DOMENICA I DI AVVENTO (2018)

DOMENICA I DI AVVENTO (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps XXIV: 1-3.
Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]
Ps XXIV:4
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.
Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur. [A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Oratio
Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári:
[Súscita, o Signore, Te ne preghiamo, la tua potenza, e vieni: affinché dai pericoli che ci incombono per i nostri peccati, possiamo essere sottratti dalla tua protezione e salvati dalla tua mano liberatrice.]

Lectio
Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Romános Rom XIII: 11-14.


“Fratres: Scientes, quia hora est jam nos de somno súrgere. Nunc enim própior est nostra salus, quam cum credídimus. Nox præcéssit, dies autem appropinquávit. Abjiciámus ergo ópera tenebrárum, et induámur arma lucis. Sicut in die honéste ambulémus: non in comessatiónibus et ebrietátibus, non in cubílibus et impudicítiis, non in contentióne et æmulatióne: sed induímini Dóminum Jesum Christum” .

Omelia I
[Mons. Bonomelli: Omelie, vol. I – Omelia I; Torino 1899]

“È già ora che ci svegliamo dal sonno, perché al presente la salute è più vicina che quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino: gettiam via le opere delle tenebre e vestiamo le armi della luce. Camminiamo con decoro, come chi cammina alla luce del giorno; non in crapule e in ubriachezze, non sotto coltri ed in lascivie, non nelle contese e nell’invidia; ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza „ ( Ai Rom. XIII, 11-14).

Eccovi, o dilettissimi, voltati fedelmente nella nostra lingua i cinque ultimi versetti del capo decimoterzo della Epistola ai Romani, or ora letta nella santa Messa. È questa la prima delle quattro Domeniche d’Avvento, vale a dire di quel tempo sacro  nel quale la Chiesa, qual pia madre, è tutta intesa a disporre i suoi figliuoli alla venuta di nostro Signore, al santo Natale. La Chiesa col suo spirito ci trasporta in quel periodo sì lungo di tempo che corse da Adamo a Gesù Cristo, e facendo proprio il linguaggio dei profeti e dei patriarchi, quasi sposa che attende lo sposo, atteggiata di mestizia e di dolore pel suo ritardo, con le preghiere, col digiuno, con le astinenze, con i gemiti, con i sospiri e coi desideri più affocati, ne invoca e ne affretta la venuta [Nel linguaggio comune si dice che la Chiesa comincia con Gesù Cristo e con gli Apostoli e in un senso è vero. Ma sarebbe più esatto il dire che la Chiesa comincia con Adamo e si compie con Gesù Cristo e con gli Apostoli. Che cosa è tutta la rivelazione patriarcale e mosaica? È la preparazione o l’introduzione della Chiesa. Questa comincia con Adamo e finisce con l’ultimo cristiano che vivrà sulla terra: essa abbraccia tutti i tempi ed è sempre lo stesso spirito di Cristo che avviva la Sinagoga antica e la Chiesa, e solo per Lui si salvarono quelli che vissero prima di Lui, come si salvano quelli che vivono dopo di Lui, perché Egli solo è la vita e dalla sua pienezza tutti ricevono]. La Chiesa conosce troppo bene la natura umana e sa che ai sensi interni dell’anima devono sempre rispondere le cose esterne. Ora la Chiesa, in questo tempo del santo Avvento, collocandosi nei secoli che corsero prima della venuta del Salvatore, deve necessariamente avere a cuore quei sensi ond’erano informati i patriarchi, i profeti e i giusti tutti dell’antica legge. Quali dovevano essere questi sensi? Sensi di profonda mestizia, di dolore misto a rassegnazione tranquilla e perciò la Chiesa fa tacere l’organo, gli inni, i cantici tutti di letizia: vuole rimossi i fiori dall’altare e veste a lutto il tempio e i sacerdoti, prescrive l’astinenza e il digiuno. Quali dovevano essere i sensi dei patriarchi, dei profeti, dei giusti aspettanti ansiosamente la venuta del promesso Messia? Dovevano essere sensi di fede viva, di speranza ardente, di umiltà, di preghiera. E perciò la Chiesa mette sulle labbra dei suoi sacerdoti le parole de profeti e grida con essi: “Vieni, vieni, Signore: non tardare più oltre: sciogli i nostri ceppi, ci libera dai nostri peccati: manda l’Agnello, che deve dominare la terra. „ – Non sarebbe agevole in tutte le lettere S. Paolo trovare un tratto, che meglio di quello che ho riportato, risponda allo spirito, onde la Chiesa vuole informati i suoi figli e che più efficacemente li prepari a celebrare con frutto il mistero del santo Natale. – Io tolgo a spiegare brevemente queste ammirabili sentenze dell’Apostolo e voi vogliate aprire docilmente le orecchie del vostro cuore per udirle e riporvele bene addentro. È già ora che ci risvegliamo dal sonno grida l’Apostolo. E che sonno è questo, o carissimi? Vi è il sonno del corpo e vi è il sonno dell’anima. Nel sonno del corpo l’uomo rimane inerte: ha occhi e non vede, orecchi e non ode, lingua e non parla, piedi e non cammina, mani e non lavora: questo sonno del corpo nella giusta misura è un bisogno non altrimenti del cibo, perché ne ristora le forze. Anche l’anima ha il suo sonno e sonno troppo spesso colpevole. E quando, o carissimi, questo sonno dell’anima è colpevole? Quando l’anima non pensa mai o troppo raramente a Dio, al proprio fine, alla propria salvezza eterna: allorché, tutta immersa nelle cose del mondo, dimentica la preghiera e gli altri doveri religiosi. Allora essa si abbandona ad un sonno colpevole, che può essere foriero della sua morte eterna. S’io giro gli occhi intorno, in alto, in basso, che vedo? Ohimè! quante anime addormentate; mentre i corpi lavorano febbrilmente! Non ascoltano mai, o quasi mai la parola di Dio: non si curano di sacramenti, di leggi della Chiesa e della stessa legge divina. Invano la grazia, quasi alito divino, passa sull’anima loro, quasi raggio di luce batte sugli occhi suoi per destarla e avviarla sui sentieri della vita: essa è sepolta nel sonno. A quest’anima io grido con il grande Apostolo:  “Su; è ora di svegliarti, di provvedere a te stessa, di aprire gli occhi alla luce della verità, di scuoterti da dosso la polvere del secolo e di camminare nella via diritta del cielo.” — E tanto più è necessario svegliarci dal sonno spirituale, prosegue l’Apostolo, perché ora la nostra salute è più vicina che non quando credemmo. — Che vuol dir ciò, o dilettissimi? Fu già tempo, nel quale noi, figli di Mose, discepoli dei profeti, aspettavamo il Salvatore promesso: ora è venuto: l’abbiamo visto con i nostri occhi: io ve l’ho annunciato! e voi avete creduto in Lui: la salute adunque ora è più vicina, e se era colpevole la nostra trascuratezza prima della venuta di Gesù Cristo, sarebbe doppiamente colpevole ora, che viviamo della sua fede e che siamo più presso alla corona promessa. E le parole dell’Apostolo non sono rigorosamente vere per noi pure, dilettissimi? Grazie a Dio, da molti e molti anni noi abbiamo ricevuto il dono inestimabile della fede in Gesù Cristo e camminiamo secondo essa. Dal dì che potemmo conoscere ed apprezzare sì gran dono fino ad oggi quanti anni trascorsero! Da quel dì pertanto noi ci siamo sempre più avvicinati al termine di nostra vita e perciò ci siamo sempre avvicinati a quel momento, in cui si compirà la nostra salute e vedremo e possederemo Gesù Cristo. Quel momento è vicino, può giungere domani, oggi; non c’è tempo da perdere! Se siamo oppressi da quel sonno funesto dell’anima, di cui parla S. Paolo, svegliamoci tosto. “Levati tu, che dormi, grida l’Apostolo, e Cristo ti illuminerà. „ “La notte è avanzata e il giorno è vicino. „ Che notte è questa e che giorno è questo, di cui parla l’Apostolo? — È la notte sì buia del paganesimo, nella quale i Romani convertiti erano stati sì lungamente sepolti: è la notte rischiarata dagli albori profetici, nella quale gli Ebrei, allora divenuti Cristiani, erano vissuti, salutando da lungi il sospirato Salvatore: il giorno vicino, anzi presente, è il regno di Gesù Cristo, luce del mondo. La notte avanzata può significare altresì il secolo o la vita presente, piena di errori, travagliata da lotte e da passioni, e il giorno vicino può intendersi del giorno eterno, della vita beata, alla quale tutti affannosamente sospiriamo. Qui l’Apostolo, con la bella immagine del giorno e della notte, sollevando il pensiero alle alte verità della fede, con un linguaggio pieno di forza e di maschia eloquenza esclama: “Gettiamo dunque via le opere delle tenebre e vestiamo le armi della luce. „ Siamo usciti dalla notte del paganesimo: siamo usciti dalle ombre della legge mosaica: camminiamo alla luce della dottrina portata da Cristo: attraversiamo animosamente questo secolo perverso: siamo già presso a quel giorno nel quale vedremo Dio faccia a faccia: via adunque le opere delle tenebre, le opere cioè del paganesimo, le opere della legge mosaica, le opere del mondo, in cui viviamo, e vestiamo le armi della luce (giacché qui la parola armi significa chiaramente opere per ragione del nesso naturale, onde si lega alla sentenza precedente), le opere della fede, le opere di Gesù Cristo stesso. – E perché mai S. Paolo chiama le opere buone armi della luce? Perché le opere buone sono armi, che ci difendono dal nemico, che ci combatte, e perché come le armi sono ornamento di chi le porta, così le opere buone sono l’ornamento e la gloria di chi le compie. S. Paolo in questo luogo, col nome di opere della notte o delle tenebre designa certamente opere malvagie, i peccati, e col nome di opere del giorno o della luce indica le opere buone e sante. E perché ciò? I libri inspirati, acconciandosi alla nostra natura, ci fanno conoscere le cose invisibili e spirituali per mezzo delle visibili e materiali; nell’ordine visibile e materiale la luce non solo è la bellissima di tutte le cose, ma quella che fa bello e grazioso tutto ciò che è bello e grazioso, e là dove non risplende la luce, non vi è bellezza e regna la bruttezza. Egli è per questo che nel linguaggio della Scrittura le opere belle e sante si dicono opere della luce e le opere malvagie si chiamano opere delle tenebre. Fra la luce e la virtù, a nostro modo d’intendere, corre quel rapporto che corre fra le tenebre ed il vizio, ond’è che la virtù ama la luce e fugge le tenebre e il vizio odia la luce e cerca le tenebre e in esse si nasconde. “L’omicida si leva prima dell’alba, scrive Giobbe, uccide il povero, e la notte compie i suoi latrocini. L’occhio dell’adultero aspetta che calino le tenebre, e dice: Nessuno mi vedrà, e si copre il volto. Di notte i tristi sfondano le case segnate di giorno e per essi il giorno è ombra di morte „ (XXIV, 14 e seg.). Le tenebre ed il delitto si danno la mano, la notte e la colpa sono amiche, perché quella toglie la vergogna e franca dal timore. Meritamente pertanto S. Paolo sfolgora le opere malvagie chiamandole opere delle tenebre: Abjiciamus opera tenebrarum e vuole che vestiamo le opere della luce: Et induamur arma lucis. – Prosegue il grande Apostolo, non dimenticando mai la sua immagine della luce e delle tenebre, e scrive: ” Camminiamo con decoro come chi cammina alla luce del giorno. „ Se voi di bel mezzogiorno aveste a passare per le vie più frequentate d’una città, certi che tutti gli occhi sarebbero fissi sulla vostra persona, che fareste? Senza dubbio porreste ogni studio in camminare con gravità e decoro, e vorreste puliti gli abiti e debitamente acconciati e vi guardereste bene da tutto ciò che potesse esporre comechessia la vostra persona allo sprezzo od al biasimo del pubblico. Ebbene, dice S. Paolo: Voi, Cristiani, camminate sotto gli occhi degli uomini, e quel che più importa, di Dio, alla piena luce del giorno: dunque non dite mai parola, né fate atto alcuno, che non sia degno di voi: tutto il vostro esterno sia composto a gravità e decoro talmente che nessuno trovi in voi di che appuntarvi. Rischiarati dalla luce della fede, abbiate anche le opere della fede: Figli della luce, scrive in altro luogo l’Apostolo, camminate, cioè operate come si conviene ai figli della luce: Ut filii lucis ambulate. E un linguaggio pieno di nobiltà e d’energia e d’una forma brillante e poetica: ” Camminate come figli della luce! „ Voi non avete nulla da nascondere, perché non avete nulla di che arrossire: che tutti vedano le opere vostre e ne diano gloria a Dio, per il quale son fatte: a Dio che è la stessa luce e nel quale non vi è neo di tenebre. – Io vi prego, o carissimi, di por mente all’arte sapientissima con cui l’Apostolo ha dettato ed ha ordinato tra loro queste poche sentenze: egli parla del sonno, della notte, delle opere delle tenebre, della necessità di svegliarsi, del giorno, della luce e delle opere della luce: voi facilmente comprendete come tutte queste .espressioni, sonno, notte, opere delle tenebre da una parte, e dall’altra la necessità di destarsi,  l’idea del giorno e della luce e delle opere della luce, si legano strettamente tra loro per guisa che si confondono in una sola cosa, e allorché l’Apostolo condanna il sonno dell’anima e la notte, condanna in sostanza le opere delle tenebre, ossia le opere malvagie; quando per converso vuole che ci destiamo e vegliamo e viene parlando del giorno e della luce e inculca che camminiamo come di giorno, chiaramente egli ci esorta alla pratica delle opere buone e sante, proprie del cristiano, ondeché tutta la dottrina di questi versetti si può compendiare in queste due semplicissime sentenze: Fuggite le opere cattive e fate le opere buone. E quali sono in particolare le opere cattive, che si vogliono fuggire e le opere buone, che si hanno da fare? Risponde subito l’Apostolo “Non in crapule, non in ubriachezze, non sotto coltri ed in lascivie, non nelle contese e nell’invidia, ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza. ,, Non dovete credere che in questa breve enumerazione di disordini l’Apostolo abbia voluto comprendere tutte le opere delle tenebre, ossia tutte le opere malvagie, dalle quali il cristiano deve con somma cura guardarsi, no: volle solamente ricordare quelle che gli parvero più gravi e più comuni, e quelle, credo io, nelle quali sapeva maggiormente invischiati i fedeli, ai quali scriveva. L’intemperanza nel mangiare e nel bere, l’incontinenza e tutti in genere i peccati della carne, le risse, le discordie, gli odii e le invidie, che feriscono od uccidono la carità fraterna, sono opere delle tenebre, che non si dovrebbero tampoco nominare tra cristiani. Veramente ammirabile l’Apostolo nelle sue lettere! Egli talora spazia sulle vette dei più sublimi dogmi e, sollevando il lembo della fede, con rapidi tocchi ci lascia intravedere la luce sfolgorante, onde sono avvolti. Ma poi quasi subito discende nel campo, sì vasto della pratica e in brevissime sentenze condensa le verità morali più importanti e comuni e le presenta nelle forme più vive ed efficaci. Così in questo luogo leva la voce contro le crapule, le ubriachezze, le lascivie, le contese, le invidie, che sono i vizi più comuni e ne mette in guardia i fedeli. O fratelli e figliuoli miei! Uno sguardo alla nostra parrocchia, alle nostre famiglie, ciascuno di noi. Siamo noi tutti mondi da queste brutture? Non abbiamo noi seguito il vizio della gola? Non abbiamo noi alcuna volta secondato le sozze voglie del senso e gli stimoli della carne? Non abbiamo noi con le parole, col desiderio e con le opere rotta la carità coi fratelli nostri e fors’anche seminata tra loro la discordia? Se per mala ventura fosse, noi certo non saremmo nel numero di coloro che camminano alla luce e di giorno con decoro, ma piuttosto saremmo di quelli, che si avvolgono fra le tenebre, per nascondere le loro turpitudini. Che dovremmo fare? Finirla tosto e per sempre con queste opere tenebre: dovremmo “rivestire il Signore Cristo e non accarezzare la carne per concupiscenza. „ E sapete voi. che cosa importi vestire Gesù Cristo? E questa una espressione energica e sublime che più volte s’incontra nelle lettere di S. Paolo e che giova comprendere bene, Gesù Cristo, nostro capo e maestro supremo, è i1 modello sovranamente perfetto di tutte le virtù: tutto lo studio del cristiano, se bene si guarda, si riduce a copiare in se stesso Gesù Cristo, tanto che di Lui si possa dire: Ecco un altro Cristo. – Il cristiano nelle sue parole, nei suoi pensieri, nei suoi affetti, nelle sue opere, in tutto il suo interno ed esterno deve ritrarre Gesù Cristo per modo da esserne l’immagine fedele e vivente: onde come il nostro corpo si copre delle vesti e di esse si adorna, così l’anima nostra e in qualche senso anche il nostro corpo devono coprirsi e adornarsi delle opere di Gesù Cristo: ecco che cosa vuol dire: vestirsi di Cristo. – L’Apostolo chiude il suo dire con questa sentenza: “Non accarezzate la carne per concupiscenza: „ cioè non accarezzate la carne, appagando le sue voglie malnate. Con queste parole ribadisce la verità fondamentale della Religione cristiana sopra già toccata ed è che noi dobbiamo sempre e con tutte le forze resistere alle passioni, che si annidano nella nostra carne e ci trascinano giù per la china del piacere e della eterna perdizione. Ogni qualvolta, o cari, che mi cadono sotto gli occhi le ultime sentenze dell’Apostolo, che ho spiegato, il pensiero mio corre naturalmente ad un fatto dei più meravigliosi e commoventi che si leggano nella storia ecclesiastica e dipinto coi colori più vivi, descritto con gli accenti più caldi e più appassionati da quel medesimo, che ne fu l’attore. Udite: Nella seconda metà del secolo quarto viveva un giovane d’alti sensi, di cuore magnanimo: il mondo forse non aveva mai visto ingegno più acuto e più vasto del suo. Profugo dalla casa materna, corse da Cartagine a Roma, dì Roma a Milano, in cerca della scienza: si tuffò nel brago di ignobili passioni, volse le spalle alla fede succhiata col latte fra le braccia di una madre santa, che lo adorava e seguiva dovunque: divenne eretico, poi scettico. A quell’anima ardente, sitibonda della verità, caduta in fondo di un abisso di errori e di disordini, brillò un primo raggio di luce, leggendole opere di Cicerone e di Platone e udendo la parola piena di amore di un santo Vescovo. A poco a poco conobbe la verità, tutta la verità, come la poteva conoscere quell’aquila delle intelligenze: ma il misero non sapeva rompere la catena delle sue passioni: voleva ritornare a Dio, ma sentivasi impotente: piangeva, gemeva, ma indarno. Credo che sia difficile trovare pagine più vere e più eloquenti di quelle, nelle quali quel giovane, nel bollore dei suoi trent’anni, descrive le pene, le carezze, le lotte, gli sforzi, i dolori, le agonie ineffabili dell’anima sua: nessuno meglio di lui seppe fare la storia del cuore umano e penetrare nelle fibre più riposte dello spie e narrarne le vicende. Leggendo quelle pagine, bisogna fremere e lagrimare con lui che le dettò. Un giorno, non potendo più oltre soffocare il grido della coscienza, che lo lacerava, né finirla con le passioni che lo tenevano avvinto, ad un tratto si tolse di mezzo agli amici, che gli facevano corona, uscì precipitoso dalla stanza, si ritirò nel giardino che sorgeva a fianco, si buttò ai piedi di un albero e con le palme coprendosi il volto sciolse il freno alle lagrime. “Piangeva amaramente, dice egli, sulle mie turpitudini, ma non ancora poteva risolvermi ad abbandonarle. „ Ed ecco una voce come di fanciullo dalla vicina casa, che ripeteva: “Piglia e leggi, piglia e leggi”— Ascolta, si leva, asciuga le lacrime, rientra nella stanza, piglia il primo libro che gli viene innanzi (era il libro delle Epistole di S. Paolo), l’apre a caso e legge le prime parole che gli cadono sott’occhio: “Non in crapule ed ubriachezze, non sotto coltri e lascivie, non nelle contese e nella invidia, ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza. „ Lesse, chiuse il libro e un raggio di luce serena e tranquilla inondò la sua mente, cessò la tempesta del cuore, sparirono i dubbi, una forza novella penetrò il suo spirito, una dolcezza inesprimibile si diffuse in tutta l’anima sua, di repente si sentì mutato in altr’uomo: il giovane miscredente e dissoluto era trasformato e convertito: la semplice lettura delle parole di S. Paolo, che abbiamo insieme spiegate e meditate, aveva operato il grande miracolo. Volete sapere chi era quel giovane incredulo e immerso nella libidine e che in un istante si trasformava in un credente e in un santo? Egli era il figlio di Monica, il grande Agostino. Potenza meravigliosa della parola e della grazia divina da una parte, e della volontà umana dall’altra!

Graduale
Ps XXIV: 3; 4
Univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur, Dómine.
[Tutti quelli che Ti aspettano, o Signore, non saranno confusi.]
V. Vias tuas, Dómine, notas fac mihi: et sémitas tuas édoce me.
[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]
Alleluja

Allelúja, allelúja.

Ps LXXXIV: 8. V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis. Allelúja. [Mostraci, o Signore, la tua misericordia: e dacci la tua salvezza. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secundum S. Lucam.

Luc XXI:25-33.

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Erunt signa in sole et luna et stellis, et in terris pressúra géntium præ confusióne sónitus maris et flúctuum: arescéntibus homínibus præ timóre et exspectatióne, quæ supervénient univérso orbi: nam virtútes coelórum movebúntur. Et tunc vidébunt Fílium hóminis veniéntem in nube cum potestáte magna et majestáte. His autem fíeri incipiéntibus, respícite et leváte cápita vestra: quóniam appropínquat redémptio vestra. Et dixit illis similitúdinem: Vidéte ficúlneam et omnes árbores: cum prodúcunt jam ex se fructum, scitis, quóniam prope est æstas. Ita et vos, cum vidéritis hæc fíeri, scitóte, quóniam prope est regnum Dei. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia fiant. Coelum et terra transíbunt: verba autem mea non transíbunt.

Omelia II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia II; Torino 1899]

“Gesù  disse ai suoi discepoli: vi saranno segni nel sole e nella luna e nelle stelle, e in terra vi sarà, angoscia dei popoli e si udrà il rimbombo del mare e del fiotto. Gli uomini smarriti spasimeranno pel terrore e per l’aspettazione delle cose che sopravverranno al mondo, perciocché saranno scrollate le potenze del mondo. E allora vedranno il Figliuolo dell’uomo venire sopra una nuvola con potenza e gloria grande. E allorché queste cose cominceranno ad avvenire, levate in alto i vostri sguardi e alzate la testa, perché la vostra redenzione è vicina. E disse loro una similitudine: vedete il fico e tutti gli alberi. Quando han cominciato a germogliare, vedendoli, voi riconoscerete che l’estate è vicina. Così ancor voi, quando vedrete avvenire queste cose, sappiate, che il regno dei cieli è vicino. In verità Io vi dico che non passerà questa generazione finché tutte queste cose non siano avvenute. Passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno,,  (S. Luca, XXVI, 25-33).

– Fin qui l’Evangelo di questa prima Domenica d’Avvento. Udendo queste parole uscite dalla bocca di Gesù Cristo, voi tutti senza dubbio avrete compreso che si discorre della fine dei tempi, del gran giudizio, col quale si chiuderà la scena del mondo e sarà reso a ciascuno secondo le opere sue. Voi farete le meraviglie, che la Chiesa ci inviti a meditare la seconda venuta di Gesù Cristo in questi giorni, nei quali essa vuole che ci prepariamo alla sua prima venuta. Parlarci della magnificenza della venuta del Giudice supremo quando dobbiamo pensare alla povertà estrema e alle inenarrabili umiliazioni del divino Infante! Eppure nulla di più conveniente, o carissimi. Il terrore del finale giudizio ci deve scuotere salutarmente, ci obbliga ad entrare nelle nostre coscienze, ad esaminarle diligentemente e cacciarne il peccato se per sventura vi si appiattasse. E non è questo il miglior modo di prepararci a celebrare santamente la prima venuta di Gesù Cristo? Non basta: la prima venuta di Gesù Cristo sì umile, in apparenza sì spregevole, per molti potrebbe essere uno scandalo: la grandezza e la maestà della sua seconda venuta, come giudice dei vivi e dei morti, toglie questo scandalo e nel Bambino, che tra pochi giorni adoreremo sulla paglia, ci fa conoscere l’Uomo-Dio, il Figlio dell’Eterno. Ma è da venire al momento delle parole evangeliche sopra riportate. – Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle, e in terra vi sarà angoscia dei popoli e si udrà il rimbombo del mare e del fiotto. Gli uomini smarriti vivranno per il terrore e per l’aspettazione delle cose che sopravverranno al mondo, perché saranno scrollate le potenze dei cieli”. – Per intendere a dovere le parole di Gesù Cristo, è mestieri rifarci alquanto indietro e conoscere l’occasione e le circostanze, nelle quali le ebbe pronunziate.- Si avvicinavano i giorni, nei quali Gesù Cristo doveva compiere il suo sacrificio, dirò meglio, era alla vigilia della sua passione, giacché queste parole furono dette il lunedì od il martedì precedente la sua morte: e a Lui, che aveva accennato alla distruzione del tempio e al futuro giudizio. gli Apostoli mossero questa domanda: “Dicci, quando avverranno queste cose, cioè la distrazione del tempio e della città? E quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?” (Matteo XXIV, 3). Due cose pertanto gli Apostoli domandarono a Gesù, ed Egli rispose partitamente all’una e all’altra. Parla prima della distruzione del tempio e dello sterminio della città; poi passa alla sua seconda venuta ed ai segni che la precederanno. Tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca, più o meno diffusamente, riferiscono le parole di nostro Signore, come ciascuno può vedere nei loro Evangeli. La Chiesa in questa Domenica ci mette innanzi la risposta che Gesù Cristo diede agli Apostoli intorno al dì del giudizio ed ai segni che ne saranno forieri. E prima di cominciare la spiegazione lasciatemi mandare innanzi un’altra osservazione, che non mi sembra inutile: vi furono e vi sono ancora persone che indagano curiosamente quando verrà la fine del mondo. Sono ricerche inutili e pericolose: la Chiesa vieta di far calcoli su questo tempo: Gesù Cristo medesimo disse che nessuno conosce quel giorno, nemmeno gli Angeli, e aggiunse, nemmeno il Figliuol dell’uomo che vi parla. Certamente Gesù Cristo conosceva quel giorno, tantoché indicò i segni del suo appressarsi, ma volle far comprendere che non lo conosceva come uomo, e che se lo conosceva non poteva, né voleva dirlo. Del resto, o cari, se è lecito dire qualche cosa, mi pare evidente che la fine dei tempi è assai lontana. Se Dio fece precedere una preparazione di oltre quaranta secoli allo stabilimento del regno di Gesù Cristo, che è la Chiesa, mi pare ragionevole che questo regno debba essere assai più lungo. Dei mille cinquecento milioni di uomini che vivono sulla terrà, fin ora poco più di duecento milioni sono entrati nella Chiesa: è egli credibile che sì scarso numero di uomini debba essere il frutto di quella redenzione, che fu sì copiosa? Gesù Cristo è e dev’essere il Re dell’universo, e il suo regno dev’essere universale non solo, ma in qualche senso anche pacifico: al presente siam molto lontani da questo regno universale e pacifico di Gesù Cristo, e i figli di Israele, che prima della fine dei secoli debbono pure ritornare a Gesù Cristo, fino ad oggi si mostrano ostinati nella loro incredulità. Nessuno adunque di noi, dirò con san Paolo, si turbi quasi ché il giudizio estremo sia imminente (Tess. II, 1-2). Secondo ogni probabilità passeranno ancora alcune diecine di secoli prima che spunti quel gran giorno. Premesse queste osservazioni, veniamo alla spiegazione del testo evangelico. – Gesù Cristo parla di segni paurosi, che precederanno il dì del giudizio: di segni che appariranno nel sole, nella luna, nelle stelle e nel mare. Quali saranno questi segni? Gesù Cristo non dice nulla in particolare, ma fa capire chiaramente che saranno oltre ogni dire tremendi. Non vuolsi dimenticare che i profeti allorché annunziano grandi sventure o fatti meravigliosi, usano alcune volte queste stesse espressioni enfatiche molto famigliari agli orientali. — Onde è che, volendo il profeta Gioele annunziare il miracolo della Pentecoste e lo stabilimento della Chiesa, scrive: “In quei giorni farò prodigi in cielo e in terra; sangue e fuoco e colonne di fumo; il sole sarà mutato in tenebra e la luna diventerà sanguigna „ (II, 29, 30; Atti Apostoli, c. II 19, 20). Ora noi sappiamo che nel giorno della Pentecoste non si videro colonne di fumo, né il sole si mutò in tenebra, né la luna diventò sanguigna. Quel linguaggio pertanto significò soltanto il fatto straordinario della Pentecoste: fu un modo di dire simile a quello che talvolta usiamo noi per esprimere qualche fatto strepitoso: tremava la terra: pareva cadesse il cielo e andate dicendo. Qui il Salvatore adopera espressioni quasi uguali, parlando della catastrofe finale, e può essere, che, acconciandosi alle forme di dire comuni agli Ebrei, non intendesse propriamente di indicare ecclissi di sole o di luna, o sconvolgimenti di astri e di tempeste di mare, ma volesse soltanto accennare in generale a fenomeni straordinari e terribilissimi, che avverranno in quel tempo, senza determinarli in particolare. Ciò che vuolsi tenere indubitato si è, che la terra e il cielo annunzieranno l’avvicinarsi di quel giorno, che si dice per eccellenza giorno del Signore, con fenomeni e avvenimenti formidabilissimi. E perché sì tremendo apparato di cose? Per mostrare la grandezza di Colui che viene, la maestà del gran giudizio, ed anche, credo io, per atterrire i peccatori, che vivranno ancora sulla terra ed ottenerne la conversione. Sì: quegli scuotimenti paurosi della terra: quei turbamenti dell’atmosfera e dei cieli: quel rovesciarsi del mare sui continenti: quegli strani fenomeni, che riempiranno di sgomento tutti i popoli, saranno la voce di Dio, che li chiamerà a penitenza, e, non ne dubito, moltissimi in quei supremi momenti si convertiranno. I castighi divini sulla terra sono sempre prove della divina misericordia fino all’ultimo giorno dei secoli. Che faranno allora gli uomini superstiti? “Saranno tutti ricolmi di terrore in preda ad un’angoscia mortale. „ E qui la Scrittura adopra una frase che non posso tradurre. Essa dice: Arescentibus hominibus, cioè gli uomini si disseccheranno per lo spavento, che è quanto dire trambasceranno, agonizzeranno, rimarranno come morti alla vista del dissolvimento generale delle cose e dell’appressarsi del Giudice divino. Noi, o cari, non vedremo quel giorno tremendo, non vedremo quelle immani catastrofi, perché riposeremo nella tomba, anzi! … saremo polvere: ma l’anima nostra, dovechessia per essere, ne avrà conoscimento, sicura di sé, se salva; esterrefatta, se per somma sventura perduta. Noi abbiamo il beneficio grande di leggere ora sui Libri santi ed udire anticipatamente ciò che avverrà qui sulla terra prima dell’universale giudizio: facciamone adunque nostro pro, scuotiamoci dal sonno del peccato, giudichiamo ora noi stessi, come dice l’Apostolo, e non saremo giudicati, né paventeremo gli orrori di quel giorno. È questo senza dubbio il fine per il quale Gesù volle annunziarci e in poche linee descriverci il funereo apparato del giudizio supremo: vuole che lo temiamo al presente per sfuggirlo allora che sopravverrà. – Accennati rapidamente gli sconvolgimenti celesti e terrestri, che precederanno il termine dei tempi e lo spavento, onde saranno assaliti gli uomini, i quali tutti in vari modi cesseranno di vivere, Gesù Cristo ci mette innanzi ciò che porrà il colmo allo sgomento universale, la comparsa del Giudice divino. Il Figlio di Dio, nella sua prima venuta, sì umile e sì spregevole, mandò innanzi i patriarchi ed i profeti e particolarmente il Precursore, affine di preparargli la via, pregando ed esortando: comparve sulla terra nel cuore della notte, ignoto a tutti, nel silenzio più perfetto, dice S. Ignazio martire; in questa seconda venuta Egli comparisce in tutta la maestà che si addice a Lui, Figlio dell’Eterno. Il cielo e la terra si agitano e traballano sotto i suoi passi: non prega, ma comanda: ai suoi fianchi cammina, non la misericordia, ma la giustizia; viene come Giudice, non come Salvatore, e lo splendore immenso di questa seconda venuta è la giusta ricompensa dovuta alla umiltà della prima. – Eccolo, grida l’evangelista, eccolo “il Figliuolo dell’uomo venire in una nuvola con potenza e gloria grande. „ Come nelle mostre più solenni i re della terra vengono ultimi e tutti gli occhi son fissi sopra di loro, così in questo sublime spettacolo Gesù Cristo, il Re del cielo e della terra, dopo le schiere degli Angeli e dei Santi, comparisce per ultimo. — Il Figliuol dell’uomo, cioè l’uomo per eccellenza, l’Uomo-Dio, viene sopra una nuvola. È linguaggio figurato, che significa la sua potenza e grandezza e come egli qual Giudice sovrasti a tutte le creature, Angeli e uomini. Non dovete credere che Egli segga veramente sopra una nuvola, quasiché abbia bisogno di sedere e che le cose materiali possano aggiungere alcunché alla maestà della sua adorabile Persona. Questo si dice unicamente per acconciarsi a noi povere creature sensibili, che abbiamo bisogno di tutto questo apparato materiale per elevarci e per concepire alcun poco le grandezze divine. È cosa degna di considerazione che le grandi manifestazioni di Dio sogliano avvenire nelle nubi: una nube avvolge Dio che parla a Mosè: una nube riempie il tempio di Salomone: una nube apparisce sopra di Gesù sul Tabor ed una nube il toglie agli occhi dei discepoli allorché sale al cielo, ed è chiaro che si parla di nubi visibili. Per quel solennissimo giudizio Gesù Cristo non avrà bisogno né di trono, né di domande né di risposte, né di libri e nemmeno di tempo: si farà tutto in un lampo, in un batter d’occhio, in ictu oculi, come dice S. Paolo svelando le coscienze di tutti con la sua luce infinita e rendendo a ciascuno ciò che gli si deve secondo le opere sue, come avrò occasione di spiegare altrove più ampiamente. – Qui nostro Signore si rivolge ai suoi cari Apostoli e discepoli e parla loro come se fossero presenti al giudizio, e lo saranno certamente, e dice loro: “Quando queste cose avverranno, levate in alto gli sguardi, alzate le vostre teste, „ cioè rallegratevi. Gli altri saranno atterriti, saranno trepidanti, aspettando la sentenza irrevocabile: voi allora non vi sgomentate: fidenti levate gli occhi e contemplate il giudice sovrano. E perché? Perché “allora sarà prossima la vostra redenzione.„ Ma come, o Signore? La loro redenzione non è forse già compita qui sulla terra, nel tempo? Sì; qui si semina, là si miete: nei giorni della vita mortale si riceve la grazia; nel giudizio finale la grazia fiorisce e fruttifica e ci dà la gloria eterna. Fino a quel giorno l’anima, se giusta, si beava in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro, o, fatto polvere, era disperso negli elementi: in quell’istante, in cui apparirà il Giudice celeste, i corpi risorgeranno e saranno ricongiunti alle loro anime, e perciò sarà compiuta l’opera della loro santificazione, o della loro redenzione, giacché l’anima sola non è tutto l’uomo, e solo allora egli sarà perfetto, quando riavrà il corpo rifatto e glorioso. Gesù Cristo aveva detto in termini quali saranno i segni forieri dell’ultimo giorno: ma non gli basta: vuol ribadire la verità con una similitudine, ch’Egli secondo il suo costume, piglia sempre dalle cose più volgari e che stanno sotto gli occhi di tutti. Come dicemmo, Gesù Cristo pronunciò queste parole poco prima della Pasqua, nel mese di marzo e in Palestina; in quel mese la terra si copre di fronde e fiori, ed io penso che allorché Gesù parlava ai suoi Apostoli avesse sotto gli occhi alberi verdeggianti e tra questi il fico, onde disse: “Guardate il fico e tutti gli alberi, così egli; quando mettono il germoglio, voi  in vederlo, riconoscete da voi stessi, che l’estate è vicina. „ Era un dire: Allorché vedete che gli alberi ingrossano le gemme e mettono le prime foglie, voi non errate dicendo: Eccoci all’estate; così, vedendo i segni, che ho accennato, dite pure con sicurtà: Ecco vicino il giudizio. Direte: Ma nessuno degli uditori di Gesù Cristo doveva vedere quei segni: perché adunque rivolge a loro la parola? Perché in loro e per loro parlava a tutti i futuri credenti, come suol fare in moltissimi altri luoghi del Vangelo. – Il Vangelo si chiude con queste due sentenze: “Io vi dico in verità, che non passerà questa generazione o quest’epoca finché tutte queste cose non siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma non passeranno le mie parole. „ Non credo che da labbra umane siano mai uscite e possano mai uscire affermazioni più franche e più audaci di queste. – Ponete mente a quella forma di dire — In verità vi dico, — che esprime la forza massima della affermazione: ponete anche mente a quella forma enfatica che non ha l’eguale: “Passeranno il cielo e la terra, ma non passeranno le mie parole. „ Una affermazione sì solenne non è possibile che sulla lingua di un pazzo, o di chi ha piena coscienza della propria infallibilità e che con uno sguardo signoreggia il futuro. Niuno mai osò, né oserà chiamar pazzo Cristo: Lui che ha trasformato il mondo, che stringe in sé il passato ed il futuro, che è il centro, onde si irradia ogni civiltà ed ogni progresso. Egli adunque aveva piena coscienza di ciò che diceva, aveva piena coscienza della sua divinità: sì, solamente un Dio poteva pronunziare quelle parole inaudite: “Passeranno il cielo e la terra, ma non passeranno le mie parole. „ E l’avvenire si affrettò a confermarle in parte tale che è guarentigia sicura dell’altra. Lo dissi a principio: due cose predisse Gesù Cristo in questo capo, la distruzione di Gerusalemme e la fine del mondo: la prima si adempì letteralmente trentacinque anni dopo che Gesù l’aveva predetta, e il mondo intero ne è testimonio: chi può dubitare che eziandio la seconda non si adempirà nel modo che Gesù predisse? Forse taluno troverà difficile il senso di quella sentenza del Salvatore: “Vi dico in verità che questa generazione non passerà finché tutte queste cose non siano avvenute; dalla quale sentenza sembra che la generazione vivente al tempo di Cristo dovesse essere spettatrice della fine del mondo, il che sarebbe manifestamente falso. La difficoltà si scioglie facilmente. Forse quella espressione: “Non passerà questa generazione„ si ha da intendere della sola distruzione di Gerusalemme, e veramente molti di quelli che vivevano al tempo di Cristo videro quella spaventosa catastrofe. Che se questa interpretazione non sembra in tutto conforme al senso proprio delle parole di Cristo, possiamo darne un’altra che toglie ogni dubbio e che è più comune. “Non passerà questa generazione, „ cioè non cesserà di esistere questa progenie di Abramo, questa nazione giudaica, finché e la distruzione di Gerusalemme, e la fine dei secoli non siano avvenute; fatto unico in tutta la storia dei popoli, la nazione giudaica, dispersa su tutta la faccia della terra, resta fino ad oggi e resterà distinta in mezzo a tutte le genti, qual prova permanente, che delle parole di Cristo non cade sillaba.Raccogliamo le cose dette sin qui e vediamo di cavarne qualche frutto a nostra edificazione spirituale. Gesù Cristo annunzia la fine dei tempi e il giudizio estremo e accenna ai segni paurosissimi che lo precederanno: il giudizio universale sarà la conferma del particolare, che per ciascuno di noi verrà tra breve, alla nostra morte. Quel gran giudizio non avrà nulla di terribile per noi se saremo nel numero dei giusti: anzi la sua venuta ci ricolmerà di gioia e compirà la nostra redenzione, ridonandoci il corpo ripieno di vita immortale e fiorente di eterna giovinezza. Facciamo adunque ogni sforzo per essere trovati in quel dì nel numero degli eletti, e lo saremo se cacceremo il peccato dal nostro cuore e vivremo nella grazia di Dio. Gesù Cristo lo disse: “Passeranno cielo e terra, ma non passeranno le mie parole. „

Credo

Offertorium
Orémus
Ps XXIV: 1-3.
Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur. [A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Secreta
Hæc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos ad suum fáciant purióres veníre princípium.[Questi misteri, o Signore, purificandoci con la loro potente virtú, ci facciano pervenire piú mondi a Te che ne sei l’autore.]

Communio
Ps LXXXIV:13.
Dóminus dabit benignitátem: et terra nostra dabit fructum suum. [Il Signore ci sarà benigno e la nostra terra darà il suo frutto.]

Postcommunio
Orémus.
Suscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui: ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus.
[Fa, o Signore, che (per mezzo di questo divino mistero) in mezzo al tuo tempio sperimentiamo la tua misericordia, al fine di prepararci convenientemente alle prossime solennità della nostra redenzione.]

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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