza hai tratto le tre gerarchie degli Angeli, le hai collocate con meraviglioso ordine sopra il cielo empireo ed hai disposto con grandissima precisione tutto l’universo; Tu, che sei celebrato come autentica Fonte della Luce e della Sapienza, e supremo Principio di ogni cosa, dégnati di infondere sulle tenebre del mio intelletto il raggio della tua chiarezza, liberandomi dalle due tenebre in cui sono nato: il peccato e l’ignoranza.

Tu, che rendi faconde le lingue degl’infanti, istruisci la mia lingua e infondi nelle mie labbra la grazia della tua benedizione. Dammi l’acutezza dell’intelligenza, la capacità della memoria, il modo e la facilità dell’apprendere, la perspicacia dell’interpretare, il dono copioso del parlare. Disponi Tu l’inizio, dirigi lo svolgimento e portami fino al compimento: Tu che sei vero Dio ed uomo, che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.


1 Comment. in Matth., c.V.

2 II-II, q. XXIII, a. 8; I-II, q. LXV.

3 I Cor., XII, 8.

4 Leo XIII, ex Card. Caietano, litt. Encycl. Aeterni patris, d. IV aug. a. MDCCCLXXIX.

5 II-II, q. XLV, a. 1, ad 2 et a. 2, c.

6 I Tim., I, 5.

7 II-II, q. CLXXXIV, a. 3.

8 II-II, q. XVII, a. 6, ad 3.

9 I, q. XX, a. 2.

10 III, q. I, a. 1.

11 Cf. can. 1366, par. 2.

12 Ethic., lect. 1.

13 Contra Gentes, II, c. 56 et IV, c. 1.

14 Contra Gentes, II, c. 83.

15 Motu proprio Sacrorum Antistitum, diei 1 septembris MDCCCCX.

16 Litt. Encycl. Pascendi, diei VIII septembris MDCCCCVII.

17 Contra Gentes, I, C. 6.

18 II-II, q. I, a. 4.

19 Qq. disp. de Verit., q. XIV, a. 2.

20 Quodlib., VII, a. 14, ad. 5.

21 II-II, q. CLVII, a. 2.

22 Sap., I, 4.

23 Litt. Encycl. Aeterni Patris.

24 Motu proprio Doctoris Angelici, diei XXIX iunii MDCCCCXIV.

25 Can. 1366, par. 2.

26 Acta Apostolicae Sedis, vol. VIII (1916), p. 397.


© Copyright – Libr

DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.
Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].
Ps LXXXIII: 2-3
V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini. [O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília. [Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.
[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.
Gal V: 16-24
“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]D

I DUE PADRONI

“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il seguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame (Gal. V, 16-24).

L’Epistola, come quella della domenica scorsa, è tratta dalla lettera ai Galati. Anche dopo il Battesimo che libera dalla servitù della legge, c’è nell’uomo un complesso di desideri e di tendenze, che cercano di sottrarlo allo Spirito di Dio. La carne e lo spirito sono tra loro opposti. Dalle opposte opere che ne seguono, parecchie delle quali sono qui enumerate da S. Paolo, l’uomo può giudicare se è diretto dalla carne o dallo Spirito. Se è diretto dallo Spirito, la legge, che è fatta per gli uomini carnali, non ha nulla che fare con lui, che, da vero Cristiano, affligge la propria carne con tutte le sue passioni. Gli uomini, come tutti vedono, si lasciano guidare da due padroni, dei quali:

1 Uno, spodestato, maligno, menzognero.

2 L’altro, grande e potente, pieno di bontà, veritiero.

3 Uno ci procura la dannazione, l’altro la vita beata.

I.

La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne. È una verità che si è manifestata subito dopo la caduta del primo uomo. Da allora, la concupiscenza che cerca di trascinare al male, e la ragione, che guidata dalla grazia dello Spirito Santo cerca il bene, non fu più possibile l’accordo. E l’uomo si trovò a dover scegliere tra due regni; il regno della carne e il regno dello spirito; e si ebbero da una parte i seguaci di Dio e dall’altra i seguaci di satana.Chi è Satana, che comanda ai seguaci della carne? È un superbo umiliato sotto la potente mano di Dio. Voleva essere simile all’Altissimo, e fu da Lui precipitato dalla gloria del cielo nei tormenti dell’inferno, e vi fu precipitato senza speranza di riacquistare il posto perduto. Invidioso della felicità degli uomini, non cerca che la loro rovina: tutta la sua opera è devastatrice. Nel paradiso terrestre distrugge la felicità dei nostri progenitori. Accende nel cuore di Caino l’invidia, e lo spinge al fratricidio. Entra nel cuor di Giuda, e gli fa compiere l’orribile tradimento. Se gli fosse concesso il potere procurerebbe agli uomini tutte le calamità.Bugiardo e ingannatore per eccellenza promette quel che non darà mai. Promette a Eva un innalzamento tale da renderla simile a Dio. Ed Eva, dando retta alla parole di satana, precipita nel fondo di ogni miseria. Il paradiso terrestre è cangiato in valle di lagrime. Si accosta a Gesù Cristo che digiuna nel deserto. Condottolo su un alto monte gli mostra tutti i regni della terra, e gli dice:« Io ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché a me sono stati dati e li dò a chi voglio. Se  tu, dunque, prostrandoti mi adorerai tutto sarà tuo »(Luc. IV, 6-7). Con tanta franchezza assicura di poter disporre di regni chi, spodestato di tutto, è stato relegato nel baratro infernale.E con menzogne continue si presenta agli uomini. Ti darò la pace nelle ricchezze, dice all’avaro. Ti darò la felicita nei piaceri, dice al voluttuoso. Non romperti la testa nel pensare a Dio e al suo servizio, e io ti darò una vita senza turbamento, dice all’indifferente. Non voler star dietro agli altri, — dice al vanitoso e al superbo —, e io ti darò gli onori; non perdonare al tuo nemico e ti darò la dolcezza della vendetta. Percorri la via larga: — dice alla gioventù — divertimenti e baldorie siano i compagni dei tuoi giorni, e io riempirò il tuo cuore di ebbrezza. E l’esperienza insegna che la pace, la felicità, l’ebbrezza, i beni che egli offre ai suoi seguaci non possono essere diversi da quelli che ha procurati ai nostri progenitori. Quanti credono alle sue promesse, debbono poi fare la costatazione di Eva: «Il serpente mi ha ingannata» (Gen. III, 13).

2

Se vi lasciate guidare dallo Spirito non siete sotto la legge. – Quando ci lasciam guidare non dalla carne, ma dalla ragione, illuminata e corroborata dallo Spirito Santo, siamo superiori alla legge, le cui minacce non sono più per noi, e abbiamo quel che la legge non può dare: la facilità di compiere ciò che ci vien comandato. Il vivere secondo lo spirito è il dovere di ogni Cristiano, il quale deve lasciarsi guidare non dalle promesse di satana, ma dallo Spirito di Dio, che è un padrone che ci ama, e che non vuole ingannarci. Egli è un padrone grande e potente. Egli, sì, può dire: «Mio è il mondo e tutto quanto lo riempie» (Ps. XLIX, 12). « Poiché egli disse una parola e le cose furono fatte; diede un comando, e tutto fu creato» (Ps. XXXII, 9) «Questi è il nostro Dio, e nessun altro starà al paragone con lui» (Baruch, III, 36). Nessuno può stargli al paragone non solamente in fatto di grandezza e di potenza, ma anche in fatto di bontà. Invero, «della bontà del Signore è piena la terra » (Ps. XXXII, 5). E la sua bontà si manifesta in modo particolare verso quelli che lo seguono. Non li chiama neppure col nome di servi, ma col nome di amici, perché essi sono i suoi intimi, messi a parte delle sue intenzioni e dei suoi disegni (Joan. XV, 15). La sua parola, come dice la S. Scrittura, «è purgata col fuoco» (II Re, XXII, 31). Come è puro e schietto un metallo messo al fuoco, così è pura e schietta la sua parola, che non inganna nessuno. Ai suoi seguaci non si rivolge con false promesse, non colorisce l’impresa nascondendo le difficoltà. Dichiara apertamente che per seguir Lui bisogna condurre una vita di sacrifici e di rinunce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Matth. X, 38). « Sarete in odio a tutti per causa del nome mio » (Matth. X, 23). « In Verità, in verità vi dico, che piangerete e gemerete voi: ma il mondo godrà: voi invece sarete in tristezza » (Joan. XVI, 20). Son parole rivolte agli Apostoli e ai discepoli, e in loro a tutti quelli che intendono seguirlo da vicino. Egli inculca la penitenza, esalta la povertà, elogia il pianto, chiama beati quei che soffrono persecuzioni per la giustizia. Previene tutti che «angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita» (Matth. VII, 14). Quando scoppia una guerra, buona parte della gioventù, che non conosce la guerra che dalle descrizioni entusiastiche dei libri o dai discorsi fioriti dei propagandisti, s’infiamma d’entusiasmo, e parte cantando le fiere canzoni. Ma quando esperimenta che la guerra non è una passeggiata né una partita al gioco, confessa che s’immaginava tutt’altro. Chi si mette a seguir Dio, non può dire d’essersi ingannato. Gesù Cristo ha parlato molto chiaro. La sua parola ciascuno la trova nel Vangelo. «Il Vangelo è specchio di verità; non lusinga nessuno, non seduce alcuno ».

3.

Sono poi manifeste le opere della carne : esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili. Sono queste le opere che quel pessimo padrone che è il demonio domanda ai suoi seguaci. E la conseguenza? La fa notare subito S.Paolo: Vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il regno di Dio. Ecco la paga che satana ha serbato a coloro che si mettono al suo servizio. Ha fatto sperar loro beni e delizie, e alla fine si sono trovati privi de beni celesti e immersi nell’amarezza eterna. Sulla terra poche gioie e non intere, perché finite sempre col disgusto e nel turbamento della coscienza. Nell’altra vita nessun bene e mali interminabili. Ben altrimenti avviene a coloro, che seguono Dio.Le opere di costoro sono: la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Sono opere che costano un po’ di sacrificio al nostro amor proprio e alle nostre tendenze sregolate; ma che non sono senza premio neppur su questa terra. Il gaudio, la pace non si hanno che da chi segue lo spirito. E dopo il gaudio e la pace verrà la ricompensa eterna. Gesù che aveva detto agli Apostoli e ai discepoli : «Voi sarete nella tristezza», ha anche aggiunto : «Ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia» (Joan. XVI, 29). Di coloro che seguono Lui invece di satana, ha detto chiaramente: «Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono, e io darò loro la vita eterna» (Joan. X, 27-28).Giosuè, avvicinandosi la fine della sua vita, fa giurare dal popolo ebreo fedeltà a Dio. Prima di compiere la cerimonia, tiene un discorso in cui, fatti passare i favori usati dal Signore a Israele, domanda: «Se vi sembra un male servire il Signore vi si dà la scelta: eleggete oggi quel che vi piace; e a chi dobbiate di preferenza servire: se agli dei, ai quali servirono i vostri padri nella Mesopotamia, oppure agli dei degli Amorrei nella terra dei quali abitate: ma io e la mia casa serviremo il Signore. E il popolo rispose… Noi serviremo al Signore, perché Egli è il nostro Dio» (Gios. XXIV, 15-18).Il Cristiano ha davanti agli occhi due padroni, che non può servire simultaneamente. A lui è data la scelta. Questi padroni li conosce bene tutti e due. Uno è un angelo debellato, omicida fin dal principio, principe della tenebre, padre della bugia, giudicato per mezzo della morte di Gesù Cristo, che strappò a Lui le anime. L’altro è il Re dei Re, Signore dei dominanti, via, verità, vita, giudice dei vivi e dei morti. Uno ci impone un giogo insopportabile e vergognoso: l’altro ci sottopone a un giogo leggero e soave; poiché « il giogo di Gesù Cristo non grava sul collo, ma lo orna, non piega a terra i nostri capi ma gli innalza» (S. Massimo, Serm. 75). Uno fa promesse che non può mantenere, perché nessuno può dare quel che non ha, e ci conduce alla dannazione eterna: l’altro mantiene la promessa e ci dà la corona eterna. Purtroppo, «Dio promette il regno ed è disprezzato, il diavolo ci procura l’inferno ed è onorato » (s. Giov. Cris. In Act. Ap. Hom., 6, 3). Non cadiamo noi in tanta stoltezza da preferire il diavolo a Dio. Parrà dolce sul principio servir satana, ma presto verrà il disinganno. Dove non c’è pietà, non c’è felicità. Sembrerà duro sul principio servire il Signore, ma presto esclamerai: « Come sono amabili le tue tende, o Dio degli eserciti » (Ps. LXXXIII, 2) in attesa di passare dalle tende alla patria.

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.
[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
  [È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

 Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.
[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt VI: 24-33
“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

 Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLII.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e allo ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose” (Matth. VI, 24-35).

La dottrina del mondo, o miei cari, è del tutto contraria alla dottrina di Gesù Cristo. Il mondo tentando di farci credere che assai lunga sarà la nostra vita, e cercando di persuaderci che con la morte nostra tutto sarà finito ci invita altresì a ricercare tutti i suoi godimenti ed a volgere tutto l’affetto del nostro cuore alle ricchezze di questa terra. Che se pure egli non riesce a farci dimenticare affatto che su questa terra non siamo che di passaggio, né a dissuaderci che dopo la nostra morte vi sarà una eternità o di gaudio o di tormento eterno, conforme alla bontà od alla malvagità della nostra vita, si studia allora di darci ad intendere che si può benissimo conciliare insieme una vita gaudente e colma di ogni bene di fortuna con la giusta preoccupazione della vita futura e con l’attendere a fare quanto è necessario per procurarcela. Ma contro di queste false ed ingannevoli massime del mondo Gesù Cristo parla assai chiaro nel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci propone aconsiderare in questa Domenica.

1. Disse adunque Gesù a’ suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperciocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Certamente il divin Redentore non poteva parlar più chiaro, né farci più nettamente intendere essere impossibile congiungere il suo servizio con quello del demonio. Eppure quanti sono anche ai dì nostri quei Cristiani, quei giovani, i quali pretendono di unire insieme una cosa coll’altra? Non ostante la parola indefettibile di Gesù Cristo, costoro si studiano ogni giorno di sciogliere questo insolubile problema e conciliare il servizio di quei due padroni, tra i quali non vi può essere avvicinamento di sorta. Essi vogliono fare quel che facevano certi eretici, chiamati Ebioniti, i quali non volendo essere contro la legge ebraica e neppure contro la legge cristiana, professavano un misto di Vangelo e di ebraismo per modo che S. Girolamo ebbe a dir di loro: Cum velunt iudæi esse et christiani, neque iudæi sunt, neque christiani: mentre vogliono esser giudei e Cristiani, non sono né l’uno né l’altro. Di fatti tra costoro voi vedrete anzitutto di quelli, i quali mentre pretendono e protestano di essere Cattolici, membri della Chiesa di Gesù Cristo, nei loro sentimenti e nei loro discorsi non fanno altro che discutere sugli insegnamenti e sugli atti di chi visibilmente è alla testa della Chiesa, vale a dire del Papa, non fanno altro che censurare la sua condotta e ripetere ad ogni tratto che converrebbe smettesse ormai la sua inflessibilità nel condannare certe dottrine e certi fatti, che dovrebbe farla finita con certi lamenti e con certe rivendicazioni, che dovrebbe adattarsi alle esigenze dei tempi e degli uomini, che dovrebbe insomma da essi prendere la lezione e questa praticare. Vogliono costoro essere Cattolici sì, ma solo sino al punto da non tenersi obbligati ad ascoltare ed obbedire Colui che Gesù Cristo ha costituito suo Vicario qui in terra, poiché da questo punto in su essi vogliono pensare e dire, come pensano e dicono i nemici della Chiesa e di Gesù Cristo. Ne vedrete poi degli altri, i quali non arriveranno a questo, ma che si fanno pur anche i difensori della Chiesa e del Papa, ma che pure pretendono ancor essi di servire a due padroni, a Dio e al demonio. Ed in vero o dominati dal rispetto umano, o forse anche mossi dall’interesse, per lo più schiavi delle loro passioni, costoro mentre vanno pure ogni domenica a sentir Messa ed ogni anno a far la Pasqua, e se porta l’occasione a prendere pur parte a qualche speciale funzione religiosa, non lasciano poi di tenersi in stretta relazione con gente nemica di Dio e della Chiesa e di fare con questa gente discorsi irreligiosi ed immorali; non lasciano di frequentare teatri, caffè, conversazioni cattive, non lasciano di comprare e leggere ogni giorno uno ed anche più giornali contrarii alla fede ed alla morale cattolica. Di modo che anche costoro vogliono congiungere insieme il servizio di Dio col servizio del mondo. – Altri poi ne vedrete ancora, massime tra la gioventù, che educati cristianamente e sufficientemente conoscitori della legge di Dio vorrebbero osservarla, ma vorrebbero nel tempo stesso poter accontentare le loro malvagie passioni; epperò compiono pure certi atti esteriori di pietà, pregano, ascoltano la Messa, si accostano eziandio di tanto in tanto ai SS. Sacramenti, ma tengono pur sempre nel cuore l’affetto alle maledette dilettazioni del peccato, sentono ripugnanza a staccarsene interamente, vi pensano sopra con piacere e cadono e ricadono in esse miseramente. Or bene tutti costoro sono in un gravissimo inganno, e perciò solo, che vorrebbero servire a Dio ed al peccato, sono nemici di Dio e servitori di satana. Epperò se essi intendono di servire d’ora innanzi a Dio, dovrebbero fare quel che si legge aver fatto un giovane militare. Imperando Giuliano l’apostata, uscì un ordine rigorosissimo, che chiunque tra i Cristiani avesse qualche carica civile o militare rinunziasse alla medesima od alla fede. Un giovane Cristiano, chiamato Marino, essendo tribuno militare, si trovava assai perplesso di ciò che avesse a fare. Ma un santo Vescovo conosciuta la sua perplessità, con amore e con fermezza ad un tempo gli disse: Mio caro Marino, pensa bene che o devi servire a Dio, o devi servire a Cesare: potrai bene dividere un servizio dall’altro, ma congiungerli insieme ti è impossibile. A queste parole il buon giovano restò santamente deciso, e lasciato il servizio dell’imperatore si diede tutto al servizio di Dio. Ecco quel che dovrebbero pur fare tutti coloro che sino adesso hanno preteso di servire due padroni: santamente decidersi di lasciare il servizio di satana per darsi ancor essi unicamente al servizio di Dio.

2. Ma il divin Redentore dopo di averci detto che non è possibile servire a due padroni, volle venire a prendere di mira in particolare una passione, che è la più ordinaria, la più frequente, ed anche la più tirannica, quella cioè del danaro. Oh! chi sa dire la fame, da cui la più parte degli uomini è travagliata per riguardo al danaro. Chi può descrivere le ansietà, gli affanni, le brame che per esso si hanno? Epperò Gesù Cristo proseguì dicendo: Non potete servire a Dio ed alle ricchezze. Colla quale asserzione Egli ci fece chiaramente intendere che servire alle ricchezze, le quali per se stesse non sarebbero cattive, cioè desiderarle, amarle ingiustamente, idolatrarle con l’avarizia, non giovarsene in bene col servirsene solo a soddisfare le proprie passioni, è cosa direttamente opposta al servizio di Dio, e tale per conseguenza che col servizio di Dio non può andare assolutamente congiunta. Or ecco perché anche S. Paolo scriveva che radice di ogni male è l’amor del denaro e raccomandava perciò al suo discepolo Timoteo di fuggirlo a tutto potere, facendolo avvertito che chi anela alle ricchezze, dà nei lacci del diavolo e si impiglia in in brame perverse, che lo conducono a perdizione. Ecco perché anche Sant’Ambrogio scrive che le ricchezze sono terribile occasione di peccato, perché gonfiano, inorgogliscono e fanno dimenticare il Creatore. L’amor del denaro non si arresta in faccia a nessun peccato, ma di tutti è padre, e ben si vede come gli amanti del denaro trasandano la Religione, strapazzano i santi precetti di Dio e della Chiesa. E siccome delitto porta a delitto, ne avviene che costoro crescono in orgoglio, in ambizione, in ingiustizia ed in ogni sorta di disordini e cadono alfine nell’incredulità e nell’ateismo, arrivando persino a burlarsi di Dio, del giudizio, dell’inferno, del Paradiso, ed a cantare in aria di grandi sapientoni, che il Paradiso, non è altro che aver danari ed averne nella massima quantità. Ora se questo disordinatissimo amor del denaro arriva sino a tal punto, qual meraviglia che questa sia una delle passioni prese maggiormente di mira da Gesù Cristo, siccome una di quelle che più facilmente impedisce di conseguire l’eterna vita? E di fatti, o miei cari, che cosa accadrà a costoro nel termine della loro vita? Vi era nel Vangelo un ricco, che diceva all’anima sua: Godi e sta allegra; i granai riboccano di frumento, le cantine sono ripiene di vino; mangia, bevi e datti al bel tempo. Ma in quel mentre una voce terribile risuonò al suo orecchio: Stolto, questa notte sarà richiesta da te l’anima tua, e tutte le cose, che apparecchiasti, di chi saranno: et quæ parasti cuius erunt? Oh quanti sono gli adoratori del danaro, cui succede questa grande sventura. Essi hanno sudato per anni interi, con la febbre indosso, sempre ai traffici, ai banchi, ai commerci; per accumulare ricchezze non hanno badato a mezzi se leciti o illeciti: le truffe non furono altro per essi che sante industrie, che beato chi sa usarle; il defraudare persino la mercede agli operai, il lesinare sul soldo guadagnato, il far piangere la vedova e l’orfano reputarono necessità indispensabili per sistemare i loro affari. Ma la verità era questa, che essi avevano preso ad adorare non altro che il dio oro ed alla fine son riusciti a farsi una gran fortuna. Ma in quella che speravano di goderla in pace, l’ira di Dio li ha colpiti e sono passati all’altra vita lasciando ogni cosa ai figli ed ai nipoti, che in breve hanno fatto sparire quel che non fu radunato che in tanti anni e con tante ansie. Ma intanto che sarà nell’eternità delle anime di quegli infelici, che lungo la loro vita hanno riposto ogni affetto nelle ricchezze? Et sepultus est in inferno: ecco la tremenda parola pronunziata da Gesù Cristo a riguardo del ricco Epulone; ed ecco la sorte riservata nell’eternità agli idolatri delle ricchezze. Benché neanche sopra di questa terra sarà possibile a costoro di essere veramente felici. E chi mai trovò davvero la sua felicità in questi beni transitori e fallaci? Se ci fu un uomo che abbia nuotato nella prosperità del mondo è certamente Salomone. Egli ricchi palagi, egli numerose schiere di servi, egli ridotti a tributari moltissimi re, egli abbondanza di fertili terreni, egli un popolo fiorente nella pace per opulenza di traffico e di commercio, egli insomma, secondo il mondo, il più beato dei mortali. I re e le regine traendo alla sua reggia si partivano pieni di meraviglia d’avervi trovato mille volte tanto di quel che suonava la fama. Eppur che diceva quel monarca? Ho veduto e goduto di ogni bene che vi sia sotto la cappadel cielo, ed ho trovato che tutto è vanità delle vanità ed afflizione di spirito. No, le ricchezze non rendono felici su questa terra, e, tutt’altro che appagare il cuor dell’uomo, lo rendono insaziabile, e pieno di continue ansietà, giacché lo stesso nostro divin Maestro chiamò le ricchezze col nome di spine: spine, come spiega San Bernardo, che pungono prima del loro acquisto per il desiderio che si sente in cuore di averle, spine che pungono dopo il loro acquisto per il timore che si ha di perderle, spine che pungono dopo che si sono perdute per il dispiacere di non possederle più. – Se tale pertanto è la verità a questo riguardo, procuriamo di metterci nel novero di coloro, che Gesù Cristo stesso chiama poveri di spirito, di coloro cioè che, o ricchi o poveri, se ne vivono col cuore distaccato dalle ricchezze; di coloro che se in condizione povera non si lamentano del loro stato, sopportano con pazienza le privazioni, a cui devono andar soggetti; che se in condizione ricca, non mettono affezione alle ricchezze, ne impiegano sempre il superfluo per fare elemosine ai poveri, agli orfani, agli infermi, alle chiese ed acquistarsi così dei tesori indefettibili nel cielo.

3. Infine il divin Redentore, affinché neanche la soverchia sollecitudine di quel che abbisogna alla nostra vita possa esserci causa di attaccare il cuore alle cose della terra, ci fa il più bell’elogio della divina Provvidenza e ci anima nel modo più efficace a riporre in essa tutta la nostra fiducia. – Non prendetevi affanno, Egli disse, su di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. Gettate lo sguardo sopra degli uccelli dell’aria, i quali non seminano e non mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai più di essi? E perché vi prendete pena pel vestito? Considerate come crescono i gigli nel campo: essi non lavorano e non filano. Eppure io vi dico, che neppur Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo Iddio riveste un’erba del campo, che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà molto più voi, o uomini di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi dicendo: Che cosa mangeremo e che cosa berremo? con che cosa ci vestiremo? che tutte queste cose, di cui avete bisogno, sa lenissimo il vostro Padre. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta. – Quali ammaestramenti, o miei cari! Che parole di conforto sono queste! E quale rimprovero eziandio per noi, che tanto facilmente ci lamentiamo della divina Provvidenza da arrivare talvolta sino al punto di pensare e dire che il Signore non si ricorda di noi! Ah miei cari, che insensatezza è mai la nostra in queste parole! Iddio è padre, amorosissimo Padre. E come possiamo noi credere che Egli non pensi ad aiutarci nei nostri bisogni, a soccorrerci nelle nostre necessità? Un padre, che ami davvero i suoi figli, che cosa non è disposto a fare per non lasciar loro mancare il necessario? Si racconta che un padre, non avendo più nulla da dare ai suoi figli, che pativano la fame, si aperse con una lama il petto e poi invitò i suoi figli a cibarsi del sangue che ne spicciava fuori. Ciò è per nulla incredibile, quando si rifletta attentamente la forza che ha l’amore per i suoi figli nel cuore di un padre. Ora se un padre terreno farebbe tanto per i figli suoi, Iddio, Padre nostro celeste, il quale è onnipotente, tralascerà Egli di disporre le cose in modo che non abbiamo mai a mancare di ciò che strettamente ci abbisogna? Che se la sacra scrittura attribuisce occhi a questo Dio di bontà, egli è per significare che vigila del continuo sopra di noi; se gli attribuisce orecchi è per significare che ascolta sempre i nostri gemiti e le nostre preghiere, e se gli attribuisce mani è per significare che le distende misericordiosamente verso di noi per sollevarci dalle nostre miserie, dalle nostre infermità, dai bisogni nostri. No, no, Iddio non ci dimentica: « Vi porterò nelle mie braccia, dice egli per mezzo di Isaia; vi stringerò al mio seno, vi accarezzerò sulle mie ginocchia, come una madre accarezza il suo figlio. Una madre può ella dimenticare il suo bambino? No certamente. Ma pure se una madre arrivasse a tal punto, Io non mi dimenticherò mai di voi ». Oh se noi fossimo ben convinti di queste verità, quanto saremmo più tranquilli e più felici. Persuasi che Dio ci ama, si ricorda di noi, pensa al nostro bene, noi riconosceremmo in ogni caso della nostra vita la sua mano benedetta; anche in mezzo alle tribolazioni crederemmo con viva fede che Iddio dispone tutto per il nostro bene, e che quando Egli lo creda perciò opportuno, ha mille mezzi per trarcene fuori. Epperò che calma! che placidezza di spirito sarebbe mai sempre la nostra! L’anima, che si affida interamente nella divina Provvidenza, riposa e s’addormenta soavemente tra le sue braccia, come un bambino nelle braccia di sua madre; ella prende per divisa le parole di Davide: In pace in idipsum dormiam et requiescam (Salm. IV, 9). Io riposo tranquillamente in pace, perché tutta la mia speranza è riposta nella divina Provvidenza. Il Signore mi conduce e perciò niente mi mancherà; guidato dalla sua mano ed all’ombra della sua protezione io trionferò di tutti i miei nemici e non avrò timore di nessun male. La misericordia del Signore mi accompagnerà’ in tutti i giorni della mia vita, affinché io abiti nella casa di lui per tutta l’eternità. Tuttavia, o miei cari, se dobbiamo anzi tutto essere ben convinti che la divina Provvidenza non ci verrà mai meno, dobbiamo ancora far di tutto per rendercene degni con la santità della vita. Vi sono taluni, i quali vivono malamente, commettono sempre gravi peccati, non vanno quasi mai in chiesa, non aprono mai la bocca per dire un po’ di preghiera, se nominano il santo nome di Dio edi Gesù Cristo non è che per bestemmiarlo, insomma non si danno mai pensiero di Dio e vivono come se Iddio non fosse, epoi quando Iddio fa loro sentire che c’è, mandando ai medesimi qualche privazione o disgrazia, allora vengono fuori a gridare: Ecome ci può essere la Provvidenza, se noi siam così sventurati? Oh deliranti! E costoro che non pensano punto a Dio pretendono poi così superbamente che Iddio si prenda la più amorosa cura di loro e li preservi da ogni male? Riconoscano anzi tutto la loro mala vita, se ne pentono sinceramente, ne chiamino a Dio perdono, si mettano con impegno a ripararla, ed allora potranno non dico pretendere, ma sperare che il Signore li tratti con maggior bontà. Ma fino a tanto che essi rimangono nella loro mala vita, lamentandosi della Divina Provvidenza, non fanno altro che aggiungere peccato a peccato e rendersi sempre più indegni degli aiuti del Signore » – Ma oltrecchè allo studiare di rendersi degni della divina Provvidenza, conviene altresì implorarla incessantemente da Dio, e specialmente in quelle circostanze della vita, in cui se ne ha maggior bisogno, ed allora quel Dio, il quale ha detto: Domandate e riceverete: cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; potrà esser che non esaudisca le nostre preghiere e non ci tolga dall’infermità, dalla miseria, dalla privazione, in cui ci troviamo? « Oh! chi chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi picchia, sarà aperto. Quando un figliuolo domanda al padre del pane, il padre gli darà forse un sasso? E se un pesce, gli darà forse invece del pesce una serpe? E se chiederà un uovo, gli darà uno scorpione? Se adunque voi, che siete cattivi, diceva Gesù Cristo stesso, sapete, del bene dato a voi, far parte ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo spirito buono a coloro, che glielo domandano (Luc. XI, 9-13) ». Che se ad ogni modo, non ostante le nostre preghiere, il Signore sembrasse fare il sordo, e non farci sentire la sua Divina Provvidenza in quel modo che piacerebbe a noi, ravviviamo la nostra fede e riconosciamo che in ciò appunto, nel lasciarci inesauditi, usa il Signore verso di noi la sua provvidenza, essendoché il non esaudirci noi nostri desideri sarà cosa sommamente utile alla salvezza dell’anima nostra. Ed allora più che mai richiamiamo alla mente la sentenza del Vangelo: Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, ed il resto vi sarà dato per giunta: quærite primum regnum Dei et iustitiam ejus, et hæc omnia adiicientur vobis.

Credo …

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9
Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus. [L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis. [Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus. [Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.
[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

Per l’Ordinario, vedi: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

[Messale Romano di D. G. Lefebvre O. S. B.; L.I.C.E.- R. Berruti, Torino, imprim. 16 giu. 1936 Can. L. Coccolo)

Esaltazione della Santa Croce.

Doppio maggiore. – Paramenti rossi.

Il 14 settembre 320 si fece la consacrazione della basilica costantiniana che racchiudeva la sommità del Calvario e il $. Sepolcro. Fu allora, dice Eteria, che si scopri la Croce. Ed è per questo che si celebra l’anniversario con altrettanta solennità quanto a Pasqua ed all’Epifania ». Di qui ebbe origine la festa dell’Esaltazione della Croce. « Allorché sarò esaltato, attirerò tutto a me » (Vang.) aveva detto Gesù. E poiché il Salvatore si è umiliato, facendosi obbediente sino alla morte sulla croce, Dio l’ha innalzato e gli ha dato un nome al disopra di ogni altro nome (Ep.) Così dobbiamo gloriarci nella Croce di Gesù, perché è la nostra vita e la nostra salvezza (Intr.), e protegge i suoi servi dalle insidie dei nemici (Off., Comm., Postc). – Verso la fine del regno di Foca, Cosroe, re dei Persiani, si impadronì di Gerusalemme, fece perire molte migliaia di Cristiani e trasportò in Persia la Croce di nostro Signore, che Elena aveva deposto sul monte Calvario. Eraclio, successore di Foca, dopo aver implorato fervorosamente l’aiuto divino, riunì un’armata e sconfisse Cosroe. Allora egli esigette la restituzione delia Croce del Signore. Questa preziosa reliquia venne così ricuperata, dopo quattordici anni dacché era caduta in possesso dei Persiani. Di ritorno a Gerusalemme, Eraclio la prese sulle spalle e la riportò in gran pompa sul Calvario (630). Questo atto, secondo una tradizione popolare, fu accompagnato da uno strepitoso miracolo, Eraclio, carico d’oro e di pietre preziose, sentì una forza invincibile arrestarlo dinanzi alla porta che conduceva al monte Calvario, più faceva sforzi per avanzare, più gli sembrava di essere trattenuto. Poiché l’imperatore e con lui tutti i testimoni della scena erano stupefatti, Zaccaria, Vescovo di Gerusalemme, gli disse: « O imperatore, con questi ornamenti di trionfo, tu non imiti affatto la povertà di Gesù Cristo, e l’umiltà con la quale Egli portò la Croce ». Eraclio si spogliò allora delle splendide vesti, e toltosi i calzari, si gettò sulle spalle un semplice mantello e si rimise in cammino. Fatto questo, egli compi facilmente il resto del tragitto, e rimise la Croce sul monte Calvario, nello stesso luogo donde i Persiani l’avevano portata via. La solennità dell’Esaltazione della Santa Croce, che si celebrava già ogni anno in questo stesso giorno, prese allora una grande importanza, in ricordo del fatto che l’imperatore Eraclio aveva rimessa la Croce proprio nello stesso luogo dove era stata eretta la prima volta per la crocifissione del Salvatore ». — Uniamoci in ispirito ai fedeli che, nella chiesa di Santa Croce a Roma, venerano oggi le reliquie esposte del Sacro Legno, affinché, essendo stati ammessi ad adorare la Croce sulla terra in questa solennità, nella quale ci rallegriamo per la sua Esaltazione, siamo messi in possesso per tutta l’eternità della salvezza e della gloria che essa ci ha procurato (Or., Secr.).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gal VI : 14
Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].Ps LXVI :2

Deus misereátur nostri, et benedícat nobis: illúminet vultum suum super nos, et misereátur nostri.

[Dio abbia pietà di noi e ci benedica: faccia brillare su di noi il suo volto e ci usi misericordia].

Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].

Oratio

Orémus.
Deus, qui nos hodiérna die Exaltatiónis sanctæ Crucis ánnua sollemnitáte lætíficas: præsta, quǽsumus; ut, cujus mystérium in terra cognóvimus, ejus redemptiónis præmia in coelo mereámur.
Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum ….

[O Dio, che ci allieti in questo giorno con l’annua solennità dell’Esaltazione della S. Croce, concedici, Te ne preghiamo, che, come conosciamo in terra il mistero della Croce, cosí in cielo ne godiamo il frutto di redenzione.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,….]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Philipp II: 5-11

Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapinam arbitrátus est esse se æquálem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accipiens, in similitudinem hóminum factus, et hábitu inventus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: et donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nomine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris. [Fratelli: Abbiate gli stessi sentimenti che ebbe Gesù Cristo: il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza a Dio come una rapina: ma annichilí sé stesso prendendo la forma di servo e, fatto simile agli uomini, apparve come semplice uomo. Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome qui ci si inginocchia onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre].

Graduale

Phil II: 8-9
Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltávit illum, et dedit illi nomen, quod est super omne nomen. Allelúja, allelúja.
V. Dulce lignum, dulces clavos, dúlcia ferens póndera: quæ sola fuísti digna sustinére Regem coelórum et Dóminum. Allelúja. [
Per noi Cristo si è fatto ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
V. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome. Allelúia, allelúia.
V. O dolce legno, amati chiodi, che sostenete l’amato peso: tu che solo fosti degno di sostenere il re dei cieli, il Signore. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XII: 31-36
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Nunc judícium est mundi: nunc princeps hujus mundi ejiciétur foras. Et ego si exaltátum fuero a terra, ómnia traham ad meipsum. (Hoc autem dicébat, signíficans qua morte esset moritúrus.) Respóndit ei turba. Nos audívimus ex lege, quia Christus manet in ætérnum: et quómodo tu dicis: Opórtet exaltári Fílium hóminis? Quis est iste Fílius hóminis? Dixit ergo eis Jesus: Adhuc módicum lumen in vobis est. Ambuláte, dum lucem habétis, ut non vos ténebræ comprehéndant: et qui ámbulat in ténebris, nescit, quo vadat. Dum lucem habétis, crédite in lucem, ut fílii lucis sitis. [In quel tempo: Gesú disse alle turbe dei Giudei: Ora si compie la condanna di questo mondo: ora il principe di questo mondo sarà per essere cacciato via. E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti a me. Ciò diceva per significare di qual morte sarebbe morto. Gli rispose la turba: Abbiamo appreso dalla legge che il Cristo vive in eterno: come dici allora che il Figlio dell’uomo sarà innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo? Disse allora Gesù ad essi: Ancora un poco è con voi la luce. Camminate mentre avete lume, affinché non vi sorprendano le ténebre: e chi cammina nelle tenebre non sa dove vada. Finché avete la luce, credete nella luce, per essere figli della luce].

OMELIA

[Non abbiamo trovato nessuna omelia più espressiva e bella del Cap. XII del II lib. dell’Imitazione. La proponiamo alla lettura e alla pia meditazione – ndr. -]

 [IMITAZIONE DI CRISTO,  trad. T. Canonico; P. Marietti ed., Torino-Roma 1924]

DELLA REGIA VIA DELLA SANTA CROCE

Lib. II, CAPO XII.

1. Dura sembra a molti questa parola (Joan. VI, 61) : « Rinnega te stesso, prendi la tua croce, e segui Gesù » (Matth. XVI, 24). Ma più duro assai sarà udire quell’estrema parola: « Lungi da me, o maledetti, nel fuoco eterno » (id, XXV, 41). Coloro che volentieri ascoltano adesso e seguono la parola della croce (1 Cor. I, 18),non temeranno allora di ascoltare l’eterna condanna (Ps. CXI, 6). Questo segno della croce sarà in cielo quando Iddio verrà a giudicare. Allora tutti i servi della croce, che in vita si conformarono al Crocefisso (Rom. VIII, 29), si accosteranno a Cristo giudice con grande fiducia.

2. Perché dunque temi di prendere la croce, mediante la quale si va al regno? Nella croce è la salvezza, nella croce è la vita, nella croce la protezione contro i nemici. Nella croce è l’infusione di soavità superna, nella croce il vigore della mente, nella croce la gioia dello spirito. – Nella croce è il compendio della virtù, nella croce è la perfezione della santità. Non v’è salute per l’anima, né speranza di vita eterna, fuorché nella croce. Prendi dunque la tua croce, e segui Gesù, e andrai nella vita eterna (Matth. XXV, 46). – Precedette egli portando la propria croce (Joan. XIX, 17), e per te in croce morì; affinché tu pure porti la croce tua, e desideri morire in croce. Poiché, se con Lui sarai morto, con Lui pure vivrai (Rom. VI, 8), e se sarai compagno a Lui nei dolori, lo sarai altresì nella gloria.  

3. Ecco che tutto sta nella croce, e tutto si riduce al morire; e non v’è altra via alla vita ed alla vera pace interiore, fuorché la via della santa croce e della quotidiana mortificazione. Va dove vuoi, cerca tutto ciò che ti piace; e non troverai al di sopra via più alta, né al di sotto via più sicura che la via della santa croce. Disponi ed ordina ogni cosa secondo il tuo volere e piacimento; e non troverai fuorché dover sempre soffrire qualche cosa, o per amore o per forza; e cosi troverai sempre la croce. – Poiché, o sentirai dolore nel corpo, o nell’anima sosterrai tribolazione di spirito.

4. Talora sarai abbandonato da Dio, talora sarai esercitato dal prossimo; e, ciò che più è, spesse volte sarai grave a te stesso (Job. VII, 20). Né potrai trovare rimedio che ti liberi, o conforto che ti sollevi; ma finché vorrà Iddio, conviene che ciò sopporti. Poiché Iddio vuole che tu impari a soffrire la tribolazione senza consolazione; affinché a Lui totalmente ti assoggetti, e per mezzo della tribolazione diventi più umile. – Nessuno sente così nel cuore la passione di Cristo come colui al quale sia avvenuto di soffrire siffatte cose. Dunque la croce è sempre pronta, ed in ogni luogo ti aspetta. Non puoi sfuggirla dovunque tu corra; perché da qualsiasi parte tu venga, porti teco te stesso, e troverai sempre te. Volgiti all’alto, volgiti al basso, volgiti al di fuori, volgiti al di dentro; in tutte queste direzioni troverai la croce. Ed è necessario che in ogni luogo tu conservi la pazienza, se vuoi avere la pace interiore e meritare la corona perpetua.

5. Se porti volentieri la croce, essa porterà te e ti condurrà al fine desiderato, dove cioè sarà fine al patire, benché ciò non sia quaggiù. Se la porti malvolentieri, te la rendi più pesante; nondimeno conviene che la porti. Se getti via una croce, ne troverai certamente un’altra, e forse più pesante.

6. Credi tu sfuggire a ciò che nessun mortale poté schivare? Qual santo fu al mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, Signor nostro restò, finché visse, un’ora sola senza dolore di passione. Conveniva che Cristo patisse e risorgesse da morte, e per tal modo entrasse nella sua gloria (Luc. XXIV, 46). E come mai cerchi tu altra via, fuori di questa via regia della santa croce?

7. La vita intera di Cristo fu croce e martirio: e tu cerchi gioia e riposo? T’inganni, t’inganni, se cerchi altra cosa che soffrire tribolazioni; perché tutta quanta questa vita mortale è piena di miserie (Giob. XIV, 1), e segnata intorno di croci. E quanto più altamente altri ha progredito nello spirito, tanto maggiori croci spesso egli trova; perché l’angoscia del suo esilio cresce in proporzione dell’amore.

8. Però chi è in tal modo variamente afflitto non resta senza conforto; perché sente che dal sopportare la sua croce gli deriva grandissimo frutto. Giacché, mentre si sottomette spontaneamente alla croce, tutto il peso della tribolazione si cambia in fiducia nella consolazione divina. E quanto più la carne resta domata dall’afflizione, tanto più lo spirito vien confortato dalla grazia interiore. E talora, pel desiderio di conformarsi alla croce di Cristo, si trova talmente fortificato dall’amore della tribolazione e dell’avversità, che non vorrebbe esser mai senza dolore e senza tribolazione; poiché si crede tanto più accetto a Dio (Libro di Tobia, XII, 13.), quanto maggiori e più gravi cose può per esso soffrire. Non è questo virtù dell’uomo, ma è grazia di Cristo, la quale tanto può ed opera nella fragile carne, che l’uomo col fervore dello spirito affronta ed ama quelle cose da cui naturalmente sempre abborre e rifugge.

9. Non è cosa naturale per l’uomo portare la croce, amare la croce, tener in freno il corpo e sottoporlo a servitù (1 Cor. IX, 27); fuggire gli onori, sopportar volentieri gli oltraggi, spregiar se medesimo e bramare di essere spregiato; sopportare con proprio danno ogni cosa avversa, e niente di prospero desiderare in questo mondo. Se guardi a te stesso, nulla di tutto questo potrai da te solo. Ma se confidi in Dio, ti sarà data fortezza dal cielo, e verranno assoggettati al tuo impero il mondo e la carne. Cheanzi non temerai neppure il nemico demonio, se sarai armato di fede e segnato colla croce di Cristo.

10. Mettiti dunque da buono e fedele servitore di Cristo a portar virilmente la croce del tuo Signore crocifisso per amore di te. Preparati a tollerare molte avversità ed ogni sorta d’incomodi in questa misera vita; perché così sarà di te dovunque tu sia, e questo è ciò che troverai realmente, dovunque tu ti nasconda. Bisogna che sia cosi: non c’è mezzo per uscire dalla tribolazione e dal dolore dei mali (Ps. CVI, 39), se non che tu soffra. Bevi con amore il calice del Signore, se vuoi essere suo amico ed aver parte con Lui (Joan. XIII, 8). Le consolazioni, rimettile a Dio: faccia Egli, quanto ad esse, come più a Lui piace. Ma tu disponiti a sostenere le tribolazioni, e tienile per grandi consolazioni; poiché i patimenti di questa vita non sono degni di meritare la gloria futura (Rom. VIII, 18), quando anche li potessi soffrir tutti tu solo.

11. Quando sarai giunto a tale, che la tribolazione ti sia dolce e soave per Cristo, allora pensa pure che le tue cose van bene; perché avrai trovato il paradiso in terra. Finché il soffrire ti pesa, e cerchi difuggirlo, sempre starai male. e dovunque fuggirà teco la tribolazione.

12. Se ti sottometti a ciò che devi essere, cioè a soffrire e morire, le cose andranno subito meglio, e troverai pace. Ancorché tu fossi rapito con Paolo fino al terzo cielo (2 Cor. XII, 2), non saresti sicuro perciò di non soffrire contrarietà. Io, dice Gesù, gli mostrerò quanto bisogna ch’egli soffra pel mio nome (Act. IX, 6). Soffrire adunque, soffrire ti resta se desideri amare Gesù e servirlo per sempre.

13. Piacesse a Dio che tu fossi degno di soffrire qualche cosa pel nome di Gesù! (Act. V, 41) quanto grande gloria ne verrebbe a te, quanta esultanza a tutti i Santi di Dio, e quanta sarebbe l’edificazione del prossimo! Poiché tutti raccomandano la pazienza, ma pochi vogliono patire. A buon diritto dovresti patir volentieri qualche cosa per Cristo, mentre molti patiscono tanto pel mondo.

14. Tieni per certo che ti conviene vivere in un morire continuo. E quanto più altri muore a se stesso, tanto più comincia a vivere a Dio (Gal. II, 19). Nessuno è atto a comprendere le cose celesti, se non si è prima sottomesso a sopportare cose avverse per amore di Cristo. Nulla è più accetto a Dio, nulla più salutare per te in questo mondo, che il soffrire volentieri per Cristo. E se fosse tua la scelta, dovresti preferire di soffrire avversità per Cristo, anziché avere il conforto di molte consolazioni; perché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i Santi. – Il nostro merito ed il nostro progresso non ìstanno già in molte soavità e consolazioni; ma piuttosto nel sopportare grandi gravezze e tribolazioni.

15. Veramente, se vi fosse stato qualche cosa di meglio e di più utile alla salute dell’uomo che il patire, Cristo per certo l’avrebbe mostrato con la parola e coll’esempio. Poiché i suoi discepoli che lo seguono, e tutti coloro che desiderano seguirlo, manifestamente Egli esorta a portar la croce, e dice: « Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé medesimo, prenda la sua croce, e mi segua» (Matth. XVI, 24). Dopo dunque di aver letto e meditato ogni cosa, sia questa la conclusione finale: Che per mezzo di molte tribolazioni ci conviene entrare nel regno di Dio (Act. XIV, 21).

Credo …

Offertorium

Orémus
Prótege, Dómine, plebem tuam per signum sanctæ Crucis ab ómnibus insídiis inimicórum ómnium: ut tibi gratam exhibeámus servitútem, et acceptábile fiat sacrifícium nostrum, allelúja. [O Signore, per il segno della santa Croce, proteggi il tuo popolo dalle insidie di tutti i nemici, affinché ti sia gradito il nostro servizio e accetto il nostro sacrificio. Allelúia].

Secreta

Jesu Christi, Dómini nostri, Córpore et Sánguine saginándi, per quem Crucis est sanctificátum vexíllum: quǽsumus, Dómine, Deus noster; ut, sicut illud adoráre merúimus, ita perénniter ejus glóriæ salutáris potiámur efféctu.  [A noi che dobbiamo essere nutriti dal Corpo e dal Sangue del nostro Signore Gesú Cristo, per mezzo del quale fu santificato il vessillo della Croce, concedi, o Signore Dio nostro, che, come ci permettesti di adorare tale vessillo, cosí perennemente ne sperimentiamo l’effetto salutare.]

Communio

Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster. [Per il segno della Croce, líberaci dai nostri nemici, o Dio nostro.]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos sanctæ Crucis lætári facis honóre, ejus quoque perpétuis defénde subsídiis.
[Assistici, o Signore Dio nostro, e coloro che Tu allieti colla solennità della S. Croce, difendili pure coi tuoi perpetui soccorsi].

Per l’Ordinario:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (77)

LO SCUDO DELLA FEDE (77)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA. FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO XII.

DUODECIMA FRODE: CHE IL PURGATORIO È UN’INVENZIONE DEI PRETI.

I Protestanti dopo aver turbato i fedeli che vivono sulla terra, tenterebbero se potessero di tormentare anche quelli che già sono passati all’altra vita, e li vorrebbero privare dei suffragi, delle Messe, delle orazioni di S. Chiesa. Per ciò insegnano che il Purgatorio non esiste, che i fedeli appena morti senz’altro o salgono in Paradiso, o piombano nell’Inferno: che non per altro fu inventato dai Preti cotesto domma se non perché riusciva utile ai loro interessi. Ora sappiate che con queste falsità che spacciano, commettono tre gravissimi mali, tolgono a noi dal cuore la fede intorno ad una verità solennissima nella S. Chiesa, spogliano le povere anime dei defunti dei suffragi che loro sarebbero sì vantaggiosi, e calunniano atrocemente il Sacerdozio cristiano. Osservate se non è vero. – Dicono che non esiste il Purgatorio: ma le S. Scritture che essi a parole fan tanta mostra di rispettare, insegnano tutto l’opposto; la S. Chiesa che è di tanta autorità come sopra vi ho detto ha sempre tenuto che esistesse; i sacri Dottori non solo l’hanno difeso, ma l’hanno anche temuto; innumerabili rivelazioni fatte non a donnicciole ma a gran Santi lo confermano, e tutto ciò non vale un po’ più che le loro beffe, le loro risa, e le loro bestemmie? – Nella S. Scrittura si dice chiaro che Giuda Maccabeo mandò dodicimila dramme di argento a Gerusalemme perché si offrissero sacrifici per quelli che erano morti in battaglia, poiché, è ivi soggiunto, è un pensiero santo c salutare pregar pei morti, onde siano disciolti dai loro peccati. Ora se non vi è Purgatorio, che giova il pregar pei morti? Quelli che sono in Paradiso non ne hanno più bisogno, quelli che sono nell’Inferno non possono più ricevere sollievo di sorta. É dunque manifesto che vi ha Purgatorio. I Protestanti per isbrigarsi di questa Autorità, non sapendo che dire han negato che quel libro facesse parte delle S. Scritture: ma S. Agostino, S. Cipriano, S. Ambrogio e tutta la Cattolica Chiesa che in ogni secolo l’ha sempre riconosciuto, ha qualche peso maggior del loro. Del resto anche il nuovo Testamento lo prova chiaro. Nostro Signore insegna che chi bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo secolo né nell’altro (Matth. XII); dunque, conclude il grande S. Agostino, vi hanno da essere dei peccati che nell’altro si perdonino. Non si perdonano nel cielo, perché in esso non entra nulla che sia macchiato, non si perdonano nell’Inferno perché in esso non vi è più redenzione, che resta se non il Purgatorio? Anche S. Paolo nella sua lettera ai Corinti dice di alcuni che sarau salvi, ma tuttavia passando pel fuoco (1 Cor. III). Nella lettera ai Filippesi dice che al nome dì Gesù si debbono curvare nel cielo, sulla terra, e nelle parti infernali (Fil. II). Or nell’Inferno dove stanno i dannati niun certo riverisce il nome di Gesù, sono dunque le anime racchiuse nel Purgatorio che lo riveriscono. E poi è chiaro che se nel cielo non entra nulla che sia macchiato come insegna S. Giovanni (Apoc. XXI), se è vero che anche i giusti cadono in molte mancanze sebbene non gravi, come insegnano i Proverbi (Prov. XXIV, 16) è anche manifesto che vi ha da essere un luogo di espiazione dove possano purificarsi quelli che non ebbero il tempo o la sollecitudine di farlo in vita. Ed infatti così l’insegnò sempre la S. Chiesa come ne fanno fede indubitatissima i Santi Dottori che ne sono autorevoli testimoni. Io ve ne ricorderò solo qualcuno, perché veggiate quanto abbiano torto quei disgraziati che dicono che è un’invenzione dei Preti. S. Efrem nel suo testamento spirituale chiede delle preghiere per riposo della sua anima. – L’Imperatore Costantino volle esser sepolto in una Chiesa affinché i fedeli si ricordassero di pregare per lui: che è il desiderio che hanno anche ai dì nostri i Cristiani fervorosi. S. Giovanni Crisostomo avverte i fedeli che se sono inutili le lagrime dei vivi sopra dei morti, ben son loro utili le limosine e le preghiere. S. Girolamo loda Pammachio perché invece di spargere fiori sulla tomba di sua moglie, avea sparse tra i poverelli delle limosine per suffragarla. S. Agostino ricorda i sacrifici che si celebrarono per la sua madre Monica, e nel libro delle Eresie scrive che fu Ario il primo eretico che osò negare il Purgatorio. Ora se tutti questi gran Santi ed altri molti che potrei qui allegarvi, tutti si accordano a raccomandar la preghiera pei defunti, quale audacia non è quella di questi nuovi dottori che negano l’esistenza del Purgatorio? Ma non è solo un’audacia diabolica, è anche una crudeltà inaudita contro quelle povere anime. Imperocché senza star qui a ricercare qual sia il modo delle loro pene, è certo però che esse soffrono orribilmente, e Dio solo sa per quanto tempo, dovranno esse soddisfare ad ogni loro benché leggera mancanza. Ora chi consideri un momento che sono non solo anime di Cristiani, che hanno avuto con noi comune la S. Fede, che sono morte nella grazia di Gesù, che sono quelle che speriamo di aver compagne per tutta l’eternità nella gloria, ma che fra loro sono anche le anime dei nostri parenti, dei nostri amici, del nostro povero padre, della nostra povera madre, forse di un marito, forse di una sposa che già ci furono sì cari sulla terra, e che ora aspettano da noi un poco di aiuto; chi consideri, io dico, tutto ciò come non si sentirà inorridire al pensiero di abbandonarle sul pretesto frivolo che non vi ha Purgatorio? Bisogna aver perduta non solo la fede, ma anche il cuore per dare in questi eccessi. Certo non pochi protestanti ai nostri giorni guidati anche solo dal cuore sono giunti ad ammettere questa verità per aver la consolazione di pregare pei loro parenti e pei loro cari: e noi soffriremo poi che questi maestri di errore ci tolgano un sì bel conforto, noi a cui la fede lo somministra? – Ma che ragioni hanno adunque da recare in mezzo per negare questa verità? Ce lo facciano almeno sapere. Ve le esporrò. Allegano in primo luogo quelle parole dell’Ecclesiaste dove è detto che da qualunque parte l’albero cadrà sia mezzo giorno, sia settentrione ivi resterà (Eccles. XI, 3). E quelle di S. Paolo che sono beati quei che muojono nel Signore, perché si riposano dei lor travagli, e pretendono che per queste parole venga escluso il domma del Purgatorio. Per verità se non avevano altre migliori ragioni ad allegare, potevano tacere eternamente. Conciosiachè che hanno mai che fare queste sentenze col Purgatorio? Le parole dell’Ecclesiastico significano che nell’altra vita non v’è se non la salvezza eterna, oppure la dannazione. E chi l’ha mai negato? Questo è lo stato finale delle anime: ma quelle che passano prima a purificarsi nel Purgatorio non pervengono poi subito dopo all’eterna salute? Le parole di S. Paolo significano la consolantissima verità, che i morti nel Signore si riposeranno dei loro travagli. Sì. ma se tra loro ve n’avesse di quelli che prima dovessero per qualche tempo purificarsi, non si verificherebbe più che giungono poi al riposo? S. Paolo ha forse detto che tutti vi giungeranno subito? Eppure credereste queste frivole ragioni sono le più gagliarde che arrecano per negare il Purgatorio. Si burlano proprio di voi, mentre vi spacciano i loro errori. – Sebbene no, replicano essi, sono i Preti che vi danno ad intendere tante sciocchezze, perché al fuoco del Purgatorio essi fanno bollire (sono parole loro) la loro pentola. Veramente se io volessi rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza, potrei dire che Dio farà bollire questi sacrileghi in ben altro fuoco che non è quello del Purgatorio. Potrei osservare ancora quanto sia riverente un tal modo di parlare, e quanto convenga a quelli che si danno per inviati di Gesù Cristo: ma lasciando stare tutto ciò io chieggo loro prima di tutto, e che cosa guadagnano i Sacerdoti sul Purgatorio? La Chiesa Cattolica insegna che le anime del Purgatorio si possono suffragare colle orazioni, coll’ascoltare la S. Messa, col digiuno, con la limosina, con la penitenza e con ogni sorta di opere buone. Ora che cosa guadagnano i Preti se voi pregate, se voi udite la S. Messa, se voi digiunate, se voi distribuite limosine, se voi vi mortificate, o vi esercitate altrimenti a far del bene? Su dite che guadagno fanno i Sacerdoti in tutto ciò? Se fosse vero che essi hanno inventato il Purgatorio per trarne vantaggio insegnerebbero mai per suffragare le anime, tante maniere che a loro non fruttano nulla? Tutto il loro guadagno si ristringerà solo alta celebrazione delle Messe, ed al canto dei divini Uffizi. Ma in primo luogo chi obbliga i fedeli a suffragare le anime in questo modo, e non sono essi padroni di scegliere quegli altri modi sopraccennati? Ma poi, se perché può tornare di qualche vantaggio ai Sacerdoti che si pratichi un’opera di pietà, non è più lecito il raccomandarla per timore di parere interessati, non sarà più lecito di raccomandar nessuna virtù al mondo. Imperocché in quasi tutte le opere buone che altri vi raccomanda si trova sempre qualche vantaggio di chi l’inculca. In cominciando dal Principe che raccomanda al suddito 1’ubbidienza fino al contadino che la raccomanda al suo garzone, tutti vi trovano il loro conto: dunque non si raccomanderà più l’ubbidienza benché l’abbia tanto raccomandata Gesù Cristo? Il marito non potrà più inculcare alla moglie la ritiratezza, perché si dirà che lo fa per suo conto poiché è geloso. Il padre non potrà più raccomandare al figliuolo che non scialacqui perché si dirà che lo fa per suo conto poiché è avaro. Ed allora si potrà anche dire di questi disgraziati che negano il Purgatorio che lo fanno per loro utile, perché sono cosi sordidi da aver paura di cavar fuori un quattrino pei loro poveri morti. Se queste maniere d’interpetrare l’intenzione è buona riguardo ai Sacerdoti, perché non sarà buona riguardo ai loro calunniatori? Che cosa ne dite? – Del resto se i Sacerdoti ritraggono qualche vantaggio temporale dalla limosina, intendetelo bene una volta e fatelo sentire a costoro, è giustissimo che la ritraggono. Ancor essi hanno da vivere. Gran cosa! Si stima giusto che un medico, un avvocato, un giudice riceva uno stipendio e perché ancora esso ha da campare, e perché avendo passato tanti anni e sostenute tante spese ad apprendere la sua professione, si stima convenevole che a suo tempo ne sia rimunerato: ed un Sacerdote che ha speso tanti anni per rendersi capace del sublimissimo ministero di annunziare la divina parola, di amministrare i Sacramenti, di offrire il gran Sacrifizio, non avrà diritto non dico ad una remunerazione, che non la cerca, ma neppure al suo quotidiano sostentamento? Qui il ridicolo e l’assurdo è congiunto con la perfidia e con l’empietà. – Sapete qual è in fondo in fondo la vera ragione per cui tanto schiamazzano contro i Sacerdoti? Eccovela chiara. Non li possono sopportare perché odiano la Religione di cui essi sono i ministri. Non vorrebbero che si predicasse per non essere turbati nel sonno del peccato in cui si giacciono, non vorrebbero la Confessione perché non vogliono essi cambiar vita, e non fa loro comodo spesse volte che la vogliano cambiare gli altri, non vorrebbero lo zelo sacerdotale perché scompiglia le loro trame, e per ciò non potendoli soffrire, si sveleniscono contro di loro con ogni calunnia e colgono occasione da tutto per metterli in mala voce. E ciò sia detto per cautelarvi contro ogni loro diceria. – Conchiudendo ora quello che abbiamo discorso in questo capo, non solo tenete salda la dottrina di S. Chiesa sul Purgatorio, ma animatevi secondo levostre forze a suffragare il più che potete quelle povere anime. Esse non saranno ingrate verso di voi, che anzi per quella bella Comunione che passa tra i fedeli vivi, e defunti pregheranno singolarmente per voi e adesso, e quando saranno giunte a godere la faccia di Dio svelata, siccome ne fanno fede tutte le ecclesiastiche storie, e tutte le vite dei Santi. E quando alcuno vi dice che il Purgatorio non v’è, rispondete quel che già disse, un buon popolano a chi gli parlava così, che è vero che non v’è Purgatorio per chi lo nega, poiché come eretico è riserbato solo all’Inferno!

SALMI BIBLICI: “BENEDICAM DOMINUM IN OMNI TEMPORA” (XXXIII)

SALMO 33: “Benedicam Dominum in omni tempore”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

RUE DELAMMIE, 13; 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

Salmo XXXIII

David, cum immutavit vultum suum coram Achimelech, et dimisit eum, et abiit.

[1] Benedicam Dominum in omni tempore;

semper laus ejus in ore meo.

[2] In Domino laudabitur anima mea: audiant mansueti, et laetentur.

[3] Magnificate Dominum mecum, et exaltemus nomen ejus in idipsum.

[4] Exquisivi Dominum, et exaudivit me; et ex omnibus tribulationibus meis eripuit me.

[5] Accedite ad eum, et illuminamini; et facies vestrae non confundentur.

[6] Iste pauper clamavit, et Dominus exaudivit eum, et de omnibus tribulationibus ejus salvavit eum.

[7] Immittet angelus Domini in circuitu timentium eum, et eripiet eos.

[8] Gustate, et videte quoniam suavis est Dominus; beatus vir qui sperat in eo.

[9] Timete Dominum, omnes sancti ejus, quoniam non est inopia timentibus eum.

[10] Divites eguerunt, et esurierunt; inquirentes autem Dominum non minuentur omni bono.

[11] Venite, filii, audite me; timorem Domini docebo vos.

[12] Quis est homo qui vult vitam, diligit dies videre bonos?

[13] Prohibe linguam tuam a malo, et labia tua ne loquantur dolum.

[14] Diverte a malo, et fac bonum; inquire pacem, et persequere eam.

[15] Oculi Domini super justos, et aures ejus in preces eorum.

[16] Vultus autem Domini super facientes mala, ut perdat de terra memoriam eorum.

[17] Clamaverunt justi, et Dominus exaudivit eos; et ex omnibus tribulationibus eorum liberavit eos.

[18] Juxta est Dominus iis qui tribulato sunt corde, et humiles spiritu salvabit.

[19] Multae tribulationes justorum; et de omnibus his liberabit eos Dominus.

[20] Custodit Dominus omnia ossa eorum: unum ex his non conteretur.

[21] Mors peccatorum pessima; et qui oderunt justum delinquent.

[22] Redimet Dominus animas servorum suorum, et non delinquent omnes qui sperant in eo.

[Vecchio Testamento secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXIII

Davide ringrazia Dio pel beneficio della liberazione dall’imminente pericolo di morte, incontrato alla Corte di Achis re di Geth (detto Abimelech, nome comune dei re Filistei), e schivato coll’aiuto di Dio contraffacendosi di sensato in insensato. Esorta poi tutti a sperare in Dio. È salmo alfabetico.

Salmo di David, quando si contraffece in presenza di Abimelech, il quale lo licenziò ed ei si partì.

1. In ogni tempo io benedirò il Signore; le laudi di lui saran sempre nella mia bocca.

2. Nel Signore si glorierà l’anima mia; ascoltino gli umili, e si consolino.

3. Esaltate meco il Signore ed esaltiamo insieme il nome di lui.

4. Cercai il Signore, e mi esaudì; e mi trasse fuori di tutte le mie tribolazioni.

5. Accostatevi a lui, e sarete illuminati, e i vostri volti non averan confusione.

6. Questo povero alzò le grida, e il Signore lo esaudì, e lo trasse fuori di tutte le sue tribolazioni.

7. Calerà l’Angelo del Signore intorno a coloro che lo temono, e li libererà.

8. Gustate, e fate esperienza, come soave sia il Signore; beato l’uomo che spera in lui.

9. Santi tutti del Signore, temetelo; imperocché non manca nulla a coloro che lo temono.

10. I ricchi si trovarono in bisogno, e patiran la fame; ma a coloro che temono il Signore, non mancherà nissun bene.

11. Venite, o figliuoli, ascoltatemi: vi insegnerò a temere il Signore.

12. Chi è colui che ama la vita, e desidera di vedere dei buoni giorni?

13. Custodisci pura da ogni male la tua lingua, e le tue labbra non parlino con inganno.

14. Fuggi il male, e opera il bene; cerca la pace e valle appresso.

15. Gli occhi del Signore sopra dei giusti e le orecchie di lui tese alle loro orazioni.

16. Ma la faccia del Signore irata inverso coloro che fanno il male, per isterminare dal mondo la lor memoria.

17. Alzaron le grida i giusti, eil Signore gli esaudì e liberolli da tutte le tribolazioni.

18. Il Signore sta dappresso a coloro che hanno il cuore afflitto, e agli umili di spirito darà salute.

19. Molte le tribolazioni dei giusti; e da tutte queste li trarrà il Signore.

20. Di tutti i loro ossi ha cura il Signore: uno di questi non sarà fatto in pezzi.

21. Pessima la morte dei peccatori; e quelli che odiano il giusto saran delusi.

22. Il Signore riscatterà le anime dei servi suoi, e non saranno delusi tutti quei che sperano in lui.

Sommario analitico

Davide, liberato dal pericolo estremo che aveva corso presso il re di Geth, Achis, proclama in questo salmo:

I.Che Dio deve essere amato e benedetto dai giusti: 1° con costanza, nell’avversità come nella prosperità; 2° con perseveranza, fino alla fine della vita (1); 3° con umiltà, come fanno i servitori nei confronti del loro padrone; 4° con una gioia interiore e spirituale che si compiace dei suoi comandamenti (2); 5° con fervore, esaltando il suo nome e manifestando le sue grandezze; 6° con carità, unendosi ai santi che Lo lodano (3); 7° con diligenza, cercando scrupolosamente il Signore (4); 8° con fede, avvicinandosi alla sua luce (5); 9° con speranza, gridando verso di Lui in mezzo alle tribolazioni (6).

II. – Che non c’è nulla di più equo, perché Dio è sovranamente liberale verso i giusti:

1. dà loro gli Angeli

a) che li circondano come un accampamento,

b) che li liberano da ogni pericolo (7). .

2. – Dà loro tutti i beni: a) beni interiori accompagnati da soavità e dolcezza (8); b) beni esteriori, prodigati con abbondanza (9, 10).

3. – Si dà Egli stesso: – a) insegnando loro 1) ad amare di cuore i beni eterni (11, 12), 2) a non nuocere il prossimo con parole (13), 3) a servire Dio con le loro opere, allontanandosi dal male e facendo il bene, 4) ad amare la pace, tanto con Dio che con se stessi e con il prossimo (14); – b) guardandoli con occhio favorevole; – c) dando ascolto alle loro preghiere (15); – d) guardando con occhio severo i loro nemici per sterminarli (16); – e) venendo in soccorso dei giusti, in mezzo alle tribolazioni (17); – f) tenendosi vicino ad essi per consolarli e liberarli da tutte le loro afflizioni (18, 19); – g) vegliando con una provvidenza tutta particolare sulle loro ossa, perché non ne perisca alcuno (20); – h) perdendo i loro nemici, la cui morte sarà pessima (21); – i) riscattando col suo sangue le anime dei suoi servitori (22).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6.

ff. 1. Quando benedite il Signore? Quando fate del bene? Quando i beni del secolo abbondano in voi? … no, ma in ogni tempo! È dunque in questo stato prospero che bisogna benedirlo, ed anche quando questi elementi di felicità siano turbati dalle circostanze e dal castigo di Dio; quando questi beni ci vengono sottratti; quando non nascono più per noi, o quando appena nati spariscono. Beneditelo sia quando vi da questi beni, sia quando ve li toglie, beneditelo ancora. Egli ritira questi beni, perché essi vengono da Lui, ma Egli non ritira mai Se stesso da colui che Lo benedice (S. Agost.). – Esempio ne è Giobbe: « il Signore mi aveva dato tutto, il Signore mi ha tolto tutto; sia fatto come è piaciuto al Signore, che il Nome del Signore sia benedetto! » (Giob. I, 21). – Giobbe ci insegna in poche parole a lodare Dio senza sosta; egli ci insegna che quando Dio dà, dà con misericordia, e quando toglie, toglie con misericordia; egli ci insegna a non ritenerci abbandonati dalla sua misericordia, sia che ci carezzi con i suoi doni, per timore che non ci perdiamo di coraggio, sia che ci corregga nell’eccesso della nostra gioia, per timore che non ne veniamo a perire. Lodiamolo dunque in ogni tempo, sia che riceviamo i suoi doni, sia i suoi castighi. La lode del Signore che vi castiga è il rimedio che vi guarisce (S. Agost.). – Un cuore che non benedice Dio se non quando riceve del bene, usa di Dio come di sfuggita, per gioire piacevolmente di questo secolo (S. Greg. Mor. II, 5).

ff. 2. – « Chi si glorifica, si glorifichi dunque nel Signore, perché colui che rende testimonianza a se stesso non è veramente buono, ma colui a cui Dio rende testimonianza. » (II Cor. X, 17, 18). – Dio ci ha dato tutto, finanche il suo Figlio unigenito; tutto è per noi, dice San Paolo; ma Egli si è riservato una sola cosa, che è incomunicabile, è la sua gloria: « Io sono il Signore, questo è il mio Nome, ed Io non darò la mia gloria ad un altro » (Isaia, LII, 8). – I miti, gli umili sono i soli che mettono la loro gloria nel Signore. Che ascoltino dunque, questi miti, questi umili, la Verità eterna ed incarnata che ha aperto la bocca per proclamare la loro felicità: « Beati sono i miti, perché essi possederanno la terra». (S. Matt., V), e che gioiscano di questa speranza (Dug.).

ff. 3. – Chiunque faccia parte del Corpo di Cristo, deve apportarvi le sue cure affinché tutti partecipino alle grandezze del Signore. In effetti, chiunque agisca così, ama il Signore. E come lo ama? Lo ama non avendo invidia per coloro che Lo amano nello stesso tempo. Colui che ama secondo la carne, ama necessariamente con gelosia … Ma che dice colui che ama la saggezza di Dio? « Annunciate con me le grandezze del Signore ». Io non voglio essere il solo a proclamarle, io non voglio essere il solo ad amarlo, io non voglio essere il solo ad abbracciarlo. La saggezza di Dio è talmente estesa che tutte le anime che l’abbracciano, ne gioiscono insieme. Se dunque amate Dio, invitate ad amarlo coloro che hanno con voi qualche legame, e tutti quelli che abitano nella vostra casa; se voi amate il Corpo di Cristo, cioè l’unità della Chiesa, trascinateli a gioire di Dio e dite: « … proclamate con me le grandezze del Signore. » (S. Agost.). – Questa raccomandazione è messa in pratica con le preghiere pubbliche della Chiesa, ove tutti insieme, coralmente, con la medesima bocca, « … i Cristiani glorificano Dio, il Padre di nostro Signore Gesù-Cristo » (Rom. XI, 6).

ff. 4. –  « Io ho cercato ardentemente il Signore ed Egli mi ha esaudito ». Coloro dunque che non sono esauditi non cercano il Signore. Il Profeta non ha detto: io ho domandato l’oro al Signore ed Egli mi ha esaudito; io ho domandato al Signore di arrivare alla vecchiaia, ed Egli mi ha esaudito; io ho domandato al Signore tale o tal’altro favore ed Egli mi ha esaudito. Domandare qualche cosa, non è cercare il Signore. Egli dice: io ho cercato ardentemente il Signore ed Egli mi ha esaudito. Guardatevi dunque dal non cercare altra cosa al di fuori di Dio, ma cercate Dio stesso ed Egli vi esaudirà, e mentre voi ancora parlate, Egli dirà: « Eccomi » (Isai. LXV, 24). – cosa vuol dire « eccomi »? Io sono là presente, cosa volete da Me? Cosa mi domandate? Tutto quello che vi darò, vale meno di Me; possedete dunque Me stesso, gioite di Me, abbracciatemi; voi non potete ancora farlo interamente, ma toccatemi con la fede e sarete uniti a Me (S. Agost.). – Il Signore, ordinariamente non impedisce che si cada nell’afflizione, ma Egli ne libera. Dio non vuol lasciare i suoi santi senza che siano provati, ma Egli si contenta di sostenerli in queste prove (Dug.)

ff. 5. – Come approcciarvi a Dio? cercandolo con la fede. « Per avvicinarsi a Dio, bisogna credere primariamente che Dio c’è, e che Dio ricompensi coloro che Lo cercano » (Ebr. XII, 6), aspirando a Lui con il cuore, e correndo verso di Lui con la carità. La carità: ecco i piedi che vi servono per cercarlo! Quali sono questi piedi? I due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Con questi due piedi correte verso Dio ed avvicinatevi a Dio (S. Agost.). – … e sarete illuminati, « Dio è la luce stessa, ed in Lui non ci sono tenebre » (I Giov. I. 5). – Egli è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo » (Giov. I, 4). – Questa luce ha Egli nel cielo, nello splendore dei Santi, sulle montagne, sugli spiriti elevati, sugli Angeli; ma essa ha voluto rilucere anche tra gli uomini, che se ne erano allontanati. Essa si è avvicinata, e per rischiararli ha portato loro la fiamma fin negli occhi. Non siamo tra coloro di cui è detto: « la luce è venuta tra le tenebre e le tenebre non l’hanno accolta; è venuta fra quelle anime superbe o attaccate dalle loro passioni che non hanno compreso l’umiltà di Gesù Cristo, tra quelle anime curiose che vogliono vedere per il piacere di vedere e di conoscere, e non per essere illuminate, per regolare i propri costumi, e mortificare la propria cupidigia; tra questi sventurati di cui parla Gesù Cristo, che hanno voluto sì gioire per la luce, ma non lasciarsi infiammare i loro cuori dal fuoco che era venuto ad illuminarli (Bossuet, Elév. XII Sem. IX Elév.).

ff. 6. – La povertà tutta non è sempre degna di elogi, ma lo è soltanto quella che parte da una volontà libera di obbedire ai consigli evangelici. Numerosi sono i poveri, non volendo considerare che la penuria delle ricchezze, ma la maggior parte di questi poveri sono ricchi ed avari per i loro desideri; la loro indigenza non li salva, la loro cupidigia li condanna. Il Re Profeta si serve di questo pronome dimostrativo, « questo povero », per elevare la nostra anima fino al vero povero secondo Dio, che soffre per Lui la sete e la fame, come se dicesse: questo discepolo di Gesù Cristo (S. Basilio). – Il profeta vi insegna come sarete esauditi. Se non siete esauditi, voi siete ricchi: « Questo povero grida ed il Signore lo ascolta ». Siate indigenti e gridate, e Dio vi esaudirà. E come potrò io diventare indigente, per gridare verso Dio? Non presumendo delle vostre forze, anche quando in possesso di una qualche ricchezza; comprendendo che siete indigenti e veramente poveri quando non possedete Colui che solo può rendervi ricco (S. Agost.). – L’umanità prega in ogni luogo e a tutte le ore; non c’è alcuno dei suoi bisogni che sia estraneo al cuore di Dio. Essa si indirizza a Lui come alla luce che vede tutto, alla sovranità che può tutto, alla bontà che vuole tutto ciò che può, e ci vogliono miracoli per esaudire la sua preghiera; essa vi conta fermamente come sull’effetto naturale di un ordine che comandi a tutte le leggi. Non è solo nelle rare e solenni circostanze che la sua voce supplicante sale verso Dio, come se Dio non si fosse riservato di intervenire che negli avvenimenti famosi che cambiano il corso delle cose e delle nazioni. No; la preghiera esce dal cuore del povero, come da quello dei re. Essa è tanto più forte se si eleva da un tetto di paglia, piuttosto che dalle cime dei cedri, parlando a Dio di un pezzo di pane, piuttosto che dell’occupare un impero. « Questo povero ha gridato, diceva Davide, e Dio lo ha ascoltato ». Anche a vedere la fiducia dei piccoli nel governo dell’Altissimo, si crederebbe che essi conoscano a fondo questa grande legge che genera la protezione della stessa impotenza, e che fa così di Dio e dell’oppresso le due cose che si toccano più da vicino (Lacord. LXVII, Conf.).

II. — 7 – 22.

ff. 7. – Qual è questo Angelo del Signore? È l’Angelo posto a nostra custodia e che Dio ha dato perché vegli su tutte le nostre vie. « È nostro Signore Gesù Cristo, che è nominato nelle profezie come l’Angelo del grande Consiglio, l’inviato del gran consiglio. Non temete quindi di restare misconosciuti a Dio: in qualunque parte voi siate: se temete il Signore, questo Angelo vi conosce, vi circonderà e vi libererà ».  (S. Agost.).

ff. 8. – Noi vediamo in diversi brani della Scrittura che le facoltà dell’anima ricevono gli stessi nomi delle membra esterne dei corpi. Poiché nostro Signore è un vero pane, e la sua carne nutre veramente, è necessario che il sentimento delizioso che ci procura questo pane, sia prodotto in noi da una degustazione spirituale. Le parole sono impotenti per far comprendere a coloro che l’ignorano la natura del miele, bisogna aggiungervi la degustazione. Così è per la bontà e la dolcezza tutta celeste del Verbo, le parole non sono sufficienti ad esprimerla; occorre un lungo esame delle verità divine, perché noi possiamo pervenire a gustare la bontà del Signore. « Gustate », Egli dice, non riempitevene, perché ora noi conosciamo Dio solo imperfettamente; non vediamo che come in uno specchio e sotto immagini oscure (I Cor. XIII, 12); ma verrà il tempo in cui questa caparra di felicità eterna, questo gusto della grazia, farà posto alla pienezza della gioia (S. Basil.). – Come far gustare ai mondani delle dolcezze che non hanno mai sperimentato? Le ragioni in questa materia sono poco efficaci, poiché per discernere ciò che piace, occorre conoscere i propri gusti e conoscere quello che si è conosciuto. È perciò a Dio che i peccatori possono risolversi a gustare quanto il Signore sia dolce! Essi conoscerebbero per esperienza che ci sono delle delizie spirituali che sorpassano le false dolcezze dei nostri sensi e tutte le loro lusinghe (Bossuet, Effic. de la Pén. II, P.). – « Gustate e vedete quanto è dolce il Signore; quanto è dolce la verità, la giustizia, la buona speranza, il casto desiderio di possederla; e gemerete nel vedervi in mezzo agli inganni e agli errori, ed emetterete un dolce e tenero sospiro verso la città santa, che Dio ci ha preparato, ove regna la verità, ove si trova la pace eterna e tutto il bene con Dio » (Bossuet, Méd. sur l’Evangil.). – Dio vuole essere conosciuto per essere amato. Il mondo perde nell’approfondirsi; esso non si rallegra che della superficie e del primo colpo d’occhio. Ma entrate più oltre: non c’è che vuoto, vanità, afflizione, agitazione e miseria. Ma il Signore, bisogna conoscerlo e gustarlo a lungo – dice il Profeta – per sentire tutto ciò che Egli ha di ammirevole. Più Lo conoscete, più Lo amate; più vi unite a Lui, più sentite che non c’è vera felicità in terra se non nel conoscerlo ed amarlo (Massil. sur la Prière).

ff. 9. – Timore di Dio unito alla speranza: una di queste due virtù non può sussistere senza l’altra. – Nulla può mancare a coloro di cui Gesù Cristo è Dio, perché la giustizia di Dio è la fonte di tutti i beni. « Cercate innanzitutto – dice nostro Signore (Matt. VI, 3) – il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù »  (S. Girol.).

ff. 10. – Si dirà che gli Apostoli ed i Santi che hanno camminato sulle loro tracce, non abbiano avuto parte dei beni della terra, perché non hanno cercato il Signore, o che, se essi sono stati fedeli nel cercarlo, la santa Scrittura sia in difetto, proclamando che coloro che lo cercano non saranno privati di alcun bene! Ma no, i Santi hanno cercato il Signore, e non sono stati privati dell’intelligenza di Colui che essi cercavano, e non sono stati spogliati dei beni che sono stati loro riservati nel riposo eterno; perché è parlando di questi beni che si può dire che essi rinchiudano ogni bene, mentre che i piaceri della carne portano con sé più dolori e pene che gioie (S. Basil.). – L’avaro manca sia di ciò che ha, sia di ciò che non ha (S. Ger.). – Molti che non vogliono temere il Signore, hanno paura di soffrire la fame. Si dice loro: guardatevi dall’usare la frode. Di cosa mi nutrirò? … rispondono essi. La mia professione non può esercitarsi senza impostura, io non posso svolgere i miei affari senza ingannare. Ma Dio punisce la frode, temete Dio! Se temo Dio, non avrò di che vivere. « Santo del Signore, temetelo tutti, perché nulla manca a coloro che Lo temono ». Dio promette l’abbondanza a colui che così teme e che comprende che se vive del timore del Signore, il superfluo non gli manca. Dio vi nutre, anche se voi Lo disprezzate, e vi abbandonerà quando voi Lo temerete! Riflettete e guardatevi dal dire: un tale è ricco ed io sono povero; io temo Dio e lui, che non Lo teme, cosa non ha guadagnato? Ed io che Lo temo, io sono nudo! Vedete cosa aggiunge il profeta. « I ricchi sono stati nel bisogno ed hanno avuto fame, ma coloro che cercano il Signore non mancheranno di alcun bene. » Se prendete queste parole alla lettera, sembra che esse vi ingannino. Vedete in effetti, molti ricchi perversi che muoiono in mezzo alle loro ricchezze, e che non sono mai stati poveri nella loro vita; li vedete invecchiare ed arrivare al termine di una lunga vita in mezzo a grandi abbondanze di beni; voi vedete che si celebrano i loro funerali con pompa e sfarzo; vedete una folla numerosa che conduce fino alla tomba questo ricco che viene a spirare su di un letto di avorio, e tutta la famiglia lo circonda e lo piange; e voi dite in voi stessi: io conosco tutto il male che quest’uomo ha fatto, conosco le sue azioni; … la Scrittura mi ha deluso, mi ha ingannato perché vi ho letto e cantato queste parole: « i ricchi sono stati nel bisogno ed hanno avuto fame ». Quando dunque, quest’uomo è stato nel bisogno? Quando ha avuto fame? « Coloro che cercano il Signore non mancheranno di alcun bene ». Ma tutti i giorni io vado in chiesa, tutti i giorni mi inginocchio, tutti i giorni io cerco il Signore, e non possiedo alcun bene; e quest’uomo che non ha cercato Dio è morto in mezzo ad una tale opulenza! Ed i lacci dello scandalo serrano alla gola colui che parla così! In effetti egli non cerca sulla terra un nutrimento deperibile, egli non cerca la vera ricompensa nel cielo. Guardatevi bene allora dal considerare le cose come lui. E come le comprenderò? Cercando i beni spirituali! Ma dove sono questi beni? Non è con gli occhi che si vedono, ma con il cuore. Questi beni io non li vedo. Colui che li ama li vede! Io non vedo la giustizia. In effetti la giustizia non è né oro né argento. Se essa fosse d’oro, la vedreste. Così è della fedeltà che voi non vedete. Pertanto se non vedete la fedeltà, come mai amate un servitore fedele? Perché trovate la vostra gioia in colui che vi testimonia la fedeltà, e vi rallegrate di un bene che solo gli occhi del cuore possono apprezzare? – Ecco un ambizioso carico di onori e colmo di ricchezze; non vi lasciate abbagliare, egli brilla esternamente, ma è vuoto all’interno; egli è gonfiato, ma non è riempito; tutti i suoi tesori eccitano la vostra invidia; ahimè! Essi non hanno fatto che stuzzicare la sua fame, ben lungi dal saziarlo. Voi lo credete contento, errore grossolano! La sua grande fortuna non fa che dargli grandi bisogni; voi lo chiamate un « realizzato », nuovo errore, egli si crede appena nel mezzo della sua corsa, ed il suo orgoglio monta incessantemente, dice il Profeta (S. Agost.). – la sua fortuna, voi dite, ha oltrepassato le sue speranze; questo forse è così, ma essa non le ha colmate; egli non ha più nulla da desiderare, voi vi ingannate: la voragine della sua cupidigia dilata sempre più i suoi abissi (De Boulogne, Sur l’ambit.).

ff. 11. –  « Venite figli miei ». È la voce di un maestro pieno di bontà che invita alla pratica della saggezza, con un accento di tenerezza tutta paterna. In effetti, il discepolo è come un figlio spirituale per il suo maestro; il discepolo che riceve dal suo maestro gli insegnamenti che formano alla pietà, è formato, modellato da lui come il bambino nel seno di sua madre. Ascoltate l’Apostolo San Paolo (Gal. IV, 19): « figli miei, che io genero nuovamente finché Gesù-Cristo sia formato in voi » (S. Bas.). – Uno dei privilegi della nuova legge è che i Cristiani siano edotti da Dio stesso (Giov. VI, 45). È la voce di un padre che si fa ascoltare, chiamando i suoi figli, coloro che egli vuole istruire, per far loro capire che il timore che vuole insegnare loro, non è un timore servile, ma un timore filiale. Io vi insegnerò non il timore del mondo, non la paura degli uomini, ma il timore del Signore. La grande, la vera scienza è il sapere in quale maniera noi dobbiamo temere Dio, mescolando il timore con l’amore, temperando la paura che incute la sua giustizia, con una perfetta fiducia nella sua bontà. – Io vi insegnerò non il corso degli astri, la natura delle cose, i segreti celesti, ma il timore del Signore. La scienza di queste cose, senza il timore di Dio, gonfia; il timore del Signore, anche senza scienza, salva. Chiunque desideri essere pieno di saggezza e di scienza, e che, sotto la condotta dello Spirito di Dio, desideri salire fino alla sommità della perfezione cristiana, deve necessariamente cominciare dal timor di Dio. Questo timore di Dio è la forza dell’anima, la luce dell’intelligenza e la speranza di salvezza (S. Laur. Just.).

ff. 12. – « Se qualcuno desidera la vita », non quella che abbiamo in comune con gli animali, ma la vera vita, che è a prova di morte, la vera vita che è Gesù Cristo,  desidera vedere giorni di felicità. I giorni di questo secolo sono giorni cattivi, perché essendo questo secolo la misura del mondo del quale è detto: « il mondo intero è sotto l’impero dello spirito malvagio »  (Giov. V, 19), condivide la natura del mondo del quale è la misura. È ciò che faceva dire all’Apostolo: « redimete il tempo, perché i giorni sono cattivi », e ben prima al Patriarca Giacobbe: « i giorni del mio pellegrinaggio sono stati brevi e cattivi » (Gen. XLVII, 9). – È dunque un’altra vita verso la quale queste parole elevano il nostro pensiero, ed altri giorni che non saranno più né misurati con il corso degli astri, né interrotti dalla notte; perché Dio sarà la loro luce e li inonderà dei raggi della sua gloria (S. Basil.). – « Chi è l’uomo che desidera la vita e si augura di vedete giorni felici »? A questa domanda, tutta la natura, se animata, risponderebbe con la stessa voce che tutte le creature vorrebbero essere felici; ma soprattutto le nature intelligenti non hanno volontà e desiderio se non della loro felicità. È vero che gli uomini si rappresentano la felicità sotto forme differenti: gli uni la ricercano e le inseguono sotto il nome di piacere, altri sotto quella di abbondanza e di ricchezze, altri sotto quello di riposo, o di libertà, o di gloria; altri sotto quella di virtù. Ma infine tutti la ricercano, sia il barbaro che il greco, le nazioni selvagge e le nazioni progredite e civilizzate, colui che si riposa nella propria casa, e colui che lavora nella campagna, colui che attraversa i mari e colui che dimora sulla terra. Noi tutti vogliamo essere felici ed in noi non c’è nulla di più intimo, né di più forte, né di più naturale che questo desiderio. Aggiungiamo pure che non c’è nulla di più ragionevole, perché cosa c’è di meglio che desiderare il bene, cioè la felicità? Voi dunque, o mortali che la cercate, voi cercate una cosa buona; preoccupatevi solo se non la cercaste, o se essa non ci fosse! Voi la cercate sulla terra, ma non è là che essa è stabilita, né là che si trovano questi giorni felici di cui il Salmista ci ha parlato (S. Agost. e Bossuet, IV Serm. P. la Touss.). – Si desidera vedere giorni felici, e ci si attacca a quelli che lo Spirito Santo chiama « giorni malvagi ». Si vuole il fine, ma ci si rifiuta di prendere i mezzi che solo possono condurvici.

ff. 13. – Se volete vedere giorni felici, se amate la vita, compite i precetti della vita, « perché colui che mi ama, dice il Salvatore, osserva i miei precetti » (Giov. XIV, 23). – Ora il primo precetto, è quello di trattenere la propria lingua dal male, e le labbra da ogni artificio; perché i peccati che si commettono con la lingua sono i più frequenti e rivestono le più molteplici forme (S. Basil.). – Prima e vera caratteristica di chi aspira alla vita felice, è il controllare esattamente la propria lingua. « La morte e la vita sono in mano alla lingua » (Prov. XVIII, 21); « … colui che sorveglia la propria lingua, sorveglia la propria anima ». – « Se qualcuno crede di avere la pietà e non mette un freno alla propria lingua, la sua pietà è vana » (Giac. I, 26). – Io non voglio, dice l’uomo sciagurato, io non voglio vegliare sulla mia lingua e trattenerla dal male: io voglio vivere e trascorrere giorni felici. Se un operaio vi dicesse: io voglio devastare questa vigna e ricevere da voi il mio salario; voi mi avete condotto nella vostra vigna per potarla e tagliarla, io ho tagliato tutti i germogli che dovevano dare frutto; ho tagliato i ceppi stessi, affinché voi possiate togliere ogni speranza di raccolto, e voi, dopo quello che ho fatto, mi pagherete il mio lavoro… !  non direste voi a quest’uomo che è un folle? Non lo caccereste via da voi prima che metta mano alla sua ronca? Tali sono gli uomini che vogliono fare il male, giurare il falso, bestemmiare Dio, mormorare, commettere frodi, ubriacarsi, fare processi su processi, darsi ad ogni tipo di crimini ed avere poi giorni felici (S. Agost.). – Si dice loro: voi non potete, facendo il male, reclamare la ricompensa dovuta al bene. Se siete ingiusto, bisogna che anche Dio sia ingiusto? Cosa farò dunque? Cosa volete? Io voglio vivere e trascorrere giorni felici. « Frenate la vostra lingua da ogni male, e che le vostre labbra non proferiscano parole di inganno » (Ibid.).

ff. 14. – È poca cosa allontanarsi dal male, non è che una parte della giustizia necessaria alla salvezza; l’altra parte, non meno necessaria, consiste nel fare il bene. È poca cosa non nuocere ad alcuno, non uccidere nessuno, non rubare, non commettere adulterio, non rendere falsa testimonianza. Quando ve ne sarete allontanati, voi forse direte: io sono in sicurezza, ho compiuto ogni prescrizione, avrò la vita e vivrò giorni felici. Non solo allontanatevi dal male, ma fate il bene! « Cercate la pace e perseguitela con perseveranza » (S. Agost.). – Il Profeta non ci domanda di avere la pace, ma di desiderarla e di ricercarla. Questo dipende da noi: noi possiamo sempre averla con Dio, quando lo vogliamo sinceramente; ma non dipende sempre da noi averla sia con il prossimo che con noi stessi. Occorre quindi ricercare questa pace con perseveranza, con Dio, unendoci a Lui con la purezza del suo amore; con noi stessi, lavorando a distruggere in noi tutto ciò che si oppone alla sua volontà; e con il prossimo, sopportando i suoi difetti e restando pacifici con gli stessi che odiano la pace (Ps. CXIX).

ff. 15, 16. – Dio, come possiamo notare dalle Scritture, ha un volto per i giusti ed un volto per i peccatori. Il volto che ha per i giusti è un volto sereno e tranquillo, che dissipa le nubi, che calma le turbe della coscienza, che la riempie di una santa gioia (Ps. XV, 11). C’è poi un altro volto che Dio mostra ai peccatori, un volto di cui è scritto: « Il volto di Dio è su coloro che fanno il male », è il volto della giustizia (Bossuet, Serm. P. le vend. saint.) – Lo sguardo di Dio sui giusti è uno sguardo di amore che tende a salvarli; lo sguardo di Dio sui peccatori è uno sguardo di giustizia che tende a punirli; l’uno procura una dimore eterna nella terra dei viventi, e l’altra stermina dalla terra coloro che i loro crimini hanno reso indegni del proprio ricordo e della memoria degli uomini. Quanti di questi ultimi hanno fatto di tutto per rendersi celebri, e dei quali non si sa neppure se essi fossero giammai? Se qualche generazione, anzi cosa dico? … se qualche anno dopo la loro morte essi ritornassero, uomini dimenticati in mezzo al mondo, essi si affretterebbero a rientrare nelle loro tombe per non vedere il loro nome offuscato, la loro memoria abliata (Bossuet, Or. fun, de Michel le Tellier). – Quanti altri vi sono ai quali Dio non ha rifiutato questa gloria tanto desiderata, questa ricompensa che non giunge a coloro il cui orgoglio Egli punisce severamente nell’inferno.. « Essi sono lodati là dove non sono, dice S. Agostino; essi sono tormentati là dove sono ».

ff. 17-19. – I giusti sono sempre esauditi da Dio, anche quando Egli non accorda loro quanto Gli chiedono, perché sarebbe per loro dannoso; Egli li esaudisce nel modo più elevato di quanto essi non intendano, e nell’esaudirli, elude vantaggiosamente la loro previsione. – Dio esaudì le preghiere della Chiesa riunita, quando liberò San Pietro dalla prigione; ma esaudì il principe degli Apostoli in modo più elevato, quando permise che fosse legato e condotto là dove egli non voleva (Giov. XXI, 18) e lo lasciò morire sulla croce. – « Dio è vicino a coloro che hanno il cuore infranto ». Ci sono molti che sono afflitti, ma non di cuore, come coloro che deplorano la perdita dei loro beni, o forse gli errori che hanno rovinato i propri affari, ma non si sognano affatto di deplorare quelli che hanno fatto perdere la loro eternità. – Benché tutti l’abbandonino per insensibilità, per odio o per indifferenza, Gesù Cristo è sempre vicina all’anima che soffre. Con Lui nessun rilassamento. La sua missione è quella di guarire coloro che hanno il cuore infranto e di consolare coloro che piangono. Oh! Voi potete parlarGli delle vostre pene, Egli comprenderà, perché Egli ha portato tutti i dolori dell’anima; Egli li allieverà, perché Egli ha imparato dalle sue prove personali a non lasciare nessuno senza rimedio. – I giusti non devono essere sorpresi nel vedersi afflitti quando sono sulla terra, essi al contrario devono ciò attendersi ed esservi preparati. È la vocazione di ogni Cristiano. « Nessuno di voi, dice S. Paolo, sia scosso in questo tempo di tribolazione, perché tutti sapete che a questo siamo destinati » (I Tessal. III, 3). – C’è di più, se gli uomini sono ingiusti, hanno meno tribolazioni da sopportare; se sono giusti, queste tribolazioni sono più numerose. Ma gli empi, dopo poche tribolazioni, o anche senza averne subite, cadranno in una tribolazione senza fine, dalla quale non saranno mai liberati; i giusti al contrario, dopo numerose tribolazioni, perverranno alla pace eterna ove non soffriranno alcun male (S. Agost.).

ff. 20. – Ammirevole è la provvidenza di Dio nei riguardi dei suoi fedeli servitori: non solo la loro anima, ma i loro corpi interamente, sono l’oggetto della sua attenzione, delle sue cure, del suo amore. Egli ha messo sul nostro corpo la sua mano sovrana, lo ha riempito con lo Spirito Santo che la Scrittura chiama suo dito, e del quale è già in possesso. Egli, agli occhi di chi nulla perde, segue tutte le particelle del nostro corpo, in qualunque punto più remoto del mondo la corruzione o il caso le getti. E tu, terra, madre e nello stesso tempo sepolcro comune di tutti i mortali, in qualsiasi recesso li abbia inghiottiti, dispersi, celati i nostri corpi, tu li restituirai tutti interi, e piuttosto saranno sconvolti il cielo e la terra, che uno solo dei nostri capelli perisca, perché essendone Dio il padrone, nessuna forza potrà impedire che si compiano le sue opere (Bossuet, Serm. sur la resur. Dern.).

ff.21-22. -La morte dei peccatori è simile alla loro vita. Questi è stato proprio un criminale, e quella molto malvagia, sia che si consideri il passato, nel quale si scoprono diversi crimini, sia che si riguardi al presente, dove essi si vedono abbandonati da Dio e votati al crudele tormento di una coscienza lacerata dai rimorsi, sia che si volgano gli occhi sullo spaventoso avvenire che li attende (Dug.). – Ma, voi dite, ciò che mi stupisce, è che io conosco i peccati di quest’uomo e so che egli è morto tranquillamente nella sua casa, nel suo ambiente, senza aver sofferto tutta la vita, fino all’ora della morte, le pene di una terra straniera. Ascoltate: « pessima è la morte del malvagio ». Questa morte che a voi sembra dolce, è pessima, se voi osservate cosa avviene interiormente. All’esterno voi vedete l’uomo coricato nel suo letto, ma lo vedete interiormente trascinato nell’inferno? Ascoltate, fratelli miei, e vedete nel Vangelo quanto è cattiva la morte del malvagio (Luc. XVI, 19). Apprendete dunque da qui che cosa sia la cattiva morte dei peccatori e trattenetevi dal considerare questi letti sovraccarichi di stoffe preziose, questa carne avvolta in ricche lenzuola, questi eredi che mostrano la pompa delle loro lamentele, questa famiglia che piange, questa folla di cortigiani che precede e segue il corpo che si muove dalla casa del defunto, e questi monumenti di oro e marmo. Interrogate il Vangelo ed esso farà vedere alla vostra fede l’anima del ricco che brucia nel fuoco vindice, senza che tutti gli uomini che gli hanno reso così splendido omaggio, e gli splendidi ossequi che la vanità ha prodigato al suo corpo, abbiano potuto servirgli a nulla (S. Agost.). I peccatori che non hanno avuto che odio per i giusti durante la loro vita, si ritrovano miseramente disingannati alla loro morte. Essi riconoscono, ma troppo tardi, di aver lavorato per la loro perdita, perseguitando gli amici del suo Giudice (Dug.). – È in effetti in rapporto all’anima che deve essere compresa la buona o la cattiva morte, e non in rapporto al corpo, rispetto agli affronti o agli onori che hanno ricevuto agli occhi degli uomini. Se le anime dei servitori di Dio sembrano agli occhi degli uomini insensati, perdute per qualche tempo, sarà bene il riscattarle e liberarle dalle mani dei peccatori. « Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. » (Sap. III, 1-3.).

PERFEZIONE DELLA VITA CRISTIANA (2)

Perfezione della vita cristiana

[A. Tanquerey: Compendio di teologia ascetica e mistica – Soc. S. Giovanni Evang. Desclée e Ci.; Roma, Tournai – Parigi. 1948]

CAPITOLO III -2-

§ II. La carità sulla terra suppone il sacrificio.

321. In paradiso ameremo senza bisogno di immolarci, ma sulla terra la cosa corre altrimenti. Nello stato attuale di natura decaduta ci è impossibile di amare Dio con amore vero ed effettivo senza sacrificarci per Lui. È ciò che risulta da quanto abbiamo detto più sopra, ai n. 74-75, sulle tendenze della natura corrotta che restano nell’uomo rigenerato. Noi non possiamo amar Dio senza combattere e mortificare queste tendenze; è lotta che comincia col primo svegliarsi della ragione e termina solo con l’ultimo respiro. Vi sono, è vero, momenti di sosta, in cui la lotta è meno viva; ma anche allora non possiamo disarmare senza esporci ai contrattacchi del nemico. È un fatto provato dalla testimonianza della Sacra Scrittura.

La Sacra Scritturaci dichiara apertamente la necessità assoluta del sacrificio o dell’abnegazione per amar Dio e il prossimo.

322. A) A tutti i suoi discepoli rivolge Nostro Signore questo invito: « Chi vuol seguir me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » – « Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me » (Matth. XVI; Luc. IX, 23). Per seguire Gesù ed amarlo, è condizione essenziale il rinunziare a se stesso, cioè alle cattive tendenze della natura, all’ egoismo, all’orgoglio, all’ambizione, alla sensualità, alla lussuria, all’amore disordinato delle comodità e delle ricchezze; è il portare la propria croce, accettare i patimenti, le privazioni, le umiliazioni, i rovesci di fortuna, le fatiche, le malattie, in una parola tutte quelle croci provvidenziali che Dio ci manda per provarci, per rassodarci nella virtù e facilitarci l’espiazione delle colpe. Allora, e allora soltanto, si può essere suoi discepoli e camminare per le vie dell’amore e della perfezione. Gesù conferma questa lezione col suo esempio. Egli che era venuto dal cielo espressamente per mostrarci il cammino della perfezione, non tenne altra via che quella della croce: « Tota vita Christi crux fuit et martyrium. » Dal presepio al Calvario,è una lunga serie di privazioni, d’umiliazioni, di pene, di fatiche apostoliche, coronate dalle angosce dalle torture della dolorosa sua passione. È ilcommento più eloquente del « Si quis vult venirepost me »; se ci fosse stata altra via più sicura, eice l’avrebbe mostrata, ma sapendo che non c’eratenne quella per trarci a seguirlo: « Quando saròelevato da terra, attirerò a me tutti gli uomini » :« Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham a me ipsum » (Joan. XIII, 32). Così l’intesero gli Apostoli che ciripetono, con S. Pietro, che se Cristo patì per noi,lo fece per trarci alla sua sequela: « Christus passus est prò nobis, vobis relinquens exemplum ut sequamini vestigia ejus » (1 Piet. II, 21).

323. B) Tal è pur l’insegnamento di S. Paolo: per lui la perfezione cristiana consiste nello spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, « exspoliantes vos veterem hominem cum actibus suis et induentes novum » (Col. III, 9). Or l’uomo vecchio è il complesso delle cattive tendenze ereditate da Adamo, è la triplice concupiscenza che bisogna combattere e infrenare con la pratica della mortificazione. Dice quindi nettamente che coloro che vogliono essere discepoli di Cristo devono crocifiggere i loro vizi e i loro cattivi desideri: « Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et coticupiscentiis » (Gal. V, 24). È condizione essenziale, tanto ch’egli stesso si sente obbligato a castigare il suo corpo e a reprimere la concupiscenza per non rischiare di essere riprovato: « Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte, cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar ». (1 Cor. IX, 27)

324. C) S. Giovanni, l’apostolo dell’amore, non è meno chiaro e netto: insegna che, per amar Dio, bisogna osservare i comandamenti e combattere la triplice concupiscenza che regna da padrona nel mondo; e aggiunge che se si ama il mondo e ciò che è nel mondo, cioè la triplice concupiscenza, non si può possedere l’amor di Dio : « Si quis diligit mundum, non est caritas Patris in eo » (1 Joan. II, 15). Ora per odiare il mondo e le sue seduzioni, è chiaro che bisogna praticare lo spirito di sacrificio, privandosi dei piaceri cattivi e pericolosi.

325. 2° Ed è del resto necessaria conseguenza dello stato di natura decaduta qual 1’abbiamo descritto al n. 74, e della triplice concupiscenza che dobbiamo combattere, (n. 193 ss). E impossibile infatti amar Dio e il prossimo senza sacrificar generosamente ciò che si oppone a questo amore. Ora, come abbiamo dimostrato, la triplice concupiscenza s’oppone all’amor di Dio e del prossimo; bisogna quindi combatterla senza tregua e pietà, se vogliamo progredire nella carità.

326. Rechiamo qualche esempio. I nostri sensi esterni corrono avidamente verso tutto ciò che li solletica e mettono in pericolo la fragile nostra virtù. Che fare per resistervi? Ce lo dice Nostro Signore coll’energico suo linguaggio: « Se il tuo occhio destro è per te occasione di caduta, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te che perisca uno dei tuoi membri, anziché tutto il tuo corpo venga gettato nell’ inferno » (Matth. V, 29) . Il che significa che bisogna saper staccare con la mortificazione gli occhi, le orecchie, tutti i sensi da ciò che è occasione di peccato; altrimenti non c’è né salvezza né perfezione. Lo stesso si dica dei nostri sensi interni, specialmente della fantasia e della memoria; chi non sa a quali pericoli ci esponiamo se non ne reprimiamo sul nascere i traviamenti? Le stesse nostre facoltà superiori, l’intelligenza e la volontà, sono soggette a molte deviazioni, alla curiosità, all’indipendenza, all’orgoglio; quanti sforzi non sono necessari, quante lotte sempre rinascenti per tenerle sotto il giogo della fede e dell’umile sottomissione alla volontà di Dio e dei suoi rappresentanti! Dobbiamo dunque confessare che, se vogliamo amar Dio ed il prossimo per Dio, bisogna saper mortificare l’egoismo, la sensualità, l’orgoglio, l’amore disordinato delle ricchezze, onde il sacrifizio diventa necessario come condizione essenziale dell’amor di Dio sulla terra. – È questo in sostanza il pensiero di S. Agostino quando dice: « Due amori hanno fatto due città: l’amor di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha fatto la città terrestre; l’amor di Dio spinto fino al disprezzo di sé ha fatto la città celeste » Non si può, in altre parole, amar veramente Dio che disprezzando se stesso, cioè disprezzando e combattendo le cattive tendenze. In quanto a ciò che vi è di buono in noi, bisogna esserne grati al primo suo Autore e coltivarlo con sforzi incessanti.

327. La conclusione che logicamente ne viene è che, se per essere perfetti bisogna moltiplicare gli atti d’amore, non è meno necessario moltiplicare gli atti di sacrificio, poiché sulla terra non si può amare che immolandosi. Del resto si può dire che tutte le nostre opere buone sono insieme atti d’amore e atti di sacrificio: atti di sacrificio in quanto ci distaccano dalle creature e da noi stessi, atti di amore in quanto ci uniscono a Dio. Resta quindi da vedere in che modo si possano conciliare insieme questi due elementi.

§ III. Parte rispettiva dell’amore e del sacrificio nella vita cristiana.

328. Dovendo l’amore e il sacrificio avere la loro parte nella vita cristiana, quale sarà l’ufficio di ognuno di questi due elementi? Su tale argomento, vi sono punti in cui tutti convengono e altri in cui si manifesta qualche disparere, benché poi in pratica i dotti delle diverse scuole riescano a conclusioni pressoché identiche.

329. 1° Tutti ammettono che in sé, nell’ordine ontologico o di dignità, l’amore tiene il primo posto: è lo scopo e l’elemento essenziale della perfezione, come abbiamo provato nella prima nostra tesi, n. 312. L’amore quindi occorre tenere primieramente in vista, a questo mirare continuamente, è lui che deve dare al sacrificio l’intima sua ragione e il suo valore principale: « in omnibus respice finem ». Bisogna dunque parlarne fin dal principio della vita spirituale e far rilevare che l’amor di Dio facilita singolarmente il sacrificio senza però poterne mai dispensare.

330. 2° Quanto all’ordine cronologico, tutti ammettono pure che questi due elementi sono inseparabili e che devono quindi coltivarsi insieme e anche compenetrarsi, poiché non v’è sulla terra amore vero senza sacrificio, e che il sacrificio fatto per Dio è una delle migliori prove di amore. Tutta la questione quindi si riduce in fondo a questa: nell’ ordine cronologico, su quale elemento bisogna maggiormente insistere, sull’amore o sul sacrificio? Or qui ci troviamo di fronte a due tendenze e a due scuole diverse.

331. A) S. Francesco di Sales, appoggiandosi su molti rappresentanti della scuola benedettina e domenicana e confidando negli aiuti che ci offre la natura rigenerata, dà la precedenza all’amor di Dio per farci accettare e praticar meglio il sacrificio; ma non esclude quest’ultimo, chiede anzi alla sua Filotea molto spirito di rinunzia e di sacrificio; lo fa però con molto riguardo e con molta dolcezza nella forma per meglio arrivare al suo scopo. Il che appare fin dal primo capitolo dell’Introduzione alla vita devota: « La vera e viva devozione presuppone l’amor di Dio, anzi non è altro in sé che un vero amor di Dio… E appunto perché la devozione sta in un certo grado di eccellente carità, non solo ci rende pronti, attivi, diligenti nell’osservanza di tutti i comandamenti di Dio, ma ci stimola pure a fare con prontezza ed affetto quante più buone opere possiamo, benché non siano in alcun modo comandate ma solamente consigliate o ispirate ». Ora osservare i comandamenti, seguire i consigli e le ispirazioni della grazia, è certamente un praticare un alto grado di mortificazione. Del resto il Santo chiede a Filotea che cominci dal mondarsi non solo dai peccati mortali ma anche dai peccati veniali, dall’affetto alle cose inutili e pericolose e dalle cattive inclinazioni. E quando tratta delle virtù, non ne dimentica la parte penosa; vuole soltanto che tutto sia condito con l’amor di Dio e del prossimo.

332. B) Per altro verso, la scuola ignaziana e la scuola francese del secolo XVII, pur non dimenticando che l’amor di Dio è lo scopo da conseguire e quello che deve avvivare tutte le nostre azioni, mettono al primo posto, soprattutto per i principianti, la rinunzia, l’amor della croce o la crocifissione dell’uomo vecchio, come il più sicuro mezzo per arrivare al vero ed effettivo amore. Pare che temano che, se non vi s’insiste sul principio, molte anime cadano poi nell’illusione, immaginandosi d’essere già molto avanzate nell’amor di Dio mentre la loro pietà è più sensibile ed apparente che reale; onde poi certe miserande cadute al presentarsi di violente tentazioni o al sopravvenire delle aridità. Del resto il sacrificio, virilmente accettato per amor di Dio, conduce a una più generosa e più costante carità, e la pratica abituale dell’amor di Dio viene a coronare 1’edificio spirituale.

333. Conclusione pratica. Senza aver la pretesa di dirimere cotesta controversia, proporremo alcune conclusioni ammesse dai dotti di tutte le scuole.

A) Ci sono due eccessi da evitare : a) quello di voler lanciare troppo presto le anime in quella che si chiama la via dell’autore, senza esercitarle nello stesso tempo nella pratica austera della rinunzia quotidiana. Così si fomentano le illusioni e talora anche miserande cadute: quante anime, provando le consolazioni sensibili che Dio concede ai principianti e credendosi salde nella virtù, si espongono alle occasioni di peccato, commettono imprudenze e cadono in colpe gravi! Un poco più di mortificazione, di vera umiltà, di diffidenza di se stesse, una lotta più coraggiosa contro le passioni, le avrebbe preservate da queste miserie.

b) Un altro eccesso sta nel parlare soltanto di rinunzia e di mortificazione senza far rilevare che sono soltanto mezzi per arrivare all’amor di Dio o manifestazioni di quest’amore. È questa la ragione per cui certe anime di buona volontà, ma ancor poco coraggiose, si sentono ributtate ed anche disanimate. Si sentirebbero maggiore slancio ed energia, se si mostrasse loro che questi sacrifici diventano molto più facili quando si fanno per amor di Dio: « Ubi amatur, non laboratur ».

334. B) Evitati questi eccessi, il direttore saprà scegliere per il suo penitente la via più conveniente al carattere suo e alle attrattive della grazia.

a) Vi sono anime sensibili e affettuose che non prendono gusto alla mortificazione se non dopo aver già praticato per qualche tempo l’amor di Dio. È vero che questo amore è spesso imperfetto, più ardente e sensibile che generoso e durevole. Ma, se si bada a giovarsi di questi primi slanci per mostrare che il vero amore non può perseverare senza sacrificio, se si riesce a far praticare, per amor di Dio, alcuni atti di penitenza, di riparazione, di mortificazione, quegli atti che sono più necessari a evitare il peccato, la loro virtù a poco a poco si rinsalda, si fortifica la loro volontà, e viene il momento in cui capiscono che il sacrificio deve andare di pari passo con l’amor di Dio. b) Se si tratta invece di caratteri energici, abituati ad agire per dovere, si può, pur mettendo loro avanti agli occhi l’unione con Dio come scopo, insistere dapprincipio sulla rinunzia come pietra di paragone della carità, e far praticare la penitenza, l’umiltà e la mortificazione, pur condendo queste austere virtù con un motivo d’amor di Dio o di zelo per le anime. – Così non si separerà mai l’amore dal sacrificio, e si mostrerà che questi due elementi si conciliano e si perfezionano a vicenda.

§ IV. La perfezione consiste nei precetti o nei consigli?

335. 1° Stato della questione. Abbiamo visto che la perfezione essenzialmente consiste nell’amor di Dio e del prossimo spinto fino al sacrificio. Ora intorno all’amor di Dio e al sacrificio vi sono nello stesso tempo precetti e consigli: precetti che ci comandano, sotto pena di peccato, di fare questa o quella cosa o di astenercene; consigli che c’invitano a fare per Dio più di quello che ci è comandato, sotto pena d’imperfezione volontaria e di resistenza alla grazia. Vi allude Nostro Signore quando dichiara al giovane ricco: « Se vuoi entrar nella vita, osserva i comandamenti… Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo » – « Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata…  Si vis perfectus esse, vende qua habes et da pauperibus, et habebis thesaurum in cælo, et veni, sequere me » (Matth. XIX, 17-21)1. Osservare dunque le leggi della giustizia e della carità in materia di proprietà basta per entrare in cielo; ma, se si vuole essere perfetti, bisogna vendere i propri beni, darne il prezzo ai poveri e praticare così la volontaria povertà S. Paolo ci fa pure notare che la verginità è un consiglio e non un precetto, che lo sposarsi è cosa buona ma che restar vergine è anche migliore. (1 Cor. VII, 25-40).

336. 2 ° La soluzione. Alcuni autori ne hanno conchiuso che la vita cristiana consiste nell’osservanza dei precetti e la perfezione nei consigli. È un modo di vedere un po’ semplicista e che, frainteso, potrebbe condurre a funeste conseguenze. La verità è che la perfezione esige prima di tutto l’adempimento dei precetti e secondariamente l’osservanza d’un certo numero di consigli. È questo appunto l’insegnamento di S. Tommaso (Sum. Theol. IIa, IIæ, q. 184, a. 3). Dopo aver provato che la perfezione non è altro che l’amor di Dio e del prossimo, conchiude che in pratica consiste essenzialmente nei precetti, di cui il principale è quello della carità, e secondariamente nei consigli, i quali pure si riferiscono tutti alla carità, perché allontanano gli ostacoli che si oppongono al suo esercizio. Spieghiamo questa dottrina.

337. A) La perfezione esige prima di tutto e imperiosamente l’adempimento dei precetti; è necessario inculcar fortemente questo concetto a certe persone che, per esempio, col pretesto della devozione, dimenticano i doveri del proprio stato, oppure, per praticar la limosina con maggior pompa, ritardano indefinitamente il pagamento dei debiti, insomma a tutti quelli che trascurano questo o quel precetto del decalogo con la pretesa di più alta perfezione. Ora è evidente che la violazione d’un precetto grave, come è quello di pagare i debiti, distrugge in noi la carità, e che il pretesto di far l’elemosina non può giustificare questa infrazione della legge naturale. Parimente la violazione volontaria d’un precetto in materia lieve è un peccato veniale, che, senza distruggere la carità, ne impaccia più o meno l’esercizio e soprattutto offende Dio e diminuisce la nostra intimità con Lui; il che è vero principalmente del peccato veniale deliberato e frequente, che crea in noi degli attacchi e c’impedisce di slanciarci liberamente verso la perfezione. Bisogna dunque, per essere perfetti, osservare prima di tutto i precetti.

338. B) Ma è necessario aggiungervi l’osservanza dei consigli, almeno di alcuni, specialmente di quelli impostici dall’adempimento dei doveri del nostro stato.

a) Così i Religiosi, essendosi obbligati per voto a praticare i tre grandi consigli evangelici della povertà, della castità e dell’ obbedienza, non possono santificarsi senza essere fedeli ai loro voti. Del resto questa pratica facilita singolarmente l’amor di Dio distaccando l’anima dai principali ostacoli che s’oppongono alla divina carità: la povertà, strappandoli all’amore disordinato delle ricchezze, fomenta lo slancio del cuore verso Dio e i beni celesti; la castità, sottraendoli ai piaceri della carne, anche a quelli leciti nel santo stato del matrimonio, li aiuta ad amar Dio senza divisione; l’obbedienza, combattendo l’orgoglio e lo spirito d’indipendenza, assoggetta la loro volontà a quella di Dio ed è in sostanza un atto d’amore.

339. b) Quelli poi che non hanno fatto voti, devono, per essere perfetti, praticarne lo spirito, ognuno secondo la propria condizione, le ispirazioni della grazia e i consigli d’un savio direttore. Così praticheranno lo spirito di povertà, privandosi di molte cose inutili per poter fare qualche risparmio da erogare in elemosine e in opere di beneficenza; lo spirito di castità, anche se sono coniugati, usando moderatamente e con qualche restrizione dei legittimi piaceri del matrimonio e diligentemente evitando tutto ciò che è proibito o pericoloso; lo spirito di obbedienza, assoggettandosi docilmente ai propri superiori, in cui vedranno l’immagine di Dio, e alle ispirazioni della grazia accertate da un savio direttore. – Amar dunque Dio e il prossimo per Dio e saper sacrificarsi a fine di meglio osservare questo doppio precetto e i consigli che vi si riferiscono, ognuno secondo il proprio stato, qui sta la vera perfezione.

§ V. Dei diversi gradi di perfezione.

La perfezione ha su questa terra i suoi gradi e i suoi limiti; onde due questioni: l ° quali sono i principali gradi di perfezione; 2 ° quali ne sono i limiti sulla terra?

I . Dei diversi gradi di perfezione.

340. I gradi per cui uno si eleva alla perfezione, sono numerosi; e non è qui il caso di enumerarli tutti ma solo di notare le principali tappe. Ora, secondo la dottrina comune, esposta da S. Tommaso, si distinguono tre tappe principali, o, come generalmente si dice, tre vie, quella degli incipienti, quella dei proficienti, quella dei perfetti, secondo lo scopo principale a cui si mira.

341. a) Nel primo stadio, la principale cura degli incipienti è di non perdere la carità che possiedono: lottano quindi per evitare il peccato, soprattutto il peccato mortale, e per trionfare delle male cupidigie, delle passioni e di tutto ciò che potrebbe far loro perdere l’amor di Dio », Questa è la via purgativa, il cui scopo è di mondar l’anima dalle sue colpe.

342. b) Nel secondo stadio si vuol progredire nella pratica positiva delle virtù, e fortificar la carità. Essendo già purificato, il cuore è più aperto alla luce divina e all’amor di Dio: si ama di seguire Gesù e imitarne le virtù, e poiché, seguendolo, si cammina nella luce, questa via si chiama illuminativa. L’anima si studia di schivare non solo il peccato mortale, ma anche il veniale.

343. c) Nel terzo stadio, i perfetti non hanno più che un solo pensiero, star uniti a Dio e deliziarsi in Lui. Costantemente studiandosi di unirsi a Dio, sono nella via unitiva. Il peccato fa loro orrore, perché temono di dispiacere a Dio e di offenderlo; le virtù li attirano, specialmente le virtù teologali, perché sono mezzi d’unirsi a Dio. La terra quindi sembra loro un esilio, e, come S. Paolo, desiderano di morire per andarsene con Cristo. – Sono queste brevi indicazioni soltanto che più tardi ripiglieremo e svolgeremo nella seconda parte di questo Compendio, dove seguiremo un’anima dalla prima tappa, la purificazione dell’anima, all’unione trasformante che la prepara alla visione beatifica.

II. Dei limiti della perfezione stilla terra.

344. Quando si leggono le vite dei santi e principalmente dei grandi contemplativi, si resta meravigliati al vedere a quali sublimi altezze può elevarsi un’anima generosa che nulla rifiuta a Dio. Nondimeno vi sono dei limiti alla nostra perfezione su questa terra, limiti che non si deve voler oltrepassare, sotto pena di ricadere in un grado inferiore o anche nel peccato.

345. E certo che non si può amar Dio tanto quanto è amabile: Dio infatti è infinitamente amabilee il nostro cuore, essendo finito, non potrà maiamarlo, anche in cielo, che con amore limitato. Possiamoquindi sforzarci d’amarlo sempre più, anzi, secondo S. Bernardo, la misura d’amar Dio è d’amarlo senza misura. Ma non dimentichiamo che il vero amore, più che in pii sentimenti, consiste in atti di volontà, e che il miglior mezzo d’amar Dio è di conformare la nostra volontà alla sua, come spiegheremo più avanti, trattando della conformità alla divina volontà.

346. 2° Sulla terra non si può amar Dio ininterrottamente e senza debolezze. Si può certamente, con grazie particolari che non sono rifiutate alle anime di buona volontà, schivare ogni peccato veniale deliberato ma non ogni colpa di fragilità; né si diventa mai impeccabili, come la Chiesa ha in parecchie circostanze dichiarato.

A) Nel Medio Evo, i Beguardiavevano preteso che l’uomo, nella vita presente, è capace d’acquistare tal grado di perfezione da divenire affatto impeccabile e da non potere crescere di più in grazia. Ne concludevano che colui il quale ha conseguito questo grado di perfezione, non deve più né digiunare né pregare, perché in questo stato la sensualità è talmente assoggettata allo spirito e alla ragione ch’egli può concedere al suo corpo ogni diletto; non è più obbligato ad osservare i precetti della Chiesa, né ad obbedire agli uomini, né anche a praticare gli atti delle virtù, tutte cose proprie dell’uomo imperfetto. Sono dottrine pericolose che finiscono poi nell’immoralità; quando uno si crede impeccabile e non si esercita più nella virtù, diventa presto preda delle più vili passioni. Ed è ciò che avvenne ai Beguardi, che il Concilio ecumenico di Vienna dovette poi giustamente condannare nel 1311.

347. B) Nel secolo XVII, Molinos rinnovò quest’errore, insegnando che « con la contemplazione acquisita si arriva a un tal grado di perfezione che non si commettono più peccati né mortali né veniali ». Ma mostrò troppo bene col suo esempio che, con massime apparentemente così alte, si è pur troppo esposti a cadere in scandalosi disordini. Fu giustamente condannato da Innocenzo XI il 19 novembre 1687, e quando si leggono le proposizioni che aveva osato sostenere, si resta inorriditi delle orribili conseguenze a cui conduce questa pretensione d’impeccabilità. — Siamo dunque più modesti e pensiamo soltanto a correggerci delle colpe deliberate e diminuire il numero di quelle di fragilità.

348. 3° Sulla terra non si può amar Dio costantemente o anche abitualmente con amore così perfettamentepuro e disinteressato che escluda ogni atto di speranza. A qualunque grado di perfezione si sia giunti, si è obbligati a fare di tanto in tanto degli atti di speranza; e non si può quindi in modo assoluto restare indifferenti alla propria salvezza. Vi furono, è vero, dei santi che, nelle prove passive, s’acconciarono momentaneamente alla loro riprovazione in modo ipotetico, cioè se tale fosse la volontà di Dio, pur protestando che in tal caso non volevano cessare d’amar Dio; ma sono ipotesi che si devono ordinariamente scartare, perché di fatto Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini. Si possono però fare, di quando in quando, atti diamor puro senza alcuna mira a se stesso e quindi senza attualmente sperare o desiderare il cielo. Talè, per esempio, questo atto d’amore di S. Teresa : « Se vi amo, o Signore, non è per il cielo che m’avete promesso; se temo d’offendervi, non è per l’inferno di cui sarei minacciata; ciò che m’attira verso diVoi, o Signore, siete Voi, Voi solo, che vedo inchiodato alla croce, col corpo straziato, tra agonie di morte. E il vostro amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand’anche non ci fosse il paradiso, io vi amerei lo stesso; quand’anche non ci fosse l’inferno, pure io vi temerei. Nulla Voi avete da darmi per provocare il mio amore; perché, quand’anche non sperassi ciò che spero, pure io vi amerei come vi amo ». (Storia di S. Teresa ricavata dai Bollandisti, t. II, c. XXXI, (Lega Eucaristica, Milano).

349. Abitualmente vi è nel nostro amor di Dio un misto d’amor puro e d’amore di speranza, il che significa che noi amiamo Dio e per se stesso, perché è infinitamente buono, e anche perché è la fonte della nostra felicità. Questi due motivi non si escludono, perché Dio volle che nell’amarlo e nel glorificarlo troviamo la nostra felicità. Non ci affanniamo quindi di questo misto e, pensando al paradiso, diciamo soltanto che la nostra felicità consisterà nel posseder Dio, nel vederlo, nell’amarlo e nel glorificarlo; così il desiderio e la speranza del cielo non impediranno che il motivo dominante delle nostre azioni sia veramente l’amor di Dio.

CONCLUSIONE.

350. Amore e sacrificio, ecco dunque tutta la perfezione cristiana. Or chi non può, con la grazia di Dio, adempiere questa doppia condizione? È dunque così difficile amar Colui che è infinitamente amabile e infinitamente amante? L’amore che ci si chiede non è qualche cosa di straordinario, è l’amore di abnegazione, è il dono di se stesso, è specialmente la conformità alla divina volontà. Voler amare è dunque amare; osservare i comandamenti per Dio è amare; pregare è amare; compier doveri del proprio stato per piacere a Dio è amare, anzi ricrearsi, nutrirsi con le stesse intenzioni è amare; rendere servizio al prossimo per Dio è amare. Non v’è quindi nulla di più facile, con grazia di Dio, del praticare costantemente la divina carità e così incessantemente progredire verso la perfezione.

351. Il sacrificio certamente appare più penoso ma non ci si chiede di amarlo per se stesso: basta amarlo per Dio, o, in altre parole, persuadersi che sulla terra non si può amar Dio senza rinunziare a ciò che è di ostacolo al suo amore. Allora il sacrificio diventa prima tollerabile e poi presto anche amabile. Una madre che passa le lunghe notti al capezzale del figlio ammalato, non accetta forse lietamente le sue fatiche, quando ha la speranza, specialmente poi se ha la certezza di salvargli la vita? Ora noi abbiamo non solo la speranza ma la certezza di piacere a Dio, di procurarne la gloria, e nello stesso tempo di salvarci l’anima, quando, per amor di Dio c’imponiamo i sacrifici che ci domanda. E non abbiamo per rinfrancarci gli esempi e gli aiuti dell’Uomo-Dio? Non patì Gesù quanto e più di noi per glorificare il Padre suo e salvare le anime nostre? E noi, suoi discepoli, incorporati a lui col Battesimo, nutriti del suo corpo e del suo sangue, esiteremo a patire in unione con Lui, per amore di Lui, secondo le stesse sue intenzioni? E non è forse vero che la croce ha i suoi vantaggi, specialmente per i cuori che amano? « Nella croce sta la salute, dice l’Imitazione I. II. C. 12, v.2); nella croce la vita; nella croce la protezione contro i nemici; nella croce una soavità tutta celeste: « In cruce salus, in cruce vita, in cruceprotectio ab hostibus, in cruce infusio supernæ suavitatis“.

Concludiamo dunque con S. Agostino: « Per i cuori che amano non vi sono sacrifici troppo penosi; vi si trova anzi diletto, come si vede in quelli che amano la caccia, la pesca, la vendemmia, gli affari… Perché, quando si ama, o non si patisce o anche quel patimento si ama, aut non laboratur aut et labor amatur » (De bono viduitatis, c. 21, P. L. III, sez. I). E affrettiamoci a progredire, per la via del sacrificio e dell’ amore, verso la perfezione, perché per noi è un obbligo.

LE GRANDEZZE DEL NOME DI MARIA

Le Grandezze del Nome di Maria.

[A. Carmagnola: LA PORTA DEL CIELO – S. E. I. Torino, 1895]

Non rare volte Iddio volle Egli medesimo imporre a taluno il nome, e ciò perché il nome imposto avesse ad esprimere con particolare esattezza la destinazione di colui al quale usava tanto riguardo. Così leggiamo nella Sacra Scrittura, che Iddio apparendo al suo servo Abramo gli disse: « D’ora innanzi il tuo nome non sarà più quello di Abramo, ma quello di Abrahamo, perocché io ti ho destinato padre di molte genti, e la tua moglie non chiamerai più col nome di Sarai, mia signora, ma con quello di Sara, assolutamente la Signora, perciocché io la benedirò e le darò un figlio, che sarà capo di nazioni e di popoli ». Così pure fece Iddio con Giacobbe. Essendo questi, nel cammino verso di suo fratello Esaù, rimasto vincitore contro dell’Angelo, che rappresentando Iddio aveva lottato con lui, il Signore gli disse: « Il tuo nome d’ora in poi sarà Israele, perocché se fosti forte a petto di Dio, tanto più prevarrai contro tutti gli uomini ». Così ancora operò con Giovanni precursore di Gesù Cristo. Inviando un Angelo a suo padre Zaccaria per annunziargliene la nascita, dallo stesso Angelo gli fece dire: « A quel figliuolo, che ti nascerà dalla moglie Elisabetta, porrai nome Giovanni, che significa grazia, perocché egli sarà grande nel cospetto del Signore e andrà innanzi a Lui con lo spirito e con la virtù di Elia». E finalmente, per tacere di molti altri, così accadde per il Verbo incarnato, Gesù Cristo, poiché l’Angelo del Signore nel presentarsi e a Maria Santissima ed a S. Giuseppe, disse e all’una e all’altro: « Al Divin Figliuolo porrete nome Gesù, Salvatore, perché libererà il suo popolo da’ suoi peccati ». Or bene poteva essere che Iddio non seguisse anche per Maria un tal costume? Poteva essere che il suo nome le fosse imposto così a caso ? Il Vangelo, è vero, nulla dice a questo riguardo, ma ben possiamo credere che fosse veramente Dio stesso, il quale a Gioachino ed Anna suggerisse il nome della loro figlia, poiché il nome di Maria, e lo vedremo oggi, è:

1° Un nome di gloria.

2° Un nome di luce.

3° Un nome di salute.

I. — Anche a Maria adunque il nome venne imposto da Dio, poiché non poteva essere che avesse un nome casuale Colei, che era preordinata da Dio alla più sublime destinazione, ad essere cioè la Madre del Divin Salvatore e la Corredentrice del genere umano. Epperò anche in Maria il nome è come una cifra, la quale indica le sue grandezze, i nobilissimi unici a cui venne trascelta. Difatti, che cosa significa il nome di Maria? Questo nome, secondo l’interpretazione di S. Epifanio, di S. Gerolamo e di S. Giovanni Damasceno, dedotta dalla fonte ebraica, significa anzitutto Signora. Or bene qual nome meglio di questo poteva esprimere la gloria altissima, a cui fu elevata Maria? Qual nome, più di questo, le conveniva? Ed in vero Maria dovea essere Madre, e lo fu, di Colui che è chiamato nelle sacre Scritture Dominus omnipotens, Signore onnipotente, Rex regum et Dominus Dominantium, Re dei re e Signore dei signori. E tale essendo Maria, ben a ragione, dice S. Pier Crisologo, fu chiamata col nome di Signora. Lo stesso vanno dicendo S. Giovanni Damasceno, S. Pier Damiani, Alberto Magno ed altri: dal momento che ella è Madre del Creatore e Signore di tutte le cose, ancoressa è di tutte le cose Signora. E Signora infatti Ella fu proclamata lassù in cielo da tutti i cori degli Angeli e da tutti gli altri beati spiriti il giorno della sua trionfale Assunzione, quando incoronata da Dio Regina del cielo e della terra, ed ascesa in trono col manto dorato e circondata di varietà, come la descrive il profeta, si assise accanto del suo Divin Piglio, vedendo nient’altro al di sopra di sé che Iddio, e al disotto tutto l’universo prostrato ai suoi piedi. E come Signora fu riconosciuta per tutta la terra, dove col titolo di Madonna, che vuol dire appunto Mia signora, si saluta, si chiama e si invoca in tutte le lingue, dove come a Signora le si erigono per ogni luogo altari e santuari e come di Signora si scrive da per tutto il suo nome, e sui frontoni delle chiese e delle case, e sulle vele e sui fianchi delle navi, e persino sulle bandiere degli eserciti. E Signora ella è veramente, poiché tutto quello che non è Dio a Lei deve inchinarsi e Lei deve obbedire, dovendosi dappertutto sentire la sua universale padronanza, avendo Gesù Cristo tutte le cose a Lei assoggettate. Oh ben a ragione adunque S. Pier Damiani esclama: « Nell’udir il nome di Maria ogni creatura si taccia riverente e tremi, né presuma giammai di levare il guardo alla immensa sua grandezza: Taceat et contremiscat omnis creatura; et vix audeat adspicere tantæ dignitatis immensitatem. E come quando si pronuncia il nome adorabile di Gesù suo Figlio, così nel pronunciarsi il nome di Lei che è sua Madre, si pieghi riverente ogni ginocchio e nel cielo e nella terra e negli inferni: Omne genu flectatur cœlestium, terrestrium et infernorum. Ma poiché il nome santissimo di Maria esprime con tanta esattezza la gloria di Lei e l’altissima sua padronanza, procuriamo per parte nostra che ciò esprima pure esattamente per ciascuno di noi. Tanti uomini nel mondo ambiscono di essere servi di qualche re o di qualche grande signora, e se arrivano a ciò ottenere, si reputano grandemente fortunati. E noi che possiamo tutti, se il vogliamo, avere la fortuna di essere servi e sudditi di Maria non ce ne daremo alcun pensiero? Oh non sia mai. Il nome di Maria si verifichi in tutta la sua estensione: Maria da vera signora regni sovrana in ciascuno dei nostri cuori, si abbia del continuo gli omaggi della nostra servitù e a somiglianza di S. Stefano d’Ungheria chiamandola spesso la nostra gran Signora, e ad esempio di S. Ildefonso preghiamola, che voglia veramente dominarci Esto Domina mea atqìie dominatrix mea dominans mihi.

II— In secondo luogo il nome di Maria è un nome di luce. Dicono i sacri interpreti che questo nome significa pure illuminatrice. Or bene anche per questa ragione chi non vede quanto questo nome si addica a Maria? E non è dessa che diede al mondo la luce, lucem dedit sæculo, conforme a quel che canta la Chiesa, quella luce vera che illumina ogni uomo, la Sapienza incarnata, Gesù Cristo ? Non è dessa che portando nel suo seno questa luce beatissima n’ebbe ripiene le parti più intime della sua mente e del suo cuore e ne fu così illustrata da poter poi Ella medesima gettar luce vivissima sulle verità da Dio rivelate e confidate alla Chiesa? Sì senza alcun dubbio. Ella, che per singolare privilegio penetrò tanto addentro nelle divine perfezioni, nei disegni della divina Provvidenza, nella cognizione del suo Figliuolo Gesù, nelle intenzioni e nei voleri del suo sacratissimo Cuore, nei destini ammirabili della Chiesa, Ella fu altresì Colei, che tra gli Apostoli ed i primi fedeli sparse tanta luce sui dogmi e sulla morale di nostra santa Religione. Ed è a Lei, che nelle inquietudini, nelle dubbiezze, nelle incertezze ricorrevano e i fedeli e gli Apostoli, ben sapendo quanto illuminatrice fosse la parola di Maria e quanto vera la luce, che dalla sua parola usciva. Anzi è dessa, che anche senza essere interrogata, mettendo fuori quei divini oracoli che serbava in fondo al cuore, veniva sempre più illustrando la mente di quei suoi primi diletti figliuoli, come è dessa ancora, che colla santità dell’esempio, colla soavità del conforto e coll’autorità del consiglio li animava a correre volenterosi per tutta la faccia della terra a portare la santissima luce del Vangelo. Sicché ben a ragione dice il Santo Padre Leone XIII che « non parrà eccedere il vero chi affermi che fu segnatamente per la guida e il presidio di Lei, che la sapienza e le istituzioni dell’Evangelo, benché tra difficoltà e contraddizioni fierissime, penetrarono per ogni nazione con tanto celere corso, portando da per tutto un nuovo ordine di giustizia e di pace ». Dopo di che non è meraviglia che i Padri della Chiesa di secolo in secolo prendendo a mantener chiara la dottrina di Cristo in mezzo alle nebbie degli errori che cercavano di offuscarla, ricorressero per luce a Maria. Per certo e quando Ario e Nestorio e Pelagio e Lutero e Calvino si travagliavano a corrompere la verità immacolata della Chiesa Cattolica, i santi Vescovi e Dottori non esitavano un istante a ricorrere a Maria, e Maria, pulchra ut luna, electa ut sol, brillante come la luna, sfolgoreggiante siccome il sole in pien meriggio, interveniva con la sua assistenza, con le sue illustrazioni, con le stesse apparizioni a fugare le tenebre degli errori e a far risplendere di nuova luce la Cattolica Dottrina. Per modo che sopra il labbro dei Cristiani risuonava entusiastico quel canto, che tuttora si ripete e si ripeterà per tutti i secoli: Allegrati, o Maria, che per te sola furono distrutte tutte le eresie per tutto il mondo: Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Ed anche ai dì nostri non è per opera massimamente di Maria, per la sua bontà, per i santi eccitamenti, che Ella desta nel cuore di generosi missionari, che la santa luce del Vangelo è portata e fatta risplendere a quelli, che giacciono ancor nelle tenebre e nell’ombra di morte? Sì, Maria è veramente illuminatrice e il suo santissimo nome, dopo quello del suo divin Figlio, è nome ripieno di luce, nome che lucet prædicatum, che predicato sprazza vivissima luce, nome nella luce del quale altresì siamo chiamati alla conoscenza più chiara della verità. Oh quanto utile pertanto ci sarà in mezzo ai dubbi di nostra vocazione, nelle incertezze di nostra vita, fra le oscurità della nostra mente invocare questo amabilissimo Nome! Maria senza dubbio accorrerà in nostro aiuto e rischiarerà le nostre vie.

III. — Infine il nome di Maria è un nome di salute. Poiché questo dolcissimo nome significa ancora stella del mare. Or bene, siccome chi in una oscurissima notte, in cui imperversi la bufera, trovandosi in alto mare non ha maggior conforto e sicurezza, che tener fisso lo sguardo alla stella polare, così chi si trova nel mar tempestoso di questa misera vita non ha una guida ed un sostegno più caro di Maria. È vero, le tentazioni del demonio, le lusinghe del mondo, la veemenza delle nostre passioni come altrettanti scogli e venti furiosi ci rendono difficilissimo il cammino per il mar della vita: ma in alto brilla di vivissima luce la stella: Maria risplende di meriti, luccica di esempi : micans meritis, illustrans exemplis; rivolgiamo a Lei lo sguardo e sicurezza arriveremo al porto della beata eternità. È questo tutto il pensiero di S. Bonaventura: Maria est stella utilissima nos ad patriam cœlestem dirigendo, immo ducendo nos per mare huius sæculi ad portum Paradisi. Ma anche nei temporali affanni nonè forse un nome di salute il nome di Maria?L’orfano che ha perduto la sua madre quaggiùnon è forse invocando Maria, che non si sentepiù abbandonato e sente di aver ancora una madre? La vedova che ha perduto nel marito il suosostegno e quello dei suoi figli, non è ricorrendo a Maria che sente dilatarsi il cuore alla fiducia nella divina Provvidenza? L’infermo che languisce da più mesi sul letto dei suoi dolori non è nel pronunciare questo nome, che sente rinascere la pazienza e trova un balsamo salutare alle sue pene? E non è nel ripetere Maria, che si conforta il pellegrino smarrito nella foresta, il navigante che combatte coi flutti del mare, il soldato che cimenta la vita sui campi di battaglia? E non è dicendo Maria, che la donzella si difende nel pericolo, che ognuno cerca scampo nel disastro, che persino il fanciullo si libera dalle paure della notte? Oh sì: Maria! Maria! ecco il grido più spontaneo, più frequente, più solito in mezzo ad ogni calamità, ad ogni sventura, ad ogni rischio. E che è mai questo spontaneo ricorrere al nome di Maria da parte di tutti i fedeli, se non un riconoscere, che per Lei massimamente ci viene la salute? Che se tale è il nome di Maria nei pericoli del corpo, oh quanto più lo sarà in quelli dell’anima! Epperò è ben con ragione che l’eloquentissimo encomiator del nome di Maria, S. Bernardo, tanto ci anima all’invocazione di questo nome, dicendo:« Se sorgono contro di te i venti delle tentazioni,se incorri negli scogli delle tribolazioni, riguardala stella, chiama Maria: respice stellam, voca Mariam. Se ti sbattono le onde della superbia, dell’ambizione,della detrazione, dell’ingiusta emulazione, riguarda la stella, chiama Maria, respice stellam, voca Mariam. Se l’ira, l’avarizia, le lusinghe della carne cercano di mettere a fondo la navicella dell’anima tua, riguarda Maria. Se turbato per la gravità delle tue colpe, confuso perle sozzure della tua coscienza, atterrito dall’orrore del divino giudizio cominci ad essere assorbito dal baratro della tristezza, dall’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle cose dubbie pensa a Maria, chiama Maria: Mariam cogita, Mariam invoca. Deh! Non avvenga mai che questo nome si parta dalla tua bocca, si scosti dal tuo cuore; coll’aiuto di questo nome giungerai alla gloriosa tua meta ».

FIORETTO.

Non profferir mai i nomi di Dio, di Gesù Cristo e di Maria invano; chinare la testa con riverenza qualora sentissimo qualche bestemmia contro di essi, ed invocarli noi sovente.

GIACULATORIA.

Viva Gesù! Viva Maria!

Esempio e preghiera

Il nome santissimo di Maria ha nel corso dell’anno una festa particolare ed è la domenica fra l’ottava della Natività di Maria. Anche una tal festa ricorda al popolo cristiano una grazia straordinaria di Maria. Nel 1683 i Turchi, invasa già l’Ungheria, si avanzarono anche sull’Austria e strinsero di assedio la città di Vienna con una armata di duecentomila soldati. Vienna gagliardamente resisteva, ma non di meno trovavasi nel più spaventoso pericolo di cadere nelle mani dei Turchi e sottostare agli orrori di una ferocissima strage. Lo spavento fu accresciuto da un incendio sviluppatosi in una chiesa e dilatatosi così rapidamente da giungere ormai vicino all’arsenale, ove conservavansi le polveri. La tremenda esplosione era imminente ed avrebbe in pari tempo aperto il passo ai nemici e seppellito la città intera coi suoi cittadini sotto le rovine. Ma essendo quello il giorno dell’Assunzione di Maria fece nascere il pensiero di ricorrere a Lei. Ed ecco tutto il popolo e tutta l’armata mettersi ad invocare il soccorso della Vergine ed a ripetere con fiducia il suo santissimo nome. Quelle preghiere non furono vane, poiché come per miracolo l’incendio si arrestò e poi si estinse, sicché le polveri non presero fuoco. Questa così sensibile protezione di Maria riaccese in tutti la speranza di essere liberati dalla potenza ottomana e fece accrescere i voti e le preghiere. Ma intanto erano già tre settimane dacché i Turchi avevano aperta la trincea e, ridotto agli estremi il presidio che la difendeva, sembrava giunto il momento della resa, quando quasi miracolosamente giungeva in aiuto un’armata di Polacchi capitanata dall’eroe Sobieski. A quella vista gli abitanti di Vienna giubilando esclamavano: È Maria, che ci è venuta in soccorso. Come ci ha salvati dalla rovina nel dì dell’Assunta, così ora ci salva dai nostri nemici. E non s’ingannarono. Il principe Carlo di Lorena, che comandava l’esercito alemanno, andò ad unirsi con Sobieski presso una cappella, ove fecero celebrare la santa Messa in onore di Maria. Sobieski istesso la volle servire, tenendo sempre le braccia incrocicchiate al petto e facendo la santa Comunione. Infine avuta la benedizione dal sacerdote nel nome di Maria per sé e per l’esercito, pieno di animo a gran voce esclamò: Andiamo, che la Vergine sarà con noi. Nell’atto stesso tutta l’armata si mosse e slanciossi con tanto impeto contro al nemico, che in breve scompigliatolo, messolo in rotta, e fattolo con precipitazione ripassare il Danubio colla perdita delle munizioni, di duecento cannoni e con pressoché la metà de’ suoi morti e feriti, ne riportò una fra le più splendide vittorie. Da tutti i Cristiani fu riconosciuto l’aiuto manifesto di Maria; il principe di Lorena e l’eroe Polacco si recarono davanti al suo altare a rendergliene grazie solenni ed il Pontefice Innocenzo XI, avuto lo stendardo verde di Maometto, tolto ai Turchi, e depostolo ai piedi della Vergine, decretò, che nella domenica fra l’ottava della Natività di Lei si celebrasse, a memoria di tanto trionfo, la festa del suo santissimo Nome. Oh! se tanto è potente il nome di Maria contro i nostri nemici temporali, quanto più lo sarà contro i nemici spirituali. Dell’invocazione di questo nome pertanto armiamoci prontamente ogni qualvolta saremo assaliti dalle tentazioni del demonio, del mondo e della carne, e il nome di Maria ci renderà forti ed invincibili. – Sì, o Maria santissima, è al nome vostro che noi faremo fiducioso ricorso in mezzo agli assalti dei nemici dell’anima nostra, e voi che sotto la protezione del vostro santissimo nome già ci deste di allietarci, fate ancora che per la intercessione dello stesso nome siamo liberati da ogni male qui in terra e possiamo un giorno arrivare ai gaudi eterni nel cielo. Così sia.

SALMI BIBLICI: “EXSULTATE, JUSTI, IN DOMINO” (XXXII)

SALMO 32: “EXSULTATE, JUSTI, IN DOMINO”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR – RUE DELAMMIE, 13; 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

[1] Psalmus David.

    Exsultate, justi, in Domino;

rectos decet collaudatio.

[2] Confitemini Domino in cithara; in psalterio decem chordarum psallite illi.

[3] Cantate ei canticum novum; bene psallite ei in vociferatione.

[4] Quia rectum est verbum Domini, et omnia opera ejus in fide.

[5] Diligit misericordiam et judicium; misericordia Domini plena est terra.

[6] Verbo Domini caeli firmati sunt; et spiritu oris ejus omnis virtus eorum.

[7] Congregans sicut in utre aquas maris; ponens in thesauris abyssos.

[8] Timeat Dominum omnis terra; ab eo autem commoveantur omnes inhabitantes orbem.

[9] Quoniam ipse dixit, et facta sunt; ipse mandavit et creata sunt.

[10] Dominus dissipat consilia gentium; reprobat autem cogitationes populorum, et reprobat consilia principum.

[11] Consilium autem Domini in aeternum manet; cogitationes cordis ejus in generatione et generationem.

[12] Beata gens cujus est Dominus Deus ejus; populus quem elegit in hæreditatem sibi.

[13] De cælo respexit Dominus; vidit omnes filios hominum.

[14] De præparato habitaculo suo respexit super omnes qui habitant terram:

[15] qui finxit sigillatim corda eorum; qui intelligit omnia opera eorum.

[16] Non salvatur rex per multam virtutem, et gigas non salvabitur in multitudine virtutis suae.

[17] Fallax equus ad salutem; in abundantia autem virtutis suae non salvabitur.

[18] Ecce oculi Domini super metuentes eum: et in eis qui sperant super misericordia ejus.

[19] Ut eruat a morte animas eorum: et alat eos in fame.

[20] Anima nostra sustinet Dominum, quoniam adjutor et protector noster est.

[21] Quia in eo lætabitur cor nostrum, et in nomine sancto ejus speravimus.

[22] Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te.

[Vecchio Testamento secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXII.

Esortazione ai giusti di lodare la potenza, la provvidenza e la bontà di Dio. É detto dai Settanta: Salmo di Davide.

Salmo di David.

1. Esultate nel Signore, o giusti; a coloro che sono retti sta bene il lodarlo.

2. Lodate il Signore sulla cetera; cantate inni a lui sul salterò a dieci corde.

3. Cantate a lui un nuovo cantico; cantate a lui inni soavi con alto suono.

4. Perocché diritta ell’è la parola del Signore, e tutte le opere di lui sono nella fedeltà.

5. Egli ama la misericordia e la giustizia; della misericordia del Signore è ripiena terra.

6. Dalla parola del Signore i cieli ebbero sussistenza, e dallo spirito della sua bocca tutte le loro virtudi.

7. Ei che raduna le acque del mare quasi in un otre, e gli abissi ripone ne’ serbatoi.

8. La terra tutta tema il Signore, e dinanzi a lui tremino tutti gli abitatori dell’universo.

9. Perocché egli disse, e furon fatte le cose; comandò, e furon create.

10. Il Signore manda in fumo i disegni delle nazioni, e vani rende i pensieri dei popoli, e rende vani i consigli de’ principi.

11. Ma il consiglio del Signore è stabile per tutta l’eternità; i pensieri del cuore di lui per tutte le etadi e generazioni.

12. Beato il popolo, che ha per suo Dio il Signore; il popolo, cui egli si elesse per sua eredità.

13. Dal cielo mirò il Signore; vide tutti i figliuoli degli uomini.

14. Da quella mansione sua, ch’ei preparò, gettò lo sguardo sopra tutti coloro che abitano la terra.

15. Egli che formò a uno a uno i loro cuori,  egli che le opere loro tutte conosce.

16. Non trova salvezza il re nelle molte squadre; e il gigante non si salverà per la sua molta fortezza.

17.Fallace mezzo per la salute è il cavallo: e la molta sua robustezza nol salverà.

18. Ecco gli occhi del Signore sopra coloro che lo temono, e sopra coloro che confidano nella sua misericordia:

19. Per liberare le anime loro dalla morte, e per sostentarli nel tempo di fame.

20. L’anima nostra aspetta in pazienza il Signore, perché egli è nostro aiuto e protettore.

21. Perché in lui si rallegrerà il nostro cuore, e nel nome santo di lui porrem nostra speranza.

22. Sia sopra di noi, o Signore, la tua misericordia, conforme noi in te abbiamo sperato.

Sommario analitico

Dai versetti 10, 15, 16 di questo salmo, si sarebbe portati a concludere che Davide lo abbia composto dopo le vittorie eclatanti che Dio, con un soccorso tutto particolare, gli aveva concesso sui suoi numerosi e potenti nemici, i Filistei in particolare, ai quali egli sembra fare allusioni nel versetto 16 (si veda II Re, XXI, 15 e segg.). È un invito fatto ai giusti di lodare il Signore, per le sue perfezioni, e soprattutto a causa della sua potenza e della sua provvidenza.

I. – Davide invita tutti i giusti a lodare Dio, ed indica tutte le condizioni che caratterizzano questa lode:

– 1° Coloro che devono celebrare le lodi del Signore: i giusti; – 2° la considerazione della Persona alla quale si indirizzano queste lodi, il Signore; – 3° coloro che conviene associare a questa lode, i retti di cuori (1); – 4° il modo esteriore di queste lodi (2); – 5° la qualità e l’eccellenza che debba avere questa lode di Dio: « Cantate un cantico nuovo … »; – 6° La forma interiore ed essenziale che deve vivificare queste lodi, la bontà e la virtù: « Fate un armonioso concerto di voci e di strumenti » (3).

II. – Davide espone a lungo la materia e la causa di queste lodi, vale a dire gli attributi di Dio.

– 1° La sua rettitudine e la sua fedeltà nel compimento delle sue promesse (4); – 2° la sua giustizia; – 3° la sua misericordia (5). – 4° la sua potenza che ha reso manifesta: a) nella creazione dei cieli e di tutto ciò che essi contengono (6); b) serrando come in un otre le acque del mare e chiudendo gli abissi nelle loro riserve (7); c) governando sovranamente la terra e tutti i suoi abitanti, poiché Egli ha tutto creato con la sua sola Parola (8,9). 5° la sua saggezza con la quale: a) dissipa i consigli dei suoi nemici (10), b) rafferma eternamente i suoi (11), benedice i consigli della nazione di cui Egli è Dio, e la conduce fino all’eterna felicità (12). 6° la sua provvidenza con la quale: a) vede tutti gli uomini dall’alto del cielo, scruta i loro cuori che Egli ha creato, e considera le loro opere (13-15); b) Egli vede gli orgogliosi pieni di fasto e di arroganza, e li distrugge senza che essi possano difendersi né con le loro numerose armate, con la grandezza e la forza dei combattenti, né con la loro potente cavalleria (16, 17). c) Egli considera i giusti (18): 1) per liberare la loro anima dalla morte; 2) per nutrirli nella loro fame (19); 3) per essere loro soccorso e loro protettore (20); 4) per essere loro gioia nella prosperità; 5) per essere loro pazienza nelle prove (21); 6) per coprirli con la sua misericordia, secondo la speranza che in Lui hanno riposto (22).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1-3. – « Giusti, rallegratevi nel Signore ». Rallegratevi non quando il successo corona le vostre imprese, quando avete una perfetta salute, quando i vostri raccolti sono abbondanti, ma perché avete un Maestro e un Signore la cui beltà, bontà, saggezza, non hanno limiti. Che vi ricolma della gioia che è in Lui (S. Basilio). – « La gioia conviene a coloro che hanno il cuore retto ». Così come un piede torto non può adattarsi ad una calzatura stretta, così la lode di Dio non può accordarsi con dei cuori tortuosi. Così come due rette sovrapposte sono giustapposte, la loro regolarità fa che esse si uniscano perfettamente, ma se applicate ad una di queste rette un legno tortuoso, non vi è accordo possibile tra loro (Idem). – « cantate la sua gloria come conviene »; cioè, cantate ma badate di non cantare male. Dio non può avere le orecchie ferite. Quando vi si dice: cantate in maniera da piacere ad un tale buon musicista che viene ad ascoltarvi, voi tremate nel cantare, se non avete qualche conoscenza dell’arte musicale per timore di urtare un artista, perché questo artista saprà ben individuare nel vostro canto dei difetti che un ignorante non saprebbe riconoscere. Chi dunque oserà cantare come occorre davanti a Dio, davanti ad un tale Giudice, davanti ad un tale apprezzatore di tutte le cose, davanti ad un tale ascoltatore? Quando potrete apportare al vostro canto tanta arte ed eleganza per non infastidire delle orecchie così perfette? Ma ecco che Egli vi dice in qualche modo, come dovete cantare. Non cercate più parole, come se foste capaci di esprimere ciò che possa affascinare Dio. « Cantate con giubilazione ». Che cos’è dunque il cantare con giubilazione? – È comprendere che le parole non sapranno esprimere ciò che canta il cuore. E verso chi, se non verso il Dio ineffabile, conviene maggiormente il giubilo? Dio è ineffabile, in effetti, poiché le parole non possono esprimere ciò che Egli è. Ma se voi non potreste parlare, e ciò nonostante non dovrete tacere, cosa vi resta se non il trasporto del giubilo? Che cosa vi resta se non che il vostro cuore sia muto nella gioia, e che l’immensa distesa della vostra allegria non sia racchiusa nei limiti di qualche sillaba? (S. Agost.).

II. — 4-22.

ff. 4-7. – Tutte le opere di Dio sono conformi alla sua parola, cioè fedeli, giuste e sante. – Alcuni traducono: « E tutte le sue opere sono nella fede ». Cosa vuol dire qui il Re-Profeta? Il cielo è opera sua, la terra è opera sua, il mare è opera sua, l’aria, le cose animate ed inanimate, gli esseri ragionevoli o privi di ragione sono opere sue. Com’è che tutte queste opere siano nella fede? Quale fede è possibile negli esseri inanimati, negli animali stessi? La proposizione però comprende tutto e non fa eccezione di niente. Quale ne è dunque il senso? Sia che contempliate il cielo e l’ordine ammirevole che vi regna, vi dice il salmista, è la legge che è le vostra guida, perché è essa che vi mostra l’Autore del cielo; sia che voi consideriate la magnificenza della terra, la vostra fede in Dio riceve un nuovo accrescimento; perché non sono certo gli occhi della carne che vi insegnano a credere in Dio, ma la penetrazione dello spirito che vi fa scoprire l’invisibile attraverso le cose visibili. « Tutte le sue opere sono dunque nella fede ». Voi considerate una pietra, anch’essa richiude in sé una certa manifestazione della potenza del Creatore. Direi la stessa cosa di una formica, di un moscerino, di un’ape: è in questi esseri così piccoli che risplende maggiormente la saggezza di Colui che li ha creati (S. Basilio). – La misericordia è messa qui per prima, perché è attraverso di essa che Dio comincia sempre. Egli dà primariamente le sue grazie, poi ricompensa o punisce il loro buono o cattivo uso. – Se il giudizio di Dio si esercitasse su di noi, secondo la sua natura e separata dalla misericordia, e se Egli ci rendesse secondo le nostre opere, quale speranza ci resterebbe? Chi di noi potrebbe essere salvato? Ma « Dio ama la misericordia ed il giudizio ». Non è se non dopo aver posto la misericordia come assistente di Dio presso il tribunale della sua giustizia, che Egli cita gli uomini al suo tribunale (S. Basilio). – « La terra è piena della misericordia di Dio ». Qui la misericordia è separata dal giudizio, perché essa sola riempie tutta la terra, ed il giudizio è rinviato ad altro tempo. Quaggiù la misericordia è dunque senza la giustizia, perché il Signore non è venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo (S. Basilio). – « La terra è piena della misericordia del Signore ». E dei cieli, cosa ne è? Ascoltate ciò che riguarda i cieli: essi non hanno bisogno di misericordia, perché qui non esiste il misero. Sulla terra, ove abbonda la miseria umana, la misericordia di Dio è sovrabbondante: la terra è piena di miserie umane, la terra è piena di misericordie di Dio. Pertanto nei cieli, ove non c’è alcuna miseria, se non hanno bisogno della misericordia di Dio, non hanno bisogno del Signore? Tutte le cose, miserabili o felici, hanno bisogno del Signore, senza di Lui, il miserabile non è risollevato; senza di Lui il beato non viene diretto … Sappiate dunque che anche i cieli hanno bisogno del Signore: « I cieli sono stati consolidati dalla parola del Signore »; perché essi non hanno trovato in se stessi la loro solidità, e non si sono dati una forza che fosse loro propria. « I cieli sono stati consolidati dalla parola del Signore, ed il soffio della sua bocca costituisce tutta la sua forza » (S. Agost.). – Come definire questo prezioso attributo della misericordia? Non è la sola perfezione che la creatura dà o sembri dare al Creatore? Come avrebbe Egli misericordia se questa non fosse per noi? Non ci sono dispiaceri da consolare, bisogni da soddisfare, perché essa è un oceano senza limiti. La misericordia è la calma della sua onnipotenza, è l’incanto della sua onnipresenza, il frutto della eternità e la compagna della sua immensità, la principale soddisfazione della sua giustizia, il trionfo della sua saggezza, la pazienza perseverante del suo amore. Dappertutto noi incontriamo la misericordia del nostro Padre celeste, dolce, attiva, vasta, senza limiti. Il giorno, essa rischiara i nostri travagli; la notte, noi dormiamo sotto la sua protezione; la Corte del cielo risplende dei raggi della sua beltà feconda, la terra ne è ricoperta, e come un altro oceano, essa riposa sulle acque del mare (Faber, Créateur et créature, L. II, Ch. 2). – La grande opera della creazione dell’universo è l’effetto non di un grande lavoro, ma di una parola onnipotente di Dio. – L’insinuazione del mistero della Trinità nella creazione del mondo, è ugualmente l’opera del Figlio e dello Spirito Santo (S. Bas.). – « Egli ha rinchiuso come in un otre le acque del mare ». Nel pavimento dei mari – se è permesso parlare così – essendo più basso di quello della terra, le acque si son dovute raccogliere; ma questo è un effetto della sapienza del Creatore, che ha reso il suolo simile ad un otre capace di ricevere questa prodigiosa quantità di acqua. Da un otre ben chiuso non esce nulla, per cui vediamo che i mari non debordano. È questo un altro effetto della Provvidenza divina, perché se questo immenso volume di acque uscisse dal suo letto, la terra ne sarebbe ben presto sommersa. Una delle ragioni per le quali il mare dimora nel suo letto, benché riceva tutti i fiumi, è che esso restituisce, con vapori continui, l’eccesso di acque che ha ricevuto; questi vapori, dissipati e trasportati dai venti, si cambiano in piogge e neve, che ricadono sulla terra e la fecondano: ancora questo è un beneficio della liberalità divina, che provvede così alla sussistenza dell’uomo e degli animali (Berthier). – Questi abissi che Dio rinchiude nei suoi tesori sono, in figura, i consigli impenetrabili della sua condotta rispetto agli uomini, che il Re-Profeta chiama – in un altro salmo – « un abisso molto profondo ». Essi sono rinchiusi nei tesori delle sue conoscenze, che lo spirito dell’uomo non è più capace di penetrare.

ff. 8, 9. « Tutti coloro che abitano l’universo non temano che Lui ». E non temano nessun altro che Lui. Una bestia furiosa vi attacca? Temete Dio. Un serpente vuole lanciarsi su di voi? Temete Dio! Un uomo vi odia? Temete Dio! Il demonio tenta di assalirvi? Temete Dio! Tutte le creature sono sottomesse a Colui che vi è ordinato di temere ; « perché Egli ha parlato e tutte le cose sono state fatte; Egli ha comandato ed esse sono state create » (9). Quando Colui che con una parola ha fatto ogni cosa, e che da un comandamento ha creato ogni cosa, dà loro un ordine, esse si muovono; quando Egli dà loro un ordine, esse si arrestano. La malvagità degli uomini ha in se stessa il desiderio di fare del male; ma essa non ne ha il potere, se Dio non lo conceda (S. Agost.).

ff. 10, 11. Tutte le nazioni, tutti i prìncipi e tutti i popoli si uniscano insieme per sovvertire i disegni di Dio; questa cospirazione generale non servirà che a far evidenziare ancor più la debolezza degli uomini e la potenza di Dio. « Tutti i popoli sono davanti ai suoi occhi come se non fossero; essi non sono per Lui come il vuoto ed il niente » (Isaia XL, 17). « Non c’è saggezza, non c’è prudenza, né consiglio contro il Signore. » (Prov. XXI, 30). – Vedete come tutti i pretesi dogmi dei gentili, la vana filosofia dei suoi saggi, le loro intenzioni così sottili nella metafisica, nella morale e nella fisica, come tutto sia stato dissipato, mentre la verità del Vangelo brilla di un vivo splendore in tutte le parti del mondo. Tanti consigli si agitano nei cuori degli uomini, ma il consiglio del Signore li travolge sempre (S. Basilio). – Se noi vogliamo che il consiglio di Dio si stabilisca e metta radice nella nostra anima, bisogna escludere innanzitutto i pensieri umani. È come colui che volendo scrivere su una tavoletta di cera, cominci con il renderla quanto più piana possibile, e tracci poi i caratteri che vuole, così il cuore che deve ricevere i divini oracoli deve purificarsi di tutti di tutti i pensieri contrari (S. Basilio). – Quale spettacolo ci presenta, nell’ora attuale, l’universo cristiano? Quasi ogni potenza, anche cattolica, che non sia ostile a Dio, alla sua Religione, alla sua Chiesa. Uomini che tengono nelle loro mani i destini dei popoli, divisi su tutto il resto, sono qui animati da un unico sentimento: l’odio implacabile contro Gesù-Cristo e contro la sua Chiesa. Nulla li ferma, ogni mezzo è per loro legittimo onde distruggere una Religione che si dice la sola vera e divina; la menzogna o la verità, la perfidia o la violenza, i rispetti ipocriti o i disprezzi infamanti, le massime sulla tolleranza o i furori della persecuzione, la calunnia o la contumelia, tutto è impiegato senza scrupolo alcuno. Noi li vediamo concertare abilmente i loro disegni, ordire trame profonde, adoperare le risorse più raffinate della diplomazia, prendere misure che credono infallibili, esaurire tutte le risorse della loro saggezza. Ricordiamoci allora che i sacri oracoli che predissero la rovina di tutti i consigli, di tutte le lingue empie, continueranno fino a che si compiranno; .. che, quando Dio vuole distruggere e dissipare tutti i progetti, tutti i consigli dei popoli e dei re, non gli basta che una parola, che un atto della sua volontà, poiché i decreti di questo Essere immutabile sono fissi e dimorano eternamente.

ff. 12. –  « Felice la nazione della quale Dio è il Signore ». È un augurio questo che dobbiamo realizzare nel nostro interesse e nell’interesse della società di cui siamo i cittadini; perché la patria non potrebbe essere felice ad altra condizione, così come il cittadino singolo, perché la città non è altra cosa che un certo numero di uomini riuniti sotto una stessa legge. In effetti il buon senso ci insegna che il Creatore del genere umano, creando l’uomo essenzialmente sociale, non ha voluto che la società umana fosse indipendente da Lui. Queste grandi famiglie di popoli che si chiamano Nazioni dipendono dunque dalle sue leggi non meno che le esistenze private (Mgr. Pie, T. v, 175). – Felice non l’individuo, ma il popolo, la Nazione, la società di cui Dio è veramente il Dio, non soltanto in virtù del suo diritto inalienabile di Creatore e di sovrano Maestro di ogni cosa; ma felice il popolo in cui Dio è come alla sua  sommità, al centro, alla base; felice la Nazione che Dio circonda, penetra, anima tutta interamente; felice la società della quale Dio ispira la costituzione, il governo e le leggi; felice il popolo che si fa un dovere, non meno che un onore, di accettare francamente e pubblicamente la legge di Dio, amarla, conservarla, difenderla, propagarla, farne il fondo dei suoi costumi e delle sue istituzioni pubbliche, ed usare anche la sua forza, la sua autorità, non per imporla, ma per preservarla e sottrarla all’oppressione assicurando a tutti gli uomini il diritto di conoscerla e di conformarvisi liberamente, procurando alle Nazioni meno avanzate verso Dio i beni eterni, la fede, la giustizia, la civilizzazione. Tale fu lungo il corso dei secoli la gloriosa missione della Nazione francese, chiamata il Reame cristianissimo. Ha perseverato essa come Nazione, come popolo, in questa vocazione alla quale Dio l’aveva chiamata? Ahimè! Per dirla con una parola, è l’ateismo, l’assenza di Dio, che in Francia, serve ora come fondamento all’edificio sociale; noi siamo discesi al di sotto di quegli ateniesi di cui parlano gli Atti degli Apostoli (XVII, 23), e per descrivere esattamente la situazione, si dovrebbe issare in tutte le nostre piazze pubbliche una colonna con questa « legenda »: al Dio, non più solo ignoto, ma dimenticato, disprezzato, negato dalla nazione e dai suoi governanti1 – « Beato il popolo che ha come Dio il Signore ». Di chi il nostro Dio non è Dio? Ma evidentemente Egli non è il Dio di tutti gli uomini alla stessa maniera. Egli è soprattutto il nostro, il nostro per noi che viviamo di Lui come del nostro pane. Egli è nostra eredità, nostro possesso. Forse parliamo temerariamente facendo di Dio nostro possesso, laddove Egli è il Signore, il Creatore? No; non è temerarietà, è l’aspirazione del desiderio, è la dolcezza della speranza. Che la nostra anima dica, e dica in tutta sicurezza: « Voi siete il mio Dio », e Lui non farà ingiuria nel dirlo; al contrario Gli si farà ingiuria non dicendolo. Così dunque la nostra felicità dipenderà dal possesso di Dio. Ma che! Noi Lo possederemo, ed Egli non ci possederà? Egli ci possiede e noi Lo possediamo, e tutto questo per causa nostra. In effetti Egli non ci possiede per essere felici per noi, ma perché noi siamo felici per Lui e con Lui (S. Agost.).

ff. 13, 14. – Considerate Dio che dall’alto del cielo abbassa i suoi occhi sui figli degli uomini; consideratelo penetrare il suo sguardo divino fino alle estreme profondità del loro cuore, raggiungendo la divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e al midollo, districarsi tra i pensieri più segreti ed i movimenti più intimi (Ebr. IV, 12). – dovunque andiate, qualunque cosa facciate, sia nelle tenebre che alla luce del sole, voi avete l’occhio di Dio fissato su di voi (S. Basil.). – A questi occhi così penetranti di Dio nulla è inaccessibile; né i recessi più profondi e più nascosti, né le muraglie più spesse, né le nostre azioni prima ancora di averle compiute, né i nostri pensieri ancor prima che siano stati concepiti nel nostro spirito (S. Agost.). – Doppio è lo sguardo di Dio sui figli degli uomini: sguardo di misericordia sugli uni, sguardo di indignazione e di giustizia sugli altri (S. Agost.).

ff. 15. – Dalla mano della sua grazia, dalla mano della sua misericordia Egli ha formato i cuori; Egli ha fatto i nostri cuori, li ha formati ognuno in maniera speciale, dando a ciascuno particolarmente un cuore, senza che l’unità fosse distrutta. La potenza di Dio ha formato separatamente tutti i cuori, e la sua grazia li ha creati di nuovo dando loro doni diversi, perché nel corpo di Cristo, tutti gli uomini in particolare, così come ogni membro del corpo, ha ricevuto un dono speciale, perché Colui che ha scelto il suo popolo come sua eredità, ha formato i cuori in modo speciale per ognuno (S. Agost.). – Dio forma i cuori degli uomini uno ad uno, e con cura ammirevole, e noi possiamo credere che se è così, è perché Egli ci ama e ci chiama alla perfezione. Se questo è vero per il cuore, e per il cuore di ciascuno di noi, questo è vero soprattutto per il cuore di coloro ai quali Dio vuole manifestare quaggiù la sua potenza e la sua misericordia. Di questo numero sono i buoni re, i capi dei popoli dei quali Dio tiene sempre il cuore nella sua mano; i saggi nel cuore nei quali Egli depone la sua verità e attraverso i quali diffonde la sua luce; i santi, ai quali Egli riempie il cuore del suo amore, e che Egli abbraccia con una carità ardente per il bene dei loro fratelli; in una parola, tutti coloro che, con una qualunque vocazione, siano chiamati a cooperare alla gloria di Dio ed alla salvezza delle anime (Mgr. Baudry, Le Coeur de Jésus, 2° Part, I).

ff. 16, 17. – Rientra nel piano della divina Provvidenza il fare tutto con l’intermediazione di cause seconde, tranne il caso in cui essa voglia manifestarsi più chiaramente con dei miracoli. Questa cause seconde sono tutte nella sua mano, ed alcune di esse non possono nulla contro la sua volontà sovrana, né per salvarci, né per perderci. Ma esse sono i mezzi, gli strumenti ordinari dei suoi disegni su di noi; di conseguenza, noi dobbiamo impiegarli, salvo poi a non attribuire il successo delle nostre imprese che alla protezione ed alla potenza del Padrone di tutte le cose. Così, il re deve circondarsi di un’armata numerosa e agguerrita; l’uomo robusto deve spiegare la sua forza; il cavaliere deve cavalcare un cavallo vigoroso; ma il cavaliere, l’uomo, il re, non devono mai dimenticare che in definitiva Dio solo dà l’accrescimento. Dimenticare le cause seconde sarebbe tentare Dio, contare unicamente sulle cause seconde sarebbe misconoscerlo ed offenderlo. Se queste verità sono certe, quando si tratta di cose puramente temporali, tanto più hanno luogo ad essere quando si tratta della salvezza, della vera pietà, della giustizia interiore! – Ciò che fa che gli uomini contino sulle loro forze, è che essi non si conoscono; e ciò che fa che essi contino così poco sul soccorso di Dio, è che essi non conoscono Dio. Si dice ordinariamente che Dio è sempre per i grossi battaglioni, massima che si avvicina fortemente al deismo, nemico della Provvidenza. Questa massima è dimostrata falsa, – 1° da una infinità di esempi: si potrebbero citare sia tante occasioni in cui delle piccole armate abbiano vinto contro le grandi, sia citare le grandi armate che siano state battute dalle piccole; – 2° per esperienza si sa che tra due forze uguali, di uguali capacità, di uguale bravura, arrivi sempre il giorno in cui, una delle due armate è battuta, cosa che non potrebbe succedere se la Provvidenza non si mischiasse nelle cose umane; perché forze perfettamente eguali dovrebbe distruggersi mutualmente senza alcun vantaggio né da una parte, né dall’altra; – 3° Quando i grossi battaglioni hanno la meglio sui piccoli, questo è ancora per effetto della Provvidenza che ha dato più forza all’una delle due parti, sia che la causa del più forte fosse più giusta, sia senza che fosse giusta, Dio ha voluto umiliare ancor più coloro che sono già deboli, come accadde agli Israeliti ai tempi di Nabuchodonosor; sia che, in un’occasione, Dio favorisca i più forti per abbatterli poi con maggior clamore (Berthier). – Questi non sono, dice Davide, dice Salomone, non sono né le buone armi, né un buon cavallo, non è né il nostro arco, né la nostra spada, né il nostro coraggio, né il nostro valore, né la nostra destrezza, né la forza delle nostre mani, che ci salvano in un giorno di battaglia, ma la protezione dell’Altissimo (Ps. CXLVI, 10, 11; Prov. XXI, 31). – « Quando avrò preparato il mio cuore, bisogna che Egli diriga i miei passi » (Prov. XVI, 9). Io non sono più potente dei re « … il cui cuore è nelle sue mani, ed Egli le volge dove vuole » (Prov. XXI, 1). Che si renda padone del mio, che mi aiuti con il soccorso che mi fa dire: « Aiutatemi ed io sarò salvato » (Ps. CXVIII, 117); ed ancora: Convertitemi ed io sarò convertito; perché dopo avermi convertito io faccio penitenza e dopo che mi avete toccato, io mi sono colpito il ginocchio » (Gerem. XXII, 18, 19), in segno di compunzione e di rammarico (Bossuet, Mèd. sur l’Ev. 2° P, LXXII° j.).

ff. 18, 19. –  Gli occhi del Signore sono poggiati « su coloro che Lo temono, su quelli che mettono la loro speranza nella sua misericordia »; non nei loro meriti, non nella loro forza, non nel loro coraggio, ma nella sua misericordia (S. Agost.). È questo lo sguardo del Signore, sguardo efficace che procura la salvezza. – Doppio è il beneficio per coloro che sperano nella sua misericordia: Egli li preserva dalla morte o li libera resuscitandoli alla vita, e li nutre in tempo di fame, nel deserto spirituale di questa vita (Dug.). – Egli li nutre ma non li sazia. Il tempo della fame è il tempo attuale, il tempo della sazietà verrà più tardi. Colui che non ci abbandona quando abbiamo fame nella nostra natura corruttibile, ci sazierà in cielo quando saremo divenuti immortali, noi che quaggiù abbiamo fame e sete di giustizia (S. Agost.).

ff. 20-22. – Ma poiché noi abbiamo a soffrire del viaggio, intanto che dura il tempo della fame, e poiché noi attendiamo il soccorso di qualche nutrimento lungo cammino, per paura che le forze non ci manchino, quali condizioni ci si impongono e cosa dobbiamo fare dal canto nostro? « La nostra anima attenderà pazientemente il Signore ». Essa attenderà con sicurezza Colui che promette con misericordia. E che ne sarà se perseveriamo nella nostra pazienza? Non temete niente; noi persevereremo perché Egli è nostro aiuto e nostro protettore. « Egli vi aiuta nel combattimento, vi protegge dal calore, non vi abbandona. E quando avrete sopportato tutto, quando siete stati pazienti in tutto, quando avrete perseverato fino alla fine, cosa avverrà? » – « Il vostro cuore gioirà in Lui » (S. Agost.). – Il Profeta ci ha esortato a soffrire tutto, ci ha riempito di gioia e di speranza, ci ha mostrato quel che noi dobbiamo amare, ci ha detto in cosa solo e su Chi solo noi possiamo riporre la nostra fiducia, e termina con questa breve preghiera: « Che la vostra misericordia, Signore, discenda su di noi ». A quale titolo l’abbiamo meritata? « Secondo quel che abbiamo sperato in Voi ». La speranza in Dio è la misura della sua misericordia (S. Agost.).

PERFEZIONE DELLA VITA CRISTIANA (1)

Perfezione della vita cristiana.

[A. Tanquerey: Compendio di teologia ascetica e mistica – Soc. S. Giovanni Evang. Desclée e Ci.; Roma, Tournai – Parigi. 1948]

CAPITOLO III -1-

295. Ogni vita deve perfezionarsi, ma principalmente la vita cristiana, la quale è, per sua natura, essenzialmente progressiva e non toccherà il suo termine se non in cielo. Dobbiamo quindi esaminare in che consista la perfezione di questa vita, per poterci così meglio dirigere nelle vie della perfezione. Essendoci però su questo punto fondamentale errori e idee più o meno monche ed inesatte, cominceremo a rimuovere le false nozioni della perfezione cristiana e ne esporremo poi la vera natura.

I. Le false nozioni:

a) degli increduli;

b) dei mondani;

c) dei devoti.

II. La vera nozione:

a) consiste nella carità;

b) suppone sulla terra il sacrifizio;

c) concilia armoniosamente questi elementi;

d) abbraccia i precetti e i consigli;

e) ha i suoi gradi e i suoi limiti.

ART. I. FALSE NOZIONI SULLA PERFEZIONE.

Queste false nozioni si trovano presso gl’increduli, i mondani e i falsi devoti.

296. Agli occhi degl’increduli la perfezione cristiana è un puro fenomeno soggettivo, che non corrisponde ad alcuna sicura realtà.

A) Molti di loro studiano quelli che essi chiamano fenomeni mistici con malevoli pregiudizi e senza discernere tra i veri e i falsi mistici: tali Max Nordau, J. H. Leuba, E. Murisier. A loro giudizio, la pretesa perfezione dei mistici non è che un fenomeno morboso, una specie di psiconevrosi, di esaltazione del sentimento religioso, ed anche una forma speciale di amore sessuale, come appare dai vocaboli di sponsali o sposalizio, di matrimonio spirituale, di baci, di amplessi, di carezze divine, che ricorrono così spesso sotto la penna dei mistici. – È chiaro che questi autori, i quali non s’intendono quasi d’ altro che di amore profano, non hanno capito nulla dell’amor divino e sono di coloro a cui si potrebbe applicare la parola di Nostro Signore: “Neque mittatis inargaritas vestras ante porcos” (Matth. VII, 6). Quindi anche gli altri psicologi, come W. James, fanno loro notare che l’istinto sessuale non ha nulla da vedere con la santità; che i veri mistici praticarono la purità eroica, gli uni non avendo mai o quasi mai provato le debolezze della carne, gli altri avendo superate violente tentazioni con mezzi eroici, per esempio voltolandosi tra le spine. Se dunque usarono il linguaggio dell’ amor umano, la ragione è che non ve n’è altro che sia più adatto ad esprimere in modo analogico le tenerezze dell’amor divino. Del resto essi mostrarono in tutta la loro condotta, con le grandi opere che impresero e condussero a buon fine, che erano persone savie e prudenti; e in ogni caso non si possono che benedire le nevrosi che ci diedero i Tommasi d’Aquino, i Bonaventura, gli Ignazi di Loiola, i Franceschi Saveri, 1e Terese e i Giovanni della Croce, i Franceschi di Sales, 1e Giovanne di Chantal, i Vincenzi de’ Paoli, le Damigelle Legras, i Berulle e gli Olier, gli Alfonsi de’ Liguori e i Paoli della Croce.

297. B ) Altri increduli rendono giustizia ai nostri mistici pur dubitando della realtà obbiettiva dei fenomeni da loro descritti: tali William James e Massimo di Montmorand. Riconoscono che il sentimento religioso produce nelle anime mirabili effetti, uno slancio invincibile verso il bene, un illimitata dedizione verso il prossimo, che il loro preteso egoismo non è in fondo che una carità eminentemente sociale feconda della più lieta influenza, che la loro sete di patimenti non impedisce loro di godere ineffabili delizie e diffondere un poco di felicità attorno a loro; solo dubitano che siano vittime d’autosuggestione e d’allucinazione. Ma noi facciamo osservare che così benefici effetti non possono derivare se non da una causa proporzionata; che, nel complesso, il bene reale e duraturo non può venire che dal vero, e che se solo i mistici cristiani hanno praticato le virtù eroiche e prodotto opere sociali utili, la ragione è che la contemplazione e l’amore di Dio, ispiratori di queste opere, non sono allucinazioni ma realtà viventi ed operose : “ex fructibus eorum cognoscctis eos” (Matth. VII, 20).

298. I mondani, anche quando hanno la fede, hanno spesso, sulla perfezione o su ciò ch’essi chiamano la devozione, idee molto false.

A) Gli uni riguardano i devoti come ipocriti, come Tartufi, che, sotto la maschera della pietà, nascondono vizi odiosi o ambiziose mire politiche, come sarebbe il desiderio di dominare le coscienze e così governare il mondo. Or questo è un confondere l’abuso con la cosa stessa, e la continuazione di questo studio dimostrerà che la semplicità, la lealtà e l’umiltà sono i veri caratteri della devozione.

299. B) Altri considerano la pietà come esaltazione della sensibilità e dell’immaginazione, una specie di emotività, buona tutt’al più per le donne e per i bambini ma indegna di uomini che vogliono guidarsi con la ragione e con la volontà. Eppure quanti uomini iscritti nel catalogo dei Santi, che si distinsero per un proverbiale buon senso, per una intelligenza superiore, per una volontà energica e costante? Anche qui si confonde dunque la caricatura col ritratto.

300. C) Vi sono infine di quelli che pretendono che la perfezione sia un’utopia inattuabile e per ciò stesso pericolosa, che basti osservare i comandamenti e soprattutto aiutare il prossimo, senza perdere il tempo in pratiche minuziose, o nella ricerca di virtù straordinarie. Basta la lettura della vita dei Santi a correggere quest’errore, mostrando che la perfezione fu veramente conseguita sulla terra, e che la pratica dei consigli non solo non nuoce all’osservanza dei precetti ma la rende anzi più facile.

301. 3° Tra le stesse persone devote ce ne sono di quelle che s’ingannano sulla vera natura della perfezione, dipingendola ognuno secondo la propria passione e la propria fantasia (È quanto osserva S. Franc. DI SALES, Intr. alla vita davota, P. I , c. I che è da leggersi per intero.)

A) Molti, confondendo la devozione con le devozioni, si immaginano che la perfezione consista nel recitare un gran numero di preghiere e nel far parte di molte confraternite, talora anche a detrimento dei doveri del proprio stato che costoro trascurano per fare questo o quel pio esercizio, o mancando alla carità verso le persone di casa. Questo è un sostituire l’accessorio al principale e un sacrificare al mezzo il fine.

302. B) Altri poi si danno ai digiuni e a austerità, fino ad estenuarsi e rendersi incapaci di compiere bene i doveri del proprio stato, credendosi con ciò dispensati dalla carità verso il prossimo; mentre non osano intingere la lingua nel vino, non temono poi di « immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e con la calunnia ». Anche qui si prende abbaglio su ciò che vi è di più essenziale nella perfezione, e si trascura il dovere capitale della carità per esercizi buoni senza dubbi, ma meno importanti. — In pari errore cadono color che fanno ricche elemosine, ma non vogliono perdonare i nemici, oppure, perdonando i nemici e non pensano poi a pagare i debiti.

303. C) Alcuni, confondendo le consolazioni spirituali col fervore, si credono perfetti quando sono inondati di gioia e pregano con facilità; s’immaginano invece d’essere rilassati quando son assaliti dalle aridità e dalle distrazioni. Dimenticano che ciò che conta agli occhi di Dio è lo sforzo generoso e spesso rinnovato, non ostante le apparenti sconfitte che si possono provare.

304. D) Altri, invaghiti di azione e di opere esteriori, trascurano la vita interiore per darsi più interamente all’apostolato. E un dimenticare che l’anima di ogni apostolato è la preghiera abituale, che attira la grazia divina e rende feconda l’azione.

305. E) Finalmente alcuni, avendo letto libri mistici o vite di Santi in cui si descrivono estasi e visioni, si immaginano che la devozione consista in questi fenomeni straordinari e fanno sforzi di mente e di fantasia per arrivarvi. Non capiscono che, a detta dei mistici stessi, questi sono fenomeni accessori che non costituiscono la santità, ai quali quindi non bisogna aspirare, e che la via della conformità alla volontà di Dio è molto più sicura e più pratica.

Sgombrato così il terreno, potremo ora più facilmente

intendere in che essenzialmente consista la

vera perfezione.

ART. II. LA VERA NOZIONE DELLA PERFEZIONE

306. Stato della questione. Per ben risolvere questo problema, cominciamo con determinar lo stato della questione:

Nell’ordine naturale un essere è perfetto (perfectum) quando è finito e compito, e quindi quando consegue il suo fine: « Unumquodque dicitur esse perfectum in quantum attingit proprium finem, qui est ultima rei perfectio » (Sum. Theol. IIa, IIæ, q. 184, a. 1). Questa è la perfezione assoluta; ve n’è però un’altra, relativa e progressiva, che consiste nell’avvicinarsi a questo fine, sviluppando tutte le proprie facoltà e praticando tutti i propri doveri secondo le prescrizioni della legge naturale manifestata dalla retta ragione.

307. 2° Il fine dell’uomo, anche nell’ordine naturale, è Dio. 1) Creati da Lui, siamo necessariamente creati per Lui, poiché è chiaro che non può Dio trovare un fine più perfetto di Sé, essendo la pienezza dell’Essere; e d’altra parte creare per un fine imperfetto sarebbe indegno di Lui. 2) Di più, essendo Dio la perfezione infinita e quindi la fonte di ogni perfezione, l’uomo è tanto più perfetto quanto più s’avvicina a Lui e ne partecipa le divine perfezioni; ecco perché il cuore umano non trova nelle creature nulla che possa soddisfarne le legittime aspirazioni: « Ultimus hominis finis est bonum increatum, scilicet Deus, qui solus sua infinita bonitate potest voluntatem hominis perfecte implere » (S. Theol. Ia, IIæ, q. 3,a. 1). A Dio quindi convien rivolgere tutte le nostre azioni; conoscerlo, amarlo, servirlo, e così glorificarlo, tal è il fine della vita e la fonte d’ogni perfezione.

308. 3° Il  che è anche più vero nell’ordine soprannaturale. Gratuitamente elevati da Dio ad uno stato che supera le nostre esigenze e le nostre possibilità, chiamati a contemplarlo un giorno con la visione beatifica e possedendolo già con la grazia, dotati di un intero organismo soprannaturale per unirci a Lui con la pratica delle virtù cristiane, è chiaro che non possiamo perfezionarci se non avvicinandoci continuamente a Lui. E non potendo far questo senza unirci a Gesù, che è la via necessaria per andare al Padre, la nostra perfezione consisterà nel vivere per Dio in unione con Gesù Cristo: « Vivere summe Deo in Christo Jesu » (J. J. Olier). Il che facciamo praticando le virtù cristiane, teologali e morali, che tutte hanno per fine di unirci in modo più o meno diretto a Dio, facendoci imitare N. S. Gesù Cristo.

309. 4° Sorge quindi qui la questione di sapere se, tra queste virtù, non ve ne sia una che compendi e contenga tutte le altre, e costituisca, a così dire, l’essenza della perfezione. S. Tommaso, sintetizzando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri, risponde affermativamente e c’insegna che la perfezione consiste essenzialmente nell’amor di Dio e del prossimo amato per Dio: « Per se quidem et essentialiter Consistit perfectio Christianæ vitæ in caritate, principaliter quidem secundum dilectionem Dei, secundario autem secundum dilectionem proximi » (S. Theol., IIa, IIæ, q. 184, a, 3). Ma,poiché nella vita presente l’amor di Dio non puòpraticarsi senza rinunziare all’amore disordinato dise stessi, ossia alla triplice concupiscenza, in praticaall’amore bisogna aggiungere il sacrificio. Questoverremo esponendo col dimostrare: 1) come l’amordi Dio e del prossimo costituisca l’essenza dellaperfezione; 2) perché quest’amore debba giungerefino al sacrifizio; 3) in che modo si debbano conciliarequesti due elementi; 4) come la perfezioneabbracci insieme precetti e consigli; 5) quali nesiano i gradi e fin dove possa arrivare sulla terra.

§ I. L’essenza della perfezione consiste nella carità.

310. Spieghiamo anzitutto il senso della tesi.

L’amore di Dio e del prossimo, di cui qui trattiamo, è soprannaturale nel suo oggetto come nel suo motivo e nel suo principio. Il Dio che noi amiamo è il Dio manifestatoci dalla rivelazione, il Dio della Trinità; e l’amiamo perché la fede ce lo mostra infinitamente buono e infinitamente amabile; l’amiamo con la volontà perfezionata dalla virtù della carità e aiutata dalla grazia attuale. Non è dunque un amore di sensibilità; è vero che, essendo l’uomo composto d’anima e di corpo, spesso si mescola ai nostri più nobili affetti un elemento sensibile; ma un tal sentimento manca talora interamente, e in ogni caso è del tutto accessorio. L’essenza stessa dell’amore è la dedizione, è la volontà ferma di darsi e, occorrendo, d’immolarsi interamente per Dio e per la sua gloria, di preferire il suo beneplacito al nostro e a quello delle creature.

311. Conviene dire altrettanto, salve le proporzioni, dell’amor del prossimo.

In lui amiamo Dio, un’immagine, un riflesso delle sue divine perfezioni; il motivo quindi che ce lo fa amare è la bontà divina in quanto è manifestata, espressa, irradiata nel prossimo; o, in parole più intelligibili, noi vediamo e amiamo nei nostri fratelli un’anima abitata dallo Spirito Santo, ornata della grazia divina, riscattata dal sangue di Gesù Cristo; e amandola, ne vogliamo il bene soprannaturale, lo spirituale perfezionamento, la salute eterna. – Non vi sono quindi due virtù di carità, l’una verso Dio e l’altra verso il prossimo; ve n’è una sola che abbraccia insieme Dio amato per se stesso e il prossimo amato per Dio. – Con queste nozioni ci sarà facile intendere come la perfezione consiste proprio nella virtù della carità.

Le prove della tesi.

312. 1° Interroghiamo la S. Scrittura. A) Nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, ciò che domina e compendia tutta la Legge è il gran precetto della carità, carità verso Dio e carità verso il prossimo. Quindi, quando un dottore della legge domanda a Nostro Signore che cosa bisogna fare per acquistare la vita eterna, il divin Maestro gli risponde soltanto: Che cosa dice la legge? E il dottore pronto gli cita il testo del Deuteronomio: « Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso: « Diliges Dominimi Deum tuum ex toto corde tuo et ex tota anima tua et ex omnibus viribus tuis et ex omni mente tua, et proximum tuum sicut teipsum. » E Nostro Signore l’approva dicendogli: « Hoc fac et vives » (Luc. X, 25-29; Deut. VI, 5-7). Aggiunge altrove che questo doppio precetto dell’amor di Dio e dell’amor del prossimo costituisce la legge e i Profeti (Matth. XXII, 39-40) –. Ed è ciò che sotto altra forma dichiara S. Paolo, quando, dopo aver rammentati i principali precetti del Decalogo, aggiunge che la pienezza della legge è l’amore: « Plenitudo legis dilectio » (Rom. XIII, 10). Così l’amor di Dio e del prossimo è nello stesso tempo la sintesi e la pienezza della Legge. Ora la perfezione cristiana non può essere che l’adempimento perfetto ed intero della Legge; perché la Legge è ciò che Dio vuole, e che cosa v’è di più perfetto della santa volontà di Dio?

313. B) Vi è un’altra prova tratta dalla dottrina di S. Paolo sulla carità nel cap. XIII° della I Lettera ai Corinti; con lirico linguaggio Paolo vi descrive l’eccellenza della carità, la sua superiorità sui carismi o sulle grazie gratisdate, sulle altre virtù teologali, la fede e la speranza; e mostra ch’essa compendia e contiene in modo eminente tutte le virtù, che è anzi il complesso di queste virtù: « caritas patiens est, benigna est; caritas non æmulatur, non agit perperam, non inflatur, non est ambitiosa, non quærit quæ sua sunt, non irritatur, non cogitat malum… »; e in ultimo aggiunge che i carismipasseranno, che la fede e la speranza spariranno, mache la carità è eterna. Non è questo un insegnareche non solo la carità è la regina e l’anima delle virtù,ma che è pur così eccellente da bastare a rendereun uomo perfetto, comunicandogli tutte le virtù?

314. C) S. Giovanni, l’apostolo del divino amore, ce ne dà la fondamentale ragione. Dio, egli dice, è carità, « Deus caritas est »; è questa, a così dire, la sua nota caratteristica. Se dunque vogliamo somigliar a Lui ed essere perfetti come il Padre celeste, bisogna che noi amiamo Lui come Egli ha amato noi « quoniam prior ipse dilexit nos » (1 Giov. III, 16; IV, 10); e non potendo amar Lui senza amar pure il prossimo, dobbiamo amare questo caro prossimo fino a sacrificarci per Lui « et nos debemus prò fratribus animas ponere »: « Carissimi, amiamoci l’un l’altro, perché l’amore viene da Dio e chi ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore… Or questo amore sta in ciò che non fummo noi ad amar Dio, ma egli il primo amò noi e mandò il suo Figliuolo vittima di propiziazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati in tal guisa, dobbiamo noi pure amarci l’un l’altro… Dio è amore e chi sta nell’amore sta in Dio e Dio in lui » Si può dire in modo più chiaro che tutta la perfezione consiste nell’amor di Dio e del prossimo per Dio?

315. 2° Interroghiamo la ragione illuminata dalla fede: se consideriamo sia la natura della perfezione sia la natura della carità, arriviamo alla stessa conclusione.

A) Abbiamo detto che la perfezione d’un essere consiste nel conseguire il proprio fine o nell’ avvicinategli quanto più è possibile (n. 306). Ora il fine dell’uomo nell’ordine soprannaturale è Dio eternamente posseduto con la visione intuitiva e con l’amore beatifico; sulla terra ci avviciniamo a questo fine vivendo già in unione intima con la SS. Trinità che vive in noi e con Gesù mediatore necessario per andare al Padre. Quanto più dunque siamo uniti a Dio, ultimo nostro fine e fonte della nostra vita, tanto più siamo perfetti.

316. Or qual è tra le virtù cristiane la più unificante, quella che unisce l’anima nostra interamente a Dio, se non la divina carità? Le altre virtù ci preparano a questa unione, o anche a lei ci iniziano, ma non possono compierla. Le virtù morali, prudenza, fortezza, temperanza, giustizia, etc, non ci uniscono direttamente a Dio, ma servono solo a sopprimere o diminuire gli ostacoli che ce ne allontanano e ad avvicinarci a Dio conformandoci all’ordine; cosi la temperanza, combattendo lo smoderato uso del piacere, attenua uno dei più violenti ostacoli all’amor di Dio; 1’umiltà, allontanando l’orgoglio e l’amor proprio, ci predispone alla pratica della divina carità. Inoltre queste virtù, facendoci praticare l’ordine ossia la giusta misura, sottomettono la nostra volontà a quella di Dio e ci avvicinano a Lui. Le virtù teologali poi distinte dalla carità, ci uniscono certamente a Dio, ma in modo incompleto. La fede ci unisce a Dio, infallibile verità, e ci fa vedere le cose alla luce di Dio; ma è compatibile col peccato mortale che ci separa da Dio. La speranza ci eleva a Dio, in quanto è cosa buona per noi, e ci fa desiderare i beni del cielo, ma può sussistere con colpe gravi che ci allontanano dal nostro fine.

317. La sola carità ci unisce interamente a Dio. Suppone la fede e la speranza ma le oltrepassa: prende tutta quanta l’anima, intelligenza, cuore, volontà, attività, e la dà a Dio senza riserva. Esclude il peccato mortale, che è il nemico di Dio, e ci fa godere della divina amicizia: « Si quis diligit me, et Pater meus diliget eum » (Joan. XIV, 23). Ora l’amicizia è unione, è fusione di due anime in una sola: cor unum et anima una… unum velle, unum nolle; completaunione di tutte le nostre facoltà: unione dellamente, che fa che il nostro pensiero si modelli suquello di Dio; unione della volontà, che ci fa abbracciarela volontà di Dio come fosse nostra; unionedel cuore, che ci stimola a darci a Dio come Egli sidà a noi, dilectus meus mihi et ego illi; unione delleforze attive, onde Dio mette a servizio della nostra debolezzala divina sua potenza per aiutarci a eseguirei nostri buoni disegni. La carità ci unisce dunque a Dio, nostro fine, a Dio infinitamente perfetto, e costituisce quindi l’elemento essenziale della nostra perfezione.

318. B) Studiando la natura della carità, arriviamo alla stessa conclusione; come infatti dimostra S. Francesco di Sales, la carità racchiude tutte le virtù e dà loro anzi una speciale perfezione (Tratt. dell’amor di Dio, I, XI, c. 8).

a) Racchiude tutte le virtù. La perfezione consiste, com’è chiaro, nell’acquisto delle virtù: chi le possiede tutte, in un grado non solo iniziale ma elevato, è certamente perfetto. Ora chi possiede la carità possiede tutte le virtù e le possiede nella loro perfezione: possiede la fede, senza cui non si può conoscere ed amare l’infinita amabilità di Dio; e la speranza, che, ispirandoci la fiducia, ci conduce all’amore; e tutte le virtù morali, per esempio, la prudenza, senza cui la carità non potrebbe né conservarsi né crescere; la fortezza, che ci fa trionfare degli ostacoli che si oppongono alla pratica della carità; la temperanza, che doma la sensualità, implacabile nemica dell’amor di Dio. Anzi, aggiunge S. Francesco di Sales, « il grande Apostolo non dice solo che la carità ci dà la pazienza, la benignità, la costanza, la semplicità, ma dice ch’essa stessa è paziente, benigna, costante » (1 Cor. XIII, 4), perché contiene la perfezione di tutte le virtù.

319. b) Anzi dà loro una perfezione e un valore speciale, perché è, secondo l’espressione di S. Tommaso (S. Theol. IIA, IIæ, q. 23, a. 83) la forma di tutte le virtù. « Tutte le virtù, separate dalla carità sono molto imperfette, perché non possono senza di lei giungere al loro fine che è di rendere l’uomo felice… Non dico che senza la carità non possano nascere e anche progredire; ma che abbiano tal perfezione da meritare il titolo di virtù fatte, formate e compite, questo dipende dalla carità, che dà loro la forza di volare a Dio, e raccogliere dalla sua misericordia il miele del vero merito e della santificazione dei cuori in cui si trovano. La carità è tra le virtù come il sole tra le stelle: distribuisce a tutte la loro luce e la loro bellezza. La fede, la speranza, il timor di Dio e la penitenza, vengono ordinariamente nell’anima prima di lei a prepararle la dimora; e giunta che è, la ubbidiscono e la servono come tutte le altre virtù, ed ella le anima, le adorna e le avviva con la sua presenza » (S. Franc. Di Sales, I c., c. 9) . In altri termini, la carità, orientando direttamente l’anima nostra verso Dio, perfezione somma ed ultimo fine, dà pure a tutte le altre virtù che vengono a porsi sotto il suo impero, lo stesso orientamento e quindi lo stesso valore. Così un atto d’obbedienza e di umiltà, oltre al proprio valore, riceve dalla carità un valore assai più grande quando è fatto per piacere a Dio, perché allora diventa un atto di amore, cioè un atto della più perfetta tra le virtù. Aggiungiamo che quest’atto diventa più facile e più attraente: obbedire e umiliarsi costano molto alla orgogliosa nostra natura, ma il pensiero che, praticando questi atti, si ama Dio e se ne procura la gloria, li rende singolarmente facili. – Così dunque la carità è non solo la sintesi ma l’anima di tutte le virtù, e ci unisce a Dio in modo più perfetto e più diretto delle altre; è quindi lei quella che costituisce l’essenza stessa della perfezione.

CONCLUSIONE.

320. Poiché l’essenza della perfezione consiste nell’amor di Dio, ne viene che l’accorciatoia per arrivarvi è d’amar molto, d’amare con generosità ed intensità, e principalmente di amare con amor puro e disinteressato. Ora noi amiamo Dio non solo quando recitiamo un atto di carità ma anche quando facciamo la sua volontà o quando compiamo un dovere sia pur minimo per piacergli. Ognuna quindi delle nostre azioni, per quanto volgare essa sia in se stessa, può essere trasformata in un atto di amore e farci avanzare verso la perfezione. Il progresso sarà tanto più reale e più rapido, quanto più intenso e più generoso sarà quest’amore e quindi quanto più il nostro sforzo sarà energico e costante; perché ciò che conta agli occhi di Dio è la volontà, è lo sforzo, indipendentemente da ogni emozione sensibile. E poiché l’amore soprannaturale del prossimo è anch’esso un atto d’amor di Dio, tutti i servizi che rendiamo ai nostri fratelli, vedendo in loro un riflesso delle divine perfezioni, o, ciò che torna lo stesso, vedendo in loro Gesù Cristo, diventano tutti atti d’amore che ci fanno avanzare verso la santità. Amare dunque Dio e il prossimo per Dio, ecco il segreto della perfezione, purché su questa terra vi si aggiunga il sacrificio.

[1 – continua … ]

SALMI BIBLICI: “BEATI QUORUM REMISSÆ SUNT INIQUITATES” (XXXI)

SALMO 31: “BEATI QUORUM remissæ sunt iniquitates …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR, RUE DELAMMIE, 13 – 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

[1] Ipsi David intellectus.

    Beati quorum remissæ sunt iniquitates,

et quorum tecta sunt peccata.

[2] Beatus vir cui non imputavit Dominus peccatum, nec est in spiritu ejus dolus.

[3] Quoniam tacui, inveteraverunt ossa mea, dum clamarem tota die. (1)

[4] Quoniam die ac nocte gravata est super me manus tua; conversus sum in aerumna mea, dum configitur spina.

[5] Delictum meum cognitum tibi feci, et injustitiam meam non abscondi. Dixi: Confitebor adversum me injustitiam meam Domino; et tu remisisti impietatem peccati mei.

[6] Pro hac orabit ad te omnis sanctus in tempore opportuno. Verumtamen in diluvio aquarum multarum, ad eum non approximabunt.

[7] Tu es refugium meum a tribulatione quae circumdedit me; exsultatio mea, erue me a circumdantibus me.

[8] Intellectum tibi dabo, et instruam te in via hac qua gradieris; firmabo super te oculos meos.

[9] Nolite fieri sicut equus et mulus, quibus non est intellectus. In camo et freno maxillas eorum constringe, qui non approximant ad te.

[10] Multa flagella peccatoris, sperantem autem in Domino misericordia circumdabit.

[11] Lætamini in Domino et exultate justi, et gloriamini omnes recti corde.

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXXI

Davide piange il proprio peccato, ed esorta gli nomini a penitenza. Essendo il salmo oscuro, ha per titolo di intelligenza, perché necessario è il dono dello Spirito Santo ad intenderlo. L’intelligenza del proprio peccato Davide l’ebbe dalla grazia divina.

Dello stesso Davide, salmo di intelligenza.

1. Beati coloro ai quali sono state rimesse le iniquità, e i peccati de’ quali sono stati ricoperti.

2. Beato l’uomo, cui Dio non imputò peccato e nello spirito di lui simulazione non è.

3. Perché io mi tacqui, si consumarono le mie ossa mentre io per tutto il giorno alzava le strida.

4. Perché di e notte si aggravò sopra di me la tua mano, mi avvolgeva nella mia miseria, mentre portava fitta la spina.

5. A te il delitto mio feci noto, e non tenni ascosa la mia ingiustizia. Io dissi: Confesserò contro di me stesso al Signore, la mia ingiustizia; e tu mi rimettesti l’empietà del mio peccato.

6. Per questo porgerà preghiere a te ogni uomo santo nel tempo opportuno. Certo che quando inonderanno le grandi acque, a lui non si accosteranno.

7. Tu se’ mio asilo nella tribolazione da cui son circondato; tu, mia letizia, liberami da coloro che mi assediano.

8. Io ti darò intelligenza, e t’insegnerò la via, per cui tu hai da camminare; terrò fissi gli occhi miei sopra di te.

9. Guardatevi dall’esser simile al cavallo e al mulo, i quali son privi del bene dell’intelletto. Stringi col morso e colla briglia le mascelle di coloro che si ritiran da te.

10. Molti i flagelli pei peccatori; ma la misericordia sarà a guardia di colui che spera nel Signore.

11. Nel Signore rallegratevi ed esultate, o giusti, e gloriatevi voi tutti, che siete di retto cuore.

 (1) Queste tre parole, iniquitates, peccata, peccatum, in ebraico phesa, hataa, avon, esprimono il realtà la stessa cosa, cioè il peccato, ma il peccato considerato formalmente sotto un diverso aspetto; il primo significa più particolarmente la defezione, la ribellione, l’offesa di Dio; il secondo, il carattere impresso all’anima, o la privazione della grazia; il terzo, la pena dovuta al peccato. Lo stesso è per le tre parole remittere, traere, non imputare, che significano tutte e tre il perdono dei peccati, ma sotto una visuale differente; il primo significa la remissione gratuita, la seconda l’abbondanza della grazia che li cancella, la terza che Dio tratta il peccatore riconciliato con tenerezza maggiore che se fosse stato sempre innocente.

Sommario analitico

Questo salmo è stato composto da Davide, sulla testimonianza di San Paolo (Rom. IV, 6), verosimilmente quando ebbe riconosciuto il doppio peccato, il suo adulterio con Bethsabea, e l’omocidio di Uria, come confessato davanti a Natan.

I – Il Re-Profeta celebra il beneficio della giustificazione e proclama beati coloro:

1) ai quali sia stata rimessa l’offesa; 2) nei quali la traccia del peccato sia stata cancellata; 3) per i quali la condanna alla pena sia stata distrutta; nell’anima dei quali Dio diffonde la sincerità e la purezza.

II – Occorre conoscere i vantaggi inestimabili della confessione, la quale ci ottiene questo beneficio della giustificazione:

1° Prima della quale: – a) le forze della sua anima si erano come esaurite, – b) la mano di Dio si era appesantita su di lui, – c) i rimorsi lo hanno trafitto con punte acuminate (3, 4).

2° Nella quale occorre vedere con il suo esempio le sei condizioni di una buona confessione: – a) che sia personale, e che abbia come oggetto i propri peccati di colpevolezza; – b) che sia chiara e pulita « cognitum tibi feci »; – c) che sia intera … « ed io non ho nascosto la mia ingiustizia »; – d) che sia premeditata e preparata in anticipo: « io ho detto », – e) che sia una vera accusa « contro di me »; – f) che sia umile, « il mio sopruso al Signore », voi siete il mio sovrano, Signore, io sono il vostro servo.

3° Dopo la quale egli ha ricevuto i tre effetti della buona confessione: – a) la remissione dei peccati che sollecitano gli stessi Santi nel tempo opportuno, cioè durante questa vita; – b) la remissione della pena eterna figurata da questo diluvio di grandi acque (6); – c) la remissione della pena temporale, figurata dalle tribolazioni, etc. (7).

III – Egli insegna come si conserva questo beneficio della giustificazione:

1° Dio gli dice che Egli darà al giusto: – a) l’intelligenza a mo’ di fiamma per rischiararlo: – b) il soccorso esterno della sua Provvidenza per guidarlo; – c) il rafforzamento e la perseveranza nella grazia (8).

2° Gli raccomanda di evitare: – a) le affezioni sregolate nella volontà, – b) l’accecamento dell’intelligenza che lo renderebbe simile ad un animale senza ragione (9). –

3° Egli gli insegna come dovrà reprimere queste affezioni sregolate, con il morso ed il freno della legge divina, della mortificazione, etc. (10).

4° Davide avverte: – a) i peccatori che Dio usa al loro riguardo la severità, moltiplicando le loro punizioni; – b) i giusti, che la misericordia di Dio non cesserà di ricoprirli (10).

5° Egli invita tutti i giusti a rallegrarsi nel Signore, e tutti quelli che hanno un cuore retto, a rendere pubblica la sua gloria con i loro cantici (11).

Spiegazioni e Considerazioni

1. – 1, 2

ff. 1, 2. – Felici non sono coloro nei quali non siano stati trovati peccati, bensì coloro nei quali i peccati siano coperti, nei quali i peccati siano interamente coperti, pienamente nascosti, e di conseguenza non esistono più. Se Dio ha “coperto” dei peccati, non ha voluto notarli; se non ha voluto rimarcarli, non ha voluto usare la sua giustizia contro di essi, non ha voluto punirli, non ha voluto conoscerli, ma ha amato il rimetterli … Ma quando il Profeta parla dei peccati così coperti, cerchiamo di comprendere che questi peccati sussistono ancora e vivono nei peccatori. Perché si dice allora che i peccati sono coperti? È perché essi non sono più trovati (S. Agost.). – Mai un viaggiatore considera con più piacere la calma profonda del mare, se non dopo essere sfuggito ad una furiosa tempesta e scampato ad un naufragio certo; mai un uomo stima la salute se non dopo esser passato attraverso i dolori di una lunga e crudele malattia. Mai anche un Cristiano concepisce meglio la felicità di un’anima riconciliata con il suo Dio, se non dopo il gemere per qualche tempo sotto la servitù del peccato. La prima felicità è quella di non cadere più nel peccato, la seconda di rialzarsi con la penitenza (Duguet).

ff. 2. – Artificio e travestimento sono molto frequenti nella maggior parte di coloro che si credono penitenti: essi sono estremamente addestrati nell’ingannare gli altri, ma incomparabilmente più abili nell’ingannare se stessi, e mai più spesso che pericolosamente nella Penitenza. Che cosa è questo ingannare Dio, camuffandosi agli altri e a se stessi, se non voler ingannare se stessi? (Dug.). – Non cerchiamo scuse ai nostri crimini; non li rigettiamo sulla parte debole che è in noi; confessiamo che la ragione doveva presiedere e dominare i nostri appetiti; non cerchiamo di coprirci; mettiamoci davanti a Dio, Egli ci coprirà forse con la sua bontà così che saremo tra quelli dei quali è scritto: « Felici coloro le cui iniquità sono state rimesse, e i cui peccati sono stati coperti » (Bossuet, Elév. VI j. VIII E.).

II. – 3-7.

ff. 3. – Diversi sono i tipi di silenzio, sia buono, sia cattivo, secondo la Scrittura.

I. – Silenzio buono e lodevole: 1° Un silenzio di obbedienza: « il silenzio sarà frutto della giustizia ». (Isaia XXXII, 17). – 2° Un silenzio di prudenza: « Anche il folle, se tace, passa per saggio » (Prov. XVII, 28). – 3° Un silenzio di pazienza: « È nel silenzio e nella speranza che sarà la vostra forza » (Isaia XXX, 15). – .4° Un silenzio di saggezza: « Suo Padre considerava tutto ciò in silenzio ». (Gen. XXXVII, 11). – 5° Un silenzio di rispetto: « ascoltate in silenzio, e la vostra riservatezza vi acquisterà molta grazia » (Ecclei. XXXII, 9). – 6° Un silenzio di contemplazione: « Egli si siederà in solitudine, e tacerà ». – 7° Un silenzio di condiscendenza: « Io non ho potuto parlare come a degli uomini spirituali » (I Cor. III, 1). –

II. Il silenzio cattivo: 1° Un silenzio con il quale si cessa di lodare Dio: « Maledizione a me a causa del mio silenzio » (Isaia IV, 5). – 2° Un silenzio durante la confessione dei peccati, un silenzio che fa sì che si taccia, quando invece ci si dovrebbe correggere (I Re, III, 13). – 3° Un silenzio riguardo alla preghiera: « Se voi tacete ora, i Giudei saranno liberati in altro modo » (Esther. IV, 14). – 4° Un silenzio di lusinga. «Parla il ricco e tutti tacciono » (Eccli XIII, 23). – 5° Un silenzio di infedeltà: « Silenzio, non si deve ricordare più il nome del Signore » (Amos. VI, 11). – 6° Un silenzio che viene dalla cattiva coscienza « Ed egli tacque » (Matt. XXII, 12). – 7° Il silenzio qui in questione è un silenzio colpevole che impedisce a Davide di confessare il suo duplice crimine di adulterio e di omicidio. – Il peccatore « tace »: l’insensibilità è completa, il silenzio profondo ed universale, nulla in quest’uomo rimescola, nulla parla; la confessione della fede è muta, la preghiera è spenta; il figlio snaturato non ha più una parola da dire a suo padre, non ha più un sorriso da indirizzargli. Tale è lo stato del peccato; è un silenzio interiore, un’immobilità sacrilega … Lo stato del peccato è caratterizzato ancora da un altro segno: lo stato di senescenza e di malattia. Il peccatore è un vecchio languente e decrepito, tutto è distrutto, tutto è impotente, tutto è cancellato; lo sguardo smorto, la volontà si volge a capricci infantili, la memoria si lascia sfuggire tutta la scienza di una lunga vita. Il vecchio, come il peccatore, non è più che una rovina di se stesso, e delle grandezze primitive non ritrova più, se non dei ruderi mutilati (Doublet, Psaumes etc. III, 208). – Sembra che non ci sia contraddizione tra queste parole: « Perché io tacevo, le mie ossa sono invecchiate, mentre io gemevo ». Se gemeva, come faceva a tacere? Egli ha taciuto alcune cose, altre non le ha potuto tacere. Egli ha taciuto quello che poteva dire a suo vantaggio, non ha taciuto quello che ha detto a suo svantaggio. Egli ha taciuto la confessione dei suoi peccati, spinto da uno spirito di presunzione. Egli in effetti ha detto: io ho taciuto; cioè io non ho confessato tutti i miei peccati, occorreva qui che egli parlasse, che egli tacesse i suoi meriti e dicesse con forte grida i suoi peccati. Qui bisognava che egli parlasse, che tacesse i suoi meriti e dicesse con gran strepito i suoi peccati; ma al contrario ha commesso l’errore di tacere i suoi peccati e di proclamare i suoi meriti. Cosa dunque gli è successo? « Le sue ossa sono invecchiate ». Notate che se egli avesse proclamato i suoi peccati e nascosto i suoi meriti, le sue ossa, cioè la sua forza, si sarebbe rinnovata; egli è stato forte nel Signore, perché si è trovato debole in se stesso. Ma ora, poiché ha voluto essere forte in se stesso, è diventato debole e le sue ossa si sono logorate. È rimasto nella sua vecchiaia, perché non ha voluto acquisire una nuova giovinezza con la confessione dei suoi peccati (S. Agost.).

ff. 4. –  Perché nel Vangelo, nostro Signore ci dice che il fariseo viene abbassato? Perché egli si è elevato. Perché il Pubblicano è elevato? Perché egli si è abbassato. Di conseguenza Dio, per abbassare colui che si eleva, appesantisce la sua mano su di lui. Egli ha rifiutato di abbassarsi confessando la sua iniquità, è abbassato sotto il peso della mano divina. Come sopporterà questo peso della mano che si abbassa? Al contrario, quanto leggera è stata la mano che elevava il pubblicano? Questa mano è ugualmente forte verso l’uno e verso l’altro: forte per pesare sull’uno e forte per sollevare l’altro (S. Agost.).- Quando Dio vuole convertire, il più spesso comincia con il colpire … l’anima dapprima si irrigidisce, e resiste « io mi rotolo nel mio dolore, e la mia spina ancor più si conficca ». Quando Dio ha lanciato in un’anima la sua freccia aguzza, quando cioè una misteriosa tristezza la devasta, quando il rimorso la dilania, quando il pungolo di qualche grande prova la mortifica, ella cade in crisi laceranti, si rotola nella sua sofferenza, approfondendo sempre più il tratto da cui è squarciata (Doublet, Psaumes, etc.). – Invano il peccatore rinvia sempre all’indomani l’accusa dei suoi crimini, e vorrebbe dissimulare lo stato deplorevole della sua coscienza; rimorsi cuocenti, come un avvoltoio impietoso, rodono il suo cuore notte e giorno, non permettendogli di gustare il minimo riposo. Coloro che di lui non vedono se non ciò che sembra all’esterno, sarebbero tentati di provare invidia per il suo buonumore; ma egli farebbe pietà a colui che, penetrando fino al fondo del suo cuore, vi avrebbero scoperto queste agitazioni eterne, questi turbamenti, queste inquietudini, questi allarmi che li assalgono nel tempo stesso in cui non sogna che di librarsi verso il piacere e la gioia. Dio permette che sia tormentato dal ricordo di mille cose compiute, perdonate, dimenticate, considerate come irreprensibili dal mondo, chiuse forse nella tomba. All’impotenza di sfuggire a questi ricordi brucianti, se egli comprendesse che la mano piuttosto vigorosa per serrarlo così nella catena dei rimorsi, può solo liberarlo aprendosi egli al perdono, e che avendo creato il supplizio del rimorso, Dio ha dovuto legare le grazie sovrane del perdono, alla libertà di pentirsi e di emendarsi! Ma no, per liberarsi da tanto fastidio e dall’angoscia che la colpa commessa genera in lui, questi li commette nuovamente, e domanda senza sosta una felicità che sa che esse non gli daranno mai; egli fa e rifà incessantemente e sempre, senza altro risultato che un rammarico più struggente, tutto ciò che la legge di Dio ha preso cura di proibire. Egli si volge e si rivolge da ogni lato, ma tutti questi movimenti inquieti non fanno che infiggere sempre più profondamente la punta aguzza della spina che lo penetra; egli ha un bel cambiare luogo ed oggetto, ma non può lasciare se stesso, e porta con sé i suoi nemici domestici, dei quali non può disfarsi: le sue agitazioni, i suoi turbamenti, i suoi allarmi, le sue inquietudini (Massil. & L. Veuill. Rome e Lorette).

ff. 5. – Io ho detto: « Io declamerò, etc. »; egli non dichiara ancora la sua ingiustizia, ma promette che la dichiarerà, e già Dio la rimette. Fate attenzione, questo punto è di grande importanza. Egli ha detto: « Io dichiarerò », non ha detto « Io ho dichiarato e voi mi avete rimesso », bensì : « io dichiarerò e voi mi avete rimesso ». Con questa parola. « io dichiarerò » egli prova che non ha ancora fatto con la bocca questa dichiarazione, ma che essa è fatta già nel suo cuore … ma la confessione non è giunta ancora alle mie labbra perché non ancora avevo detto queste parole: « io dichiaro contro di me »; ma Dio aveva inteso la voce del mio cuore. La mia voce non era ancora sulla mie labbra, ma l’orecchio di Dio era già nel mio cuore (S. Agost.). – Il profeta aggiunge a ragione: « … io declamerò contro di me ». In effetti ci sono molti che dichiarano la loro iniquità, ma contro il Signore stesso. Quando si trovano in peccato dicono: « è Dio che lo ha voluto. In effetti se qualcuno dice che non ha commesso questa azione, o questa azione che voi gli rimproverate non sia un peccato, egli non fa dichiarazioni né contro di lui né contro Dio. Ma se egli dice: « si, io l’ho fatto, è un peccato, ma Dio lo ha voluto, ed io l’ho fatto », Queste è una dichiarazione contro Dio. Forse, mi direte: nessuno parla così. E cosa intendete con « … Dio lo ha voluto »? Io ripeto che molti usano questo linguaggio; ma per coloro che non impiegano precisamente questi termini, ma non dicono altra cosa con queste frasi tipo: era il mio destino, così ha voluto la mia stella? Essi vanno alla larga per accusare Dio, essi che vogliono acchetarsi ma senza prendere il retto cammino. Essi dicono: era il mio destino; … ma che cos’è il destino? Così l’ha voluto la mia stella, … ma quali sono queste stelle? Apparentemente quelle che noi vediamo nel cielo, e chi dunque le ha create? Ma è Dio. E chi ne ha regolato il corso? Ma è Dio! Voi vedete dunque bene ciò che volevo dire: Dio ha fatto in modo che io peccassi. E così Egli è ingiusto e voi giusti; perché se Egli non vi avesse fatto peccare, voi non avreste peccato (S. Agost.). – È certamente vero che non c’è alcun colpevole che non abbia le sue ragioni; i peccatori hanno la capacità di aggiungere all’audacia di scusare il loro peccato, quella di commetterlo; e come se non fosse poca l’iniquità di proseguire in esso, noi continuiamo ancora a difenderlo. Sempre si dichiara o che qualcuno ci ha trascinato, o che qualche incontro imprevisto ci ha coinvolti nostro malgrado; e se non troviamo fuori di noi qualcuno su cui rigettare la nostra colpa, cerchiamo in noi stessi qualcosa che non venga però da noi stessi, il nostro umore, la nostra inclinazione, il nostro naturale. È il linguaggio ordinario di tutti i peccatori, che il Profeta Isaia ci ha espresso con semplicità con queste parole che fa loro dire: « Perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità » (LXIV, 6). – Non è mai una nostra scelta né la nostra depravazione volontaria; è un vento impetuoso che è sopravvenuto, è una forza maggiore, una passione violenta alla quale, quando per lungo tempo ci siamo lasciati dominare, siamo ben disposti a credere che sia invincibile (Bossuet, Serm. Sur l’Efficac. de la Pén. 1° P). – « Se noi confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto per rimetterceli, e per purificarci da ogni iniquità » (Giov. I, 9) – Chi si giudica da sé, anche senza misericordia, troverà misericordia davanti a questo tribunale che giustifica coloro che si accusano. – Occorre confessare la propria ingiustizia contro se stessi senza scusarla, senza sminuirla, senza farla ricadere sugli altri. – Bisogna confessare la propria ingiustizia, non le buone opere, non le cose inutili o indifferenti. – … la propria ingiustizia, non quella degli altri (Dug.). – È questo il fondo di empietà che si trova in ogni peccato. Chiunque voi siate, sotto qualunque cielo abbiate visto il giorno, di qualunque crimine abbiate macchiato la vostra anima, anche se foste tanto infelice da non provare neanche un desiderio di speranza, pieno di rimorsi da non gustare per un istante né il sonno né un attimo di oblio, inginocchiatevi ai piedi di questo tribunale; qui vi si trova un orecchio per ascoltarvi, un potere grande per assolvervi, un cuore buono per amarvi. Non vi si chiederà che nome portiate, o quale grado abbiate nel mondo; abbiate solo un pentimento sincero, sottomettetevi a questa voce che vi dirà di cambiare vita; Dio che sa e che vede, non ve ne chiederà più conto, ed ecco … la pace ritorna, ecco il cielo riconquistato (L. V.).

ff. 6. – E come il perdono accordato ad un grande peccatore, come Davide, o come ogni altro, sarà un motivo per l’uomo buono di pregare, di sollecitare la sua grazia in tempo opportuno? Accade che: 1° l’uomo buono, testimone dello stato infelice in cui era il peccatore prima della giustificazione, chiederà subito di non ricadere nello stesso precipizio; – 2° che questo uomo buono, che sa qual sia la fragilità della nostra natura, e che avrà potuto convincersene sempre più con la caduta dei peccatori, solleciterà la grazia di mantenersi nella giustizia. – 3° questo stesso uomo buono, avendo sempre delle debolezze e dei peccati da rimproverarsi, animerà la sua fiducia vedendo quanto il Signore sia misericordioso verso i grandi peccatori. – 4° Infine l’uomo buono spera di ottenere con le sue preghiere la protezione divina contro il diluvio delle tribolazioni, sia per esserne preservato, sia per avere la forza di sopportarle con gioia (Berthier).

ff. 7. – Èla onsolazione solida di un peccatore penitente il vedere tutti contro di lui, e non avere la gioia e le risorse se non in Dio. Più egli soffre da parte degli uomini, più ha speranza dalla parte di Dio. Egli sente di essere circondato da nemici temibili, e sa che il demonio ha la sua felicità nel perderlo, che questo nemico crudele e potente, trova le sue delizie nella ricaduta di un peccatore penitente che cercherà di ghermire con forza, mettendo in opera tutta la sua rabbia e la sua scaltrezza per farlo ricadere nella rete. Aggiungete le sollecitazioni del mondo che lo circonda e con il quale non riesce a rompere, le sue passioni che sono sì affievolite, ma non sono interamente estinte, che ancora fumano e che possono in ogni istante riprendere le loro forza primitiva, i temibili nemici che lo circondano (Duguet). – « voi siete il mio trionfo, riscattatemi ». Sento un grido di gioia: « Voi siete il mio trionfo »; sento un gemito: « riscattatemi ». Voi gioite e gemete. Sì, egli risponde, io gioisco e gemo; io gioisco nella mia speranza, gemo nello stato in cui mi trovo ancora. « Noi gioiamo nella speranza – dice l’Apostolo (Rom. XII, 11) – e soffriamo nelle tribolazioni ». Perché allora aggiunge: « riscattatemi »? … perché noi attendiamo ancora, gemendo dentro di noi, la redenzione del nostro corpo (Rom. VIII, 23), « perché è nella speranza che siamo stati salvati » (S. Agost.).

III.  8-11.

ff. 8. – Dio qui promette tre cose di cui noi abbiamo bisogno: l’intelligenza per non ingannarci nelle scelte del vero bene; la condotta o la conoscenza della strada in cui dobbiamo marciare; la protezione del Signore, il cui occhio veglia su di noi (Berthier). – La via della vera penitenza è sì difficile da tenere, che non c’è che Gesù Cristo che ci possa istruire e condurci con sicurezza. – « Io fisserò, arresterò i miei sguardo su di voi ». È la Provvidenza paterna di Dio per i peccatori nuovamente convertiti, è una maniera dolce e caritatevole con la quale Dio tratta i suoi nemici riconciliati; Egli non si accontenta di cancellare le loro macchie, né di lavare tutte le loro lordure, ma diviene Egli stesso loro direttore e loro Maestro, ed insegna con la sua bocca il cammino che devono seguire per espiare i loro crimini e fare penitenza; Egli aggiunge alla grazia della conversione, la grazia non meno preziosa della direzione, che ci fa raggiungere il termine felice della via della salvezza.

ff. 9, 10. – Nulla c’è che renda l’uomo più simile alle bestie del peccato, particolarmente quello dell’impurità, che obnubila i sensi e la ragione, abbrutisce l’uomo e lo fa scendere al livello degli animali senza ragione. Colui che ne è schiavo, e che San Paolo chiama: « l’uomo animale », non è più capace di comprendere, di gustare le cose spirituali; egli è tutto sensuale, e diventa così simile al cavallo ed al mulo, che sono privi di ragione (Dug.). – Quale pena sarà inflitta a coloro che vi somigliano? Voi volete non essere che un cavallo e un mulo? La vostra bocca sarà serrata con il morso ed il freno. Dio chiuderà questa bocca con la quale esaltate i vostri meriti, mentre tacete i vostri peccati; Dio metterà come un freno nella bocca per farvi andare ove piace a Lui (S. Agost.). – Le tribolazioni sono diverse dal castigo: le tribolazioni possono essere la parte dei giusti, i castighi sono esclusivamente propri ai peccatori. Il Re-Profeta ci dice in un altro salmo: « grandi tribolazioni sono riservate ai giusti » (Ps. XXXIII, 20), mentre parlando qui dei peccatori, egli dichiara che « numerosi castighi sono la ricompensa dei peccatori ». In effetti essi sono castigati esteriormente ed interiormente, nella vita presente e nella vita futura, per le colpe che essi hanno commesso e per le pene che hanno meritato, da Dio e dagli uomini, dal mondo e dal demonio, per le passioni alle quali si sono assoggettati e che fanno della loro vita una lunga e dura servitù (Innoc.).

ff. 11. – Non soltanto i penitenti, ma anche i giusti, devono gioire nel Signore. La gioia è l’appannaggio dell’innocenza e della virtù. Questa gioia dei giusti non può perdersi e nessuno può loro rapirla, Gesù Cristo ce lo assicura, perché essi la mettono, non nelle cose deperibili, ma nella speranza di possedere Dio eternamente. – La differenza che esiste tra un cuore retto ed un cuore depravato, è che ogni uomo che non attribuisce che alla giusta volontà di Dio ciò che prova contro la sua volontà, afflizioni, dispiaceri, umiliazioni, e che non accusa Dio di non sapere ciò che Egli fa flagellando un uomo e risparmiando quelli che gli sono simili, questi ha un cuore retto. Ma questi al contrario, hanno un cuore pervertito, depravato e deformato: sono coloro che pretendono di soffrire ingiustamente tutti i mali che patiscono, e che accusano di iniquità Colui la cui volontà infligge loro queste pene o che, se non osano accusarlo di iniquità, rifiutano comunque di credere che Egli governi il mondo (S. Agost.).