DOMENICA VI DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA VI DOPO PENTECOSTE

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVII: 8-9 Dóminus fortitudo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et benedic hereditáti tuæ, et rege eos usque in sæculum. [Il Signore è la forza del suo popolo, e presidio salutare per il suo Unto: salva, o Signore, il tuo popolo, e benedici i tuoi figli, e govérnali fino alla fine dei secoli.]

Ps XXVII: 1 Ad te, Dómine, clamábo, Deus meus, ne síleas a me: ne quando táceas a me, et assimilábor descendéntibus in lacum. [O Signore, Te invoco, o mio Dio: non startene muto con me, perché col tuo silenzio io non assomigli a coloro che discendono nella tomba.]

Dóminus fortitudo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et benedic hereditáti tuæ, et rege eos usque in sæculum. [Il Signore è la forza del suo popolo, e presidio salutare per il suo Unto: salva, o Signore, il tuo popolo, e benedici i tuoi figli, e govérnali fino alla fine dei secoli.]

Oratio

Orémus.

Deus virtútum, cujus est totum quod est óptimum: ínsere pectóribus nostris amórem tui nóminis, et præsta in nobis religiónis augméntum; ut, quæ sunt bona, nútrias, ac pietátis stúdio, quæ sunt nutríta, custódias. [O Dio onnipotente, cui appartiene tutto quanto è ottimo: infondi nei nostri cuori l’amore del tuo nome, e accresci in noi la virtú della religione; affinché quanto di buono è in noi Tu lo nutra e, con la pratica della pietà, conservi quanto hai nutrito.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom. VI: 3-11

“Fratres: Quicúmque baptizáti sumus in Christo Jesu, in morte ipsíus baptizáti sumus. Consepúlti enim sumus cum illo per baptísmum in mortem: ut, quómodo Christus surréxit a mórtuis per glóriam Patris, ita et nos in novitáte vitæ ambulémus. Si enim complantáti facti sumus similitúdini mortis ejus: simul et resurrectiónis érimus. Hoc sciéntes, quia vetus homo noster simul crucifíxus est: ut destruátur corpus peccáti, et ultra non serviámus peccáto. Qui enim mórtuus est, justificátus est a peccáto. Si autem mórtui sumus cum Christo: crédimus, quia simul étiam vivémus cum Christo: sciéntes, quod Christus resurgens ex mórtuis, jam non móritur, mors illi ultra non dominábitur. Quod enim mórtuus est peccáto, mórtuus est semel: quod autem vivit, vivit Deo. Ita et vos existimáte, vos mórtuos quidem esse peccáto, vivéntes autem Deo, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

IL BATTESIMO

“Fratelli,  quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella morte di Lui. Per il battesimo siamo stati, dunque, sepolti con Lui nella morte; affinché a quel modo che Gesù Cristo risuscitò dalla morte, mediante la gloria del Padre, così, anche noi viviamo una nuova vita. Infatti, se siamo stati innestati a Lui per la somiglianza della sua morte, lo saremo anche per quella della resurrezione; ben sapendo che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso in Lui, affinché il corpo del peccato fosse distrutto, sicché non serviamo più al peccato. Ora, se siamo morti con Cristo crediamo che vivremo pure con Cristo; perché sappiamo che Cristo risuscitato da morte non muore più: la morte non ha più dominio su di Lui. La sua morte fu una morte al peccato una volta per sempre; e la sua vita la vive a Dio. Alla stessa guisa, anche voi consideratevi morti al peccato e viventi a Dio in Cristo Gesù Signor nostro.

(Rom. VI, 3-11).

Nell’Epistola di quest’oggi, che è tolta dalla lettera ai Romani, sono messe in relazione col Battesimo la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo. Il Battesimo, mediante il quale l’uomo diventa membro del mistico corpo del Redentore, significa tanto la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo, quanto la morte dell’uomo al peccato e la sua risurrezione alla vita della grazia. L’uomo, morto al peccato, non deve più farsene schiavo. Gesù Cristo dalla tomba, risorse alla vita nuova per la, gloria del Padre. Il Cristiano, dal fonte battesimale, risorge con Gesù Cristo a una vita nuova, tutta consacrata a Dio. Il cristiano deve pensare frequentemente al Battesimo, che ci ricorda:

1. Che siamo morti al peccato e liberati dalla schiavitù di satana,

2. Che siamo risorti alla vita della grazia,

3. Nella quale dobbiamo perseverare.

1.

Quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella morte di Lui. Queste parole alludonoalla maniera con cui veniva amministrato il Battesimo nei primi tempi della Chiesa. Il battezzando veniva immerso nell’acqua, e subito ne usciva. L’immersione nell’acqua rappresentava la morte e la sepoltura del Redentore;e vi era pure significata la morte mistica del neofito; la sepoltura del vecchio uomo con i suoi peccati. Infatti, nel Battesimo, per virtù dello Spirito Santo, vengono pienamente cancellati tutti i peccati. Cancellati i peccati, anche il dominio di satana cessa. L’anima che era schiava diventa libera; «Poiché il demonio non può dominare che per mezzo dei peccati» (S. Agostino. En. In Ps. LXXII, 5).Coloro che nel Battesimo sono liberati dal peccato «lasciano oppresso nell’acqua il demonio, antico dominatore» (Tertulliano. De Baptismo. 9. 2). – Dell’importanza di questa liberazione dal giogo di satana è tutta piena la liturgia del Battesimo. Subito, in principio della cerimonia, il sacerdote, dopo che ha ammonito il battezzando sull’osservanza dei comandamenti e sull’amor di Dio, si rivolge allo spirito delle tenebre, e gli intima: «Esci da lui, o spirito immondo, e cedi il luogo allo Spirito Santo Consolatore». Segnato con un duplice segno di croce, il battezzando si rivolge ancora allo spirito delle tenebre e gli fa sentire l’ingiunzione da parte di Dio. «Ti esorcizzo, spirito immondo, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, perché t’allontani da questo servo di Dio. Te lo comanda, dannato maledetto, colui che camminò sul mare, e porse la destra a Pietro che stava per sommergersi». Introdotto il battezzando in chiesa, dopo altre cerimonie, prima che venga battezzato, il sacerdote gli domanda: «Rinunci a satana… e a tutte le sue opere… e a tutte le sue pompe?». Dopo la triplice dichiarazione di rinuncia al demonio, alle sue opere, alle sue pompe si procede ad altri riti, e finalmente al Battesimo. – I primi Cristiani, innanzi di ricevere il Battesimo venivano a lungo istruiti sull’importanza di queste cerimonie. Così si fa ancora di regola generale, anche oggi nei paesi infedeli. Da noi, specialmente per assicurare la salvezza dell’anima contro le sorprese della morte, il Battesimo si amministra, in via ordinaria, ai bambini. Ma questa circostanza non ci sottrae all’obbligo di stare alle rinunce fatte per noi dai padrini. Ogni promessa è debito, sia essa fatta da noi, sia fatta da altri per noi. Neppure ci sottrae all’obbligo di istruirci sugli effetti del Battesimo. II Cristiano non ringrazierà mai abbastanza Dio, che nel Battesimo gli ha tolto la macchia del peccato che deturpava l’anima sua, che ha spezzato i vincoli che lo tenevano legato a satana, liberandolo dal suo dominio. Il Cristiano non farà mai troppo per restar fedele alle promesse e alle rinunce fatte nel Battesimo, se non vuol essere un Cristiano solamente di nome.

2.

Per il Battesimo siamo stati, dunque, sepolti con Lui nella morte; affinché a quel modo che Gesù Cristo risuscitò da morte, mediante la gloria del Padre, così, anche noi viviamo una nuova vita. Il Battesimo che ci unisce a Gesù nella morte e nella sepoltura, ci unisce pure con Lui nella risurrezione. Per la gloriosa potenza del Padre, Gesù Cristo è risuscitato da morte a vita immortale: e noi partecipiamo alla sua risurrezione, risorgendo dalle acque del Battesimo a una vita nuova. Se nel Battesimo non risorgiamo a una vita nuova, tutta diversa dalla vita passata a che ci gioverebbe esser stati sepolti in esso con Gesù Cristo?Il Battesimo trasforma l’uomo. Se ci fosse concesso di vedere un’anima qual era prima del Battesimo e qual è dopo, non la riconosceremmo più. Prima del Battesimo indossava la veste di Adamo, la veste del peccato. Dopo il Battesimo indossa la veste candida della grazia, la veste di Gesù Cristo, al quale il battezzato è stato incorporato. «Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo», ricorda S. Paolo ai Galati (III, 27). Salomone, parlando della sapienza che egli aveva chiesto a Dio, dice: «E insieme con essa vennero a me tutti i beni, e per le mani di lei un’infinita ricchezza» (Sap. VII, 11). Lo stesso può ripetere ciascuno che ha ricevuto la veste della grazia nel Battesimo. L’uomo con il peccato aveva offeso Dio; e l’offesa fattagli non avrebbe mai potuto riparare. Aveva contratto un debito che nessuno, al mondo, avrebbe potuto estinguere. Con il Battesimo l’offesa è riparata, il debito è estinto. L’uomo da nemico di Dio diventa sua amico, anzi figlio adottivo. «Siete stati mondati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signor nostro Gesù Cristo, e mediante lo Spirito del nostro Dio» (I Cor. VI, 11), dichiara l’Apostolo ai Corinti. Esule dal Paradiso l’uomo non poteva aspirare a mettervi il piede, se fosse dipeso dalle sue forze. Era una condanna, che non si sarebbe potuta scontare col tempo, e che nessun uomo poteva togliere. Nel Battesimo la condanna è tolta. «Nessuna condanna, dunque, ora per coloro che sono incorporati in Cristo» (Rom. VIII, 1). Divenuto nel Battesimo membro della Chiesa, l’uomo può usare dei mezzi della grazia, che essa somministra per la santificazione dei suoi figli; e progredire, così, sempre più nella santità cui è chiamato. S. Gerolamo, parlando del Battesimo, dichiara: «Mi mancherebbe il tempo, se volessi esporre quanto si contiene nella Sacra Scrittura su l’efficacia del Battesimo». (Epist. 69 7, ad Ocean.) A noi basti considerare che, prima del Battesimo, l’uomo è tempio del demonio, e, dopo, è tempio di Dio; che nel Battesimo egli è generato a una vita nuova, la vita della grazia.

3.

Gesù Cristo aveva preso sopra di sé i peccati di tutti gli uomini, e morì come rappresentante dei peccatori. Morì, però, una volta per sempre. Ed espiati i peccati una volta per sempre, mediante la sua morte, non ha più che fare con il peccato. La vita che vive dopo la sua risurrezione, la vive a onore e gloria di Dio. Alla stessa guisa — dice S. Paolo — anche voi consideratevi morti al peccato e viventi a Dio in Cristo Gesù Signor nostro ». Cioè, ad esempio di Gesù Cristo, dobbiamo considerarci morti per sempre al peccato, e condurre a onore e gloria di Dio la vita, che Egli ci serba dopo il Battesimo. – Il popolo d’Israele s’era sottratto alla schiavitù dell’Egitto, attraverso il Mar Rosso. Da questo mare Israele esce salvo; ma i suoi nemici vi trovano la morte, sepolti nelle onde. Sentiamo una bella osservazione di S. Agostino. «Muoiono nel Mar Rosso tutti i nemici di quel popolo, muoiono nel Battesimo tutti i nostri peccati. Osservate fratelli: dopo quel Mar Rosso non vien data subito la patria, né il trionfo è completamente sicuro, come se non esistessero più nemici; poiché rimane ancora la solitudine del deserto; rimangono ancora i nemici che insidiano il cammino. Così, anche dopo il Battesimo, la vita cristiana è soggetta alla tentazione», (En. In Ps. LXXII, 5) Dal Battesimo il Cristiano è risorto a nuova vita con Gesù Cristo, ma la concupiscenza, ch’è rimasta anche dopo la morte al peccato, non gliela lascia godere con completa sicurezza. Di qui la necessità, per il Cristiano, di lottare continuamente contro la concupiscenza per non lasciarsi trascinare da essa, alla vita di peccato di prima. Sarebbe un inganno dormir tranquilli, perché nel Battesimo e più tardi nella Confessione, i nostri peccati furono seppelliti. Un giardiniere apparecchia con tutta cura l’aiuola. Con la vanga volta, sminuzza il terreno e lo monda dalle erbe inutili e nocive. Ma quanti germi vi son rimasti, sfuggiti al suo sguardo, o vi sono continuamente portati. Senza ulteriori, continue cure, quell’aiuola si ricoprirà ben presto dell’erbacce di prima. Senza continua vigilanza e premura, i peccati che furono sepolti nel Battesimo, e più tardi nella Penitenza, torneranno ben presto a dominare. Quando il missionario versa sul capo dei neofiti, da lui preparati, l’acqua del Battesimo, si sente l’animo ripieno di giubilo al pensiero che la Chiesa acquista un nuovo figlio, e il Cielo un nuovo erede. Ma questo giubilo è ben spesso turbato da un dubbio: Si manterrà costante nella fede? Continuerà nella buona via? Date le circostanze, i pericoli in cui vengono a trovarsi quei novelli convertiti, l’esperienza dimostra che questo dubbio non è fuor di posto. Questa domanda facciamocela schiettamente noi: Abbiam continuato nella buona via? Non siamo più ritornati al peccato al quale eravamo morti nel Battesimo? Domanda molto opportuna, anzi, necessaria, poiché «per il solo Battesimo non si consegue la vita eterna, se dopo averlo ricevuto si vive malamente » (S. Fulgenzio De Reg. verae Fidei. 44). Dopo il Battesimo abbiamo un altro Sacramento, nel quale vengono seppelliti i nostri peccati; ma anche questo Sacramento, come il Battesimo, va ricevuto con il fermo proposito di risorgere a vita nuova e di non ritornare più al peccato. C’è sempre questa disposizione nel continuo alternarsi di grazia e di peccato, di morte e di vita dell’anima? A confermare il nostro proposito di esser morti per sempre al peccato e di progredire nella vita della grazia, giova grandemente la considerazione della dignità, da noi conseguita nel Battesimo, e degli obblighi che ne derivano. Tanti usano notare su apposito memoriale le date più importanti della vita. I cristiani fervorosi non trascurano di porre, tra queste date, quello del Battesimo, della Cresima, della 1. Comunione. Un santo e zelante missionario, il gesuita P. Vittorio Delpech, per tenersele in mente più facilmente e in modo più vivo, le scrisse sopra un cranio, che volle aver sempre con sé. La data della nascita era scritta sulla fronte, accompagnata da questi due. versetti: «Ricorda il tuo Battesimo ed esulterai in eterno. — Ricorda i novissimi e non peccherai in eterno». Se vogliamo pervenire all’esultanza a cui il Battesimo ci dà diritto, ricordiamolo spesso, e non smentiamolo mai.

Graduale

Ps LXXXIX: 13; LXXXIX: 1 Convértere, Dómine, aliquántulum, et deprecáre super servos tuos. V. Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie. Allelúja, allelúja. [Vòlgiti un po’ a noi, o Signore, e plàcati con i tuoi servi. V. Signore, Tu sei il nostro rifugio, di generazione in generazione. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XXX: 2-3 In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me: inclína ad me aurem tuam, accélera, ut erípias me. Allelúja. [Te, o Signore, ho sperato, ch’io non sia confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e allontanami dal male: porgi a me il tuo orecchio, affrettati a liberarmi Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.

Marc. VIII: 1-9 In illo témpore: Cum turba multa esset cum Jesu, nec haberent, quod manducárent, convocatis discípulis, ait illis: Miséreor super turbam: quia ecce jam tríduo sústinent me, nec habent quod mandúcent: et si dimísero eos jejúnos in domum suam, defícient in via: quidam enim ex eis de longe venérunt. Et respondérunt ei discípuli sui: Unde illos quis póterit hic saturáre pánibus in solitúdine? Et interrogávit eos: Quot panes habétis? Qui dixérunt: Septem. Et præcépit turbæ discúmbere super terram. Et accípiens septem panes, grátias agens fregit, et dabat discípulis suis, ut appónerent, et apposuérunt turbæ. Et habébant piscículos paucos: et ipsos benedíxit, et jussit appóni. Et manducavérunt, et saturáti sunt, et sustulérunt quod superáverat de fragméntis, septem sportas. Erant autem qui manducáverant, quasi quatuor mília: et dimísit eos.

Omelia II

A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXIV

“Di quei giorni essendo di nuovo grande la folla con Gesù, né avendo quelli da mangiare, chiamati a sé i discepoli, disse loro: Mi fa compassione questo popolo, perché sono già tre giorni che si trattiene con me, e non ha da mangiare, e se li rimanderò alle case loro digiuni, verranno meno per istrada: imperocché taluni di essi son venuti di lontano. E i discepoli gli risposero: E come potrà alcuno qui in una solitudine satollarli di pane? Ed egli domandò loro: Quanti pani avete? Risposero: Sette. E ordinò alle turbe che sedessero per terra. E presi i sette pani, rese le grazie, li spezzò, e li diede a’ suoi discepoli, perché li ponessero davanti alle turbe, come li posero. E avevano ancora pochi pesciolini: e questi pur benedisse, e ordinò che fossero distribuiti. E mangiarono, e si satollarono; e raccolsero degli avanzi che rimasero, sette sporte”. (Marc. VIII, 1-8).

Nostro Signor Gesù Cristo per due volte nel tempo della sua vita pubblica operò il miracolo della moltiplicazione dei pani. La prima volta con cinque pani e con due pesci il Redentore diede nutrimento a cinquemila uomini, senza contare le donne ed i fanciulli, avanzando ancora dodici ceste di pane. La seconda volta Gesù moltiplicò sette pani e alcuni pochi pesciolini, dando cibo a quattromila uomini, anche qui senza tener conto delle donne e dei fanciulli, ed avanzando sette sporte. Il primo di questi miracoli, che è anche il più strepitoso, ci viene ricordato nel Vangelo della quarta domenica di quaresima; ed il secondo viene proposto alla nostra considerazione oggi.

1 . Racconta adunque il Vangelo di questa Domenica come essendo grande la folla che teneva dietro a Gesù, attirata dalle sue parole e da’ suoi prodigi, né avendo da mangiare, chiamati a sé i discepoli, disse loro: Mi fa compassione questo popolo, perché sono già tre giorni che si trattiene con me, e non ha da mangiare; e se li rimanderò alle case loro digiuni verran meno per istrada: imperocché taluni di essi sono venuti da lontano. E qui, o miei cari, come non restare ammirati di queste turbe devote, le quali, abbandonate le loro case, i loro lavori e le loro industrie, a cielo aperto, a stomaco digiuno, se ne stavano da tre giorni e tre notti presso di Gesù per godere della sua compagnia e ascoltare la sua predicazione! Quale contrasto tra queste turbe così sollecite di apprendere e di fare ciò che gioverà alla loro eterna salute, e tanti Cristiani, i quali alle cose di Dio e dell’anima pensano così poco! Eppure esige forse il Signore che per attendere alle cose di Dio e dell’anima lasciamo ancor noi le nostre faccende e per più giorni di seguito? No, o miei cari. È bensì vero che tutti i giorni sono del Signore, e che tutti li dobbiamo dedicare alla sua gloria; ma siccome i bisogni della vita c’impediscono di sempre attendere agli esercizi di religione, Iddio riservavasi in modo speciale un giorno solo della settimana, ordinando però che fosse da noi occupato nel conoscerlo, nell’adorarlo e nel servirlo. E questo comandamento lo fece fin dal principio del mondo, perciocché il Signore, creato l’universo, santificò subito un tal giorno, onde gli uomini celebrassero la memoria della creazione e del misterioso riposo, ch’Egli prese dopo aver compiuta l’opera sua. Questo giorno nella Legge antica era il settimo, e si chiamava Sabbato, parola che significa riposo: ma nella Legge nuova è il primo giorno della settimana, che si chiama Domenica, ossia giorno del Signore, sostituito al Sabbato dagli Apostoli, per divina ispirazione, in memoria della Risurrezione di Gesù Cristo, e delia discesa dello Spirito Santo. Il Signore dice adunque: « Lavorate per sei giorni, ma il settimo è il riposo del vostro Iddio, e in esso non lavorate, né voi. né il figlio vostro, né il vostro servo. Con tutto ciò andando con noi con la massima larghezza, ci permette i lavori voluti dalla necessità e dalla carità, come anche le opere dette liberali, quali sono leggere, scrivere, disegnare, e simili, vietando solo le opere servili, cioè ogni lavoro che può distogliere dall’attendere al divino servizio. Poteva adunque il Signore essere meno esigente con noi! Epperò questa poca esigenza di Dio a nostro riguardo non accresce anche di più la gravezza della nostra colpa nel non obbedirlo? Che gran male adunque è quello di occuparsi in tal giorno in opere mercenarie, senza grave necessità imposta o dal divino servizio, o dal servizio pubblico, o dalla mancanza del necessario alla vita! Che male anche peggiore l’abbandonarsi nel giorno di festa a profani dissipamenti, a divertimenti mondani, ad atti peccaminosi! Questi sono vietati sempre, ma non debbono esserlo anche maggiormente nei giorni sacri al Signore? Certamente il peccato è sempre un gran male, anche commesso nei dì feriali; ma in giorno di festa apparisce come una maggiore enormità, essendo che indica una dimenticanza più grande del Signore, ed un disprezzo più marcato della sua santa legge. Ma a non offendere Iddio e a soddisfarlo invece nei giorni festivi non basta astenerci dalle opere servili e peccaminose, bisogna anche occupare la festa nel suo santo servizio, applicandoci ad opere di pietà e di religione. In ciò consiste l’essenza ed il fine del precetto. Se Dio comanda d’interrompere i lavori ordinari, si è affinché niente ci distolga dall’attendere al divino suo servizio. Potrebbe essere onorato Iddio con un riposo di ozio? Si santificherebbe forse questo giorno, passandolo unicamente nel divertirsi? No, certo: ciò che santifica il giorno consacrato a Dio è l’assistenza alla Messa, ai divini uffici, alle istruzioni religiose, ad ogni buona opera, che ha per oggetto il culto di Dio, la santificazione dell’anima nostra o il bene del prossimo. Iddio però non vieta un sollievo onesto o moderato: no, esso ci è necessario, e possiamo prenderlo; non mai tuttavia a danno della pietà e in tempo destinato all’orazione, alle funzioni ecclesiastiche e all’istruzione religiosa. – Nella legge di Mosè vi era la pena di morte contro i profanatori del Sabbato; dappoiché Iddio non solo comandò che fosse lapidato chi trovarono in tal giorno a raccogliere sarmenti nel deserto, ma disse ancora a Mosè: « Parla ai figliuoli d’Israele e di’ loro: Osservate il Sabato, perché per voi è santo: chi lo violerà, sarà punito con la morte ». Se ora Iddio sembra mostrarsi più clemente, non dobbiamo però abusarcene. E poiché Iddio, così buono e così largo con noi si accontenta, che al suo divino servigio e alle cose dell’anima impieghiamo in modo speciale un giorno solo della settimana, ossequenti al suo comando, impieghiamolo con impegno.

2. Gesù, pieno di compassione per quel popolo, che gli dava prova di tanto amore, rivolse a lui il suo pensiero, non potendo patire che se ne tornasse a casa digiuno, e temendo che alcuno ne avesse a soffrire. Ma alle parole di Gesù i discepoli, che sembravano aver già dimenticato il miracolo della prima moltiplicazione dei pani, risposero: E come potrà alcuno qui in una solitudine satollarlo di pane? E il Signore domandò loro: Quanti pani avete? Risposero: Sette. E fatta (ancor questa volta) sedere a terra quella moltitudine, benedice, spezza, moltiplica, fa distribuire quei sette pani avuti ed alcuni pesciolini che pur si trovarono, ed (anche questa volta) quelle turbe mangiarono, e furono satollate, anzi, raccolto ciò che era rimasto, si empirono ancora sette sporte. Che strepitoso miracolo è questo! Eppure un miracolo assai più grande è quello a cui si assiste e di cui si gode qui nelle nostre chiese specialmente alla Domenica dai buoni Cristiani, che vengono ad assistere al santo Sacrifizio della Messa. Ed in vero, si può dire che sia piccola meraviglia ciò che nel Sacrifizio della santa Messa operano poche parole, non già profferite da Dio, ma da un semplice sacerdote! E chi mai poteva immaginarsi che la voce di un uomo, la quale non ha forza dalla natura neppure di alzare una paglia da terra, dovesse poi avere dalla grazia una forza così straordinaria da far scendere dal cielo in terra il Figlio di Dio? Questo pertanto è un prodigio analogo a quello della moltiplicazione dei pani, ma di gran lunga superiore, giacché per esso avviene in certa guisa la moltiplicazione del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo. E ciò con quale immenso vantaggio, non solo specialissimo per coloro che vi assistono, ma ancor generale per tutto il mondo. Se al mondo non vi fosse il sole, che sarebbe mai di esso? Ogni cosa sarebbe tenebre, orrore, sterilità e somma miseria. Ma se al mondo non vi fosse la S. Messa, noi saremmo privi di ogni bene, e ricolmi di ogni male; saremmo il bersaglio di tutti i fulmini dell’ira di Dio. – Alcuni si meravigliano, parendo loro che Iddio abbia cambiato il modo di governare, essendo che anticamente si faceva chiamare il Dio degli eserciti, e parlava ai popoli framezzo alle nuvole, e con i fulmini alla mano, e castigava le colpe con tutto il rigor della sua giustizia, mentre ora tollera con pazienza non solo le vanità e le leggerezze; ma i peccati più sordidi, gli scandali più iniqui, e le bestemmie più orrende, che molti de’ Cristiani vomitano ad ogni tratto contro il suo santissimo nome. Come va dunque! Perché sì gran diversità di governo? Forse le nostre ingratitudini sono più scusabili, che non erano prima? Tutto all’opposto. Sono assai più colpevoli, stante l’aggiunta di benefici sì immensi. La ragione vera di sì stupenda clemenza è la S. Messa, in cui si offre all’eterno Padre questa gran vittima di Gesù. Ecco il sole di Santa Chiesa, che dissipa le nuvole, e rasserena il cielo. Ecco l’arco celeste, che placa la tempesta della divina giustizia. Io per me credo, dice S. Leonardo da Porto Maurizio, che se non fosse la Santa Messa, a quest’ora il mondo sarebbe già sprofondato, per non poter più reggere al grande peso di tante iniquità; la Messa è quel poderoso sostegno, che lo tiene in piedi. Arguite adunque da tutto questo, quanto vantaggioso per il mondo intero sia il divin Sacrifizio dei nostri altari. Ora, o miei cari, non rattrista il vedere taluni a farne poco e nessun conto! Alcuni giungono a tal segno d’infedeltà verso la bontà di Dio, che ommettono di assistere all’augusto sacrifizio della santa Messa nei medesimi giorni festivi. Altri la vanno ad ascoltare di rado, o vi stanne di mala voglia: altri l’ascoltano distratti, senza modestia, senza venerazione, senza rispetto, rimanendo seduti o in piedi, talvolta ridendo, talvolta parlando o guardando qua e là. Deh! Non sia così di noi. Quando andiamo ad ascoltare la santa Messa, procuriamo di assistervi col massimo raccoglimento. Il nostro spirito, il nostro cuore, i sentimenti nostri non siano ad altro intenti che ad onorare Iddio. Oh! una Messa ben ascoltata quali grazie e benedizioni ci può apportare! La grazia che ricevettero le turbe nel deserto coll’essere state satollate di cibo materiale non è che un’ombra di quella grazia spirituale ed abbondante, con cui Iddio riempie l’anima nostra durante il sacrifizio della Messa. Epperò aveva ancor ben ragione lo stesso S. Leonardo di predicare così: ” Lasciate che io salga sulle cime dei più alti monti, e quivi a gran voce esclami: Popoli ingannati, che fate voi? Perché non correte alla chiesa ad ascoltare santamente quante Messe potete?” Ma se Iddio vuole dispensare con tanta abbondanza le sue grazie specialmente nei giorni a lui sacri e durante il Sacrifizio della Messa, non lascia tuttavia di dispensarle negli altri tempi, massime a coloro che vanno a visitarlo, a passare qualche istante con Lui, che si trova nel SS. Sacramento. Sì, o miei cari, nostro Signor Gesù Cristo trovasi realmente presente nei nostri tabernacoli, e vi sta notte e giorno per spargere sopra di noi una pioggia non mai interrotta di benedizioni celesti. Ma Egli desidera ardentemente, che noi imitiamo le turbe del deserto, che ci avviciniamo a Lui, che ci rechiamo a fargli visita, che ci intratteniamo qualche volta presso i suoi altari. Un giorno dandosi a vedere a San Giovanni Berchmans e mostrandogli una corona di rose, “ecco – gli disse – le mie grazie: ma io le comparto a coloro, che vengono dinnanzi ai miei altari per domandarmele”. Ecco pertanto le parole che rivolge a noi dal santo tabernacolo: “Venite, o voi che siete travagliati dalle sventure, dalle traversie, dalle infermità della vita, ed Io vi ristorerò; venite, voi già vicini al tramonto della vita, ed Io vi sosterrò nei vostri stanchi anni. Venite voi massimamente, o giovani, che nell’aprile della vita siete dal mondo, dal demonio, dalla carne sollecitati a correre perdutamente a cogliere i fiori di ogni vietato piacere, a porre il labbro incauto al calice di Babilonia, sì, venite a me, e Io sarò il fiore soavissimo dell’anima vostra, e Io vi darò a gustare le dolcezze inebrianti del mio purissimo amore, e vi farò cittadini onorati della terrena e della celeste Sion. Sì, perché Io conosco i vostri bisogni, ed ho compassione di voi: misereor super turbam!” E noi non asseconderemo questo tenero invito? Ah! I Santi trovavano le loro delizie in visitare sì spesso Gesù, e nello sfogarsi con Lui in dolci affetti! S. Vincenzo de’ Paoli lo visitava più spesso che gli era possibile, e il principale sollievo che prendeva tra le gravi sue occupazioni, era quello di passare un po’ di tempo dinnanzi al sacro Tabernacolo. S. Luigi Gonzaga era tutto in festa quanto poteva fare compagnia al suo caro Gesù, e non sapeva partirsene che con pena. S. Francesco Saverio, in mezzo alle immense sue fatiche, trovava un grandissimo ristoro nel passare gran parte della notte avanti a Gesù Sacramentato. Lo stesso soleva fare San Francesco Regis, il quale, trovando chiusa talvolta la chiesa, si tratteneva di fuori genuflesso avanti alla porta, esposto all’acqua e al freddo per far corteggio, almeno così da lontano, al suo Sacramentato Signore. Oh, che vastissimo campo allo sfogo della divozione presenta mai un altare dove abita Gesù Sacramentato! Prendiamo adunque, o miei cari, la bella pratica di fare ogni giorno una visita a Gesù Sacramentato. Non occorre che ci fermiamo molto tempo in chiesa: basteranno pochi minuti, purché questi siano da noi ben impiegati nel fare qualche atto di adorazione e di amore, nel domandare umilmente qualche grazia. Come ne sarà contento Gesù e quanto ne avvantaggerà l’anima nostra!

3. Finalmente dobbiamo considerare che non è solamente nel SS. Sacramento dell’Eucarestia che noi possiamo essere rifocillati della grazia di Dio, ma in tutti quanti i sette Sacramenti. I quali appunto, come osserva il Venerabile Beda, sono raffigurati nel miracolo di oggi, prima nei sette pani, che Gesù moltiplicò e poi, come nota San Giovanni Grisostomo anche nelle sette sporte che avanzano. Imperciocché i sette Sacramenti di nostra Santa Chiesa sono sempre superstiti, sempre duraturi sino alla consumazione dei secoli, benché continuamente ne siano nutriti i fedeli Cristiani. Quanto grande adunque è la bontà di Gesù Cristo, il quale con l’istituzione dei sette Sacramenti, che dureranno sine alla fine del mondo, va perpetuando nella sua chiesa il gran miracolo della moltiplicazione incessante della sua grazia per cibarne e riempierne le anime dei Cristiani, secondo i bisogni diversi della loro vita. Difatti per mezzo del Battesimo noi nasciamo spiritualmente in Gesù Cristo, siamo accolti nel seno di santa Madre Chiesa, cessiamo di essere schiavi del demonio, diventiamo figliuoli di Dio e perciò eredi del paradiso. Nella Cresima, ovvero Confermazione, noi siamo rafforzati e rinvigoriti ricevendo la pienezza dei doni dello Spirito Santo, e diventando perfetti Cristiani. Nell’Eucarestia Gesù Cristo ci dà in nutrimento e ristoro il suo sangue, la sua anima e la sua divinità sotto le specie del pane e del vino consacrati. Nella penitenza siamo guariti dalle infermità del peccato contratte dopo il Battesimo. Nella Estrema Unzione, ovvero Olio Santo, Dio viene in soccorso degl’infermi, e per mezzo della sacra unzione ci comunica le grazie necessarie per cancellare dall’anima nostra i peccati con le loro reliquie, per darci forza a sopportare pazientemente il male, fare una buona morte, qualora Iddio abbia decretato di chiamarci all’eternità, ed anche per dare la sanità corporale, se è utile alla salute dell’anima. Nel Sacramento dell’Ordine ovvero nella sacra Ordinazione, Dio comunica ai sacri Ministri le grazie convenienti per acquistare quell’alto grado di santità, che loro è necessario, ed anche per poter guidare ed istruire i fedeli nella fede, nella fuga del vizio, e nella pratica delle virtù. Finalmente il Matrimonio è quel Sacramento, che dà la grazia ai coniugati di vivere tra loro in pace e carità, ed allevare cristianamente la propria figliolanza, qualora Iddio nell’infinita sua sapienza giudichi di concederne. Vedete adunque, o cari giovani e cari Cristiani, con quale bontà, con quale sapienza, con quale armonia Gesù Cristo ha stabilite nei suoi Sacramenti quelle grazie, che ci sono necessarie nelle diverse condizioni della vita. Poteva Egli essere più generoso con noi? Oh sì, riconosciamo e confessiamo che in confronto di tutto questo è ben poca cosa il miracolo della moltiplicazione dei pani a prò di quelle turbe del deserto. Ma intanto fermiamoci alcuni istanti a considerare come abbiamo corrisposto a questi grandi segni dall’amor Divino; che se ci accorgessimo, che la nostra coscienza ci rimorda di qualche ingratitudine, procuriamo di porvi rimedio al più presto possibile, specialmente col prepararci a fare una buona Confessione e una buona Comunione. E intanto non dimentichiamo, che se noi non ci diamo sollecitudine di approfittare di questi grandi mezzi di salvezza secondo lo stato in cui ci troviamo, noi non potremo partecipare al gran benefizio della Redenzione, e perciò non potremo salvare l’anima nostra.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XVI: 5; XVI: 6-7 Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi sui tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino: porgi l’orecchio ed esaudisci la mia preghiera: fa rispleyndere le tue misericordie, o Signore, Tu che salvi quelli che sperano in Te.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, et has pópuli tui oblatiónes benígnus assúme: et, ut nullíus sit írritum votum, nullíus vácua postulátio, præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur. []

Communio

Ps XXVI: 6 Circuíbo et immolábo in tabernáculo ejus hóstiam jubilatiónis: cantábo et psalmum dicam Dómino. [Circonderò, e immolerò sul suo tabernacolo un sacrificio di giubilo: canterò e inneggerò al Signore].

Postcommunio

Orémus.

Repléti sumus, Dómine, munéribus tuis: tríbue, quæsumus; ut eórum et mundémur efféctu et muniámur auxílio. [Colmàti, o Signore, dei tuoi doni, concédici, Te ne preghiamo, che siamo mondati per opera loro e siamo difesi per il loro aiuto.]

Per l’ordinario vedi:

ORDINARIO DELLA MESSA – ExsurgatDeus.org

LO SCUDO DELLA FEDE (69)

LO SCUDO DELLA FEDE (69)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO IV

QUARTA FRODE. FARE Ogni PRIVATO GIUDICE DELLA FEDE.

Un’altra astuzia adoperano eziandio questi iniqui per rubarvi il tesoro della S. Fede. Come fa il lupo che vuol ghermire la pecorella? procura di coglierla, quando i pastori sono lontani ed i cani dormono. Come fa l’insidiatore che vuol sedurre una donna od ingannare un giovane? procura di assalire quella, mentre il marito è lontano, e trappolare questo, mentre il padre è assente. – Così fanno questi maestri Protestanti. V’insinuano i loro errori, quando i vostri Sacerdoti, i vostri Parrochi non li odono: anzi vi proibiscono di far loro sapere nulla di quel che vi dicono, di mostrare loro i libri che vi regalano, di manifestare gl’insegnamenti che vi danno. E tutti i loro errori li spargono nel segreto, nei conventicoli. O perché così? Se fosse la verità quello che v’insegnano non temerebbero tanto la luce. Solamente chi fa il male odia la luce (Joan. III, 20), dice nostro Signor Gesù Cristo. Se essi tanto la odiano che segno è? – Poi come vi fanno questo insegnamento? Proprio alla maniera di chi vuole ingannare. Si accorgono che vi occupati del lavoro della campagna o di qualche arte per guadagnarvi il pane, non avete potuto fare studi sopra la religione e però non potete sapere quale sia la vera Santa Scrittura, né come si debba intendere per non errare. Ebbene essi vi mettono in mano per l’appunto la Santa Scrittura e questa falsificata in più modi, sia perché ve ne danno una traduzione in cui hanno inserito parole e sensi fallaci, sia perché ne hanno levati dei tratti e dei libri interi. Quando vi hanno posto questo libro in mano v’invitano a leggere qua e là. Vedete queste parole, vedete quest’altre, e voi che non avete fatto studio di quel Santo libro, non sapete rispondere, rimanete confuso: allora essi vi spiegano quelle parole a loro modo, v’insinuano degli errori gravissimi, e vi fanno credere che quei loro errori hanno fondamento nella Santa Scrittura e voi rimanete miseramente ingannato. Quegli però a cui accadesse sì gran disgrazia, non dovrebbe accagionarne altri che se stesso: perocché e non ci ha avvertito Gesù, che non dessimo retta ad altri che alla Chiesa e che non ci fidassimo del nostro giudizio? Qual meraviglia però che quelli che invece di riposare sicuri sugl’insegnamenti dei sacri pastori, vogliono vedere coi propri occhi, toccare con le proprie mani, giudicare col proprio giudizio, mentre non ne hanno la capacità, restino alfine vittime della loro superbia? La fede è un albero fortunato, che non mette bene nei cuori superbi: laddove nei cuori umili getta profonde radici e cresce e prospera e fruttifica mirabilmente. Guai, guai ai superbi, dice Gesù tante volte, perché Iddio, resisterà loro, e negherà ad essi la sua grazia! – Quando adunque essi cominceranno a regalarvi quelle Bibbie corrotte, quei Vangeli falsificati, dite loro francamente che non volete neppure toccarli, perché non volete contaminarvi. Quando vi contano tutte quelle buone ragioni, dite loro che voi non vi vergognate di non esser capaci d’intenderle, perché non avete potuto fare studi in quelle materie, che vadano dai vostri maestri, dai vostri Sacerdoti, che convertano prima quelli, e che poi penseranno a voi. E questo, diciamolo così di passaggio, è quello appunto che fa la S. Chiesa Cattolica. – Questa buona Madre, che non teme la luce, quando si adopera per spargere la Santa Fede, non si rivolge di preferenza alle persone ignoranti, ma in piena luce si rivolge ai Protestanti più dotti, a quelli che hanno studiato di più; a quelli appunto propone le sue sante dottrine, e questi spesse volte, perché più capaci d’intenderle, sono i primi che abbracciano la Santa Fede Cattolica. – In questi giorni appunto in cui essi tentano di sedurre voi inesperti di questa materia, i più gran savi tra di loro abbandonano il protestantismo e si fanno Cattolici. E se vi negassero ciò perché hanno una faccia molto proterva per negare la verità conosciuta, voi domandate se sia vero che i principali professori protestanti dell’Università di Oxford in Inghilterra si sono fatti Cattolici o no: se ve lo negheranno, dite loro che mentono alla presenza di tutta l’Europa, che li conosce e ne li loda fino al cielo: se ve lo concedono, dite loro, che essi che sanno tanto, vadano a convertire quelli, e che voi non volete abbracciare una Religione la quale è lasciata in abbandono dai più sapienti, tra quelli che avevano tutto l’interesse a non lasciarla, perché erano nati in essa, se già non fosse che l’hanno trovata apertamente falsa.

SALMI BIBLICI “CONFITEBOR TIBI DOMINE” (IX)

SALMO 9:  “Confitebor tibi Domine”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

SALMO IX.

[ In finem, pro occultis filii. Psalmus David.

[1] Confitebor tibi, Domine,

in toto corde meo; narrabo omnia mirabilia tua.

[2] Laetabor et exsultabo in te; psallam nomini tuo, Altissime.

[3] In convertendo inimicum meum retrorsum; infirmabuntur, et peribunt a facie tua.

[4] Quoniam fecisti judicium meum et causam meam; sedisti super thronum, qui judicas justitiam.

[5] Increpasti gentes, et periit impius: nomen eorum delesti in aeternum, et in saeculum saeculi.

[6] Inimici defecerunt frameæ in finem, et civitates eorum destruxisti. Periit memoria eorum cum sonitu;

[7] et Dominus in æternum permanet. Paravit in judicio thronum suum;

[8] et ipse judicabit orbem terræ in aequitate, judicabit populos in justitia.

[9] Et factus est Dominus refugium pauperi; adjutor in opportunitatibus, in tribulatione.

[10] Et sperent in te qui noverunt nomen tuum, quoniam non dereliquisti quærentes te, Domine.

[11] Psallite Domino qui habitat in Sion; annuntiate inter gentes studia ejus,

[12] quoniam requirens sanguinem eorum recordatus est; non est oblitus clamorem pauperum.

[13] Miserere mei, Domine: vide humilitatem meam de inimicis meis,

[14] qui exaltas me de portis mortis, ut annuntiem omnes laudationes tuas in portis filiae Sion.

[15] Exultabo in salutari tuo. Infixæ sunt gentes in interitu quem fecerunt; in laqueo isto quem absconderunt comprehensus est pes eorum.

[16] Cognoscetur Dominus judicia faciens; in operibus manuum suarum comprehensus est peccator.

[17] Convertantur peccatores in infernum, omnes gentes quæ obliviscuntur Deum.

[18] Quoniam non in finem oblivio erit pauperis; patientia pauperum non peribit in finem.

[19] Exsurge, Domine; non confortetur homo: judicentur gentes in conspectu tuo.

[20] Constitue, Domine, legislatorem super eos, ut sciant gentes quoniam homines sunt.

[21] Ut quid, Domine, recessisti longe, despicis in opportunitatibus, in tribulatione?

[22] Dum superbit impius, incenditur pauper: comprehenduntur in consiliis quibus cogitant.

[23] Quoniam laudatur peccator in desideriis animæ suæ, et iniquus benedicitur.

[24] Exacerbavit Dominum peccator, secundum multitudinem iræ suæ, non quæret.

[25] Non est Deus in conspectu ejus, inquinatae sunt viae illius in omni tempore. Auferuntur judicia tua a facie ejus; omnium inimicorum suorum dominabitur.

[26] Dixit enim in corde suo: Non movebor a generatione in generationem, sine malo.

[27] Cujus maledictione os plenum est, et amaritudine, et dolo; sub lingua ejus labor et dolor.

[28] Sedet in insidiis cum divitibus in occultis, ut interficiat innocentem.

[29] Oculi ejus in pauperem respiciunt; insidiatur in abscondito, quasi leo in spelunca sua. Insidiatur ut rapiat pauperem; rapere pauperem dum attrahit eum.

[30] In laqueo suo humiliabit eum; inclinabit se, et cadet cum dominatus fuerit pauperum.

[31] Dixit enim in corde suo: Oblitus est Deus; avertit faciem suam, ne videat in finem.

[32] Exsurge, Domine Deus, exaltetur manus tua; ne obliviscaris pauperum.

[33] Propter quid irritavit impius Deum? dixit enim in corde suo: Non requiret.

[34] Vides, quoniam tu laborem et dolorem consideras, ut tradas eos in manus tuas. Tibi derelictus est pauper; orphano tu eris adjutor.

[35] Contere brachium peccatoris et maligni; quæretur peccatum illius, et non invenietur.

[36] Dominus regnabit in æternum, et in sæculum saeculi; peribitis, gentes, de terra illius.

[37] Desiderium pauperum exaudivit Dominus; præparationem cordis eorum audivit auris tua,

[38] judicare pupillo et humili, ut non apponat ultra magnificare se homo super terram.

[Vecchio Testamento secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO IX

Càntico trionfale a Dio per la liberazione dai nemici, e nel senso più inteso dallo Spirito Santo, per la liberazione dal demonio e dalla idolatria, operata da Cristo con la sua morte. Per ciò il titolo del

Salmo: Per gli arcani del Figlio; e nell’ Ebreo:

Per la morte del Figlio.Per la fine: pegli occulti (misteri) del Figlio.

1. Te, io loderò, o Signore, con tutto il mio cuore: racconterò tutte le tue meravigli!

2. in te mi rallegrerò e tripudierò, canterò inni al tuo nome, o Altissimo.

3. Perché tu hai messo in fuga il mio nemico: e diverranno impotenti, e dal tuo cospetto saran dissipati.

4. Perocché tu hai presa in mano la mia causa e la mia difesa: ti se’ assiso sul trono, tu che giudichi con giustizia.

5. Tu hai sgridate le nazioni, e l’empio è ito in rovina: hai cancellato il nome loro in eterno e per tutti i secoli.

6. Sono senza forza per sempre le spade dell’inimico; tu hai distrutte le loro cittadi.

7. Svanì col suono la loro memoria; ma il Signore sussiste in eterno.

8. Egli ha preparato il suo trono per far giudizio; ed egli stesso giudicherà il mondo con equità, giudicherà i popoli con giustizia.

9. E il Signore è stato rifugio al povero, aiutatore al tempo opportuno, nella tribolazione.

10. E sperino in te quei checonoscono il nome tuo, perchè tu, o Signore, non hai abbandonato coloro che ti cercano.

11. Cantate inni al Signore, che abita in Sion; annunziate i consigli di lui tra le nazioni;

12. Imperocché colui che fa vendetta del sangue, si è ricordato di essi: non ha posto in dimenticanza le grida del povero.

13. Abbi misericordia di me, o Signore: mira l’umiliazione mia per opera de’ miei nemici.

14. Tu che mi rialzi dalle porte di morte, affinché annunzi io tutte le lodi tue alle porte della figliuola di Sion.

15. Esulterò per la salute che viene da te; si son sommerse le genti nella fossa, che aveano fatta. In quel laccio stesso, che tenevan nascoso è stato preso il loro piede.

16. Sarà conosciuto il Signore, che fa giustizia: nelle opere delle mani sue è stato preso il peccatore.

17. Sian gettati nell’inferno i peccatori, le genti tutte che di Dio si dimenticano.

18. Imperocché non per sempre sarà dimenticato il povero; la pazienza del povero non sarà vana per sempre.

19. Levati su, o Signore, non cresca l’uomo in possanza, sien giudicate le genti dinanzi a te.

20. Poni sopra di loro, o Signore, un legislatore, affinché conoscan le genti ch’elle sonouomini.

21. E perché, o Signore, ti se’ ritirato in lontananza, ci hai negletti nel maggior uopo, nella tribolazione?

22. Mentre l’empio insolentisce, il povero è nella fornace: sono presi nei consigli che hanno ideati.

23. Imperocché lode riscuote il peccatore  nei desideri dell’anima sua, el’iniquo benedizione.

24. Il peccatore ha esacerbato il Signore;  secondo la molta sua arroganza egli noi cercherà.

25. Dinanzi a lui Dio non è: le di lui vie sono sempre contaminate. I tuoi giudizi son lungi dalla vista; ei trionferà di tutti i suoi avversari.

26. Imperocché egli ha detto in cuor suo: Io non sarò scosso, d’una in altra età (sarò) senza infortunio.

27. La bocca di lui è piena di maledizione e di amarezza e di fraude; sotto la lingua di lui, affanno e dolore.

28. Sta in agguato co’ facoltosi, all’oscuro per uccidere l’innocente.

29. Ei tiene gli occhi rivolti contro del povero: sta in agguato, come un leone nella sua tana. Sta in agguato per porre le unghie sopra del povero; per porre le unghie sopra del povero, attraendolo a sé.

30. Nei suoi lacci lo abbatterà; si inchinerà egli, e si getterà a terra, quando si farà padrone de’ poveri.

31. Imperocché egli ha detto in cuor suo: Dio non tiene ricordanza, ha rivolto altrove la faccia per non vedere giammai.

32. Levati su, Signore Dio, si alzi la mano tua; non ti scordare de’ poveri.

33. Per qual motivo ha l’empio irritato Dio? Perché ha detto in cuor suo: Ei non faranno ricerca:

34. Tu vedi; tu l’affanno e il dolore consideri, per abbandonar coloro nelle tue mani. Alla tua cura è rimesso il povero; aiuto dell’orfano sarai tu.

35. Spezza il braccio del peccatore e del maligno: si farà ricerca del peccato di lui, e non troverassi.

36. Il Signore regnerà in eterno e per tutti i secoli; nazioni, voi sarete sterminate dalla terra di lui!

37. Il Signore ha esaudito il desiderio dei poveri: il tuo orecchio ha ascoltato la preparazione del loro cuore.

38. Per far giustizia al pupillo eall’oppresso, affinché non seguiti più a farla da grande l’uomo sopra la terra.

Sommario analitico

Questo salmo è un cantico di azioni di grazie cantato da Davide dopo una qualche grande vittoria. Nel titolo, per i misteriosi segreti del Figlio, la maggior parte degli interpreti ha intravisto la visione di un canto di trionfo per la gloriosa vittoria riportata dal Figlio di Dio sul principe delle tenebre nell’Incarnazione, la Passione e gli altri misteri compiuti per la salvezza degli uomini, e soprattutto per i segreti giudizi di Dio in favore dei buoni e contro i malvagi. Questo salmo può essere diviso in due parti principali. Nella prima (1-12) Davide rende grazie a Dio dei suoi benefici; nel secondo (13-39), egli implora il soccorso di Dio contro le afflizioni presenti e future. Per maggiore chiarezza noi lo divideremo in sei sezioni.

Sezione PRIMA

-I frutti della Redenzione-

Davide annuncia che loda il Signore come Salvatore, ed erompe in azioni di grazie, di cuore, di bocca, e con le sue opere (2, 3).

Egli indica: 1) la ragione di questa azione di grazie: il demonio messo in fuga; – l’abbattimento del demonio e del suo seguito; – la sua completa distruzione (4) 2) La causa di queste meraviglie, la Passione di Gesù-Cristo, per la quale il Salvatore ha interrotto la controversia che esisteva tra Dio e l’uomo, tra l’uomo ed il demonio, soddisfacendo alla giustizia di Dio e strappando al demonio la sua preda. (4-5).

Sezione II

I frutti della vittoria: la predicazione degli Apostoli.

Gli Apostoli sono stati inviati: 1) per impedire i crimini e distruggere l’impero del demonio (6); 2) per distruggere il culto tanto rinomato degli idoli; 3) per togliere le armi ai ribelli, distruggere le loro fortezze, annientare ogni ricordo degli idoli e affermare la fede di Gesù-Cristo (7).

Sezione III

Gesù-Cristo, protettore dei suoi Apostoli e dei poveri perseguitati.

I. Egli ci presenta Gesù-Cristo come il sovrano giudice che ha stabilito un trono nei cieli, ed ha due assistenti, la misericordia e la giustizia (8).

II. Egli lo considera giudice della terra di sovrana equità (9).

III. Egli mette a confronto i due avversari: da un lato gli Apostoli, gli uomini apostolici e tutti i fedeli perseguitati; dall’altro i tiranni, i potenti del secolo che li perseguitano: 1) Egli dichiara che i primi troveranno rifugio ed appoggio nel tempo favorevole (10); 2) di rimando egli esige da essi che servano il Signore sperando in Lui e celebrando i suoi benefici (11, 12); 3) predice la punizione dei ricchi e dei potenti che hanno perseguitato i poveri (13).

Sezione IV

Quale sarà al termine della vita, la sorte dei giusti e degli empi.

I. Il profeta ci fa scorgere un Dio interamente dedicato agli interessi dei giusti.

-1) Essi sono l’oggetto particolare della sua misericordia; 2) considera attentamente le loro afflizioni (13,14); 3) Egli li toglie dalle porte della morte e li conduce fino alle porte della Città celeste, dove li ricolma di una gioia eterna (15).

II. Descrive la rovina degli empi. –

1) … che cadranno nella fossa che essi stessi hanno scavato, ed il loro piede sarà nella rete che essi stessi hanno teso (16); 2) tutti applaudiranno ai giudizi di Dio su di loro (17); 3) la giusta punizione che essi hanno ricevuto dell’oblio nei confronti di Dio, sarà l’essere precipitati nell’inferno (18).

II. – Egli fa conoscere le cause e gli effetti della punizione degli empi.- 1) Il povero non sarà mai dimenticato, la speranza dell’afflitto non sarà senza ricompensa (19); .2) Dio si leverà nel prendere la sua difesa, per giudicare e condannare i suoi persecutori (20); 3) Egli farà sentire loro che è il loro Legislatore ed il loro Giudice (21).

Sezione V

Il profeta si rincresce che le punizioni degli empi e dei persecutori siano differite.

.I. – Egli espone il suo pianto con un’umile e filiale richiesta a Dio (22), ed apporta due motivi in appoggio della sua preghiera:

1) nel suo orgoglio l’empio perseguita il povero (23); 2) e si glorifica altamente dei desideri della sua anima (24); 3) mentre egli si affida a Dio solo, e disdegna il proprio pensiero (25).

IIFa vedere l’enormità e la moltitudine dei crimini dell’empio: che è:

1) cieco nella sua intelligenza, dalla quale ha bandito il ricordo di Dio; 2) corrotto nei suoi desideri e nella sua volontà; 3) i giudizi di Dio non sono nulla per lui, ed esercita la sua tirannia su tutti quelli che considera come suoi nemici con arrogante insolenza (26, 27); 4) la sua bocca è piena di maledizioni e bestemmie (28).

III.Lo compara ad un leone nel suo antro, che spia la sua preda per aggredirla e ridurla in pezzi (29-31).

IV. – Indica la causa di tutti questi crimini: l’errore insensato nel quale vivono gli empi, che Dio cioè non si occupa delle cose umane (32).

Sezione VI

Cura paterna che Dio prende per i poveri e gli oppressi.

I- Il profeta domanda a Dio di venire in soccorso del povero oppresso ed offre tre ragioni pressanti della sua preghiera (33):

1) la blasfemia dell’empio che dice con alterigia che Dio non recriminerà per i suoi misfatti (34); 2) il giogo schiacciante che egli fa pesare sul povero, e che non può sfuggire riguardo a Dio; 3) è a Dio solo che è rimessa la cura del povero, Lui solo può essere suo appoggio e suo Salvatore (35).

.II. – Egli annuncia che le sue richieste saranno esaudite:

1) Dio si ergerà per esercitare il suo sovrano impero; 2) gli empi saranno distrutti (37); 3) Dio si ricorderà dei poveri e porgerà l’orecchio ai desideri del loro cuore, giudicherà la loro causa e porrà un termine all’oppressione dei malvagi (38,42).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-5.

ff. 1. –  Dio vuole il cuore tutto intero e non vuole dividere con nessuno ciò che Gli è dovuto « la coperta è troppo stretta, ci dice il profeta Isaia, di modo che se due vi si riparano, uno cadrà e la coperta stretta non può coprire l’uno e l’altro » (XXVIII, 20). – Lodare Dio con tutto il proprio cuore, è applicarsi interamente alla lode, all’azione di grazie che sono la parte principale della preghiera, è ricordarla interamente davanti a Dio, in modo da poter dire come Davide: « il vostro servo ha trovato puro il suo cuore per offrirvi questa preghiera » (II Re, VII, 27).- Lodare Dio con tutto il cuore, significa lodarlo in ogni tempo, nella tribolazione e nella prosperità; significa riconoscere che Dio è l’autore di ogni dono perfetto; è comprendere e proclamare che tutte le cose sono sottomesse al governo della divina Provvidenza (S. Agos.). La redenzione, sintesi di tutte le meraviglie di Dio, è l’opera di misericordia che riassume tutti i benefici di Dio.

ff. 2. –  È indizio di un’anima avanzata in saggezza, il porre in Dio tutta la propria gioia. In tal modo colui che sa rallegrarsi perfettamente in Dio, allontana il cuore da ogni altro piacere, da ogni altra gioia dei piaceri presenti (S. Chrys.). – Non sarà più nelle gioie di questo mondo che mi rallegrerò, né nelle voluttà sensuali, né nelle soddisfazioni del palato o della lingua, né nella soavità degli odori, né nel piacere dei suoni sfuggenti, né nelle forme e nei colori del corpo, né nella vanità della lode umana, né nel superfluo delle ricchezze temporali, né nelle ricerche della scienza mondana, ma « io mi rallegrerò e farò accendere la mia gioia in voi » (S. Agost.). – Coloro che amano prendere come materia dei loro canti le persone oggetto del loro amore, hanno sempre il loro nome sulle labbra e si consolano così della loro assenza. È ciò che fa il profeta: egli non può vedere Dio, Lo prende a soggetto dei suoi canti, si unisce a Lui con una unione così stretta, da un nuovo ardore ai suoi desideri e sembra gioire della sua presenza (idem).

ff. 3. – Questo nemico per eccellenza è il demonio, che prima della venuta di Gesù-Cristo era il maestro, il principe del mondo, e che il Salvatore ha messo in fuga. Tutti gli altri nemici sono abbattuti ed annientati col solo sguardo di Dio (S. Chrys.).

ff. 4. – Uno degli attributi particolare di Dio, e che si avvicina maggiormente alla sua natura divina, è la giustizia. Gli uomini mille volte giusti, non giudicano secondo giustizia, perché essi non possono distinguere ciò che sia veramente giusto, tanto per ignoranza, tanto per effetto delle loro passioni e della loro negligenza; ma Dio, che è esente da queste imperfezioni, giudica sempre secondo giustizia, perché Egli sa con-formarvi il suo giudizio (S.Chrys.) – Nei mali che arrivano, occorre guardare a Dio che è nel nostro cuore, come su di un trono dal quale giudica la nostra giustizia, cioè ciò che c’è di più giusto in noi, alfine di renderci più conformi all’immagine di suo Figlio (Duguet).

ff. 5. –  Dio non ha bisogno né di armi, né di spade, né d’arco, né di frecce, queste espressioni sono adattate al nostro linguaggio. Egli ha semplicemente da riprendere e fa perire coloro che meritano questo castigo (S. Chrys.). Sull’esempio di Dio, occorre tuonare contro l’empio e la sua empietà, distruggere l’empio, facendolo morire al peccato e passare alla vita della grazie, cancellare il suo nome primitivo, e farne prendere uno nuovo (Dug.). Cosa significa  « il secolo dei secoli » se non l’eternità della quale il secolo presente non ci offre, per così dire, che l’immagine e l’ombra. (S. Agost.).

II. 6 – 7

ff. 6. – Learmi del demonio, nostro nemico, hanno perso la loro forza per sempre. Il “forte armato” è stato vinto da Colui che era più forte di lui. Le sue armi gli sono state tolte, come dice Gesù-Cristo (Matt. XII, 19). – Tale è la collera di Dio, essa distrugge, annienta tutto ciò che colpisce (S. Chrys.). – Questa spada smussa sono i diversi errori con i quali satana fa perire le anime (S. Agost.). – Queste città distrutte sono le assemblee di satana, città sulle quali regna il demonio, o i consigli di inganno e di frode che hanno luogo nei governi, nei quali il demonio ha come satelliti e ministri, ognuno dei membri del corpo: gli occhi per la curiosità, le orecchie per i propositi lascivi e per tutte le parole cattive, le mani per la rapina e per ogni altro crimine odioso, e le altre membra che assecondano in questo modo il potere tirannico di una volontà perversa. C’è dunque una città ovunque si trovino un re, un consiglio, un ministro e un popolo. In effetti, tutte questi mali non esisterebbero nelle città corrotte, se non esistessero prima già negli uomini, che sono gli elementi ed i principi delle città (S. Agost.).

ff. 7. –  È ancora uno dei caratteri della Provvidenza di Dio, quella di non punire i propri nemici in segreto, affinché il castigo degli uni possa rendere gli altri migliori. La loro rovina sarà dunque eclatante! (S. Chrys.). – Cosa vogliono i grandi, i potenti della terra? Fare grande strepitio. Dio permette talvolta che essi ne facciano più di quanto essi non avrebbero osato sperare, ma quando non sono più, essi periscono con lo strepitio che hanno fatto, la loro caduta è proporzionale alla loro elevazione, e la memoria dell’empio – dice Sant’Agostino – si estingue con il medesimo strepitio nel quale la loro empietà si agitava tumultuosamente (S. Agost.). – Quanti personaggi sono passati davanti a noi con tutto il fulgore di una brillante nomea! Si vantava in essi il loro sapere, la prudenza, la saggezza, il bel talento dell’eloquio e dello scrivere; essi erano gli arbitri del gusto, il centro degli affari, e ciò nonostante la loro memoria è sparita nella tomba con un po’ di schiamazzo. Il brusio della lode si è forse prolungato ancora per qualche giorno dopo il loro funerale, oggi il loro ricordo è perso nell’oblio, come in un abisso. – Ecco l’opposizione che c’è tra la distruzione dei malvagi e la durata eterna di Dio!

ff. 8. –  Due motivi propri inspirano agli uomini il timore di Dio: la grandezza della sua gloria, opposta alla bassezza della loro natura, e la sua eterna giustizia che infligge ai peccatori terribili punizioni (S. Chrys.). Il Signore ha preparato questo trono nel momento in cui Egli stesso andava ad essere giudicato. Da allora Egli rende dei giudizi segreti su ognuno di noi (S. Agost.). Ma questa predizione abbraccia nello stesso tempo la vita presente e quella futura. Il giudizio generale e definitivo è riservato all’altra vita, ma in questa vita Dio esercita un giudizio parziale, e fa spesso mostrare dei tratti della sua giustizia, affinché gli insensati non immaginino che tutto vada sulla terra secondo il caso (S. Chrys.). – Si rappresenta spesso questo trono di potenza, di giustizia e di verità da cui esce in ogni attimo il nostro giudizio, e da cui uscirà un giorno la nostra sentenza definitiva, irrevocabile per l’eternità. Tutto è preparato da ora: i supplizi, le corone, ed i giudizi (S. Chrys.). Quanto diverso è il giudizio di Dio da quello degli uomini! (S. Agost.).

III — 9 – 13.

ff. 9. –  Davide, benché re, si riconosce e si definisce povero, considerandosi un mendicante seduto alla porta di un ricco sovrano. Noi tutti siamo dei mendicanti davanti a Dio (S. Agost.). – Tutti i beni di questa vita sono più fuggitivi di un’ombra, il solo bene che ci è veramente proprio, è la virtù che portiamo con noi ovunque andiamo, tutto il resto è simile alle foglie degli alberi che non si vedono che all’esterno (S. Chrys.). – Il povero per il quale la terra è niente, ed il cielo è tutto, merita di avere Dio come rifugio e come difensore, sia in questa vita in mezzo alle sue afflizioni, sia nel giorno della grande desolazione di tutti gli uomini. (Dug.). – doppia convenienza, evidenzia Davide, è il soccorso che Dio accorda, e l’opportunità del tempo in cui lo dà, cioè il tempo dell’afflizione (S. Chrys.). – È proprio del soccorso celeste l’arrivare sempre nel momento in cui si presenti all’uomo nel tempo più conveniente. Ausilio intelligente: se il Signore presta man forte alla sua creatura, fa giungere il rinforzo sempre nel momento critico e decisivo, e si può dire che la principale efficacia dell’intervento divino consista ordinariamente nella sua perfetta opportunità (Mgr. Pie. Inst. Sur le Jub.).

ff. 10. –  Conoscere un nome, significa conoscere colui che lo porta; un nome non è un nome per se stesso, ma per ciò che esso significa (S. Agost.). – Non è conoscere Dio il non volere o il non osare sperare in Lui. – Non bisogna mettere la propria speranza nelle cose che il tempo trasporta nel suo rapido incedere, e che non conoscono che un futuro e un passato. L’avvenire che sembra appartenere loro non è ancora arrivato, che è già passato: lo si aspetta con avidità, lo si perde con dolore. In Dio, al contrario, non c’è futuro che non sia già, non c’è passato che non sia più; non c’è se non quel che c’è, e cioè l’eternità (S. Agost.). – La principale ragione per la quale noi dobbiamo sperare in Dio, è che Egli non abbandona mai quelli che Lo cercano. – Come possiamo cercare Dio, visto che Egli è dappertutto? Con l’attività santa della nostra anima, con il distacco dalle cose della terra e da tutte le preoccupazioni del secolo. Talvolta accade di avere sotto gli occhi o tra le mani degli oggetti senza accorgercene e che ci circondano da ogni lato, e cerchiamo ciò che abbiamo davanti a noi, perché il nostro spirito è occupato da altri pensieri (S. Chrys.).

ff. 11, 12. –  Dio abita in Sion, cioè nella Chiesa; Egli abita in mezzo a noi, non che Egli possa essere limitato dalla nostra debole natura, ma a causa del particolare attaccamento che Egli ha per noi (S. Chrys.). Egli è con la sua Chiesa fino alla fine dei secoli, come un padre, per fare del bene; come un giudice ed un protettore, per difenderla; come uno sposo per renderla feconda, e come un pastore, per nutrirla. – È un obbligo per i Cristiani annunziare ovunque si trovino la saggezza dei consigli di Dio, l’altezza dei suoi pensieri, la magnificenza dei suoi disegni sulla sua Chiesa (Duguet). Gli uomini immaginano quasi che Dio dimentichi, perché non agisce così in fretta come essi vorrebbero (S. Agost.). – Egli si ricorderà però a suo tempo dei cuoi fedeli servitori, che sembrava aver dimenticato abbandonati alla malizia dei loro persecutori. Se Egli non giudica opportuno il farlo in questa vita, si ricorderà della pazienza dei suoi poveri oppressi (Duguet). Non si intenda qui ogni genere di povero, ma coloro che sono poveri di spirito, secondo le raccomandazioni di Gesù-Cristo (S. Chrys.). – Il grido dei poveri è l’affezione del loro cuore piuttosto che il suono prolungato della loro voce (idem).

IV. — 14 – 21

ff. 13, 14. – Mai è da separare queste due cose, la preghiera e l’umiltà; l’umiltà è come il veicolo della preghiera (S. Crys.). – Rappresentare con umiltà a Dio la propria abiezione, è un mezzo efficace per attirare i suoi sguardi ed il suo soccorso. – Davide non dice soltanto « … Voi che mi liberate », ma « … Voi che mi togliete dalle porte della morte ». La protezione di Dio non si limita a liberare i suoi servi dalle loro prove, essa li eleva e li circonda di considerazione, di onore e di gloria (S. Chrys.). – Dio attende talvolta fino all’estremo per venire in nostro soccorso, ci tira fuori dalle porte della morte per dimostrarci che Egli dà la morte e ci resuscita, che ci sprofonda fino agli inferi e che ce ne ritrae, che guarisce in un attimo tutte le nostre ferite. – Saggio consiglio di Dio per attirare a Lui i peccatori, è far loro annunziare la sua misericordia dagli uomini che l’hanno già provata. Non si desideri però essere liberati dai propri mali per manifestare le lodi di Dio.

ff. 15, 16. –  È una gioia giusta e ragionevole essere salvato dalle mani dei nemici, ma una gioia incomparabilmente più grande è quella di essere salvati dal soccorso di Dio solo (Dug.). – Cerchiamo non di essere salvati e liberati dai nostri mali ad ogni costo, ma secondo la volontà di Dio (S. Chrys.). – Ben prima del castigo che Dio prepara al peccatore, il suo crimine diviene il suo primo supplizio (Id.). – Per consiglio della saggezza divina, ognuno viene tormentato dal suo peccato (Sap. XI, 17). – Il castigo riservato al peccatore deriva dalle sue opere; quelli che voglio perseguitare la Chiesa cadono nell’abisso dove essi vogliono precipitarla (S. Agost.).

ff. 17. –  Funesto accecamento dello spirito dell’uomo, è la durezza inflessibile del suo cuore! Egli non conosce quasi Dio, quando non fa del bene; bisogna che eserciti i suoi giudizi in modo eclatante per farsi conoscere e sentire. Dio non ha creato né il peccato né la morte; i peccati sono dunque, in senso stretto, le opere dei peccatori, nei quali saranno soppressi (Duguet).

ff. 18. –  Per essere riprovato, il profeta non assegna che l’oblio di Dio, come se questo solo peccato sia sufficiente per meritare la riprovazione. – L’oblio di Dio, è principe in effetti di tutti i peccati e come il gran cammino per l’inferno. L’oblio di Dio, che in tutti i secoli ha costituito la grande piaga del mondo, in questi ultimi tempi in modo speciale, ci induce a dimenticare la nostra qualità di creature. – Questo oblio, che domina in questa cattiva porzione degli uomini che la Scrittura chiama il “mondo”, si incontra in una moltitudine di persone che fanno professione di religione (Faber, Il Creatore e la creatura). – Vi sono diverse maniere per cui gli uomini dimenticano Dio. Essi non Lo giudicano degno che si pensi seriamente a Lui. Appena appena sono attenti alla sua verità quando si prega, alla sua maestà quando si sacrifica, alla sua giustizia quando colpisce, alla sua bontà quando dona; infine Lo ritengono talmente un nulla, che essi pensano in effetti di non aver nulla da temere tanto da averLo per testimone (Bossuet).

ff. 19. –  « La pazienza dei poveri non perirà per sempre ». Questo è ben lungi dal verificarsi sempre per le cose della vita presente, dove i nostri lavori restano sovente sterili ed infruttuosi. Con Dio non c’è nulla di simile al timore; ciò che noi facciamo per Lui ottiene necessariamente la sua ricompensa (S. Chrys.). – È di fede che il povero non sarà mai eternamente nell’oblio. È di fede che la pazienza dei poveri non perirà mai. Ed è altrettanto evidente che questi due oracoli dello Spirito-Santo non si verificano sempre, neanche comunemente in questa vita, ed è anche per questo che bisogna che vi sia un giudizio superiore a quello degli uomini, nel quale si riconosca che la pazienza dei poveri non perisca affatto, cioè che Dio ha per essa tutti gli sguardi che ha il diritto di aspettarsi un maestro sovranamente equanime (Bourdaloue, Jug. Dern.).

ff. 20. – Èuna contraddizione tanto terrificante quanto inconcepibile, che l’uomo, vile creatura, che trae origine dalla terra, che non è che polvere e cenere, e che è in fondo un nulla, acquisendo il peccato, osi sollevarsi contro Dio. Desiderio ragionevole è che egli non si raffermi in una potenza che Dio gli ha dato per il bene, e di cui egli si serve invece per il male. Desiderio degno di un Cristiano, è che l’uomo vecchio, con le viziose inclinazioni, non si fortifichi in noi (Dug.).

ff. 21. –  Dove sono qui questi uomini brutali che trovano tutte le leggi inopportune, e che vorrebbero vederle abolite per non accettarle se non da se medesimi e secondo i propri desideri sregolati? Che essi si ricordino almeno di essere uomini, e che non ricerchino una libertà che li renda simili alle bestie. Che ascoltino queste belle parole di Tertulliano: « È ben accaduto che Dio abbia dato all’uomo una legge … », e questo per quale motivo? Per privarlo della propria libertà?  « Niente affatto – egli risponde – ma per testimoniargli la sua stima … ». Se Egli dunque ha stabilito per noi delle leggi, non è per limitarci nella nostra libertà, ma per sottolineare la sua stima per noi: ci ha voluto trattare come delle creature intelligenti e, in una parola, trattarci da uomini. « O Dio, date loro un legislatore, moderateli con delle leggi, affinché si sappia che sono degli uomini capaci di ragione e di intelligenza, e degni di essere governati da una condotta regolata … » Date loro prima un Mosè, che faccia apprendere i primi elementi, e conduca la loro infanzia; date loro in seguito Gesù-Cristo, che insegni loro in età più matura, e li conduca alla perfezione; e così farete conoscere che Voi li trattate da uomini, cioè come creature che avete formato a vostra immagine, e dei quali volete anche formare i costumi secondo le leggi della vostra eterna verità (Bossuet, I S. pour une velure, Serm. Pour la Purification). – Cosa strabiliante è che sia tanto difficile convincere gli uomini circa questa verità così elementare, che essi cioè non sono che degli uomini. – Nulla dimostra meglio la loro debolezza, la loro ignoranza, la loro miseria, triste frutto del peccato originale che ha alterato le nostre facoltà e degradato i nostri sentimenti, fino a veder perdere finanche la coscienza della propria natura, dandosi ad eccessi inauditi ed a disconoscere se stessi (S. Chrys.). – Quando l’uomo rivendica l’indipendenza nei confronti di Dio, quando vuole porsi al di sopra o solamente al di fuori di Lui, l’Essere necessariamente deve Egli stesso riportare la sua creatura alla ragione, ricondurla ad un sentimento più vero e più modesto di quello che è e di quello che può. « Levatevi o Dio, e che l’uomo non si affermi in questa attitudine orgogliosa ». Che le nazioni siano entro i vostri limiti, e sappiano che le loro dimensioni non oltrepassano la dimensione dell’uomo (Mgr. Pie, Sur les malheurs actuels de la France).

V. — 22-32

ff. 22. –  È permesso, senza cadere nel mormorio, lamentarsi con Dio e domandargli con rispetto e sottomissione, perché si sia allontanato da noi. Gesù-Cristo stesso ce ne ha dato l’esempio sulla croce. Talvolta è utile conoscere la cause di questo allontanamento per porvi rimedio: interrogare la coscienza, sondare il proprio cuore, vedere quale amore vi predomini, chiedere lumi a Dio per conoscere queste cause (Duguet).

ff. 23. –  L’empio a cui l’orgoglio eleva il cuore alla vista del felice successo della propria empietà, il povero scandalizzato e come consumato dalla apparente felicità di quest’empio, sono entrambi ingannati nei pensieri che vanno meditando: l’empio perché il successo dovrebbe farlo tremare piuttosto che alimentare il suo orgoglio; il povero perché questo successo non dovrebbe scardinare la sua fede (Duguet). – Orbene, come dice il Santo Agostino, i disegni colpevoli dei peccatori diventano delle catene per essi, perché essi si compiacciono di atti che non solo non hanno timore di veder censurati, ma che intendono anche lodare (S. Agost.).

ff. 24. –  Che c’è di più comune, ma di più funesto degli applausi che un peccatore riceve a causa della sua iniquità! Si ricevono tante lodi ed ammirazioni per delle azioni che dovrebbero coprirlo di vergogna e di confusione … Ecco ciò che deplora il Profeta, che il vizio sia divenuto molto potente nel compiacersi in se stesso, nell’ostentarsi con sicurezza e, ciò che è più triste ancora, di non vederlo arrossire, anzi che dico, di sentire che si faccia l’elogio da se stessi e  dagli altri.

ff. 24, 25. –  I difetti del ricco e del potente, sono delle perfezioni; i suoi errori delle luci; Si lodano – dice il Re-Profeta – finanche i desideri del suo cuore, cioè finanche le sue passioni, perfino le sue escandescenze. Quello che si biasima negli altri, è per lui materia di elogi e soggetto di benedizione (Bourdal, Sur les rich.). –Nessuno c’è che non feliciti il colpevole che prospera nella sua via, che non trovi nulla per cui vendicare, onde punire i suoi difetti, ma solo degli adulatori per lodarlo. C’è allora la collera più terribile del Signore. È una prova che il peccatore abbia irritato il Signore, il sopportare Egli tutto con indifferenza, il non essere più giudicato degno di punizioni mediante le quali correggere i colpevoli … l’ultimo effetto della collera del Signore è quando Egli si mette più in afflizione per il peccatore, quando sembra cioè dimenticare le sue colpe e non farne più alcuna attenzione, quando infine lo abbandona ai desideri del suo cuore (S. Agost.). Misericordia apparente, è questa, mille volte più temibile della giustizia più terribile. È una maniera nuova di vendicarsi che appartiene a Dio solo: lasciare a riposo il suo nemico, nascondere in sé tutta la sua collera, di modo tale che il peccatore sia stupefatto delle ampie prosperità e del corso fortunato dei propri affari, immaginando così di non aver nulla da temere, e non sentendo alcun rimorso nella propria coscienza (Bossuet).

ff. 26, 27. –  Ecco i tristi frutti del vizio, ed in primo luogo l’accecamento del peccatore. La luce dello spirito si spegne, la forza della ragione si indebolisce, l’anima diventa schiava dell’iniquità e resta costantemente annegata nel vizio. Per colui che ha cessato di aver Dio davanti agli occhi, non c’è altra alternativa di vizio e di virtù, perché è sempre sotto la schiavitù odiosa del vizio; egli non pensa né all’inferno, né al giudizio prossimo, né al conto che dovrà rendere, si scrolla come un freno odioso i pensieri che gli sarebbero di prezioso aiuto. Egli è come un navigante che ha perso la sua zavorra e diventa il giocattolo del furore dei venti e della violenza dei flutti, senza guida per dirigere e condurre l’imbarcazione (S. Chrys.). – « I vostri giudizi sono cancellati davanti ai suoi occhi ». L’anima che ha coscienza dei suoi peccati, e che non si sente colpita da nessuna punizione, crede che Dio non lo giudichi; ed è così che i giudizi di Dio sono tolti dalla sua vista: accecamento che è già la più grave delle condanne (S. Agost.). – Il peccatore in questa cecità, non comprende che il suo giudizio più terribile è quello di non essere giudicato al presente, di dominare tutti i suoi nemici, mentre egli stesso è dominato, o piuttosto tiranneggiato, dalle sue passioni (Duguet).

ff. 28. – Cosa c’è di più irragionevole di un uomo la cui esistenza è tanto fragile, che è come avvolto dagli interessi di un giorno, sottomesso a mille cambiamenti, esposto a tutti gli accidenti di questa vita, e che possa immaginare di restare sempre nel medesimo stato? Si crede facilmente a ciò che si desidera! – Egli si forma, con l’abitudine al peccato, una sorta di baldanza che sfida la Provvidenza, che non prevede né le sue vendette segrete, né i suoi giudizi pubblici e manifesti (Berthier).

ff. 29. – Dopo gli effetti del peccato nei riguardi di Dio, vengono gli effetti rispetto al prossimo. Il Profeta ci ha descritto il cuore dell’empio dimentico di Dio e dei suoi giudizi, che confida orgogliosamente nell’avvenire, e ci fa ora conoscere i suoi discorsi. – Le maledizioni sono bestemmie contro Dio ed ingiurie contro gli uomini; l’amarezza nelle parole sono le maldicenze, le mormorazioni, le liti; l’inganno comprende le calunnie, la menzogna, lo spergiuro. Accrescere la pena, il dolore degli afflitti, ecco lo scopo di tutte le parole dell’empio, ciò che nasconde la sua lingua, e ciò a cui si esercita sempre (Bellarm.). – « Sotto la sua lingua sono il lavoro e il dolore ». Molto più penosamente laboriosi sono dell’iniquità e dell’empietà. Il dolore segue questo lavoro, perché esso non è solo infruttuoso, ma funesto (S. Agost.).

ff. 30-33. – Alle parole fanno seguito le azioni. La scaltrezza, la sorpresa, la violenza pubblica, gli omicidi, l’unione con le persone potenti, tutto è messo in opera per opprimere i deboli e gli innocenti. Il leone nella sua tana è la figura di colui che agisce con violenza ed astuzia. La prima persecuzione portata contro la Chiesa è stata violenta, sforzandosi con le proscrizioni, le torture e i massacri, di costringere i Cristiani a sacrificare agli idoli. La seconda persecuzione ha impiegato la frode, ed è stata quella degli eretici. Resta la terza, che sarà suscitata dall’anti-Cristo e che sarà la più pericolosa di tutte, perché metterà in opera nello stesso tempo la frode e la violenza (S. Agost.). – Questo è un quadro troppo reale della perfidia crudele degli uomini del mondo nei riguardo di quegli stessi che hanno dato loro confidenza. Essi si mascherano per sorprenderli, profanano per ingannarli sotto un nome amichevole; mentre la loro bocca sorride, essi tendono insidie nell’ombra, e quando a forza di dispute, menzogne e basse malvagità, li hanno ravvolti nelle loro reti, tutto ad un tratto si riversano su di essi e li divorano, come la iena divora la sua preda. Condizione lamentevole questa, ma Dio non abbandona i suoi poveri servi in questo estremo. – « Come il leone rannicchiato nel suo antro … » ammirabile immagine del pericolo che ci minaccia e del quale periremo. Non sono tanto i ruggiti della bestia che sono formidabili, ma è il suo silenzio ed il segreto del suo antro. – D’altra parte l’impunità non sarà sempre assicurata all’empio: quando sarà giunto a questa dominazione assoluta, quando si riterrà superiore a tutto e al riparo da ogni sventura … è allora che Dio lo colpirà per mostrare la sua potenza (S. Chrys.).

VI. — 33 – 42

ff. 34-36. –  Perché, si domanda Davide, l’empio ha irritato Dio? Perché egli nel suo cuore ha detto queste tre cose oltraggiose nei riguardi di Dio. L’empio ha irritato Dio, perché ha detto nel suo cuore: non c’è oltraggio a Dio (Sal. XIII) che non abbia voluto riconoscere. Egli ha irritato Dio, perché nel suo cuore ha detto: se Dio c’è, o non ha visto, o questo Dio ha dimenticato il male che io ho commesso; è un oltraggio alla Provvidenza che egli ha combattuto e alla quale ha preteso sottrarsi. Egli ha irritato Dio, perché nel suo cuore ha detto: quand’anche questo Dio di cui mi si minaccia, avesse visto il mio peccato, e se ne fosse ricordato, Egli non mi cercherà né mi dannerà per così poca cosa; questo è un oltraggio alla giustizia vendicatrice di Dio, che l’empio ha disprezzato, e di cui ha cercato di scuotere il giogo … Dio, nel suo giudizio, verrà per tentare di convincere l’empio che c’è un Dio che non ha ignorato nulla, nulla dimenticato dei più segreti disordini della sua vita. Egli verrà per confondere l’empio facendogli vedere che questo Dio, nemico inconciliabile del peccato, non è più capace di patire eternamente lasciando il peccatore nell’impunità, più di quanto cessi Egli stesso di essere Dio (Bourdal, Sur le Jug. dern.). – La pazienza di Dio, stupefacente al punto da dare luogo all’empio il credere che Egli si sia addormentato. Ma Egli si leva quando è tempo e fa sentire, con gli effetti della sua Onnipotenza, che Egli veglia sempre e che non ha dimenticato i poveri (Duguet). – « Voi li vedete ed osservate i loro crimini per metterli nelle vostre mani », cioè voi aspettate, lo sopportate fino a che essi siano vittime dell’eccesso stesso della loro ingiustizia. Dio avrebbe potuto punirli e perderli molto prima, ma la sua pazienza è come un oceano senza limiti, poiché Egli li vede e non li punisce perché attende che facciano penitenza. (S. Chrys.). – La giustizia infinitamente saggia di Dio sa ben prendere il suo tempo per proporzionare la pena al crimine che vuole punire, e per punirlo con le stesse cause che lo hanno fatto commettere e nelle stesse circostanze (Duguet).

ff. 37. – « È a voi che è stata lasciata la cura del povero », è qui la vostra opera di scelta e predilezione. Dio non ha mancato al dovere che si è imposto. È all’architetto che spetta dirigere la costruzione dell’edificio, al pilota governare il battello, al sole rischiarare l’universo, ed anche a voi, mio Dio, il prendere la difesa degli orfani, il tendere ai poveri una mano sicura; nessuno può prendersene cura più di Voi (S. Chrys.). – Il Profeta-Re, era entrato ben profondamente nella meditazione della durata e dell’insensibilità degli uomini, quando dice a Dio: « O Signore, a Voi si abbandona il povero ». In effetti è vero che si cerca di evitare lo stato di infelicità, ed ognuno che si affanna intorno alle fortune della terra; i poveri soltanto sono reietti, solo la loro presenza dà afflizione, non c’è che Dio solo che al loro pianto li prenda in carico. Quando i poveri si indirizzano a noi perché li risolleviamo dalle loro necessità, non è vero che il favore più ordinario che noi facciamo loro, è quello di augurar loro che Dio li assista? Dio vi aiuti, noi diciamo loro; ma il contribuire da parte nostra a soccorrerli, è il minore dei nostri pensieri … poiché tutto il mondo li abbandona, era degno della bontà di Dio riceverli sotto le sue ali, e prendere nelle mani la loro difesa. Così si è dichiarato loro protettore, perché non si disprezzi la loro condizione, e si risollevi la loro dignità; perché non si creda di non dover nulla a loro, … Egli impone la necessità di soccorrerli (Bossuet).

ff. 39. – Ci sono due maniere per Dio per spezzare le braccia del peccatore, di modo che non si trovi più il suo peccato: 1) sterminarlo in maniera che non resti alcuna traccia delle sue violenze e dei suoi crimini; 2) distruggere le sue forze, la sua potenza, questo focolaio di iniquità che lo divora, di modo che non resti più traccia del suo peccato. La prima maniera è in effetti di una giustizia terribile; la seconda di una misericordia infinita (Duguet).

ff. 40. – Non occorre inquietarsi quando il castigo dei malvagi viene differito. Di che avete paura, dice il Re-Profeta, e cosa temete? Forse Dio è un giudice passeggero e mortale? Forse che il suo regno un giorno finirà? Dunque, benché il castigo degli empi sia differito, non di meno è certo! Colui che gli domanderà conto dei suoi crimini, dimora e regna eternamente (S. Chrys.). – Nazioni ribelli distrutte ed annientate ai piedi del suo trono. Questo regno non è possibile qui in terra. Vi sono soggetti ribelli. Esso non lo sarà perfettamente se non quando « Gesù-Cristo avrà rimesso il suo reame a Dio e a suo Padre, ed avrà distrutto ogni impero, ogni dominazione ed ogni potenza ». (I Cor: XV, 24).

ff. 41, 42 – Dio si compiace nell’esaudire semplici desideri, ed il suo orecchio è così delicato che ascolta finanche la preparazione dei cuori. È questa preparazione, questo primo desiderio, questo proposito della vita, dei pensieri e delle opere, che deve essere santo, puro, sottomesso a Dio e consacrato al suo culto. Quando Dio, il cui sguardo penetra fino al fondo del nostro essere, scopre questa preparazione ben formata dalla sua grazia nel cuore dell’anima fedele, non può rifiutargli nulla. Quale grande consolazione è questa verità, « Dio ascolta la preparazione del loro cuore! » Ci sono delle circostanze nella quali non si può pregare nell’assemblea dei fedeli, non sia possibile frequentare il tempio del Signore, ma non c’è luogo in cui il proprio cuore non possa essere rivolto verso Dio, o non possa formare il desiderio di piacergli! Dio ascolta e ricompensa questo desiderio, questa preparazione del cuore. È sufficiente, per piacergli, il volergli piacere, è sufficiente essere a Lui piegato, per essere ricolmi dei suoi beni (Bourdal, Rec. des Saints). – Il povero trionferà infine accanto a Voi, Signore: ciò che gli avrà rifiutato ogni tribunale della terra; Voi prendete la difesa del povero e dell’orfano, affinché il potente, il grande, che aveva tanto abusato della sua grandezza, cessi di glorificarsi. Fino ad allora egli avrà sempre avuto il sopravvento; fin qui, fiero dei suoi successi, perché nulla gli resisteva, egli sarà passato non solo per il più forte, ma per il più abile, per il più stabile nei suoi diritti, come il più degno di essere distinto ed onorato; fino ad allora egli si sarà costituito una falsa gloria ed un presunto merito delle sue stesse violenze; ma Voi lo disingannerete allora., Signore, e gli farete abbattere le sue vane idee. E come? Perché sottrarrete il debole dall’oppressione, ed egli troverà in voi, o mio Dio, un vendicatore ed un protettore (Bourdal).

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-3B-)

LE BEATITUDINI (3 B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO TERZO

Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

Beati i dolenti

III

BEATI I DOLENTI PERCHÉ SARANNO CONSOLATI

PIANGERE CON GLI AFFLITTI

Quanta finezza di sentimento occorre allo spirito, che voglia prender parte al dolore che rode e logora fuori di sé i prossimi! Sa rilevare tutte le sfumature che il male presenta nella esistenza altrui. Una intuizione profonda, che raggiunge le fibre più delicate dei cuori. Una esperienza, che consente di capire ogni palpito dell’animo nel suo corpo. Una simpatia per la nostra misera natura, che assomiglia a quella del Signore Gesù. La sensibilità, che giunge fino a soffrire davanti al male del prossimo, è un dono della grazia e l’espressione della sua intera efficacia sulla nostra natura. L’invito di Paolo ai Romani di entrare nell’ambito della solidarietà umana, alla quale non erano educati, ha bene un valore in questo argomento.

« Gaudere cum gaudentibus, fiere cum flentibus— godere con chi è lieto, piangere con chi è nel dolore» (Rom., XII, 15) segna un bel passo avanti perla morale di costoro; e addita altresì alla loro volontàdi bene un punto alto del nuovo monte della perfezione.Mentre esso esige finezza la provoca e la sviluppa.Avranno forse i Romani opposto delle difficoltàall’Apostolo, per questo alto invito? Non sappiamo;ma certo la prospettiva era lontana dalla consuetudinedel loro mondo. Ma dove difetta la natura o laconsuetudine entra plasmatrice l’educazione. La Religione cristiana è interamente tesa all’affinamentodelle anime, alla compiutezza del loro sforzo verso lacompassione dei deboli, degli afflitti, delle vittime delmale. E non per mollezza, per fatua commozione, ma per aver letto giusto nella parola del Signore. La Religione sua infatti ci insegna efficacemente, che la vita non è lotta di interessi, ma gara di servigi, e talora vicendevole scambio di amarezze, le quali scompartite si fanno dolci, ma anche dolcezze, che partecipate diventano più gustose. Questo stato d’animo è frutto della generosità divina. Nessuno, che osservi solo dal lato umano la solidarietà del dolore, ne capirà mai qualcosa. Perché moltiplicare il patire? Non basta quello che c’è? E l’essere in molti a soffrire accosta forse all’ideale, che sarebbe la serenità e il benessere d’ognuno? « A chi tocca la tocca », ripetono taluni con irrisione. Quelli che soffrono, si dice pure, sono le retroguardie del mondo che cammina verso la piena gioia; sventurati coloro che rimangono indietro; ma noi non sappiamo che farci. È evidente, che la compassione è virtù cristiana. Esige pertanto una intima elaborazione del precetto della carità. I più sono sul versante della mondanità paganeggiante. Non conoscono i vocaboli atti a esprimere il patimento dei fratelli prossimi e lontani, noti e ignoti, buoni e cattivi. È dunque un privilegio partecipato da Dio a chi fa di meritarselo. È un fattore che prepara la nuova umanità foggiata secondo il Vangelo. Dono di Dio, che ci conferisce qualcosa dell’anima di Gesù suo Figlio, il quale si abbandonò alla passione e alla morte per noi — « prò nobis». Il modello di ogni reale e sentita solidarietà umana.

L’EROISMO DELLA COMPASSIONE

Nella famiglia cristiana non occorre predicarla. È un bisogno spontaneo e un dolce dovere dello spirito. La madre, che consuma le notti al capezzale del figlio o del marito, è documento quotidiano della efficacia dell’esempio di Cristo. Il padre, che fatica e rinuncia per il benessere della famiglia e vive appartato da distrazioni e da diporti, perché nulla manchi al desco e all’agiatezza della sua casa, è normale. Non abbisogna di descrizioni, né giova inculcarlo. Ci si stupisce davanti al contrario come contro la natura. È contro alla natura sublimata da Cristo nostro Signore. Poiché incontriamo tra le nostre file non solo la generosità, ma altresì l’eroismo della virtù. Non hai scoperto chi benedice le prove della vita, le fatiche e i dolori come un grande onore, come l’onore di ricevere sulle proprie spalle la Croce del Signore e di salirvi insieme con lui? Il dolore diventa dentro di essi una gioia. Ecco una consolazione, che Gesù ha promesso a chi piange. Una soddisfazione pronta, immediata, evidente e tangibile. « Iuxta est Dominus hiis qui tributati sunt corde— il Signore è vicino a coloro che sono tribolatiin cuore » (Sal., XXXIII, 19). Sai d’essere sotto gli occhi di Lui, che ti guardacon compiacimento, poiché accetti di salire sulla suaCroce a vivere con Lui. Lo Spirito Santo pensa a offrirticonsolazioni, che ti risuscitano con Cristo innovità di vita. I conforti che vengono direttamenteda Dio sono i più preziosi e rappresentano una concretapromessa di quell’altre consolazioni, che da Luinella eternità ci verranno deposte in cuore.A questo modo nella famiglia i genitori, che sentonola fatica e l’impegno gravoso dei figli, tesi consincera volontà verso la meta dei loro sogni, pregustanola gioia della riuscita. Gioia che si moltiplicanelle loro anime ansiose, se il bene e il sogno per cuii figli si vanno plasmando fiduciosi sia quello dellavirtù, del compiacimento di Dio, del possesso dellagrazia divina. Godimento appena iniziale e incipiente,ma già consistente e capace di appagare un cuoresollecito.Scrisse il Kempis nel Giardinetto di rose: « Tu nonsii migliore del Dio tuo, per te flagellato e deriso e,alla fine, dai maligni ucciso. L’uomo non sa quantosia egli buono e virtuoso, se non quando si trova vessatodalle contrarietà. Molti ha Cristo amatori e compagnidi mensa; ma pochi seguaci nell’astinenza ».

VIGILE REAZIONE

Si è che anche le consolazioni del Signore non sono per tutti; come non tutti sanno sentire il dolore umano. Il mondo è infestato dall’egoismo; il cuore degli uomini non avverte che il proprio utile, o ciò che tale ritiene; tutti siamo presi da questa forza travolgente e cieca e se non vi resistiamo con attenzione, ne restiamo vittime. È il dominio del male attraverso il gretto interesse personale e l’incomprensione ottusa del problema; poiché il male del prossimo non è mai senza influsso su di noi medesimi. Sicché solo la sensibilità cristiana del dolore altrui può via via temperare il male di ciascuno e sollevare tutti dalla oppressione. L’egoismo priva delle divine consolazioni; e spinge alla caccia disperata dell’appagamento immediato e inferiore degli appetiti bestiali. Infatti le tre concupiscenze svegliano una avidità che non rispetta neppure i membri della medesima famiglia. Se pertanto vogliamo arrivare alla consolazione di Dio quaggiù e poi con pienezza nell’altra vita, procuriamoci la condizione assolutamente esagita: la larghezza del cuore, la capacità di sentire il vasto dolore della vita nostra e altrui, la delicatezza per cui sappiamo piangere sui nostri falli e su quelli che addolorano il nostro fratello. « Beati quelli che piangono ». Privilegio la capacità di sentire il dolore e privilegio il contorto offerto da Dio. Sicché la tua vita, o Cristiano fedele, ottiene compensi impensati. Ci sono santi i quali si dichiarano sopraffatti da tanta generosità del Signore. « Quam magna multitudo dulce dinis tuæ Domine— come è grande, Signore, la della tua dolcezza! » (Sal., XXX, 20). Per tal modo Dio è sempre presente nelle vicende nostre, e come padre indulgente; e compensa con lautezza la docilità delle sue creature.

IV

ADDESTRARE I GIOVINETTI ALLE VOLONTARIE RINUNCE

E’ TRISTE LA VITA DELL’UOMO

Il dolore è una realtà inesorabile della vita. Chi non vi pensa e non vi si prepara è condannato a rivelazioni tardive, ma tremende. Come mai un genitore od un educatore potrà pensare di preparare il giovinetto o l’adolescente fuori d’ogni contatto volontario con questo fatale elemento della esistenza umana di quaggiù? Non è tuttavia raro di incontrare chi dica: « Avranno già molto da soffrire, che non è bene imporre loro rinunce prima che l’ora scocchi ». Unragionamento simile può essere tollerato in chi non abbia responsabilità d’educatore e di guida sulla strada della esistenza. Ognuno è libero di evitare un dolore inutile e di battere la strada meno disagiata. Se tu devi addestrare un inesperto ad affrontare una lotta di qualunque natura, ti curi di studiare le condizioni nelle quali essa dovrà svolgersi e di preparare il soggetto a tutte quelle condizioni di clima, di nutrimento, di sforzi, per averlo destro e pronto e vittorioso al momento opportuno. Che cosa diremmo se un capo di spedizione polare facesse partire la propria carovana come se dovesse andare all’Equatore, o viceversa? La nostra vita è evidentemente intessuta di difficoltà, di resistenza, di dure prove, di pazienti attese, di rinunce senza fine, di sorprese e di delusioni. Occorre pertanto saper disporre l’animo dei giovani così da trovarlo sereno e consapevole ad ogni contingenza. Chi agisce in tal modo si dimostra ispirato da un vero amore del suo discepolo. È un maestro preveggente. Una guida illuminata. E le difficoltà volontariamente e liberamente affrontate, anche prima della prova, non sono un atto crudele, bensì una precauzione accorta e fatta di amorose sollecitudini.

DOVERE DI MORTIFICAZIONE

Questo campo di volontaria abnegazione è aperto davanti a chiunque nella cura del corpo e nelle attenzioni dello spirito. Scrive il Cardinal Bona: « Quanto basta perché il corpo sia sano, tanto, e non più, gli darai. Questo è il tenore di vita ragionevole e salutare, al quale devi attenerti. Il corpo si ha da trattare rigidamente anzi che no, sicché non si faccia repugnante ai voleri dell’animo. È necessario concedergli quello di che abbisogna, ma non servirgli. Abbia cibo per sedare la fame, bevanda per estinguer la sete, vestimenta per ripararsi dal freddo, casa per garantirsi dalle ingiurie del tempo. Se ti propongono tali altre cose, le quali servono di puro ornamento, soffermati, impallidisci, e temi; che vi stanno apparecchiate insidie per l’anima ». – Tale rigida concezione della vita deve essere guida della madre consapevole e saggia. Abbia cura essa di infondere nell’adolescente la convinzione, che non siamo nati per essere schiavi del proprio corpo; il quale è appena uno strumento della volontà e dello spirito, ma tale strumento, che mira, se gli riesce, d’essere tiranno dell’animo e arbitro della nostra vita. D’altra parte, come fare senza il corpo? Perciò usiamone con l’occhio vigile, sicché non si sottragga al dominio nostro e ci umili nella soggezione a lui. Nota, che i sensi sono dell’anima le finestre. Non lasciarli aperti troppo verso terra; siano mantenuti intatti e vigorosi di fronte alle contaminazioni possibili. Nello stesso fanciullo venga istillato il dovere di rispettare il proprio corpo per le funzioni intese dalla natura. Sappia che esso risorgerà. Su questo piano si ingaggia e si avvia il combattimento spirituale, che dovrà durare tutta la vita. Mutano le forme, le condizioni, le circostanze degli assalti da parte della materia, ma la vigilanza e la decisione di resistere deve accompagnare il giovane per sempre. Si noti, che non soltanto occorre educare alla vittoria sopra gli stimoli della carne, ma altresì su quelli disordinati, che vengano dallo spirito. Anche qui necessita la vigilanza. L’orgoglio, in tutte le sue manifestazioni, è peccato dello spirito. Sovente è la causa di altri disordini del senso; poiché Dio non aiuta il superbo e lo lascia scivolare in basso, come castigo della intima ribellione alla Legge. La vittoria sull’orgoglio apparisce anche più difficile. Certi genitori non se ne avvedono per tempo; ne sono piuttosto lusingati dapprima e non di rado lo fomentano e se ne trovano lì per lì ammirati. Risposte spavalde, gesti sprezzanti, atteggiamenti prepotenti non allarmano sempre e subito le persone che amano senza cure spirituali e luce di Fede religiosa. Non vedono esse se non l’esplicazione di energie, alle quali occorre dare la via aperta, far largo. Così, pensano essi, potranno fare la loro posizione senza timidezze sciocche. Piace insomma nel piccolo la forma truculenta, che pare rivelare chissà quali straordinarie qualità d’ingegno e di carattere.

DOLOROSE SORPRESE

Ma codesti genitori, i quali si guardano bene dall’ammonire e, e occorre, dall’umiliare il piccolo tiranno, si avvedono poi tardi, che mentre fuori con i compagni quello deve rintuzzare dentro di sé l’impulso superbioso, con essi, al contrario, è libero e si abbandona allo sfogo dell’intemperante considerazione del proprio valore. In casa non ha trovato opposizione. Codesti genitori sono poi molto sorpresi e rattristati; ma forse non saranno più a tempo per provvedere energicamente e con profitto. In ogni zona della vita, del corpo e dello spirito, chi non sa rinunciare a qualcosa di lecito, non saprà evitare tutto ciò che è illecito. Per aver saputo da ragazzo privarsi d’un giocattolo, il giovane e poi l’uomo maturo sapranno voltare le spalle a soddisfazioni peccaminose e disonoranti. – La vita nostra si avvia per la strada che noi scegliamo. Se questa è fatta di appagamenti, come pretendere poi che gli incontri subdoli del male vengano superati e vinti da una volontà inesperta di rinunce? Il giovane deve crescere nella consapevolezza del dominio da esercitare sui cattivi istinti. Non è da dimenticare, che questa battaglia ha da essere condotta con i sussidi spirituali della Religione. Nessuno sosterrà lotte, se non riconosca di avere sopra di sé, buono e benevolo, un Padre che lo guardi e lo segua. Se Dio è sentito così e osservato come giusto giudice dei buoni e dei ribelli, eserciterà un influsso sommamente efficace sui pericoli nei quali l’uomo incorre ogni dì. Dio però è anche provvidente e ci somministra aiuti, attraverso i sacramenti della Religione, che sono i carismi sovrannaturali. Grazie d’ogni sorta ci vengono elargite dalla sua generosità ogni momento. Sono le più valide forze e i migliori conforti da noi desiderabili. Il fattore sovrannaturale ha una funzione somma nella formazione del carattere e quindi anche nella capacità di sopportazione dei disagi inevitabili alla intima battaglia. I sacramenti esercitano sui giovani un influsso di capitale rilievo. Sono i veicoli della forza, dell’amore, della compassione. In primo luogo rappresentano lo stimolo alle alte aspirazioni. La Grazia di Dio, come avvalora l’impegno nella sopportazione del dolore, sostiene l’animo nei momenti di sfiducia per le sconfitte possibili. Rianima, solleva, rinvigorisce. Essa ci dà modo di trarre dalle umiliazioni il coraggio delle sofferenze avvenire per quella vittoria, che Dio non lascia mancare alle buone e semplici e fedeli volontà.

SALMI BIBLICI: “DOMINE, DOMINUS NOSTER” (VIII)

Salmo 8: “Domine, Dominus noster.”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

Salmo 8:

In finem, pro torcularibus. Psalmus David.

[1] Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra! [2] quoniam elevata est magnificentia tua super caelos.

[3] Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem propter inimicos tuos, ut destruas inimicum et ultorem.

[4] Quoniam videbo caelos tuos, opera digitorum tuorum, lunam et stellas quae tu fundasti.

[5] Quid est homo, quod memor es ejus? aut filius hominis, quoniam visitas eum?

[6] Minuisti eum paulo minus ab angelis; gloria et honore coronasti eum; [7] et constituisti eum super opera manuum tuarum.

[8] Omnia subjecisti sub pedibus ejus, oves et boves universas, insuper et pecora campi,

[9] volucres caeli, et pisces maris qui perambulant semitas maris.

[10] Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra!

SALMO VIII

Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Lodi della potenza, sapienza e bontà di Dio, principalmente verso il genere umano. — Per gli strettoi, che traggono il vino, figura dell’amor di Dio tratto dai cuori. Si trova questo titolo in tre Salmi, che parlan dell’amor di Dio.

Per la fine: Per gli strettoi: Salmo di David.

1. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terra!

2. Perocché la tua maestà è elevata fin sopra dei cieli.

3. E dalla bocca de’ fanciulli e dei bambini di latte tu hai ricavata perfetta laude contro de’ tuoi nemici, per distruggere il nemico e il vendicativo.

4. Or io miro i tuoi cieli, opere delle tue dita, la luna e le stelle disposte da te.

5. Che è l’uomo, che tu di lui ti ricordi? Od il figliuolo dell’uomo che tu lo visiti?

6. Lo hai fatto per alcun poco inferiore agli Angeli, lo hai coronato di gloria e di onore;

7. E lo hai costituito sopra le opere delle tue mani.

8. Tutte quante le cose hai soggettate ai piedi di lui, le pecore e i bovi tutti e le fiere della campagna.

9. Gli uccelli dell’aria, e i pesci del mare, i quali camminano le vie del mare.

10. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terrai!

Sommario analitico

Il re Davide, durante la festa dei tabernacoli, passando la notte sotto una tenda di fogliame, contemplava il cielo, nel quale brillava la luna, e scintillavano mille stelle; poi ritornando con gli occhi sulla terra, è colmo di ammirazione per Dio che ha creato e governa tutte le parti di questo vasto universo. – Nessuno dubita che questo Salmo non abbia per oggetto Gesù-Cristo nel senso elevato, dopo l’applicazione che Nostro Signore stesso ne ha fatto del vv. 3 (Matt. XXI, 17), e come San Paolo (I Cor. XV, 26; Efes. I, 22; Ebr. II, 6,7,8). Due cose sono l’effetto della nostra ammirazione: il mondo creato e l’uomo ornato dai doni di Dio.

I – La sovrana potenza di Dio e la sua magnificenza nella creazione del cielo e della terra, e nella conoscenza che Egli da di Se stesso, imprimendo questa conoscenza nel cuore degli uomini, sia dei semplici che dei più istruiti e dei più versati nella scienza delle cose divine (2, 4).

II – La sua benevolenza, il suo amore per l’uomo che considera sotto due aspetti: 1) Nulla è più vile dell’uomo, se si considera il limo dal quale è stato tratto; ciò nonostante Dio lo ama, veglia su di lui con cura particolare, lo aiuta con il suo soccorso (5). – 2) Nulla è più elevato che l’uomo, se si considera che egli brilla dei doni di Dio: a) comparato agli Angeli, è quasi uguale a loro; b) considerato in se stesso è come una regina coronata di gloria e di onore (6), possiede la ragione e la libertà; c) se si compara l’uomo alle creature inferiori, è come un re che ha l’impero sull’universo, e comanda a tutti gli animali (7, 9).

Spiegazioni e Considerazioni

I –  1, 4

ff. 1. – Per coloro che non credono in Lui, Dio non è il loro Signore che in un sola maniera; Egli è “il nostro” a doppio titolo, sia perché ci ha tratti dal nulla con la Creazione, sia perché ci ha estratti dal secondo niente del peccato, mediante la Redenzione. – Il profeta non si impegna nel dire quanto sia ammirevole il suo Nome, questo è impossibile; ma egli esprime, così come può, la grandezza e l’eccesso della sua ammirazione (S. Chrys.). – Chi è colui che in mezzo alle innumerevoli meraviglie della creazione: tra queste foreste superbe e maestose in cui la solitudine, il silenzio, il fitto degli alberi, penetrano l’animo di un santo raccoglimento; ai bordi di un mare alternativamente calmo e in tempesta; sulla cima di queste alte montagne dove l’occhio si perde lontano in un orizzonte immenso e contempla con trasporto questo vasto insieme di vallate e di colline, di monti e di pianure, di campi coperti da ricche messi e di praterie verdeggianti, non si lasci scappare lacrime di ammirazione e di commozione e non gridi: « Dio, nostro Maestro sovrano, che il vostro nome sia mirabile su tutta la terra! ». Il Nome di Gesù, mirabile in particolare nel cielo e sulla terra, Nome al di sopra di ogni nome, Nome che è il solo per il quale possiamo essere salvati, Nome davanti al quale tutto si piega in cielo, sulla terra e negli inferi.

ff. 2. – La magnificenza dei prìncipi della terra che ha eretto dei palazzi superbi, ha costruito delle città, ha posseduto un gran numero di servi ed anche intere armate, ha ricolmato persone di ricchi doni, non è che debolezza, indigenza, povertà, comparata alla magnificenza di Dio che ha elevato i palazzi del mondo, di cui la terra è il pavimento ed il cielo il tetto, e nutre tutti gli esseri della terra, benché numerosi (Bellarm.). – Bisogna ammirare le opere di Dio ma senza arrestarsi; … elevare la propria anima, i propri pensieri, i propri affetti fino all’Autore di tutte queste meraviglie. – Le creature sono lo specchio in cui si riflette l’immagine di Dio, un’eco, una voce che grida a noi che esse non si sono fatte da se stesse, ma che sono l’opera di Dio; sono come le vestigie dei passi di Dio sulla terra, una scala che tocca terra e che deve condurci fino al cielo, le lettere con le quali Dio ha scritto caratteri strabilianti e rese visibili le sue perfezioni invisibili, la sua eterna potenza e la sua divinità (Rom. I, 20).

ff. 3. – Perché tuttavia questa magnificenza che oltrepassa i cieli non è riconosciuta e lodata in tutto il mondo? Gesù-Cristo ha risposto a questa domanda quando ha detto: « Io vi lodo, Signore, per ciò che avete nascosto ai saggi ed ai prudenti, per rivelarlo ai piccoli » (Luca X,21). – Dio chiede una prova eclatante della sua potenza facendo asservire alla sua gloria il più debole, delegando la lingua ancora balbettante dei bambini a cantare le sue lodi (S. Chrys.). – I prìncipi hanno bisogno di bocche eloquenti per far conoscere e rendere pubbliche le loro presunte grandezze, quella di Dio è invece così eclatante, che bastano dei bambini per proclamarla (Dug.). – la Chiesa di Gesù-Cristo è stata fondata non dai sapienti, dai saggi, dagli oratori secondo il mondo, ma da uomini deboli, ignoranti, balbettanti come bambini al seno materno; così l’orgoglio presuntuoso dei filosofi e dei saggi è stato confuso e annientato dalla semplicità della fede (S. Agost.). – I predicatori eloquenti convertono raramente i grandi peccatori, affinché l’uomo non sia tentato dall’attribuire alla delicatezza o alla sublimità dei suoi pensieri, alla disposizione delle sue parole, all’armonia ed alla perfezione del suo stile, ciò che è invece l’opera di Dio. – Dio ha introdotto l’uomo in questo mondo sensibile e corporeo per contemplarlo e gioirne; contemplarlo in ciò che Davide dice con queste parole: « Io vedrò i vostri cieli che sono l’opera delle vostre dita, io vedrò la luna e la stelle che voi avete stabilito ». In mezzo a queste immense perfezioni con cui avete regolato il corso del tempo per mezzo di una legge di inviolabile stabilità, l’uomo deve anche gioire del mondo, secondo gli usi che Dio ne ha prescritto: del sole, della luna e delle stelle, « per distinguere i giorni, i mesi, le stagioni e gli anni » (Bossuet, Elév., IV S., IV E.).

ff. 4 – Davide si unisce ai bambini per lodare il Creatore del cielo e della terra. Davide si mostrava essere un sapiente osservatore degli astri, quando diceva: « Io vedrò i vostri cieli, l’opera delle vostre mani, la luna e le stelle che avete stabilito! » Figuratevi una notte tranquilla e serena, che in un cielo pulito e terso sfoggia tutte le sue luci. È durante una tal notte che Davide guardava gli astri, perché egli non parla del sole: la luna e l’armata del cielo che la segue costituiscono l’oggetto della sua contemplazione. Egli non vede qui se non la bellezza della notte, gioisce di un sacro silenzio, e in una bella oscurità contempla la dolce luce che gli presenta la notte, per elevarsi così a Colui che solo riluce tra le tenebre (Bossuet, Elév.). – Studiare, come lui, i corsi regolari della luna e delle stelle, non serve altro che a far ammirare ed adorare la saggezza e la potenza di Dio e considerare la natura dei cieli per il fine onde Dio li ha creati.

II. — 5- 9.

ff. 5. – Quando con l’occhio misurate la distanza tra i pianeti dal sole, la loro relativa grandezza, la loro densità, il tempo di rotazione e di rivoluzione; quando vedete questa flottiglia di mondi vagare di concerto ed avanzare nello stesso senso, e la nostra terra illuminata da questa isola di luce che è il nostro sole; quando vedete tutta questa geometria in azione, tutta questa fisica vivente, tutto questo meraviglioso meccanismo della natura, sempre intrattenuta dalla presenza di Dio e manifestamente regolata dalla sua sapienza con leggi che sono la sua immagine; quando vedrete la vita e la morte nel cielo, un mondo infranto i cui rottami rotolano intorno a noi, il cielo che trascina con sé i suoi cadaveri nel suo viaggio del tempo, come la terra trascina i suoi; le stelle sparire, mentre altre nascono, crescono e si ingrandiscono; … quando vedrete su tutti questi mondi questo alternarsi di notte e di giorno, questo susseguirsi di stagioni in armonia con la vita della natura, e direi anche con la vita dei nostri pensieri e delle nostre anime, con le vicissitudini, le alternanze ovunque inevitabili, eccetto che in questo mondo centrale ove regna un’estate piena, un mezzogiorno pieno … qual è il grido naturale che prorompe dal cuore? « Che cos’è l’uomo Signore perché vi degnate ricordarvene? » (Gratry, Sources). – « Che cos’è l’uomo perché gli accordiate uno sguardo salvante? » Davide non ignorava che Giobbe prima di lui aveva già detto: « l’uomo nato dalla donna vive poco tempo e questo breve spazio è pieno di molte miserie ». Egli è simile al fiore che non appena schiuso è calpestato dal piede; egli fugge come l’ombra e non resta mai nello stesso stato (Giob. XIV, 1, 2). Ecco cos’è l’uomo nella sua condizione mortale e corruttibile. « Ora, Signore, è su di un essere di questo tipo che Voi vi degnate di posare gli occhi, è su di lui che vi prendete pena di confidare! » Conviene alla grandezza di Dio abbassarsi fino a considerare il dettaglio dei passi di una creatura così insignificante e così fragile? – In verità l’uomo è poca cosa e tuttavia questa poca cosa offre nella sua stessa natura degli aspetti così grandi da toccare l’infinito. Per questo, solo per chi è dotato di un’anima intelligente e libera, i suoi atti morali sono suscettibili di prendere una direzione assolutamente contraria, a seconda che sia osservata o disconosciuta la Volontà divina: ed è da questo libero esercizio delle facoltà umane che ne risulta un bene o un male, uno stato di ordine o di disordine, al quale il Dio di ogni perfezione e di ogni giustizia non sarebbe indifferente. Ma questa risposta non è che una risposta abbozzata. Che cos’è l’uomo? Ebbene consideratelo in Colui del quale è stato detto: « Ecco l’uomo ». Che cos’è il Figlio dell’uomo? Ebbene esaminatelo in Colui al quale il Padre ha detto nel tempo, come Gli aveva detto nell’eternità: « Voi siete mio Figlio ». Comprendete dopo ciò come Dio si ricordi dell’umanità e non la tratti da estranea. Sì, o Dio, e non si tratta solo della Persona del vostro Cristo, ma di tutto quanto Egli rappresenta, di tutto ciò che continua e prolunga, nella razza umana, questo Figlio di Dio, divenuto il Figlio dell’uomo; sì, Egli ha allora di che attirare i nostri sguardi, c’è là un oggetto legittimo dei nostri pensieri e delle nostre attenzioni (Mgr. Pie, Tom. VIII, 243, 244). – Pensare che oltre al rapporto che noi abbiamo sotto l’aspetto corporale con la natura cangiante e mortale, noi abbiamo d’altro canto un rapporto intimo ed una segreta affinità con Dio, perché Dio stesso ha messo qualche cosa in noi che può confessare la verità del suo Essere, ed adorarne la perfezione, ammirarne la pienezza; qualche cosa che può sottomettersi alla sovrana potenza, abbandonarsi alla sua alta ed incomprensibile saggezza, confidare nella sua bontà, temere la sua giustizia, sperare nella sua eternità. Da questa angolazione, se l’uomo crede di avere un’elevazione, non si ingannerà (Bossuet, Or. Fun. De la Duch. D’Orl.). – La grandezza dell’uomo, è tale in ciò che si riconosce miserabile. È dunque miserabile riconoscersi miserabile, ma è grande riconoscere che si è miserabile. Il pensiero fa la grandezza dell’uomo. L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo. Un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quando pure l’universo lo schiaccerebbe, l’uomo sarebbe ancora più nobile di chi lo uccide, perché egli sa che muore; mentre del sopravvento che l’universo ha su di lui, l’universo non ne sa nulla. (Pascal). – Dopo la creazione di cui Davide ha fatto comprendere il magnifico insieme per una sola delle sue parti, il Re-Profeta giunge alla provvidenza particolare per gli uomini, e soprattutto al grande beneficio dell’Incarnazione, che ne è l’espressione più sublime (S. Chrys.). Questi termini di “ricordo”, di “visita”, designano nel testo, come nelle versioni, delle attenzioni particolari della Provvidenza, dei benefici segnalati, delle testimonianze di favore. (Berthier). – Dio, infinitamente elevato al di sopra dell’uomo, vuole certo ricordarsi di lui: Egli lo ha visitato in mille modi, in tutti i tempi, ed infine con la straordinaria visita del Figlio suo incarnato: e questa visita intima, la più stretta dopo l’unione ipostatica, Egli l’ha perpetuata fino alla fine dei tempi nell’adorabile Sacramento dell’Eucarestia, vera e sostanziale estensione dell’Incarnazione, ove un Dio si offre non più alla natura umana in generale, ma distintamente ad ogni fedele in particolare.

ff. 6, 7, 8. – Tre sono i benefici di Dio verso la natura umana: – Egli lo ha creato di poco inferiore agli Angeli, – lo ha circondato di gloria e di onore, facendolo a sua immagine, dotandolo di intelligenza e di libertà, – infine gli ha dato il dominio su tutte le altre sue opere (Bellarm.). – Malgrado l’abbassamento dell’uomo seguito al suo peccato, Dio non lo ha spogliato interamente delle sue prerogative, non gli ritirato, ma solo ristretto l’impero che gli aveva dato su tutti gli animali (S. Chrys.). – O Dio, io ho considerato le vostre opere e ne sono stato colpito. Cosa è diventato questo impero che Voi ci avete dato sugli animali. Non se ne vede più tra noi che un piccolo resto, come un debole memoriale della nostra antica potenza ed un resto maledetto della nostra passata fortuna (Bossuet, Elév.). – Per grande giustizia, gli animali si sono rivoltati contro colui che si era rivoltato contro Dio. – L’uomo, quasi uguale all’Angelo per la sua condizione, si mette al di sotto degli animali con le sue inclinazioni sregolate; Dio lo ha coperto di gloria e di onore, ed egli si copre di obbrobrio e di infamia; Dio l’ha stabilito sulle opere delle sue mani, ed egli si assoggetta alle creature delle quali la sua cupidigia lo rende schiavo. Ahimè, Ahimè « L’uomo, che è stato messo in tanto onore, distinto dagli animali con la sua creazione, costituito loro maestro e loro sovrano, si è reso uguale alle bestie insensate, ed è divenuto simile a loro » (Sal. XLVIII, 13, 21).

ff.10 – Questo salmo, che termina come è incominciato, ci fa comprendere che noi dobbiamo cominciare e finire la nostra vita, i nostri anni, i nostri mesi, le nostre giornate, le nostre ore, tutte le nostre azioni, con l’ammirare ed adorare la grandezza di Dio, e che dobbiamo concludere tutte le nostre preghiere gettando uno sguardo su Gesù-Cristo.

16 LUGLIO: MADONNA DEL CARMELO (2019)

16 LUGLIO MADONNA DEL CARMELO (2019)

LA MADONNA DEL CARMINE

L’ ORAZIONE.

Deus, qui beatíssimæ semper Vírginis et Genetrícis tuæ Maríæ singulári título Carméli órdinem decorásti: concéde propítius; ut, cujus hódie Commemoratiónem sollémni celebrámus offício, ejus muníti præsídiis, ad gáudia sempitérna perveníre mereámur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum.

“0 Dio, che avete concesso all’ Ordine del Carmelo l’insigne onore di portare il nome della beatissima sempre Vergine Maria vostra Madre, concedete a noi, nella vostra misericordia, che circondati dalla protezione di Colei di cui onoriamo oggi solennemente la memoria, meritiamo di pervenire all’eterna felicita; voi che Dio vivete e regnate etc. “

L’EPISTOLA.

Lezione tratta dal Libro dell’Ecclesiastico. Cap XXIV, v. 23,31.

Io come la vite gettai fiori di odor soave, e i miei fiori sono frutti di gloria e di ricchezza. Io madre del bell’amore, e del timore e della scienza e della santa speranza: in me ogni grazia per conoscer la via della verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me voi tutti,voi che siete presi dall’amore di me; e saziatevi dei miei frutti; perché dolce è il mio spirito più del miele e lamia eredità più’ del favo del miele. Memoria di me si farà per tutta la serie dei secoli. Coloro che mi mangiano hanno sempre fame, e coloro che mi bevono hanno sempre sete. Chi ascolta me non avrà mai da arrossire, e quelli che per me operano non peccheranno. Coloro che mi illustrano, avranno la vita eterna.

IL VANGELO.

Segue il santo Vangelo secondo s. Luca, Cap. XI, v. 17. 28.

lo quel tempo mentre Gesù parlava alle turbe, alzò la voce una donna di mezzo ad esse, e gli disse: Beato il seno che ti ha portato, e le mammelle che hai succhiate. Ma Egli disse: Anzi beati coloro, che ascoltano la parola di Dio, e l’osservano.

In qualità di Madre di Dio, Maria è pietosa alle nostre necessità; in qualità di Madre di Dio, Maria può soccorrerci nelle nostre necessità: questo è quanto ci insegnano i Padri, e c’insegna la Chiesa, è quanto ci detta la ragione, e l’esperienza di tutti i tempi c’impedisce di porre in dubbio. Alla nostra profonda venerazione per l’augustaMadre di Dio uniamo adunque la più gran fiducia; ricorriamo a Lei in tutte le penose congiunture in cui ci troveremo: poiché in qualunque occasione ciò avvenga, Maria può essere per noi un aiuto infallibile, estendendosi la sua misericordia ad ogni cosa, intromettendosi in tutte le nostre necessità, quanto ai beni spirituali, e quanto ai beni temporali. Voi dunque, dice s. Bernardo, voi tutti che vogate in mezzo agli scogli e alle tempeste di questo mondo, se volete salvarvi dal naufragio, mirate la vostra stella, alzate gli occhi verso Maria. Siete assaliti da violente tentazioni, vi sentite mancare le forze, e il vostro cuore è presso a soccombere? Chiamate in vostro soccorso Maria. Siete esposti a gonfiarvi d’orgoglio, all’amarezza dell’odio, agli impeti dell’ira, al veleno dell’invidia? Invoca te Maria. È la tribolazione che vi perseguita, vi affligge, vi abbatte e vi desola? Cercate in Maria il vostro sostegno. In tutti i pericoli, in tutti i mali, in tutte le sventure di questa vita mortale, pensate a Maria,  e tendete a Lei le braccia per implorare la sua assistenza – La Regina dei cieli, che oggi onoriamo, sotto il titolo di Nostra Donna del santo scapolare, apparendo al Beato Simone Stock, generale dell’ordine dei Carmelitani, gli pose nella mano il santo scapolare, come uno scudo contro tutti gli assalti e una difesa in tutti i pericoli, come uno dei più saldi appoggi nell’ultima ora, e quasi assicurazione contro lo spaventoso rischio di una irrevocabile condanna: ma non perdiamo di vista che tante promesse sono unite alla confraternita del santo scapolare, non per dispensarci dalla penitenza, ma per aiutarci a far penitenza; non per sottrarci alle leggi del Vangelo. ma per facilitarcene l’osservanza; non per darci una colposa sicurezza nelle nostre sregolatezze, ma per ottenerci i mezzi di uscirne; non per assicurarci una santa morte dopo una vita peccaminosa, ma per farci pervenire alla morte preziosa dei giusti con la vita pura o penitente dei giusti. – Maria è il rifugio dei peccatori, ma dei peccatori contriti,dei peccatori penitenti, dei peccatori che sentendo l’infelice stato a cui gli ha ridotti il peccato, si sforzano di uscirne e di salvare la loro anima dal fuoco eterno. Mariaè la Madre di misericordia, ma la sua misericordia non e una pietà meschina e cieca, una molle indulgenza che favorisca il peccato, ledendo i diritti della giustizia divina; è una misericordia illuminata e pronta sempre a seguire i sentimenti di Gesù Cristo; una misericordia che, facendo sperare il perdono al peccatore, l’eccita nello stesso tempo alla penitenza. Maria è pronta sempre a domandare a Dio la grazia della nostra conversione; ma bisogna che la domandiamo noi stessi con Lei, bisgna che che cooperiamo alla nostra santificazione; ed è follia il riposarci sopra il soccorso di Lei quando da noi medesimi ci abbandoniamo. Facciam capitale, si, di Maria, possiamo, e anzi dobbiamo farlo; ma non speriamo di star d’accordo con Maria, se non temiamo di essere in discordia con Gesù Cristo; e se siamo sempre degni di condanna al tribunale del Figlio di Lei, non speriamo giammai di essere assoluti al tribunale di Maria. Rammentiamoci che per conciliar a noi la benevolenza materna della potente protettrice che onoriamo specialmente oggi, dobbiamo accompagnare alla nostra azione costumi religiosi e puri, costante applicazione nell’adempire tutti i nostri doveri, e la pratica di tutte quelle virtù cristiane, di cui essa ci ha dato l’esempio.

(L. Goffiné: manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste. Tip. Calas., Firenze – 1869)

Decor Carmeli, ora prò nobis.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 8 nov.1921).

406

O Vergine benedetta, o piena di grazie, o Reginadei Santi, quanto m’è dolce di venerartisotto questo titolo di Madonna del Monte Carmelo!

Esso mi richiama ai tempi profetici di

Elia, quando Tu fosti, sul Carmelo, raffigurata

in quella nuvoletta, che poi, dilargandosi, si

aprì in una pioggia benefica, simbolo delle grazie

santificatrici, che ci provengono da te. Sin

dai tempi apostolici Tu fosti onorata con questo

misterioso titolo : ed ora mi rallegra il pensiero

che noi ci uniamo a quei primi tuoi devoti e con

essi ti salutiamo, dicendoti: O decoro del Carmelo,

o gloria del Libano, Tu giglio purissimo,

Tu rosa mistica del fiorente giardino della Chiesa.

Intanto, o Vergine delle vergini, ricordati

di me miserabile, e mostra di essermi madre.

Diffondi in me sempre più viva la luce di quella

fede che ti fece beata; infiammami di quell’amore

celestiale, onde Tu amasti il Figliuol

tuo Gesù Cristo. Son pieno di miserie spirituali

e temporali. Molti dolori dell’anima e del corpo

mi stringono da ogni parte ed io mi rifugio,

come figliuolo, all’ombra della tua protezione materna.

Tu, Madre di Dio, che tanto puoi e tanto vali,

impetrami da Gesù benedetto i doni

celesti dell’umiltà, della castità, della mansuetudine,

che furono le più belle gemme dell’anima

tua immacolata. Tu concedimi di esser forte

nelle tentazioni e nelle amarezze, che spesso mi

travagliano. Allorché poi si compirà, secondo

il volere di Dio, la giornata del mio terreno pellegrinaggio,

fa’ che all’anima mia sia donata,

per i meriti di Cristo e per la tua intercessione,

la gloria del paradiso. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum

(Breve Ap., 12 apr. 1927; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1935).

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-3A-)

LE BEATITUDINI 3 A

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO TERZO

Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

Beati i dolenti

I

SEGNO DI NOBILTÀ IL PIANTO

Chi sprezza il pianto, espressione d’un verace dolore, è inumano. Bisogna soffrire d’una grave deviazione del sentimento, per essere duro verso una creatura, che ha ragione di sparger le sue lacrime. Inaridisce il cuore di coloro che s’abbandonano ai godimenti della lussuria, a quelli dell’avarizia, alle fantasie dell’orgoglio. Costoro, nel bruciare incenso alle tre concupiscenze centrali incendiano il proprio cuore dinanzi ai tre idoli e diventano incapaci persino di pesare la gravità della loro condizione morale. La quale è desolazione e rovina. – Non vergogniamoci, pertanto, di saper piangere. Certo occorre una ragione proporzionata, che valga. Indice di fisica e anche morale debolezza è la lagrima per ogni piccolo contrasto, per ogni pena, per le puerili delusioni della vita. Nobile è soprattutto il pianto per i nostri falli. Son questi i dolori più consistenti, perché gli errori morali corrispondono ai maggiori danni, che ci colpiscono quaggiù. Hanno essi anche sicure risonanze nell’altra vita e noi siamo tenuti a premunircene. Adoriamo l’autore della nostra vita e della nostra rigenerazione. Pensiamo a quanto è costata la nostra formazione spirituale e alla devastazione provocata dal peccato. Ribellione contro Dio, l’anima invasa dal nemico e umiliata dalla schiavitù di satana. – Dove si voleva la liberazione dall’obbedienza al Signore vero della nostra esistenza, venne sostituita una soggezione oppressiva e umiliante. Bisogna piangere tanta rovina; pentirsi di siffatto errore. E provvedere ai mezzi per riacquistare la libertà dei figli di Dio. – Si tratta della nostra esistenza eterna. Come si può cercare appagamento di desideri illegittimi, sciogliendosi dalla docilità a Colui, che ci ha plasmato di sua mano, mettendoci in cuore felicità vera e non fallace? Fuori della linea di piena obbedienza a Lui non si trova che il fallimento. Né gioia né piacere. Piangiamo, dunque la perdita di tesori e di privilegi e, più dell’amicizia di Dio. Smarrita ogni garanzia di beni eterni, che cosa ci resta, se non di piangere sulla nostra spirituale desolazione?

DEL PRESENTE E DEL FUTURO

Nobile è allora il pianto. Lagrime da paragonare allora a quelle sparse da mille grandi anime, tornate alfine verso l’altare di Dio. Pianto che richiama quello stesso di Gesù davanti all’immane errore di Gerusalemme, la sua città; davanti alla tomba di Lazzaro, il suo amico. La morte d’una persona amata è bene una ragione di dolore nobile e degno d’ogni rispetto.

Di tutti i loro (degli uomini) traviamenti, scrisse Pascal, è certo quello (la mancanza di riflessione al fine della vita), che più li convince di follia e dove è più facile confonderli, alla tregua del senso comune e dei sentimenti naturali. Perché senza dubbio, il tempo di questa vita non è che un istante, lo stato della morte è eterno, qualunque possa essere la sua natura, e così tutte le azioni e i pensieri nostri devono prender vie differenti, secondo la natura di questa eternità; e per ciò è impossibile fare un passo giudizioso, altrimenti che regolandolo secondo la verità di questo punto, che dev’essere l’oggetto capitale dei nostri pensieri. Nulla di più evidente; perciò secondo i principi della ragione, la condotta degli uomini è affatto insensata se essi non prendono altra via. Da questo si giudichi la condotta di quelli che vivono senza pensare a quest’ultimo fine della vita, che si lasciano andare alle voghe e ai piaceri senza riflettere e senza inquietarsi e, quasi potessero annientare l’eternità cacciandone il pensiero, solo cercano la felicità del momento ». Davanti a tanto pericolo, l’uomo avveduto si preoccupa e si commuove, osserva come i più vivano distratti e decide secondo giudizio. Si gioca l’eternità. Questo pensiero nell’animo nobile si allarga con l’interesse dei prossimi, che vede smarrirsi nella leggerezza senza scusa. Sentire i falli altrui e gli altrui pericoli è segno di delicatezza e di fraternità. È prova dell’amore del prossimo e di Dio. – Ma ci sono anche i dolori preparati ogni giorno dalla vita. Quanti malati, quante infermità di persone su cui gravano responsabilità e che rappresentano dolori più vasti e pene senza numero di individui e di famiglie. Si pensi ai dolori causati dalla scostumatezza, che fa soffrire individui e gruppi sociali e costituisce la ragione di tribolazioni senza fine. Si pensi alle pene spirituali, alle preoccupazioni verso l’avvenire, alle sollecitudini per la riuscita dell’educazione dei figli, per il loro collocamento. E perché non si dovrebbe aver cuore per le sofferenze dei popoli infelici, perseguitati, umiliati, calunniati, oppressi? Il cuore del Cristiano non è insensibile per nessun male che affligga l’umanità. « Beati i dolenti, perché saranno consolati ».

PENA CHE CONSOLA

Il dolore che lacerò il cuore di Gesù Cristo fu un dolore vasto quanto il mondo; investiva l’umanità intera, soccorreva le lagrime di tutta la terra. Raggiungeva attraverso tutti i secoli tutti gli uomini. E il suo seguace si studia di ricopiare il suo esempio divino e di affinare la propria sensibilità per arrivare a soffrire con l’immenso spasimo, che contrista milioni di cuori di fratelli. Quanto profitto per essi! Dio ha modo di mitigare le sofferenze di uno per il merito dell’offerta dell’altro. Questa solidarietà torna gradita a Dio, poiché ne ha dato l’esempio lo stesso suo Figlio. Orbene, dobbiamo riconoscere, che, anche solo in questa partecipazione attiva al patire dei prossimi, c’è una vena di consolazione. « Dare è meglio che ricevere ». E quando si dà una sincera commozione, una schietta sofferenza, un sentimento intimo del cuore, una lagrima sia pure segreta; quando uno sa avvertire e immedesimarsi dell’altrui pena, nello sconforto che abbatte anime sorelle, siano pure sconosciute, lo spirito dell’uomo ben nato si riconcilia con il dovere dell’amore, sovente pretermesso, avverte in una intima serenità l’approvazione discreta della coscienza. – Che cosa intendeva san Paolo quando scriveva ai Romani: «Optaban enim ego ipse anathema esse a Christo prò fratribus meis ». (IX, 3) voleva dire, che tale era la fraterna dilezione per tutti i redenti da Cristo, da essere disposto a venir anche separato da lui, a patto di potere a Cristo portare i suoi compagni per mezzo dell’amore di lui. Paolo partecipava allo strazio spirituale di tanti figli di Dio e voleva esprimere questo alto sentimento. Non si peritò di usare un’iperbole quasi disperata; e noi restiamo dopo tanti secoli testimoni ammirati della sua passione fraterna.

II

QUELLI CHE SOFFRONO SONO NELL’ORDINE

NESSUN PESSIMISMO

Essi soli hanno della vita presente una giusta visione. Il dolore è la norma. Non occorre farsi prestare ragioni dai pessimisti. Leopardi non ha pianto sul dolore umano; ne ha abusato per maledire la natura e la vita. Ora non questo intende l’animo cristiano. Sappiamo come il mondo sia decaduto. Il peccato originale ci spiega il dolore di quaggiù. Ma non fu così in origine; né di questo stato, colpa ha il Creatore. Da Lui abbiamo invece soccorso e luce, il male venne dall’uomo, il quale scatenò le forze inferiori e si ribellò al divino amore, che da principio lo aveva accolto in un Paradiso. Dio piuttosto subì, ma non volle. Dio nell’istante stesso in cui applicò, accettandole, le conseguenze del male, lo circoscrisse e medicò con delicatezza materna. E affinché l’uomo non dovesse vivere sotto il giogo d’una inappellabile condanna, gli prospettò innanzi il panorama della redenzione del suo Figliolo. Nondimeno il dolore era entrato nel mondo e la vita umana aveva subito una sorta di inferiorità e anche la morte, prima ignorata e impensata. Il dolore dovrà essere la condizione normale della esistenza del re dell’universo. – Oggi, come ieri e come sarà sempre, si fanno avanti certi ingenui adoratori dell’antichità classica, che il Tommaseo dice « semplicetti », a blaterare che il Cristianesimo ha, insieme con la pazienza, inventato il dolore. E vi declamano la bellezza della vita oppure, come usano dire leziosamente, « vivere in bellezza ». Essi però dell’antichità non conoscono se non le favole. I gridi di spasimo non li han sentiti erompere fuori dalle cortine delle apparenze o dietro i paraventi dei versi dei poeti. « Virtutem posuere Dii sudore parandam — stabilirono gli Dei, che la virtù debba essere conquistata col sudore » (Esiodo); « duris urgens in rebus egestas — nelle dure vicende urge il bisogno » (Virgilio); « superando omnis fortuna ferendo est — qualsiasi avvenimento è da sopportare con lo sforzo » (ivi). – E tante altre grida dell’umanità, aggiunge il Tommaseo, che conosce il suo stato e non adula stoltamente se stessa. – Quelli che dipingono pertanto la vita come un banchetto, lo faranno forse in un periodo di fortuna e di benessere, e sono degli ingenui; se poi lo fanno di proposito, pur conoscendo la dura realtà d’ogni giorno, sono dei riprovevoli ingannatori.

È L’ORDINE DI NATURA

Ci sono sempre stati di costoro, ma la loro teoria non ha avuto presa. Neppure essi ne vissero, e il dolore li ha fatti rinsavire, sia pur tardi. Vi furono quei che vollero adorato l’uomo come un Dio impassibile; altri, più sinceri ma non più illuminati, han giudicato l’uomo impastato di bassezza e di indegnità. Gli uni vollero che l’uomo tenesse la fronte alta sino all’altezza del Creatore dell’universo, gli altri lo costrinsero ad abbassarla fino al piano del bruto. Soltanto la Religione cristiana seppe finalmente riconoscere la grandezza e la miseria nostra. Essa mostrò come sia necessario, per essere felice, di credere in Dio, che si deve amare; e poi insegnò) che l’essere separati da lui è la nostra sola e vera sciagura. A tutti però essa non nasconde la realtà del dolore; il quale, per altro, non è una sciagura, avendo esso un alto fine e rappresentando un merito. – Beati dunque quelli che piangono; poiché sono nell’ordine di natura e si trovano ormai sulla strada della conquista della loro vita. « In patientia vestra possidebitis animas vestras— nel vostro dolore verrete in possesso della vostra vita ». Il progredimento è possibile. Ma non può essere che in questa linea. Chi rifiuta la sua particola di sofferenza diventa inetto ad assolvere i suoi compiti; difetta della prima condizione per la riuscita. Ebbene vediamo come questa si raggiunga. Occorre almeno l’accettazione silenziosa della prova. Siano le difficoltà interiori od esterne, saper tacere e reprimere tutti i gesti suggeriti da una malinconia eccessiva od avvelenata. Il Cristiano non esce in invettive, non fa maldicenza, né minaccia vendette. Neppure lascia indovinare il dispetto trasandando il dovere o le persone, come misura di rappresaglia contro la prova patita. Sono dimostrazioni di umiliata impotenza, che fanno a pugni con lo spirito della rassegnazione al male inevitabile. Neppure è da consentirsi la ricerca di consolazioni illecite, per compensarsi del male dovuto accettare. Se poi ti senti invaso da pensieri, immaginazioni, ricordi, che ti rendono triste e allentano l’energia della resistenza, stornandoti dal dovere, spazza la tua fantasia, libera la mente e reagisci con decisione. Il Cristiano, che mira a santificare il suo dovere, se anche avverta qualche lagrima sul suo ciglio, si studia di elevare la sua stessa rassegnazione verso una dilatazione gioiosa dell’animo. Accetta con largo cuore tutte le prove lievi e dolorose. Giunge persino ad accogliere il dolore baciando la mano che glielo presenta. Non occorrono gesti spettacolosi, ma la benigna disposizione dell’animo e la volontà di lodare in ogni modo il Signore.

ACCETTAZIONE LIETA

Quanto attraente appare la sofferenza cristiana, nella sua forma di accettazione consapevole e lieta! Qui l’ignaro della forza del Vangelo incontra un argomento di meraviglia e di simpatia. Infatti ognuno vede il miracolo con gli occhi suoi. Non è a dire quanto satana paventi codesta energia divina resa visibile da una volontà illuminata. Ma il Signore protegge i suoi e li salva. Egli sta nascosto dietro il dolore e agisce senza scoprirsi. Mi sovviene l’esperienza del Cardinal Newman. Il grande convertito, che aveva commosso tutto il mondo anglosassone con i suoi studi religiosi e con il coraggio della sua conversione, allorché l’anima fu matura, ebbe poi sempre a soffrire. Una così profonda novità di vita non può effettuarsi senza tale scossa da lasciare imperitura la traccia di sé. Il suo dolore era calmo e dignitoso, sereno e imperturbabile. Dentro, nell’ambito della sua vita spirituale, aveva risonanze di mestizia non dovute alla volontà, ma alla realtà, al fatto. E ne analizzava la consistenza, talvolta; e indagava il modo come Dio agisce nel segreto delle coscienze. « Nel momento in cui Dio è in noi, noi non rileviamo la sua presenza, ma appena dopo, quando portiamo il nostro sguardo indietro, su questa grazia che è venuta a noi e che non è più lì, sotto gli occhi… Tale è la regola che Dio s’è imposta. Il silenzio e ilsegreto velano i suoi favori. Noi non scorgiamo questi nell’istante in cui vengono, ma soltanto più tardi con gli occhi della fede. Quale strana Provvidenza! Così costante, così efficace, così infallibile nel suo silenzio… Ecco ciò che confonde la potenza di satana. Egli non può discernere la grazia di Dio al suo passaggio. Nella sua follia di rivolta e di bestemmia, egli vorrebbe, si, incontrarla e combatterla. Non lo può. Né la sua astuzia, né la sua penetrazione servono. Il numero infinito dei suoi occhi non penetra la serena maestà di questo silenzio, la calma e imperturbabile santità che regna nella Provvidenza di Dio ». Per l’anima in pena è talvolta duro nascondersi nel presente; ma è tanto dolce questa visione aperta sul passato, che persiste e si mantiene presente. Dio è anche spirito consolatore. E se non ci dà il gusto della sua visione attuale, ce ne comunica la preziosa sostanza effettiva.

SALMI BIBLICI: “DOMINE DEUS MEUS” (VII)

Salmo 7: Domine, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOMO PRIMO.

Salmo VII

Psalmus David, quem cantavit Domino pro verbis Chusi, filii Jemini.

[1] Domine Deus meus, in te speravi; salvum me fac ex omnibus persequentibus me, et libera me,

[2] nequando rapiat ut leo animam meam, dum non est qui redimat, neque qui salvum faciat.

[3] Domine Deus meus, si feci istud, si est iniquitas in manibus meis,

[4] si reddidi retribuentibus mihi mala, decidam merito ab inimicis meis inanis.

[5] Persequatur inimicus animam meam, et comprehendat; et conculcet in terra vitam meam, et gloriam meam in pulverem deducat.

[6] Exsurge, Domine, in ira tua; et exaltare in finibus inimicorum meorum; et exsurge, Domine Deus meus, in praecepto quod mandasti;

[7] et synagoga populorum circumdabit te: et propter hanc in altum regredere.

[8] Dominus judicat populos. Judica me, Domine, secundum justitiam meam, et secundum innocentiam meam super me.

[9] Consumetur nequitia peccatorum; et diriges justum, scrutans corda et renes, Deus.

[10] Justum adjutorium meum a Domino, qui salvos facit rectos corde.

[11] Deus judex justus, fortis, et patiens; numquid irascitur per singulos dies?

[12] Nisi conversi fueritis, gladium suum vibrabit; arcum suum tetendit, et paravit illum.

[13] Et in eo paravit vasa mortis, sagittas suas ardentibus effecit.

[14] Ecce parturiit injustitiam; concepit dolorem, et peperit iniquitatem.

[15] Lacum aperuit, et effodit eum; et incidit in foveam quam fecit.

[16] Convertetur dolor ejus in caput ejus, et in verticem ipsius iniquitas ejus descendet.

[17] Confitebor Domino secundum justitiam ejus, et psallam nomini Domini altissimi.

SALMO VII.

[Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Davide prega Dio di difendere la sua innocenza contro le accuse di Chus, ossia di Saulle, che lo chiamò insidiatore, ovvero di Semei che lo disse uomo di sangue e invasore del regno di Saulle. È salmo composto nella persecuzione di Saulle o di Assalonne.

Salmo di David, cantato da lui al Signore, a motivo delle parole di Chus, figliuolo di Jemini.

1. Signore, Dio mio, in te ho posta la mia speranza: salvami, e liberami da tutti coloro che mi perseguitano!

2. Affinchè qual lione non faccia preda dell’anima mia, quando non siavi chi porti liberazione e salute.

3 Signore, Dio mio, se ho io fatta tal cosa, se avvi nelle mani mie iniquità;

4. Se male ho renduto a coloro che a me ne facevano, cada io giustamente senza prò sotto dei miei nemici.

5. Perseguiti l’inimico l’anima mia, mi raggiunga, e calpesti insieme colla terra la mia vita, e riduca in polvere la mia gloria.

6. Levati su. o Signore, nell’ira tua, e fa mostra di tua grandezza in mezzo ai miei nemici. E levati su, o Signore, Dio mio, secondo la legge stabilita da te;

7. E la moltitudine delle nazioni si adunerà intorno a te. E per amor di questa ritorna nell’alto.

8. Il Signore fa giudizio dei popoli. Fammi ragione, o Signore, secondo la mia giustizia, e secondo l’innocenza che è in me.

9. La malvagità dei peccatori avrà fine, e sarai guida del giusto, tu, o Dio, che penetri i cuori e gli affetti.

10. Il mio soccorso giustamente (aspetto) di cuore.

11. Dio giusto giudice, forte e paziente, si adira egli forse ogni di?

12. Se voi non vi convertirete, egli ruoterà la sua spada; ha teso il suo arco e lo tien preparato.

13. E con esso ha preparati strumenti di morte; le sue frecce ha formate per quelli che spiran fiamme.

14. Ecco che quegli ha partorito l’ingiustizia, ha concepito dolore, ed ha partorito l’iniquità.

15. Ha aperta e scavata la fossa, e nella fossa che ha fatto, egli è caduto.

16. Il suo dolore ritornerà sul capo di lui, e sulla testa di lui cadrà la sua iniquità.

17. Glorificherò il Signore per la sua giustizia, e al nome del Signore altissimo canterò inni di laude.

Sommario analitico

Davide geme sotto l’ingiusta persecuzione di Saul e di quelli che avevano eccitato l’odio e l’invidia contro Davide.

I – Implora il soccorso di Dio a causa di due motivi.

1) Gli attributi di Dio, la sua maestà, la sua bontà per quelli che sperano in Lui, la potenza che può disporre contro i suoi nemici (1, 2); .2) la paura di Saul ed il terrore che egli ispirava a tutti quelli che avrebbero voluto portare soccorso a Davide (3).

.2) Le ragioni che gli sono proprie. – a) la sua innocenza: egli non ha commesso alcuna ingiustizia nei riguardi di coloro che lo perseguitano, e non ha reso loro male per male (4); b) la sua umiltà: egli si sottomette, se colpevole, alla giusta vendetta di Dio ed al furore dei suoi nemici (5); c) la sua fiducia che gli fa sperare che Dio lo vendicherà ed umilierà i suoi nemici (6); d) l’impressione salutare che questa giusta rovina farà sul popolo (7, 8).

II – Egli predice il giudizio futuro.

1) Indica le persone (9); 2) Espone la giustizia di questo giudizio che Dio pronunzierà secondo i meriti di ciascuno; 3) Il doppio esito di questo giudizio, infelice per gli empi (10), gioioso per i giusti (11). 4) Le quattro virtù del giudice: la giustizia, la forza, la longanimità, la severità (12). 5) La grandezza del castigo, da vicino la spada, da lontano le frecce (13, 14). 6) Le cause di questo terribile castigo. – a) I crimini concepiti nel fondo del cuore (15); b) quelli che si producono all’esterno; c) quelli che sono nocivi agli altri e che ricadono sui loro autori (16, 17). 7) Conclude rendendo grazie a Dio, e lodando la giustizia del Signore (18).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1- 8.

ff. 1. – Quale vivacità di sentimenti, come sempre! Davide non dice « Signore Dio », ma « Signore mio Dio ». Come il resto degli uomini, egli sente il bisogno di Dio, ma prova particolarmente questo bisogno a causa del suo amore (S. Chrys.). – La persecuzione è stata in tutti i tempi la ricompensa dei giusti, e soprattutto dei Cristiani, la cui vita non deve essere altro che la partecipazione ed il compimento dei misteri di Gesù-Cristo sofferente e perseguitato. – L’uomo giusto ha sempre molti nemici che lo perseguitano, perché è sempre in guerra con le potenze delle tenebre, con le massime e gli esempi del mondo, persecutori irriconciliabili delle proprie passioni; è inoltre perseguitato per le ingiuste passioni degli altri perché egli vuole vivere con pietà in Gesù Cristo (II Tim. III, 12). – Chiediamo sull’esempio di Davide, non che Dio ci vendichi dei nostri nemici, che li faccia perire, ma che Egli ce ne liberi.

ff. 2. – Noi possiamo chiedere di essere liberati dalla persecuzione, quando temiamo di soccombere in essa. – Davide aveva intorno a lui un gran numero di difensori; sul suo esempio guardiamo il mondo intero come un soccorso insufficiente, se nello stesso tempo non abbiamo che Dio per appoggio, e non ci consideriamo affatto come reietti quando saremo ridotti alle nostre sole forze, una volta che Dio ci viene in aiuto. (S. Chrys.). Il demonio come “leone ruggente”, gira incessantemente intorno a noi per rapire la nostra anima; egli è tanto forte quando non c’è nessuno a strapparci dalle sue mani, ma è debole quando siamo nelle mani di Dio. Gettiamoci dunque nelle mani di Dio, nessuna forza potrà rapirci ciò che abbiamo depositato in queste mani divine.

ff. 3. – Non c’è che il giusto per eccellenza che possa parlare della sorte. Colui che ha potuto dire con sicurezza ai farisei, ai Giudei concordi ed accaniti contro di Lui « chi di voi mi accuserà di peccato? » (Joan.); Colui del quale S. Pietro ha detto « Egli non ha commesso peccato, e non si è trovata malizia sulle sue labbra ». – Non è come figura di questo giusto per eccellenza, che Davide ha potuto tenere questo linguaggio, ed in senso ristretto, a causa delle ingiuste persecuzioni di cui era stato l’oggetto. « Padre mio, riconosci dunque e vedi che non c’è in me alcun disegno iniquo né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla » (I Re, XXIV, 12). – Tutti gli altri giusti, chiunque essi siano, hanno sempre commesso qualche peccato; se noi non avessimo commesso i peccati dei quali ci si rimprovera, cos’altro abbiamo commesso di cui ci si possa rimproverare? La preghiera non è sufficiente ad ottenere ciò che domandiamo, se non la rivestiamo delle condizioni che la rendano gradita a Dio.

ff. 4. – Davide, Cristiano prima di Gesù-Cristo, si eleva ben al di sopra della legge non rendendo il male a colui che glielo aveva fatto. Quale perdono potremo mai ottenere, quale scusa accampare, noi che, dopo la venuta di Gesù-Cristo, non siamo giunti ancora al grado di perfezione al quale erano giunti coloro che vivevano sotto l’antica Legge, benché Dio esiga da noi una giustizia molto più perfetta? (S. Chrys.). « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli ». Quanti raggi di sole, quante gocce di rugiada, quanti beni Egli spande e versa sui suoi nemici, quante condanne pronunciate verso coloro che rifiutano di rendere il bene per male. – Gesù-Cristo ci ha comandato di non avere nemici, ciò che non è in nostro potere, ma ci dato come precetto di non rendere male per male, cosa di cui siamo invece maestri perfetti. (S. Chrys.). – Si noti che Davide non dice soltanto: « se io ho reso il male a coloro che me ne hanno fatto »,  « ma a coloro che mi hanno reso il male al bene ». Colui che rende ha già ricevuto qualcosa. Ora c’è più pazienza e virtù nel non fare del male a chi ha reso male per bene dopo un beneficio, di chi non fa il male a chi ha voluto nuocere senza aver ricevuto mai un beneficio (S. Agost.).

ff. 5. –  L’uomo che si vanta di potersi vendicare di un altro uomo – dice S. Agostino – si inganna per la sua vanità. Il vendicativo è vinto dalla sua passione; mentre applaude alla sua falsa vittoria, egli è schiavo del demonio. Egli è lieto per aver calpestato i suoi nemici, mentre il demonio calpesta la vita della sua anima. Egli crede di aver acquisito con ciò molto onore, ma tutta la gloria delle sue antiche virtù e della primitiva pazienza è ridotta in polvere. (Dug.).

ff. 6. – Sembra talvolta che Dio sonnecchi nei nostri confronti, rispetto al più forte nella persecuzione, perché resta nascosto sotto il velo dei suoi segreti, ma i suoi occhi sono sempre aperti, ed il suo cuore veglia sempre su quelli che fanno ricorso a Lui. Egli sembra sonnecchiare e dormire come Gesù in mezzo alla tempesta per poter poi dire: « Alzatevi Signore, salvateci, noi periamo ». La collera di Dio non è una passione, ma il giusto castigo per i peccatori, per il demonio e i suoi angeli, di cui i peccatori e gli empi sono la prova (S. Chrys.). – Non è dunque infierire, ma fare atto di misericordia pregare Dio di levarsi contro tali nemici (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Dio ha comandato espressamente ai giudici della terra di liberare gli innocenti dalla potenza di coloro che li opprimono. Davide ingiunge a Dio, per così dire, di fare ciò che Lui stesso ha comandato. – Il Profeta sembra pressare Dio perché eserciti i suoi giudizi. Questo non perché i ritardi della giustizia divina siano sempre molto brevi in se stessi, poiché davanti all’eternità, mille anni sono come un giorno, e tali devono sembrare a chiunque rifletta sui rigori di questa giustizia, sulla rapidità dei tempi che ci trascinano ai piedi del Giudice sovrano, e sul fatto che non c’è un istante in cui non sia pronunziato o non sia messo in esecuzione uno di questi decreti che fissano il destino eterno di una creatura umana. Ma questi medesimi ritardi della giustizia divina, la nostra impazienza li trova talvolta molto lunghi; ora, nel nostro pensiero, ci sembra che Dio sia disceso dal suo tribunale. Ci sembra al contrario che risalga quando si decide infine a far sentire ai malvagi gli effetti della sua collera (Rendue). – Ci sono dei giudizi pubblici che Dio emette già da questa vita; ma il maggior numero dei giudizi segreti Egli esercita contro i peccatori, sia permettendo che essi si induriscano, sia arrestandoli nel corso dei loro crimini, colpendoli nel pieno dei loro scompigli. Ma restano ancora due tipi di giudizio ben più terribili degli altri: quello che segue l’istante della morte, e quello che è riservato per la fine dei tempi. È proprio in quel momento che il Signore « sale sul suo trono e giudica i popoli » (Berthier).

II. — 9 – 17.

ff. 9. – La fiducia di Davide nella sua giustizia sembra qui ben più grande, ma egli è obbligato a parlare della sorte, perché le sue prove avrebbero potuto dare di lui una cattiva opinione ad un gran numero di insensati. In effetti, la maggior parte degli spiriti senza giudizio, considerano colpevole la vita di un uomo sul quale si abbatta la sventura (S. Chys.). Vera innocenza è quella che non fa danno neanche ad un nemico … Queste parole « … che è su di me » possono applicarsi non solo alla sua innocenza, ma anche alla sua giustizia, e pertanto Davide dimostra che l’anima giusta ed innocente non attribuisce queste virtù a se stessa, ma le ritiene venire da Dio che la rischiara e la illumina (S. Agos.). La giustizia è un dono di Dio, ma questo non impedisce che i giusti non abbiano dei veri meriti, e che la giustizia che è in loro non gli sia propria … È la grazia che ne è il fondamento e la causa principale; ma i Santi hanno il merito di acconsentire ad essa e di aver lavorato con essa, come dice l’Apostolo (Berthier).

ff. 10. – Grande consolazione per i giusti oppressi è quella di essere rassicurati dalla fede che la malizia dei peccatori avrà termine un giorno e sarà distrutta. I malvagi non hanno modo di essere fieri del fatto di aver talvolta il potere di affliggere i fedeli servitori di Dio. Dio lascia loro questo potere per farne degli strumenti che servano a purificare coloro che essi affliggono. È paglia che bruciando l’oro nella fornace si consuma da se stessa e rende l’oro più puro (Duguet). – « Che la malizia dei peccatori abbia un termine », cioè inviate loro dei castighi che li fermino nella via del crimine. Desideriamo noi stessi non certo che il peccatore, ma che la sua malizia, sia distrutta; non abbiamo di mira che una sola cosa: arrestare il progresso del male (S. Chrys.). – Due preziosi vantaggi derivano dal castigo degli empi: gli uni si ritirano dal male, gli altri si attaccano più strettamente alla virtù (Idem).- Come il giusto, in mezzo alla confusione della dissimulazione e dell’ipocrisia che ci circonda, può essere diretto se non da Colui che prova i cuori ed i reni, cioè che vede i pensieri di tutti – significati dai cuori -, e le gioie che essi ricercano – significate dai reni? … – Se Dio, sondando il nostro cuore, vuole che esso sia dove si trovi il nostro tesoro (Matteo VI, 22), vale a dire nei cieli; se sondando i nostri reni, vede che noi non seguiamo la carne ed il sangue (Gal. XVI), ma che le nostre delizie sono nel Signore, allora Egli dirige il giusto nella sua coscienza, davanti a Lui, laddove nessun uomo vede, e dove penetra solo Colui che conosce ciò che ognuno pensa e che piace ad ognuno (S. Agost.).

ff. 11. –  « È con giustizia che attendo il soccorso del Signore », cioè: io ho diritto a questo soccorso perché non chiedo nulla di ingiusto. Noi chiediamo ciò che sia conforme alla giustizia, affinché la natura stessa delle nostre preghiere ce ne assicuri l’efficacia (S.Chys.). La medicina ha due funzioni da svolgere: l’una è quella di guarire la malattia, l’altra di conservare la salute. Davide, come un malato, chiede la sua guarigione; tornato in salute, egli chiede che gli venga poi conservata. Per sfuggire alla malattia egli implora un rimedio; per non ricadere nella malattia, egli implora un soccorso (S. Agost.). Salvare i cuori retti: questa è l’opera familiare a Dio. Il cuore retto è quello che innanzitutto non si sia reso colpevole di ingiustizia, che non desideri vendicarsi, che non sia curvato verso terra, né diviso tra Dio e la creatura; … che non cerca altro che Dio, null’altro che non sia Dio, perché Egli è al di sopra di tutto; … né fuori da Dio, perché Lui solo basta (S. Chrys. Duguet.).

ff. 12. – I giusti talvolta considerano Dio come un Dio giusto e forte. I peccatori Lo considerano come un giudice paziente che non va in collera tutti i giorni. – Mai si devono separare queste diverse qualità benché appaiano opposte (Dug.). – Dio è giusto, dunque vorrà punire i malvagi; Egli è forte, dunque potrà frenare la sua giustizia. Ma cosa diventa la sua misericordia, se giudica secondo giustizia? Ecco, all’inizio sembra che nella pazienza Egli faccia differire il castigo, mediante la remissione dei nostri peccati con il Sacramento della rigenerazione, ed in secondo luogo col tempo che ci lascia per fare penitenza. Non è per impotenza che non si vendichi dei suoi diritti oltraggiati, Egli usa pazienza per portarci al pentimento e non esercita la sua collera tutti i giorni, benché noi non cessiamo di provocarla con le nostre infedeltà (S. Chrys.).

ff. 13, 14. – Tutti i tratti di questa descrizione hanno un significato marcato. « Egli farà brillare la sua spada », è la violenza e la celerità del castigo. « Egli ha teso il suo arco » è la certezza della punizione, se i peccatori si rifiutano di convertirsi. « Contro gli uomini ardenti o persecutori », questi sono i colpevoli che Egli istruisce prima dei castighi che sono loro riservati per portarli fuori dalla via del crimine. I nemici e coloro che meditano un grande atto di vendetta, si guardano bene dal farlo conoscere. Dio, al contrario, predice condizionalmente i castighi, li differisce, li scuote con le sue parole, fa di tutto per non essere obbligato a mettere poi in esecuzione le minacce (S. Chrys.). – Se i peccatori non si convertono, non hanno che da attendere le vendette del Signore, la sua spada è pronta, le sue frecce stanno per essere scoccate; questi strumenti portano alla morte, e la morte per il peccatore è seguita da una riprovazione eterna. La spada che deve colpirlo è alzata sulla sua testa, i suoi peccati ne hanno affilato il fatale fendente. « La spada che tengo in pugno, dice il Signore nostro Dio, è aguzza e pulita; è aguzza, perché perfora; è pulita e limata, perché brilli »  (Ezech.XXI, 9-10).

ff. 15. – Il pensiero o il disegno di commettere il peccato, è il suo concepimento. Il consenso, cioè la consumazione del peccato, è il parto. L’uno e l’altro si fanno con dolore (Dug.) – Nell’ordine della natura, il concepimento precede i dolori del parto, qui al contrario, il malvagio partorisce, poi concepisce e mette in atto. Perché questa inversione? Nell’ordine naturale è il dolore che accompagna il parto, mentre qui esso si fa sentire fin dall’inizio. In effetti, quando ci si sofferma su un pensiero criminale, se ne ha una profonda impressione sullo spirito, e si spande turbamento e disordine (S. Chrys.).

ff. 16. – Nelle cose umane, aprire una fossa, è preparare per così dire una trappola nel terreno, alfine di farvi cadere colui che si vuole ingannare. Questa fossa è aperta dal momento in cui si è acconsentito alle cattive suggestioni delle bramosie terrene, è scavata da quando questo primo assenso si abbandona alle perfide macchinazioni. Ma giammai l’ingiustizia ferisce il giusto contro il quale è diretta, prima di colpire il cuore ingiusto dal quale esce (S. Agost.). I peccatori, per un giusto giudizio di Dio, trovano il loro supplizio nel loro stesso peccato. Non è necessario che la giustizia divina inventi altri castighi diversi da quelli che si trovino in loro stessi. – Il peccato è dunque egualmente contrario a Dio e all’uomo, ma con questa memorabile differenza: è contrario a Dio perché si oppone alla sua giustizia, ma è contraria all’uomo perché è pregiudizievole per la sua felicità (Bossuet). – Nuovo tratto della bontà divina è attaccare ai disegni artificiosi questo destino fatale che lascia cadere gli infidi nelle proprie reti, affinché questa considerazione li allontani dal fare guerra al loro prossimo, e dal tendergli delle imboscate. – (S. Crys.). Vendicarsi è togliere i beni, l’onore o la vita al proprio nemico, ma è soprattutto perdere la propria anima. Così l’iniquità si rivolta contro colui che ne è l’autore, e la sua ingiustizia ricade sulla sua testa (Dug.).

ff. 17. – La giustizia di Dio è degna di azioni di grazie, così come la sua misericordia. – Questa confessione non è quella dei peccati, ma la confessione della giustizia di Dio, della quale ecco il linguaggio: « Signore, voi siete veramente giusto, perché proteggete i giusti in modo tale da essere la loro luce, e perché regolate il destino dei peccatori in modo che siano puniti per effetto non della vostra collera, ma della loro malvagità » (S. Agost.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – MEDIATOR DEI (6)

Nell’ultima parte di questa Enciclica che “cristallizza” in eterno ed infallibilmente il culto divino, il Santo Padre impartisce le direttive pastorali affinché Vescovi e Sacerdoti mettano a frutto tutto ciò che è stato raccomandato, tutto ciò che rappresenta il vero culto divino perpetuo ed immodificabile nella VERA Chiesa di Cristo. In particolare raccomanda qui gli esercizi spirituali, in primis ovviamente gli esercizi ignaziani, la pratica del mese di Maggio per onorare la Vergine Santa, gli esercizi di pietà, la frequente Confessione e Comunione e, tra le preghiere autorizzate dalla Chiesa, naturalmente il Rosario mariano. Tutte le opinioni contrarie (… pensiamo ai poveracci modernisti del “novus ordo”) vengono bollate a fuoco … « questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. » Il Sommo Pontefice passa poi a sottolineare l’importanza dell’arte al servizio della fede, della pietà cristiana e della liturgia, evidenziando le brutture pseudo-artistiche che già all’epoca cominciavano a deturpare chiese e luoghi di culto, nonché le composizioni musicali disarmoniche, dissonanti e ripugnanti non solo all’animo, ma pure l’orecchio dei fedeli … « non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Certo il Santo Padre mai avrebbe immaginato che nella Chiesa di Cristo si sarebbe infiltrata l’arte satanizzata e luciferina, come tutti possiamo vedere “raccapricciati” nei templi massonici, come a Padergnone, o in modo ancor più vistoso e tronfio, nel gran tempio luciferino-massonico di San Giovanni Rotondo, voluto dalle autorità a servizio dell’anticristo per celebrare il loro padrone, mascherato da “baphomet” e già da essi adorato e venerato nelle logge “Ecclesia” della capitale (un tempo) della Cristianità e del mondo intero. Ci diceva un amico perplesso: “Ma è possibile che solo pochi vedano lo scempio della sinagoga dell’anticristo?” Sicuramente anche questa lettera Enciclica riletta non sortirà che minimi effetti sui lettori … il perché ce lo spiegava già San Paolo, con sentenza che atterrisce (… chi ha orecchi per intendere!) nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi « … mittet illis Deus operationem erroris ut credant mendacio, ut judicetur omnes qui non crediderunt veritatem ». Dio manderà loro un’operazione di errore perché credano alla menzogna e siano giudicati coloro che non hanno amato la Verità! Più chiaro di così!?! Quindi nessuna meraviglia che i falsi pretesi pseudo-cristiani accolgano la menzogna e la ritengano verità, perché in essi opera lo spirito di satana che li narcotizza, ne stravolge la mente, e fa loro credere vera la falsa “religione dell’uomo”, proprio come i Farisei credevano indemoniato il Figlio di Dio. Quelli del “pusillus grex” sanno bene che, dopo l’indifferenza religiosa, dopo l’ecumenismo e la confusione dei culti, dopo l’apostasia dalla fede nell’Incarnazione e nella Redenzione, dopo la cacciata del Vicario di Cristo dalla sua Sede, dopo l’abolizione del “Sacrificio perpetuo”, li aspetta una persecuzione che non è stata mai vista sulla faccia della terra … ma il Signore Nostro Gesù-Cristo, ci ha ampiamente avvertito già dai tempi del Profeta Daniele, lo ha fatto poi Egli stesso (S. Marco XIII, S. Matteo XXIV, etc.) e lo ha fatto ribadire a San Paolo e a San Giovanni nelle Epistole e nell’Apocalisse). Quindi nessun timore, per chi persevererà fino alla fine ci sarà il: « guadete ed exsultate … quoniam merces vestra copiosa est in cœlis … »

ENCICLICA

“MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (6)

Direttive pastorali

Per allontanare dalla Chiesa gli errori e le esagerazioni della verità di cui abbiamo sopra parlato, e perché i fedeli possano, guidati dalle norme più sicure, praticare l’apostolato liturgico con frutti abbondanti, riteniamo opportuno, Venerabili Fratelli, aggiungere qualche cosa per dedurre in pratica la dottrina esposta. Trattando della genuina pietà, abbiamo affermato che tra la Liturgia e gli altri atti di religione – purché siano rettamente ordinati e tendano al giusto fine – non ci può essere vero contrasto; ci sono, anzi, alcuni esercizi di pietà che la Chiesa raccomanda grandemente al Clero ed ai Religiosi. Ora, vogliamo che anche il popolo cristiano non sia alieno da questi esercizi. Essi sono, per parlare soltanto dei principali, la meditazione di argomenti spirituali, l’esame di coscienza, i ritiri spirituali, istituiti per riflettere più intensamente sulle verità eterne, la visita al Santissimo Sacramento e le preghiere particolari in onore della Beata Vergine Maria, tra le quali eccelle, come tutti sanno, il Rosario. A queste molteplici forme di pietà non può essere estranea l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo; esse, difatti – sebbene in varia maniera – tendono tutte a convertire e dirigere a Dio le anime nostre, perché le purifichino dai peccati, le spronino al conseguimento della virtù, perché, infine, le stimolino alla vera pietà, abituandole alla meditazione delle verità eterne, e rendendole più adatte alla contemplazione dei misteri della natura umana e divina di Cristo. Ed inoltre, nutrendo intensamente nei fedeli la vita spirituale, li dispongono a partecipare alle sacre funzioni con frutto maggiore, ed evitano il pericolo, che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo. Non vi stancate, dunque, Venerabili Fratelli, nel vostro zelo pastorale, di raccomandare ed incoraggiare questi esercizi di pietà, dai quali scaturiranno senza dubbio al popolo a voi affidato frutti salutari. Soprattutto, non permettete – come alcuni ritengono, o colla scusa di un rinnovamento della Liturgia, o parlando con leggerezza di una efficacia e dignità esclusive dei riti liturgici – che le chiese siano chiuse durante le ore non destinate alle pubbliche funzioni, come già accade in alcune regioni; che si trascurino l’adorazione e la visita del Santissimo Sacramento; che si sconsigli la confessione dei peccati fatta a solo scopo di devozione; che si trascuri, specialmente tra la gioventù, fino al punto di illanguidire, il culto della Vergine Madre di Dio che, come dicono i Santi, è segno di predestinazione. Questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. Poiché, poi, le opinioni da alcuni manifestate a proposito della frequente confessione sono del tutto aliene dallo Spirito di Cristo e della sua Sposa immacolata, e veramente funeste per la vita spirituale, ricordiamo quello che in proposito abbiamo scritto, con dolore, nella Enciclica Mystici Corporis ed insistiamo di nuovo, perché proponiate alla seria meditazione e alla docile attuazione dei vostri greggi, e specialmente dei candidati al Sacerdozio e del giovane clero, quanto ivi abbiamo detto con gravi parole. Adoperatevi poi, in modo particolare, perché moltissimi, non soltanto del clero ma anche del laicato, e specialmente gli appartenenti ai sodalizi religiosi ed alle schiere dell’Azione Cattolica, prendano parte ai ritiri mensili e agli esercizi spirituali compiuti in giorni determinati per incrementare la pietà. Come abbiam detto sopra, questi esercizi spirituali sono utilissimi, anzi anche necessari, per instillare nelle anime la genuina pietà, e per formarli alla santità in modo che possano trarre dalla sacra Liturgia benefici più efficaci ed abbondanti. Quanto poi ai vari modi con i quali si sogliono praticare questi esercizi, sia ben noto e chiaro a tutti che nella Chiesa terrena, come in quella celeste, vi sono «molte dimore»; e che l’ascetica non può essere monopolio di alcuno. Uno è lo Spirito che, però, «spira dove vuole»; e con diversi doni e per diverse vie dirige le anime da Lui illuminate al conseguimento della santità. La loro libertà e l’azione soprannaturale dello Spirito Santo in esse sia cosa sacrosanta, che a nessuno è lecito, a nessun titolo, turbare e conculcare. È noto, tuttavia, che gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio furono pienamente approvati e insistentemente raccomandati dai Nostri Predecessori per la loro mirabile efficacia; e Noi pure per la medesima ragione li abbiamo approvati e raccomandati, come al presente ben volentieri li approviamo e raccomandiamo. È assolutamente necessario, però, che l’ispirazione a seguire e praticare determinati esercizi di pietà venga dal Padre dei lumi, dal quale proviene ogni cosa buona ed ogni dono perfetto; e di ciò sarà indice l’efficacia con la quale gioveranno a che il culto divino sia sempre più amato ed ampiamente promosso, e i fedeli siano sollecitati da un più intenso desiderio alla partecipazione dei Sacramenti e al dovuto onore e ossequio di tutte le cose sacre. Se, invece, essi dovessero riuscire di intralcio o si rivelassero in contrasto con i principi e le norme del culto divino, allora senza dubbio si dovrebbero ritenere non ordinati da retti pensieri, né guidati da zelo illuminato. – Vi sono, inoltre, altri esercizi di pietà, che sebbene non appartengano a rigore di diritto alla sacra Liturgia, rivestono particolare dignità e importanza, in modo da essere considerati come inseriti in qualche maniera nell’ordinamento liturgico, e godono delle ripetute approvazioni e lodi di questa Sede Apostolica e dei Vescovi. Tra esse si devono annoverare le preghiere che si sogliono fare durante il mese di maggio in onore della Vergine Madre di Dio, o durante il mese di giugno in onore del Cuore Sacratissimo di Gesù, i tridui e le novene, la «Via Crucis» ed altri simili. Queste pie pratiche eccitando il popolo cristiano ad una assidua frequenza del Sacramento della Penitenza e ad una devota partecipazione al Sacrificio Eucaristico e alla Mensa Divina, come alla meditazione dei misteri della nostra Redenzione e alla imitazione dei grandi esempi dei Santi, per ciò stesso contribuiscono con frutto salutare alla nostra partecipazione al culto liturgico. Per cui farebbe cosa perniciosa e del tutto erronea chi osasse temerariamente assumersi la riforma di questi esercizi di pietà per costringerli nei soli schemi liturgici. È necessario, tuttavia, che lo spirito della sacra Liturgia e i suoi precetti influiscano beneficamente su di essi, per evitare che vi si introduca alcunché di inetto o di indegno del decoro della casa di Dio, o che sia a detrimento delle sacre funzioni e contrario alla sana pietà. Curate, dunque, Venerabili Fratelli, che questa pura e genuina pietà prosperi sotto i vostri occhi, e fiorisca sempre di più. Non vi stancate soprattutto di inculcare a ognuno che la vita cristiana non consiste nella molteplicità e varietà delle preghiere e degli esercizi di pietà, ma consiste piuttosto in ciò che essi contribuiscano realmente al progresso spirituale dei fedeli e perciò all’incremento della Chiesa tutta. Poiché l’Eterno Padre «ci elesse in Lui [Cristo], prima della fondazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto». Tutte le nostre preghiere, dunque, e tutte le nostre pratiche devote devono mirare a dirigere tutte le nostre risorse spirituali al raggiungimento di questo supremo e nobilissimo fine.

Le arti liturgiche

Vi esortiamo, poi, instantemente, Venerabili Fratelli, affinché rimossi gli errori e le falsità, e proibito tutto ciò che è al di fuori della verità e dell’ordine, promoviate le iniziative che danno al popolo una più profonda conoscenza della sacra Liturgia; in modo che esso possa più adeguatamente e più facilmente partecipare ai riti divini, con disposizione veramente cristiana. È necessario innanzi tutto adoperarsi a che tutti obbediscano con la dovuta riverenza e fede ai decreti pubblicati dal Concilio di Trento, dai Romani Pontefici, dalla Congregazione dei Riti, e a tutte le disposizioni dei libri liturgici in ciò che riguarda l’azione esterna del culto pubblico. In tutte le cose della Liturgia devono splendere soprattutto questi tre ornamenti, dei quali parla il Nostro Predecessore Pio X: la santità, cioè, che aborre da ogni influenza profana; la nobiltà delle immagini e delle forme alla quale serve ogni arte genuina e migliore; l’universalità, infine, la quale – conservando legittimi costumi e le legittime consuetudini regionali – esprime la cattolica unità della Chiesa. Desideriamo e raccomandiamo caldamente ancora una volta il decoro dei sacri edifici e dei sacri altari. Ognuno si senta animato dalla parola divina: «Lo zelo della tua casa mi ha divorato»; e si adoperi secondo le sue forze, perché ogni cosa, sia nei sacri edifici, sia nelle vesti e nella suppellettile liturgica, anche se non brilli per eccessiva ricchezza e splendore, sia, tuttavia, proprio e mondo, essendo tutto consacrato alla Divina Maestà. Che se già più sopra abbiamo riprovato il non retto modo di agire di coloro i quali, con la scusa di ripristinare l’antico, vogliono espellere dai templi le immagini sacre, riteniamo qui esser Nostro dovere riprendere la pietà non bene educata di coloro i quali, nelle chiese e sugli stessi altari propongono alla venerazione, senza giusto motivo, molteplici simulacri ed effigi, coloro quali espongono reliquie non riconosciute dalla legittima autorità, coloro infine, i quali insistono su cose particolari e di poca importanza, mentre trascurano le principali e necessarie, e così rendono ridicola la Religione, e avviliscono la gravità del culto. Richiamiamo anche il decreto «sulle nuove forme di culto e di devozione da non introdurre»; la cui religiosa osservanza raccomandiamo alla vostra vigilanza. – Quanto alla musica, si osservino scrupolosamente le determinate e chiare norme emanate da questa Sede Apostolica. Il canto gregoriano, che la Chiesa Romana considera cosa sua, perché ricevuto da antica tradizione e custodito nel corso dei secoli sotto la sua premurosa tutela, e che essa propone ai fedeli come cosa anche loro propria, e che prescrive in senso assoluto in alcune parti della Liturgia, non soltanto aggiunge decoro e solennità alla celebrazione dei divini Misteri, ma contribuisce massimamente anche ad accrescere la fede e la pietà degli astanti. Al qual proposito i Nostri Predecessori di immortale memoria Pio X e Pio XI stabilirono – e Noi confermiamo volentieri con la Nostra autorità le disposizioni da essi date – che nei Seminati e negli istituti religiosi sia coltivato con studio e diligenza il canto Gregoriano, e che, almeno presso le chiese più importanti, siano restaurate le antiche Scholæ cantorum, come già è stato fatto con felice risultato in non pochi luoghi. Inoltre, «perché i fedeli partecipino più attivamente al culto divino, sia ripristinato il canto Gregoriano anche nell’uso del popolo, per la parte che ad esso popolo spetta. Ed urge veramente che i fedeli assistano alle sacre cerimonie non come spettatori muti ed estranei, ma toccati nel profondo dalla bellezza della Liturgia […] che alternino secondo le norme prescritte la loro voce alle voci del sacerdote e della cantoria; se ciò, grazie a Dio, si verificherà, allora non accadrà più che il popolo risponda appena con un lieve e sommesso mormorio alle preghiere comuni dette in latino e in lingua volgare». La moltitudine che assiste attentamente al Sacrificio dell’altare, nel quale il nostro Salvatore, insieme con i suoi figli redenti dal suo Sangue, canta l’epitalamio della sua immensa carità, certamente non potrà tacere, poiché «cantare è proprio di chi ama», e come già in antico diceva il proverbio: «Chi bene canta, prega due volte». Così che la Chiesa militante, Clero e popolo insieme, unisce la sua voce ai cantici della Chiesa trionfante ed ai cori angelici, e tutti insieme cantano un magnifico ed eterno inno di lode alla Santissima Trinità, come è scritto: «Con i quali Ti preghiamo che vengano ascoltate anche le nostre voci». Non si può, tuttavia, asserire che la musica e il canto moderno debbano essere esclusi del tutto dal culto cattolico. Anzi, se nulla hanno di profano o di sconveniente alla santità del luogo e dell’azione sacra, né derivano da una vana ricerca di effetti straordinari ed insoliti, allora è necessario certamente aprire ad essi le porte delle nostre chiese, potendo ambedue contribuire non poco allo splendore dei sacri riti, alla elevazione delle menti e, insieme, alla vera devozione. – Vi esortiamo anche, Venerabili Fratelli, ad aver cura di promuovere il canto religioso popolare e la sua accurata esecuzione fatta con la conveniente dignità, potendo esso stimolare ed accrescere la fede e la pietà delle folle cristiane. Ascenda al cielo il canto unisono e possente del popolo nostro come il fragore dei flutti del mare, espressione canora e vibrante di un sol cuore e di un’anima sola, come conviene a fratelli e figli di uno stesso Padre. – Quello che abbiamo detto della musica, va detto all’incirca delle altre arti, e specialmente dell’architettura, della scultura e della pittura. Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, più adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri; in modo che anch’essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica. Non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Attenendovi alle norme e ai decreti dei Pontefici, curate diligentemente, Venerabili Fratelli, di illuminare e dirigere la mente e l’anima degli artisti, ai quali sarà affidato oggi il compito di restaurare e ricostruire tante chiese rovinate o distrutte dalla violenza della guerra; possano e vogliano essi ispirandosi alla religione trovare i motivi più degni ed adatti alle esigenze del culto; così, difatti, felicemente accadrà che le arti umane, quasi venute dal cielo, splendano di luce serena, promuovano sommamente l’umana civiltà, e contribuiscano alla gloria di Dio e alla santificazione delle anime. Poiché le arti allora davvero sono conformi alla religione, quando servono « come nobilissime ancelle al culto divino ». La formazione liturgica Ma c’è una cosa ancora più importante, Venerabili Fratelli, che raccomandiamo in modo speciale alla vostra sollecitudine e al vostro zelo apostolico. Tutto ciò che riguarda il culto religioso esterno ha la sua importanza, ma urge soprattutto che i cristiani vivano la vita liturgica, e ne alimentino e incrementino lo spirito soprannaturale. Provvedete dunque alacremente che il giovane clero sia formato alla intelligenza delle sacre cerimonie, alla comprensione della loro maestà e bellezza, e impari diligentemente le rubriche, in armonia con la sua formazione ascetica, teologica, giuridica e pastorale. E ciò non soltanto per ragioni di cultura, non soltanto perché il seminarista possa un giorno compiere i riti della religione con l’ordine, il decoro e la dignità necessari, ma soprattutto perché sia educato in intima unione con Cristo Sacerdote, e diventi un santo ministro di santità. Mirate anche in ogni modo a che, con i mezzi e i sussidi che la vostra prudenza giudicherà più adatti, il clero e il popolo siano una sola mente ed un’anima sola; e così il popolo cristiano partecipi attivamente alla Liturgia, che diventerà davvero l’azione sacra nella quale il sacerdote che attende alla cura delle anime nella parrocchia affidatagli, unito con l’assemblea del popolo, renda al Signore il debito culto. Per ottenere ciò sarà certamente utile che pii giovinetti, bene istruiti, vengano scelti tra ogni classe di fedeli perché, con disinteresse e buona volontà, servano devotamente e assiduamente all’altare: compito che dovrebbe essere tenuto in grande considerazione dai genitori, anche di alta condizione sociale e cultura. Se questi giovinetti saranno istruiti con la necessaria cura e sotto la vigilanza di un Sacerdote perché adempiano questo loro ufficio con costanza e riverenza e nelle ore stabilite, si renderà facile il sorgere fra loro di nuove vocazioni sacerdotali; e il Clero non si lamenterà di non trovare – come, purtroppo, accade talvolta anche in regioni cattolicissime – nessuno che, nella celebrazione dell’augusto Sacrificio, gli risponda e gli serva. – Cercate soprattutto di ottenere, col vostro diligentissimo zelo, che tutti i fedeli assistano al Sacrificio Eucaristico e ne traggano i più abbondanti frutti di salvezza; quindi esortateli assiduamente affinché vi partecipino con devozione, in tutti quei modi legittimi dei quali sopra abbiamo fatto parola. L’augusto Sacrificio dell’altare è l’atto fondamentale del culto divino; è necessario, perciò, che esso sia la fonte e il centro anche della pietà cristiana. Ritenete di non aver mai abbastanza soddisfatto al vostro zelo apostolico se non quando vedete vostri figli accostarsi in gran numero al celeste convito che è «Sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità ». Perché, poi, il popolo cristiano possa conseguire questi doni soprannaturali con sempre maggiore abbondanza, istruitelo con cura, per mezzo di opportune predicazioni, e specialmente con discorsi e cicli di conferenze, con settimane di studio e con altre simili manifestazioni, sui tesori di pietà contenuti nella sacra Liturgia. A questo scopo saranno certamente a vostra disposizione membri dell’azione Cattolica, sempre pronti a collaborare con la Gerarchia per promuovere il Regno di Gesù Cristo. È assolutamente necessario, però, che in tutto ciò vigilate attentamente perché nel campo del Signore non si introduca il nemico per seminarvi la zizzania in mezzo al grano; perché, in altre parole, non si infiltrino nel vostro gregge perniciosi e sottili errori di un falso misticismo e di un nocivo quietismo – errori da Noi come sapete, già condannati – e perché le anime non siano sedotte da un – 1° pericoloso umanesimo, né si introduca – 2° una falsa dottrina che altera la nozione stessa della fede, né, infine, – 3° un eccessivo archeologismo in materia liturgica. Curate con eguale diligenza perché non si diffondano le false opinioni di coloro i quali a torto credono e insegnano che la natura umana di Cristo glorificata abiti realmente e con la sua continua presenza nei giustificati, oppure che una unica e identica grazia congiunga Cristo con le membra del suo Corpo. Non vi lasciate disanimare dalle difficoltà che nascono; mai si scoraggi il vostro zelo pastorale. «Suonate la tromba in Sion, convocate l’assemblea, riunite il popolo, santificate la Chiesa, adunate i vecchi, raccogliete i bambini e i lattanti», e fate con ogni mezzo che si affollino dovunque le chiese e gli altari di Cristiani, i quali, come membra vive unite al loro Capo divino, siano ristorati dalle grazie dei Sacramenti, celebrino l’augusto Sacrificio con Lui e per Lui, e diano all’Eterno Padre le lodi dovute. Conclusione: Tutte queste cose, Venerabili Fratelli, avevamo in animo di scrivervi, e lo facciamo affinché i Nostri e i vostri devoti figli meglio comprendano e maggiormente stimino il preziosissimo tesoro contenuto nella sacra Liturgia: cioè il Sacrificio Eucaristico, che rappresenta e rinnova il Sacrificio della Croce, i Sacramenti, fiumi di grazia e di vita divina, e l’inno di lode che il cielo e la terra elevano ogni giorno a Dio. Ci sia lecito sperare che queste Nostre esortazioni sproneranno i tiepidi e i ricalcitranti non soltanto a uno studio più intenso ed illuminato della Liturgia, ma anche a tradurre nella pratica della vita il suo spirito soprannaturale, come dice l’Apostolo: «non vogliate spegnere lo Spirito ». A quelli che uno zelo eccessivo spinge talvolta a dire e a fare cose che Ci duole di non poter approvare, ripetiamo l’avvertimento di S. Paolo: «Mettete ogni cosa a prova, ritenete ciò che è buono»; e li ammoniamo con animo paterno perché vogliano ricavare il loro modo di pensare e di agire dalla cristiana dottrina, conforme ai precetti della immacolata Sposa di Gesù Cristo, e Madre dei Santi. A tutti, poi, ricordiamo la necessità di una generosa e fedele obbedienza ai Pastori ai quali spetta il diritto ed incombe il dovere di regolare tutta la vita, e innanzi tutto quella spirituale, della Chiesa: «Obbedite ai vostri superiori e siate ad essi sottomessi. Essi, difatti, vegliano sulle anime vostre col pensiero di renderne conto, affinché lo facciano con gioia, e non gemendo ». Il Dio che adoriamo, e che « non è Dio di discordia, ma di pace», conceda benigno a noi tutti di partecipare in questo esilio terreno, con uno solamente e un solo cuore, alla sacra Liturgia, che sia come una preparazione ed un auspicio di quella celeste Liturgia, con la quale, come confidiamo, in compagnia con la eccelsa Madre nostra, canteremo: «A Colui che siede sul trono e all’agnello: benedizione, e onore e gloria e impero nei secoli dei secoli ». – Con questa lietissima speranza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ai greggi affidati alla vostra vigilanza, come auspicio dei doni celesti, e attestato della Nostra particolare benevolenza, impartiamo con grandissimo affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 20 Novembre 1947, ottavo del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE(2019)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur. [O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vitanon turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalleparole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiùconsiste principalmente nella tranquillità della propriacoscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati.Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pacee la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri (“ Cor. VI, 10)), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile,dedita al bene. Tutt’al più può nuocere alcorpo, non all’anima. S u questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — offermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : «Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno» (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. «Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos, [O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja [O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja. [O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII.

 “In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque, si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca; sarà reo nel consesso. E chi gli avrà detto: Stolto; sarà reo del fuoco della gehenna. Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta” (Matth. V. 20-24).

Quel celebre discorso che nostro Signor Gesù Cristo tenne sopra il monte, presso il lago di Genezaret, fu sempre riguardato, come nota S. Agostino, siccome il compendio di tutta la morale di Gesù Cristo e la regola esatta e completa di una vita al tutto cristiana. Perciò non ci deve far meraviglia, se la Chiesa più volte, in varie domeniche dell’anno, richiama la nostra attenzione sopra qualche tratto di quel discorso medesimo; poiché di che altro mai la Chiesa, nostra affettuosissima madre, può essere più sollecita che nutrire noi, suoi figliuoli, del cibo santissimo della parola uscita dallo stesso labbro del divino Maestro? È dunque uno dei tratti di quel celebre discorso, che anche oggi la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica. E noi, assecondando questo invito procureremo di considerarlo con grande attenzione e con vero profitto per le anime nostre.

1. In quel discorso, tra le altre cose, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. – Quali erano pertanto questi uomini, che il Salvatore riprova e condanna ad ogni pagina del Vangelo? Gli Scribi erano i dottori della legge incaricati di trascrivere i Libri santi, di tenerli in custodia e di spiegarli al popolo in ciò, che questi avevano di incerto e di oscuro. Costoro esteriormente menavano una vita molto regolata, benché fossero diversi nel loro cuore, onde agli occhi del volgo, che non bada se non all’esterno, godevano una grande riputazione. I Farisei componevano una setta particolare tra i Giudei. Mostravansi scrupolosi osservatori della legge mosaica. Osservavano i giorni di festa, digiunavano due volte la settimana, facevano grandi limosine e lunghe preghiere, pagavano la decima di tutti i loro beni. Affettavano insomma una perfetta regolarità, cosicché tutte le esteriorità parlavano in lor favore. Erano chiamati Farisei, dice S. Girolamo, vale a dire divisi, perché erano separati dal popolo per false apparenze di una singolare pietà. Ma in realtà qual era mai la giustizia di costoro? Era puramente esteriore. Gl’intimi sentimenti non corrispondevano a quell’esteriore di pietà; la legge presso di costoro non conduceva che la mano, ma la grazia non ispirava il cuore. Gli uomini si lasciavano ingannare da quelle apparenze; ma Gesù, che non solo vero uomo, ma pur vero Dio legge nel più intimo del pensiero, scruta le reni e i cuori ed interroga le anime, Gesù ben conosceva quegli orgogliosi Farisei e quegli Scribi ipocriti, e non risparmiandoli punto, diceva loro: « Voi cercate comparir giusti innanzi agli uomini, ma siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità, somigliate a quei sepolcri imbiancati, che paiono magnifici a coloro che li riguardano, e che internamente racchiudono null’altro che corruzione ed ossami di morti ». Ecco quel che erano i Farisei e gli Scribi: praticavano il digiuno e l’astinenza corporali; ma rigettavano la mortificazione del cuore: facevano copiose elemosine, ma per esser veduti, per ottenere la stima e le lodi degli uomini; si facevano scrupolo d’entrare nel palazzo di Pilato, per timor di diventar legalmente immondi, ma con una sfrontatezza incredibile si facevano ad accusare e condannare il Giusto per eccellenza, nostro Signor Gesù Cristo. È adunque facile di comprendere perché Gesù Cristo ci avverta che se la nostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entreremo nel regno dei Cieli. No, certamente, a guadagnare il Paradiso non basta la bontà esteriore ed apparente, ci vuole la bontà vera e del cuore. Eppure, o miei cari, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che non hanno che una bontà falsa ed ipocrita! Quanti ve ne sono che della bontà si fanno un’idea tutto secondo la loro passione e fantasia. Taluno, che ama di digiunare, si terrà per molto buono, purché digiuni, sebbene il suo cuore sia pieno di rancore; e non osando soddisfar la sua lingua nel mangiare e nel bere, non avrà poi scrupolo d’imbrattarla nel sangue del prossimo con mormorazioni e calunnie. Un altro si stimerà buono, perché dice una gran moltitudine d’orazioni ogni giorno, sebbene con tutto ciò sia sempre molto fastidioso ed arrogante, e dica facilmente ingiurie al suo prossimo. Quell’altro tira fuori volentieri molti sospiri dal suo cuore quando prega, ma non può cavare un tantino di dolcezza alfine di perdonare ad una persona che l’ha offeso. Un altro sarà esatto nell’eseguire esteriormente gli ordini de’ suoi superiori, ma internamente si adira contro di essi e molto facilmente ne mormora con gli amici. Tutti costoro possono sembrare buoni, ma in realtà non lo sono. Quando i soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua, Micol avendo posto una statua nel letto, e copertala colle vesti di Davide, fece loro credere che quello era lo stesso Davide infermo ed addormentato. Cosi molti si coprono di certe azioni esteriori appartenenti alla bontà, e gli altri credono che siano veramente buoni e pii; ma per verità non sono altro che statue e fantasmi di bontà. La vera e viva bontà, o cari giovani e cari Cristiani, presuppone l’amor di Dio, anzi ella non è altro che un vero amor di Dio: quell’amor di Dio, che ci dà forza a ben operare in tutte quante le nostre azioni, e non solo a ben operare, ma ad operare con gusto e con prontezza. La vera bontà non è altro che la vera carità, la quale ci fa osservare esattamente tutti i comandamenti di Dio. Laonde chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio, non può assolutamente essere stimato buono. – E perché la vera bontà consiste in un certo grado di eccellente carità, essa non solo ci rende attivi e diligenti nell’osservanza di tutti i precetti di Dio, ma oltre di ciò ci provoca a fare con prontezza ed affetto tutte le buone opere che noi possiamo, ancorché esse non siano in modo alcuno comandate, ma solo consigliate o inspirate. Ed in vero un malato, che di fresco è risanato da qualche infermità, cammina quanto gli è necessario, ma lentamente e con istento; così chi dopo essere stato cattivo viene guarito da’ suoi peccati per qualche grazia speciale di Dio, si mette a fare quanto Dio gli comanda, ma con lentezza e con istento. Invece chi ha la sua bontà, qual uomo ben sano, non solo cammina, e persino corre nella via dei comandamenti di Dio, ma per di più egli si avanza e corre per i sentieri de’ consigli e delle inspirazioni celesti, amando le pratiche di pietà, frequentando con vero profitto i SS. Sacramenti, emendandosi de’ suoi più leggieri difetti e dando esempi di ogni più bella virtù. Pertanto, o miei cari, riflettete alquanto sopra di voi per vedere se in voi vi ha la vera o la falsa bontà, se insomma la giustizia vostra è più abbondante di quella degli Scribi e de’ Farisei, e da questo esame prendete le opportune risoluzioni.

2. Proseguiva poscia il divin Redentore dicendo: Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca, cioè leggero, privo di senno, sarà reo nel consesso. E chi avrà detto: Stolto, sarà reo del fuoco della gehenna. Presso gli Ebrei eravi il tribunale del giudizio, chiamato il piccolo sinedrio, che giudicava le cause criminali e pronunziava ordinariamente le sentenze di morte; poi il tribunale del consiglio ossia grande sinedrio, che giudicava in ultima istanza i delitti contro lo stato e contro la religione. Quando adunque Gesù dice che chi si mette in collera eccessiva, è reo di giudizio, vuol dire ch’egli sarà castigato da Dio con quella severità, che si usava a quanti venivano condannati dal tribunale del giudizio; così chi dice a suo fratello raca, parola siriaca che significa “stolto”, sarà punito da Dio come i giudicati dal tribunale del consiglio, e finalmente chi dice al suo prossimo stolto, il che in istile biblico vuol dir empio, sarà precipitato in inferno. Ecco quale differenza tra il linguaggio dei dottori della legge e quello di Gesù Cristo. I dottori della legge proibivano soltanto l’omicidio, quando all’esterno compimento; il Salvatore invece attacca il principio di sì grave delitto, e vuol tagliare il male dalla sua radice. Egli ben sa, che chi riuscirà a dominare la collera, che chi non si abbandonerà a parole violente ed ingiuriose contro del suo prossimo, non trascorrerà mai neppure a ferirlo e ad ucciderlo, epperò egli si fa a vietare la collera e le ingiurie; e togliendo il nome dai tribunali, che vi erano tra gli Ebrei per le cause più gravi, e dai più gravi castighi, che essi infliggevano, per impedire tutte le tristi conseguenze della collera minaccia al collerico ed a chi insulta il suo prossimo delle pene simili a quelle che venivano inflitte all’omicida. Se è così adunque, quanto gran male deve essere la collera e quanto importa che noi ci adoperiamo ad evitarla! È vero, vi ha bensì una collera santa, eccitata dallo zelo, che ci fa riprendere con forza, chi la nostra dolcezza non poté correggere: e tale è la collera di un padre o di un maestro alla vista dei disordini, che si devono impedire. Lo stesso Gesù fu preso da questo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità. Ma la collera e l’ira, come peccato capitale è ben diversa: è un moto impetuoso dell’anima nostra, che trae a respingere violentemente ciò, che a noi spiace Nasce da un cattivo principio, da una passione, che domina il nostro cuore, e che incontra ostacoli. Un orgoglioso s’avventa contro ciò che ferisce la sua vanità od ambizione; un avaro si sdegna, quando qualche cosa sconcerta le sue idee; un incontinente si infuria, quando si attraversano i suoi piaceri. Quest’ira non è secondo Dio, né secondo la retta ragione: essa turba l’anima, e l’alterazione, che vi apporta, si manifesta sul viso, e in tutto l’esteriore dell’uomo, che vi si abbandona; gli s’infiammano gli occhi, gli si altera la voce, gli si gonfiano le gote, gli trema il corpo, e tutto si agita e si dimena convulsivamente. Allora più non sapendo quel che si dica e quel che si faccia, si abbandona ad ingiurie ad oltraggi, a violenze, a percosse e talora a ferimenti, e persino ad uccisioni; insomma non v’ha più alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto dell’ira non osi intraprendere. Guardate quei due uomini che si allontanano dalla città, e chiedono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco; hanno in mano uno strumento di morte; si scagliano l’un contro l’altro con implacabil furore. Un d’essi vacilla, cade, muore sul colpo; muore nell’atto medesimo del peccato, e l’anima sua vien sepolta negli abissi. Imperocché il duello è un gravissimo peccato, un delitto enorme che, quando non lascia alcuno spazio alla penitenza, Dio non imo più perdonare al di là della vita presente. E quale è stata l’origine di quella dannazione, adesso consumata per l’intera eternità? Un risentimento, uno sfogo di collera, un’ingiuria. Oh quanto è vero che la collera è come scintilla di fuoco lanciata in un mucchio di steppe; la quale se non si soffoca sull’istante, s’apprende e si dilata spaventosamente, né più s’arresta se non quando l’incendio ha cagionato le più gravi rovine. – Ma quali sono le cause della collera? Esse sono varie: la perdita del timor di Dio e della fede; una cattiva educazione e principii perversi avuti fin dall’età giovanile; gli eccessi del giuoco, della gola e della dissolutezza; ma la principale è l’orgoglio. Il che spiega perché non vi ha vizio, che tanto si cerchi di scusare quanto la collera. – Provenendo esso il più delle volte dalla superbia, difficilmente s’incontra chi voglia darsi torto; anzi pretendesi persino aver ragioni d’incollerire. Il mio carattere è così fatto, si dice; non posso contenermi; i compagni, i servi, i maestri son la cagione delle mie escandescenze. Son stato provocato, aizzato, tirato pe’ cappelli… Di questo modo si va accusando gli altri, fuorché il vero colpevole, che è colui stesso, che va in collera. Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe dalla collera, dobbiamo gettare acqua sul fuoco della superbia, considerando frequentemente il nulla, che noi siamo, e la miseria e la colpevolezza, di cui siamo ripieni. Chi si umilia a riconoscersi per quello che è, non può essere che tanto facilmente si adiri nell’essere contrariato e ben anche insultato, perché riconoscerà altresì che per i suoi peccati merita quello e peggio. Ma oltre al combattere la nostra superbia bisogna pure combattere direttamente la nostra collera. A tal fine bisogna abituarsi per tempo a dominarla, col resistere ai suoi primi assalti; quando si è alterati bisogna vegliare sulle nostre parole, porre alle nostre labbra una prudente custodia; bisogna esercitarsi nella cristiana dolcezza, virtù che per Iddio ci fa sopportare le contraddizioni, che ci accadono, che frena ogni vivacità e i risentimenti, che ci possono eccitare la collera, che impedisce di dar segno alcuno di acrimonia e d’impazienza, e di lasciar sfuggire parole di lamento o di disprezzo, che fa aver sempre un’aria modesta, usar contegno verso certe persone d’indole difficile e cercare di guadagnarle mediante la compiacenza. E questa sarà la virtù che adornerà il nostro cuore, se ci studieremo di ridurre spesso alla memoria la dolcezza e la mansuetudine di Gesù Cristo. Oh! se ai patimenti del Redentore, scrive S. Ambrogio, si volge la mente, niente sembrerà sì penoso, che non si sopporti pazientemente.

3. Infine il divin Maestro conchiude il Vangelo d’oggi dicendo: Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta. Vedete, o miei cari, come egli ama la carità, l’unione tra i fratelli, l’affetto che dobbiamo avere gli uni per gli altri! Egli esige che s’interrompa il culto che gli vien reso, il sacrifizio che gli si offre, per compiere il gran dovere della riconciliazione. Questa riconciliazione tra i fratelli offesi è il sacrifizio più gradito, che gli si possa offrire. I donativi più ricchi per lui non valgono l’adempimento di questo sacro dovere. Che pensare adunque di coloro che lasciano ogni giorno tramontare il sole sopra di un’offesa? che pensare di quelli che passano lunghi anni curvi sotto il peso dell’odio? Che pensar di quelli che vengono, non già solo ad assistere al santo Sacrifizio, ma ad inginocchiarsi alla sacra mensa col risentimento nell’animo? Possono eglino fare delle buone Comunioni? possono essere graditi a nostro Signore? No, non è possibile. Poiché se Gesù ci comanda di lasciar l’altare nell’ora del sacrificio per andare a riconciliarci col nostro fratello, a più forte ragione ci proibisce di accostarci alla sacra mensa, prima d’aver adempiuto al debito della riconciliazione, e più grave altresì sarebbe il nostro mancamento facendo diversamente da quello, che Egli esige da noi. Un tempo, prima di presentarsi all’altare per ricevervi il pane degli Angeli, i fedeli si davano a vicenda nella chiesa il bacio di pace. Deliziosa immagine della carità, che li univa gli uni agli altri! Quindi ancor noi ci guarderemo ben bene dal contristare ed offendere chicchessia volontariamente e senza motivo; tratteremo i nostri simili con la mansuetudine che ci comanda Gesù, il qual era mite ed umile di cuore; ma se qualcuno ci avesse in qualche modo offesi, con una generosità al tutto cristiana tosto gli perdoneremo, specialmente perché il Signore per questo riguardo gradisca le nostre preghiere, i nostri sacrifici, le nostre Comunioni in odore di soavità. E non è forse questo generoso perdono, che Gesù Cristo ci predica col suo esempio nello stesso SS. Sacramento dell’Eucaristia? Nessuno potrà ridire quanti affronti, quanti insulti abbia ricevuto e riceva tuttora in questo SS. Sacramento e dagli infedeli, che non lo credono, e dai Cristiani che non lo temono; eppure sempre pazienta, perdona, e fa del bene ai suoi offensori. Se pertanto vogliamo gloriarci di essere somiglianti a Dio ed al suo Divin Figliuolo Gesù, dobbiamo anche noi perdonare volentieri a chi ci ha offesi ed anzi portargli affetto e fargli del bene. Epperciò se abbiamo ricevuto una qualche ingiuria, dimentichiamola tosto e mettiamoci subitamente a trattare con la stessa benevolenza di prima colui, che ce l’ha arrecata. Non sia mai, o cari Cristiani e cari giovani, che coviamo nel cuor nostro del rancore e dell’odio verso qualcuno. Che se poi ci fosse accaduto di essere stati noi gli altrui offensori, diamoci tosto premura di placare la persona offesa chiedendole in bel modo scusa del nostro mancamento a suo riguardo, ancorché ciò dovesse costarci un grande sacrificio nel vincere la nostra ripugnanza. Allora è certo che Iddio pieno di bontà e di misericordia accoglierà commosso le nostre preghiere, gradirà le nostre pratiche devote e sopra tutto le nostre Comunioni, in cui Egli, dimentico delle nostre passate colpe, ci darà l’amplesso di pace e di amore, pegno certo e caparra sicura di quello, col quale ci terrà poi a Lui uniti per tutta l’eternità.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear. [Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem. [Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. [Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

Per l’ordinario vedi:

ORDINARIO DELLA MESSA – ExsurgatDeus.org