SALMI BIBLICI: “QUID MULTIPLICATI SUNT…” (III)

Salmo 3: QUID MULTIPLICATI SUNT

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

Salmo 3

[1] Psalmus David, cum fugeret a facie Absalom filii sui.

[2] Domine, quid multiplicati sunt qui tribulant me? Multi insurgunt adversum me; [3] multi dicunt animae meae: Non est salus ipsi in Deo ejus.

[4] Tu autem Domine, susceptor meus es, gloria mea, et exaltans caput meum.

[5] Voce mea ad Dominum clamavi; et exaudivit me de monte sancto suo.

[6] Ego dormivi, et soporatus sum; et exsurrexi, quia Dominus suscepit me.

[7] Non timebo millia populi circumdantis me. Exsurge, Domine; salvum me fac, Deus meus.

[8] Quoniam tu percussisti omnes adversantes mihi sine causa; dentes peccatorum contrivisti.

[9] Domini est salus; et super populum tuum benedictio tua.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO III

Preghiera di Davide a Dio onde essere liberato dalla persecuzione di Assalonne.

[1. Salmo di David, quando fuggiva dal cospetto del figliuolo Assalonne.

[2. Signore, come mai si sono moltiplicati quelli che mi perseguitano? molti insorgono contro di me.

3. Molti dicono all’anima, mia.-Salute, per lui non è nel suo Dio.

4. Tu però, o Signore, tu se’ mio scudo, mia gloria e tu rinnalzi il mio capo.

5. Alzai le voci mie e le grida al Signore, ed egli mi esaudì dal suo monte santo.

6. Io dormii, e assonnai, e mi svegliai, perché per man mi prese il Signore.

7. Non avrò timore del popolo innumerabile, che mi circonda; levati su, o Signore, salvami, Dio mio.

8. Perocché tu hai percosso tutti coloro, che senza ragione, mi sono avversi: hai spezzato i denti dei peccatori.

9. Del Signore ell’è la salute; e sopra il tuo popolo verrà la tua benedizione.]

Sommario analitico.

Davide, agli sforzi che fanno i suoi nemici per perderlo, oppone la protezione onnipotente di Dio che lo ha protetto.

I. — Egli descrive:

1° il numero dei suoi nemici (1);

2° la loro malvagità e la loro impudenza;

essi cercano a) di affliggerlo e di abbatterlo, b) di toglierli ogni speranza in Dio (2).

II. – Si felicita di aver trovato in Dio il soccorso che attendeva:

1° nella sua fuga, Dio gli ha preparato un asilo;

2° nella guerra lo ha reso vittorioso;

3° dopo il combattimento gli ha dato la corona del vincitore (3).

III – Egli riassume queste tre differenti epoche della fuga, della guerra, della pace, per dimostrare più chiaramente come Dio, in queste tre circostanze, sia stato suo rifugio, sua gloria, sua corona.

1° Nella fuga, Dio gli ha fatto due grazie: a) ha esaudito le sue preghiere (4); b)gli ha dato una sicurezza piena in mezzo al pericolo (5);

2° nella guerra gli ha dato: a) la forza ed il coraggio (6), b) la vittoria completa sui nemici (7);

3° nella pace, ha ricevuto da Dio: a) una protezione speciale contro i nuovi pericoli, b) l’abbondanza generale di tutti i beni (8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

«Salmo di Davide, quando fuggiva davanti ad Assalonne suo figlio ». I re – dice al proposito di questo titolo San Crisostomo – elevano delle statue trionfali ai loro generali vittoriosi, i magistrati erigono agli atleti dei monumenti e delle colonne che eternizzano il loro trionfo, e le iscrizioni che vi sono incise danno alla materia inanimata come una bocca eloquente per rendere pubbliche le loro vittorie … ma poi quando costoro fuggono davanti al nemico senza muovere battaglia, sono essi degni di lode? Si conoscono i nomi dei fuggiaschi, ma non vengono immortalati certo con delle iscrizioni. Riconosciamo dunque la ragione di questo titolo, comprendiamo perché Davide era perseguitato da Assalonne, e saremo edificati nel timore di Dio.

ff. 1. – Nessuno sulla terra è esente da avversità, nessuno passa un solo giorno senza provare molte contraddizioni. La storia di ogni uomo è sempre intessuta da prove, da insuccessi e disgrazie. – La nostra vita non è che tentazione, tutto il nostro esercizio è la guerra, noi siamo esposti alle cose del mondo come in un campo di battaglia per combattere mille nemici sconosciuti e mille nemici invisibili (Bossuet). Il mondo è così pericoloso quando lusinga e quando perseguita; la carne, i cui violenti desideri vogliono essere soddisfatti; le passioni, che ci assediano da ogni parte; il demone che come un leone ruggente gira intorno cercando chi divorare. Chi non temerebbe nulla in questo stato, non conoscerebbe il pericolo, che venendo lo troverebbe senza il soccorso di Dio, non conoscendo né la sua debolezza, né la forza dei suoi nemici.

ff. 2. – Per Davide, c’erano dei soggetti ribelli, un Sémei che gli gettava le pietre e lo malediceva dicendo: “… via, via, uomo sanguinario, il Signore ha fatto ricadere su di te tutto il sangue della casa di Saul”. Per Giobbe e Tobia c’erano le loro mogli: “… resterete ancora nella vostra integrità?” (Giobbe II). – “La vostra speranza è vana; a che servono le vostre elemosine?” (Tobia II). – Per nostro Signore, c’erano i Giudei: “… egli ha confidato in Dio, che Dio lo liberi ora, se gli vuol bene” (S. Matteo XXVII, 43). – Per noi, i nostri peccati sono tante voce differenti che gridano alla nostra anima: “non c’è salvezza per essa”; ma la voce della misericordia di Dio è ancora più forte. “Voi mi farete ascoltare una parola di consolazione e di gioia” (Salmo IV, 9). – “Dite alla mia anima: Io sono la tua salvezza” (Salmo XXXIV, 3). Non c’è salvezza in Dio, finché la cercheremo in noi stessi; se la cercheremo in Lui, la troveremo infallibilmente.

II. — 3, 4.

ff. 3. “Ma Signore, voi siete il mio protettore, il mio sostegno, la mia gloria”. La fonte della nostra speranza è in effetti quella per cui Dio si è degnato di farsi sostegno della natura umana nella Persona del Cristo. “Voi siete la mia gloria”, secondo questo principio che nulla ci si debba attribuire. “E voi rialzate la mia testa”, sia il Cristo che è per tutti la nostra testa, sia lo spirito di ciascuno di noi che è la testa e l’anima del corpo.

ff.4. – Tre cose sono da notare nella preghiera di David: egli la fa con la sua voce, l’accompagna con grida, e l’indirizza al Signore. – Raddoppiare la sua preghiera ed il suo fervore nella misura che l’afflizione e la tentazione aumentano. – La voce interiore del cuore è un grido possente che giunge fino all’orecchio di Dio. Un grande grido nella preghiera è un gran desiderio (S. Agost.).

III. — 4 – 8.

ff.5. – Il giusto può comprendere questo linguaggio dall’esempio di Gesù-Cristo, che si è disteso volontariamente sulla croce come ci si stende in un letto per dormire, e che si è alzato in seguito risuscitando per la potenza del suo Padre, e per virtù propria. Dolce e gradevole sonno sotto la protezione di Dio. Sonno di morte nell’assopimento delle passioni. Pace, gioia e tranquillità dell’anima nel riposo di una buona coscienza. – Riposo funesto e pace infelice nell’indurimento del cuore.

ff.6. “Non abbiate paura, diceva Eliseo ai suoi servi, vi sono più soldati con noi che con essi, ed Egli vuole farvi vedere in modo soprannaturale che essi avevano un più gran numero di spiriti celesti che combattevano a loro difesa” (IV Re, XVIII, 16, 17). “E allora, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (Romani VIII, 31).

ff. 7. – tutte le forze riunite dell’inferno non possono rapire a Gesù-Cristo, ciò che il Padre Gli ha donato. “Io do loro la vita eterna, essi non moriranno mai, e nessuno li rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me li ha dati, è più grande di tutti, e nessuno può strapparli dalle mani di mio Padre” (Joan.X, 28, 29). – Non bisogna abbandonarsi ad una eccessiva paura nella tentazione. “… Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (Joan.IV, 4). Gesù Cristo ha infranto i denti del demonio; di modo che può sempre abbaiare, ma non può mordere coloro che Gli vogliono bene.

ff. 8. Verità fondamentale: è solo dal Signore che viene la salvezza. – tutta la vita cristiana, tutta l’opera della nostra salvezza è una continua sequela di misericordia. – “… non c’è salvezza da nessun altro: perché nessun altro Nome nel cielo è stato dato agli uomini per il quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti IV, 12). – La benedizione che viene da Dio sugli uomini è la grazia; la benedizione che gli uomini danno a Dio, è la lode e la gloria, la benedizione che gli uomini danno ai loro simili è la preghiera! (Nicepii Blemmida)

IL CUORE DI GESÙ (XX): Il Cuore di Gesù e la Donna.

DISCORSO XX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la donna.

Tutti i grandi uomini del Cristianesimo si sono sempre occupati seriamente della donna. S. Paolo, quel primo e sublime interprete del pensiero di Gesù Cristo, come S. Giovanni lo fu del suo amore, in tutte le sue lettere parla della donna con un interesse particolare, e s’incarica della sua istituzione. Egli la segue ne’ suoi diversi stati di vergine, di sposa e di vedova, e le insegna i doveri ch’ella deve adempiere, le virtù che deve praticare, gli scogli che deve evitare, i mezzi coi quali può santificare se medesima e gli altri ed edificare la Chiesa in ciascuno de’ suoi stati. L’Apostolo S. Pietro, nella sua prima lettera raccoglie anch’esso la nostra attenzione sulla donna, e in alcuni versetti ne fa apparire la dignità e ne insegna i doveri. Ad imitazione degli Apostoli, il gran Vescovo e martire S. Policarpo, nella lettera che indirizzò alla Chiesa, prima di andarsi ad immolare per Gesù Cristo, ha dato una bella e soda istruzione per le donne, ed ha fatto conoscere tutta l’importanza della loro santa condotta. Non altrimenti fecero i Padri della Chiesa, quali un Tertulliano, un San Cipriano, un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, e soprattutto uu S. Girolamo, il quale sull’esempio di S. Paolo ha considerato la donna nei diversi stati, in cui si può trovare, e più diffusamente ancora l’ha istruita ne’ suoi doveri come vergine colla sua famosa lettera a S. Eustochia, come vedova nella sua lettera a Furia e in quella a S. Salvina, come maritata e madre nella sua lettera a Leta. Nel medio evo poi, tutti i Sommi Pontefici, tutti i Concili, tutti i Dottori e tutti i teologi si sono occupati, direi in modo particolare, della donna. E in questi ultimi tempi, quattro grandi Santi, per tacere di cento altri, animati da un medesimo zelo e dallo stesso spirito, S. Gaetano Tiene, S. Ignazio di Loiola, S. Vincenzo de’ Paoli, e S. Francesco di Sales si sono riscontrati in un medesimo lavoro nella istruzione cristiana della donna. Che cosa vuol dire ciò, o miei cari? Non è difficile a comprendersi. Quale è la donna, tale in gran parte è l’uomo, la famiglia, la società. La donna pia e pura, la donna veramente cristiana è quella che, madre cristianizza il fanciullo, che figlia edifica il padre, che sposa santifica il marito, che sorella ammigliora il fratello, e con tutto ciò forma religiosa la famiglia, religiosa e felice la società, perché a quella guisa che non è religiosa la famiglia, che per la religione degli individui, così, non è religiosa e felice la società, che per la religione delle famiglie. Al contrario, se la donna è essa irreligiosa, scostumata, non cristiana, la è finita quasi del tutto pel bene degli individui, della famiglia e della società. Pertanto curarsi della istituzione cristiana della donna è curarsi della felicità del mondo. Ma se in vista di sì grande motivo la Chiesa, i Dottori, i Santi si sono così seriamente occupati della donna, essi non lo fecero tuttavia, che seguendo il modello di ogni particolare sollecitudine, di ogni peculiar zelo, di ogni speciale carità, nostro Signor Gesù Cristo. Ed in vero come mai il Cuore Sacratissimo di Gesù, così interessato della felicità degli individui, delle famiglie, della società, come mai non avrebbe dimostrato una grande carità per questo essere così debole, eppur così potente ad un tempo, da valere in gran parte a produrre una tale felicità! Sì, anche apro della donna questo Cuore Santissimo ebbe fiamme d’amore; ed è quello, di cui devo parlarvi oggi.

I. — Che cosa deve essere la donna secondo lo spinto del Cristianesimo? Apriamo la Bibbia: essa ce lo insegna fin dalle prime pagine. Quando Iddio ebbe creato l’uomo, dice la Sacra Scrittura, Dio guardò a lui, e tocco il cuore alla vista della sua solitudine, pronunziò queste parole, una delle più tenere, che siano uscite dal suo labbro: «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui, che possa servirgli di aiuto: « faciamus ei adiutorium simile sibi. » Ecco quel che deve essere la donna: l’aiuto dell’uomo: l’aiuto dell’uomo non solo per quanto si riferisce ai suoi bisogni di natura, ma eziandio e principalmente per quanto si riferisce ai suoi bisogni spirituali. Contribuire pertanto all’acquisto dell’eterna salute dell’uomo è il fine principale della donna, la sua missione, il suo ministero, la sua gloria, la sua grandezza, la sua dignità. Ma osserviamo bene, o miei cari, che le parole di Dio « Non è bene che l’uomo sia solo » hanno un senso generale e indeterminato, e che per conseguenza le parole « facciamogli un aiuto che gli rassomigli » hanno lo stesso senso, e significano avere Iddio costituito la donna come l’aiuto dell’uomo in tutti gli stati, in tutte le condizioni, in cui può trovarsi; cioè la donna non è soltanto l’aiuto dell’uomo nello stato domestico, ma eziandio nello stato sociale e religioso. A tal fine, perché la donna fosse l’aiuto dell’uomo, sempre e dappertutto, Iddio doveva dargliene la capacità. È quello che fece. Egli che equilibrò mirabilmente gli esseri, che compongono l’universo, con la forza e con la bellezza, operò la stessa cosa in quei due esseri, che dovevano comporre la famiglia e la società; e all’uomo diede massimamente la forza, alla donna la bellezza. All’uomo la forza del genio, della volontà, ed anche quella dei muscoli, perché comandi comandando; alla donna la bellezza del cuore, dello spirito, del tratto, dello sguardo, delle forme esteriori, perché comandi pregando. Di fatto la donna, più debole dell’uomo quale essere fisico, è più forte dell’uomo quale essere morale. In diritto è l’uomo, che deve comandare alla donna, di cui è sovrano e signore; ma nel fatto è la donna, che riesce assai facilmente a piegare l’animo dell’uomo alla sua volontà. E sì grande è la signoria, che ella può esercitare sul cuor dell’uomo, che quando si fa a tutta impiegarla sia in bene sia in male, l’uomo fosse pure perfetto come Adamo, forte come Sansone, accorto come Sisara, pio come David, sapiente come Salomone e feroce come Oloferne, finisce quasi sempre per lasciarsi soggiogare dalla donna, per cedere a lei, per obbedirla, e lui felice se non ne diventa anche il trastullo! Lo stesso Giangiacomo Rousseau diceva argutamente che le sorti del mondo sarebbero state diverse, se Cleopatra avesse avuto un naso più piccolo. È vero che si vedono tante volte degli uomini, che tiranneggiano le loro mogli, ma questo avviene ordinariamente quando questi sciagurati sono alla lor volta tiranneggiati da altre donne, di cui sono divenuti gli ignobili schiavi. Tale è l’attitudine della donna. – Ma sventuratamente la donna fin dal principio abusando dell’attitudine da Dio ricevuta, tradì la sua missione, ed invece di essere il vero aiuto dell’uomo, ne fu la rovina. E Iddio la punì con una doppia condanna, di essere sempre soggetta all’uomo e di non generare i figli che nel dolore. Anzi, quasi che questa doppia condanna non fosse bastata, Iddio parve volerla punire anche più terribilmente col permettere che l’uomo, apostata dalla vera religione, valendosi scandalosamente della sua dignità e della sua forza, si recasse come a spaventevole dovere e ad infernale piacere di avvilirla e di trattarla come il più spregevole di tutti gli esseri. Perciocché in quei quattromila anni, che precedettero la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ed anche oggidì presso a quei popoli, dove non è arrivato ancora il Cristianesimo o fu distrutta la sua benefica influenza, l’uomo ha accumulato contro la donna quante durezze e quanto avvilimento ha saputo immaginare. Egli ne ha fatto una cosa, una proprietà, una schiava, uno strumento di sfogo ai suoi più brutali appetiti. L’ha coperta di un velo e l’ha nascosta nel luogo più segreto della casa, come una divinità malefica o quale un essere sospetto; le ha raccorciati i piedi sin da bambina, affin di renderla inabile a camminare e a portare il suo cuore dove le piacesse; l’ha assoggettata alle fatiche più dure e più penose; le ha negato ogni istruzione e tutti i piaceri dello spirito, fino al punto, che in certe contrade il viaggiatore abbattendosi in uno di questi esseri avviliti e richiedendolo della sua via, la donna rispondeva: « Io non so nulla, perché sono una donna. » Fu condotta a marito sotto la forma di compra e di vendita; fu dichiarata incapace di succedere al padre od alla madre, di far testamento, di esercitar la tutela sui propri figliuoli e persino di conservar loro la vita dopo di averli dati alla luce, giacché questo diritto era riservato al padre soltanto. Finalmente, secondo le diverse legislazioni pagane, con una barbarie ed ignominia orribile, o fu costretta ad accompagnare il cadavere del marito, e giovane ancora e piena di vita lanciarsi sul rogo di lui, perché così la vita del marito fosse al sicuro, ben sapendo essa, la moglie, che in nessun caso avrebbe potuto al marito sopravvivere; o dovette sottostare al ripudio e dopo essere entrata in una casa adorna di gioventù e di bellezza, andarsene appassita dagli anni e dalle infermità, cacciata nella strada come un mobile logoro che si ha noia di più lungamente vedere tra i piedi, in mezzo alle insolenze e agli sghignazzi degli schiavi, che si facevano a schernire come schiava loro pari colei, che il dì innanzi era stata la loro signora; o infine venne rinchiusa siccome un gregge di bestiame fra quattro mura di un harem per essere fra la noia e il dispetto di interi anni non già l’oggetto di una vera e durevole affezione, ma per un breve istante l’ignobile strumento di una passione brutale. Ecco, o miei cari, che cosa è avvenuto della donna dopo la sua caduta. Ma sia lode a Dio! Gesù Cristo discese sulla terra per ristorare ogni cosa. E il riaffermare la grandezza della donna, il rimetterla nel suo ufficio, e l’assicurargliene tutto il potere di ben esercitarlo, non fu certamente l’ultima prova di carità del suo Cuore Santissimo verso il genere umano. Che fece adunque Gesù Cristo in pro della donna? Di qual maniera spiegò verso di essa la carità del suo cuore? Udite, che son meraviglie. Ma notate bene, o miei cari, che io qui non parlo solo di quella carità, che Gesù Cristo ebbe per le donne del suo tempo e della sua patria, di quella carità con cui accoglieva ai suoi piedi le peccatrici pentite, o le aspettava al pozzo di Sichem, o le difendeva da quei che le volevano lapidare, per donar loro il suo perdono e la sua grazia; non parlo solo di quella carità, con cui allo spettacolo di povere donne piangenti per la morte dell’unico figlio, o per quella dell’amato fratello, o per i travagli della propria figliuola si commuoveva, ponendo mano ai miracoli per sollevarle dalla loro afflizione; non parlo solo di quella carità, per cui alle donne di gran fede ridonava la salute col semplice tocco del lembo della sua veste, no, non parlo solo di questa carità particolare; io parlo propriamente di quella carità generale, immensa, con cui il Cuore di Gesù Cristo si volse a ristorare e beneficare la donna di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni condizione. Egli adunque imprese anzitutto la ristorazione della donna col grande mistero della sua Incarnazione e con la grande opera della sua redenzione. Per questo mistero e per quest’opera, una donna, Maria, è divenuta la Madre di Dio, di Colui, come canta la Chiesa, che i cieli non possono contenere, e al quale la luna, il sole, e tutte le cose servono in ogni tempo; per questo mistero e per quest’opera una donna, Maria, ha cooperato con Gesù Cristo a redimere il genere umano dalla schiavitù di satana; per questo mistero e per quest’opera il sesso, che nella prima donna aveva concepito il peccato nel cuore e aveva cagionata la rovina del mondo, concepì nel suo seno verginale l’Autore della grazia e procacciò al mondo la salute; per questo mistero e per quest’era insomma il sesso così umiliato da Eva venne esaltato sopra ogni dire nella persona di Maria. E dopo questo mistero e quest’opera, vale a dire dopo un Dio Redentore concepito e nato da una donna, dopo una donna divenuta per grazia Corredentrice del mondo, era ancora possibile che la donna continuasse ad essere riguardata tra i popoli credenti come un essere impuro e malefico? In secondo luogo Gesù Cristo attese alla ristorazione della donna con una dottrina, la quale riprovando e condannando i disprezzi, che pel passato eransi usati verso di lei, richiamava in vigore i diritti che ella aveva alla libertà, all’eguaglianza, e alla venerazione in faccia all’uomo. Un giorno alcuni dottori della legge si presentarono a lui e gli dissero: « È egli permesso sì o no all’uomo di ripudiar sua moglie per qualsivoglia causa? » Essi certamente non facevano questa domanda per ottenere una risposta, che fossero pronti a seguire, ma come nota il Vangelo, (MAT. XIX) solamente per giovarsi di essa a calunniarlo ed accusarlo presso di coloro che ne sarebbero stati offesi : tentantes eum. Ma il divin Redentore, mostrando di non fare attenzione alla perversità delle intenzioni, con cui lo interrogavano, pigliò di lì occasione per rivelare al mondo e stabilire in esso colla sua divina sapienza e carità la sua sublime dottrina riguardo alla donna. E rispondeva: «Non avete voi letto nella Scrittura, che Colui, che fece l’uomo al principio, li fece maschio e femmina, e che per mezzo di Adamo, suo profeta, ha detto: Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e

sua madre e sarà unito a sua moglie, ed essi saranno due in un solo cuore? L’uomo adunque non si attenti di separare quel che Iddio ha congiunto. » Così parlava Gesù Cristo, e così parlando non riponeva la donna nei suoi primieri diritti, nella sua primiera grandezza? Ma infine Gesù Cristo compiva mirabilmente l’Opera sua di carità a pro della donna, da una parte con l’istituzione del Sacramento del Matrimonio, Sacramento grande, che raffigurando le mistiche nozze di Gesù Cristo con la Chiesa, e il vicendevole amore di cui si sarebbero ricambiati in eterno, doveva con la sua unità, indissolubilità e santità assicurare alla donna nel modo più efficace il rispetto e l’amore dell’uomo; e dall’altra disvelando il pregio della verginità e indicando l’ufficio di angelo, che deve esercitare sulla terra un’anima vergine. E per tal guisa ristabiliva pienamente la donna nella sua grande missione di essere in ogni stato e sempre l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo. E che queste siano state le mire di Gesù Cristo, lo intesero perfettamente gli Apostoli, i quali, in seguito, nelle loro lettere interpretando e commentando il Vangelo con una energia che atterrisce, condannarono tutti gli orribili delitti contro la donna e la poligamia, e la licenza, e la schiavitù, e l’avvilimento; e colle dottrine più pure, più sublimi e più sante tracciarono a lei e come vergine, e come sposa, e come figlia, e come madre, e come vedova, la via sicura per raggiungere la sua méta. E dopo di ciò, e come effetto di tutto ciò, di mano in mano che il Vangelo penetrò fra le genti, mutatesi le idee, le leggi e i costumi del paganesimo in pregiudizio della donna, vi sottentrarono costumi, leggi e idee, del tutto in suo vantaggio. E la donna, ribenedetta da Gesù Cristo, levata serenamente la fronte dall’antica abbiezione, rientrata con sicurezza nell’esercizio della sua missione, ha operato meraviglie. Ed anzi tutto fu l’aiuto dell’Uomo per eccellenza, dell’Uomo-Dio; giacché, astraendo dalla stessa Beata Vergine, furono pie e sante donne, che durante la vita pubblica di Gesù Cristo, come ci fa fede il Vangelo, lo servivano ne’ suoi bisogni temporali, alimentandolo coi loro beni ed assistendolo con le loro cure affettuose e rispettose ad un tempo. Quando gli Apostoli, ossequenti alla voce di Cristo « Prædicate Evangelium omni creaturæ, » divisosi il mondo, si sparsero dappertutto a far udire il suono della loro parola evangelica, secondo l’attestazione dei Sacri Libri e della Storia Ecclesiastica, le donne, ancora esse infiammate dall’amore di Gesù Cristo, li accompagnarono per aiutarli nella fondazione della Chiesa. Fefa, Evodia, Sintiche, come dice lo stesso Paolo Apostolo, lavorarono con lui, con Clemente e con altri uomini apostolici nell’opera del Vangelo. Tecla fu chiamata da S. Ambrogio socia Apostoli, la compagna dell’Apostolo, e per tacere d’ogni altra, Marta e Maddalena nella Gallia predicarono ancor esse il Vangelo insieme col loro fratello Lazzaro, e divennero Madri nella fede a quei popoli. Al tempo dei Martiri, furono le donne l’aiuto dell’uomo nel dispiegare uno zelo ammirevole per convertire i loro mariti, i loro padri, i loro figli, i loro parenti alla fede, per sostenerli nella costante professione della stessa, per consolarli nei loro tormenti, per dare onorata sepoltura ai loro cadaveri e per conservare gelosamente le loro preziose reliquie, ma soprattutto nell’avere contribuito col versare il loro sangue, il più puro dopo il sangue che ha inondato il Calvario, ad espiare le colpe dei nostri padri idolatri, e fecondare la Chiesa di nuovi Cristiani e a farvi regnare le virtù più sublimi, la santità più perfetta. E quando la Chiesa, uscita vittoriosa dalla ferocia dei tiranni, si apprestava a trionfare della perversità e delle bestemmie degli eretici per lo zelo e la scienza prodigiosa dei Padri, la gloria della donna cristiana perdette forse alcunché del suo splendore? Non fu mai tempo, in cui l’umanità vedesse in maggior copia geni superiori, i quali alla dottrina più profonda accoppiando la virtù più eroica, senza troppo conoscersi tra di loro si sono trovati in pieno accordo nella medesima fede e nello stesso scopo di far trionfare la verità sopra l’errore. Ma ciò, che pochi conoscono, si è che questi santi e grandi dottori furono generati e formati dall’aiuto della donna, tanto che è quasi impossibile il trovare alcuno di quei dottori, che non abbia avuto per avola, o per madre, o per sorella, una grande santa. In seguito il medio evo presenta lo spettacolo della formazione delle monarchie e delle nazionalità cristiane per l’azione della Chiesa; ma è lo zelo delle sante regine, che sostenne quest’azione, e che formò i Santi re, dei quali il medio evo, troppo codardamente dispregiato, a differenza dei tempi nostri fu così fecondo e così ricco. Così avvenne in Francia, in Spagna, in Isvezia e in Alemagna: quanto all’Italia basta ricordare accanto ad uno dei più santi e grandi Papi dopo S. Pietro, Gregorio VII, quella contessa Matilde di Canossa, che fu ben degna d’essere stata appellata dagli scrittori del suo tempo un’altra Debora. Ma accanto alle sante regine, ecco in quel tempo istesso le sante religiose, che sequestratesi dal mondo, pure raffermarono la religione popolarizzando la santità nel mondo, e cooperando alla fondazione di tutti gli istituti religiosi. Intanto simile ad una face, che in sullo spegnersi raggia di uno splendore più vivo, il medioevo prima di addormentarsi nel silenzio dell’eternità, aveva fatto manifesto la sua fine con le più grandi invenzioni del genio umano, la bussola, la polvere da fuoco e la stampa, la prima delle quali davaall’uomo l’impero dei mari, la seconda l’impero della terra, e la terza l’impero delle intelligenze. Difatti mercé la bussola e la polvere da fuoco l’antico mondo ha scoperto e conquistato il nuovo. Ma questo avvenimento, il più grande, il più fecondo, il più importante di tutti dopo lo stabilimento del Cristianesimo, Cristoforo Colombo, che è nostro, Columbus noster est, (Leone XIII) non lo ha recato ad effetto, che mediante i concorso di una donna, di una regina, la più notevole della Spagna, Isabella la Cattolica. Infine, per tralasciare questa rassegna sebben fuggitiva, che cosa non hanno fatto e che non vanno facendo tuttodì in aiuto dell’uomo gli Angeli della carità, sotto qualsiasi abito e di qualsiasi istituto e nelle scuole, e negli asili, e negli ospizi, e nei ricoveri, e negli ospedali, e nelle carceri e sui campi stessi di battaglia? Eppure, o miei cari, tutto ciò non è altro, se non ciò che apparisce in pubblico; ma io vi dico, che se si potesse vedere il bene privato, che da diciannove secoli la donna cristiana va operando nel seno della famiglia, sostenendo la fede dei mariti, dei figli, dei fratelli, stornando dal loro capo le folgori divine, convertendoli dai loro traviamenti, si resterebbe altamente meravigliati e quasi non si crederebbe. Ma il fatto è tale; perché la donna fu creata per essere l’aiuto dell’uomo; Gesù Cristo ha riaffermata la sua missione, e la donna cristiana l’ha adempiuta e l’adempirà sino alla fine del mondo.

II. — Ma a quali condizioni, come è riuscita pel passato, così riuscirà per l’avvenire a compiere la sua missione di essere l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo? A due condizioni principalmente: che la donna sia pia e casta. – La pietà quale virtù cristiana come a tutti è utile, così a tutti è necessaria, epperò non meno all’uomo che alla donna. Tuttavia, se si considera come restando pia o religiosa la donna, facilmente si serba o ritorna la Religione all’uomo, mentre al contrario irreligiosa ed empia la donna, resta o diviene irreligioso anche l’uomo, la pietà cristiana si manifesta per la donna di maggiore necessità. Ed è nella pietà cristiana, nei suoi sentimenti, nelle sue pratiche, nella frequenza della Confessione e della Comunione, nell’uso costante della preghiera ardente, nella visita dei sacri altari, nell’amore vivo di Gesù Cristo, nelle speranze immortali del cielo, che essa anzitutto attingerà la forza, di cui abbisogna per essere in qualsiasi stato l’aiuto dell’uomo. Nemo dat quod non hàbet: nessuno dà agli altri quello che esso non ha, e non potrà essere mai che una donna senza pietà religiosa ottenga di per sé, che l’uomo, sia egli sposo, sia figlio, sia fratello, s’indirizzi per la via del bene. Anzi, quando il cuor della donna fu devastato dall’irreligione, è cominciata la sua stessa degradazione, il suo turbamento, e chi sa forse? la sua dissolutezza e la sua vergogna. Il mondo lamenta oggidì la frivolezza della donna. Ma guardando da vicino, che si vede operare oggidì per formare la donna sodamente religiosa e pia? Che si vede nelle scuole, negli istituti, nel seno stesso della famiglia? Oh! si vede ben poco di ciò, che può raggiungere questo santo scopo, e si vede ben molto di ciò, che ottiene uno scopo del tutto contrario. Oggidì per francare la donna dalla soverchia pietà, dalla così detta vita devota, ancor giovinetta la si manda alle scuole ginnasiali, liceali e tecniche, dappoi a quelle universitarie, le si apprende la moda di correre sul biciclo, le si fa conoscere nei romanzi, nei teatri, nei balli la vita del mondo, le si danno lezioni di galanteria, la si conduco a conferenze in apparenza storiche o scientifiche, in realtà irreligiose e massoniche. E in quanto a Religione non si vuole permettergliene che un po’ e quel po’ al tutto superficiale. Ciechi e stolti che sono! Scalzano essi medesimi le basi dell’edificio e poi meravigliano, ch’esso crolli e vada in rovina! O donna cristiana, che mi ascolti, non curando le derisioni del mondo, le contrarietà istesse degli uomini di casa, tienti stretta a questo Crocifisso; anche Gesù Cristo sarà in fondo al tuo cuore, la corona di regina brillerà sul tuo capo. Se il marito, il figlio, il fratello ti contraria, perché religiosa e pia, è segno che li sovrasti e, senza pur parlare, aspramente li rimproveri. Ma in quel giorno, che il tuo cuore non batterà più di amore per questo Dio, che il labbro non si aprirà più alla preghiera, che nella tua anima moriranno le speranze del cielo, in quel giorno perderai la fede della tua missione, scadrai dalla tua dignità, e sarai un’altra volta un essere tanto più miserabile, quanto più perverso, o per lo meno darai ragione ad uno dei tuoi adulatori e nemici, che ebbe l’ardire di definirti « un essere che si abbiglia, ciarla e si spoglia. » Sì, tutto andrà a terminar lì, ad essere quasi una pupattola, che si adorna e nella sua conversazione ha un non so qual garrito di uccello. Religione! Religione, o donna, e conserverai tutta la dignità di vero aiuto dell’uomo, e sarai veneranda, dinnanzi a tutti, fossi pure la donna di un mandriano. Ma con la religione la castità. È un fatto, o miei cari, che la donna è tanto più affettuosa e tenera, epperò tanto più atta alla sua missione, quanto più essa è casta. Vi ha egli al mondo, per esempio, cosa più sorprendente, più incomprensibile del disinteresse, del sacrifizio di sé di quelle suore, che si prendono cura dei malati e dei figliuoli dei poveri con una costanza, che non cede che con la morte? L’amore medesimo di madre, secondo la natura il più forte, il più energico, il più impetuoso, il più intrepido di tutti gli amori, impallidisce dinnanzi all’amore di queste madri improvvisate dalla grazia e dalla carità; perché alla fine se la madre si consacra fino alla morte per i figliuoli, questi son frutti delle sue viscere, sono pari di lei stessa, sono in certa guisa lei medesima riprodotta in una vita nuova, laddove queste eroine della carità si dedicano per esseri che sono loro estranei pei legami della natura e del sangue, e persino in quanto a quelli di nazionalità e di religione. Ma questi angeli d’amore sono vergini consacrate da un voto terribile alla professione della castità più severa del corpo, dello spirito e del cuore. E se la donna nel mondo non potrà essere nella carità tutto ciò che è la suora, senza dubbio ella sarà quanto deve essere per la famiglia, per la società e per la religione se anche senza voto, ella si manterrà casta in qualsiasi stato, o di donzella, o di sposa, o di vedova. Sì, o miei cari, studiate la donna in seno alla famiglia e voi vedrete che la sposa più tenera per suo marito e più interessata pel suo bene è quella, che gli è più fedele; che la madre più affezionata a’ suoi figli è quella che è più casta; che la sorella, che ama i suoi fratelli con affetto illimitato, è quella che è più pura. Studiate la donna nella società e vedrete, che la più compassionevole verso le altrui miserie, la più pronta e la più generosa nel soccorrere è la donna più riservata; studiatela ancora nella Religione e vedrete anche lì che la più zelante nella pratica della medesima e nella sua propaganda è sempre quella, che ha il cuore libero dagli impacci del senso. Ma al contrario quando nella donna manca o vien meno la severità dei costumi, allora e religione e società e famiglia non sanno più che cosa sia la sua tenerezza ed il suo interesse. Allora la donna da angelo diventa demonio, da creatura incantevole diventa un mostro, da tutto ciò che v’ha di meglio diventa tutto ciò che v’ha di peggio. E lei, che doveva essere l’aiuto dell’uomo ne diventa, orribile a dirsi, il feroce assassino. Strana cosa, ma pur vera! Il vizio dell’impurità produce’ nei due sessi effetti diversi. L’uomo che si abbandona alla dissolutezza diventa codardo e stupido, e soffre in pace ogni cosa; la donna invece, che corre la stessa via, diventa audace, usurpatrice e feroce; e ciò che fa dell’uomo uno stolido giumento, tramuta la donna in una tigre crudele. Ricordate Erode ed Erodiade. Infiammati ambedue di turpe passione e non respiranti altro che voluttà, erano ambedue mostri di libertinaggio; ma rispetto a S. Giovanni Battista, Erode, l’uomo, non fu che un mostro di debolezza; laddove Erodiade, la donna, fu un mostro di crudeltà. Non ostante i suoi vizi Erode ebbe sempre in istima quel Santo, e gli portava benanche un rispetto riverenziale, e se lo fece incarcerare, non fu che per cagione di Erodiade. Ma la carcerazione del giusto non contentò questa donna, perché finché viveva, vi era sempre in lui un argomento di timore per i suoi amori colpevoli. Bisognava dunque farlo morire. Un giorno Erode celebrava la sua festa in mezzo alle orge, a cui si danno i santuari della dignità regia quando sono tramutati in asilo di libertinaggio. La figlia di Erodiade gli piacque con la sua danza voluttuosa, e il re le fa la profferta di tutto ciò che sarà per domandare, fosse ben anco metà del suo regno; ed obbliga con giuramento la sua parola. Salome si fa a consultare la madre, e la madre le impone di chiamare in un piatto la testa di Giovanni Battista. La domanda è fatta, Erode, cede ed Erodiade trionfa. Si vide allora una giovine donzella recar nelle sue mani un capo spiccato e grondante sangue, senza stornar il volto da tale spettacolo, capace di far ribrezzo ad un selvaggio. Ed Erodiade piglia nelle impure sue mani quella testa venerabile, e, come ci attesta S. Gerolamo, estrattane la lingua, la trafigge replicatamente con gioia feroce per punirla dello zelo con cui aveva predicato la verità. Quanti delitti in un solo! Donde mai è uscito questo mostro di donna? – Eppure, o miei cari, questa istoria evangelica è una figura od una profezia di ciò che ogni dì si adempie. La donna voluttuosa, anche madre, più non ama i suoi figliuoli, ne trascura l’educazione, ne consuma il patrimonio e fa mercato del loro avvenire e della loro felicità. Ma peggio ancora talvolta essa li odia, come impacci alla sua vita disonesta e li sacrifica al piacere di essere libera, ed ai furori della sua passione. Gli statistici dei delitti provano, che l’infanticidio non è che l’orribile pensiero che l’impurità ha fatto germogliare nel cuore della donna, e l’opera delle sue mani più assai che il pensiero e l’opera del padre. E come madre è pronta e facile a sacrificare i suoi figli, come sposa è pronta e facile altresì a sacrificare il suo marito. La storia non ha che un grido per dire, che la donna senza pudore è stata pure la donna più feroce; e bastano per tutte Elisabetta d’Inghilterra e Caterina II di Russia. E nel mentre che la donna senza castità è crudele nella famiglia, diventa insensibile verso i sofferenti della società, le cui piaghe, anche più spaventose, non la commuovono punto e la cui miseria non cagiona in lei che un senso di disprezzo. Soprattutto poi diventa cinica in fatto di Religione. Le credenze e le pratiche religioso, essa, la donna, giunge al punto da coprirle della beffa e dell’odio. Di modo che, si potrebbe dire, cheper la donna non v’ha che un vizio ed una virtù, perché se ella è casta, ella possiede tutte le virtù; se ella è impura è al colmo di tutti i vizi. O donne cristiane, pensate seriamente a ciò, e con la brama più viva di conservare la vostra dignità e di corrispondere alla grandezza della vostra missione, raffermatevi nel proposito di essere sempre pie e caste.

III. — Ma finalmente di quali mezzi la donna si varrà a compiere efficacemente la sua missione? I mezzi, di cui ella deve valersi, sono tre principalmente: l‘esempio, la parola, il sacrifizio. Anzi tutto l’esempio. È ciò che raccomandava alle donne il principe degli apostoli S. Pietro, affinché i mariti al considerare l’umiltà, la castità, la buona condotta delle mogli, nell’avere dinnanzi per loro mezzo una continua predicazione vivente del Vangelo di Gesù Cristo, a poco a poco se non sono virtuosi, vengano ancor essi guadagnati alla virtù. Epperò, prosegue il medesimo Apostolo, la vostra cura non istia già tanto nell’acconciarvi i capelli, nell’adornarvi di collane, di braccialetti, di smaniglie d’oro e nel mettervi indosso vesti sfarzose, ma istia nell’adornare l’animo vostro delle più belle virtù, le quali sole sono veramente preziose agli occhi di Dio. Questo per l’appunto era l’ornamento col quale si abbellivano quelle sante donne antiche, le quali intendevano di piacere davvero ai loro mariti. (I PETR. III) Oh! la virtù è cosa, che si impone a tutti, ma la virtù soda e vera di una donna cristiana nel seno della famiglia ha sopra il cuor dell’uomo una potenza ineffabile. – In secondo luogo la parola; parola umile, prudente, dolce, affettuosa. In certi istanti così opportuni, la parola, dalla donna rivolta all’uomo, ha un accento di persuasione e di forza indicibile. Quanti uomini in seguito ad una di queste parole lasciarono la bestemmia, l’errore, l’empietà, per gettarsi pentiti in braccio a Dio! E qual è quell’uomo, ad esempio, che a sessant’anni non si lasci conquidere dai delicati e teneri lamenti di una sua figliuola? Chi avendo gittata la fede nella pienezza della vita, ora sul declinar degli anni in udire la sua giovane figlia parlargli di Dio, della pace e della gioia che si prova nell’amarlo, con un candore ed una schiettezza che rapiscono, chi mai non si arrende in un profluvio di lagrime, e non torna, come quando era fanciullo, a gettarsi appiè di un Sacerdote per cominciare, ancora in tempo, una vita di pentimento e di espiazione? O tenerezza delle vie di Dio! Nostra madre ce ne insegnava il nome, quando eravamo bambini; la sposa lo ha ripetuto nell’intrinsichezza nuziale all’anima inebriata del giovane; la figlia lo ridice ancora al vecchio incurvato dal peso della vita, rifacendogli una rivelazione tutta giovane e tutta vergine. Un dì sapremo in cielo quante anime sieno state il frutto di quest’ultima violenza della verità e quante anime sul fluir della vita si siano riscontrate in Dio, condotte per mano dall’angelo benefico di una pia ed amata figliuola! – Finalmente sacrifizio. Dire sposa e madre e dire donna del martirio è la stessa cosa. Alle volte quali dolori per parte di un marito disamorato e crudele! Ed altre volte quali ambasce per parte di figli, che tralignano dalle speranze della verde età! È allora, o donne, che le lagrime diventano il vostro pane quotidiano! Ma deh! non lasciatele andar perdute, non lasciate inoperose queste sofferenze, di cui più d’ogni altra va ripiena la vostra vita. Offritele a Dio con animo generoso, e il martirio del vostro cuore non gli tornerà meno gradito del martirio del sangue e della penitenza. Il vostro dolore messo qui appiè dei tabernacoli, nelle mani, anzi nel cuore di Colui che disse: « Venite a me, o voi tutti, che siete afflitti, ed io vi consolerò, » o fatto salire dal secreto della vostra stanza come nuvola d’incenso odoroso al suo trono celeste, gli farà sì dolce violenza, che lo costringerà ad apprestarvi la consolazione e il gaudio. – Tali, o miei cari, tali sono i mezzi, di cui la donna deve valersi nell’adempimento di sua missione; missione ch’ella deve compiere in ogni tempo, ma allora massimamente quando per un morente sovrasta l’eternità. Sì, è allora che dessa o sposa, o madre, o parente, o conoscente, o vicina dell’infermo moribondo, con cristiano coraggio deve avvertirlo del suo stato; è allora che valendosi della specialissima assistenza che essa gli presta, di tutta la grazia dei modi e di tutta l’energia degli affetti, di cui Iddio l’ha dotata, deve invitare, pregare, scongiurare, persuadere, indurre a ricevere i Sacramenti; è allora, che anche non voluta ascoltare e forse persino disprezzata nelle sue suppliche e nelle sue lacrime, deve pur risolutamente chiamar il prete e con qualche santa industria introdurlo e farlo appressare all’infermo; è allora che arditamente deve farsi veramente donna, domina, la padrona di casa e non sottostare a quelle inique ordinazioni di medici, che vogliono togliere al morente financo la vista e il bacio d’un Crocefisso e mettere alla porta con fiera indignazione chiunque, sia pure sotto il manto della parentela o dell’amicizia, si attentasse di venire per accingersi all’opera satanica del solidario; è allora insomma che la donna facendosi un’estrema volta il vero aiuto dell’uomo deve procacciargli una morte confortata dalla Religione e soprattutto dalla visita e dalla comunione di Dio. Ben’avventurate quelle donne cristiane, che comprenderanno appieno l’importanza di questa specialissima missione e si daranno con animo volenteroso a compierla! Al tempo delle persecuzioni le donne cristiane si mescolavano spesso con le donne pagane incaricate del servizio delle prigioni, e con le loro ardenti parole aumentavano il coraggio e la fermezza dei martiri. Ciò saputosi dai tiranni, si fece il divieto a qualsivoglia donna d’entrar nelle prigioni. Ma lo zelo di quelle, altrettanto ingegnoso quanto eroico, seppe eludere questa precauzione crudele della tirannia. Nella persecuzione di Massimiano, sul cui principio fu pubblicato un tale divieto, Santa Natalia sposa del Martire S. Adriano, si tagliò i capelli, si vestì da uomo, e poté così continuare ad entrare nelle prigioni dei Confessori di Gesù Cristo ed esercitare con essi la sua missione di carità alleviandoli nei patimenti, raffermandoli nella costanza e recando loro insieme con quello del corpo il celeste alimento dell’anima. Un tale esempio seguito da altre passò in consuetudine, ed allora si videro le più illustri dame cristiane fare il sacrifizio delle loro magnifiche chiome e mutare la veste matronale nella vile tunica degli schiavi per avere la felicità di servire i confessori della fede. Miei cari! Quello che fecero le donne cristiane ai tempi delle persecuzioni, è quello pure che sapranno fare le donne cristiane ai tempi nostri. L’ingegno e l’eroismo di queste nel vincere la durezza dei loro uomini non sarà inferiore all’ingegno ed all’eroismo di quelle nel vincere la tirannia dei persecutori, e mercé tale ingegno ed eroismo noi vedremo scemate le morti anticristiane e moltiplicato invece il numero di coloro che muoiono nel bacio di Gesù. Cristo. – E così sia, o Cuore Sacratissimo di Gesù, mediante quelle grazie di benedizione e di salute, che la Chiesa vostra sposa, e figura per eccellenza della donna, vi domanda costantemente prò devoto femineo sexu, per il devoto femmineo sesso, coll’intercessione della più pura, della più grande, della più potente fra le donne, la Madre vostra, Maria Santissima. Sì mercé una tanta intercessione, concedete alla donna cristiana di essere mai sempre fedele alla sua missione, di aiutare con efficacia l’uomo suo compagno ad operare la salute, perché un giorno l’uno e l’altro di questi esseri, che voi avete creato per unirli qui in terra nella vostra fede e nel vostro amore, siano pur per sempre uniti nel vostro gaudio in cielo.