SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXVIII.

Della glorificazione di S. Giuseppe in cielo e della mira che noi dobbiamo sempre avere alla gloria celeste.

È cosa che desta gran meraviglia il considerare la grande gloria, alla quale tutto ad un tratto Faraone sublimò Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Aveva egli, Faraone, fatto due sogni, che nessuno gli sapeva interpretare. Allora il suo coppiere maggiore, ricordandosi della spiegazione che del suo sogno aveva avuto in carcere da Giuseppe, ne parlò al re, il quale fattolo venire alla sua presenza gli raccontò i due sogni che aveva veduti. E Giuseppe, illuminato da Dio, disse: Una medesima cosa significano i due sogni del re. Iddio per essi ha significato a Faraone ciò che è presso ad avvenire. Le sette vacche belle e grasse e le sette spighe prospere e piene significano che vengono sette anni continuati di grandissima abbondanza di biade in tutto Egitto; le sette vacche magre e le sette spighe vuote preannunciano che a i sette anni di abbondanza ne seguiteranno altri sette continuati di grandissima carestia, la quale farà dimenticare l’abbondanza dei precedenti, e la fame consumerà il paese. Provvedasi adunque il re di un uomo industrioso e sapiente, e lo deputi sopra l’Egitto, acciocché in tutte le Provincie statuisca ufficiali, che negli anni dell’abbondanza radunino pel re la quinta parte di tutte le biade, ed esso le faccia riporre nei granai della città a ristoro degli sterili anni che vengono, acciocché il paese per la gran fame non rimanga disabitato. Piacque grandemente al re, ed a tutti gli altri, l’interpretazione ed il consiglio di Giuseppe, ed allora voltosi Faraone a’ suoi ministri disse: Dove mai potremmo noi trovare un uomo il quale come questo sia pieno dello spirito di Dio? Di poi, rivoltosi a Giuseppe continuò: Dappoiché Iddio ti mostra tutte queste cose, che ne hai dette, potrò io forse trovare altro uomo, che per sapienza sia maggiore di te o a te somigliante? Tu sarai sopra la mia casa e sopra il mio regno; tutto il popolo obbedirà al comandamento della tua voce; io non avrò più di te altro che il soglio. Ciò detto, Faraone ‘si tolse di mano l’anello e lo pose in mano a Giuseppe, lo fece vestire di una veste di bisso, gli mise al collo una collana d’oro, lo fece salire sul suo secondo cocchio, e lo fece condurre per tutta la città, mandandogli innanzi un banditore, il quale da parte di Faraone gridava che tutti avanti a Giuseppe si inginocchiassero, e tutti sapessero che esso era costituito dal re sopra tutto il paese d’Egitto. Tale è lo splendore di gloria, da cui venne come d’improvviso circondato l’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Or ecco una bellissima figura di quella gloria, alla quale venne sollevato il nostro amatissimo S. Giuseppe in quel giorno faustissimo, in cui col divino Redentore Gesù entrò in corpo ed anima nel bel Paradiso. Procuriamo di farcene oggi una qualche idea, onde accrescere sempre più in noi la stima e la venerazione verso di sì gran Santo.

PRIMA PARTE.

La gloria a cui venne sollevato S. Giuseppe in Paradiso deve essere senza dubbio la più grande, dopo quella a cui venne sollevata in seguito la beatissima Vergine. E che grandissima sia una tal gloria, ben lo ritiene e dimostra la Chiesa, la quale nelle ufficiature delle due principali feste di questo Santo è tutta nell’esaltarla, servendosi a tal uopo dei passi più espressivi delle Sacre Scritture. Essa riferendosi prima alla sua dignità di Sposo di Maria ed alla fedeltà con cui adempì tale ufficio, e poi alla sua grandezza come Custode di Gesù Cristo, applica a lui quello che si legge nel libro dei Proverbi (XXVIII e XXVII), dicendo che l’uomo fedele sarà molto lodato e che il custode del suo Signore sarà glorificato: Vir fidelis multum laudàbitur. Et qui custos est Domini sui, glorificabitur. Giovandosi poscia di varie espressioni degli altri libri Sapienziali, dopo di aver detto che Iddio costituì S. Giuseppe come Signore della sua casa e principe della sua possessione, aggiunge che grande è la sua gloria, che il Signore lo ha rivestito di gloria e di splendore, che giusto qual egli è per eccellenza, germinerà e fiorirà in eterno al cospetto del Signore come giglio piantato nella sua casa, che per lui insomma sono la gloria e le ricchezze e che la sua giustizia rifulgerà per tutti i secoli. Dopo di che ha ben ragione il dotto e pio Suarez, il quale asserisce che tutt’altro che essere temerario è del tutto buono e conforme a verità il sentimento di coloro, i quali assicurano che la gloria di S. Giuseppe in cielo, dopo quella di Maria, è superiore a quella di tutti gli altri Santi. E non meno rettamente crede il celebre Gersone, ritenendo ed insegnando che S. Giuseppe in paradiso sovrasta per la gloria tutti i beati, come il mistero della incarnazione s’innalza sopra ogni altra cosa. – Ed in vero una tal gloria gli era dovuta anzitutto per ragione della sua santità. Avendo egli ricevuto da Dio una pienezza di grazie proporzionata alla sublimità della missione da Dio affidatagli, e colla perfetta corrispondenza alla medesima essendosi reso in terra il più grande di tutti i Santi, non doveva eziandio avere in paradiso una gloria che fosse a quella di tutti gli altri Santi superiore? Sì, senza dubbio! Epperò essendo stato più Santo dei Patriarchi, più santo dei Profeti, più santo degli Apostoli, degli Evangelisti, dei martiri, dei pontefici, dei dottori, degli anacoreti, dei confessori e dei vergini, più santo anzi degli Angeli e degli Arcangeli, dei Cherubini e dei Serafini, venne altresì innalzato al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi: e quindi si può cantare di lui quel chela Chiesa canta di Maria nel dì della sua assunzione: Exaltatus est beatus Ioseph super choros Angelorum ad cœlestia regna. E poiché la beatissima Vergine, dopo l’Ascensione al Cielo del suo divin figliuolo Gesù, dietro divina disposizione, restò ancora sulla terra per un bel numero di anni, affinché fosse il conforto, la consigliera e la guida degli Apostoli e dei primitivi cristiani, così in tutto quel tempo S. Giuseppe fu propriamente colui che venne da Dio maggiormente glorificato. Il che tuttavia non vuol dire che dopo l’Assunzione di Maria diminuisse la gloria di S. Giuseppe. Anzi in certa guisa si accrebbe, perché alla glorificazione, che già aveva preso a fare di lui nostro Signor Gesù Cristo, si venne ad aggiungere quella che di lui prese a fare Maria Santissima. Ed in vero potendo allora Maria nella sublimità del suo trono disfogare pienamente la gratitudine dell’animo suo verso del suo fedelissimo ed amatissimo sposo, come mai non avrà ‘ella preso a celebrare la grandezza dei suoi meriti al cospetto di tutti gli Angeli e di tutti i Santi? come non avrà cercato di esaltarli dinnanzi allo stesso Iddio? Ma la gloria a cui S. Giuseppe venne sublimato, doveva essere grandissima non solo per ragione della sua santità, ma eziandio per due altre principali ragioni. È bensì vero che S. Giuseppe non fu solamente padre di Gesù che secondo lo spirito, ma, come abbiamo avuto occasione di dire con S. Agostino, appunto perché più castamente, così tanto più fermamente fu suo padre. Or bene Gesù Cristo, quel Dio che disse « Onora il padre e la madre », avendo voluto essere figliuolo di Giuseppe secondo lo spirito, e comparire persino in faccia agli uomini quale suo figliuolo secondo la carne, come mai non avrebbe osservata la medesima legge verso di San Giuseppe lassù in paradiso, come l’aveva osservata sopra di questa terra? Per tanto la maggiore obbligazione che si trova verso degli uomini, quella cioè che contraggono i figliuoli verso dei loro genitori, oppure anche verso di coloro che ne tengono le veci, costituisce una seconda importantissima ragione, per cui S. Giuseppe doveva essere grandissimamente glorificato, essendo che l’onore e la gloria verso di lui da parte di Gesù Cristo, riguardato sia come suo figliuolo secondo lo spirito, sia come suo pupillo, doveva corrispondere alla grandezza infinita di lui. Ma ciò non è tutto. Nostro Signor Gesù Cristo, predicando la sua celeste dottrina, aveva detto che il più piccolo atto di carità fatto ad un poverello in suo nome non sarebbe stato da Lui lasciato senza mercede e in terra e in cielo, perché l’avrebbe ritenuto come fatto a se medesimo. Ora S. Giuseppe nel tempo della sua vita, passata in unione di Gesù e di Maria, aveva esercitato non solo dei piccoli, ma dei grandissimi e continui atti di carità verso lo stesso Gesù e la stessa Maria. Come sposo di Maria eletto ad essere il suo confidente, il suo aiuto, il suo sostegno, il suo difensore, con quale attenzione e con qual amore non attese Egli mai a compiere sì gravi uffici? E come custode di Gesù, avendo usato verso di Lui tutte quelle diligentissime cure, che usano verso di noi gli Angeli custodi, non fu veramente il suoangelo tutelare? Ed avendolo riscattato dalle mani dei Sacerdoti nel dì della sua presentazione al tempio, e più ancora avendolo scampato da tanti pericoli e massime da quello della persecuzione di Erode non fu per tal guisa il suo Salvatore? – Se pertanto S. Giuseppe esercitò le opere più belle di carità e le esercitò immediatamente verso la Persona adorabile di Gesù Cristo e della sua santissima Madre, non doveva egli in virtù della promessa del Divin Redentore ricevere una mercede corrispondente, cioè una gloria superiore a quella di tutti gli altri Santi? Epperò, a nostro modo di intendere, nel giorno solenne dell’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, giorno in cui, come dicemmo, fu pure assunto S. Giuseppe, si dovette compiere una scena somigliante a quella che si compì nella casa del santo vecchio Tobia, allora che vi tornò il suo figliuolo, scampato da vari pericoli e largamente beneficato nel suo viaggio dall’Arcangelo S. Raffaele, che credeva essere solamente un uomo. Allora Tobia chiamò a sé il suo figliuolo e gli disse: Che possiamo noi dare a questo uomo santo, che è venuto con te? E il figlio rispose e disse a suo padre: Padre, qual ricompensa gli daremo noi? O che vi sarà egli, che possa agguagliare i suoi benefizi? Egli mi ha condotto e rimenato in sanità, egli ha riscosso il denaro di Gabelo, egli mi ha fatto avere la moglie, ed ha tenuto lungi da lei il demonio, ha consolati i genitori di lei, me stesso egli salvò che non fossi divorato dal pesce; a te pure ha dato di vedere la luce del cielo, e di ogni sorta di beni siamo stati ricolmati per mezzo di lui: che potrem noi dargli che sia proporzionato a tanto bene? Quid illi ad hæc poterimus dignum dare? (Tob. XII, 1, 2, 3) Così Gesù Cristo, dopo di essere entrato glorioso e trionfante lassù in cielo, voltosi al suo divin Padre e al tempo stesso additandogli Giuseppe: Padre mio, dovette dire, ecco il vostro rappresentante sulla terra, che ha sopra di me esercitata la sua dolce paternità; ecco quegli che per tanti anni mi ha governato con tanto amore. Fu egli che mi cercò un ricovero per la mia nascita, egli che mi ricoperse con Maria dei suoi panni, egli che mi fabbricò una culla, egli che mi portò in Egitto liberandomi dalla spada omicida di Erode, egli che sofferse e lavorò per me, egli che mi nutrì del pane guadagnato con i suoi sudori, egli che mi resse, che mi guidò, che mi amò, che mi onorò, che mi servì, che mi ricolmò di ogni sorta di beni. E fu egli ancora che tanta cura si ebbe della mia amatissima Madre, egli che la difese dai falsi sospetti de’ Giudei, egli che la sostenne negli affanni, egli che la scampò nei pericoli, egli che la consolò in tante afflizioni, egli insomma che fu il suo fedelissimo sposo. Ora, o Padre amantissimo, qual mercede gli daremo noi per degnamente ricompensarlo? Di quale gloria rivolgendo verso di S. Giuseppe il suo sguardo pieno di compiacenza dirgli: Bene, servo buono e fedele, vieni, ti appressa e ricevi un’immarcescibile corona di eterna gloria, una corona del tutto rispondente agli eccelsi tuoi meriti, una corona, che ricompensi degnamente tutte le tue azioni, tutte le tue parole, tutti i tuoi pensieri, tutte le tue cure verso il mio divin Figliuolo, e la sua santissima Madre. E poscia mentre Davide, avo di S. Giuseppe, trasalisce di gioia, mentre gli Angeli e gli Arcangeli esultano, mentre le Virtù, i Principati, le Podestà, le Dominazioni sono inebriate del più santo giubilo, mentre i Cherubini ed i Serafini cantano inni giocondissimi, ecco Gesù con Dio Padre e con lo Spirito Santo, in mezzo agli applausi di tutta la corte celeste, deporre sulla fronte di Giuseppe una splendidissima corona; ecco Gesù collocare Giuseppe su di un magnifico trono alla sua sinistra non riserbando altro soglio più onorifico che quello posto alla sua destra per Maria santissima. E gli Angeli alla loro volta presero a glorificare quanto più poterono S. Giuseppe. Poiché, come allorquando il buon Giacobbe nell’estrema sua vecchiaia, recatosi in Egitto per vedere ed abbracciare il suo figlio Giuseppe, condotto alla presenza di lui e dimenticandosi in certo modo di essergli padre, nel prostendersi ossequiosamente innanzi a lui lasciò agli altri suoi figli il più forte stimolo ad offrire ancor essi l’attestato più sincero della loro pietà ed amor fraterno, così l’ammirabile esempio di Dio nel glorificare cotanto S. Giuseppe dovette senza dubbio agli Angeli, creature sì intelligenti e ragionevoli, rivelare meglio la grandezza di lui e fortemente eccitarli a rendergli i più alti ossequi della loro venerazione e del loro affetto. Eccoli pertanto inchinarsi riverenti dinnanzi a lui e cantare giubilanti le glorie di lui che per la sua purezza era stato più Angelo che uomo, che di Angelo aveva con Gesù e con Maria esercitato l’ufficio, e che sebbene non di natura angelica ma umana, pure tanto sorpassava essi medesimi; eccoli offrirsi altra volta ai suoi servizi, come già lo erano stati nel tempo della sua vita; eccoli riconoscerlo quale loro altissimo principe. Oh onore, oh gloria veramente sublime! Gloria ed onore, che furono solamente sorpassati nella Assunzione ed Incoronazione della beatissima Vergine. E così Gesù Cristo mise perfettamente in esecuzione la promessa da lui fatta, quando disse: Il mio fedel servo e ministro sarà là dove io sono: Ubi sum ego illic et minister meus erit (Gio. XII, 26). E tale, secondo che colle deboli forze della nostra intelligenza possiamo immaginare, fu la glorificazione di S. Giuseppe in cielo. Ora se Iddio medesimo volle dispiegare tanta generosità e grandezza nell’esaltare questo santo, se gli Angeli, adorni di sapienza e di intelligenza divina, giudicarono bene impiegati gli atti di venerazione, di rispetto e di amore verso questo gran personaggio, non faremo altrettanto noi miseri ed ignoranti mossi da sì sublimi esempi? temeremo di essergli troppo larghi dei nostri ossequi? crederemo di far troppo per onorarlo? No, no, o Cristiani. Anzi unitevi anche voi con Dio, con Gesù Cristo, colla Vergine e cogli Angeli e glorificate quanto più potete questo gran Santo. Cantate illi et benedicite nomini eins annuntiate inter gentes gloriam eius (Salm. XCV). Glorificatelo voi e studiatevi di farlo glorificare ancora dagli altri, epperò parlate delle sue grandezze, della efficacia e della giustezza della sua divozione, accendetene oltre i vostri cuori, anche i cuori altrui, e Dio stesso ve lo conterà a gran merito.

SECONDA PARTE.

La glorificazione di S. Giuseppe in cielo ci ricorda che abbiamo lassù un Dio giusto, che si ricorda di tutto e nulla dimentica nella rimunerazione. E se è così, che importano allora le difficoltà, le tristezze, i languori, le tribolazioni di questa breve vita? Alla fine « ci sta riserbata una corona di giustizia, che in quel giorno ci darà il giusto giudice ». Uomini insensati, che correte dietro i beni di quaggiù, potete dire altrettanto del mondo e dei potenti del mondo? Essi vi promettono ricchezze, piaceri, celebrità, amore. E voi vi umiliate, vi travagliate, vi martirizzate financo per raggiungere ciò che il mondo vi promette. Ma pur non potete mai tenervi sicuri di raggiungerlo; e tante volte la corona vi sfugge di mano nel punto istesso che credete di stringerla. E quand’anche riusciste ad ottenere dal mondo tutte in una volta le sue corone, che vi varrebbero nel comparire davanti al tribunale di Dio? Allora Egli nel furore della sua collera ve le strapperebbe di fronte e le butterebbe a marcire là ove furono raccolte. Noi invece, o Cristiani, se ad esempio di San Giuseppe lavoriamo in Dio e per Iddio, un giorno riceveremo da Lui stesso una corona, che al par di quella di S. Giuseppe brillerà eternamente sulla nostra fronte e non impallidirà giammai: Percipietis immarcescibilem aeternæ gloriæ coronam (I. Petri V, 4). Animo adunque, e tenendo fisso lo sguardo alla gloria del cielo, calpestiamo generosamente la gloria mondana. Rifuggiamo dagli onori, dalle cariche, dalle dignità, dalle preminenze; soffochiamo nel cuor nostro le brame di voler fare bella comparsa davanti agli uomini; evitiamo di mettere in mostra ciò che in noi vi ha di bene per cattivarcene la loro ammirazione e la loro lode; teniamo sempre bene impressa nella nostra mente la massima di S. Paolo: Qual cosa è in te, che non l’abbi ricevuta gratuitamente da Dio? E se il tutto hai ricevuto in dono dalle sue mani benefiche, perché te ne glori? Perché te ne vanti? Perché te ne compiaci! Perché ne cerchi lode, quasi che l’avessi da te e non da Lui, quasi che fosse cosa tua e non sua? Insomma, non temiamo di umiliarci e di essere umiliati, amiamo di esserlo, cerchiamo noi stessi le occasioni per esserlo, ed allora possiamo essere sicuri, che saremo circondati un giorno della verace ed imperitura gloria del cielo: poiché Gesù Cristo lo ha detto, e la sua parola non falla: Chi servirà a me, vale a dire chi nelle opere sue non cercherà la sua gloria, ma la mia, sarà onorato dal Padre mio: Si quis mihi ministraverit, honorificàbit eum Pater meus (Giov. XII, 26).

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (33)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXXII.

(fine del precedente.)

Il demonio si fa riabilitare — La filosofia — Le arti — Il romanzo — Il teatro — La Bellezza del diavolo — Analisi di questa commedia — Suo significato — Il demonio si fa chiamar Re.

Farsi riabilitare. La dimestichezza del tempo presente col demonio, e, per conseguenza, la generale diminuzione della paura che deve incutere, è un fatto; ma questo fatto non è altro che il primo grado della satanica invasione: havvene un altro più incomprensibile, non meno vero, la redintegrazione dell’angelo decaduto. Il vero, dice un poeta, può talora non essere verosimile; è proprio il caso d’applicar questo detto al fatto che vogliamo segnalare. Infatti, non è ella cosa incredibilissima che, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, nel bel mezzo del regno cristianissimo, si trovino uomini battezzati che si mettano da senno, e con ostinato proposito a rimettere in onore satana, il gran dragone, il grande omicida, l’impenitente autore di ogni male, giustamente fulminato dalla divina giustizia? Eppure bisogna crederla, perché vera. Dopo il Vangelo, il demonio aveva sempre ispirato alle genti cristiane un orrore ed aborrimeuto universale; e di questo duplice sentimento, erano chiaro segno le forme, gli atteggiamenti, il posto medesimo che artisti e letterati davano, nell’opere loro, all’implacabile nemico di Dio e dell’uomo. Adesso invece di metterlo alla gogna dello scherno e dell’obbrobrio come si merita, lo si lascia da parte, oppur lo si presenta sotto le forme men brutte, e si applaude agli sforzi di chi si prova a rappresentarlo quasi bello, in modo che tali sforzi hanno vanto di progresso sociale. Quella che si chiama la grande critica dà, in questo senso, certe sue sentenze regolatrici dell’opinione. Essa scrive: « Bello come tutte le creature nobili, più infelice che malvagio, il satana del sig. Scheffer [Pittore protestante, morto testé, e del quale tutta Parigi è andata ad ammirare la protestante pittura.], segna l’estremo sforzo dell’arte, per romperla una volta col dualismo, e attribuire il male alla medesima fonte che il bene, al cuore dell’uomo…. Egli ha perduto le sue corna e gli artigli; non ha conservato che le sue ali, sola giunta che ancora lo unisca al mondo sovrannaturale…. Si lasci al Medio Evo, che viveva continuamente in presenza del male, forte, armato, presidiato, di portargli quell’implacabile odio, che l’arte rappresentava con cupa energia. « Noi oggidì siamo tenuti a meno rigore.. Siam biasimati di non esser più severi col male. Ma in realtà l’è questa una delicatezza di coscienza; si è per amore del bene e del bello che noi siamo talvolta sì timidi, sì deboli nei nostri giudizi morali… Noi esitiamo a pronunziare sentenze esclusive, per tema ch’abbiamo d’avvolgere nella nostra condanna qualche atomo di beltà, » [Queste sono cose scritte da un membro dell’Istituto di Francia. Quando ci si chiama Renan, e sì è diventati l’apologista di satana, è naturale diventare ancora schernitore delle sacre scritture, e sicofante del Verbo incarnato]. – Quale si è questo nuovo obbligo imposto a chi, parla del demonio, di. doverlo trattar con riguardo? Onde viene quest’obbligo strano; e che significa egli, imperocché qualche cosa significa? queste sacrileghe moine sono il termometro del progresso. “Schiacciamo l’infame”, fu la parola d’ordine dello spirito infernale nel secolo passato: ed era nel suo periodo di distruzione. “Adoriamo satana”, è la parola d’ordine del medesimo spirito nel tempo presente: ed è nel suo periodo di ricostruzione. La medesima lega che combatteva per distruggere, combatte per edificare. Sulle rovine del Cristianesimo, che, a detta di lei, ha fatto il suo tempo, ella vuole ristabilire il regno, a suo avviso, troppo a lungo calunniato, dell’angelo decaduto. A tal uopo, mettono mano a riesaminare il processo di satana, a farlo sorgere dal suo decadimento, ed a rimetterlo in onore dinanzi al mondo. Meschinissimo ripetitore dei razionalisti tedeschi, il sig. Renan ha .dunque petto di scrivere: « Fra tutti gli esseri già maledetti, per la tolleranza del nostro secolo risorti dal loro anatema, satana è senza alcun dubbio quello che ci ha più guadagnato nel progresso dei lumi e dell’universale incivilimento. Egli s’è raddolcito a poco a poco nel suo lungo viaggio, dalla Persia a noi; egli s’è spogliato di tutta la malvagità d’Arimane. Il Medio Evo, intollerantissimo, lo fece a suo senno brutto, malvagio, torturato e, per colmo di disgrazia, ridicolo. « Milton finalmente intese il povero calunniato, e cominciò la metamorfosi che l’alta imparzialità del nostro tempo doveva compiere. Un secolo cosi fecondo come il nostro in ogni guisa di redintegrameuti, non poteva mancar di ragioni per scusare un rivoluzionario sventurato, spinto dal bisogno di metter mano ad arrischiate imprese. E si potrebbero far valere, per attenuar la sua colpa, molte altre ragioni, contro le quali noi non avremmo diritto di esser severi. » Un dei maestri del Renan, lo Schelling, va più in là; egli di satana fa addirittura un dio, attesoché  il Cristo-Dio doveva avere un antagonista degno di lui. [Moéller, De VHat de la philosophie en Allemagne, p. 211]. – Il Michelet, nel suo Corso di filosofia della storia, predice il ritorno del regno Satanico; e nella  Strega e’ si fa suo storico, narrando con amore i trionfi di satana sovra Cristo. [Introd. alla Storia univ., p. 10 e 40.] – Il Quinet, che vuole soffocare il Cristianesimo nel fango, trova in satana nientemeno che il Principe, che ha dà riunir tutti i cuori. [Deschamps, Le Christ et les Antechrists, t. II, p. 47]. – Il Proudhon desidera di sostituire satana; il diletto dell’anima sua, all’inconseguente riformatore che si fece crocifiggere. [La involuzione nel secolo XIX, p. 290, 291]. I Giornali rinomati pigliano la sua difesa e chiedono la sua completa riabilitazione.. « Noi crediamo, dice l’Opinion Nationale, [6 dicembre 1864] che questo satana, cosi violentemente assalito dagli ultramontani, questo satana, del quale portiamo in fronte il segno, valga più della reputazione che si vorrebbe fargli. Molto a torto lo si dà per fondatore e per protettore del cesarismo, questo satana cosi calunniato. satana s’incaricherà nel compiere l’opera sua, di provare ai signori Vescovi che non vi è bisogno del potere religioso per correggere il cesarismo. » E il Temps esprime il dispiacere che gli cagiona la parte monotona di satana nel teatro : « È sempre, egli dice, lo stesso mistificatore mistificato. Gli si danno sempre i primi posti per togliergli crudelmente anche gli ultimi:, e l’inevitabile voragine col suo zolfo, da lungo tempo scavata dall’industria, riceve sempre allo scioglimento, questo cornuto monarca, col mantello rosso, la cui missione, a quanto pare, è di arrabbiarsi senza riuscita, per la dannazione di alcune povere animucce di contadini e di contadine. Che un uomo di spirito voglia ben darci una rappresentanza, una incantagione nella quale il diavolo, completamente riabilitato, assisterà nella serenità della sua gloria, alle vane imprese tentate per farlo discendere; sarà lui che nello scioglimento congederà gli angeli e ritirerà loro la direzione delle anime, per affidare ad essi quella dei palloni. Liberato dalle maledizioni secolari, non maledirà nessuno; riconcilierà pure il Dio nero col Dio bianco, e proclamerà come coronamento della piramide luminosa, la libertà. » [L. Ubach, 1864.]. – Se questi ed altri non meno empi scrittori avessero, con queste loro enormità, destata una generale riprovazione, potrebbe dirsi che e’ son pazzi ed empi, senz’altro. Ma l’accoglienza fatta a tali inaudite bestemmie; ma il numero dei lettori e degli encomiatori de’ libri che le contengono, non sono forse tal fatto che dà molto da pensare? Si può egli non vederci un contrassegno de’ tempi nostri?  La pubblicazione di quelle mostruose empietà non ha punto scemata, agli occhi dell’opinion .dominante, la gloria dei Renan, dei Proudhon e lor simili. Punto non s’è chiusa in faccia loro la porta delle sale né delle accademie. Essi hanno larghe relazioni sociali; si siede a mensa, si conversa con essi, e si trovano w amabili. I distributori della nomèa letteraria proclamano ad alta voce il loro ingegno; e le opere loro, tradotte nelle principali lingue, contano, rispetto ai libri cristiani, cento lettori per uno. [Si sa che in Austria hawi una società segreta, la quale ha stabilito di propagare ad ogni costo l’empio e menzognero libro del Renan. Venne tradotto in quasi tutti gl’idiomi di quell’impero, e lo si fa girare e vendere a vil prezzo nelle campagne]. – Tali sono le bestemmie, ignote nella storia, che si stampano ai tempi che corrono, non solo in Francia, ma anche in Allemagna, e che sono lette nell’antico e nel nuovo mondo. Ciononostante fino a questi ultimi anni, la redintegrazione, l’apologia di satana non era’ passata fuori di certi libri ignorati dalla moltitudine. Per spingere avanti l’opera infernale, restava da infettare il mondo de’ saputelli, gli sfaccendati e le donne. Ed ecco, dopo i filosofi ed i letterati delle accademie, venir fuori i romanzieri ed i comici, che si sono incaricati di renderlo popolare. La è la stessa tattica che satana adoperava, or fanno sedici secoli, per conservare il suo’ regno e impedire quello dello Spirito Santo ; dopo Celso sofista, comparve Genesio istrione. Nel 1861 venne fuori un romanzo, nel quale satana, trasformato in bellimbusto, è cosa tutta vaga e leggiadra. Contegno irreprensibile, maniere signorili; parla con eleganza, sorride con garbo, è spiritoso. Fuma, gioca, danza a meraviglia; non si può dare maggiore amabilità. C’è egli a stupire se l’uomo, sotto tale metamorfosi empia e sacrilega, s’avvezza a guardare in faccia, a stringer la mano al suo eterno nemico? Il terrore che pur testé ispirava passa per vana paura; la malvagità, ond’è accusato, per calunnia nata dall’ignoranza e dalla superstizione. Qual mezzo di propaganda, il romanzo tiene un posto di mezzo tra il libro dotto ed il teatro. Da’ gabinetti di lettura, o dalla casa del rivenditore a minuto, il romanzo entra nei saloni del ricco, nella casa del borghese, nella capanna del povero. Coglie più o meno lettori; ma non parla agli occhi e non corrompe se non alla spicciolata. Altra cosa è il teatro. Il quale col barbaglio delle decorazioni, con la realtà dei personaggi, con l’arte degli attori s’impadronisce dei sensi tutti, e profondamente v’imprime quel che vuole insegnare. Inoltre ei piglia addirittura la moltitudine. La commedia ottiene ella favore da venirne in voga? State sicuri che dopo venti rappresentazioni, gli scherzi, i lazzi, le massime, i biasimi, gli elogi ch’essa contiene, diventeranno purtroppo sentenze in bocca a molte e poi molte persone di ogni educazione e grado. Ond’è che il vero mezzo di mettere in derisione l’uomo più venerando, o la cosa più sacra, si è di farli comparir su’ teatri; Il demonio l’ha intesa meglio di chiunque. All’uopo di rendere popolare la sua reintegrazione, facendo mettere in derisione i dommi cristiani che concernono lui, s’è reso padrone d’un importante teatro della capitale de’ lumi; e vi fa rappresentare questo, che ora diremo. In una dell’ultime giornate d’agosto del 1861, sulle mura di Parigi vedevasi un cartellone azzurro, con entravi stampato a grandi caratteri: La beltà del diavolo, commedia fantastica in tre atti. Della quale ecco qui un cenno. Ci si presenta dinanzi uno spazzo riccamente decorato; gli è un appartamento dell’inferno; la camera da letto di Monsieur satan. Vedesi, attraverso le bianche cortine d’un letto voluttuoso, la testa d’un giovane elegante, il quale chiede che lo si venga a vestire. Ed ecco tavole e tavolini coprirsi di cosmetici, di ampolle, di ferri da parrucchiere, portati da certi diavoletti, famigli di satana. Il quale, uscito di letto, si fa vestire e azziniare; in modo ch’egli stesso s’ammira, e si fa ammirare dagli altri. Ebbro di sua bellezza, s’impromette di far molto bene i suoi fatti, e annunzia un ballo per la sera. Sei ballerine dell’Opera cascano, proprio allora, nell’inferno: e al suono de’ musicali strumenti si danza allegramente. satana dà di mano alle ballerine giunte testé e, ballando, si permette con esse certi detti e certi gesti, che però non hanno l’esito ch’ei ne vorrebbe. Infuriatone, domanda a tutti i demoni s’e ei non è sempre il re della bellezza: e gli si risponde con qualche esitanza. Allora satana dà affatto nei lumi e vuol sapere che sia avvenuto della sua bellezza. Un dannato, di professione magnetizzatore, si offre di svelargli l’arcano. E viene in scena Madama satan; la quale, magnetizzata, è interrogata, che sia avvenuto della bellezza di suo marito. Madama satan non risponde, ma s’agita grandemente sulla sua seggiola. Si torna a magnetizzarla, cosicché, carica di fluido, s’addormenta profondamente. Interrogata di nuovo, dice; son io che ho tolta la bellezza a mio marito. — Perché? — Perché ne abusava. [E qui certe particolarità, che è bello tacere]. — Che ne hai tu fatto? — L’ho data ad una giovinetta di Normandia, — Di qual villaggio ? (lo nomina.) — Quando gliela hai data? — Quel dì medesimo che l’ho tolta a mio marito; quella giovinetta è nata quel dì. satana non chiede altro. Manda pel suo cocchiere, fa allestire la sua vettura alla Daumont e, trasformato in ispettore delle scuole primarie, parte, col dannato magnetizzatore, in cerca della sua bellezza. Giunto nel villaggio, entra nella scuola, esamina le giovinette e ne chiede l’età. Ve n’ha otto nate lo stesso dì: quale è quella che possiede la bellezza di satana? impossibile saperlo. Quel ch’è certo si è che satana ricupererà la sua bellezza, quando quella giovinetta l’avrà perduta. Per consiglio del magnetizzatore, si decide che si piglieranno tutte otto le giovinette, e le si meneranno a Parigi. Affascinate, innamorate pazze, partono per la capitale in compagnia di satana e del suo pedissequo. La loro virtù non tarda a fare naufragio, nella via di Boemia, della quale si dà una particolareggiata descrizione, discretamente sozza e prolissa. Vituperata l’ultima, torna la sua beltà a satana che, pavoneggiandosi, ritorna a farsi ammirar nell’inferno, dopo aver promessa fedeltà a sua moglie. Tale si è quest’ignobile farsa, in cui non v’ha né arte, né gusto, né lingua francese, ma, in loro vece, lussuria ed empietà fetente. satana trasformato in ganimede, fashionable; l’inferno cambiato in sontuoso albergo, a cui s’arriva con la valigia da viaggio; una casa di tolleranza, dove si beve, si giuoca, si balla, si diserte e se n’esce in calesse in cerca di avventure. Oh! che cosa è mai tale commedia se non un lungo scherno dei dommi cristiani, una cinica profanazione dei più tremendi misteri dell’eternità? Chi è che, dopo aver veduto, applaudito, assorbito questa sacrilega beffa, ancora serbi il minimo orror del demonio, il minimo timor dell’inferno? diciamolo pure a nostra vergogna: nel mondo cristiano non s’era veduto mai e poi mai tale scandalo. Eppure v’ha uno scandalo peggiore ancor della sozza commedia, ed è la voga ch’e l’ebbe. Chi crederebbe mai che somigliante mostruosità fosse rappresentata sessantatre volte di seguito? e in uno dei teatri più frequentati di Parigi, il teatro del Palais-Royal! C’è egli più a stupire se, quel medesimo anno, alla presenza d’immensa turba, si è potuto fare e freneticamente applaudire: un brindisi alla morte del Papa, ed alla salute del diavolo? Ecco a che punto ci troviamo nel XIX secolo dell’era cristiana. Per sintomo, noi non conosciamo altra cosa più grave di tale commedia. Cosi la pensa anche un valente scrittore, del quale ci piace allegare questa pagina: « Il demonio, ei dice, aveva sempre avuta finora una sua forma incontrovertibile, una specie di forma classica, che i maestroni in letteratura, fino allo Scribe medesimo, adoperavano a lor senno senza alterarla se non il men che potessero. Il demonio faceva sempre una brutta parte e senza ambagi. Adesso l’ideale del demonio s’è fatto color di rosa. La sua personalità tutta leggiadra sembra l’eroe della canzone di Béranger: « Ella appare, spirito, fata o dea, ma giovane e bella, col sorriso sulle labbra. » « Per esempio, nella Bellezza del diavolo, non può essere a meno che sua signoria il demonio, non renda tutta cara ed amabile la infernale personalità. Le sue malizie sono benefiche, le sue gherminelle son tratti d’un buon genio della Boemia parigina. Ecco dunque all’ideale cattolico del demonio, ideale stupendamente vero, che esprime o rappresenta il sensualismo al suo più alto grado, l’uomo bestia, opposto un ideale tutto contrario. – « La è pure una grande stranezza! che neghino le verità del Cristianesimo coloro, che dalla forza delle cose furono tenuti fuori della loro luce, s’intende: ma osare ammettere, mentre tutto il resto si nega, la personalità infernale, e riconoscerla per glorificarla, redintegrarla, farla amare! gli è un fatto incomprensibile; incomprensibile e gravissimo, attesoché fa contro una verità tutt’insieme religiosa e razionale, per distruggerla à sangue freddo e senza alcun prò. Qui non è più solo il caso di manifestazione d’amore del sovrannaturale; ma d’occulta influenza dello Spirito del male. » –  Farsi chiamar re. Quando il razionalista del secolo XIX non riduce il Satana biblico ad un essere meramente immaginario, egli ne fa un essere degno di compassione. Non è altro che un rivoluzionario sventurato; e chi, più o meno, non l’è, ai tempi nostri? In esso, personificazione vivente del male e della sozzura morale, l’artista sa trovare un tipo non privo di nobiltà né di bellezza. Il romanziere ve lo trasforma in damerino del Jockey-Club, dalle eleganti maniere. Il comico ve lo rappresenta per l’allegro padrone di casa dell’inferno, e l’inferno per un luogo di diletto, dove si trovano riuniti piaceri d’ogni sorta. E contuttociò il proteggere, scolpare, far bello satana e chiedere, in nome del progresso, che gli si dia diritto di cittadinanza nelle cristiane società, non basta altrimenti; si vuole che diventi, come già in altri tempi, principe e dio del mondo. Ed egli stesso aspira, come a sua ultima mèta, nientemeno che a questa duplice supremazia, cui pretende di riacquistare. Ed invero, la rivoluzione è, ai tempi che corrono, la più formidabile potenza, e, tranne il caso d’inauditi miracoli, sarà la regina del mondo. E che altro è la rivoluzione se non l’abbassamento di Dio, e l’esaltamento di satana? Or bene, la rivoluzione diceva testé, per bocca d’un de’ suoi figli, ai fratelli sparsi per tutta la terra: « Lucifero è il capo della piramide sociale. E lui il primo operaio, il primo martire, il primo ribelle, il primo rivoluzionario. Noi rivoluzionari; democratici, socialisti, dobbiamo per rispetto e gratitudine portare sulla nostra bandiera, la cara immagine dell’eroico insorto, che primo osò rivoltarsi contro la tirannide di Dio. » Discorso di un rifugiato di Londra, pronunziato alla taverna dei Frammassoni, 1862]. – Dopo aver approvato l’odio di Dio, con iscrivere: Dio è il male; un altro bestemmiatore, ben noto, dà il suo cuore a satana, e l’invoca con tutte le sue forze. Chi dedica la sua penna, gli consacra la sua vita e invita tutta quanta. l’Europa a seguire il suo esempio. « Vieni, dice, vieni, o satana, il calunniato dai sacerdoti e dai re; vieni ch’io t’abbracci e ti stringa al mio seno! È «già gran tempo che ti conosco, e tu conosci me. Le tue opere, o benedetto dell’anima mia, non sempre sono belle né buone; ma esse sole danno un senso all’universo e gl’impediscono d’essere assurdo. Che cosa sarebbe, senza te, la giustizia? un istinto. La ragione? una consuetudine. L’uomo? una bestia. Tu solo animi e fecondi il lavoro; tu fai nobile la ricchezza; tu servi di scusa all’autorità: tu metti il suggello alla virtù. Spera, si spera ancora, o proscritto…. » Il resto la nostra mano non osa più trascriverlo. Il Proudhon non è se non un consequenziario. Da quel di che suonò alle orecchie dei giovani europei il detto, diventato assioma dell’insegnamento pubblico: « Il Cristianesimo è vero, ma non è bello: non è bello né in letteratura, né in poesia, né in eloquenza, né in pittura, né in scultura; per avere il bello, bisogna cercarlo nel paganesimo. È là ancora, è là soltanto, che si trovano le grandi civiltà, i grandi uomini, le forti istituzioni, la vera sapienza e la vera libertà: » da quel dì, dico, satana si mise in cammino per rientrare nel mondo cristiano, e formarvi di nuovo la sua città. E l’imprudente Europa gli faceva un ponte d’oro: vediamo se egli ha saputo valersene. Qual è il re della moderna Europa, considerata nei generali suoi contrassegni? Re dell’Europa moderna è colui che la governa nell’ordine dell’idee e nell’ordine de’ fatti. Ora, sette grandi fatti intellettuali e materiali, religiosi e sociali costituiscono l’Europa moderna. Il Risorgimento, il Razionalismo, il Protestantismo, il Cesarismo, il Volterianismo, la Rivoluzione francese, e la Rivoluzione, propriamente detta, le danno una sua impronta, le imprimono certe sue tendenze: e colui che le ha prodotte, che le fa durare, che si sforza di applicarle, fin nelle ultime lor conseguenze, questi è il vero re dell’Europa moderna: è egli lo Spirito Santo? E venendo ai particolari, chi è che forma 1’opinione pubblica? Le inudite bestemmie summentovate sarebbero state impossibili nel Medio Evo; non ne sarebbe pur venuto il pensiero in veruna testa. E se alcuno avesse osato proferirle, l’Europa di Carlo Magno e di san Luigi si sarebbe turate le orecchie per non udirle, e il bestemmiatore avrebbe espiata la sua sacrilega audacia col supplizio. Or come vuole essere chiamato lo spirito che regge una società, nella quale si può impunemente, pronunziarle, che se ne mostra indifferente, ne ride, le accetta? Forse do Spirito Santo? Quale spirito regna sulla stampa in generale, sulle arti, sui teatri, nelle accademie, sui romanzi, ne’ giornali, sugli scrittori più in voga, di ogni nome e colore, innumerevole turba sparsa per tutta Europa e che semina a piene mani la menzogna e la corruzione, come l’agricoltore sparge il seme nel suo campo? Forse lo Spirito Santo? Qual si è il legislatore che ha fatto mettere nei codici dell’Europa moderna il divorzio, distruggitore della famiglia cristiana; il matrimonio civile, concubinato legale; la libertà dei culti, ufficiale diploma dato a tutti i falsificatori della verità, negazione autentica di ogni religion positiva; sacrilega ironia, in virtù di cui i sudori dei popoli servono a mantenere in piedi il Cattolicismo che afferma, il protestantesimo che nega, il giudaismo che si ride dell’uno e dell’altro ? Forse lo Spirito Santo? E non vediamo noi autorizzato, sotto i nostri occhi nella Capitale del regno Cristianissimo, il pubblico culto di Maometto? Fra tutte le città cristiane, Parigi, anima delle crociate, la città di san Luigi, doveva, pare, essere l’ultima ad avere una moschea: ed è la prima. È egli lo stesso spirito che regna sulla Parigi del Medio Ero e quella del secolo XIX? Questo fatto, del quale han certo dovuto fremere nelle lor tombe le ossa dei nostri padri, non segna per altro ancora l’ultimo grado della supremazia che noi andiam qui segnalando : quell’ultimo grado sta nel trionfale cantico che la parigina moschea ispira agli organi dell’opinion pubblica. « Musulmani, e’ dicono, faranno lor vita in Parigi, nella città di Clodoveo e di San Luigi, frammisti ai nostri soldati e con lo stesso ordine e disciplina. Basta questa parola per segnare l’importanza d’un fatto che non sarebbe modesto se non in forza del prodigioso cambiamento che si fece nelle nostre idee e nei sentimenti da un secolo in poi. Si, è questo uno degli avvenimenti caratteristici della storia dell’incivilimento Europeo…. Il filosofo medita e ammira. E si pensi un poco alle tante lotte che questo semplice incidente rammenta sostenute contro i pregiudizi di razza, ed alle vittorie ottenute sul fanatismo. » [II Giornale des D’èòats, 8 maggio 1863. — Ne1 loro di festivi i soldati maomettani sono dispensati dal servizio ; e non se ne dispensano, la domenica, i soldati cristiani. Vedi la narrazione della festa di Laid-es-Ghir, celebrata in Parigi 9 marzo 1864]. – Cosi, ad essere la più religiosa delle cinque parti del mondo, altro più non manca all’Europa moderna se non i templi de’ Mormoni, i templi di Budda, le pagode di Confucio, i santuari di tutti gli dèi dell’Africa e dell’Oceania. Se non è questo un chiamare al trono il padre della menzogna, e vagheggiare i bei dì dell’antico suo regno, qual più lo sarà? [Haec autem civitas (Roma)…. omnium gentium serviebat erroribus, et magna sibi videbatur assumpsisse religionem, quia nullam respuebat falsitatem. S. Leo, Serm. in natal. App. Petr. et Paul]. – Da ultimo, da chi vuoisi dire ispirata la politica d’un mondo che si dice cristiano, e che spinge con babilonico furore a tutti i materiali piaceri, come se l’uomo si rigenerasse ingrassandolo; che sotto il nome di diritto nuovo, inaugura il diritto della forza: diritto antico, abolito col regno di satana; che sotto le parolone di progresso e di libertà cela la secolarizzazione delle società e la loro emancipazione sempre maggiore dall’autorità del Cristianesimo; che fa, incoraggia, o lascia fare la guerra al Papa; che lo insulta, lo calunnia, chiede ad alte grida che questo padre universale dei credenti venga spogliato dell’ultimo lembo di terra indipendente, in cui possa posare là sua testa? [Ed ora che questo voto di Satana è compiuto, qual è lo spirito che regna nel mondo?] E forse lo Spirito Santo?

{N. d. Ed.) Forse dallo Spirito Santo fondator della Chiesa? – Addormentatori e addormentati, voi negate resistenza del demonio e la sua azione sull’uomo; diteci dunque quale Spirito governi il mondo presente, considerato in generale. [Preghiamo i nostri lettori à considerare le seguenti citazioni di discorsi o di opere pubblicate dopoché l’Autore aveva già scritte queste pagine, e vedranno se la riabilitazione di satana potrebbe procedere più velocemente: « Purgando Satana dalla lunga calunnia dei secoli, e spogliandolo dello schifoso e ridicolo indumento, che la superstizione e l’odio gli avevano affibbiato, l’oratore ha restituito all’arcangelo la bellezza sua e la sua grandezza. Dietro la caricatura, ha fatto apparire il principio. satana è ridivenuto il fratello di Promoteo, l’eroe de’ Titani, il difensore ed il consigliere degli uomini, l’unico loro appoggio, l’unico loro rifugio contro l’ assorbente e soffocante stretta del principio divino…. Dio sempre si è messo dalla parte degli oppressori e dei forti: satana… ne è diventato l’apostolo e il sostenitore. Simbolo e genio della libertà, egli fu l’ispiratore di tutte le umane rivendicazioni dalla rivolta di Adamo nel paradiso terrestre, fino alla grande e terribile insurrezione della Comune. Dio è morto! Viva il diavolo. » Così Eugenio Robert il 30 giugno 1876 in una Conferenza a Bruxelles. Tutto il discorso è riferito dal Ballettino del libero pensiero. Ancora: “Sia benedetto satana/ Che porse il pomo del peccato ad Èva”. Così il Guerrini, ed altrove: …. trionfate con gli angeli del paradiso ne le sante chiostre ma le pompe di satana sono più belle delle pompe vostre./ Dai santi suoi l’Altissimo chiede la prece, l’umiltà, la fede: ai figli suoi lucifero ogni più cara libertà concede. E il Carducci, non contento di aver cantato satana, e aver detto che a lui si debbono gl’incensi e i voti, perché ha vinto il Jehova dei sacerdoti, chiama lui satana ispiratore dei suoi carmi: “Tu spiri, o Satana, nel verso mio, se dal sen rompenti sfidando il Dio”. (per questo obbrobrio gli è stato conferito il Nobel delle letteratura  il premio di satana ai suoi adepti!] … E, volendo, si potrebbe seguitare con le citazioni un bel pezzo, se non lo impedisse la nausea che ispirano questi argomenti dell’umana empietà. (N. d. Ed.). [E non c’era ancora il “novus ordo”, con la chiesa falsa dell’uomo e gli antipapi – l’ultimo obiettivo ad essere raggiunto con la complicità di massoni, marrani, apostati e “masculorum concubitores”!!!- ndr. -]