DOMENICA IV DI AVVENTO (2018)

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Exod XVI :16; 7
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus [Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]
Ps XXIII:1
Dómini est terra, et plenitúdo ejus: orbis terrárum, et univérsi, qui hábitant in eo. [Del Signore è la terra  e quanto essa contiene; il mondo e e tutti quelli che vi abitano.]
Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus

[Oggi saprete che verrà il Signore e ci salverà: e domattina vedrete la sua gloria.]

Oratio  
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: et magna nobis virtúte succúrre; ut per auxílium grátiæ tuæ, quod nostra peccáta præpédiunt, indulgéntiæ tuæ propitiatiónis accéleret: [O Signore, Te ne preghiamo, súscita la tua potenza e vieni: soccòrrici con la tua grande virtú: affinché con l’aiuto della tua grazia, ciò che allontanarono i nostri peccati, la tua misericordia lo affretti.]

Lectio
Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Corinthios
1 Cor IV:1-5
Fratres: Sic nos exístimet homo ut minístros Christi, et dispensatóres mysteriórum Dei. Hic jam quaeritur inter dispensatóres, ut fidélis quis inveniátur. Mihi autem pro mínimo est, ut a vobis júdicer aut ab humano die: sed neque meípsum judico. Nihil enim mihi cónscius sum: sed non in hoc justificátus sum: qui autem júdicat me, Dóminus est. Itaque nolíte ante tempus  judicáre, quoadúsque véniat Dóminus: qui et illuminábit abscóndita tenebrárum, et manifestábit consília córdium: et tunc laus erit unicuique a Deo.

OMELIA I

 [Mons. Bonomelli: Omelie, vol. I – Omelia VII; Torino 1899]

“Così ognuno faccia stima di noi come di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. Del resto nei dispensatori si richiede che ciascuno sia trovato fedele. Quanto a me poco mi importa d’essere giudicato da voi o da tribunale umano; anzi neppur io giudico me stesso. Perché in coscienza io non mi sento colpevole di cosa alcuna, ma non per questo sono giustificato. Colui che mi giudica è il Signore. Perciò non giudicate prima del tempo, finché non venga il Signore, che metterà in luce le cose nascoste nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, ed allora ciascuno avrà, la sua lode da Dio „ (I. Cor. IV, 1-5). Sono questi i primi cinque versetti del capo quarto della prima lettera di S. Paolo ai Corinti, che si legge nella Messa di questa Domenica. I fedeli della Chiesa di Corinto, che S. Paolo aveva fondato, erano sossopra per molte cause, come apparisce dalla stessa lettera. Non fate le meraviglie, o cari, che vi fossero dei disordini anche nella primitiva Chiesa: dove sono uomini ivi sono anche le debolezze e le passioni umane. La causa principale dei dissidi della Chiesa di Corinto era il parteggiare che facevano quei fedeli, chi per l’uno e chi per l’altro. Viveva in Corinto un certo Apollo, sacerdote d’ingegno, di molta eloquenza e virtuoso. Alcuni dicevano: Noi stiamo con Apollo; ed altri rispondevano: E noi stiamo con Paolo; ed altri protestavano di seguire Pietro; ed altri infine, quasi a troncare ogni questione, dichiaravano d’essere discepoli di Gesù Cristo. Erano gare deplorevoli, che dividevano gli animi e che non è raro vedere anche ai giorni nostri. Spesso noi vediamo certi fedeli, anche buoni e pii, che, scambiando le persone con la religione, si legano a quelle più che alla religione stessa: seguono l’uomo più che Gesù Cristo, il ministro più che Colui, del quale il ministro non è che ministro. – L’Apostolo per togliere quel disordine, parla del giudizio che si deve fare dei ministri di Dio. L’argomento riguarda noi sacerdoti e voi, laici, e si raccomanda assai alla nostra attenzione. – “Così ognuno faccia stima di noi come di ministri di Dio. „ A Corinto, come or ora vi dicevo, vi era un grave dissidio tra i fedeli, per il diverso apprezzamento che si faceva dei sacri ministri, parteggiando chi per questo e chi per quello. Voi, o Corinti, diceva l’Apostolo, siete divisi a cagione di noi, ministri di Cristo. Ma in nome del cielo, come dovete voi giudicarci? Unicamente per quello che siamo. Considerate in noi, non l’ingegno, non la scienza, non l’eloquenza, non le altre doti naturali, ma solamente l’ufficio e il potere, che teniamo di ministri di Cristo e di dispensatori dei misteri di Dio. Con la parola dispensatori dei misteri di Dio, S. Paolo significa i misteri della fede, le verità sovraumane del Vangelo, o i Sacramenti, fonti della grazia, e più probabilmente l’una e l’altra cosa insieme. Qui ci si porge un grande ammaestramento, che vuolsi attentamente considerare. Assunti all’altissimo onore di annunziarvi le eterne verità, uscite dalla bocca di Gesù Cristo, e di dispensare i santi Sacramenti, mezzi infallibili della grazia divina, nella virtù e nella santità della vita noi dobbiamo camminare innanzi a voi, o fedeli, e rendere rispettabile e venerando l’ufficio che esercitiamo. È nostro dovere, e guai a noi, se veniamo meno; sarà terribile il giudizio che ci attende. Che se per nostra grande sventura nella nostra condotta non rispondiamo all’altezza dell’ufficio che teniamo, voi, o cari, non dovete mai dimenticare, che noi siamo pur sempre ministri di Gesù Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. Un liquore prezioso è sempre prezioso, sia che lo teniate chiuso in un vaso di cristallo o in un vaso d’oro, e un diamante è sempre diamante, sia desso legato in oro finissimo o in vile metallo. Quali che siano le nostre doti di mente e di cuore; siamo buoni o cattivi, assai istruiti o poco istruiti, voi dovete sempre ricordare, che siamo ministri di Cristo, e che i nostri difetti e le nostre colpe non possono né togliere, né diminuire la nostra dignità, perché veramente non è nostra, ma di Gesù Cristo. Al di sopra delle nostre povere persone dovete fissare gli occhi in Colui che ci manda e al quale si deve onore, tutto l’onore nei suoi rappresentanti, anche più indegni. Sublime, divina è la nostra dignità; ma noi non siamo Angeli; siamo fratelli vostri, soggetti come voi alle stesse passioni, e se col manto della carità dovete coprir tutti indistintamente, dovete compatire pur noi, perché noi pure ne abbiamo bisogno e siamo fratelli vostri. È verità che facilmente si dimentica dai laici e che li dovrebbe rendere più giusti, più caritatevoli verso dei sacerdoti erranti. È un fatto, che non so spiegare a me stesso: in generale si compatiscono con grande facilità i falli dei laici, e somma è la severità che si usa con i Sacerdoti. Lo comprendo, o fratelli: i falli nostri sono assai più gravi dei vostri: ma è pur vero altresì che maggiore è la necessità che noi abbiamo della carità vostra. Come potremo noi con frutto esercitare il nostro ministero se voi senza pietà gettate in pasto ad un pubblico, avido di scandali, le nostre colpe? Se non noi, il ben pubblico esige che maggiore sia la carità vostra col Clero. E fossero almeno sempre vere le colpe che ci si appongono! Quante volte sono a studio ingrandite, anzi inventate per disonorarci! E poi chi non vede un’altra ingiustizia, che si commette sì spesso contro il Clero? Un prete sarà caduto in una colpa, se volete, gravissima: che si fa? che si dice? Subito si grida: “Vedete chi sono i preti, chi sono i religiosi!” La colpa di uno diventa colpa di tutti. Non è questa una imperdonabile ingiustizia? Pecca un prete, hanno peccato tutti i preti! E perché non si adopera la stessa misura con i laici, con ogni altro ceto di persone? E se la colpa d’un uomo di Chiesa la si vuole colpa di tutti gli uomini di Chiesa, perché non si tiene la stessa regola col bene ch’essi fanno? Perché se un prete, un religioso compie un’opera buona e generosa non si dice egualmente: Vedete chi sono i preti, chi sono i religiosi? Ah! il male che si fa da un prete o da un religioso è male di tutto il clero, il bene poi è solo di colui che lo fa! E questa è giustizia? – Del resto, soggiunge S. Paolo, nel dispensatore dei beni altrui, che cosa si richiede? Una cosa sopratutto si richiede e basta, ed è che sia fedele, cioè adempia fedelmente i voleri del padrone. Questa è la sostanza. Dunque, dice S. Paolo, anche in noi, ministri di Cristo, badate a questo, cioè se adempiamo il nostro dovere, annunziando la parola di Dio, dispensando i Sacramenti, visitando gli infermi e compiendo tutti gli altri uffici del ministero: tutto il resto a voi poco importa. Voi avete il diritto di esigere che il sacerdote sia fedele nel suo ufficio verso di voi; quanto al resto non è cosa che vi riguardi, né avete diritto di occuparvene. S. Paolo procede e conferma la stessa verità. – “Quanto a me poco mi importa d’essere giudicato da voi o da tribunale umano. „ Voi fate differenza tra ministro e ministro, e questo preferite a quello: di ciò non mi curo, e non mi curo dei vostri giudizi favorevoli o sfavorevoli, o di qualsiasi tribunale terreno. L’Apostolo scrisse, non tribunale terreno, ma “giorno umano”, alludendo al giorno del Signore per eccellenza, che è il giorno del giudizio finale. Continua l’Apostolo: “Sì poco mi curo dei giudizi umani, che non mi do pensiero nemmeno di giudicare me stesso. “Neque meipsum judico”. Quale linguaggio degno dell’Apostolo delle genti! Egli non cura le lodi, né teme i biasimi del mondo: non giudica delle sue doti, delle sue intenzioni; intende ad una sola cosa, ad adempire cioè il ministero ricevuto da Gesù Cristo. Ecco il modello perfetto del sacerdote, che, quando occorra, deve sfidare le ire dei tristi, disprezzare le loro lodi e una sola cosa aver sempre dinanzi agli occhi, l’adempimento del proprio dovere. “Perché in coscienza non mi sento colpevole di cosa alcuna. „ Non mi curo, non mi do pensiero, nemmeno di giudicare me stesso, “perché la coscienza, così l’Apostolo, non mi rimorde di nulla quanto all’esercizio del mio ministero. — Felici quelle anime, che, interrogando diligentemente se stesse, possono rispondere con l’Apostolo: “Non sento in coscienza d’essere colpevole! „ È la più cara testimonianza, il più dolce conforto ohe l’uomo possa avere anche in mezzo alle tribolazioni più gravi. Vediamo di meritare questa, che è la mercede del giusto sulla terra e la forza che ci tiene saldi nelle prove sì amare della vita. Sembra strano ciò che S. Paolo soggiunge: Sento in coscienza di non essere colpevole: “con tutto ciò non sono giustificato. „ – “Il non avere rimorsi, quanto all’esercizio del mio ministero, scrive l’Apostolo, non vuol dire ch’io sia giusto, inescusabile, santo, no”. Ben è vero che non si commette mai peccato se non quando sappiamo, od abbiamo coscienza di commetterlo; è verità chiarissima; ma potrebbe accadere di non porre mente al male che facciamo, e ciò per colpevole negligenza, o di non ricordarci al presente del male già commesso con piena deliberazione, e in tal caso il non avere rimorsi non vorrebbe dire che siamo innocenti e giusti, né ci varrebbe di scusa dinanzi a Dio. Pur troppo moltissimi sono quelli, che vivono immersi in ogni sorta di peccati e non sono molestati dal più lieve rimorso. La distrazione, la trascuratezza, in cui vivono, il callo che hanno fatto ad ogni disordine, l’abitudine inveterata di non ascoltare le grida della coscienza, fanno sì che più non sentono i rimorsi. Forseché costoro, perché non sentono i rimorsi, si potranno dire giusti? Certamente, no. Possiamo essere gravemente ammalati e non sentire dolori; così possiamo essere colpevoli e non sentire rimorsi, e ciò non varrà a scolparci innanzi a Dio. Il nostro giudizio non è sicuro, insegna S. Paolo: il solo giudizio di Dio è infallibile, e a Lui rimettiamoci: “Qui judicat me, Dominus est.,, È questa, o carissimi, una verità di sommo conforto per tutti, ma particolarmente per quelli, i quali, esercitando un ufficio, non raramente sono fatti segno a biasimi ingiusti e ad apprezzamenti erronei. Quante volte gli uomini biasimano a torto quel padre e quella madre, quasi trascurati nella educazione dei loro figli! Accarezzano sospetti ingiuriosi a carico di quella persona, condannano l’opera di quel padrone, di quel servo, la condotta di quel prete, di quel parroco, giudicando dalle apparenze! Spesso chi sta in alto diviene bersaglio delle più gravi accuse, delle più nere calunnie ed è impotente a difendersi. Sono pene acerbe, agonie di spirito, che Dio solo conosce. È pur dolce allora il potersi gettare dinanzi a Lui, che tutto conosce, aprirgli il cuore ed effondere l’anima e dirgli: Signore, Voi conoscete tutto; voi conoscete la mia rettitudine, la mia innocenza; mi abbandono nelle vostre braccia paterne. — “Dominus est qui judicat me.,, Credo che tra di voi, che m’ascoltate, non vi sia pur uno che un giorno non abbia sentito il bisogno di dire: “Il Signore sa ch’io sono innocente; Egli solo mi ha da giudicare”. S. Paolo applica a tutti in genere la dottrina stabilita, e dice a modo di conseguenza: “Perciò non giudicate prima del tempo, finché non venga il Signore. „ Noi pure, è vero, possiamo giudicare le cose e le persone in quanto si manifestano con le parole o con le opere e possiamo dire: Questa è buona, questa è cattiva: ma giudicare le cose e le persone in sé, nella loro mente e nella loro coscienza, è riserbato a Dio solo. Quante volte un atto esterno, che giudichiamo buono e lo è in se stesso, è cattivo per l’intenzione di chi lo fa, e quello che reputiamo cattivo, è buono per la retta intenzione dell’operante! Dio solo legge nelle coscienze e perciò non giudichiamo gli altri nel loro interno. Quali veramente siano le opere dell’uomo lo conosceremo allorché verrà Dio e farà il gran giudizio. “Egli illuminerà le cose tenute nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori, „ come insegna l’Apostolo. Nel presente ordine di cose noi vediamo solo ciò che apparisce; a nessuno di noi è dato di penetrare nelle menti e nei cuori se non tanto quanto essi si aprono volontariamente mediante la parola; parola che non è sempre mezzo sicuro della verità. – I cuori, le menti, le coscienze umane sono avvolte in fitte tenebre, che saranno pienamente rischiarate soltanto in quel dì, che il Giudice supremo verrà sulla terra. Che avverrà allora, o dilettissimi? Udite. Un valente artefice, chiuso in una stanza a tutti inaccessibile, lavora, ponete, una statua di cristallo; per il corso di molti anni, con pazienza ammirabile, vi si travaglia intorno e non vi è un punto solo della statua, che non sia lavorato. Compiuta l’opera sua in quel recesso impenetrabile, al lume d’una lampada, un bel dì la trae fuori e la espone al pubblico sotto la luce del mezzodì, sotto i fulgori del sole di luglio. Ad un tratto voi vedete quella statua, cesellata in ogni parte, e se vi è un solo punto, in cui il cesello abbia fallito, voi lo rilevate tosto. Non è vero che allora in un istante voi vedete il lavoro di molti e molti anni, compiuto occultamente, ignoto a tutti? Ecco una immagine del giudizio divino. Nel corso della nostra vita, che si svolge nelle tenebre di questo secolo, al fioco lume della ragione, avvalorato dal lume della fede, nel fondo della nostra coscienza, impenetrabile ad ogni occhio mortale, noi abbiamo lavorato la nostra statua, compiuta l’opera nostra, che rimarrà eterna. In quel momento, che avverrà il giudizio, l’opera condotta a termine nel corso di tanti anni, sarà posta sotto la luce infinita, che raggia dal volto di Gesù Cristo, e tutto sarà perfettamente manifesto il nostro lavoro, bello o brutto ch’esso sia. Allora saranno svelate le coscienze, rischiarate tutte le tenebre, fatto il giudizio e data a ciascuno la lode che gli si dee, come dice S. Paolo. E chiaro adunque, o carissimi, che nella presente vita ciascuno di noi va scrivendo sul libro della coscienza la sentenza che Cristo leggerà e pronunzierà nel giorno del giudizio e che con lui leggeremo e pronunceremo noi pure. — Figliuoli carissimi! badiamo bene a tutto ciò che pensiamo, vogliamo, diciamo e facciamo in vita, perché tutto si scrive nel libro indistruttibile della nostra coscienza e tutto rimarrà a nostra gloria od a nostra infamia eterna.

Graduale 
Ps 144:18; 144:21
Prope est Dóminus ómnibus invocántibus eum: ómnibus, qui ínvocant eum in veritáte. [Il Signore è vicino a quanti lo invocano: a quanti lo invocano sinceramente.]
V. Laudem Dómini loquétur os meum: et benedícat omnis caro nomen sanctum ejus. [Signore: e ogni mortale benedica il suo santo nome.

Alleluja

Allelúja, allelúja,
V. Veni, Dómine, et noli tardáre: reláxa facínora plebis tuæ Israël. Allelúja [Vieni, o Signore, non tardare: perdona le colpe di Israele tuo popolo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc III:1-6
Anno quintodécimo impérii Tibérii Cæsaris, procuránte Póntio Piláto Judæam, tetrárcha autem Galilaeæ Heróde, Philíppo autem fratre ejus tetrárcha Ituraeæ et Trachonítidis regionis, et Lysánia Abilínæ tetrárcha, sub princípibus sacerdotum Anna et Cáipha: factum est verbum Domini super Joannem, Zacharíæ filium, in deserto. Et venit in omnem regiónem Jordánis, praedicans baptísmum pæniténtiæ in remissiónem peccatórum, sicut scriptum est in libro sermónum Isaíæ Prophétæ: Vox clamántis in desérto: Paráte viam Dómini: rectas fácite sémitas ejus: omnis vallis implébitur: et omnis mons et collis humiliábitur: et erunt prava in dirécta, et áspera in vias planas: et vidébit omnis caro salutáre Dei.”

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli: Omelie, ut supra; Om. VIII]

“L’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato procuratore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca “della Iturea, e della regione Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilina, sotto i pontefici Anna e Caifa, la parola di Dio fu indirizzata a Giovanni, figliuolo di Zaccaria, nel deserto. Ed egli venne in tutto il paese del Giordano, predicando la penitenza, in remissione dei peccati, siccome sta scritto nel libro delle parole di Isaia profeta: Voce d’uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i sentieri di lui; sarà ricolmata ogni valle e abbassato ogni monte ed ogni colle e i luoghi distorti si muteranno in dritti e gli aspri in piani, ed ogni uomo vedrà il Salvatore di Dio „ (Luca, III, 1-6).

Eccovi, o carissimi, il Vangelo proprio di questa Domenica quarta ed ultima d’Avvento. In esso si parla della missione di Giovanni e della sua predicazione. La Chiesa tutta intenta in questi giorni a preparare i suoi figli alla venuta di Gesù Cristo, va loro ripetendo quelle parole, che il Precursore rivolgeva ai Giudei, eccitandoli a prepararsi alla venuta dell’aspettato Messia. Ascoltiamo dunque le parole del Precursore, e, più docili dei figli d’Israele, vediamo di metterle in pratica. Il fatto massimo della nostra Religione è il fatto della Incarnazione, per il quale fatto Dio divenne anche uomo e comparve e visse in mezzo a noi. A quel fatto è ordinato tutto l’antico Testamento con i suoi riti, con la sua legge, con i suoi sacrifici e con le sue profezie; a quel fatto si rivolge e si lega intimamente tutta la economia cristiana; è la pietra fondamentale di tutta la Religione nostra santissima. – Il fatto adunque della manifestazione dell’Uomo-Dio, di Gesù Cristo in Israele, doveva accertarsi nel modo più solenne affine di rendere impossibile qualunque dubbiezza della scienza, che più tardi avrebbe tentato tutti i modi per oscurarlo o negarlo. S. Luca, cominciando a narrare la vita pubblica di Gesù Cristo, ossia la manifestazione del fatto della incarnazione, piglia il fare di storico e determina il tempo, in cui avvenne, con una accuratezza, che non potrebb’essere maggiore. Giova udire lui stesso lo storico sacro: “L’anno decimoquinto di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato procuratore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea [Erode Antipa (Antipatro) l’uccisore di S. Giovanni.], e Filippo, suo fratello [Questo Filippo non è quel Filippo, che era marito di Erodiade, ma un altro, che visse privato e si capisce come dovesse subire la vergogna di vedere la moglie convivere pubblicamente col fratello Erode Antipa], tetrarca dell’Iturea e della regione Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilina,, sotto i pontefici Anna e Caifa. „ Noi abbiamo qui nominato Tiberio Cesare e determinato l’anno del suo impero [Augusto associò all’impero delle Provincie Tiberio-Cesare, suo figliastro: tre anni appresso Augusto morì e gli successe Tiberio. Se datiamo l’impero di Tiberio dalla morte d’Augusto, sarebbe questo l’anno 12° di Tiberio, come fa Tertulliano: se lo datiamo dalla sua associazione ad Augusto, è questo l’anno 15° del suo impero. S. Luca tiene questa data e a ragione, perché in sostanza l’impero per Tiberio cominciò quando Augusto lo assunse a socio.), il decimoquinto]. Abbiamo pure nominato il rappresentante dell’imperatore nella Giudea, Ponzio Pilato. Erode, l’uccisore dei bambini, lasciò il regno ai suoi figliuoli e, questi contendendo tra loro, Augusto lo divise in quattro parti, ossia tetrarchie, assegnandole ai medesimi, come dice espressamente il Vangelo [Archelao era figlio di Erode ed ebbe la Giudea, la parte principale. Ma per la sua crudeltà fu rimosso dall’Imperatore e cacciato in esilio. La Giudea allora fu data in governo ad un Procuratore romano e fu Ponzio Pilato]. Dopo avere con ogni esattezza descritto lo stato politico del regno d’Israele, Luca accenna eziandio al governo religioso e dice, che governavano come pontefici Anna, o Anano, e Caifa. Secondo la legge di Mosè uno solo doveva essere il sommo sacerdote, e veramente fu sempre un solo; ma al tempo di Cristo il sommo sacerdote Anna, o Anano, fu deposto per opera dei Romani e in suo luogo eletto Caifa, suo genero. Ma sia perché Anna era ricco e potente, sia perché Caifa, a lui sostituito, era suo genero, sia perché il popolo doveva considerare Anna legittimo sacerdote, questi esercitava ancora l’ufficio suo pressoché in comune col genero Caifa. Perciò S. Luca scrive che allora erano due i sommi sacerdoti, Anna e Caifa, accennando il fatto senza approvarlo. S. Luca poi volle sì accuratamente indicare i prìncipi civili e religiosi di quell’epoca per mostrare l’esattezza storica con cui narra i fatti riguardanti Gesù Cristo; per mettere in evidenza il cessare del principato civile presso gli Ebrei e l’adempimento della profezia di Giacobbe, e perché i personaggi nominati si collegano strettamente con la vita di Gesù Cristo, che imprende a narrare. – Stando le cose civili e religiose d’Israele in questi termini, che avvenne? “La parola di Dio, scrive S. Luca, fu indirizzata a Giovanni, figliuolo di Zaccaria, nel deserto. „ Sappiamo dalla tradizione, che Giovanni Battista, fino dalla sua fanciullezza si mostrò ripieno dello Spirito di Dio e ancora giovinetto si ridusse nel deserto, vivendovi con quella austerità, che altra volta dicemmo. Questo genere di vita, abbracciato da Giovanni, non era nuovo, e molti e grandi esempi somiglianti troviamo nei profeti e in quella che si diceva scuola dei profeti. Giovanni adunque viveva nel deserto; la sua era una vita di silenzio, di preghiera, di penitenza, e certamente non doveva essere ignota a molti dei suoi concittadini. Ma fino a quel tempo non aveva fatta udire la sua voce, anzi sembrava fuggire ogni consorzio umano. Allora, cioè l’anno 15° dell’impero di Tiberio Cesare, Iddio fece conoscere a Giovanni, o con una ispirazione interna, o col ministero degli Angeli, o in qualunque altro modo, che era venuto il tempo di cominciare la sua missione; e Giovanni, ubbidiente alla voce di Dio, uscì dal fondo del deserto, dove dimorava e “venne in tutto il paese del Giordano. „ Il Giordano discendendo dal Libano, attraversa in gran parte la Palestina ad oriente, forma il lago di Genesaret o Tiberiade e finisce nel mare o Lago Morto. Giovanni pertanto abbandonò il suo deserto e comparve sul Giordano, scorrendo i paesi che sorgevano sulle due rive e predicando alle turbe, che in folla accorrevano ad udirlo. E che cosa predicava Giovanni? In questo Vangelo di S. Luca e negli altri abbiamo un cenno delle verità, che il Precursore annunziava: ma qui l’Evangelista compendia in una brevissima sentenza la predicazione del Battista: “Egli, così S. Luca, predicava il battesimo della penitenza, per la remissione, de peccati. „ Predicava cioè la necessità di fare penitenza (segno della quale era il battesimo che dava nel Giordano), affine di ottenere il perdono dei peccati. Vi è una doppia penitenza, o dilettissimi: la penitenza interna, o del cuore, e l’esterna, che consiste in qualche atto di mortificazione, come sarebbe il digiuno, l’astinenza, la veglia. La prima è la radice della seconda, e questa tanto vale in quantoché deriva da quella. La penitenza del cuore è sì necessaria, che senza di essa non è possibile ottenere il perdono dei peccati, anzi senza di essa Dio stesso, che è onnipotente, non potrebbe condonarli. I peccati vengono dal cuore, ossia dalla volontà: è essa che li concepisce e li genera di sé; è dunque necessario ch’essa li rigetti, li cacci da sé, disvolendo ciò che malamente volle. Ecco la penitenza interna, o il dolore dell’animo, che distrugge il peccato e riconcilia l’anima con Dio. Questa penitenza del cuore si potrebbe avere e si ha molte volte senza atti di penitenza esterna, come allorché il peccatore è impotente a farli o per difetto di tempo o di forze; così il ladrone sulla croce ottenne il perdono con la sola penitenza del cuore. Ed anche può avvenire che si abbiano atti e grandi di penitenza esterna, digiuni, macerazioni, limosine, senza la penitenza interna, come avveniva nei farisei per sentenza di nostro Signore: tutte le penitenze esterne non giovano nulla senza quella del cuore, e perciò il profeta gridava ai Giudei: “Spezzate (col dolore) i vostri cuori e non le vostre vesti. „ Ottima poi è la penitenza interna ed esterna insieme congiunta, e noi in questi giorni ci studieremo di praticare la prima, detestando i nostri peccati e preparandoci alla santa confessione; e la seconda, osservando almeno la doppia legge dell’astinenza e del digiuno, impostaci dalla madre nostra, la Chiesa. – Il battesimo di Giovanni, lo dissi altra volta, non aveva efficacia di cancellare i peccati: era un atto di umiltà, un segno della penitenza interna, una preparazione al Battesimo di Gesù Cristo; la penitenza nostra congiunta alla Confessione è il secondo Battesimo e cancella per virtù propria tutti i peccati. Figliuoli carissimi! le turbe correvano al Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni e così prepararsi a ricevere il Messia, ch’egli annunziava vicino: e noi in questi giorni corriamo al lavacro benedetto della Confessione, ben più facile del battesimo di Giovanni, e ci prepareremo a ricevere santamente Gesù Cristo nei nostri cuori ed a celebrare con letizia il suo nascimento. – Di Giovanni e della sua predicazione, dice l’evangelista S. Luca, cinque secoli innanzi aveva parlato il profeta Isaia, e riporta le sue parole stesse: “Voce d’uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore; raddrizzate i sentieri di lui. „ Per fermo il Precursore, al quale Isaia mette in bocca queste parole, non intende parlare delle vie e dei sentieri materiali; ma, se ben vedo, vuol dire così: “Come allorché si aspetta un gran personaggio, un re, i popoli si affrettano ad acconciare le vie, le allargano, le appianano, le puliscono; così voi, o Giudei, dovete acconciare, allargare, appianare e pulire, non le vie materiali, ma le vostre menti, i vostri cuori, affine di accogliere debitamente il Salvatore del mondo. „ Come nell’ordine materiale la via retta è quella che si deve seguire, così nell’ordine spirituale e morale l’uomo che vive a norma della ragione e della fede si dice camminare per la via retta, vivere rettamente, si dice uomo retto. È il linguaggio delle Sante Scritture, ed è anche il linguaggio comune. Per converso l’uomo che si scosta dalle norme della ragione e della fede si dice che cammina per vie torte. La verità e la fede e per conseguenza la virtù, che ne è l’attuazione, si può rappresentare come una linea perfettamente retta, l’errore ed il vizio si può disegnare come una linea più o meno curva e torta. Allorché dunque il Precursore grida: “Raddrizzate i sentieri del Signore, „ vuol dire, lasciate l’errore, fuggite il vizio, abbandonate il peccato e ritornate sulla diritta via, la via della verità e della virtù —. Ma non si può raddrizzare ciò che è malamente piegato senza sforzo e senza dolore. Se il vostro piede o il vostro braccio per mala ventura sono distorti, il chirurgo non li riporrà al loro posto senza vostro dolore, proporzionato senza dubbio alla gravezza dello storcimento. Così avviene eziandio nell’ordine morale: senza dolore non è possibile lasciare il peccato, smettere i mali abiti, ridurre all’obbedienza le ribellanti passioni; il dolore è la condizione necessaria del ritorno alla grazia, della riconciliazione con Dio. Ecco perché il Precursore mette insieme la penitenza e il raddrizzamento dei sentieri del Signore: “Fate penitenza: raddrizzate le vie del Signore! „ – “Ogni valle, continua Isaia citato da san Luca, ogni valle sarà ricolmata, e sarà abbassato ogni monte ed ogni colle, e i luoghi distorti si muteranno in diritti e gli aspri in piani. „ Segue lo svolgimento dell’idea sopra annunziata del “preparare la via del Signore e raddrizzare i sentieri di Lui. „ Con questo linguaggio metaforico e vivacissimo il profeta forse volle dire, che i superbi, gli orgogliosi, che si sollevano a guisa di colli e di monti, dovevano abbassarsi, umiliarsi, riconoscere le proprie miserie, e Dio li avrebbe riempiti delle sue grazie. Voi lo sapete, le acque non si fermano sulle vette superbe, battute dai venti e dalle procelle ed arse dal sole, ma scendono nelle valli, che si coprono di bionde messi e di verdi prati. In sostanza in queste parole Isaia volle dire ciò che più tardi Gesù Cristo disse in linguaggio più semplice e popolare: Chi si esalta sarà abbassato e chi si abbassa sarà esaltato —. In questi giorni Colui che a ragione si chiama l’Altissimo, si abbassa fino a farsi uomo, bambino, l’ultimo, il più povero dei bambini a talché nasce in una stalla; abbassiamoci noi pure, dirò meglio, riconosciamo la nostra miseria, il nostro nulla, e allora avremo la gioia di vederlo per viva fede e di imitarlo.

Credo

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28
Ave, María, gratia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui.

Secreta
Sacrifíciis pæséntibus, quǽsumus, Dómine, placátus inténde: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [O Signore, Te ne preghiamo, guarda benigno alle presenti offerte: affinché giovino alla nostra devozione e alla nostra salvezza.]

Communio
Is. VII:14
Ecce, Virgo concípiet et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel. [Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio: e si chiamerà Emanuele.]

Postocommunio

Orémus.
Sumptis munéribus, quǽsumus, Dómine: ut, cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus. [Assunti i tuoi doni, o Signore, Ti preghiamo, affinché frequentando questi misteri cresca l’effetto della nostra salvezza.]

LO SCUDO DELLA FEDE (XLII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

LO SCUDO DELLA FEDE

XLII.

IL POTERE TEMPORALE.

Perché la Chiesa non approva il fatto compiuto della spogliazione del suo dominio temporale? — Questo fatto non è avvenuto per volontà di tutti gli Italiani e per il gran bene dell’unità d’Italia? — Che differenza c’è tra il dominio perduto dal Papa e quello perduto da altri principi? E il Papa può essere re e buon re? — È giustificabile l’esistenza del dominio temporale, ancorché abbia dato causa a brutte piaghe? — Che bisogno ne ha la Chiesa? — Non sta meglio senza, col compenso delle guarentigie? — Regnum meum non est de hoc mundo; e da principio la Chiesa non ebbe alcun dominio temporale! — Il dominio temporale è un dogma? — Come mai chi vuole il dominio temporale può essere amante della patria e buon italiano ?

— Ella mi disse con le parole dell’attuale Pontefice, che tra i due poteri ecclesiastico e civile è necessaria assolutamente una perfetta armonia. Ma ad ottenere la medesima non dovrebbe la Chiesa travagliarsi per la prima? E ciò mi sembra che essa non faccia, massimamente qui, nell’Italia nostra, dove essa si ostina a mantenere il dissidio nato da alcuni anni.

Tu sei in errore, giacche la Chiesa per il bene di tutti sommamente desidera che il presente contrasto abbia a cessare. E per parte sua, credilo pure, sarebbe pronta a fare tutto ciò che è giusto, perché un tale stato di cose avesse a finire.

— Ma il contrasto, che regna fra lo Stato e la Chiesa, non proviene dalla Chiesa medesima, che non vuole approvare il fatto compiuto del suo spodestamento temporale, e che non vuole perciò entrare in relazione diretta col governo? Non prò viene dal Papa, che non vuol saperne di ricevere l’appannaggio offertogli, e dichiarandosi prigioniero non vuole uscire a passeggiare per Roma a ricevervi gli onori regali, che gli furono decretati?

E vuoi tu dunque che, perché trattasi di un fatto compiuto, la Chiesa approvi un’ingiustizia? ed entri perciò in amichevoli rapporti con chi l’ha spogliata del suo dominio? Supponi che ieri dei ladri rapaci fossero entrati in casa tua e, abusando della tua impossibilità di difenderti, alla tua presenza avessero fatto man bassa di quanto possedevi, che anzi si fossero installati nella tua abitazione, rintanando te in un angolo qualunque della medesima; dovresti oggi, perché il fatto è compiuto, dire che i ladri han fatto bene, e finire per congratularti con loro entrando nella loro amicizia?

— Oh! no certo.

Come dunque la Chiesa dovrà approvare il fatto della spogliazione del suo dominio ed entrare in relazione diretta con i suoi spogliatori? Come mai il Papa dovrebbe ricevere il denaro assegnatogli, se con ciò confermerebbe l’altrui violenza e rinunzierebbe ai suoi diritti? Come dovrebbe uscire a passeggiare per Roma per ricevere onori regali da chi gli ha tolto il regno e nel rischio di essere ad un tempo insultato da molti?

— Mi scusi, ma la cosa qui è diversa da quella che lei mi presesenta. Qui non si tratta di spogliazione violenta, ma di semplice occupazione fatta per assecondare la volontà di tutti gl’Italiani per l’unità d’Italia, volontà addimostrata con splendidissimi plebisciti.

Eh! mio caro: così ti potranno dare ad intendere tutti coloro che con una sicumera incredibile, e pei loro rei intendimenti, vogliono falsare la storia. Ma così non è certamente. Del resto quando pure fosse che tutti, o quasi tutti, gl’Italiani avessero voluto quella che tu chiami semplice occupazione anziché spogliazione violenta del dominio temporale, credi tu che in un popolo vi sia il diritto di far occupare da un principe il dominio di un altro principe, massime quando questo principe è saggio e buono, per la sola ragione che sia unificata la nazione?

— Dunque in un popolo questo diritto non c’è?

Certamente si può ammettere con San Tommaso che la nazione (nota bene quel che dico, perché la nazione non sono i facinorosi e le sette) possa ritrarsi dall’obbedienza al principe, che viola sostanzialmente i patti fondamentali dello Stato ed esercita una vera tirannide, che anzi possa con nazionale decreto, in questo caso, destituirlo; ma non si può ammettere che un popolo possa spodestare il suo principe, quando non tiranneggia, per porsi sotto al regime di un altro con questa sola ragione, che si tratta di unificare un regno. Io non ti nego che l’unità d’Italia potesse, con la sua indipendenza dallo straniero, essere per se stessa cosa buona e desiderabile. – Ma bisognava perciò, che l’ottenere tale unità non importasse la violazione di diritti preesistenti e sacri, quali sono quelli del dominio temporale del Papa.

— Ma se ella medesima mi concede che l’unità d’Italia poteva essere un bene, perché mai per riguardo a questo bene non si potevano lasciar da banda questi diritti?

E bravo! Ma non sai che se si dovesse ammettere questo detestabile principio, che sia lecito fare il male per un fine anche ottimo, tutta la morale evangelica e naturale andrebbe a fascio, e tutto il mondo a soqquadro!? Con questo principio il tuo vicino, affine di arrotondare i suoi poderi e giovare all’agricoltura, potrebbe senza più cacciar te dalla tua casa e dal tuo campo per impadronirsene egli!

— Ciò che ella dice è giusto. Ma io non capisco perché altri prìncipi abbiano potuto perdere il loro dominio, senza che perciò si credano violati i loro diritti, e invece non sia così del Papa.

Ascolta. È vero che altri prìncipi hanno perduto il loro dominio o per la guerra o per altre cause, e in modo tale che non si abbiano a dire perciò violati i loro diritti, cui secondo il diritto delle genti dovevano rinunziare; benché non rare volte sia accaduto anche per essi il contrario. Ma il Papa non si trova ad avere sopra il temporale dominio solamente quel diritto che è proprio di ogni altro principe, ma un diritto molto più elevato. Precisamente perché egli è Papa, e cioè Vicario di Gesù Cristo, perciò questo diritto diventa in lui sacro ed ecclesiastico come la sua persona. Inoltre essendo egli il Capo di tutta la Chiesa, questo diritto non lo ha soltanto come individuo, ma a nome di tutti i Cattolici, ai quali tutti torna di vantaggio. Epperò il dominio temporale  non essendo solo di diritto comune e naturale ma eziandio di diritto ecclesiastico e sacro, e di diritto di tutta la Chiesa Cattolica ossia di tutti i fedeli, interessati nel diritto del loro capo, deve essere rispettato non solo come ogni altro dominio, ma più di qualsiasi altro, e quindi la sua usurpazione importa la violazione non solo di diritti comuni ad ogni principe, ma altresì di diritti, che i prìncipi laici non hanno, e che ha solo il Papa, Vicario di Gesù Cristo e Capo della Chiesa Cattolica.

— Ora ho capito la differenza che passa tra il dominio temporale del Papa, ossia della Chiesa, e quello degli altri prìncipi. Tuttavia a me pare strano che il Papa debba essere re, e possa esserlo come si conviene. Il Papa, perché Vicario di Gesù Cristo e Capo della Chiesa non dovrebbe avere una potestà civile, perché se egli l’esercita a dovere resta impedito di occuparsi come si conviene del bene di tutta la Chiesa; e se egli la trascura, non può essere un buon governatore de’ suoi sudditi.

Anche qui tu sei in errore: giacché se il Papa può e deve anche essere re, è precisamente per il bene di tutta la Chiesa; e benché Capo di tutta la Chiesa meglio di ogni altro principe può curare il bene de’ suoi sudditi. – Dovendo egli come Capo della Chiesa essere pienamente libero, del tutto indipendente, per esercitare quegli atti, che mirano al bene di tutta la Chiesa, la Divina Provvidenza, quando giunse il tempo opportuno, lo ha dotato perciò della regia dignità e potestà, siccome del mezzo più naturale e sicuro. E sebbene come re debba sobbarcarsi a cure temporali per il bene altresì dei suoi sudditi temporali, ciò egli può fare assai meglio di altri prìncipi, sia perché non ha figli da allevare, sia perché risparmia il tempo, che altri prìncipi impiegano nei teatri, nei balli, nelle caccie e in altri simili divertimenti, sia perché il suo dominio è assai ristretto e può farsi aiutare nel suo governo da ministri scelti e valenti, sia per altre ragioni ancora.

— Sì, ciò è vero: bisogna convenirne. Ma l’origine e l’uso di questo dominio temporale è poi veramente tale da giustificarne la esistenza?

Ascolta: il dominio temporale del Papa è

1°: il dominio più antico che vi sia al mondo, essendo esso cominciato nel 754 sotto Stefano II;

2°: è il più legittimo, non essendo provenuto al Papa per via di ingiustizie o di guerre, ma per voto dei popoli, dopoché gl’Imperatori bizantini abbandonarono il ducato romano, e per le donazioni che Pipino e Carlo Magno fecero alla Chiesa;

3° : fu il più buono, essendo che i Papi, generalmente parlando, ne fecero sempre uso pel bene religioso, morale e civile non solo dei loro sudditi immediati, ma di tutta quanta la cristianità. E se vi ha chi accusa il governo pontificio di debolezza nel reprimer certi disordini, come ad esempio il brigantaggio, o di prepotenza nel condannare certi delitti politici, bisogna pur riconoscere che lo fa per spirito di parziale e deliberata malevolenza contro la Chiesa, giacché lo si può benissimo sfidare a trovare, anche presentemente, sulla terra un governo, contro del quale non si possano lanciare ben maggiori accuse. Ora un dominio, che fu acquistato legittimamente, che fu posseduto da antichissimo tempo e impiegato sempre per il bene de’ suoi soggetti e di tutta la Cristianità, non è tale da dover giustamente esistere?

— Certo stando così le cose bisogna pur ammettere che tale dominio esista giustamente. Non si potrà tuttavia disconoscere che lungo il corso dei secoli ha dato causa ad ambizioni, a scismi, e a quella brutta piaga che si chiama nepotismo.

Ed io non ti nego che v i siano stati ambizioni e scismi nell’elezione di qualche Pontefice. Ma ve ne furono altresì prima che esistesse il dominio temporale. Il che prova che la tua obbiezione non ha quel gran valore che ti credi. D’altronde qual è mai il bene, del quale non si possa abusare? E se perciò si dovesse abolire tutto quello, di cui si abusa, guai a noi! che cosa di buono ci sarebbe ancora al Mondo?In quanto poi al nepotismo ti concedo pure che sia un punto nero nella storia del Papato, ma devi riflettere che taluni dei Papi si trovarono quasi forzati ad innalzare i loro nipoti alle dignità ed al comando per avere intorno a sé gente più fida e sicura, che molti di essi fecero di tutto per sterminarlo, e che quelli degli ultimi tempi ne sono affatto immuni.

— Ad ogni modo ella deve pur concedermi che la Chiesa non ha assoluto bisogno del dominio temporale e che sta ancor meglio senza col compenso delle guarentigie.

Che la Chiesa non abbia bisogno di dominio temporale potrà parere a te e a tutti coloro che in sì grave materia giudicano superficialmente, ma non certo a chi abbia un po’ di senno e riconosca come il Papa non debba sottostare ad alcun governo e debba essere pienamente libero nell’esercizio medesimo della sua spirituale autorità. Certamente la Chiesa continua a sussistere senza il dominio temporale; e ciò dimostra chiaro che la sua sussistenza non dipende dal dominio temporale, e che in modo assoluto può farne senza. E forseché non sussisteva anche allora che era perseguitata nel modo più atroce? Ma dal sussistere nella persecuzione e nella schiavitù, al sussistere, come ha diritto, nella libertà e nell’indipendenza ci corre assai! E questa libertà e indipendenza, relativamente al pieno esercizio della sua autorità e missione, non può averla senza il dominio temporale. Del resto è poi vero, come tu dici, che sta ancor meglio senza di esso, col compenso delle guarentigie? L’esperienza dimostra chiaramente che no. Con tutte le pretese guarentigie e garanzie di libertà e di rispetto fatte al Papa nello spogliarlo del suo dominio, non c’è, da quel momento in cui fu spogliato, non c’è villania, scherno, insulto, sfregio, al quale il Papato e la Chiesa non siano stati fatti segno nella stessa città di Roma. E poi il compenso delle guarentigie, dato pure, ciò che non è; che avesse finora assicurato al Papa la libertà e la indipendenza, di cui abbisogna, come gli fu concesso dal voto delle Camere legislative di quel tempo, in cui fu privato del suo dominio, non gli potrebbe essere tolto dalle Camere legislative di oggi o di domani? E non si è già più volte parlato di far ciò? Quindi è che la libertà e l’indipendenza, che può avere il Papa per la legge delle guarentigie, non è sua propria, ma dipendente dalla volontà dei ministri e dei membri del Parlamento e del Senato, una libertà e indipendenza che perciò non è tale.

— Ma allora perché mai Gesù Cristo ha detto: Regnum meum non est de hoc mundo?

E che c’entra ciò al nostro proposito? Gesù Cristo con quelle parole volle dire a Pilato, cui erano rivolte (e basta un po’ di grammatica per capirlo), che la sua autorità regale o il suo regno, comeché voglia chiamarsi, non venivagli dal mondo, ma da Dio; che perciò nessuna potestà della terra, neppur Pilato, condannandolo a morte, poteva privamelo. Or dunque che hanno a fare queste parole di Gesù Cristo col dominio temporale dei Papi?

— Eppure a principio, quando S. Pietro non era che povero pescatore, i Papi non ebbero alcun dominio terreno.

La bella trovata! Se allora la Chiesa era ne’ suoi esordii e non aveva bisogno di ciò, se n’ha ad inferire che non debba averne bisogno adesso, che s’è pienamente sviluppata? Anche al bambino appena nato bastano a sostenerlo alcuni cucchiaini d’acqua zuccherata e un po’ di latte, ma divenuto uomo adulto potrebbe così scampare la vita?

— Dunque il dominio temporale è un dogma, negando il quale non si è più Cattolici?

E chi mai ti dice che il dominio temporale sia un dogma? No esso non lo è, e non lo sarà mai. Ma se non è un dogma, è un fatto che si basa sopra un diritto sacro, che non assolutamente lecito di violare senza offendere la giustizia. Chi pertanto nega la necessità di questo fatto, se non perde la fede, perché non nega alcun dogma, offende non di meno l’onestà e la giustizia, e se lo fa con conoscenza di quello che fa, pecca certissimamente, e non può più dirsi perciò buono e vero Cattolico, ancorché in tutto il resto stesse con la Chiesa e si regolasse da buon Cristiano. – Dimmi, è forse un dogma che la casa, che tu hai ereditato da tuo padre, sia tua? No certamente. Ma se venendoti usurpata vi fossero di quelli, che approvassero quell’usurpazione e negassero il diritto della tua proprietà, ne avversassero la restituzione, ancorché, costoro non perdessero la fede per ciò, si potrebbero non di meno ritenere per uomini giusti e onesti? Niente affatto: ciò è chiaro anche ad un bambino. Ora io non nego che tra i laici Cattolici (non certamente tra i preti), vi possano essere taluni che in buona fede avversino il potere temporale del Papa: ma dopo tante dichiarazioni della Chiesa, così solenni e così precise a questo riguardo è un po’ difficile. E ad ogni modo costoro sarebbero nel dovere di formare la loro mente al riguardo leggendo spassionatamente libri e giornali Cattolici, domandando cognizioni in proposito a chi loro le può dare, eccetera.

— Vuol dire che il Papa quando pronunzia discorsi o compie degli atti, intenti a rivendicare i diritti del dominio temporale, alla fin fine compie un suo dovere.

Certamente egli rivendica in tal guisa i diritti della Chiesa, dei quali più che arbitro è tutore. « Noi, diceva Pio VII al Radet, che lo arrestava in nome di Napoleone I, non dobbiamo ne vogliamo cedere, né abbandonare quello che non è nostro. Il dominio temporale appartiene alla Chiesa, e noi non ne siamo che l’amministratore ».

— Così adunque non c’è a credere che il Papa rinunzi mai a questi diritti e si stabilisca la pace fra Lui e il governo italiano?

— Quando il Papa rinunziasse a questi diritti, diventerebbe immantinente suddito di un altro sovrano, e come suddito non sarebbe più assolutamente libero. Si ha un bel dire che lo si lascerebbe esercitare pienamente la sua autorità spirituale, ma nell’esercizio di tale autorità dovrebbe alle volte insorgere contro dello stesso governo, di cui sarebbe divenuto suddito, e il governo potrebbe offendersi e levarsi contro di lui, e magari giudicarlo e condannarlo, e per tal guisa provenire dei danni gravissimi a tutta la Cristianità. Che se per queste ed altre ragioni, che già ti dissi, il Papa continua sempre a sostenere i suoi diritti, e così non si stabilisce la pace da tutti desiderata, non è certamente sua la colpa.

— Dunque toccherà al governo italiano di restituire il dominio temporale al Papa? Io credo che ciò non accadrà più mai.

Dio è padrone dei tempi e degli eventi. E ad ogni modo Egli provvederà mai sempre perché il Papa, anche nella condizione di martire perenne, passa compiere la sua missione.

— Ella dice ottimamente e non avrei mai creduto che ci fossero ragioni così ovvie e così buone a prò del dominio temporale. Ma intanto chi tiene tali idee e si regola in conformità delle medesime, non può presentemente nell’Italia nostra amare la patria, non può essere un buon italiano.

Ecco qui un errore gravissimo, nel quale cadono molti pur troppo ai giorni nostri, i quali confondono la patria col disordine settario, a cui l’Italia nostra trovasi presentemente in preda. La patria, nel senso nostro, è la nazione con tutte le più intime relazioni che in essa troviamo per noi, con tutte le sue bellezze, con tutte le sue grandezze, con tutte le sue buone istituzioni, con tutto ciò che ce la rende cara; ma non è già la rivoluzione, la prepotenza, il governo più o meno ateo e settario, che nella patria vi può essere, con tutte le male conseguenze, che ne derivano contro l’autorità divina ed ecclesiastica. Quindi è che il vero Cattolico con le sue giuste idee al riguardo non solo non odia la patria e non lascia di essere buon italiano perché, amando la sua nazione odia i l disordine che in essa vi è, massimamente per la continuata violazione dei diritti della Chiesa, ma si deve dire il vero patriota e il vero italiano, giacché desiderando egli che nella patria cessi il funesto dissidio con la restituzione al Papa di ciò che gli spetta, vuole il vero assetto dell’Italia, il suo vero bene. In conferma di ciò che ti dico e a norma sicura dei sentimenti, che devi avere per questo riguardo, ti metterò innanzi un tratto sapientissimo, preciso ed energico di una Enciclica di Leone XIII al popolo italiano, dove, mentre è sfatato l’errore che il vero cattolico sia nemico dell’Italia, è indicato altresì nettamente il dovere suo di volere che al Capo della Chiesa sia restituito il dominio che gli appartiene. Ti prego di voler leggere e ponderare seriamente le sue auguste parole.

« I cattolici italiani in forza degli immutabili e noti principii della loro religione, rifuggono da cospirazione e ribellione qualsiasi contro i pubblici poteri, ai quali rendono il tributo che ad essi si deve. La loro condotta passata, alla quale tutti gli uomini imparziali possono rendere onorata testimonianza, è garante di quella futura, e ciò dovrebbe bastare ad assicurar loro la giustizia e la libertà, a cui hanno diritto tutti i pacifici cittadini. Diremo di più; essendo essi, per la dottrina che professano, i più solidi sostenitori dell’ordine, hanno diritto al rispetto; e se la virtù ed il merito fossero adeguatamente apprezzati, avrebbero anche diritto ai riguardi ed alla gratitudine di chi presiede alla cosa pubblica. Ma i Cattolici italiani, appunto perché Cattolici, non possono prescindere dal volere che al loro Capo supremo sia restituita la necessaria indipendenza e la pienezza della libertà vera ed effettiva, la quale è condizione indispensabile per la libertà e l’indipendenza della Chiesa Cattolica. Su questo punto i loro sentimenti non cambieranno né per minacce, né per violenze; essi subiranno l’attuale ordine di cose; ma fino a che questo avrà per scopo la depressione del Papato e per causa la cospirazione di tutti gli elementi antireligiosi e settari, essi non potranno mai, senza violare i loro più sacri doveri, concorrere a sostenerlo con la loro adesione e col loro appoggio. — Il richiedere dai Cattolici un positivo concorso al mantenimento dell’attuale ordine di cose, sarebbe pretesa irragionevole ed assurda; poiché ad essi non sarebbe più lecito ottemperare agli insegnamenti ed ai precetti di questa Apostolica Sede, anzi dovrebbero agire in opposizione ai medesimi e dipartirsi dalla condotta che tengono i Cattolici di tutte le altre nazioni. Quindi è che l’azione dei Cattolici italiani, nelle presenti condizioni di cose, rimanendo estranea alla politica, si concentra nel campo sociale e religioso, e mira a moralizzare le popolazioni, renderle ossequenti alla Chiesa ed al suo Capo, allontanarle dai pericoli del socialismo e dell’anarchia, inculcar loro il rispetto al principio di autorità, sollevarne infine l’indigenza colle opere molteplici della carità cristiana.— Come dunque i Cattolici potrebbero essere chiamati nemici della patria ed esser confusi coi partiti che attentano all’ordine ed alla sicurezza dello Stato? Siffatte calunnie cadono dinanzi al solo buon senso. Esse si fondano su questo solo concetto, che le sorti, l’unità, la prosperità della nazione consistano nei fatti compiuti a danno della Santa Sede, fatti pur deplorati da uomini punto sospetti, i quali dichiararono apertamente essere immenso errore il provocare un confitto con quella grande istituzione, che Dio pose in mezzo all’Italia e che fu e rimarrà perpetuamente il suo vanto precipuo ed incomparabile; istituzione prodigiosa che domina la storia, e per la quale l’Italia divenne l’educatrice feconda dei popoli, la testa ed il cuore della Civiltà Cristiana. Di qual colpa pertanto sono rei i Cattolici quando desiderano il termine del lungo dissidio, sorgente di grandissimi danni per l’Italia nell’ordine sociale, morale e politico? quando domandano che sia ascoltata la voce paterna del loro Capo supremo, che tante volte ha reclamato le dovute riparazioni, mostrando i beni incalcolabili che da esse deriverebbero all’Italia? I nemici veri d’Italia bisogna ricercarli altrove; bisogna ricercarli tra coloro, che mossi da spirito irreligioso e settario, chiuso l’animo dinanzi ai mali ed ai pericoli che pesano sulla patria, respingono ogni vera e feconda soluzione del dissidio, e procurano, pei loro riprovevoli disegni, di renderlo sempre più lungo e più acerbo ».

— Davvero che il Papa qui ha parlato ben chiaro. E in quanto a me seguirò fedelmente i suoi insegnamenti. Le dichiaro intanto che sono contentissimo delle spiegazioni avute e vorrei che le intendessero e riconoscessero giuste tanti altri.