DOMENICA III DOPO EPIFANIA (2019)

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Ps XCVI: 7-8
Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.
[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]
Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.
[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae. [Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]

Oratio


Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, infirmitatem nostram propítius réspice: atque, ad protegéndum nos, déxteram tuæ majestátis exténde.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, volgi pietoso lo sguardo alla nostra debolezza, e a nostra protezione stendi il braccio della tua potenza].

Lectio


Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 16-21
Fratres: Nolíte esse prudéntes apud vosmetípsos: nulli malum pro malo reddéntes: providéntes bona non tantum coram Deo, sed étiam coram ómnibus homínibus. Si fíeri potest, quod ex vobis est, cum ómnibus homínibus pacem habéntes: Non vosmetípsos defendéntes, caríssimi, sed date locum iræ. Scriptum est enim: Mihi vindícta: ego retríbuam, dicit Dóminus. Sed si esuríerit inimícus tuus, ciba illum: si sitit, potum da illi: hoc enim fáciens, carbónes ignis cóngeres super caput ejus. Noli vinci a malo, sed vince in bono malum.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Saggio di omelie, vol. I, Om. XV, Torino, 1899]

“Non riputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia: procurate il bene non solo innanzi a Dio, ma anche innanzi a tutti gli uomini. Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. Non vi vendicate da voi, o carissimi, ma date luogo all’ira, perché sta scritto: “A me la vendetta; renderò io la retribuzione, dice il Signore. Se dunque il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare: se ha sete, dagli da bere; facendo così, radunerai carboni accesi sul suo capo. Non ti lasciar vincere dal male, ma col bene vinci il male „

Queste stupende sentenze dell’Apostolo Paolo sono la continuazione di quelle che udiste nella penultima Omelia, come quelle erano la continuazione dell’altra penultima. La Chiesa nella epistola di queste tre Domeniche dopo la Epifania ci ha messo sotto gli occhi da meditare l’intero capo XII della lettera ai Romani, vero e sublime compendio della dottrina morale del Vangelo. – Io penso che raccogliendo e ordinando insieme tutto ciò che di bello e perfetto dissero sparsamente nei loro volumi tutti i filosofi di Grecia e di Roma intorno ai doveri morali degli uomini, non avremmo la decima parte delle verità morali che S. Paolo ha condensate in questo solo capo. Quanta differenza tra l’insegnamento incerto, diffuso, manchevole, misto ad errori e senza autorità di quelli, e l’insegnamento preciso, breve, compiuto, scevro d’ogni ombra ed autorevole di S. Paolo! È questa dell’Apostolo una pagina che, anche sola, meditata a dovere, ci fa sentire e conoscere quale abisso corra tra la dottrina morale dei sommi sapienti del paganesimo e quella di Gesù Cristo. Ma veniamo al commento. – “Non reputate voi stessi sapienti: non rendete male per male a chicchessia. „ Una delle cause più frequenti e più gravi delle nostre colpe e, dirò anche, dei nostri malanni domestici e pubblici, è la soverchia fiducia che riponiamo nella nostra abilità e nelle nostre forze: essa ingenera la presunzione, l’avventatezza nel parlare e nell’operare e l’imprudenza con tutti i suoi effetti. Perciò S. Paolo grida ai suoi figli spirituali: “Non reputate voi stessi sapienti; „ non appoggiatevi soverchiamente a voi stessi, ma rivolgetevi per lumi ad altri più savi di voi e soprattutto appoggiatevi a Dio, da cui viene ogni lume. “Non rendete male per male a chicchessia: „ è una sentenza, che l’Apostolo, nella foga del dire, ha cacciata qui, ma, che tosto ritorna sotto la sua penna e che svolge più ampiamente, onde è bene rimetterla ai versetti seguenti. – “Curate il bene non solo innanzi a Dio, ma anche innanzi a tutti gli uomini. „ Queste parole l’Apostolo le piglia dal libro dei Proverbi capo III, vers. 4, e qui si vogliono spiegare alquanto diffusamente. Noi dobbiamo sempre fare il bene: ma talvolta può avvenire che quello che è bene in sé e dinanzi a Dio, non lo sia egualmente dinanzi agli uomini che giudicano dalle apparenze, od anche secondo le loro passioni od inclinazioni; e noi allora adoperiamoci a raddrizzare i loro giudizi e mostriamo che ciò che facciamo è veramente bene e avremo tolto lo scandalo. Queste parole possono anche intendersi in altro modo e forse migliore: Dio vede la nostra mente, il nostro cuore e la nostra intenzione, e gli uomini vedono e conoscono soltanto le nostre opere e le nostre parole. Ebbene: vediamo di fare ogni cosa, internamente ed esternamente, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, in modo da piacere a Dio ed agli uomini stessi. Anzi tutto dobbiamo fare il bene dinanzi a Dio. Come? avendo sempre un fine retto, quello di adempire il nostro dovere, di ubbidire a Dio, di procurare la sua gloria, il bene dei prossimi, e scacciando qualsiasi altro fine men degno del Cristiano, come sarebbe la vanità, il capriccio, l’interesse e andate dicendo. Nel fine specialmente sta la bontà delle opere nostre e questo Dio solo lo vede. Dobbiamo fare il bene anche dinanzi agli uomini, cioè in guisa che non sia offesa la carità, che non sia male interpretato, che giovi, se è possibile, a tutti e tutti ne ricevano edificazione. – “Se è possibile, quanto è da voi, siate in pace con tutti. „ Vuole l’Apostolo che abbiamo pace con tutti, quella pace che Gesù Cristo portò sulla terra e tante volte raccomandò ai suoi Apostoli; ma vi mette due condizioni, che sono naturali. La pace è desiderabile e dobbiamo procurarla con ogni studio, ma salvi sempre i diritti della verità e della giustizia. Se gli uomini per accordarci la pace ci domandano il sacrificio della verità e della giustizia, noi dobbiamo rinunciare alla pace e rassegnarci alla lotta, sia quanto si vuole lunga e crudele. Era in questo senso che Gesù Cristo diceva d’essere venuto a portare, non la pace, ma la spada, ossia la guerra, e questa verità accenna l’Apostolo allorché dice: “Se è possibile, siate in pace con tutti. „ Vi è un’altra condizione ed anche questa non infrequente. Noi possiamo volere, desiderare e procurare, la pace, ma gli altri per animo malvagio, possono ricusarla: in tal caso la pace non è possibile. Allora che dobbiamo fare? Che si richiede da noi? Si richiede e basta, che noi dal canto nostro siamo sempre disposti a fare e mantenere la pace, il che S. Paolo ha espresso chiaramente in quelle parole: ” Quanto è da voi. „ Che altri non voglia la pace o la turbi, è male, ma tal sia di loro; ne risponderanno a Dio; ma voi vogliatela sempre e dal lato vostro non la turbate mai. Seguiamo l’Apostolo nelle magnifiche sue lezioni morali. “Non vi vendicate da voi, o carissimi. „ Gli altri, cosi in sentenza S. Paolo, potranno turbare la pace, offendervi, manomettere i vostri diritti, farvi ingiustamente ogni male. Che farete voi? Potrete voi da voi stessi rendervi giustizia e vendicarvi dei vostri nemici ed oppressori? No, no, grida il grande Apostolo: ciò non è lecito, non è da Cristiano, e nemmeno da uomo. “Date luogo all’ira, „ insegna S. Paolo. E che vuol dire dar luogo all’ira? Se altri vi odia e rompe in ira con voi e vi copre d’ingiurie, voi tacete pazientemente; lasciate che l’ira sua, a guisa di torrente o di nembo impetuoso passi e si dilegui: l’opporvi potrebbe accrescerne il danno, e bisogna ricordarci che una parola benigna e mansueta ammorza l’ira e che un vento procelloso atterra l’albero che sta ritto e resiste, ma non la molle erbetta che si piega e cede. Oh! quante discordie, quante querele, quante risse sarebbero impedite in casa, per le vie, dovunque, se noi dessimo luogo all’ira, frenassimo la lingua ed al fratello che sbuffa d’ira e getta fuoco dagli occhi opponessimo il silenzio tranquillo e senza fiele! Ricordate sempre le parole di S. Paolo: “Date luogo all’ira. „ “Non vi vendicate da voi. „ Se ciascuno volesse vendicarsi da sé per le offese ricevute, che ne avverrebbe? Manifestamente la società intera andrebbe sossopra, anzi sarebbe distrutta. – Se tu vuoi farti giustizia da te stesso, qualunque altro uomo avrebbe egual diritto, e perciò ogni uomo sarebbe giudice e vindice delle offese che ha ricevute, o crede di aver ricevute, e troppe volte il diritto soccomberebbe alla forza e si scambierebbe con la violenza. Dunque non spetta mai all’individuo fare la vendetta per le offese ricevute. A chi spetta? A Dio, solo a Dio, che rende giustizia quaggiù per mezzo della autorità costituita, che mantiene l’ordine e turbato lo ristora, che può e deve rendere a ciascuno secondo le opere sue. – Non occorre il dirlo: in queste parole di S. Paolo: “Non vi vendicate da voi, „ son vietate non solo tutte le vendette private, ma il duello, del quale sì spesso udite parlare e che in sostanza è una vendetta, che uno si prende da se stesso. Uno è offeso in un modo qualunque e sfida a duello l’offensore e scendono sul terreno per decidere con le armi alla mano le loro ragioni, accompagnati dai medici e da quelli che si dicono padrini o testimoni. Nulla di più irragionevole, o cari, di questi duelli, che si osa chiamare partite d’onore, necessità sociali. Tu sei stato offeso ingiustamente? Eccoti il tribunale, eccoti i giudici, e se meglio ti piace, gli arbitri. A loro esponi i tuoi diritti offesi ed essi ti faranno ragione. Ma tu esigi la riparazione con le armi in pugno. Ma così facendo tu rimetti alla forza il giudizio del diritto. Si può fare ingiuria maggiore al buon senso, alla ragione naturale quanto con l’appellare, non alla ragione stessa, alla legge, ma alla forza e talvolta al caso? Quante volte chi aveva ragione nel duello ebbe la peggio ed alla offesa ricevuta aggiunse il danno delle ferite ed anche della morte e la vergogna di soccombere! Qual differenza tra due villani o facchini,, che offesi a vicenda nell’impeto dell’ira si scagliano addosso, si pestano a pugni o danno di piglio ai coltelli, si feriscono od uccidono? Nessuna, anzi, se v’è differenza, essa sta tutta a danno dei duellanti, perché generalmente più istruiti; e perché si battono a sangue freddo ed in modi determinati e con armi scelte e perciò il loro delitto è più inescusabile. E mettono innanzi l’onore offeso! L’onore si ripara col giudizio di uomini competenti, con la sentenza dei giudici, non mai con l’uso delle armi e con l’offesa fatta alle leggi ed all’onore. Il duello, tenetelo ben fermo, o cari, è cosa indegna di uomini ragionevoli, di buoni cittadini, è un avanzo di barbarie, è il diritto della forza, è il giudizio del caso e tutti i sofismi del mondo non varranno mai a giustificarlo. È un delitto nel senso più volgare della parola. – Alla autorità, che è posta da Dio e lo rappresenta sulla terra, sottomettiamoci, come a Dio stesso. Che se ella non può o non vuole renderci giustizia, leviamo gli occhi in alto, a lui che è il Giudice infallibile, al quale nessuno può sfuggire e che ha detto: “A me la vendetta; io renderò la retribuzione. „ Rimettiamo la nostra causa a Dio; Egli, a suo tempo, punirà i nostri offensori e darà loro la mercede secondo le opere loro. Se noi volessimo fare la vendetta per conto nostro, usurperemmo il diritto, che spetta a Dio solo. Ponete che un padre abbia molti figliuoli e che questi vengano a litigio tra di loro e che l’uno se la pigli con l’altro, lo offenda e lo percuota malamente sotto gli occhi del padre suo. Voi che direste? Certamente voi lo condannereste anche nel caso che avesse ragione contro del fratello, e gli direste: “Tu hai il padre tuo, tuo giudice naturale: a lui devi rimettere ogni giudizio: la vendetta che ti prendi da te stesso è una offesa gravissima al diritto paterno, è una brutta usurpazione d’una autorità che non hai. ,, Noi tutti siamo figli del Padre nostro, che è nei cieli: siamo dunque fratelli: che l’uno dunque non si levi mai contro dell’altro, e ne lasci il giudizio a quelli che Iddio ha posto sulla terra a reggere gli uomini e, se questi vengono meno, ne lasci il giudizio a Dio stesso, a cui tutti dovranno rendere ragione delle opere loro. E tu che devi fare intanto col tuo offensore, col tuo nemico? Guardarlo di mal occhio? Serbargli odio in cuore? Fuggirlo come un nemico? Udite, udite, o cari, l’insegnamento di S. Paolo: “Se il tuo nemico ha fame, dagli a mangiare: se ha sete, dagli a bere. „ È l’insegnamento stesso di Cristo, in altre parole: ” Amate i vostri nemici, diceva Gesù Cristo nel Vangelo (Matth. V, 44), benedite coloro che vi maledicono, fate bene a coloro che vi odiano, pregate per quelli che vi fanno torto e vi perseguitano. „ La carità non può poggiare a maggiore altezza. “Così facendo, prosegue l’Apostolo, tu radunerai carboni accesi sul suo capo. „ Come ciò? Amando chi ti odia, beneficando chi ti perseguita e fa danno, tu lo costringerai a smettere il suo odio, lo forzerai ad amarti, vincendolo a forza di benefici. ” Radunerai, così commenta S. Girolamo, radunerai carboni accesi sul capo di lui, non già a sua maledizione e condanna, come pensano alcuni, ma a sua correzione ed a suo ravvedimento, sinché vinto dai benefici e conquistato dalla carità, cessi dall’esserti nemico. „ “Non ti lasciar vincere dal male, è la conclusione di S. Paolo, ma col bene vinci il male. „ Che vuol dire, fa bene a chi ti fa male, e sarà questa la più bella e la più gloriosa delle tue vittorie. – Sono piene le storie ecclesiastiche e le biografie dei Santi di esempi luminosi di tanta carità e non sono rari nemmeno al giorno d’oggi in quelle anime, nelle quali la dottrina di Gesù Cristo non è una semplice professione di fede, ma operosa realtà. Ho conosciuto un negoziante, sorto dal nulla, ottimo marito e padre eccellente di numerosa famiglia: era un cristiano modello. I suoi negozi prosperavano a meraviglia. Se ne rodeva d’invidia un suo vicino, pur esso negoziante: ne parlava male, gettava sospetti sulla sua onestà e spargeva voci sinistre sul suo conto in modo da cagionargli non solo grave dispiacere, ma non lieve danno, scemandogli il credito. Il pio cristiano soffriva e taceva, né mai rifiutava il saluto al suo vicino invidioso e maledico. Gli affari di questo precipitarono: impotente a pagare certe grosse cambiali, il disastro era imminente ed inevitabile. Lo seppe la vittima innocente della sua invidia e della sua maldicenza: senza farne motto a persona corse dai creditori, pagò i debiti dell’emulo suo e suo nemico e lo salvò dalla catastrofe, limitandosi a fargli tenere in bel modo le cambiali soddisfatte. – L’infelice salvato stupì a tanta generosità, pianse, corse dal suo benefattore, gli gettò le braccia al collo, gli chiese perdono e narrò a tutti l’eroica virtù di lui. Ecco, o dilettissimi, un uomo che raduna sul capo del suo nemico carboni accesi e col bene vince il male.

Graduale


Ps CI: 16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.
[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua
[V. Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia.]


Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.
[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia].

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
Matt VIII: 1-13
In illo témpore: Cum descendísset Jesus de monte, secútæ sunt eum turbæ multæ: et ecce, leprósus véniens adorábat eum, dicens: Dómine, si vis, potes me mundáre. Et exténdens Jesus manum, tétigit eum, dicens: Volo. Mundáre. Et conféstim mundáta est lepra ejus. Et ait illi Jesus: Vide, némini díxeris: sed vade, osténde te sacerdóti, et offer munus, quod præcépit Móyses, in testimónium illis. Cum autem introísset Caphárnaum, accéssit ad eum centúrio, rogans eum et dicens: Dómine, puer meus jacet in domo paralýticus, et male torquetur. Et ait illi Jesus: Ego véniam, et curábo eum. Et respóndens centúrio, ait: Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur puer meus. Nam et ego homo sum sub potestáte constitútus, habens sub me mílites, et dico huic: Vade, et vadit; et alii: Veni, et venit; et servo meo: Fac hoc, et facit. Audiens autem Jesus, mirátus est, et sequéntibus se dixit: Amen, dico vobis, non inveni tantam fidem in Israël. Dico autem vobis, quod multi ab Oriénte et Occidénte vénient, et recúmbent cum Abraham et Isaac et Jacob in regno coelórum: fílii autem regni ejiciéntur in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Et dixit Jesus centurióni: Vade et, sicut credidísti, fiat tibi. Et sanátus est puer in illa hora.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Om. XVI]

“Quando Gesù fu sceso dal monte, lo seguitarono molte turbe. Ed ecco, un lebbroso venne, l’adorò, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. E distesa la mano, Gesù lo toccò, dicendo: “Lo voglio: sii mondato”. E in quell’istante fu mondato dalla lebbra. E Gesù gli disse: Guarda che tu non lo dica a persona: ma va, mostrati al sacerdote e fa l’offerta, che Mosè prescrisse, in testimonianza a loro. Quando poi fu entrato in Cafarnao, un centurione venne a Lui, pregandolo e dicendo: Signore, il mio famiglio giace in casa paralitico, gravemente tormentato. E Gesù gli disse: Io verrò e lo guarirò. E il centurione, rispondendo gli disse: Signore, io non sono degno, che tu entri sotto il mio tetto: ma dillo solo con una parola, e il mio famiglio sarà guarito. Perché quantunque io sia uomo costituito sotto potestà, puro avendo sotto di me dei soldati, dico ad uno: Va, e quegli va; e ad un altro: Vieni, e quegli viene; ed al mio servo:  Fa’ questo, ed egli lo fa. Udito questo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: In verità vi dico, non ho trovata tanta fede nemmeno in Israele. Perciò vi dico, che molti verranno da Oriente e da Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei  cieli. E i figli del regno saranno gettati fuori nelle tenebre: ivi sarà pianto e stridore di denti. Poi Gesù disse al centurione: “Va, e come hai creduto, sia fatto; e il famiglio in quell’istante guarì „ (Matt. c. VIII, vers. 1-13).

Il tratto evangelico, che avete udito e che si legge nella Messa odierna, contiene due fatti distinti, dirò meglio, due miracoli: la guarigione d’un lebbroso e quella del famiglio d’un centurione. Fra questi due fatti poi abbiamo lo splendido esempio della fede d’un centurione, che meritò un elogio magnifico del Salvatore. Lasciamo da banda qualunque esordio e meditiamo il Vangelo in ciascuna delle sue tre parti. – “Quando Gesù fu sceso dal monte, lo seguirono molte turbe. „ Il monte, dal quale Gesù discese, come qui si dice, deve essere quel monte istesso, sul quale tenne il discorso delle beatitudini, che si vuol chiamare anche discorso del monte e si trova a sinistra di chi da Cana va a Tiberiade. Le turbe, che l’avevano seguito lassù, discesero con Lui, ma si erano di certo già sbandate allorché operò il miracolo, che l’Evangelista ci narra. “Ed ecco un lebbroso venne e l’adorò, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. „ La lebbra era un morbo che si manifestava con chiazze biancastre e puzzolenti in tutta la persona, specialmente sul volto e sulle mani. La lebbra ora incurabile o quasi incurabile e finiva col far cadere le carni e le membra a brani a brani con dolori orrendi. Era un morbo, che gli Ebrei portarono seco dall’Egitto, contagioso in sommo grado, e perciò la legge mosaica prescriveva la separazione, come unico rimedio. I Crociati lo contrassero e lo diffusero in Europa, massime in Francia, dove ebbe a mietere innumerevoli vittime. Da noi rarissimi sono i casi, più frequenti in Norvegia, al Madagascar e in alcune isole del mare Pacifico. Il povero lebbroso del Vangelo doveva essere stato cacciato fuori dell’abitato e andava forse errando ai piedi di quel monte. Per fama conosceva certamente Gesù e sapeva almeno confusamente dei miracoli per Lui operati, e perciò, mosso da viva fede, corse a Lui, gli si gettò ai piedi, l’adorò e gli disse queste sole parole, che non possono essere più eloquenti nella loro semplicità: “Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi. „ Professa di credere in Lui, nella sua virtù divina: gli mostra la schifosa lebbra, che lo copre tutto, e si abbandona interamente nella sua bontà: “Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi. „ Per te il volerlo è un farlo: mondami da questa bruttura. Giova notare una cosa poco avvertita. Quasi tutti i miracoli di Gesù Cristo furono operati dietro preghiera di quelli che ne avevano bisogno. Forseché Gesù Cristo non vedeva la loro infermità, i loro bisogni? Certo vedeva e conosceva tutto. Perché dunque voleva esserne richiesto? Perché riconoscessero i loro bisogni, si umiliassero, mostrassero la loro fede e la loro speranza e in qualche senso concorressero all’azione divina, che imploravano. La economia che Gesù tenne in vita continua e continuerà fino alla fine dei secoli. – Il lebbroso aveva appellato al cuore di Gesù, dicendo: Se vuoi: e Gesù, mosso a pietà, stendendo la mano e toccandolo, quasi per incoraggiarlo, risponde tosto e gli dice: “Lo voglio: sii mondato; e in quell’istante fu mondato dalla lebbra. „ L’evidenza del miracolo non poteva essere maggiore: si trattava d’un morbo, per sé, insanabile, che cadeva sotto gli occhi di tutti: la guarigione avviene in un istante, senza applicazione di rimedi, i quali, anche applicati debitamente, operano sempre a poco a poco. Questa guarigione istantanea del corpo può dirsi figura della guarigione dell’anima, che avviene in un lampo, allorché, pentita dei suoi falli, si presenta al ministro di Gesù Cristo e gli dice: “Monda il mio cuore dal peccato”; e con la parola della santa Assoluzione la monda e la riconcilia con Dio. Gran che, o fratelli miei! Se noi per grande sventura fossimo colti dall’orribile morbo della lebbra o da altro qualsiasi grave malanno e Gesù fosse ancora sulla terra od altri operasse miracoli come Gesù li operava, correremmo a Lui, ci butteremmo ai suoi piedi, né ci alzeremmo senza aver prima ottenuta la guarigione. Siamo coperti dalla lebbra del peccato, abbominevoli agli occhi degli Angeli e di Dio e forse di noi stessi: Gesù è qui nel suo ministro, pronto, bramoso di mondarci: per ottenere la guarigione pronta e perfetta non si domanda la spesa benché minima; basta confessare la nostra infermità, dolerci del male commesso e dirgli: Ho peccato: perdonami, lavami dalle mie brutture; e noi non ce ne diamo intesi e portiamo con noi dovunque la schifosa lebbra del peccato! Quale cecità! “E Gesù gli disse: Guarda che tu non lo dica a persona: ma va, mostrati al sacerdote e fa l’offerta, che Mosè prescrisse, in testimonianza a loro. „ – È da sapere, come diceva, che il lebbroso era separato dal consorzio umano, come prescriveva la legge di Mose: se guariva (come accadeva nei casi leggeri), doveva presentarsi al sacerdote, che era come il medico; questi, accertata la guarigione del lebbroso, dichiarava che senza pericolo poteva rientrare nella convivenza comune, e riceveva l’offerta di due passeri, l’uno dei quali si lasciava libero, quasi simbolo della libertà riacquistata, l’altro si offriva in sacrificio. – Gesù comandò al lebbroso di non dire il miracolo a chicchessia, insegnandoci ad occultare i doni del cielo ed a non menarne vanto ed a compire verso dei sacerdoti ciò che la legge di Mosè imponeva. In tal modo Gesù mostrò come dobbiamo rispettare i diritti altrui ed osservare tutte le prescrizioni fatte dalle autorità: credo anche che ciò facesse per togliere ai sacerdoti, che già cominciavano ad accusarlo di violare la legge, l’occasione e il pretesto di lagnarsi di Lui e di combatterlo. Il lebbroso fu mondato non lungi da Cafarnao, piccola cittadella posta sulla riva occidentale del lago di Genesaret, nella parte superiore, ora un cumulo di rovine, ricetto di alcuni poveri pescatori. – S. Matteo, narrato il miracolo del lebbroso, prosegue e dice: ” Quando poi fu entrato in Cafarnao, un centurione venne a Lui, pregandolo e dicendo: Signore, il mio famiglio giace in casa paralitico, gravemente tormentato. „ Questo fatto è narrato anche da S. Luca al capo settimo, con una differenza, che facilmente si spiega. S. Luca dice che questo centurione, ossia capo di cento soldati e quindi come un nostro capitano, era uomo religioso ed aveva fabbricata una sinagoga: dice che si presentarono a Gesù Cristo prima i Giudei, pregandolo di guarire il servo del centurione. Gesù dovette rivolgersi alla sua casa, ed allora il centurione dovette mandare a Gesù alcuni amici, pregandolo a non darsi disagio; e Gesù continuando pure ad andare alla casa del centurione, il centurione istesso uscì ad incontrare il divino Maestro e gli fece la preghiera perché volesse guarire il suo servo o garzone percosso da paralisi. Questo centurione non era certamente ebreo, ma romano, fermo di guarnigione in Cafarnao, credente in Dio, e ve ne dovevano essere parecchi tra i soldati romani, che avevano la fede ebraica. Gesù rispose al centurione: “Io verrò e lo guarirò. „ Il centurione non aveva pregato Gesù Cristo di recarsi in casa sua, né aveva punto intenzione di pregarlo a recarvisi, come apparirà tosto; ma Gesù per mostrare l’animo suo e per offrir modo al centurione di fare quella magnifica professione di umile fede, che udremo, gli disse: “Io verrò e lo guarirò.„ Quando si pensa, che Gesù, Figlio di Dio, Signore d’ogni cosa, si mostra sì condiscendente con chi lo prega, anzi fa più di ciò che gli è chiesto ed è pronto a recarsi al letto d’un povero servo, noi tutti, fedeli e sacerdoti, dovremmo sentirci salire sul volto la fiamma della vergogna, vedendoci sì facili al rifiuto, sì delicati, sì esigenti e sì pieni di pretensioni, noi povere creature! Il buon centurione, stupito di tanta bontà, dolente d’avergli dato disagio e conoscendosi indegno di accogliere in casa tanto ospite, chinandosi dinanzi a Lui, esclamò: “Signore, io non son degno, che tu entri sotto il mio tetto: ma dillo solo con una tua parola e il mio famiglio sarà guarito.„ Quanta fede! quanta umiltà! quanta schiettezza e quanta abbondanza di cuore in questo pagano, in questo soldato straniero! Questi sentimenti sì nobili, pubblicamente manifestati, non erano possibili negli scribi e ne’ farisei, sì orgogliosi. Essi con la loro scienza, con i loro profeti, con la osservanza sì scrupolosa della lettera della legge, perché superbi e maligni, rimanevano lontani da Gesù Cristo, e il centurione, gentile e soldato, perché umile e sincero, credeva in Lui e meritava che le sue parole, attraverso ai secoli, ogni giorno, in tutte le regioni della terra, fossero solennemente ripetute dalla bocca dei sacerdoti! Tanta gloria era riserbata a quel buon centurione gentile! Se non che egli non fu pago di quella sua dichiarazione umilissima, che gli sgorgava dal cuore: volle darne una ragione, e la tolse dalla stessa professione di soldato. Vedi, diceva a Gesù, vedi: io pure sono costituito in potestà e comando ai miei cento soldati, e dico ad uno: Va, ed egli va; all’altro: Vieni, e viene; ho un servo: se gli dico: Fa’ questo, e tosto egli lo fa: ora voleva dire, se a me basta dire una parola per essere ubbidito, quanto maggiormente basterà a te con una sola parola guarire il mio famiglio? A che muoverti? A che venire in casa mia? Dillo con una sola parola, e il mio famiglio sarà guarito. – Per fermo Gesù non era capace di meraviglia, perché la meraviglia è possibile solamente in chi vede o sente cosa ignota e nuova, e nulla poteva essere ignoto e nuovo a Gesù Cristo; tuttavia, scrive S. Matteo, che Gesù, anche in ciò acconciandosi alle nostre debolezze, alle condizioni della nostra natura, “si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, non ho trovato tanta fede in Israele. „ Il centurione, come dicemmo, era. gentile; eppure nella fede superava i figli di Israele. Questa fede ammirabile d’un gentile diede occasione a Gesù Cristo di fare due splendide profezie, l’una riguardante i gentili, l’altra gli Ebrei. “Io vi dico, che molti verranno da Oriente e da Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. „ Voleva dire: Questo centurione è gentile: egli è la primizie dei gentili, che verranno nel regno dei cieli, entreranno nella mia Chiesa e saranno veri figli di Abramo e dei Patriarchi. È una profezia chiarissima, nella quale Gesù Cristo annunzia la conversione dei gentili. E che sarà degli Ebrei? Con volto turbato e con un gemito che gli usciva dal fondo dell’anima, Gesù Cristo aggiunse: “E i figli del regno, cioè gli Ebrei, quelli che per primi erano chiamati alla mia fede, saranno gettati fuori nelle tenebre, fuori della casa, dal convito, dove splende la luce: e là, fuori della casa e del convito, non vi è che dolore, dolore sommo, acerbissimo, espresso colla parola: stridore di denti. „ Ogni qualvolta leggo questi due vaticini, che volete, o cari? Un pensiero terribile mi si affaccia alla mente. I figli d’Israele, che erano già nella casa del Signore, ne furono cacciati per la loro superbia ed incredulità: ad essi sottentrarono i gentili, i padri nostri. Figliuoli carissimi! siamo sinceri: non è egli vero che molti in mezzo a noi hanno vòlte le spalle a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa e rigettano e bestemmiano la sua fede? Non è egli vero che molti de’ nostri fratelli vivono come se non fossero Cristiani? Non parola di Dio, non Sacramenti, non precetti della Chiesa. – In mezzo alla nostra società cristiana e cattolica, non so come, si manifesta un disgusto, una noia (e dico poco) della Religione e delle sue pratiche, che fa pena e cagiona timore grande: si direbbe che un gran numero, appartenente alla parte della società più colta e più ricca, più non intende curarsi di Religione. Sono simili ai Sadducei della sinagoga, che non credevano più nulla, né a Mosè, né ai Profeti. D’altra parte, leggendo gli Annali di Propaganda, apprendiamo che molti popoli che giacevano nelle ombre del paganesimo, entrano nella Chiesa e danno prove d’una fede emula della fede dei tempi apostolici. Essi fanno centinaia di miglia per confessarsi, per comunicarsi, per ascoltare una Messa, per udire il missionario; e noi che abbiamo tutto questo a pochi passi, troppo spesso non ce ne curiamo! E Dio, stanco della nostra ingratitudine, non potrebbe abbandonarci e chiamare al nostro luogo popoli più fedeli e più grati del benefìcio ricevuto? Dio disperda il funesto pensiero; ma, non illudiamoci; abbiam motivo di temere e tremare. – “Gesù disse al centurione: Va’, e come hai creduto, sia fatto; e il famiglio in quell’istante fu guarito. „ La fede del centurione ebbe il suo premio: Gesù, senza entrare nella casa dell’infermo con un solo atto della sua volontà, come aveva domandato il centurione, ebbe guarito il suo servo. Miei cari! la fede è la radice della giustificazione, la radice della vita cristiana: tutto viene da essa, e senza di essa è impossibile di piacere a Dio. Conserviamola, ravviviamola con la parola di Dio, con la preghiera, coi Sacramenti e con le opere della carità.

 Credo …

Offertorium


Orémus
Ps CXVII: 16;17
Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.
[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta


Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Quest’ostia, o Signore, Te ne preghiamo, ci mondi dai nostri delitti e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio


Luc IV: 22
Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.
[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

 Postcommunio


Orémus.
Quos tantis, Dómine, largíris uti mystériis: quǽsumus; ut efféctibus nos eórum veráciter aptáre dignéris.
[O Signore, che ci concedi di partecipare a tanto mistero, dégnati, Te ne preghiamo, di renderci atti a riceverne realmente gli effetti.]

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.