SALMI BIBLIBICI: “CÆLI ENARRANT GLORIA DEI” (XVIII)

Salmo 18: Cæli enarrant Gloria Dei …

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM. Soissons, le 18 août 1878. f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

In finem. Psalmus David.

[1] Cæli enarrant gloriam Dei,

et opera manuum ejus annuntiat firmamentum.

[2] Dies diei eructat verbum, et nox nocti indicat scientiam.

[3] Non sunt loquelae, neque sermones, quorum non audiantur voces eorum.

[4] In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba eorum.

[5] In sole posuit tabernaculum suum; et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo.

[6]Exsultavit ut gigas ad currendam viam;

[7] a summo cælo egressio ejus. Et occursus ejus usque ad summum ejus; nec est qui se abscondat a calore ejus.

[8] Lex Domini immaculata, convertens animas; testimonium Domini fidele, sapientiam praestans parvulis.

[9] Justitiæ Domini rectae, laetificantes corda; præceptum Domini lucidum, illuminans oculos.

[10] Timor Domini sanctus, permanens in sæculum sæculi; judicia Domini vera, justificata in semetipsa.

[11] Desiderabilia super aurum et lapidem pretiosum multum; et dulciora super mel et favum.

[12] Etenim servus tuus custodit ea; in custodiendis illis retributio multa.

[13] Delicta quis intelligit? ab occultis meis munda me;

[14] et ab alienis parce servo tuo. Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero, et emundabor a delicto maximo.

[15] Et erunt ut complaceant eloquia oris mei, et meditatio cordis mei in conspectu tuo semper.

[16] Domine, adjutor meus, et redemptor meus.

SALMO XVIII

[Vecchio Testamento secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons.

ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

La lode della legge divina paragonata al cielo e al sole, e del cielo e del sole più bella, più potente e più utile.

Per la fine, salmo di David.

1 . I cieli narrano la gloria di Dio, e le opere delle mani di lui annunzia il firmamento.

2. Il giorno al giorno fa nota questa parola, e la notte ne dà cognizione alla notte.

3. Non avvi linguaggio né favella, presso di cui intese non siano le loro voci.

4. Il loro suono si è diffuso per tutta quanta la terra, e le loro parole sino a’ confini della terra.

5. Ha posto nel sole il suo padiglione, e questi, come uno sposo che esce dalla stanza nuziale,

6. Spunta fuori qual gigante a fornir sua carriera. Dall’una estremità del cielo si parte;

7. E corre fino all’altra estremità di esso, e non havvi chi al calore di lui si nasconda.

8. La legge del Signore immacolata, che converte le anime; la testimonianza del Signore è fedele, e ai piccoli dà sapienza.

9. I precetti del Signore sono retti, e rallegrano i cuori; il comandamento del Signore è lucente, e gli occhi rischiara.

10. Santo il timor del Signore, che sussiste per tutti i secoli; i giudizi del Signore son verità, giusti in se stessi.

11. Più desiderevoli che l’oro e le pietre molto preziose, e dolci più del miele, e del favo di miele.

12. Imperocché il tuo servo diligentemente gli osserva, e grande è la mercede dell’osservarli.

13. Chi è che gli errori conosca? Mondami da peccati, che a me sono occulti.

14. E da’ perversi uomini tienimi lontano. Se questi non prevarranno sopra di me, sarò allora senza macchia, e da delitto gravissimo sarò mondato.

15. E a te accette saranno le parole della mia bocca, e la meditazione del cuor mio alla tua presenza in ogni tempo.

16. O Signore, aiuto mio e mio Redentore.

Sommario analitico

Davide, contemplando i cieli, il firmamento ed il sole come tante voci potenti che proclamano la gloria di Dio, e come rapito in estasi, vede nei cieli l’immagine degli Apostoli che percorrono l’universo e spandono la luce del Vangelo che dissipa le tenebre dell’infedeltà, dell’empietà, dell’ignoranza e del peccato; nel sole, la figura di Gesù-Cristo, del Figlio di Dio fatto carne, elevandosi radiosa dal seno di Maria, come dal letto nunziale ove si è unito alla natura umana, con la legge, è il simbolo della luce di cui Egli è il focolare. Questo salmo è come la promulgazione della legge evangelica. La grande verità che vuol mostrare è questa: La gloria di Dio si manifesta nelle opere visibili della creazione, che obbediscono alle leggi che Egli ha loro tracciato; ma ancora più mirabile è la legge morale che ha dato all’uomo.

I. – Egli compara gli Apostoli ai cieli, che proclamano la gloria di Dio e annunciano le opere delle sue mani (2), a) senza alcuna interruzione del tempo (3); b) senza alcune eccezione di persone (4); c) senza alcuna differenza di luogo (4).

II. – Egli fa vedere come la fonte di ogni luce è in Gesù-Cristo, simile al sole: a) per la maestà del suo brillare, Egli è il trono di Dio (5); b) per la beltà del suo levarsi, è più amabile di uno sposo che esce dalla camera nunziale; c) per la rapidità e l’immensità della sua corsa, è più forte di un gigante (6); d) per il suo calore fecondante (7).

III. – Egli fa l’elogio della legge della quale gli Apostoli sono i predicatori, di cui Gesù Cristo è la fonte e l’Autore: 1) essa viene in soccorso alla fede, convertendo le anime, insegnando loro a fuggire il peccato e loro ispirando la saggezza necessaria all’acquisizione delle virtù (8); 2) essa sostiene la speranza, diffondendo nelle anime la gioia che causa la prospettiva dell’eterna beatitudine, eccitando un vivo desiderio di seguire il sentiero umano di cui essa è il termine (9); 3) essa dà delle ali alla carità per il filiale timore che spinge le anime al dovere, e con un amore non meno filiale che conduce a Dio per Dio solo (10); 4) essa attira gli uomini alla pratica delle buone opere: a) con la sua utilità in questa vita, essa è più ricca, più desiderabile dell’oro e delle pietre preziose; b) per la sua soavità, essa è più dolce del miele (11); c) per l’eccellenza della ricompensa eterna che è loro riservata (12).

IV. – Malgrado il proposito che è quello di osservare la legge di Dio, proposito che afferma appunto, Davide teme le tenebre dei peccati: a) a causa dell’ignoranza dell’intelligenza, che non li conosce sufficientemente; b) a causa della debolezza della memoria che li dimentica; c) a causa della fragilità della volontà, che cede alle cattive suggestioni (13).

V. – Egli desidera dissiparle: a) con le sue opere, separandosi dai malvagi per essere senza macchia (14); b) con la bocca, invocando e lodando Dio; c) con il cuore, meditando la sua legge (15); d) con tutta la sua vita, mettendo la sua speranza solo in Dio (16).

Spiegazioni e Considerazioni

I – 1-4.

ff. 1. – « I cieli raccontano la gloria di Dio »; non che i cieli lascino intendere una voce sensibile, ma perché colui che si sarà esercitato a meditare le ragioni che hanno presieduto alla creazione del mondo e colui al quale questo linguaggio dei cieli avrà fatto comprendere la disposizione ammirevole e la magnificenza dei corpi celesti, giungerà così a conoscere la gloria del Creatore dei cieli (S. Basilio). – I cieli, gli astri, i giorni, le notti, non dicono nulla di per se stessi, poiché manca loro l’intelligenza; ma lo spettacolo che essi presentano, eccita l’uomo a riconoscere ed a celebrare la potenza, la saggezza, la bontà del Creatore (Berthier). – Voci eclatanti dei cieli che raccontano la gloria di Dio non con le parole, ma con la loro semplice mostra, che persuade ed istruisce con gli occhi. – Libro comune è questo, aperto sotto gli occhi di tutti, ed in cui gli astri, le stelle, sono tante lettere d’oro che rendono visibile l’eterna potenza e la divinità del Creatore del mondo. – Sventura dei filosofi pagani è stato l’aver conosciuto Dio attraverso le sue creature e non averlo glorificato come Dio (Rom. I, 21). – Sventura ancora più grande dei filosofi che, in seno al Cristianesimo e tra i suoi baglori, non studiano i cieli e gli astri se non per soddisfare ad una vana curiosità (Duguet). – Quando contemplate la bellezza, la grandezza, lo splendore dei cieli, e meditando al di fuori di voi stessi sullo spettacolo magnifico che essi presentano ai vostri occhi, voi lodate il Creatore per tante meraviglie, i cieli hanno fatto intendere veramente la loro voce, e hanno raccontato la gloria di Dio nel linguaggio che è loro proprio. E Come questo? Con il loro fulgore e splendore essi ci elevano a questa luce la più bella e più viva della quale è Dio la sorgente (S. Chryis. su Isai. XLV). – Nel senso allegorico i cieli sono i santi Apostoli, nei quali Dio abita come nei cieli, e che raccontano la gloria di Nostro Signore Gesù Cristo, o la gloria che il Figlio ha dato al Padre quando era sulla terra. Il firmamento è il loro cuore trasformato in cielo, per la loro fiducia nello Spirito Santo, da quando era terra di cui era fatto in precedenza a causa della paura (S. Agost.). Il linguaggio dei cieli è continuo; notte e giorno essi parlano; di giorno per la bellezza del sole, e di notte per quella della luna; e come i giorni e le notti si succedono, il Re-Profeta dice che ogni giorno, dopo aver compiuto il suo corso, trasmette al giorno seguente il compito di lodare Dio; che la notte anche, dopo aver cantato il suo inno, fa conoscere alla notte seguente, la sapienza nel lodare Dio. È un concerto magnifico in cui il cielo e la terra si rispondono e cantano il loro inno al Creatore. Quale sarà l’uomo così insensato da rifiutare di unire la propria voce alla vostra universale armonia? (Bellarm.). – Così avviene la trasmissione tradizionale e perpetua di età in età del deposito della Dottrina apostolica e della predicazione evangelica. I pastori, ai quali il deposito è affidato in modo speciale, devono avere, seguendo la raccomandazione di San Paolo, due qualità: essere fedeli e capaci; fedeli per conservare questo deposito nella sua integrità; capaci, per trasmetterlo senza alterazioni e così come esso è stato trasmesso a loro stessi (II Tim. II, 2). – Tre sono i caratteri della predicazione che fanno i cieli della Gloria di Dio, e che deve riprodurre la predicazione evangelica. – 1) essi la predicano incessantemente; 2) in tutte le lingue possibili; 3) a tutta la terra. – Predicazione continua, se non sempre con le parole, almeno con gli esempi. È una successione non interrotta di Pastori che annunciano la parola di Dio. – Un predicatore deve parlare in modo tale da essere inteso da tutti, dagli ignoranti fino ai sapienti, sia dal popolo che dalle persone di qualità. Egli deve predicare volentieri nei villaggi, così come nelle grandi città, sia davanti ad un piccolo uditorio, che davanti ad un uditorio numeroso (Duguet).

II. — 5-7.

ff. 5-7.  –  « Egli ha posto la sua tenda nel sole »; Egli ha stabilito la sua Chiesa in piena luce e non nell’oscurità; Essa non deve essere né nascosta né velata per così dire, per paura che non appaia come velata agli occhi degli eretici (S. Agost.). – Lo stesso Verbo, quando si è fatto carne, simile ad uno sposo, ha trovato il suo letto nunziale nel seno di una Vergine; unito per questo mistero alla natura umana e uscendo da questo puro e casto nido, umile per misericordia al di sopra di tutti, sorpassando tutti in dignità, « Egli si è slanciato come un gigante per intraprendere il suo percorso »; Egli è nato, si è fatto grande, ha insegnato, sofferto, e resuscitato, è salito in cielo; ha fatto il suo percorso e non si è arrestato (S. Agost.). – Ci vuole ardore per correre come un gigante nella via di Dio, cosa necessaria per essergli gradito. La vita molle e languida, senza amore per Dio, è lo stato più pericoloso. – Ogni fedele deve essere molto attento a seguire il percorso di Gesù-Cristo, cioè a studiare la sua vita più di quanto non sia un astronomo curioso nell’osservare le rivoluzioni del sole. Svincoliamoci allora da tutto ciò che ci appesantisce e da ogni legame col peccato, e corriamo con pazienza nel percorso che si apre guardando Gesù, l’autore ed il ricapitolatore della fede (Hebr. XII, 1-2). – Dio ha creato il sole, per comunicare alla terra la luce ed il calore di cui essa ha bisogno, e, docile alla voce che l’ha lanciato un dì nello spazio, l’astro del giorno non ha mai cessato di compiere regolarmente la sua opera. Poco gli importa di ciò che avviene sulla terra, egli la rischiara, la scalda, e nulla può sfuggire al suo calore. Che il mondo sia tranquillo o che sia agitato o sconvolto, esso riluce con uguale splendore sulle campagne serene e sui campi di battaglia. Che gli uomini obbediscano a Dio, o che Lo offendano, il sole ogni anno, fa nondimeno maturare le loro messi. Esso è pure l’immagine della bontà di Dio che si prende cura di tutte le sue creature, che non rifiuta a nessuno i suoi benefici, e che fa rilucere il suo sole sui buoni e sui malvagi (De La Bouillerie, Symbolisme, I, 33). – Dio, nell’universo morale come nell’universo fisico, ha diviso la luce dalle tenebre; e come quella del giorno colpisce repentinamente gli occhi, quella della coscienza colpisce ugualmente tutti gli spiriti. Cosa dico, per la luce del sole vi sono delle vaste profondità ove essa non penetra; ma non ve ne sono nel fondo dell’anima ove scende quella della coscienza, ed è di essa, più che dell’astro fisico, che si può dire che nulla sfugge al suo calore vivificante. « Luce vera, essa illumina – dice S. Giovanni – tutti gli uomini che vengono a questo mondo » (De Boulogne, Sur la Verité).

III. — 8 – 12.

ff. 7-12. – Il Re-Profeta sempre trasportato da una santa ammirazione per la Provvidenza divina, dopo aver celebrato la saggezza dei suoi consigli nelle sue opere grandi e magnifiche, passa da qui insensibilmente a considerare le sue leggi; similmente al salmo CXVIII 89-92. Cosa vuol dire? Quale legame trova questo canto celeste tra Dio e la sua legge? Non sembra che dica a tutti nel fondo della nostra coscienza: alzate i vostri occhi, figli di Adamo, uomini fatti ad immagine di Dio! Contemplate questa meravigliosa struttura del mondo, vedete quanto accordo e quanta armonia; c’è qualcosa di più bello e di più magnifico di questo grande e superbo edificio? Questo è perché la volontà divina vi è fedelmente osservata, perché i suoi disegni sono stati puntualmente eseguiti e tutto si regge per mezzo dei suoi movimenti. Se anche le creature corporee ricevono tale ornamento perché obbediscono ai decreti di Dio, quanto più sarà grande la bellezza delle nature intelligenti regolate dai suoi ordinamenti! (Bossuet. Serm. Sur la loi de Dieu). – Due cose sono necessarie all’uomo in questa vita: la luce del sole per i bisogni del corpo, e la luce della legge per la pace e la tranquillità dell’anima. – Sotto questi diversi nomi di legge, di testimonianza, di giustizia, di giudizio, di timore, il Profeta qui ha in vista la legge naturale, la legge mosaica e la legge di Gesù Cristo. Ecco alcuni dei tratti che applica convenientemente a queste tre leggi; ma presi tutti insieme non convengono che alla legge di Gesù Cristo. – Dio ha operato differentemente tra tutti gli altri popoli del mondo, ai quali si è contentato di parlare con lo spettacolo della natura, il popolo di Israele ed il popolo Cristiano, ai quali ha parlato con i suoi Profeti e con suo Figlio. Quali sono le caratteristiche di questa santa Legge? Sono multiple. – 1) la legge di Dio è pura, a) formalmente in se stessa, essa non permette né soffre di alcun peccato, come le leggi umane che ne tollerano diversi; b) effettivamente, rendendo puri coloro che l’osservano. La sua purezza coinvolge le anime, e facendosi amare da esse, le eleva fino a Dio, come fino all’Autore di questa legge. – Questa parola è santa e santificante. Non richiederebbe nessun’altra qualità perché sia separata dagli insegnamenti della morale umana quanto tutta la distanza che corre dalla terra al cielo. L’orgoglio ed il sensualismo legati insieme, hanno ai nostri giorni riesumato dai vecchi sepolcri del paganesimo, ciò che la stoltezza e l’irriflessione contemporanea hanno nominato la morale indipendente, o, ed è la stessa cosa, con formula brutalmente empia, la morale senza Dio. Ah! Questa come potrebbe essere santa? Come, scaturita da intelligenze corrotte e da cuori votati al vizio, non sarebbe affetta dall’infezione del vaso che la rinchiude? Come, priva di esempi, troverebbe il cammino della virtù? Come, privata di sanzioni, resisterebbe agli assalti impetuosi e alle rivolte dei sensi? (Doublet, Psaumes, I, 178). – La legge di Dio, considerata assolutamente, è in essa stessa ed in rapporto a Dio, che è suo principio, una legge semplice ed uniforme, una legge invariabile ed inalterabile, una legge santa ed irreprensibile (Bourd. Faus. Cons.). La santità della legge divina e ciò che le dà la forza di convertire le anime (Idem). – 2) La testimonianza del Signore è fedele perché essa è resa da Colui che è la verità stessa; è fedele perché secondo la sua promessa essa ricompensa certissimamente i buoni e punisce i malvagi. – Essa dà la saggezza ai piccoli, agli umili che hanno la semplicità del cuore e non si fidano delle luci del proprio spirito, ma si sottomettono umilmente a Dio, il solo capace di dar loro la vera saggezza. « Io vi rendo gloria o Padre, Signore del cielo e della terra, perché avete nascosto queste cose ai saggi ed ai prudenti, e le avete rivelate ai piccoli » (Matteo XI, 25). – 3) I giudizi del Signore sono retti e non vengono mai meno. La legge di Dio stabilisce nello spirito una certezza infallibile. Quale irrequietezza nelle cose umane! Non si sa se si faccia bene o male: si fa bene per stabilire la propria fortuna, si fa male per conservare la salute; si fa bene per i propri piaceri, ma non si contentano i propri amici e così anche altre cose. Nella sottomissione alla legge di Dio, si fa assolutamente bene, si fa bene senza limiti, perché quando si fa questo bene, tutto il resto ha poca importanza; in una parola si fa bene perché si segue il Bene sovrano. E come è possibile non essere nel riposo seguendo il sovrano bene? Quale dolcezza e quale tranquillità alla propria anima! … anche il Re-Profeta aggiunge: « I giudizi di Dio fanno gioire il cuore », perché essi sono retti, perché essi regolano le sue affezioni, perché essi li mettono nella disposizione che gli è più conveniente, e nel vero punto ove è la perfezione (Boss.). – 4) « Il precetto del Signore è luminoso, rischiara gli occhi » della nostra anima, perché più Dio la rende pura con la pratica della sua legge, più la rende chiara. La legge di Dio mostra la verità senza sfumature, senza rimescolio di oscurità, e noi facilmente scopriamo questo bagliore, questa chiarezza, quando imponiamo il silenzio alle nostre passioni. – 5) « Il timore del Signore è santo ». Questo timore del Signore non è servile, ma casto; esso ama Dio per se stesso; esso non teme la punizione di Colui davanti al Quale tremerebbe, ma temedi essere separato da Colui che egli ama. Tale è il casto timore, che non bandisce la perfetta carità, ma che sussiste nei secoli dei secoli (S. Agost.). – Le leggi umane ispirano la paura, ma una paura che non ferma che la mano, che non ha dominio sulla volontà. A Dio solo appartiene l’assoggettare l’uomo interiore e il creare nel cuore un timore veramente salutare, veramente puro e santo, questo timore che opprime i cuori; non la paura dello schiavo che teme l’arrivo di un padrone adirato, ma il timore di una sposa casta che teme di perdere ciò che ama. – 6) « I giudizi del Signore sono veraci e giusti per se stessi; » essi non sono sottomessi all’approvazione, alla conferma o all’accettazione degli uomini. Essi sono veraci per se stessi e gli uomini non potranno mai cambiarne alcunché (Duguet). – I giudizi degli uomini possono essere talvolta ben veri, ma non possono essere giustificati per se stessi. Tutte le verità create devono essere necessariamente riferite alla Verità divina, da cui traggono tutta la loro certezza. Ma per i giudizi di Dio – dice il santo Profeta – essi sono veri di una verità propria ed essenziale, ed è per questa ragione che sono giustificati per se stessi (Bossuet, Serm. Sulla legge di Dio). – 7) Lo spirito di fede solo può far comprendere e sentire la beltà, il pregio e la dolcezza della legge di Dio, lo spirito del mondo giudica diversamente, perché il mondo è nemico di Dio e di Gesù Cristo. Quale fondo di orazione doveva essere nel santo Profeta!Perché senza l’orazione non si conoscerà mai la bellezza e la dolcezza della legge di Dio, non se ne penetreranno mai i comandi (Berthier). – 8) Il vostro servitore prova quanto essi siano dolci, non solo lodandoli con le parole, ma soprattutto osservandoli. Il vostro servitore li osserva sia perché sono dolci per il presente, sia perché sono salutari per l’avvenire (S. Agost.). – O quanto desiderabile è questa legge e quanto dolce è questa parola! « Essa è più dolce del miele alla bocca, più desiderabile di ogni tesoro ». In effetti questa legge mirabile è un bagliore di verità divina, ed un efflusso di questa sovrana bontà. Non dubitate che questa fontana non abbia conservato qualcosa delle qualità della sua sorgente. Il vostro servitore, o Dio mio, osserva i vostri comandamenti, canta amorevolmente il salmista, « c’è una grande ricompensa » nell’osservarli. Non in altra cosa, dice Sant’Agostino, ma in questo li si osserva; la retribuzione è grande perché là c’è una dolcezza senza eguali (Bossuet, Sulla legge di Dio). Questa dottrina non persuade con le parole. Davide non ne ha fatto un trattato; egli l’ha provata, egli ha fatto, in rapporto alla legge, ciò che dice della dolcezza dell’amore di Dio: cominciate con il gustare il Signore, e vedrete la dolcezza legata al suo servizio.

IV. — 13, 16.

ff. 13, 14. –  Conservando questa dolcezza, questa soavità della carità, questo amore dell’unità, il timore come il Re-Profeta, siamo attenti che qualche peccato non si infiltri in noi, perché noi siamo uomini, e pertanto ci lasciamo invadere dal peccato (S. Agost.). – Dov’è dunque l’innocente, vi prego, dov’è il giusto? Spesso ripenso a questo brano della Bibbia dove è detto: « Io visiterò Gerusalemme con dei lampi ». Abbiamo noi il coraggio di visitare Gerusalemme con dei lampi, e non oseremo più pronunziare arrossendone le parole di virtù, di giustizia e di innocenza. Cominciamo ad esaminare il male che è in noi, e lanciamo uno sguardo coraggioso che giunga al fondo di questo abisso; poiché è impossibile conoscere il numero di trasgressioni, e nondimeno fino a qual punto si sia stati colpevoli, come si sia perturbato l’ordine generale e contrariati i piani del Legislatore eterno. Pensiamo di poi a questa spaventosa comunicazione di crimini che esiste tra gli uomini, con la complicità, il consiglio, l’esempio, l’approvazione, parole terribili che bisognerebbe meditare incessantemente. Quale uomo sensato potrà pensare senza fremere all’azione disordinata che ha esercitato sui suoi simili e alle conseguenze possibili di questa funesta influenza? Raramente l’uomo si rende colpevole da solo, raramente un crimine non ne produce un altro. Dove sono i limiti della responsabilità? Da qui questo tratto luminoso che scintilla tra mille altri nel libro dei Salmi: « … quale uomo può conoscere l’estensione delle sue prevaricazioni? O Dio, purificatemi da quelle che ignoro, e perdonatemi quelle degli altri. » (J. De Maistre). – Si dica spesso con il sant’uomo Giobbe: « Quali sono i miei crimini e le mie iniquità? Mostratemi i miei peccati e le mie colpe. » (Giob. XIII, 23). – Quando, alla vista delle vostre buone opere, sarete tentati di compiacervi in voi stessi e moderate le vostre inquietudini, tremate ancora, perché il gran Dio giudicherà i giudizi stessi, e foste anche elevati come le aquile (Abd. IV), o rivestiti delle virtù brillanti come il sole, nessuno vi possa rispondere che una caduta fatale ne offuschi all’istante il lustro e lo splendore. E quando avrete confessato davanti a Dio tutti i vostri peccati conosciuti, tremate ancora, perché vi sono dei peccati nascosti – dice il Profeta – e che tutti i misteri non sono nel seno di Dio, ma ve ne sono ancora di mostruosi e di incomprensibili nel cuore dell’uomo. « Chi conosce i suoi peccati? » (De Boulogne, Sulla giustizia di Dio). – « Chi conosce le proprie colpe »? Dov’è l’uomo che sa acquisire questa scienza necessaria? Quanto siamo ardenti e vanamente curiosi? In quale abisso di cuori, in quali misteri segreti della politica, in quale oscurità della natura non pretendiamo noi di penetrare? Malgrado questo spazio immenso che ci separa dal sole, noi abbiamo saputo scoprire le sue macchie, cioè rimarcare delle ombre nel seno stesso della luce; tuttavia le nostre macchie ci sono sconosciute; noi solo vogliamo essere senza ombra ed le nostre colpe, che sono la favola del popolo, sono nascoste a noi stessi. Due cose ci impediscono di conoscerle: primieramente noi non vediamo molto da vicino, l’occhio si confonde con l’oggetto, noi non siamo tanto distaccati da noi stessi per considerarci con sguardo distinto e vederci in piena luce; secondariamente, ed è il disordine più grande, noi non vogliamo conoscerci se non per le nostre belle caratteristiche. Noi ci dispiacciamo nel dipingere chi non ha saputo coprire i nostri difetti, e amiamo meglio non vedere se non la nostra ombra e la nostra figura, pur se poco sembri bella, piuttosto che la nostra persona ove appaiono delle imperfezioni. Questa ignoranza ci soddisfa, e con la stessa debolezza con la quale immaginiamo di essere sani quando non avvertiamo i nostri mali, e rassicurati quando chiudiamo gli occhi al pericolo, ricchi quando trascuriamo di vedere l’imbarazzo e la confusione dei nostri conti e dei nostri affari; noi crediamo di essere perfetti quando non percepiamo i nostri difetti (Bossuet, Serm. Sulla carità, et Serm. de Profes.). – I peccati segreti, nascosti agli altri e a noi stessi sono i più pericolosi ed i più difficili da guarire. Niente c’è di più funesto di quelle colpe che si ritengono essere peccati leggeri. Nessun male inganna più facilmente di un male sull’esistenza del quale ci si illude. Nessun peccatore è più degno di lacrime di colui che immagina di non avere colpe da piangere (S. Agost.). – « Preservate il vostro servo dal peccato d’altri ». Preghiera ammirevole è quella che richiama all’uomo questa funesta comunicazione del male, in virtù della quale vi sono pochi peccati puramente personali. I miei peccati mi deturpano, quelli degli altri mi fanno soffrire; purificatemi dei primi, preservatemi dagli altri. Togliete dal mio cuore ogni pensiero cattivo, allontanate da me ogni cattivo consigliere (S. Agost.). – Noi possiamo renderci colpevoli dei peccati di altri con i nostri consigli (Eccl. XXVIII, 30); con le nostre approvazioni, (Rom. I, 32); con i nostri inasprimenti (Efes. VI, 4); con ingiusti comandi (Isaia XI); con i nostri discorsi o con i nostri esempi; con la reticenza (Ezech. III, 18); con la dissimulazione e la connivenza; con la complicità (Prov. XXIX, 24); prendendo le difese del male commesso, etc. – Essere posseduto dal peccato, è un grande male; ma esserne dominati, è il male sovrano. Il peccato non domina se non colui che cede e che, cedendo, divenga suo schiavo (II Piet. II, 19). – Tale è l’effetto di dominare dappertutto e di non cedere a nessuno, e che si lascia poi vergognosamente assoggettare alle passioni più disonorevoli (Duguet). – Questo grande peccato è l’orgoglio, origine e causa di tutti i crimini. È a causa di questo vizio, di questo grande peccato d’orgoglio che Dio si è fatto umile sulla terra. Questo grande peccato, questa grande malattia dell’anima, ha attirato dal cielo il Medico onnipotente, L’ha costretto ad abbassarsi fino alla condizione di schiavo, L’ha coperto di obbrobri, e Lo ha sospeso alla croce, alfine di guarire questo tumore con la virtù salutare di tale rimedio (S. Agost.). – Se noi non siamo purificati da questo grande peccato, le nostre parole potranno essere gradevoli alla presenza degli uomini, ma non in presenza di Dio (S. Agost.). – La purezza del cuore, è la principale disposizione per assicurare il successo delle nostre preghiere vocali e delle nostre orazioni. Quanto al peccatore, Dio gli dice: spetta a te rendere pubblici i miei giudizi, cantare le mie lodi, annunciare la mia alleanza? (Ps. XLIX, 16). – « Signore, voi siete il mio aiuto ed il mio Redentore. Eccellente conclusione di tutte le mie preghiere; il mio Aiuto nel bene, il mio Redentore nel male; il mio Aiuto affinché io viva nel vostro amore, il mio Redentore affinché sia liberato dalle mie iniquità ». (S. Agost.)

9 AGOSTO: S. GIOVANNI MARIA VIANNEY, IL CURATO D’ARS

San GIOVANNI MARIA VIANNEY

CURATO D’ARS

(1786-1859)

[Mons. C. Salotti: i Santi ed i Beati proclamati nell’Anno Santo 1925 – Panegirici- S.E.I. Torino, 1927 – ]

La canonizzazione del Curato d’Ars ebbe luogo il 31 maggio 1925. Nei tre giorni successivi, nella Chiesa nazionale di S. Luigi dei Francesi, si celebrò in suo onore un solennissimo triduo. Io recitai questo mio panegirico il 2 giugno dinanzi ad una folla immensa di pellegrini francesi, tra i quali si notavano vescovi e prelati, ragguardevoli personalità e moltissimi parroci. L’attuale Curato d’Ars, Mons. Converi, che era presente, volle poi il mio discorso che, tradotto in francese, venne per sua cura pubblicato e diffuso.

In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel.

(Eccles. XLV, 29)

La Francia è indiscutibilmente una nazione nobile e grande, che occupa un posto d’onore nella storia della Chiesa e della civiltà. È la terra di Clodoveo che sui campi di Tolbiac, invocato il Dio di Clotilde, riportava un’insigne vittoria e gettava le basi granitiche della nazionalità franca. È la terra di Carlo Magno, che, consacrato imperatore dal Papa, poneva la sua spada al servizio della Chiesa, ed inaugurava una nuova èra storica, in cui la Francia, divenuta scudo e baluardo del Cattolicismo, difendeva con esso le ragioni supreme della civiltà. È la terra di Luigi IX, il santo, che moriva da eroe sui campi africani per un ideale religioso, dopo che coll’esempio delle sue virtù regali aveva nobilitato gli splendori del trono e additato ai monarchi la via luminosa della vera grandezza. È la terra dei Crociati e dei cavalieri senza macchia e senza paura, i quali, offrendo la spada e la vita alla difesa del diritto, fecero sventolare in tante parti del mondo la loro bandiera, su cui scrissero col proprio sangue le parole fatidiche che la storia ha baciato e benedetto: Gesta Dei per Francos. Di quanti nomi illustri e di quante fulgide glorie può menar vanto la Francia nel corso dei secoli! Essa mi ricorda Bernardo da Chiaravalle, il solitario ed austero cenobita, che con la parola, con la penna e coll’attività instancabile di uno spirito conoscitore dei tempi e dei bisogni sociali, sorge a paladino del dogma e della giustizia, e viene salutato apostolo della restaurazione cattolica nel secolo II. Essa rammenta con orgoglio la sua Giovanna d’Arco, che, ispirata da Dio, corre sui campi di battaglia per salvare la patria e la corona del Re. Né dimentica S. Vincenzo de’ Paoli, il meraviglioso organizzatore della carità, il quale preludendo ad una sana democrazia, intendeva, con la elevazione dei poveri e degli umili, compiuta nel nome del Vangelo, affratellare le classi e spingere la questione sociale sulla via di una pacifica soluzione. Patria di santi e di combattenti, ha visto brillare sulla fronte de’ suoi figli la luce del genio e della fede, ed ha comunicato loro l’ardore dei prodi e l’entusiasmo per le più sante battaglie. Essa suscitò i Chaminade, i Fournet, i La Mennais, i Garicoits, le Postel e le Barat, perché sulle ruine della rivoluzione edificassero un nuovo edifìcio di vita religiosa e nazionale. Essa è la patria gloriosa di Montalembert e di Chateaubriand, di Veuillot e di Lacordaire, di Leone Harmel e di Alberto de Mun, uomini di mente e di cuore, di pensiero e d’azione, che, assertori d’ideali magnifici, lavorarono sinceramente per il bene della nazione e per il trionfo della fede. Ed è pur sempre ammirevole ed eroica questa Francia moderna, che, aggredita, difende con ardore indicibile i suoi confini, la sua bandiera, la sua esistenza; e contempla schierati attorno ai suoi stendardi di guerra tutti i suoi figli, anche quei religiosi e quei preti, che, cacciati e proscritti dalla patria in nome del laicismo imperante, accorsero perfino dalle missioni più lontane per venire a difendere il suolo nativo. Quando ieri l’altro nella Basilica di S. Pietro, in mezzo alla gloriosa schiera dei preti francesi, scórsi qualche mutilato di guerra, portante sulle proprie carni le stigmate del sacrificio, la mia anima fu invasa da un fremito d’intensa commozione. E allorquando mi fu additato un prete, che camminava su una gamba di legno, e mi fu detto che fu un ufficiale dell’esercito, il quale si batté da eroe sul campo, io avrei voluto baciare quell’eroe sulla fronte. Egli per me era il genuino rappresentante di quella Francia, che è stata sempre grande nella storia, perché in ogni secolo ha attinto dalle sorgenti della fede l’ispirazione del bene e la fiamma degli eroismi. È vero che nella storia di questa nazione, specialmente negli ultimi tempi, vi sono state delle ombre fosche e dei contrasti dolorosi. Perché stupirsene? Di fronte alla potenza del bene si levano spesso uomini, che, immemori dei loro doveri, o traviati dalle loro passioni, si fanno a diffondere il male. Quanto più risplende il bene, tanto è più aspra la lotta che contro la sua luce muovono i fautori delle tenebre. Quanto più in una nazione echeggia forte e vibrante l’inno della fede, con cui si saluta Cristo, tanto più satana scatena le tempeste e affila le armi per contrastare alle conquiste del Cristianesimo. Ma sono sempre i Santi che hanno vegliato sulla Francia e l’hanno in pericolosi frangenti salvata. La salvarono prima con la fecondità del loro apostolato e coll’esempio eloquente delle loro virtù eroiche. La salvano oggi dal cielo mercé il loro possente patrocinio, che è difesa e garanzia per la patria che amarono tanto quaggiù. Perciò la Chiesa di Roma, ponendo sulla testa dei migliori figli della Francia l’aureola della santità, porge ad essa un pegno di rigenerazione e di salvezza. – Il Curato d’Ars è uno di questi salvatori. Che figura geniale ed attraente è la sua! È uno di quegli eroi valorosi che, brillando nella costellazione dei santi, mandano una luce imperitura e sono la salute e il conforto dei popoli. Una nazione, che possiede un tal Santo, non perisce; giacché dai ricordi di lui trae la forza per sottrarsi a tutte le decadenze e per assorgere ai più alti destini. II nome di Giovanni Battista Maria Vianney è legato interamente alla storia della Francia. Furono la bontà e l’ardore della sua anima che piacquero al Signore per salvare questo grande paese. In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel. Infatti il Vianney con la sua bontà ed alacrità operò tre grandi cose che furono benedette da Dio: 1. Rinnovò la parrocchia di Ars, di cui fece un piccolo paradiso terreno; 2. Trascinò a sé le folle, conquistandole a Cristo; 3. Dominò un secolo ribelle, facendogli sentire il fascino della santità cristiana. O Giovanni Battista Vianney, parlando oggi dinanzi ai tuoi Vescovi, ai tuoi confratelli ed ai tuoi connazionali, vorrei avere l’eloquenza propria del genio francese; per lo meno vorrei che la mia parola di umile e modesto oratore fosse un’eco, per quanto debole e pallida, di quella che fu la tua più grande eloquenza, l’eloquenza cioè di una bontà incomparabile, l’eloquenza di un ministero santamente esercitato, l’eloquenza dei fatti meravigliosi, dei quali tu fosti nelle mani di Dio lo strumento sublime, l’eloquenza infine di una santità che ci conquista, ci domina e ci affascina.

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Nel luglio del 1789 si chiudeva per la Francia una storia, e se ne apriva un’altra ben diversa. I sintomi di un rivolgimento straordinario apparvero in tutta la loro crudezza. Parigi era in fermento. Il primo sangue cittadino scorreva per le vie. Grida furibonde echeggiavano sinistramente. La moltitudine assaliva la Bastiglia e la conquistava. Il Re turbato esclamò: – È dunque una rivolta? – No, sire, gli fu risposto, è una rivoluzione! – E quale rivoluzione! La più tragica, la più funesta e la più sanguinaria che fino allora si conoscesse. L’assemblea nazionale costituente approvava la famosa dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Sono i nuovi princîpi che vengono inaugurati; è il prodromo fatale dei luttuosi avvenimenti che si svolgeranno; è una scossa potente che si dà a tutto il passato; è la sfida più audace e più violenta degli uomini contro Dio. Ebbene in quell’anno, a Dardilly, non lungi da Lione, in una borgata di 1300 anime, un fanciullo che contava appena tre anni, si raccoglieva nella preghiera preparando la rivincita contro la rivoluzione. O dinanzi al focolare della casa, o in un angolo riposto della stalla, o ai piedi degli altari, il piccolo Giovanni gustava, nella sua pietà intensa, le sante gioie della preghiera. Senonché queste dovevano presto essere turbate. La chiesa parrocchiale è chiusa dai nuovi rappresentanti del potere rivoluzionario; il ministro di Dio è cacciato via dal santuario; non è più lecito pregare nel tempio consacrato dalle lacrime e dalle preghiere degli avi. La nuova libertà ha soppresso tutti i diritti dello spirito. Credevano i settari che, chiuso il tempio. Iddio non parlerebbe più alle anime, e che la voce del dovere non scuoterebbe più le coscienze. La casa del pio fanciullo sostituisce la chiesa del villaggio. Ogni giorno ivi si prega, si adora Dio e si soccorrono i poveri. E non era stata la casa dei Vianney designata come il rifugio dei bisognosi? E non aveva già accolto tra le sue mura ospitali un giovane ventenne dal vecchio e lacero mantello, Benedetto Labre, quando lasciava la Francia per venire mendicante a Roma, ove il popolo lo avrebbe acclamato santo e i Papi gli avrebbero poi decretato la gloria degli altari? Giovanni Vianney, piccolo e geloso custode di questa tradizione, raccoglieva nella sua casa quanti mendicanti incontrava per via. Ad essi donava gli avanzi della mensa paterna, distribuiva abiti e vestimenti, e insegnava le preghiere e le prime verità della fede. Il turbine rivoluzionario non riusciva a disperdere il nome di Dio. Giovanni fronteggiava la rivoluzione, continuando nella sua casa l’apostolato cattolico, e consolando i poveri, dinanzi ai quali agitava la bandiera di Dio. A sette anni conduceva al pascolo poche vacche, un asino e tre pecore. Mentre a Parigi e in altre città della Francia si bestemmiava Iddio e si trucidavano barbaramente i propri fratelli, il pastorello nell’aperta campagna rende omaggio alla Madonna sopra un altare di verdi zolle, e canta coi suoi compagni al buon Dio, che gli parlava e gli sorrideva nelle incantevoli bellezze della natura. Anima profondamente mistica aspira al suo Dio; ed a tredici anni nascostamente, come ai tempi delle catacombe, nella casa di un conte si accostava per la prima volta alla mensa Eucaristica. Quale fremito di commozione dovette avvolgere in quell’ora l’animo dell’adolescente! Dinanzi alle infamie dei persecutori ed all’apostasia dei codardi, egli assaporò tutto il profumo che i martiri antichi emanavano dalle catacombe, e s’intese forte e impavido soldato di Cristo. La sua via ormai è segnata. Sotto la guida di un eroico confessore della fede, l’abate Carlo Balley, apre l’anima sua all’ideale radioso del sacerdozio. D’ingegno tardo e di memoria ingrata, si sente stringere il cuore dall’avvilimento; e si decide di andare, elemosinante e a piedi, alla tomba di S. Francesco Regis per ottenere la grazia d’imparare quanto gli bastasse per divenire un operaio fedele del Signore. Pertanto si slancia indefesso nella via degli studi, alternandoli con opere di bontà e di carità. Chiamato per errore al servizio militare, sfugge per ragioni misteriose ai doveri di soldato, mentre ogni giorno il suo spirito sempre più si eleva nelle cose di Dio. Non è un disertore che si ribella all’appello della patria, ma è un soldato di Cristo che si prepara per le future battaglie. Prima nel piccolo seminario di Verrières, poi in quello grande di Lione si addestra nelle discipline scientifiche, disponendosi all’ordinazione sacerdotale. La sua condotta e la sua pietà erano titoli ben ragguardevoli, perché non gli si chiudessero le vie del sacerdozio. Ma egli era ben poco istruito. Che fare? Rimandarlo ai parenti ed ai lavori dei campi? L’abate Courbon, che reggeva le sorti dell’amministrazione metropolitana, nel suo intuito penetrativo comprende i tesori nascosti in quel giovane, e ne assume le difese. Quello che in Giovanni Vianney non fece la natura, farà la grazia. Questa, sostituendosi alla natura ostinatamente ribelle, compie in quell’anima, ora per ora, giorno per giorno, un lavoro misterioso, che ci ricorda quello compiuto dai grandi artisti sull’informe tela o sul grezzo marmo. – Eccolo sacerdote nel 9 agosto 1815, a 29 anni di età, nella piena consapevolezza della dignità eminente, di cui era stato insignito. Eccolo tosto vicario ad Ecully, ove si consacra con ardore giovanile alla salute del gregge. Eccolo poi nominato Curato d’Ars, quando l’ab. Courbon gli dice : « Andate, amico mio, non vi è molto amore di Dio in quella parrocchia, ma voi ce lo metterete ». Ars non è la fiorente e industriosa Lione; non è la vasta e monumentale Parigi; non è la Cina dagli ampi confini; non è il Giappone con le sue isole immense; ma è un piccolo villaggio agricolo di poche centinaia di anime. Ecco la palestra dell’uomo di Dio; piccola, immensamente piccola palestra, che diventerà celebre nella storia. Quali erano le condizioni religiose e morali di Ars? Non era questa davvero una parrocchia esemplare. La virtù non era più praticata, un indifferentismo glaciale dominava sul villaggio, gl’interessi più vitali delle anime erano totalmente trascurati, i giovani correvano dietro ai piaceri ed ai sollazzi, e i vecchi rimanevano impassibili dinanzi al vicino tramonto della vita. Nelle domeniche, a pochi passi dalla chiesa, s’intrecciavano danze, e tutti pensavano a divertirsi follemente. Le osterie del villaggio rigurgitavano di gente, appassionata di vino e di giuoco. Solo la casa di Dio era vuota e deserta. Che cosa fare in mezzo a tanta desolazione? Abbandonare forse il campo e ritirarsi solitario sotto la tenda a piangere sulle rovine del popolo? Il nuovo Curato non si scoraggia né si sgomenta. Egli si propose di fare della sua chiesa la casa di tutti, un focolare vivo di pietà, il convegno di tutte le anime dinanzi al tabernacolo del Signore. E vi riuscì. Quali mezzi adoperò per raggiungere sì arduo compito? Egli cominciò coll’amare la sua chiesa, che divenne la sua quotidiana dimora. Dall’aurora al tramonto viveva entro quelle mura, dalle quali non usciva se non per ragioni di ministero. O chiuso nella sacrestia, ove componeva i suoi sermoni, o presso il divin tabernacolo, ove consumavasi nell’amore divino, si sentiva legato a quel santuario, che fu testimone di tanti eroismi, compiuti nascostamente nelle intime comunicazioni con Dio. Chi aveva bisogno di lui, era sicuro di trovarlo nel tempio. Nel rimirare quella faccia scarna e secca, e nel fissare quello sguardo scintillante, che al chiaror della lampada rivelava gl’interiori commovimenti, si rimaneva commossi ed edificati. Fu questa la prima attrazione che egli esercitò sugli spiriti indifferenti. Quest’attrattiva fu di somma efficacia, perché accompagnata da una immensa bontà. Sulla strada, sui campi, nel focolare di famiglia, al capezzale degl’infermi, manifestò tutte le squisitezze generose del suo cuore. Affabile, semplice, modesto, aveva una parola buona per tutti. Il suo sorriso ingenuo e spontaneo, per quanto velato da una tenue nube di malinconia, penetrava nelle anime più dure e le rammolliva. Ebbe un secreto per farsi amare: amò tutti, e li amò con profondo disinteresse e con cuore paterno. Andava dove era chiamato e dove non era chiamato. Con la gentilezza del tratto, con la soavità dei modi, con la dolce familiarità con cui conversava, rapiva a sé gli animi parlando loro di cose divine, o narrando con semplicità di fanciullo storie belle e meravigliose. La carità verso il suo popolo non ebbe limiti né confini. – Vi hanno diversi gradi nella carità. Egli raggiunse il massimo. Non poteva andarsi più oltre. Niente per sé, tutto per i poveri: fu questa la sua divisa, degna dei più grandi eroi evangelici. Ai poveri donò tutto, e avrebbe donato anche la vita. Incontrando un giorno un mendicante, che, curvo sotto il peso degli anni, non osava perigliarsi per la china ripida ed agghiacciata del luogo, se lo prende pel braccio, e poi si carica sulle spalle la pesante bisaccia del vecchio, e non gliela restituisce se non quando sta per essere sorpreso nella sua buona azione. Per un altro povero, dai piedi nudi e sanguinolenti, si spoglia delle sue calze e scarpe; e cerca poi di nascondere sotto la sottana strisciante sul terreno i piedi e le gambe ignude. La penuria e la povertà dei suoi abiti rivelavano la grandezza della sua carità. Alcuni parroci gli fecero dono di un paio di calzoni nuovi di velluto, pregandolo d’indossarli per loro memoria. Egli non fece onore all’offerta degli amici, giacché imbattendosi in un povero seminudo, che era intirizzito dal freddo, si affrettò a nascondersi dietro una siepe per togliersi quei calzoni che donò a quell’infelice. Con tali atti di carità eroica avvinse a sé i cuori dei parrocchiani. Spogliandosi di tutto, divenne povero e visse nella povertà più estrema. La sua biancheria era passata tutta nelle mani degl’indigenti. Le poche cose che gli rimanevano, erano vecchie e rattoppate. Qualsiasi accortezza usata da chi gli rendeva qualche servigio, s’infrangeva dinanzi alla sua volontà risoluta a non uscire dallo squallore di quella povertà. Perfino il letto gli parve ricchezza, e se ne disfece. Il materasso, la coltrice di piume, il guanciale sparirono l’uno dopo l’altro; rimaneva il solo pagliericcio; e perché non privarsi anche di questo? Bastava una sola tavola per riposare in qualche breve ora della notte. Anche quella tavola gli sembrò un comodo troppo agiato; e il Vianney, ripudiati il letto e la camera, finì col dormire nel granaio. – Ad una povertà di questo genere, che non è comprensibile nella natura umana, si aggiunsero atti di penitenza e di austerità, che ci ricordano quelli dei più rigidi cenobiti. Il suo nutrimento era un po’ di pane cattivo, nero e ributtante a vedersi. Alcune patate bollite nell’acqua gli bastavano per una settimana. Quando era ridotto all’estremo, pigliava un pugno di farina che scioglieva nell’acqua e ne faceva tre pezzetti di pasta, i quali, cotti così alla buona, formavano tutto il suo desinare. Una volta aveva tentato perfino di pascersi di erba, ma rimase stremato di forze. Spesso si asteneva per giorni interi da qualsiasi nutrimento. Le provvisioni, che qualcuno furtivamente gli faceva penetrare nel presbiterio, dall’armadio del Curato passavano tosto nelle mani del primo mendicante che fosse capitato. Quel fragile corpo, così maltrattato, non si reggeva più. Il Vicario generale di Lione, temendo che una vita così penitente ed austera, distruggesse la salute del santo, gli fece intendere che non si conquista il cielo con la fame. Ma egli con la sua temperanza, sia pure eccessiva, conquistava le anime e dominava il cuore dei suoi parrocchiani. Cotale complesso di virtù affascinatrici era irradiato da uno zelo ardente per la salute delle anime. La perdita di una sola anima gli avrebbe procurato patimenti infiniti. Signor Curato, gli disse un giorno un missionario, se Dio vi proponesse o di salire al cielo in sull’istante, o di rimanere sulla terra a faticare per la conversione dei peccatori, che fareste voi? — Credo, amico mio, che resterei. — Possibile, signor Curato! I santi sono così felici in cielo! Non più tentazioni, non più miserie! — È vero, amico mio, ma i santi vivono di rendita. Hanno ben lavorato, poiché Dio punisce l’inerzia; ma non possono più come noi glorificare Dio coi sacrifici per la salute delle anime. — Restereste voi sulla terra fino alla fine del mondo? — Sì, certamente. — In tal caso avreste assai tempo dinanzi a voi. Vi levereste nondimeno di sì buon mattino? — Sì, amico mio, a mezzanotte. — Con la sua bontà, con le sue virtù e con l’ardore del suo zelo valse a rinnovare completamente il villaggio d’Ars. Il culto divino, per lo innanzi trascurato, si affermò nella pienezza de’ suoi splendori. Restaurata la chiesa, frequentati i sacramenti, praticata in maniera speciale la comunione, istituite le confraternite, ravvivate le funzioni religiose, Gesù Cristo amato e adorato privatamente e pubblicamente. Era uno spettacolo bello e commovente quello di vedere raccolti sulla sera nel tempio quei poveri agricoltori, i quali, deposti i loro strumenti di lavoro, andavano ai piedi di Cristo Eucaristico ad offrire i loro dolori e ad attingere forza e conforto per le battaglie della vita. Ed era cosa assai confortante lo scorgere la domenica santificata dal popolo. Dalle prime ore alle ultime la giornata era consacrata al Signore, solo al Signore; le danze abolite, le osterie chiuse, i divertimenti pericolosi cessati; la santa poesia della domenica giocondava gli animi; ed era una gioia magnifica dei figli nello stringersi attorno al padre per partecipare con lui ai riti così suggestivi del tempio. Tutto era rinnovato ad Ars. Dopo tante fatiche del santo Vianney il terreno era pienamente dissodato e fecondato. Del vizio non rimase alcuna traccia, le virtù cristiane tornarono a risplendere nel loro fulgore nativo, la pietà e la devozione fiorirono come per incanto, nelle famiglie rivissero l’amore e la concordia, un sentimento di dolce fraternità allietava gli spiriti; ed in mezzo a questo rifiorimento della vita cristiana, non una bestemmia che offendesse le timorate coscienze, non una parola che oltraggiasse il pudore, non uno scandalo che turbasse la vita religiosa del paese. Ars subì una trasformazione radicale; e da Ars si diffondeva nelle campagne e nelle borgate vicine un profumo di vita spirituale che scuoteva le anime dal torpore, e, richiamandole all’adempimento dei doveri religiosi, era motivo di salutari ravvedimenti. La bontà e l’ardore del santo rinnovarono la terra privilegiata di Ars. In bonitate et alacritate animæ suæplacuit Deo prò Israel. O Ars, piccola terra del Lionese, io bacio le zolle conservanti ancora le orme del tuo santo Curato. Io respiro la fragranza che fra le tue mura e fra le tue campagne lasciò quell’incomparabile prete. Io sento, dopo più che mezzo secolo, tutto il fascino che emana dal tuo nome e dai tuoi più cari ricordi. O terra invidiabile, io ti saluto. Tu per il tuo santo divenisti un lembo di paradiso. Tu ci fai pensare, ci fai piangere, ci fai arrossire. Se tutte le parrocchie, se tutte le borgate, se tutti i paesi del mondo avessero un parroco come lo possedesti tu, l’anima del secolo sarebbe rinnovata. Tu sei per noi sacerdoti un monito severo, che ci richiama ai grandi doveri della missione sacerdotale.La bontà e l’ardore, che animavano questo santo, trascorsero i piccoli confini della parrocchia di Ars e riuscirono a trascinare attorno all’uomo di Dio le folle accorrenti da tutte le parti e composte dei più vari ceti sociali, che egli seppe guadagnare alla causa cristiana. Pochi uomini nella storia ebbero la fortuna di suscitare tanto fremito di entusiasmo e tanto consenso di venerazione. Pel corso di trenta anni fu un affluire continuo e crescente di popolo, che andava a ricercare quella piccola terra, come attratto da una misteriosa potenza. Dagli angoli più remoti della Francia, della Savoia, del Belgio, dell’Inghilterra e della Germania erano ondate di folle che bramavano mettersi in comunicazione coll’uomo, il cui nome già risuonava pel mondo, circondato dall’aureola di una bontà soprannaturale. Vi furono degli anni, in cui non meno di 80.000 pellegrini s’intesero spinti a conoscere quel volto scarno e melanconico, dove erano scolpiti i lineamenti di un animo mite e sereno. Erano persone di alto lignaggio, che non disdegnavano porsi a contatto coll’umile figlio della gleba. Erano anime elette, che, agitate da turbamenti interiori, avevano bisogno di luce e di direzione. Erano uomini politici, che, dimenticando per qualche giorno gli affari dello Stato e gl’intrighi faziosi di parte, andavano in cerca di un’emozione o di un insegnamento. Erano filosofi, che disputavano sulle cattedre; letterati di grido, i cui libri si commentavano in tutti i cenacoli di studio; poeti, i cui versi infiammavano d’ardore l’anima francese; oratori insigni, la cui parola aveva risuonato alta e squillante dalle tribune e dai pergami; erano generali di esercito, magistrati, professori, avvocati; erano credenti ed increduli, cattolici e protestanti, avidi di avvicinarsi al santo e di goderne il sorriso di una bontà incantevole. Tutti rimanevano soggiogati e conquistati. Un poeta celebre, dopo averlo veduto, non riuscì a vincere la sua profonda emozione, e lo s’intese esclamare: « Non ho mai contemplato Dio così da vicino ». Il P. Lacordaire, ascoltato una volta in umile raccoglimento un sermone del Curato d’Ars, ne comprese tutta la santità che appariva sotto le più semplici forme; e invitato dal santo prete a dirigere al popolo la sua eloquente parola, provò una di quelle esitazioni e commozioni, che il genio più illuminato esperimenta sempre dinanzi al più umile santo. L’illustre vescovo di Orléans,, Mons. Dupanloup, che più volte andò ai piedi del buon Curato per confidargli i timori e le ansie derivanti dal suo ufficio pastorale, rimase grandemente commosso nel sentirsi rispondere: « Vi hanno molti vescovi nel martirologio, e quasi non vi sono curati; a me. Monsignore, a me tocca tremare ». E coi sapienti e coi grandi erano i poveri che andavano a lui, per chiedere pane e accenti di vita; gli afflitti che sapevano come dalle sue labbra uscissero balsami ristoratori; i peccatori che erano oppressi da pesanti fardelli; i traviati che non riuscivano a decidersi di ritornare alle sorgenti della fede; i giusti che agognavano di riscaldarsi e di ritemprarsi alle fiamme di un amore più forte; gl’infermi, i ciechi, gli storpi, i paralitici, perché desiderosi di veder rinnovati i miracoli della Palestina. Erano folle che si confondevano e non si contavano più. E quei che non potevano andare, scrivevano; e sulla piccola tavola di quercia ogni giorno si accumulavano lettere spedite da tutte le parti del mondo. Si chiedevano consigli e preghiere, conforti e guarigioni, lumi ed ammaestramenti. Tutte le anime, che da vicino o da lontano gli si aprivano nella confidenza più intima, venivano conquistate alla virtù, alla fede, al regno di Cristo. Ma perché da ogni canto si accorreva verso l’umile prete? Risplendeva forse in lui la luce del genio, che si afferma nelle grandi creazioni e nei nuovi e geniali concepimenti dello spirito? Era forse in lui l’acuto teologo, dal cui labbro sgorgavano sapienti ed ispirate dottrine, che sciogliessero i tormentosi problemi delle coscienze e dissipassero i dubbi e gli enigmi della vita? Era forse dotato di spiccate qualità naturali, che lo ponessero al di sopra dei contemporanei e lo facessero apprezzare dalle moltitudini? Non è qui il secreto delle potenti attrattive e delle clamorose conquiste. Sono sempre la bontà e l’ardore della sua anima che attirano e conquistano. Le anime buone e appassionate del bene sono generalmente dotate di una grande semplicità; ed è da questa virtù che scaturisce la potenza dei santi. Francesco d’Assisi, uno dei santi più meravigliosi dell’umanità, ebbe la semplicità d’un fanciullo, ed ha dominato la storia di sette secoli. Il Curato d’Ars era un incanto di semplicità. Non rideva se non col sorriso dell’anima che ispirava serenità e confidenza. O tacesse oparlasse, si rimaneva conquisi dal suo atteggiamento; ed ognuno si sentiva più puro e più buono, quando era con lui. Certe espressioni sulla sua bocca raggiungevano un’efficacia assai commovente. Un dì gli fu detto: — Voi, signor Curato, parlate talvolta della strada ferrata, sapete voi che sia? — No, rispose, né mi importa di saperlo; ne parlo perché ne odo parlare. — Le strade ferrate ogni giorno conducevano a lui centinaia di ammiratori; ed egli si disinteressava di questo potente mezzo di locomozione moderna. Che cosa importava a lui di tutto questo? Nella sua semplicità che ignorava i progressi del mondo moderno, possedeva la scienza di Dio e con questa dominava le anime. E come le dominava? Con i suoi colloqui e discorsi, con i suoi consigli e col confessionale. Nei suoi colloqui era una forza avvincente. Nel conversare era talvolta riservato, ma sempre piacevole. Se l’occasione lo richiedesse, non mancava di finezza né di risposte piccanti, che non umiliavano e riuscivano all’effetto da lui desiderato. – Un tale, che era fornito di vigorosa salute e di larghe spalle, gli disse un giorno: « Spero che voi non dimentichiate i vostri amici e che li mettiate a parte del merito dei vostri digiuni e sacrifici. Quando andrete in cielo, proverò di attaccarmi alla vostra sottana ». Il santo, gettando uno sguardo sulle larghe spalle dell’amico, gli rispondeva: « Guardatevi bene dall’attaccarvi alla mia sottana; l’entrata del cielo è stretta; e resteremmo alla porta entrambi ». Una volta, facendosi allusione alle sue onorificenze, uscì in queste espressioni: « Io sono canonico onorario per la troppa bontà di Monsignore, cavaliere della Legion d’onore per un errore del governo, e mandriano di un asino e di tre pecore per volere di mio padre, ». Le volontà più dure non resistevano a questo linguaggio, e i cuori cedevano. – Nei catechismi e nei sermoni religiosi era insuperabile. Sebbene il suo linguaggio fosse incolto e assai dimesso, era come trasfigurato dall’ardore che lo infiammava. Nello scorgere sul pulpito quel sembiante pallido di asceta, e nell’ascoltare quella voce debole e penetrante, che annunziava le grandi verità e accennava agl’immancabili castighi di Dio, si tremava e si piangeva. Un distinto medico di Lione, non incredulo, ma assai spregiudicato in materia di religione, ascoltando un catechismo del santo, dapprima fu preso da smoderata voglia di ridere. Dopo cinque minuti non rideva più, ma piangeva, e non fu in grado di nascondere le sue lacrime. Quando nel 1833 il colera visitò Marsiglia, Parigi, e minacciava Lione, il santo Vianney cominciò un suo discorso con questi accenti: « Fratelli miei, Iddio si è messo a spazzare il mondo ». La impressione fu immensa. Un artista presente deve a quelle parole l’inizio della sua conversione. – Le folle erano conquistate anche dai saggi consigli del santo. In poche parole decideva questioni, che uomini sapienti non avevano saputo risolvere. Aveva una risposta adeguata a tutte le domande; con uno sguardo penetrava nei cuori e vi faceva scendere la luce bramata; con un solo richiamo abbatteva alle radici una passione; la sua parola, proporzionata ai bisogni di ciascuno, lasciava solchi luminosi nelle anime. I consigli del santo, espressi in pochi tratti e in una forma semplice ma perentoria, che non permetteva repliche, guadagnavano le moltitudini, le quali non potevano fare a meno di ammirare quella rapidità d’intuizione e quella rettitudine di giudizio, che parevano ispirate. Un curato della diocesi di Autun, rimasto sorpreso per una risposta che non aveva trovato in alcun libro, pensò che il santo avesse un suggeritore, e non si peritò a domandargli: «Dove avete fatto voi il vostro corso di teologia? » Il Curato d’Ars non gli rispose, ma gli additò il suo inginocchiatoio. Le conquiste del santo si completavano nel confessionale. Ondate di gente assalivano quella cattedra secreta, la quale, sebbene disprezzata dal mondo, è un potentissimo mezzo di redenzione individuale e di rigenerazione sociale. Si passava parecchio tempo sotto il portico, per poter penetrare in chiesa a mezzanotte, e potersi avvicinare a quel santo tribunale, ove l’uomo di Dio rimaneva lunghe e lunghe ore, onde soddisfare al maggior numero possibile di pellegrini. Donne della nobiltà offrivano perfino il danaro a povere contadine per farsi cedere il posto già da loro raggiunto, ma si sentivano rispondere: « Grazie, signora, ciascuno qui è per suo conto ». Vi era gente che veniva da lontano per confessarsi a tutti i costi con lui. Spesso erano confessioni generali, intricate, interessanti, decisive. Dopo quelle confessioni si cambiava vita. Il Vianney leggeva nel cuore dei penitenti, vi scopriva le colpe, gl’inganni, le insidie, le debolezze; ed aveva la virtù di rinnovare le coscienze. Quando usciva dal confessionale, e occorreva aprirgli un passaggio per difenderlo dalle intemperanze della folla, quante barriere erano state abbattute in tante anime, quante fortezze smantellate, quante conquiste operate! Egli fu un dominatore nel vero senso della parola; e questo dominio trovava le sue ragioni fondamentali nella bontà della sua anima e nel fervore del suo ministero. In bonitate et aìacritate animæ mæ. Senonchè, mentre le folle continuavano ad accalcarsi attorno a lui, perché avevano bisogno di lui per ritrovare Cristo, e con Cristo la pace e la letizia dell’anima, il santo, come spaventato dai grandi successi, ebbe la tentazione e il desiderio di fuggire. Fuggì una prima volta, ricoverandosi a Dardilly. Richiamato dalla voce di Dio e da quella del suo popolo, ritornò ad Ars; e quel ritorno fu un trionfo memorando. Tentò una seconda volta di fuggire per raccogliersi nella solitudine, ma non vi riuscì. I suoi parrocchiani si erano messi in guardia, le sentinelle vegliavano nel folto della notte; in un momento le campane suonano a martello, tutto il popolo accorre, e si getta in ginocchio supplicante dinanzi al suo curato. La via è sbarrata; il popolo gli forma come una muraglia insormontabile; il santo ritorna sopra i suoi passi, entra in sacrestia e piange lungamente. Mai pianto più sincero, più generoso, più eroico di quello. Egli si riteneva inutile per il suo gregge. Pene strazianti desolavano quello spirito. Egli voleva nascondersi nel deserto per chiedere a Dio misericordia; e i figli gli si stringono attorno, perché abbia misericordia di loro e non li abbandoni. Egli vuole fuggire dal mondo; e questo mondo, gettandosi ai suoi piedi, lo acclama, lo benedice e gli si offre in una suprema dedizione, per farsi conquistare a Cristo.

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Dominare le folle è gran cosa. Ma dominare con la santità di una vita semplice un secolo ribelle a tutte le affermazioni spirituali, è un prodigio. Era quello il secolo del razionalismo, del naturalismo e del positivismo. Augusto Comte e Edmondo Littré signoreggiavano incontrastati nel campo intellettuale. Le loro aberrazioni filosofiche erano dogmi che non si aveva il diritto di confutare. La ragione con audacia nuova assaltava le dottrine fondamentali del Cristianesimo. Le stesse basi del soprannaturale erano impugnate. I colpi erano vigorosi, l’assalto formidabile. Dalla cattedra e dal parlamento, con la parola e con la penna si combatteva una lotta spietata. – La scienza, attaccando le trincee della fede, tentava divinizzare l’uomo. Tutto era ridotto a fenomeni; le leggi dello spirito e di un mondo invisibile sono soppresse; non esistono che le leggi naturali. Dio è una chimera, il cielo con i suoi Angeli e con i suoi Santi una leggenda, il miracolo l’assurdo. – Ad Ars viene dato il colpo più fiero a queste perverse e fatali dottrine. Il santo Curato cogli splendori della sua santità sgomina le nubi dell’errore e dell’empietà, e dinanzi alle follie del naturalismo fa rifulgere e trionfare le alte ragioni dello spirito. – Il naturalismo è impotente di fronte ai dolori dell’umanità. La filosofia umana, rinnegatrice delle fonti soprannaturali, non è riuscita mai né ad alleviare un dolore né a tergere una lacrima. Il Curato d’Ars, il quale non conosce altra filosofia che quella del Vangelo, e non possiede altra scienza che quella di Dio, profonde il balsamo su tutte le ferite, consola tutte le sventure, rialza gli animi oppressi e comunica agli uomini la luce della speranza, il secreto della felicità. – Un giorno due madri angosciate, che avevano sepolte ad una ad una tutte le loro speranze terrene, s’incontrarono ad Ars. Le grandi sventure s’intendono fra loro; e le due donne sventurate si conobbero, si abbracciarono e piansero insieme. L’una era credente, e, dopo aver visto morire i suoi tre figli, trascorreva i suoi giorni ai piedi degli altari, accorata dal pensiero che il nome d’una famiglia illustre si andava spegnendo. L’altra, correndo dietro ai frivoli piaceri del mondo, era stata anche essa colpita nel suo affetto più caro, poiché aveva veduto morire l’unico suo figliuolo. Il santo Curato ha parole di speranza e di vita per entrambe. Austero e fermo con la prima, non le rimprovera le lacrime versate, ma, riprendendola pel suo affetto troppo egoista e terreno, la solleva alle regioni sublimi della fede, e le richiama al pensiero le amarezze fortificanti della croce. Tenero e compassionevole con l’altra, la fa inginocchiare, si pone anch’egli in ginocchio e prega con lei. Le due donne provarono la grande potenza delle consolazioni divine. Ecco la vittoria del Curato d’Ars sulla impotenza d’un secolo scettico e naturalistico. La scienza sfrontata di quell’epoca, proclamata l’apostasia da Dio, scherniva la fede, e, valendosi delle armi dell’ironia e del sarcasmo, allontanava gli uomini dal tempio. Giovanni Vianney con la sua bontà operosa e coll’ardore di quel fuoco, che divampava dal cuore e dal volto di un apostolo, riconduceva a Dio gli erranti, gl’incerti, i peccatori e gl’increduli, facendo loro gustare le bellezze squisite della fede. – Una donna giansenista, imbevuta di tutto lo spirito della setta e nota per lo zelo indiscreto del suo proselitismo, dopo aver lungamente osservato il santo prete nel tempo dei vesperi, fu vinta da quell’atteggiamento, e, gettatasi ai suoi piedi, ritrovò nei sacramenti della Chiesa il secreto di quella felicità che invano aveva cercato altrove. Un dotto di Lione, che dal giorno della prima Comunione non era andato più a Messa, e che si burlava di preti e di cerimonie religiose, quando i suoi occhi per la prima volta s’incontrarono con quelli del santo, rimase come atterrito da quello sguardo e nascose la testa fra le mani. E allorché la mano scarna del Curato si posò sulla sua testa, egli, l’incredulo, s’intese attratto da una forza invincibile, e non poté fare a meno di dirgli: — Signor Curato, ho sulle spalle un peso che mi schiaccia. — Invitato a liberarsi di quel peso, si metteva in ginocchio dinanzi all’uomo di Dio, e, mescendo le sue lacrime con quelle di lui, ritrovava nella luce del perdono e nel corpo di Cristo le gioie più pure dello spirito. Erano queste le vittorie d’ogni giorno, vittorie della santità sopra un secolo ribelle, il quale, dopo aver negato Dio, si sentiva incatenato da quell’uomo, che sulle macerie accumulate dalla incredulità agitava la fiaccola conquistatrice della fede. – La boria del secolo, di fronte ad alcuni progressi scientifici, coi quali si esaltavano le conquiste compiute nel campo terapeutico, attaccava spietatamente le guarigioni così dette miracolose, e, passando dal campo clinico sperimentale a quello filosofico, negava con disinvoltura farisaica perfino la possibilità del miracolo. Il Curato d’Ars, che nelle mani di Dio è lo strumento delle meraviglie, annienta l’orgoglio del secolo, facendo brillare, dinanzi alle negazioni materialistiche, la realtà luminosa del miracolo. Egli in verità avrebbe preferito guarire le anime piuttosto che i corpi; gli sorrideva assai più la dolce visione di un’anima convertita, che non di un corpo risanato. Dio gli comunicò anche questo dono, che concorse a rendere più celebre la terra di Ars. Molti che portavano sulle carni le tracce sanguinanti di malattie fastidiose o incurabili, ad Ars trovavano il medico che senza medicamenti umani, ma solo con una parola potente di fede o con una preghiera decisiva, ridonava la salute ai corpi e la giocondità agli spiriti. Un medico non è un enciclopedista; non possiede l’arte di curar tutti i mali; e pur curando quei pochi, che rientrano nelle sue competenze cliniche, deve spesso riconoscere la sua impotenza di fronte al male che incalza furente e distrugge tutte le risorse dell’organismo. Pel Curato d’Ars non vi ha genere di malattia, che si sottragga alla sua virtù risanatrice. Le guarigioni straordinarie si moltiplicano per lui sotto gli occhi delle moltitudini. Il secolo miscredente è dominato un’altra volta da questo portentoso assertore del soprannaturale. Quel dominio incontrastato è la prova della sua santità. L’aureola del santo che brillava sul suo volto, ed esercitava un fascino misterioso sopra gli spiriti, lasciò sulla terra una scia luminosa, alla quale da ogni angolo del mondo si rivolgevano gli sguardi dei credenti come quelli degli scettici. « Da per tutto, dove passano i Santi, Iddio passa con essi »; così aveva detto il Curato d’Ars. In lui infatti tutti vedevano l’impronta e la rivelazione di Dio. Dio trionfava di nuovo, quando i filosofi si lusingavano di averne demolito il trono e distrutto l’impero nelle coscienze. Tale santità resistette a tutte le contradizioni e ad ogni genere di perfidia umana e diabolica. Dispregi, insulti, calunnie, sospetti, denunzie, minacce, tutto fu messo in opera contro di lui. Si gridava contro il continuato affluire di gente ad Ars; si parlava e si scriveva contro l’ignoranza del santo Curato; si osò perfino attribuirgli turpitudini abbiette, che solo una perversità diabolica poteva inventare. Alle tempeste suscitate dagli uomini si aggiunsero quelle provocate dai demoni. satana vedeva strapparsi ogni giorno le prede fatte nel mondo, e ruggiva contro l’artefice di tante conversioni; lo assale soprattutto nelle ore della notte; con colpi violenti gli turbava il silenzio e la preghiera; gli si asside sotto il capezzale e gli fa risuonare all’orecchio accenti disperati; gli fa vacillare perfino le mura della casa e sembra voglia seppellirlo sotto le rovine del presbiterio. Trentacinque anni di martirio incessante non abbattono l’uomo di Dio; nelle tempeste non teme né si avvilisce; egli è un gigante, la cui santità si eleva al di sopra di tutte le persecuzioni, e le domina vittoriosamente. Una santità così cospicua fu anche più bella ed attraente, perché informata, alimentata e coronata dall’umiltà. A quel secolo XIX, pieno d’orgoglio e inebriato de’ suoi successi; che, ricco delle tanto decantate conquiste moderne, se ne giovò per dare l’assalto alla rocca del Cattolicismo; che, esaltatore di spiriti ribelli, fomentò nella società il fuoco di tutte le rivolte, preparando la Comune di Parigi, le lotte civili e le guerre internazionali; che alla scuola di nuovi e sedicenti princîpi suscitò i conflitti di classe, le barricate sulle piazze e la guerra alla borghesia; a quel secolo superbo l’umile curato d’Ars opponeva quello spirito di umiltà cristiana, che tronca tutte le borie, che è luce di carità e di bontà, e che riunisce gli animi nell’amplesso fraterno dell’amore. – Quanto Giovanni Vianney fosse profondamente umile ce lo dicono queste sue parole: « Dio mi ha scelto a strumento delle grazie ch’Egli concede ai peccatori, perché sono il più ignorante e il più miserabile degli uomini. Se vi fosse stato nella diocesi un prete più miserabile di me, lo avrebbe preferito ». Una volta disse che per fare il Curato d’Ars ci vuole un’oca, un tacchino ed un gambero; e si ritenne sempre per tale, non riconoscendo in sé alcuna qualità benché mediocre. – Un giorno gli venne recata una lettera, dove si leggevano frasi di questo genere: « Signor Curato, quando si sa così poco di teologia come voi, non si dovrebbe mai entrare in un confessionale ». Il santo, che non trovava quasi mai il tempo per rispondere alle tante lettere che gli pervenivano da molte parti, prese tosto la penna e scrisse: « Quante ragioni ho d’amarvi, carissimo e veneratissimo fratello! Voi siete il solo che mi abbia ben conosciuto. E poiché siete sì buono e caritatevole, che vi degnate prendere interesse alla povera anima mia, vogliate aiutarmi ad ottenere la grazia che io domando da sì gran tempo, affinché dispensato da un posto che non sono degno di occupare a motivo della mia ignoranza, io possa ritirarmi in qualche cantuccio a piangere la mia povera vita ». – Da questi sentimenti di umiltà sinceramente praticata scaturì la grandezza di quella santità, che ammaliò il secolo XIX, il quale fu costretto o a venerare o ad ammirare o per lo meno a rispettare la meravigliosa figura di questo eroe del Cattolicismo. Non mancarono, è vero, di quelli che lo qualificarono un pazzo, un fanatico, un isterico. Or bene, sia benedetta questa santa pazzia, che gli permise, a traverso la bontà e l’alacrità dell’anima sua, di rinnovare Ars e di farne un lembo invidiato di paradiso. Sia benedetto questo preteso fanatismo, il quale, manifestatosi in generosi ardori di carità, gli avvinse attorno le folle, che furono guadagnate alla verità, alla virtù, alla fede cristiana. Sia benedetto questo santo isterismo, che, rivelatosi in opere prodigiose di bene, gli dette la forza di debellare un secolo nemico di Dio e di salvare la Francia da quei naufragi intellettuali e sociali, che le dottrine naturalistiche le avrebbero immancabilmente procurato. In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel. – O Francia, ama, ammira e venera il tuo santo, e ne scrivi con mano commossa il nome glorioso nei tuoi fasti, nelle tue cattedrali, nei tuoi monumenti e nel cuore riconoscente della tua stirpe eroica.

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Si è voluto fare un paragone tra Voltaire e Giovanni Battista Vianney, tra Ferney ed Ars. Se tra il profilo fisico dei due uomini vi furono tratti naturali di somiglianza, io non discuto. Ma quanto più erano simili i lineamenti esteriori dei due personaggi, che nacquero e vissero nella stessa contrada, tanto maggiori furono i contrasti d’indole morale, per i quali l’uno si contraddistingue dall’altro. Ci troviamo senza dubbio di fronte a due celebrità. È l’uomo del secolo XVIII, e l’uomo del secolo XIX. L’uno prepara coi suoi scritti la rivoluzione, l’altro ne ripara col suo ministero di prete le immense iatture. L’uno lancia il grido della bestemmia a Cristo, e tenta di demolirne gl’insegnamenti divini. L’altro inneggia a Cristo, e conduce le turbe a’ suoi piedi, perché lo riconoscano Dio e lo acclamino Maestro. L’uno sospinge la Francia per le vie dell’apostasia e della ribellione. L’altro addita alla Francia le vie luminose della fede, che sono anche le vie della giustizia e del progresso sociale. L’uno in nome della ragione e del naturalismo si leva superbo a sfidare Iddio, e si lusinga di averne fatto crollare l’impero assoluto sul mondo. L’altro con l’ossequio della ragione e con l’ardore della fede adora Dio e lo fa adorare dai contemporanei. La gloria dell’uno è tramontata per sempre. La gloria dell’altro sfolgora in un meriggio senza tramonto. A Ferney non è rimasto che il nome e il castello di quel Voltaire, che insultava Giovanna d’Arco e si prostituiva in blandizie dinanzi ad una imperatrice scismatica. Attorno a quel castello oggi è il vuoto più desolante; nessuna eco di grandezza vi risuona; l’idolo della rivoluzione è infranto. Ad Ars è un nome che grandeggia nel ricordo suggestivo di fatti e di avvenimenti che non si dimenticano più; è una gloria che non muore, perché suggellata dal consenso rinnovato dei popoli; è una testimonianza perenne di quella santità, che, valicate le alpi ed i mari, prosegue ad affascinare tutte le genti, che sanno ancora apprezzare il tesoro prodigioso della virtù e dell’apostolato cristiano. – Roma ha avuto l’intuito di riconoscere questa santità, ed ha avuto il merito di glorificarla. È sempre Roma che ha rivendicato e consacrato le glorie più belle della Francia. Rivendicò le gesta purissime di Giovanna d’Arco, purgandola dalle calunnie e dalle leggende; e la collocò sugli altari, perché i cittadini e i soldati ravvisassero in lei il simbolo più alto del patriottismo, incoronato dai fulgori della santità cristiana. Rivendicò gli eroismi dei forti confessori della fede, che furono le vittime più spietate di una rivoluzione satanica; e li esaltò quali campioni d’incrollabile fede e di coraggio indomito. Oggi Roma solleva nella luce degli altari l’umile parroco di Ars, additandolo alla venerazione dei fedeli, alla imitazione del clero, all’ammirazione di tutti. – O santo Giovanni Battista Vianney, oggi a te porgo il saluto della mia Roma. È il saluto delle catacombe, che ti si dischiudono dinanzi nella porpora fiammante dei primi eroi. È il saluto delle nostre Cecilie ed Agnesi, che osannano al tuo martirio d’amore, consumato in un olocausto che fu immolazione suprema di tutto te stesso sull’altare di Cristo. È il saluto di tutti i nostri Santi romani, che alzano ora il capo dai loro sepolcri per prendere parte alla tua festa di gloria. È il saluto del Pontefice Pio XI, che nella pienezza della sua maestà pontificale, dalla Cattedra infallibile di Pietro, ti ha posto sul capo l’aureola dei Santi. È il saluto del popolo romano, che, fraternizzando coi tuoi fratelli di Francia, domenica scorsa, nella basilica augusta di S. Pietro, ti acclamava con fede squisitamente romana. È il saluto del clero d’Italia, che, sparso lungo le nostre marine e sulle vette dei nostri Appennini, saluta con affetto riverente l’astro che brillò sulla terra privilegiata d’Ars. – In questo saluto romano ed italico vibra la nota calda di sincera ammirazione per la tua Francia eroica, la quale, se per merito dei suoi Santi grandeggiò nella storia, oggi nel nome dei nuovi Santi, assertori intrepidi della libertà dello spirito, ha il dovere di combattere ancora nuove e più fiere battaglie per i diritti intangibili della fede e pel trionfo delle libertà cristiane.