IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Delle cagioni, per cui non si discernono le cose rettamente da noi, e del modo che si ha da tenere per conoscerle bene.

CAP. VIII

La cagione, per cui da noi tutte le cose suddette, con altre non si discernono rettamente, perché alla prima loro apparenza vi attacchiamo o l’amore, o l’odio, dal che ottenebrato, l’intelletto non le giudica direttamente per quelle che sono. – Tu, perché in te non trovi luogo questo inganno, sta sull’avviso di tenere sempre, quanto più puoi, la tua volontà purgata e libera dall’affetto disordinato di qualche cosa. – E quando ti viene proposto avanti qualunque oggetto: riguardalo coll’intelletto, e consideralo maturamente, prima che da odio, s’è di cosa contraria alle nostre naturali inclinazioni: o da amore, se ti apporti diletto, tu sii mossa a volerlo, o pure a rifiutarlo. – Perché allora l’intelletto, non ingombrato da passione, è libero e può conoscere il vero, e penetrare dentro al male che sta nascosto sotto il falso piacere, ed al bene coperto dall’apparenza del male. – Ma se la volontà si è prima inclinata ad amare la cosa, o l’ha presa in aborrimento, l’intelletto non la può ben conoscere, perché quell’affetto, che si è porto fra mezzo, l’offusca di modo che la stima per altra da quella che è, e per tale rappresentandola alla volontà, si muove ella più ardentemente, che prima ad amarla, oppure odiarla, contro ogni ordine e legge di ragione. Dal qual affetto si viene ad oscurare maggiormente l’intelletto, e così oscurato fa di nuovo parere alla volontà, la cosa più che mai amabile, o odiosa. Onde se non si tiene la regola che ho detto (il che in tutto questo esercizio è di somma importanza) quelle due potenze, intelletto e volontà, tanto nobili ed eccellenti, vengono miseramente a camminare sempre come in giro di tenebre in più folte tenebre, e di errore in maggior errore. – Guardati, dunque, figliuola, con ogni vigilanza da ogni non bene ordinato affetto di qualsivoglia cosa, che prima non sia da ben eliminata e riconosciuta per quella che ch’è veramente col lume dell’intelletto, e principalmente con quello della grazia e dell’orazione, e col giudizio del tuo Padre spirituale. – Il che intendo, che tu debba osservare talora, più che nelle altre cose, che in alcune opere esteriori, che buone e tante e sante sono, perché in queste per essere tali, vi è più che in quelle pericolo d’inganno, e di indiscrezione. – Onde per qualche circostanza di tempo, di luogo, e di misura, e per rispetto dell’ubbidienza, a te alcuna volta potrebbero recare non picciolo nocumento, come di molti si sa, che ne’ lodevoli e santissimi esercizi hanno pericolato.

D’un’altra cosa, da cui si deveguardare l’intelletto, perché bene possa discernere.

CAP. IX

L’Altra cosa, da cui abbiamo a tenere difeso l’intelletto, è la curiosità; perché riempiendolo di pensieri nocivi, vani, ed impertinenti, lo rendiamo inabile ed incapace, per apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione. – Per lo che tu hai da essere come morta in tutto, ad ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, ancorché lecite. Ristringi sempre il tuo Intelletto guanto puoi, ed ama di farlo stolto. Le novelle e mutazioni del mondo,  e picciole, e grandi, a te siano appunto come se non fossero, e se ti sono offerte, opponiti loro, e scacciale lungi da te.  – Nel desiderio d’intendere le sole celestiali, fa che tu sii sobria ed umile, non volendo altro sapere, che Cristo Crocifisso, e la vita e morte sua, e quanto da te domanda. Tutto il resto tieni da te lontano, che ne farai gran piacere a Dio, il quale ha per suoi cari e diletti coloro che desiderano da Lui e cercano quelle cose che bastano per amare la sua divina bontà e fare la sua volontà. Ogni altra domanda ed inquisizione è proprio amore, superbia, e laccio del demonio. – Se tu seguirai questi ricordi, potrai scampare da molte insidie, perché vedendo l’astuto serpente, che in quelli che attendono alla vita spirituale, la volontà è gagliarda e forte, tenta di abbattere l’intelletto loro, acciò così si faccia padrone e di questo e di quella. – Onde suole molte fiate dar loro sentimenti alti, vivi, e curiosi, e massimamente agli acuti e di grand’ingegno, e che sono facili a levarsi in superbia, perché occupati nel diletto, e discorso di quei punti nei quali falsamente si persuadono di goder Dio, si scordino di purificare il cuore, ed attendere al conoscimento di loro medesimi, ed alla vera mortificazione. Così entrati nel laccio della superbia, si fanno un idolo del proprio intelletto. – Da quello ne segue, che a poco a poco non se ne avvedendo, vengono a darsi ad intendere di non avere bisogno dell’altrui consiglio ed ammaestramento, essendo già assuefatti a ricorrere in ogni occorrenza all’idolo del loro proprio giudizio. – Cosa di grave pericolo, e molto difficile a curarsi, perciocché è più pericolosa la superbia dell’intelletto che della volontà, perché  essendo la superbia della volontà manifesta al proprio intelletto, facilmente potrà un giorno, coll’ubbidire a chi deve, curarla. Ma chi ha ferma opinione che il parer suo sia migliore di quello d’altri, da chi e come, potrà essere sanato? come si sottoporrà al giudizio d’altri, che non ha per tanto buono, quanto il suo proprio. – Se l’occhio dell’anima, ch’è l’intelletto, con cui si aveva da conoscere, e purgare la piaga della superba volontà, è infermo e cieco, e pieno della stessa superbia, chi lo potrà curare? E se la luce diventa tenebre, e la regola falla , come ne andrà il resto. Per la qual cosa tua buon’ora, opponiti a così pericolosa superbia; prima che ti penetri dentro alle midolla dell’ossa. – Rintuzza l’acutezza del tuo intelletto; sottoponi facilmente il tuo proprio all’altrui parere, diventa pazza per amor di Dio, è sarai più savia di Salomone.

Dell’esercizio della  volontà,e del fine al quale si hannoda indirizzare tuttele azioni interiori.

CAP. X

Oltre l’esercizio che tu hai da fare intorno all’intelletto, ti è di bisogno di regolare talmente la tua volontà, che non lasciandola nei suoi desideri, si rende in tutto conforme al piacimento divino. – Ed avverti bene, che non ti ha da bastare quello solo di volere, e procurare le cose che a Dio sono più grate; ma di più ancora hai da volerle ed operarle, e come mosse da Lui, e per fine di piacere a Lui puramente. – In questo abbiamo pure, più che nel suddetto, contrasto grande con la natura; la quale è talmente inclinata a te stessa, che in tutte le cose, e più talora che nelle altre, nelle buone  e spirituali, cerca il proprio comodo e diletto che con che si va trattenendo e di quelle come di cibo niente sospetto, avidamente pascendo. – E però quando ci fono offerte, subito le adocchiamo e vogliamo, non come mossi dalla volontà di Dio, né affine di piacere a Lui solamente, ma per quel bene e contento, che dal volere le cose volute da Dio ne deriva. – Il qual inganno è tanto più occulto, quanto la cosa voluta è per se stessa migliore. Onde fino nel desiderare lo stesso Dio, vi sogliono essere degl’inganni dell’amor proprio, mirando spesso più al nostro interesse e bene che ne aspettiamo, che alla volontà di Dio, che per sua gloria si compiace, e vuole da noi essere amato, desiderato, ed ubbidito. – Per guardarti da questo laccio, che t’impedirebbe il cammino della perfezione, e per avvezzarti a volere ed operare tutto come mossa da Dio, e con pura intenzione d’onorare e contentare Lui solo, (il quale d’ogni nostra azione, e vuol essere unico principio e fine) terrai questo modo; questo modo, quando ti si offre alcuna cosa voluta da Dio, non inchinare la volontà a volerla, se prima non innalzi la mente a Dio, a vedere, se volontà sua, che tu la voglia, e perché Egli così vuole, e per piacere a Lui solamente. – Così da questa volontà mossa e tirata la tua, si pieghi poi a volerla, come voluta da Dio, e per suo solo compiacimento ed onore. –  Parimente volendo tu rifiutare le cose non volute da Dio, non le rifiutare, se prima non affissi lo sguardo dell’intelletto nella sua Divina volontà, la quale vuole che tu per piacergli le rifiuti. – Ma hai da sapere, che le frodi della sottile natura sono poco conosciute, la quale cercando sempre occultamente sé medesima, molte volte fa parere che in noi sia il detto motivo e fine di piacere a Dio, e non e così. – Onde spesso avviene, che quello che si vuole, o non vuole per proprio nostro interesse pare a noi di volerlo, o non volerlo, per piacere, ovvero non piacere a Dio. Per fuggire da questo inganno, il rimedio più proprio, ed intrinseco sarebbe la purità del cuore, la quale consiste (al che si indirizza tutto questo Combattimento?) nello spogliarsi dell’uomo vecchio, e vestirsi del nuovo. – Pure per provvederti d’arte, giacché sei piena di te stessa nel principio delle tue azioni, sta avvertita a spogliarti, quanto puoi d’ogni mistura, dove tu possa stimare che vi sia alcuna cosa del tuo, e non volere né operare, né rifiutare cosa alcuna, se prima non ti senti muovere, e tirare dal puro e semplice volere di Dio. – Se in tutte le operazioni, e particolarmente nelle interiori dell’anima, e nell’esteriori, che presto, come un soffio di vento svaniscono, non potrai così sempre in atto sentire questo motivo, contentati di averlo in ciascuna virtualmente, tenendo sempre intenzione vera di piacere in tutto al tuo solo Dio. –  Ma nelle azioni che continuano per qualche spazio di tempo, non solamente nel principio e bene, che cu ecciti in te quello motivo, ma devi stare sull’avviso di rinnovarlo spesso, e tenerlo svegliato fino all’ultimo; perché altrimenti vi sarebbe pericolo d’incappare in un altro laccio, pure dell’amor nostro naturale, che per esser più inclinato e pieghevole a se stesso, che a Dio, suole molte volte con intervallo di tempo farci inavvedutamente cangiare gli oggetti, e mutare i fini. – Il  servo di Dio, che in ciò non esta ben avvertito, spesse fiate, comincia ad operare alcuna cosa, col pensiero di piacere solamente al suo Signore, ma poi così a poco a poco, quasi non se n’accorgendo, talmente si va compiacendo in quella col proprio senso, che scordatosi della Divina volontà, si rivolta ed attacca di maniera al gusto che ne sente, ed all’utile ed onore, che glie ne può avvenire, che se l’istesso Iddio mette impedimento all’opera con una qualche infermità, o accidente, o mezzo d’alcuna creatura, egli ne rimane tatto turbato, ed inquietato, ed alle volte cade nella mormorazione di questo, e di quello; per non dire talora dell’istesso Iddio. Segno assai chiaro, che se l’intenzione sua non era in tutto di Dio, ma nasceva da radice e fondo guasto, e corrotto. Perché chiunque si muove, come mosso da Dio, e per piacere a Lui solo, non vuole più l’una, che l’altra cosa, ma solamente averla, se a Dio piacerà, che l’abbia, e nel modo, e tempo, che gli farà grato; ed avendola o no, ne resta ugualmente pacifico, e contento poiché ad ogni modo ottiene l’intento suo, e consegue il fine, che altro non era che il piacimento di Dio. Onde sta ben raccolta in te stessa, ed avvertita d’indirizzare sempre le tue azioni a quello perfetto fine. – E se talora (così ricercando la disposizione dell’anima tua) tu ti movessi ad operare il bene, affine di fuggire le pene dell’inferno, o per la speranza del Paradiso; puoi ancora in quello proporti per ultimo fine il piacimento, e volontà di Dio, che si compiace, che tu non vada all’inferno, ma ch’entri nel Regno suo. – Questo motivo, quanto abbia di forza e di virtù, non è chi possa pienamente conoscerlo, poiché una cosa, sia pur bassa, o minima quanto si voglia, fatta con fine di piacere a Dio solo, o per sua gloria, val più (per così dire) infinitamente, che molte altre di grandissimo pregio e valore, che siano fatte senza questo motivo. – Onde gli è più grato un solo danaro dato ad un poverello, per questo solamente di farne piacere a sua divina Maestà, che se con altra intenzione anche di godere i beni del Cielo (ch’è fine ma sommamente desiderabile) alcuno si privasse di tutte le sue facoltà per ampie che fossero. – Questo esercizio di operare il tutto con fine di piacere a Dio puramente, parrà da principio malagevole, ma si renderà piano, e facile dall’uso, e dal desiderar molte volte lo stesso Dio, ed a Lui aspirare con vivi affetti di cuore, come a perfettissimo, ed unico nostro bene, che per se stesso merita, che tutte le creature lo cerchino, e servano, ed amino sopra qualunque altra cosa. – La qual considerazione del suo infinito merito, quanto sarà fatta più profondamente, e più spesso, tanto saranno più ferventi e frequenti gli atti suddetti della volontà, e così con maggior facilità, e più presto verremo ad acquistar l’abito di fare ogni operazione per rispetto ed amor di quel Signore, che solo n’è meritevole. – Ultimamente ti avviso, perché tu consegua questo divino motivo, che tu, oltre il suddetto, lo domandi a Dio con importuna orazione, e che consideri spesso gl’innumerevoli benefizi che Iddio ci ha fatti, e fa tuttavia per puro amore, e senza suo interesse.

Di alcune considerazioni,che inducono la volontà avolere in ogni cosail piacimento di Dio.

CAP. XI

Di più per indurre con maggior facilità la tua volontà a voler in tutte le cose il piacimento di Dio, e l’onor suo, ricordati spesso, ch’Egli ti ha prima in vari modi onorata, ed amata. Nella creazione, creandoti da nulla a sua sembianza, e le altre creature tutte a tuo servigio. Nella Redenzione, mandando non un’Angiolo, ma l’unigenito Figliuolo suo a ricomprarti, non con prezzo corruttibile d’oro, ed argento, ma col sangue suo prezioso e con la sua penosa, e vituperosa morte. – Che ogn’ora poi, anzi ogni momento, ti tenga guardata dai nemici, combatta per te con la sua grazia, tenga continuamente apparecchiato per tua difesa, e cibo, il suo diletto Figliuolo nel Sacramento dell’Altare, non è segno di inestimabile stima, ed amore che l’immenso Iddio ti porta? Tanto che non è chi possa capire quanto conto faccia sì gran Signore di noi poverelli, della bassezza e miseria nostra, e quello all’incontro, che noi siamo tenuti a fare per così alta maestà, che tali, e tante cose ha operato per noi. – Che se i Signori terreni, quando son onorati da persone anche povere e basse, pur tuttavia si sentono obbligate a rendere loro onori, che dovrà fare la nostra viltà con il supremo Re dell’universo, da cui si vede così altamente pregiata, e tenuta cara? Oltre il suddetto, tieni sempre sopra ogni cosa viva memoria, che la Divina Maestà da se stessa merita infinitamente di essere onorata, e servita puramente per suo piacimento.

Di molte volontàche sono nell’uomo,e della guerra, chehanno tra loro.

CAP. XII

Avvegnaché si possa dire in questo Combattimento, che in noi siano due volontà, l’una della ragione, detta perciò ragionevole, e superiore: l’altra del senso, che inferiore e sensuale è chiamata, la quale con quelli nomi d’appetito, carne, senso, e passione, si suole significare; nondimeno perché noi siamo uomini per la ragione, quando col senso solo vogliamo alcuna cosa, non s’intende che mai da noi veramente si voglia, fino a tanto, che con la superiore volontà non c’inchiniamo a volerla. Onde tutta la nostra battaglia spirituale sta in questo  principalmente, che la ragionevole volontà, essendo posta come in mezzo tra la volontà Divina, che le sta sopra, e l’inferiore, ch’è quella nel senso, continuamente dall’una, e dall’altra è combattuta, mentre ciascuna di queste tenta di tirarla a sé, e farla sì soggetta, ed obbediente. – Ma gran pena, e fatica, massimamente nel principio, provano i mal abituati, quando risolvono di mutare in migliore la loro malvagia vita, e togliendosi al mondo ed alla carne, darsi all’amore e servitù di Gesù Cristo. – Perché  i colpi, che la loro superiore volontà sostiene dalla volontà divina e dalla sensuale, che le stanno sempre intorno, battagliandola, sono possenti e forti, e si fanno bene sentire, non senza grave pena. – Il che non avviene a quelli che di già, sono abituati nelle virtù e non nei vizi; e così intendono tuttavia d’andare continuando, perché i virtuosi facilmente alla volontà divina consentono, ed i viziosi a quella del senso si piegano, senza contrasto. – Ma non presuma alcuno di poter conseguire le vere virtù Cristiane, né servire a Dio, come si conviene, se non vuole farsi violenza daddovero, e sopportar la pena, che si sente nel lasciare non pure i maggiori diletti, ma i piccoli ancora, ai quali prima stava attaccato con affetto terreno. – E da questo avviene, che molto pochi arrivano al segno della perfezione, perché dopo d’aver con fatica superati i vizi maggiori, non vogliono poi farsi violenza, continuando a soffrire le punture ed il travaglio, che si prova nella resistenza di quasi infinite vogliette proprie, e passioncelle di minor conto, le quali ogni ora prevalendo in essi, vengono ad acquistare sopra i cuori, il loro dominio e signoria. – Fra quelli se ne trovano, alcuni che se non tolgono i beni altrui, si affezionano soverchiamente a quelli, che giustamente possiedono: se non procurano onori con mezzi illeciti, non gli abborriscono però, come dovrebbero, né restano di desiderarli, ed alcune volte cercarli per altre diverse vie: se osservano i digiuni d’obbligo, non mortificano per questo la gola nel mangiare superfluamente, ed appetire delicati cibi, e vivendo continenti, non si staccano da certe pratiche di lor gusto, che portano grand’impedimento all’unione con Dio, ed alla vita spirituale; oltre che essendo in qualsivoglia persona, per santa che sia, e più, in chi meno le teme, molto pericolose, sono da fuggirsi da ciascuno, quanto più si possa. –  Dalle quali cose ancora ne avviene, che le altre lor opere buone, sono fatte con tiepidezza di spirito, ed accompagnate da molti interessi, ed imperfezioni occulte, e da non certa stima di loro stessi, e dal desiderio d’essere lodati, e pregiati dal Mondo. – Quelli che sono tali, non pure non fanno progresso nella via della salute, ma tornando addietro, stanno a rischio di ricadere nei primi mali, poiché non amano la vera virtù, e si mostrano poco grati al Signore, che gli tolse dalla tirannia del demonio, ed inoltre sono ignorati e ciechi per vedere il pericolo, in cui si trovano, mentre falsamente si persuadono d’essere in stato come sicuro. – E qui si scopre un inganno tanto più dannoso, quanto meno avvertito, che molti che attendono alla vita spirituale, essendo più di quello che bisognerebbe, di essere amatori (sebbene in verità non fanno amarsi), per lo più prendono quegli esercizi, che più si confanno col gusto loro, e lasciano gli altri, che toccano sul vivo della propria naturale inclinazione, e dei sensuali loro appetiti, contro i quali vorrebbe ogni ragione, che si voltasse tutto lo sforzo della battaglia. Onde, figlia mia diletta, ti avviso, ed esorto ad innamorarti della difficoltà, e pena che seco porta il vincerli; che qui sta il tutto, e tanto farà più certa la vittoria e presta, quanto più fortemente t’innamorerai della difficoltà, che ai principianti mostra la virtù, e la guerra; e se tu più sarai amatrice della difficoltà, e del penoso combattere, che delle vittorie e delle virtù, che presto acquisterai ogni cosa.

Del modo di combattere contro i moti del sensoe degli atti, che  ha da fare la volontàper acquistare gli abiti della virtù.

CAP. XIII

Qualunque volta la tua ragionevole volontà è combattuta del senso da una parte, e dalla divina dall’altra, mentre ciascuna cerca di riportarne la palma, fa di mestiere che tu,  acciocché in te prevalga in tutto la volontà divina, ti eserciti in più modi. – Prima, quando sei assalita e battagliata dai moti del senso, hai da fare gagliarda resistenza, perché a quelli che la volontà superiore non acconsenta. – Secondariamente, poiché sono cessati, eccitali di nuovo in te, per reprimerli con maggiore impegno e forza. – Di poi, richiamali alla terza battaglia, nella quale ti avvezzerai di scacciarli da te con sdegno, ed aborrimento. I quali due eccitamenti a  battaglia si hanno da fare in ogni nostro disordinato appetito, fuori che negli stimoli carnali, dei quali ragioneremo a suo luogo. Ultimamente hai da fare atti contrari ad ogni tua viziosa passione. Col seguente esempio ti si farà il tutto più chiaro. Tu sei per avventura combattuta dai moti dell’impazienza; se dentro te stessa dimorando, starai ben attenta, sentirai, ch’essi di continuo battono alla volontà superiore, perché loro s’inchini, ed acconsenta. E tu per lo primo esercizio con replicate voglie, opponendoti a ciascun moto, fa quanto puoi, perché la volontà tua non vi dia consentimento. Non celiare mai di questa pugna, finché tu non ti avveda, che l’inimico quasi stanco, e come morto, si renda per vinto. Ma vedi, figliuola, la malizia del demonio. Quando egli si accorge, che noi gagliardamente ci opponiamo ai moti d’alcuna passione; non pure si rimane da eccitarli in noi, ma essendo eccitati, tenta per allora d’acquetarli, perché coll’esercizio non acquistiamo l’abito della virtù contraria ad essa passione e per farti oltre ciò cadere nei lacci della vanagloria e superbia, col darci poi destramente ad intendere, che noi da generosi soldati abbiamo presto conculcato i nostri nemici. – Perciò tu passerai alla seconda battaglia, riducendoti alla memoria ed eccitando in te quei pensieri che ti cagionavano l’impazienza, in modo che tu ti senta da essi commossa nella parte sensitiva, ed allora con spesse voglie e sforzo maggiore che prima, reprimi i moti suoi. – E quantunque noi ributtiamo i nostri nemici, perché conosciamo di far bene e di piacere a Dio, tuttavia per non averli del tutto in odio, corriamo pericolo di rimanere da essi altra volta superati: per questo tu hai da farti loro incontro col terzo assalto e scacciarli lungi da te con voglie non pure ripugnanti, ma sdegnose, sin tanto che ti si rendano. Finalmente per ornare e perfezionare l’anima tua con gli abiti delle virtù, hai da produrre interiori atti che siano direttamente contrari alle tue disordinate passioni. Come volendo tu acquistare perfettamente l’abito della pazienza, se uno col dispregiarti ti porge occasione d’impazienza, non basta, che ti eserciti nelle tre maniere di pugna, che ho detto, ma devi di più volere, ed amare il dispregio ricevuto desiderando d’essere di nuovo nell’istesso modo, e dalla stessa persona oltraggiata, aspettando e proponendoti di sostenere anche cose più gravi. – La cagione, perché tali atti contrari sono necessari per perfezionarci pelle virtù, si è, perché altrimenti gli altri atti, per molti, che siano e forti, non sono bastevoli ad estirpare le radici che producono il vizio. Onde (per continuare nello stesso esempio) ancorché noi essendo dispregiati, non consentiamo ai moti dell’impazienza, anzi contra essi combattiamo coi tre modi mostrati di sopra; nondimeno se non ci avvezzeremo con molti e frequentati atti ad avere caro il dispregio, e rallegrarcene, non ci potremo mai liberare dal vizio dell’inclinazione nostra, alla propria riputazione, che si fonda nell’abborrimento del dispregio. – E restando viva la radice, viva la radice viziosa, va sempre germogliando, di maniera che, rende languida la virtù, anzi talora la soffoca in tutto, ed inoltre ci tiene in continuo pericolo di ricadere in ogni occasione che ci rappresenti. – Dalle quali cose ne segue, che senza i detti atti contrari non possiamo acquistare giammai il vero abito della virtù. – E di più si avverta, che questi soli atti hanno da essere tanto frequenti ed in tanto numero, che possano affatto distruggere l’abito vizioso, il quale siccome da molti atti viziosi ha preso nel cuore nostro possesso, così con molti atti contrari li ha da svellere da quello, per introdurvi l’abito virtuoso. Anzi dico di più, che più atti buoni si ricercano per far l’abito virtuoso, essendo che quelli non sono come questi aiutati dalla natura corrotta dal peccato. – Oltre a quello che fin qui si è detto, aggiungo che se la virtù che allora eserciti, così richiede, hai anche da fare atti esteriori, conformi agli interiori, come per stare nel detto esempio, usando parole di mansuetudine e d’amore, e servendo, se puoi, chi ti è stato noioso e contrario in qualunque nodo. E quantunque questi atti tanto interiori, quanto esteriori fossero, e ti paressero accompagnati da tanta debolezza di spirito, che ti paresse di farli contro ogni tua voglia, non però devi per modo alcuno tralasciarli, perché per deboli che siano, ti tengono ferma e salda nella battaglia, e ti agevolano la strada alla vittoria. E sta bene avvertita e raccolta in te stessa, per combattere non pure contro le voglie grandi ed efficaci, ma ancora contro le piccole e lente di ciascuna passione, perché queste aprono la strada alle grandi, onde poi si generano in noi gli abiti viziosi. E dalla poca cura che hanno tenuto alcuni, di sradicare dai cuori loro queste vogliette, dopo d’aver superate le maggiori della medesima passione, è avvenuto loro, che quando meno vi pensavano, sono stati assaliti, e vinti dagli stessi nemici più gagliardamente e che prima. – In più ti ricordo, che tu attenda a mortificare e rompere alle volte le tue voglie, anche di cose lecite non necessarie, perché da questo ne seguiranno molti beni, e ti renderai sempre più disposta, e pronta a vincerti nelle altre. Ti farai forte ed esperta nella battaglia delle tentazioni,  fuggirai varie insidie del demonio, e farai cosa gratissima al Signore. – Figliuola chiaramente ti parlo: se nel modo che ti ho detto andrai continuando in questi leali e santi esercizi, per la riforma e vittoria di te stessa, ti assicuro che fra poco tempo ti avanzerai molto, e diventerai spirituale davvero, e non di nome solamente; ma in altra maniera e con alcuni esercizi, ancorché a tua stima fossero eccellenti, e tanto al tuo gusto dilettevoli, che ti paresse di stare in essi tutta unita, ed in dolci colloqui col Signore, non ti dare ad intendere d’acquistare giammai virtù, e spirito vero. Il quale (come ti ho detto nel primo capitolo) non consiste né nasce da esercizi dilettevoli e conformi alla nostra natura, ma da quelli che la mettono in Croce con tutti gli atti suoi, onde rinnovato l’uomo per mezzo degli abiti delle virtù evangeliche, lo congiungono al suo Crocifisso e Creatore. – Né vi è, chi dubiti, che siccome gli abiti viziosi vengono a  farsi con molti, e frequentati atti della volontà superiore, mentre cede agli appetiti del senso, così all’incontro, gli abiti delle virtù evangeliche s’acquistano con fare atti, spesse e spessissime volte, conformi alla volontà divina, da cui or a questa, or a quell’altra virtù siamo chiamati. – Che siccome la volontà nostra non puote giammai essere viziosa e terrena, per molto che sia battagliata dalla parte inferiore e dal vizio, per fino a tanto che a quella non cede, e s’inchini: così non sarà mai virtuosa, e congiunta a Dio, benché molto vivamente sia chiamata, e combattuta dalle ispirazioni, e grazia divina, mentre cogli atti interni non si conforma ad essi, e con gli esterni, quando bisogna.