MESSA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap. X: 17
Sapiéntia réddidit iustis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúia, allelúia.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia].
Ps CXXVI: 1
Nisi Dóminus aedificáverit domum, in vanum labórant qui aedíficant eam. [Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori].


Sapiéntia réddidit iustis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúia, allelúia. [La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]

Oratio

Orémus.
Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Ioseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quae praecipis, et praemia consequámur quae promíttis.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti].

Lectio
Léctio Epístolae beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Iesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.

[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore.]

Alleluia

Allelúia, allelúia.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúia.
V. Fac nos innócuam, Ioseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio. Allelúia.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

Matt XIII: 54-58
In illo témpore: Véniens Iesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia haec et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater eius dícitur María, et fratres eius Iacóbus et Ioseph et Simon et Iudas? Et soróres eius nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Iesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità.]

Omelia

[A. Carmignola: S. Giuseppe, modello, maestro e protettore dei Cristiani; Tipog. e Libr. Salesiana, Torino, 1896]

RAGIONAMENTO IV.

S. Giuseppe modello di facile imitazione per tutti.

Imitare nostro Signor Gesù Cristo, ecco l’indispensabile nostro dovere per potere un giorno entrare nel regno de’ cieli e appartenere a Gesù Cristo in eterno. Ma se tuttavia Gesù Cristo per la sua sublimità ci sembra un modello troppo difficile ad imitarsi da noi, che ne siamo tanto lontani, ecco che lo stesso Gesù Cristo si accontenta che noi pieghiamo lo sguardo sopra di coloro che riuscirono a diventare sue bellissime copie, vale a dire sopra dei Santi, i quali appunto perché sono della nostra sola natura sembrano per noi più facilmente imitabili. Senonché i Santi, come non sono tutti uguali nel grado di santità, così non tutti risplendono alla stessa guisa in tutte le virtù, ma gli uni di più in questa, gli altri di più in quella. Così vi ha tra i Santi chi spicca maggiormente per la fede, chi invece per la carità, chi per la castità, chi per l’umiltà, chi per la dolcezza, chi per la povertà, chi per la pazienza e chi nelle altre diverse virtù. Epperò la Chiesa, considerando questa varietà di perfezione, che rifulge nei Santi, li propone come particolari modelli ora di questa, ora di quell’altra condizione di persone. Così ad esempio S. Luigi Gonzaga, che morì giovane, viene offerto come modello alla gioventù, e per aver praticato in modo eminente la santa purità è offerto a tutti come modello di questa virtù. San Tommaso d’Aquino, che scrisse tante opere teologiche e filosofiche, è offerto come modello agli studenti ecclesiastici. S. Isidoro, contadino, è offerto modello ai contadini. S. Francesco Zaverio, apostolo delle Indie, ai missionari: S. Luigi re di Francia, ai re; e così dicasi di altri Santi. Ma non vi sarà fra i Santi alcuno che la Chiesa possa presentare come modello facile ad imitarsi da tutti e in ogni genere di virtù? Sì, vi ha, e questo Santo è il nostro caro S. Giuseppe. Egli, essendo il più perfetto imitatore di Gesù Cristo dopo Maria, ne è ancora, dopo Maria, la più perfetta copia in ogni genere di virtù e quasi in ogni condizione di vita; per modo che, anche con maggior ragione dell’Apostolo Paolo può rivolgersi a tutti noi e dire: Siate imitatori miei, come io lo sono di Gesù Cristo: Imitatores mei estote,sicut et ego Christi(1. Cor. IV, 16). Ed ecco l’argomento, che vi propongo per quest’oggi: S. Giuseppe modello di facile imitazione per tutti. Incominciamo.

PRIMA PARTE.

Ed anzi tutto io dico che S. Giuseppe è un Santo di facile imitazione. Noi ordinariamente riguardiamo siccome difficili ad imitarsi, per non dire quasi inimitabili, quei Santi che nella loro vita hanno molto del prodigioso e dello straordinario; quelli che hanno operato molti e strepitosi miracoli, quelli che ebbero delle continue estasi, quelli che abbandonarono il mondo e andarono a vivere da solitami nei deserti e nelle caverne, quelli che si diedero alle più aspre penitenze, alle flagellazioni, ai digiuni, alle veglie; quelli insomma, che sebbene siano vissuti in questo mondo, a noi paiono piuttosto Angeli calati quaggiù dal cielo. E ciò non è senza un po’ di ragione; perché, sebbene in ogni Santo vi sia ciò che è imitabile, tuttavia in taluni di essi molte cose sono soltanto degne di ammirazione, sia perché noi non dobbiamo aspirare di imitare altrui nei miracoli e nelle estasi, sia perché non è ciò che il Signore esige, che noi imitiamo nei Santi. Or bene il nostro S. Giuseppe appartiene egli forse al numero di questi Santi, che a noi si mostrano come difficili ad imitarsi? Oh no! Tutt’altro. Egli si mostra a noi come modello di facilissima imitazione, perché appunto in lui non vi ha nulla in apparenza di prodigioso e di straordinario. Ed infatti da quel poco che ci dice di lui il Vangelo e la tradizione non apparisce che egli abbia mai compiuto alcun miracolo, si conosce che egli era di nobile stirpe, ma decaduto, che esercitava perciò il mestiere di fabbro falegname, che non passò la vita nel deserto, che non si diede a rigide penitenze, che insomma visse una vita comunissima. Or dunque non è egli vero, che si presenta perciò a noi come modello di facile imitazione? Che non vi ha perciò alcuno, che possa esimersi dall’imitarlo, col dire che ciò è impossibile? Ma non solamente tutti possono imitare S. Giuseppe, perché modello di facile imitazione, ma ancora perché egli è modello universale. Vediamolo in breve. S. Giuseppe è modello ai religiosi, a coloro cioè che sono consacrati a Dio coi tre voti di povertà, di castità e di obbedienza e si sono in certa guisa separati dal mondo, poiché S. Giuseppe visse una vita tutta nascosta e ritirata, consacrato interamente al suo Dio, perfettamente povero, casto ed obbediente. S. Giuseppe è modello ai sacerdoti, a coloro cioè che hanno ricevuta una speciale consacrazione nel Sacramento dell’Ordine e sono destinati a trattare con le loro mani le carni adorabili di Gesù Cristo, poiché S. Giuseppe con vi va fede, con ardente carità, con pietà e riverenza profonda trattò mai sempre il suo caro figlio putativo Gesù. S. Giuseppe è modello a coloro che sono dedicati all’apostolato della fede cattolica, poiché S. Giuseppe, sia nella sua dimora in Nazaret, come ne’ suoi viaggi e nel suo esilio in Egitto non tralasciò mai di fare quanto poteva per essere vero apostolo ed eccitare sia i cattivi ebrei che i gentili e gli idolatri a convertirsi sinceramente a Dio. S. Giuseppe è modello degli sposi cristiani, perché essendo stato sposo purissimo di Maria Vergine, offre loro l’esempio del più perfetto e del più puro amore scambievole. S. Giuseppe è modello dei padri e delle madri di famiglia, perché essendo stato quale padre in terra di nostro Signor Gesù Cristo, insegna ai genitori quale debba essere la loro sollecitudine nella santa educazione dei loro figli. S. Giuseppe è modello ai maestri ed agli educatori della gioventù, perché ancor egli la fece da educatore al suo caro Gesù. S. Giuseppe è modello ai re, ai nobili, ai potenti della terra, perché anch’egli fu di sangue reale ed insegna loro a non vanagloriarsi punto né della nobiltà dei loro natali, né degli onori che ricevono nel mondo, né delle alte cariche che esercitano nella società. S. Giuseppe è modello ai padroni, perché anch’egli fu padrone di bottega ed insegna ai medesimi di praticare mai sempre la giustizia verso dei loro clienti, come verso dei loro dipendenti. S. Giuseppe è modello agli operai, perché  esercitò appunto durante tutta la sua vita l’umile mestiere di fabbro falegname e nell’esercizio di questo mestiere operò tuttavia la sua grande santificazione, lavorando sempre coscienziosamente, impiegando utilmente i suoi guadagni per i bisogni della sua famiglia e santificando sempre i giorni festivi. Fu modello ai poveri col vivere contento nello stato di povertà, fu modello ai ricchi con l’impiegare il soprappiù de’ suoi guadagni nel far elemosine; fu modello ai felici, perché non abusò mai della felicità somma in cui si trovava dall’essere sposo di Maria e Custode di Gesù; fu modello ai tribolati perché in mezzo alle pene e ai dolori più acerbi chinò sempre umilmente la testa ai voleri di Dio e benedisse la sua mano, che lo metteva alla prova; fu modello ai giovani perché santo da giovane, e modello ai vecchi perché col crescere della vita crebbe eziandio nella santità; fu insomma modello universale: talché non vi è alcuno, a qualsiasi condizione egli appartenga, che possa dire: Io non posso prendere S. Giuseppe per mio modello. – E come è modello a tutti, così lo è di ogni virtù. Egli lo è anzi tutto delle virtù teologiche, della fede, della speranza e della carità. Nessuno al certo, dopo la beata Vergine, ebbe una fede più viva, una speranza più ferma, una carità più ardente di S. Giuseppe. S. Paolo diceva che il giusto vive di fede: iustus ex fide vivit(Ebr. X, 38), e S. Giuseppe è proprio queldesso: egli credette sempre, prontamente, umilmentenon ostante che gli fossero proposti a crederemisteri altissimi. Davide diceva di sé, chegli era cosa buona abbandonarsi in Dio e riporre in lui tutta la sua speranza: Mihi autem adhærere Deo bonum est, ponere in Deo spem meam(Salm, LXXII, 28), e S. Giuseppe, suo discendente, ripetevaqueste parole anche con uno slancio digran lunga superiore. Davide ancor protestavadi non voler amare che Iddio, sua fortezza: Diligam te, Domine, fortitudo mea(Salm. XVII, 1), e Giuseppe con un ardore incomprensibile si slanciava ad ogni istante ad amare il suo caro Gesù e suo Dio. Così S. Giuseppe era modello delle teologiche virtù.Nello stesso modo lo era delle virtù cardinali, della prudenza, della giustizia, della fortezza e della temperanza. Non è che guidato dalla prudenza che non ostante il voto di verginità col quale erasi consacrato a Dio, consigliato come piamente si crede dal Sommo Sacerdote, si unì in matrimonio con Maria SS., Vergine Ella pure. Ed è ancora per prudenza che fu sul punto di abbandonarla nascostamente, quando egli non ancora edotto del mistero che erasi operato in Lei, si avvide che era divenuta madre. È per la sua somma giustizia, che è appunto chiamato dal Vangelo giusto per eccellenza, perché egli dava a Dio quel che a Dio si conveniva, al prossimo quel che si conveniva al prossimo, e da se stesso quel che a se stesso doveva. È per la sua fortezza che resistette intrepido e fidente in Dio a tutte le avversità, a tutti i disagi, a tutti i patimenti cui dovette andare incontro come sposo di Maria e come Custode di Gesù. Ed è per la sua temperanza, che egli regolò mai sempre i suoi sensi secondo la ragione e la fede e non permise mai che questi creassero il minimo intoppo nell’esercizio delle virtù. Da ultimo, oltre all’essere stato modello delle virtù teologiche e cardinali, lo fu ancora di tutte quante le virtù morali; e dell’obbedienza, facendo subito ed appuntino quel che Iddio per mezzo degli Angeli gli comandava, né obbedendo solo a Dio, ma ancora agli uomini, come fece allora che si recò a Betlemme a dare il proprio nome; e dell’umiltà, non parlando mai di sé, non menando mai con alcuno il minimo vanto del suo altissimo ufficio, anzi tacendo fino allora che a noi sembra avrebbe dovuto parlare; e della castità, e della dolcezza, e della mansuetudine, e della pazienza, e della rassegnazione ai voleri di Dio, e dello spirito di preghiera, e di qualsiasi altra virtù possa da un uomo praticarsi sopra di questa terra, avendo egli, come già dicemmo ieri, copiato in sé tutte quelle virtù di cui Gesù Cristo, nostro primo modello, ci lasciò l’esempio. Or dunque non è egli vero che S. Giuseppe può volgersi a noi e dire con tutta ragione: Siate imitatori miei come io lo sono di Gesù Cristo?Imitatores mei estote sicut et ego Christi? Sì, senza alcun dubbio, e noi dobbiamo imitarlo. Dobbiamo imitarlo, perché modello di facile imitazione; dobbiamo imitarlo, perché modello a tutti, di qualsiasi condizione; dobbiamo imitarlo, perché modello bellissimo di tutte quante le virtù. Molti Cristiani si trovano in gravissimi errori per ciò che riguarda la vera divozione ai Santi. Ed in vero taluni si pensano che la divozione a qualche Santo consista in nient’altro che in una certa qual simpatia speciale per lui. Costoro nutrono nel loro animo un certo qual sentimento che io chiamerei di parzialità per il Santo di cui sono devoti, epperò se accade che ne abbiano a parlare, lo fanno con entusiasmo e con esagerazione tale che secondo loro la Madonna Santissima e Iddio stesso sono al di sotto assai del loro Santo. E cadono appunto in questo eccesso costoro, perché la loro divozione è falsa, essendoché si ferma tutta lì a quel sentimento di special simpatia. Difatti, li vedete voi mai costoro a far opere buone ad onor del loro Santo? Ecchè? Son Cristiani, che non vanno neppur più in Chiesa. Altri poi ve ne sono che si pensano che la divozione ai Santi consista unicamente nell’invocare il loro aiuto, massime nei momenti del bisogno e per quelle necessità in cui i Santi si mostrano particolari patroni. Così certa gente non appena è presa dal mal di denti ricorre a S. Apollonia; se è travagliata dal mal di gola prega S. Biagio; se corre pericolo della vista si raccomanda a S. Lucia; se ha perduto qualche cosa recita dei Pater a S. Antonio per ritrovarla, e così via via: e se poi è accaduta qualche grave sciagura, dalla quale troppo le importi di sorgere, va all’altare della Madonna e fa il voto di un cuore d’argento. Ma intanto anche questa gente non si cura troppo di chiesa; è forse anche da gran tempo che non va ai Sacramenti, è in continuo stato di peccato mortale. E questa gente avrà essa la vera divozione ai Santi?Altri poi spingono l’errore anche più in là. Poiché sebbene non possano ignorare che sia peccato il rubare, il vendicarsi delle ingiurie, il fornicare e simili, arrivano a tale da invocare l’aiuto dei Santi per riuscire a fare destramente quella ladreria, quella vendetta, quel peccato che hanno in animo di fare. Par quasi incredibile, eppure non ne mancano degli esempi. Ed altri poi nella loro devozione portano una presunzione tale, da non poter immaginare la maggiore. Poiché mentre si avvedono della mala vita che conducono e vogliono tuttavia persistere nella medesima, non dimeno perché dicono qualche Pater o qualche Ave Maria o a questo o a quel Santo, si tengono come certi di potersi salvare. Or dite non è egli chiaro, chiarissimo che tutti costoro sono falsi devoti? Invocare l’aiuto dei Santi è cosa che certamente fa parte della loro devozione, ma non è il tutto, ed invocarli poi per essere aiutati a fare il male è il più grave oltraggio che loro si possa fare. La vera divozione ai Santi consiste in tre cose massimamente: anzitutto nell’ammirare le loro grandezze, in secondo luogo nell’imitare le loro virtù, in terzo luogo nell’invocare il loro aiuto. Ma di tutte queste tre cose, la più importante e la più essenziale si è quella di mezzo, l’imitazione delle loro virtù. È S. Agostino che ce loinsegna: Vera devotio est imitari quod colimus. La vera divozione è imitare colui che onoriamo. Di qui pertanto noi possiamo farci un’idea esatta della divozione nostra verso di S. Giuseppe e ad ogni modo possiamo imparare come ci convenga essere suoi veri devoti. È dunque certamente bello venire in chiesa nel corso del mese di marzo, a sentire le sue glorie e le sue grandezze, oppure leggerle in qualche libro che parli di lui; è bello adornare il suo altare e la sua immagine di fiori e di ceri, è bello rivolgere a lui con fiducia la nostra preghiera, ma pur facendo tutto ciò, questo ha da essere il nostro principalissimo studio: imitarlo nelle sue virtù. Se così adunque e non altrimenti noi possiamo essere veri devoti di questo caro Santo, gettiamo attentamente sopra di lui il nostro sguardo per apprendere bene i suoi grandi esempi e con tutta la più buona volontà ricopiarli in noi medesimi: insomma mettiamo in pratica l’esortazione che ci fa lo stesso S. Giuseppe: Siate imitatori miei come io lo sono di Gesù Cristo: Imitatores mei estote sicut et ego Christi.

Credo

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIX: 17
Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúia. [E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia]

Secreta

Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Ioseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis. [O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace].

Praefatio de S. Ioseph

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Solemnitáte beáti Ioseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir iustus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Iesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem maiestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti iúbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:  [E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Communio

Matt XIII: 54-55
Unde huic sapiéntia haec et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater eius dícitur María? Allelúia. [Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? alleluia.]

Postcommunio

Orémus.
Haec sancta quae súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Ioseph; et operatiónem nostram cómpleant, et praemia confírment. [
O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa.]