CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DI GENNAIO 2019

GENNAIO

è il mese che la CHIESA dedica al Nome di Gesù,

all’Epifania e al Battesimo di GESU’

EPIFANIA

Questa festa si celebrava in Oriente dal III secolo e si estese in Occidente verso la fine del iv secolo. La parola Epifania » significa: manifestazione. Come il Natale anche l’Epifania è il mistero di un Dio che si fa visibile; ma non più soltanto ai Giudei, bensì anche ai Gentili, cui in questo giorno Dio rivela il suo Figlio. Isaia scorge in una grandiosa visione, la Chiesa, rappresentata da Gerusalemme, alla quale « accorrono i re, le nazioni e la moltitudine dei popoli. Essi vengono di lontano con le loro numerose carovane, cantando le lodi del Signore e offrendogli oro e Censo ». – « I re della terra adoreranno Dio e le nazioni saranno sottomesse ». Il Vangelo mostra la realizzazione di questa profezia. – Mentre il Natale celebra l’unione della di\vinità con l’umanità di Cristo, l’Epifania celebra l’unione mistica delle anime con Gesù. – Oggi, dice la liturgia, « la Chiesa è unita al celeste Sposo, poiché, oggi Cristo ha voluto essere battezzato da Giovanni nei Giordano: oggi una stella conduce i Magi con i doni al presepio: oggi alle nozze l’acqua è stata trasformata in vino. » – Ad Alessandria d’Egitto pubblicavasi ogni anno, il 6 gennaio l’Epistola Festatis, lettera pastorale in cui il Vescovo annunciava la festa di Pasqua dell’anno corrente. Di qui nacque l’uso delle lettere pastorali in principio di Quaresima. In Occidente, il sinodo d’Orléans (541) ed il sinodo d’Auxerre (tra il 573 e il 603) introdussero la stessa usanza. Nel medioevo vi si aggiunse la data di tutte le feste mobili. Il Pontificale Romano prescrive di cantar oggi solennemente, dopo il Vangelo, detto annunzio.

(Liturgia, Paris, Bloud et Gay, 1931, pag. 628 sg.).

 

Di seguito le feste del mese di GENNAIO

I GENNAIO Die Octavae Nativitatis Domini    Semiduplex

2 Gennaio Sanctissimi Nominis Jesu    Duplex II. classis

4 Gennaio PRIMO VENERDI’

5 Gennaio Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

                      PRIMO SABATO

6 Gennaio In Epiphania Domini    Duplex I. classis

12 Gennaio Sanctae Mariæ Sabbato    Simplex

13 Gennaio Sanctæ Familiæ Jesu Mariae Joseph    Duplex

In Commemoratione Baptismatis Domini Nostri Jesu Christi    Duplex II. clas

14 Gennaio S. Hilarii Episcopi Confessoris Ecclesiae Doctoris    Duplex

15 Gennaio S. Pauli Primi Eremitæ et Confessoris    Duplex

16 Gennaio S. Marcelli Papæ et Martyris    Semiduplex

17 Gennaio S.  Antonii Abbatis    Duplex

18 Gennaio Cathedræ S. Petri    Duplex majus

19 Gennaio Sanctæ Mariæ Sabbato    Simplex

               S. Marii et Soc. Mart. Feria

20 Gennaio Dominica II post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor

      Ss. Fabiani et Sebastiani Martyrum    Duplex

21 Gennaio S. Agnetis Virginis et Martyris    Duplex

22 Gennaio Ss. Vincentii et Anastasii Martyrum

Semiduplex

23 Gennaio S. Raymundi de Penafort Confessoris    Semiduplex

24 Gennaio S. Timothei Episcopi et Martyris    Duplex

25 Gennaio In Conversione S. Pauli Apostoli    Duplex majus

26 Gennaio S. Polycarpi Episcopi et Martyris    Duplex

27 Gennaio Dominica III Post Epiphaniam    Semiduplex Dominica minor

Joannis Chrysostomi Episcopi Confessoris Ecclesiae Doctoris Duplex

28 Gennaio S. Petri Nolasci Confessoris    Duplex

29 Gennaio S. Francisci Salesii Episcopi Confessoris Ecclesiæ Doctoris    Duplex

30 Gennaio S. Martinæ Virginis et Martyris    Semiduplex

31 Gennaio S. Joannis Bosco Confessoris    Duplex

ANNO LITURGICO 2019

L’ANNO LITURGICO 2019

6 Gennaio – Epifania

13 Gennaio – Sacra Famiglia   (Domenica entro l’Ottava dell’Epifania)

20 Gennaio – 2a Domenica dopo l’Epifania

27 Gennaio – 3a Domenica dopo l’Epifania

3 Febbraio – 4a Domenica dopo l’Epifania

10 Febbraio – 5a Domenica dopo l’Epifania

17 Febbraio – Domenica di Septuagesima

24 Febbraio – Domenica di Sessuagesima

3 Marzo – Domenica di Quinquagesima

6 Marzo – Marcoledì delle CENERI  – Inizio della Quaresima    

10 Marzo – 1a Domenica di Quaresima

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

17 Marzo – 2a Domenica di Quaresima

24 Marzo – 3a Domenica di Quaresima

31 Marzo – 4a Settimana di Quaresima

7 Aprile – DOMENICA DI PASSIONE

14 Aprile – DOMENICA DELLE PALME

21 Aprile – DOMENICA DI PASQUA

28 Aprile – Domenica in Albis

5 Maggio – 2a Domenica dopo Pasqua

12 Maggio – 3a Domenica dopo Pasqua

19 Maggio – 4a Domenica dopo Pasqua

26 Maggio – 5a Domenica dopo Pasqua

27 a 29 Maggio – Giorni delle Rogazioni

in preparazione della festa dell’Ascensione.

30 Maggio – GIOVEDI’ DELL’ASCENSIONE (40 giorni dopo Pasqua)

2 Giugno – Domenica entro l’Ottava dell’Ascensione

9 Giugno  – Domenica di Pentecoste

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

16 Giugno – Domenica della SS. Trinità

23 Giugno – Corpus Christi

28 Giugno– SACRO CUORE DI GESÙ (Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Christi.)

30 Giugno – 3a Domenica dopo Pentecoste

7 Luglio – 4a Domenica dopo Pentecoste

14 Luglio – 5a Domenica dopo Pentecoste

21 Luglio – 6a Domenica dopo Pentecoste

28 Luglio – 7a Domenica dopo Pentecoste

4 Agosto – 8a Domenica dopo Pentecoste

11 Agosto – 9a Domenica dopo Pentecoste

18 Agosto – 10a Domenica dopo Pentecoste

25 Agosto – 11a Domenica dopo Pentecoste

1st Settembre – 12a Domenica dopo Pentecoste

8 Settembre – 13a Domenica dopo Pentecoste

15 Settembre – 14a Domenica dopo Pentecoste

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

22 Settembre – 15a Domenica dopo Pentecoste

29 Settembre – 16a Domenica dopo Pentecoste

6 Ottobre – 17a Domenica dopo Pentecoste

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

13 Ottobre – 18a Domenica dopo Pentecoste

20 Ottobre – 19a Domenica dopo Pentecoste

27 Ottobre – 20a Domenica dopo Pentecoste

                         FESTA DI CRISTO RE

3 Novembre – 21a Domenica dopo Pentecoste

10 Novembre – 22a Domenica dopo Pentecoste

17 Novembre – 23a Domenica dopo Pentecoste

24 Novembre – 24a Domenica dopo Pentecoste

1st Dicembre – 1a Domenica di Avvento

8 Dicembre – 2a Domenica di Avvento

15 Dicembre – 3a Domenica di Avvento

(GIORNI DI QUATEMPORA IN QUESTA SETTIMANA )

22 Dicembre – 4a Domenica di Avvento

25 Dicembre – GIORNO DI NATALE

26 Dicembre – SANTO STEFANO,  Primo Martire

27 Dicembre – SAN GIVANNI, Apostolo ed Evangelista

28 Dicembre – SANTI INNOCENTI

29 Dicembre – Domenica entro l’Ottava di Natale

30 Dicembre – SAN TOMMASO BECKET, Vescovo e Martire

31 Dicembre – SAN SILVESTRO I, Papa.

1 GENNAIO 2020 – CIRCONCISIONE DI NOSTRO SIGNORE

5 Gennaio – SANTO NOME DI GESÙ

6 Gennaio – FESTA DELL’EPIFANIA

TE DEUM ULTIMA ANNI DIE

Te Deum

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem * omnis terra venerátur.
Tibi omnes Ángeli, * tibi Cæli, et univérsæ Potestátes:
Tibi Chérubim et Séraphim * incessábili voce proclámant:

(Fit reverentia) Sanctus, Sanctus, Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.

Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuæ.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
Te Prophetárum * laudábilis númerus,
Te Mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
Venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.
Tu Rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Fílius.

Fit reverentia
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem: * non horruísti Vírginis uterum.

Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.

[Sequens versus dicitur flexis genibus]

Te ergo quǽsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.

Ætérna fac cum Sanctis tuis * in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te.

Fit reverentia, secundum consuetudinem
Et laudámus nomen tuum in sǽculum, * et in sǽculum sǽculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

Himnus Ambrosianus (684)

a) Fidelibus, qui, ad grates prò acceptis beneficiis Deo agendas, hymnum Ambrosianum Te Deum laudamus devote recitaverint, conceditur:

Indulgentia quinque annorum.

b) Iis vero, qui ultima anni die eiusdem hymni cantui interfuerint in ecclesiis vel publicis aut (prò legitime utentibus) semipublicis oratoriis, ad gratias Deo referendas prò beneficiis totius anni decursu acceptis, conceditur:

Indulgentia decem annorum;

Indulgentia plenaria, si peccatorum veniam obtinuerint, eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi Pontificis mentem preces fuderint (S. Pæn. Ap., 10 aug. 1936).

[A chi recita l’Inno Ambrosiano Te Deum, si concedono 5 anni di indulgenza. Nell’ultimo giorno dell’anno, se cantato in una chiesa o in pubblico oratorio  come ringraziamento per i benefici di tutto l’anno: 10 anni di indulg. e l’indulgenza plenaria se comunicati e confessati e pregando per le intenzioni del Sommo Pontefice [Gregorio XVIII].

RIFLESSIONI SUI VANGELI PER LA FINE D’ANNO

1.

SIMEONE, ANNA E MARIA VERGINE

PER LA FINE DELL’ANNO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli; Soc. Ed. “Vita e pensiero” – Milano, 1939)

Viveva ancora in Gerusalemme, tra la corruzione del popolo d’Israele, un integerrimo vegliardo. Egli vedeva come la patria, così splendida una volta, era caduta sotto gli artigli dell’aquile romane ed era governata dagli idolatri; vedeva come nell’anima de’ suoi connazionali erano morte le antiche promesse, ed ognuno, dimenticando la legge di Dio, pensava soltanto agli affari, al commercio, alle ricchezze: perfino il tempio marmoreo, che i padri con gemiti e lacrime avevano costrutto, era diventato una spelonca di truffatori e di mercanti. Tutto questo, e le prevaricazioni d’Israele e la schiavitù sotto il giogo straniero, il vecchio Simeone vedeva con profondo dolore. Ma il suo cuore era pieno di luce e di speranza, poiché il Signore gli aveva detto: « Ancora un poco e il Messia arriverà; tu non morrai senz’averlo veduto ». Dopo questa rivelazione non visse che per aspettarlo: e nell’attesa i suoi capelli s’erano fatti bianchi, e le sue membra logore e tremanti di vecchiaia. Un giorno, guidato da un’ispirazione celeste, era entrato nel tempio. Accanto all’altare una giovane madre offriva al sacerdote il suo primogenito neonato: in quell’istante il mistero gli fu rivelato. Tremante di gioia prese il Bambino tra le sue braccia e lo baciò esclamando nell’estasi: « Signore! Fammi pur morire, ora! i miei occhi, come l’hai promesso, hanno visto il Salvatore, il Salvatore che innalzasti davanti ai popoli come un faro potente che illuminerà le umane stirpi e glorificherà i tuoi figli ».

La giovane madre Maria attonita guardava. Il vegliardo abbassando nel suo volto gli occhi, disse : « Madre! se questo tuo Figlio diverrà, il segnacolo della contradizione e intorno a lui l’odio e l’amore, la rovina e la resurrezione cozzeranno, una spada affilata aprirà nel tuo cuore uno squarcio grande ». La Madre di Dio, senza tremare, ascoltava e taceva. – Ed ecco avanzarsi la profetessa Anna, la figlia di Phanuel della tribù di Aser, quella che dopo solo sett’anni perdette il marito e rimase vedova per sempre. Era di età avanzatissima, e viveva nel tempio, e pregava e digiunava e serviva il Signore giorno e notte. Ella adorò il Messia deposto sull’altare delle offerte, e a tutti parlava di Lui e della salvezza che Egli portava. – Questo è il mistero della Presentazione. Il suo significato più vero è di offerta. Gesù, fin dai primi giorni di sua vita, si offre a Dio per noi: ma la sua offerta non gioverà alla nostra salute se noi non offriamo qualche cosa di nostro con lui. – Comprendete ora l’insegnamento della Chiesa che facendoci leggere questo Vangelo nell’ultima domenica dell’anno sembra quasi volerci dire: « La vostra offerta dov’è? Nulla avete raccolto in tutto quest’anno da poter offrire con Gesù? Su, offrite ». « Che cosa dobbiamo offrire? » penseranno alcuni tra voi. Che cosa dobbiamo, o avremmo dovuto, offrire ce lo insegnano le tre persone in giro all’altare su cui, candida offerta per il mondo, sta il piccolo Figlio di Dio: Simeone, Anna, Maria. Simeone offrì la sua vita, distaccata da ogni bene terreno, e tutta vissuta nell’aspettare Iddio. – Anna offrì la sua vedovanza, distaccata da ogni pensiero mondano e da ogni piacere sensuale. – Maria offrì il suo cuore materno, trafitto da una spada affilata.

I. SIMEONE OSSIA DEL DISTACCO DAI BENI TERRENI

Ecce homo exspectansecco un uomo che viveva nell’attesa di un bene eterno con appassionata speranza. Il suo cuore non si era ingolfato, come quello di molti ebrei, nell’avarizia e nella smania della roba e del denaro, il suo cuore non si era acquietato alla schiavitù dei Romani. Un gran desiderio ogni giorno l’assetava di più: vedere il Messia. Fissare i suoi occhi lagrimosi in quegli occhi che portavano in terra l’immagine del Paradiso, abbracciare quella Carne che avrebbe sfamato in tutti i secoli le anime, baciare quella bocca che avrebbe detto la verità… Volgiamoci indietro, cristiani, e osserviamo se in questi dodici mesi anche noi siamo vissuti in questo desiderio, in questa ricerca, in questa attesa di Dio. – Abbiamo avuto brama del pane da mangiare, e nessun desiderio per il Pane vivo disceso dal cielo. Abbiamo avuto sete e golosità del vino e d’ogni bevanda, e non dell’Acqua viva che sale all’eterna vita. Abbiamo cercato le medicine per guarire e preservarci dai mali del corpo, e abbiamo disprezzato la Medicina per guarire e preservarci dai mali dell’anima. Abbiamo voluto il nostro paradiso in terra; e del vero Paradiso, quello nel cielo, quello al di là della morte, non abbiamo saputo che farne. Et Spiritus Sanctus erat in eo. Lo Spirito Santo, che abita in quelle persone che non hanno il peccato mortale, abitava nel giusto Simeone. Ed in quest’anno, dite, lo Spirito Santo ha potuto abitare in voi? Gli avete fatto un po’ di posto? Forse in voi c’era quell’affare, quel contratto, quella frode, quel grasso guadagno, ma lo Spirito Santo non c’era, poiché l’avevate scacciato coi peccati gridandogli: « Via di qua! che non ti conosco ». In quel momento il demonio è entrato ad occupare il posto di Dio; e, forse, ci sta ancora.

Et venit in Spiritu in templum. L’uomo timorato che viveva aspettando il Signore, andava al tempio attratto dallo Spirito Santo. In quest’anno che muore, quante volte le campane ti chiamarono in chiesa alla dottrina cristiana e tu infilavi la strada che mena all’osteria, al cinema, ai campi sportivi. Quante volte, la mattina, le campane ti svegliarono per la Messa, per qualche bella divozione, per il suffragio dei morti, e tu, nel letto ti voltavi dall’altra parte. E quando ti recavi in chiesa, era lo Spirito Santo che ti guidava, o qualche altro spirito? Non era forse lo spirito della vanità, della leggerezza, della lussuria, dell’interesse? Esamina i sentimenti che in chiesa occupavano il tuo spirito ed avrai la risposta. Se ti confessavi era senza dolore: tu capivi il dolore quando gli affari minacciavano disastri, quando la tempesta distruggeva il raccolto, quando la malattia entrava in famiglia; ma non capivi come si potesse sentir dispiacere d’aver offeso Dio. – Se ti comunicavi era senza fervore: tu capivi il fervore nel gioco, nel conchiudere lucrosi contratti, nel lavoro che fa guadagnare; ma non capivi quale intima gioia si dovesse provare nel ricevere in cuore il Padrone del mondo. – Se qualche rara volta ascoltavi una predica era senza attenzione: tu capivi come si potesse leggere avidamente il listino dei prezzi, i giochi di borsa, l’alto e basso dei cambi; ma quegli interessi dell’anima, quegli affari a lunga scadenza del dopo morte e del giudizio universale, ti facevano sbadigliare. – Se talvolta ti mettevi a pregare, era soltanto per chiedere a Dio i beni e le grazie di questa terra. Per l’anima avevi nulla da domandare; per vincere le tentazioni bastavi da solo.

2. ANNA, OSSIA DELLA SENSUALITÀ’ DOMATA

Et hæc vidua usque ad annos octoginta quaituor. Ecco una donna che rimasta vedova nel fior degli anni, rinunziò ad ogni lusinga del mondo, e si conservò illibata fino alla più tarda età. In questo momento essa c’invita ad esaminarci, come noi abbiamo saputo domare la passione impura, che, quasi leone, rugge nelle nostre membra. – Se i 365 giorni di quest’anno potessero sfilarci davanti e parlare!… « Tu ci hai fatto arrossire con le tue parole oscene — ci direbbero — tu ci hai contaminato coi pensieri disonesti e coi desideri che assecondavi nel tuo cuore. Tu ci hai macchiato con azioni senza nome, ingiuriose a Dio e alla natura! ». E forse tra questi 365 giorni ce n’è uno che è il più brutto della vita, uno che potrebbe insorgere e gridarci: « Io ho visto morire la tua innocenza. Io ho raccolto i petali di un giglio sgualcito, sporcato, disfatto. Io ho raccolto quei petali macchiati per sempre, mentre gli Angeli in lontananza si coprivano con le ali il volto e singhiozzavano ». – « Bisognerebbe non essere di carne e di sangue, — si scusano alcuni, — per essere immuni da questi peccati insuperabili ». Non è vero: bisognerebbe soltanto difendersi con quei mezzi che usò Anna, la figlia di Phanuel della tribù di Aser. E quali sono questi mezzi? 1) Non discedebat de tempio: non s’allontanava dal tempio. Anche la vostra famiglia, se è cristiana, è un tempio: ebbene, non allontanatevi da quella se volete conservarvi puri. I gigli non crescono in mezzo alla strada, e neppure nell’osterie, e meno ancora nell’afa dei teatri, delle veglie danzanti, dei cinema pestilenziali, ma crescono nelle valli solatie e raccolte. In queste ultime sere dell’anno, il mondo ispirato dal suo amico il demonio, organizza spettacoli e sfrenati balli: non si dorme più per godere, per mangiare, per rinvoltarsi nel fango. E l’anno nuovo troverà migliaia di persone senza virtù, inebetiti dal vino e dal peccato, in una nuvola grassa di fetore che esala dall’anima loro morta. Cristiani! non allontanatevi dal tempio della vostra casa, se volete conservare la vostra innocenza. Genitori, i responsabili del candore dei vostri figli, siete voi! teneteli dunque con voi.

2) Ieiuniis et orationibus: ecco due armi invincibili per tener lontano il demonio impuro che devasta la mistica vigna. Con la mortificazione degli occhi e della gola, con la preghiera fervorosa e con le giaculatorie nei momenti dell’assalto, ci si libera da questo genere di demoni.

3. MARIA, OSSIA DEL DOLORE RASSEGNATO

La Madonna fu quella che nella Presentazione ha offerto di più:  tutto il suo cuore squarciato da una gelida lama. Ma chi sa quanti tra voi, in quest’anno, si sono sentiti trapassare il cuore dalla gelida lama del dolore! Voi beati, se come la Madonna non avete imprecato, ma avete baciato la vostra croce con rassegnazione: in quest’ultima domenica non vi mancherà certa una bella offerta da unire a quella di Gesù. – Beati voi, poveri infermi! che in letto, fra i dolori e la noia, ad uno ad uno avete contati i mesi di quest’anno, che non passavano mai; che ad una ad una avete contato le ore della notte oscura e muta come una fossa, senza poter requiare un momento dai vostri spasimi; che avete visto gli altri ridere allegri, andare ai divertimenti mentre il vostro male vi condannava tra le quattro mura della vostra squallida dimora. Oggi la Madonna vi bacia in fronte e vi fa passare attraverso lo squarcio del suo cuore materno, come attraverso a una porta, che mette in Paradiso. – Beate voi, povere famiglie, che in quest’anno siete state visitate dalla morte. Quest’irrequieta pellegrina dall’occhiaia senza pupilla, dalle mani senza calore, dai passi senza rumore ha salito le vostre scale, ha varcato la vostra soglia, vi ha portato via una persona carissima. Oh settimane di tensione spasimosa, oh giornate di pianto, oh lunghissime ore di solitudine, senza più godere della persona amata! … Coraggio, Cristiani; anche a voi non manca un’offerta in quest’ultima Domenica dell’anno, e bella. Coraggio che la Madre dolorosa soffre con voi e vi benedice. – Oh beati tutti quelli che nei giorni di quest’anno gustarono l’amarezza della sventura, patirono sempre con sommessa volontà. Beati tutti quelli che hanno sofferto e che soffrono ancora! Adesso, quando all’Offertorio innalzerò l’ostia bianca che diverrà il Corpo vivo di Gesù Cristo, sulla patena d’oro offrirò insieme a Dio tutti i vostri dolori perché siano accetti per la vita eterna.

CONCLUSIONE

Così un anno è passato. È passato un altr’anno di quei pochi che formano la nostra vita: l’anno del Signore, l’anno della salvezza, 2018 ….

Anno del Signore: e forse noi l’abbiamo fatto l’anno del demonio.

Anno della salvezza: e forse per l’anima nostra è stato l’anno della perdizione. Che dal profondo del nostro cuore, sincero doloroso rinnovatore, erompa il grido Davidico: «Signore, pietà di me! » Miserere mei, Deus.

2.

LA NOSTRA VITA

Che cos’è la nostra vita?

Questa domanda, che già S. Giacomo (IV, 15) rivolgeva ai primi Cristiani, ha un sapore speciale sulle nostre labbra in quest’ultima domenica dell’anno. Qualche giorno ancora, e l’anno che ci si presentava — pare ieri — radioso e lusinghiero di speranze, svanirà come un sogno per sempre. Dove sono le gioie che attendevamo? Quante delusioni, quanti ricordi amari e rimorsi pungenti si levano su come nebbia dai dodici mesi ormai vissuti! E questo è forse tutto quello che ci resta dell’anno che muore. Qualche giorno ancora ed un anno nuovo ci verrà innanzi; e noi, come fanciulli ingenui torneremo a farci illudere da chi sa quali speranze, ci procureremo ancora amarezze e rimpianti. E, forse, nel libro di Dio è scritto che la morte ci dovrà sorprendere prima che l’anno nuovo finisca il corso delle sue settimane. – Che cos’è dunque la nostra vita? questa vita che sfugge irreparabilmente come l’acqua del fiume, che dileguasi come la stella che scivola sul cielo oscuro? Domandate all’artigiano perché tutti i giorni fatica e suda tra la polvere e il fracasso, e vi risponderà: «per guadagnarmi la vita». Domandate a un malato perché si lascia dolorosamente incidere dal ferro del chirurgo e vi risponderà: « per salvare la vita ». Domandate all’uomo di mondo perché tanta smania di divertimento lecito e illecito, e vi risponderà: « per godere la vita ». Domandate al santo perché tante preghiere, tante penitenze non viste da nessuno fuori che da Dio, e vi risponderà: « per santificare la vita ». – Tutti dunque s’attaccano a questo gran dono, che ad ogni momento si consuma, e tutti vorrebbero impedire che si consumasse. L’unico che ci ha rivelato il mistero della vita e il modo per non perderla è il Signore. Egli ha detto: «Chi dà la vita per mio amore, quegli la ritroverà. Chi non la dà per mio amore, quegli la perderà ». Spieghiamo queste parole col Vangelo odierno.

Viveva a Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: aveva passato tutti i giorni della sua non breve età nel timore di Dio e nella fede alle sue promesse. I compagni, gli amici suoi, dimenticando la parola e la legge del Signore s’erano dati al commercio e al godimento e lo riguardavano forse con occhi compassionevoli. Ma egli sentiva nel cuore la voce dello Spirito Santo confortarlo e sorreggerlo : « Coraggio! tu non morirai senza aver visto il Salvatore ». Viveva pure in quel tempo a Gerusalemme una nobildonna di nome Anna, figlia di Phanuel della tribù di Aser. Aveva ottantaquattro anni: sette appena ne aveva vissuti accanto allo sposo che la morte le rapì innanzi tempo. Giovane ancora, bella, nobile e ricca s’era chiusa nei veli della vedovanza col tenace proposito di non levarseli fino alla morte. Chissà quante donne la compiangevano e quante bramavano d’essere al suo posto per darsi a un nuovo partito, per correre dietro ai piaceri, agli onori, agli spassi d’una vita spensierata! Ma ella, no: ella aveva preferito ritirarsi nella penombra e nel silenzio del tempio, passare gli anni come un Angelo, lasciare sfiorir l’età bella nei digiuni e nelle veglie notturne. Perché? Perché Simeone ha preferito così, ed Anna ha preferito così? Perché ci sono due maniere di vivere la vita: la maniera del mondo la maniera di Cristo. – « Ma io vi dico che solo chi dà la vita per mio amore, quegli la ritroverà; ma chi non la darà per mio amore, quegli la perderà ».

1. VITA MONDANA

Il mondo, coronato di rose, fosforescente di lusinghe, passa in mezzo agli uomini e lancia il suo appello insidioso come la canzone delle sirene: « Venite con me: inebriamoci di tutte le ebbrezze; gettiamoci su tutti i piaceri; domani, forse, non saremo più a tempo ». Quale moltitudine innumerabile, egli si trascina dietro alle sue seduzioni! Sono bestemmiatori che sui treni, per le strade, in casa, in officina lanciano contro il cielo la parola ingiuriosa ed oscena: e non hanno rimorso. – Sono compagnie di profanatori della domenica: hanno tramutato il giorno del sacro riposo e della preghiera fiduciosa e della pace famigliare, in una giornata d’avarizia, di peccato, di vorticoso movimento. Sono schiere di sposi trasgressori delle leggi sante che governano la famiglia: invano soffocano i rimorsi della coscienza violata, invano aspettano le misericordie di Dio, invano si lamentano nell’ora del dolore. – Sono turbe di giovani che vogliono godere la giovinezza: e invece la gettano in ogni pozzanghera. Genitori senza fede, figli ribelli, donne dal cuore vano, tutti schiavi di satana, tutti arruolati nell’esercito del mondo. Voi li vedete, anche di questi giorni, spegnere i rimorsi nei balli, nei veglioni, nei teatri, nei rumori pagani, nella dissipazione, nell’indifferenza. – Povera gente, come sarà pagata dal mondo a cui ha venduto la libertà e la vita? Prima da una manata di piaceri, ma di quei delle bestie e poi dalla morte eterna. Non s’accorgono dell’inganno? Non sentono d’avvilire la loro dignità di figli di Dio fino a diventare figli di satana? … Non capiscono di barattare l’eterna vita per un’ora di sogno inquieto? Dice la Storia sacra che quelli della regione di Galaad andarono a supplicare l’Ammonita affinché li accettasse nella sua alleanza. E l’Ammonita rispose: « Io farò alleanza con voi a questo patto : che io cavi a tutti l’occhio destro e vi renda l’obbrobrio di tutto Israele » (I Re, XI, 2). Così è di tutti coloro che hanno fatto alleanza col mondo: si sono lasciati strappare l’occhio destro, quello che guarda al cielo, alla vita eterna, alle cose vere e belle ed ora non vedono se non con l’occhio sinistro quello dei bruti, che guarda alla terra vede solo il fango e i vermi.

2. VITA CRISTIANA

Gesù coronato di spine, con le mani trafitte dai chiodi passa sulla terra, e lancia il suo appello di bontà, di pazienza, di fede: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua: arriveremo nell’eterna casa della gioia, dove godremo quello che Dio gode ».

Chi è Gesù Cristo? E ‘ il vero Padrone di noi tutti e delle cose tutte: niente senza di Lui è stato fatto, niente senza di Lui vive. È il vero Redentore degli uomini: non l’oro  l’argento ci ha riscattati dalla schiavitù del Maligno, ma il suo sangue dolorosamente versato dalle piaghe del suo corpo. È il vero Rimuneratore: colui che vede le nostre più segrete pene e conta i nostri sospiri; colui che può e vuole donarci un premio che sorpasserà ogni aspettativa.

Chi sono quelli che lo seguono? Sono i veri Cristiani, che hanno conformato la propria vita alla sua parola divina. Uomini che, pur vivendo nel mondo, non hanno macchiato il labbro di bestemmie e di turpiloquio. Donne che sono l’angelo della casa in cui vivono: diffondono un profumo di modestia, una luce di umiltà e di rassegnazione, un desiderio di preghiera. – Genitori che sentono la propria dignità e responsabilità, che temono il Signore, che rispettano il suo comandamento. Figliuoli che crescono ubbidienti, amorosi, devoti. Seguono Cristo tutti quelli che soffrono e sopportano; tutti quelli che nel campo dell’Azione Cattolica e delle pie Confraternite lavorano per la propria santificazione e per quella del prossimo. – S. Policarpo, vescovo di Smirne, fu arrestato dal proconsole Quadrato e condotto al tribunale: « Maledetto il tuo Cristo! » urlò ad un certo punto il proconsole adirato. Il santo vegliardo tremante di vecchiaia ma impavido di fede, disse: « Sono ottantasei anni che lo servo, e ne sono lietissimo. Ah, io lo benedirò fino all’estremo sospiro ». Allora gli fu preparato il rogo: ed egli sorrise. Le fiamme non lo toccarono Allora fu colpito di spada e Policarpo vide il Signore. Quando si serve Cristo, quando la vita è cristiana, entra nel nostre cuore la gioia dei figli di Dio e più nulla ci può spaventare. Neppure la morte: perché è la porta della gioia e della vita, dietro alla quale si vede il Signore.

CONCLUSIONE

Torniamo, per finire, al Vangelo. Nel tempio, Simeone e Anna erano invecchiati: ma invecchiati erano pure quelli che li avevano guardati con occhio di compassione quasi fossero incapaci di godersi la vita. Ma a costoro che restava? dopo i fugaci anni di godimento e di spensieratezza restava solo l’amarezza e la disperazione. Non così per Simeone ed Anna: dopo i digiuni, le preghiere, le mortificazioni, a queste due anime buone e pure, restava la cosa più bella che uomo può desiderare: vedere il Signore. Ed ecco che un giorno videro un’umile comitiva entrare nel cortile del tempio: era un uomo povero dalle mani incallite sulla pialla, era una donna giovane e modestissima che portava due tortore per la sua purificazione, era un bambino ancora in fasce. Il loro cuore sobbalzò; lo Spirito Santo li illuminò; essi conobbero che quel bambino era il Signore. « Signore! — esclamarono — ora facci pure morire, perché i nostri occhi videro la tua faccia e il nostro paradiso è incominciato ». – Cristiani! in quest’ultima domenica dell’anno io concluderò rivolgendovi il gemito dello Spirito Santo : « Ne des annos tuos crudeli » (Prov., V, 9). Non date gli anni vostri al maligno! Così, giunti al termine della vita, non troverete amarezza e disperazione, ma come Simeone ed Anna, vedrete il Volto di Gesù che vi beatificherà nei secoli dei secoli.

3.

LA PROFEZIA DI SIMEONE

Secondo la legge mosaica la donna a cui il cielo avesse largito un figliuolo, dopo il quarantesimo giorno, doveva salire al tempio a chiedere la sua purificazione. Se poi il bambino era il primogenito, esso pure veniva portato per essere simbolicamente consacrato al Signore. E quantunque Maria avesse concepito, non come le altre donne, ma miracolosamente per opera di Spirito Santo, per umiltà volle sottostare alle leggi comuni. Ella dunque venne alla porta del tempio, si fece aspergere da un sacerdote e poi offrì l’offerta dei poveri: due tortorelle; che la Madre di Dio non possedeva tanto da poter offrir un agnello, ch’era l’offerta dei ricchi. – La cerimonia volgeva al termine, quando apparve Simeone, il vegliardo del tempio. Fedele credente, vedeva da lungo tempo con dolore e con profonda indignazione i peccati d’Israele e la schiavitù sotto il giogo straniero. Ma pure in cuor suo aveva ricevuto promessa da Dio che non avrebbe chiusi gli occhi senza vedere il Messia. Ora la promessa si compiva. Tremando di gioia prese il neonato tra le sue vecchie braccia e profetò: « O Signore, lascia pure il tuo servo andare in pace, come l’hai promesso: ho visto la salvezza che salverà tutti i popoli, ho visto la luce che illuminerà tutte le genti ». Giuseppe e Maria nell’ascoltarlo furono colti da ammirazione, ma il santo vecchio li guardò e, dopo averli benedetti, soggiunse: « Questo Bambino è il segno della contradizione posto alla rovina e alla resurrezione di molti. Una spada affilata poi trapasserà l’anima di sua Madre ». Quando in una famiglia nasce qualcuno, quanti sogni si fabbricano su quella piccola testa ignara! Crescerà sano e robusto ovvero piegherà sullo stelo prima ancora di sbocciare? Sarà un uomo coscienzioso e probo o invece un ignobile e disonesto? Amerà gli studi o preferirà il commercio o le armi? Sarà la gloria e la gioia di sua madre o il disonore e il dispiacere? Nessuno lo sa. Ma il santo vegliardo del tempio di Gerusalemme aveva letto bene la storia dell’avvenire e la sua parola s’avverò. Questo bambino sarà il segno di contradizione. Il cuore di sua madre sarà trapassato dal dolore.

  1. IL SEGNO DI CONTRADIZIONE

Conterò una storia che Eusebio di Cesarea ci assicura d’aver raccolta dalle labbra di Costantino stesso. Mentre l’imperatore prepara vasi a marciare contro il rivale Massenzio, gli apparve nel cielo una Croce sulla quale si leggeva: « Con questa vincerai ». Costantino, ancora pagano, sorpreso della meravigliosa visione, promise di farsi Cristiano se avesse ottenuto vittoria. Intanto ordinò che sul vessillo da portare in battaglia si dipingesse la croce, così come l’aveva veduta. Massenzio, che aveva saputo qualcosa, ordinò alle sue legioni di mirare tutti contro il vessillo fatato. L’alfiere che lo portava, sentendo sibilare intorno a lui le frecce, s’accorse d’essere fatto bersaglio da tutti i nemici, e spaventato gettò via il vessillo e riparò in mezzo alle file. Un compagno, visto quest’atto di debolezza, si spoglia delle armi e, afferrata l’insegna, si slancia in testa ai manipoli, avanzando a gran corsa verso il nemico. I dardi fischiando densi come una grandinata, foravano la bandiera, lasciando illeso l’intrepido alfiere. I nemici compresero che un Dio combatteva con l’armata di Costantino, e presi da spavento si rovesciarono indietro, ed ebbero una sconfitta completa e decisiva dove Massenzio stesso perì. Agli inni della vittoria non partecipò il primo alfiere. Qualcuno l’aveva visto cadere colpito nel cuore da uno strale. – Questo fatto ci offre due insegnamenti.

a) Ed il primo è che tutti quelli che combattono Cristo, o la sua Chiesa, o i ministri della sua Religione periscono, come Massenzio perì. Voltiamoci indietro a guardare la storia: il primo persecutore di Gesù è Erode l’infanticida, ma fu anche il primo a sperimentare la vendetta divina. Arso lentamente da una febbre maligna, straziato da coliche che gli laceravano le viscere, gonfio e livido mostruosamente in tutto il corpo, scontorto da convulsioni spasmodiche, esalava un fetidissimo puzzo e nelle sue carni marcenti già brulicavano i vermi. L’altro Erode, l’Antipa, quello che nel giorno della passione trattò Gesù da pazzo, morì in esilio; e Pilato pure dovette fuggire, e ramingare di paese in paese fin che si uccise di propria mano. Giuda Iscariota si appese alla ficaia e scoppiò. Tutti gli imperatori romani, che perseguitarono i martiri, finirono violentemente, così che lo scrittore Lattanzio Firmiano poté formare un libro che intitolò: « La morte dei persecutori ». Caligola fu trucidato, Nerone, vedendosi raggiunto dalla coorte mandata ad ucciderlo, si cacciò egli stesso il pugnale nel cuore. Domiziano fu ucciso da quei di sua famiglia. Commodo fu strangolato. Eliogabalo è ammazzato dai suoi soldati. Valeriano è scoiato. Diocleziano muore di fame. Giuliano l’apostata, ferito in guerra, si strappa le bende, e lanciando una manata di sangue contro il cielo, bestemmia: « Galileo, hai vinto ». Poi morì, come morirono e moriranno tutti i nemici della fede nostra. Cristo invece regna, impera, trionfa; ieri, oggi, domani; sempre.

b) Un secondo insegnamento deriva a noi dal fatto, che ho narrato. Tutti quelli che dopo aver ricevuto il Battesimo e servito a Gesù Cristo per qualche tempo, gli voltano le spalle, lo insultano coi loro peccati, avranno la peggio come l’ebbe il primo alfiere. Quelli invece che, armati di confidenza e di coraggio, lo servono, lo difendono, soffrono per Lui, saranno fortunati quaggiù e nell’eternità, come lo fu il secondo alfiere. Cristo è il segno della contradizione: o risorgere con Lui, o contro di Lui perire. – Chi desiderando d’essere sapiente, disprezzò il Vangelo per studiare altri libri, non capì più nemmeno quello che capiscono anche i bambini. E chi rifiutò il giogo del Signore per vivere secondo i capricci delle sue passioni, non trovò che delusioni, rimorsi, disperazione e condanna eterna. – Invece quelli che per amor di Cristo, rinunciarono alla fatua sapienza del mondo, alle bugiarde gioie del mondo, ai fugaci beni del mondo, ricevettero cento volte più di quello che avevano lasciato, e per giunta la vita eterna (MT., XIX, 29).

1. LA MADRE DOLOROSA

È l’Annunciazione. Un Angelo discende nella casa umile d’una povera fanciulla del popolo e le porta il desiderio dell’Onnipotente. « Non temere, Maria. Accetti tu d’essere la Madre di Dio? ». E la Madonna, sospirando come a una cosa a cui ci si rassegna dopo un lungo tentennare, rispose semplicemente: « Io sono l’ancella del Signore. Sia fatto in me secondo la tua parola ». Ma come? Perché non irrompere in un grido di gaudio infrenabile? Proprio lei, che non conosceva che il tempio e la sua casa, veniva eletta alla più alta dignità possibile a semplice creatura umana, e non esultava d’ebbrezza; ma trepidamente diceva: « Io sono l’ancella del Signore: fiat! ». – Era perché la Madonna sapeva che Madre di Dio vuol dire Madre d’un Crocifisso. Sapeva che in ogni giorno della sua vita sarebbe stata accompagnata dalla visione della croce, fin tanto che il suo Unigenito inchiodato e sanguinante davanti ai suoi occhi materni non fosse spirato davvero. – Da quel momento la sua anima fu trafitta con una spada a taglio doppio. Quattro cose, dice S. Tommaso, fecero amara la passione di Cristo alla Vergine Madre.

Primo, la bontà del Figlio: perdere un figlio è gran dolore, ma perdere un Figlio che non le aveva recato mai il più tenue dispiacere, un Figlio ch’era Dio, è quello che nessun’altra madre provò né proverà.

Secondo, la crudeltà dei crocifissori: a Lui che bruciava di sete nell’agonia non gli vollero dare una stilla d’acqua; e sua Madre neppure gliela poteva dare, che non lo permettevano; e neppure poteva placargli l’arsura con i suoi baci, che era sospeso in alto.

Terzo, l’infamia della pena: moriva il Figlio di Dio tra due ladroni quasi che anch’Egli fosse un ladrone, moriva per mano della giustizia, la giustizia più ingiusta, che aveva osato perfino condannare a morte il Creatore del cielo e della terra e dei giudici. Quarto, la ferocità del martirio: insultato, flagellato, inchiodato. E morto, quasi non bastasse, fu squarciato nel petto con una lancia: Egli non la sentì perché era già spirato, ma la sentì la sua Madre che vedeva … 0 vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus (Tren., I , 12).

CONCLUSIONE

Era la festa dell’Assunta del 1856. A Spoleto si faceva una solenne processione, con l’immagine taumaturga dell’Addolorata. Era la Madre che. come si usava ogni anno in quel giorno, passeggiava tra i figli suoi: e non v’era ginocchio che non piegasse a terra davanti a Lei. La processione, tra canti e incensi, si svolge lenta e giunge davanti a un giovane elegantissimo di nome Francesco Possenti. Già due volte, ammalato da morire, aveva promesso di cambiare vita; davanti al cadavere di sua sorella morta sì giovane l’aveva giurato ancora; e non si era deciso mai a strapparsi dalle voluttuose spire del mondo. Ora, ritto ai margini della strada, guardava la processione snodarsi davanti. Quando l’immagine della Madre dolorosa gli fu vicina, sentì battergli il cuore come mai. Gli parve che la Vergine girasse lo sguardo su lui e lo guardasse in una luce divina. Intanto una voce gli gridava dentro: « Francesco il mondo non è più per te ». Qualche tempo dopo correva un mormorio per la città: « Sai, il ballerino si è fatto frate ». « Francesco Possenti vuoi dire? ». – « Sì: ed ha preso il nome di Gabriele dell’Addolorata ». Quante volte, e con grazie e con disgrazie, la Madonna ci ha fatto capire di abbandonare il peccato e riprendere una vita più cristiana più mortificata: e fu sempre invano. Oggi, che è l’ultima domenica di quest’anno che finisce, la Madonna Addolorata ci guardi con quegli occhi suoi misericordiosi. Ci guardi come ha guardato una volta il giovane Francesco Possenti: e noi con l’anno nuovo riprenderemo una vita nuova: di pietà, di carità, di bontà.

 

UNA BOLLA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: HORRENDUM ILLUD SCELUS DI S. PIO V

Questa bolla di S. Pio V, è solo uno dei tanti documenti della Chiesa Cattolica a condanna del “peccato che grida vendetta agli occhi di Dio”, come recita il Catechismo cattolico, o se preferite, del “peccato propter hæc enim venit ira Dei in filios diffidentiæ … per cui l’ira di Dio piomba sopra coloro che gli resistono”, come dice San Paolo nella Epistola agli Efesini (c. V, 6). Chiarezza ed inappellabilità caratterizzano questo breve documento che è come una pietra tombale, inamovibile ed eternamente incastonata nel mosaico del Magistero Pontificio. Non ci sono commenti, né discussioni possibili. Chi dovesse affermare il contrario è semplicemente un a-cattolico, un apostata vizioso, servo consapevole o meno, ma servo, dell’androgino abominevole baphomet. Leggiamo con calma e facciamo nostra questa perla del Magistero e della Dottrina Cristiana. – Lasciamo il testo latino del Bollarium Romanum perché già così il documento è comprensibile ad un lettore di media cultura.

HORRENDUM ILLUD SCELUS

DI S.S. S. PIO V

Contra quoscumque clericos,

iam sæculares quam regulares,

nefandi criminis reos (1).

Pius episcopus servus servorum Dei,

ad perpetuam rei memoriam.

Horrendum illud scelus, quo pollutæ fœdatæque civitates a tremendo Dei iuidicio conflagrarunt, acerbissimum nobis dolorem inurit, graviterque animum nostrum commovet ut ad illud, quantum potest, comprimendum studia nostra conferamus.

1. Sane Lateranensi concilio dignoscitur constitutum ut quicumque clerici illi incontinentia quæ contra naturam est, propter quam ira Dei venit in filios diffidentiæ, deprehensi fuerint laborare, a clero deiiciantur, vel ad agendam in monasteriis pœnitentiam detrudantur.

2. Verum, ne tanti flagitii contagium, impunitatis spe, quæ maxima peccandi illecebra est, fidentius invalescat, clericos huius nefarii criminis reos gravius ulciscendos deliberavimus, ut qui animæ interitum non horrescunt, hos certe deterreat civilium legum vindex gladius sæcularis.

3. Itaque, quod nos iam in ipso pontificatus nostri principio hac de re decrevimus, plenius nunc fortiusque persequi intendentes, omnes et quoscumque presbyteros et alios clericos sæculares et regulares, cuiuscumque gradus et dignitatis, tam dirum nefas exercentes, omni privilegio clericali omnique officio, dignitate et beneficio ecclesiastico, præsentis canonis auctoritate, privamus. Ita quod per iudicem ecclesiasticum degradati, potestati statim sæculari tradantur, qui de eis illud idem capiat supplicium, quod in laicos hoc in exitio devolutos, legitimis reperitur sanctionibus constitutum.

Nulli ergo etc.

Datum Romæ, apud S. Petrum, anno Incarnationis dominicæ MDLXVIII,

 in kalendas septembris,

pontificatus nostri anno III.

Dat. die 30 augusti 1568, pontif. anno III.

– 1 Quell’orribile crimine, a causa del quale città corrotte ed immonde sono state distrutte col fuoco  dalla condanna divina, provoca in noi un acerbissimo dolore e scuote la nostra mente, spingendoci a reprimere un simile crimine con il massimo zelo possibile.

2. Molto opportunamente, il Concilio Lateranense [Conc. Lat. III, Can. 11, 1179 – ribadito nel Conc. Lat. V, 1512-1517 – ndr. – ] emanò questo decreto: “Ogni membro del clero catturato in quel vizio contro natura, dato che l’ira di Dio cade sui figli della perfidia, deve essere rimosso dall’ordine clericale o forzato a fare penitenza in un monastero “; affinché il contagio di una tale grave offesa non possa progredire con maggiore audacia a causa dell’impunità, che è il più grande incitamento al peccato, e in modo da punire più severamente i chierici che sono colpevoli di questo crimine nefando e che non sono spaventati  dalla morte delle loro anime, decidiamo che vengano consegnati alla severità dell’autorità secolare, che applica la legge civile.

3. Pertanto, desiderando perseguire con più rigore di quanto abbiamo esercitato dall’inizio del nostro Pontificato, stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero, sia secolare che regolare, che commette un crimine così esecrabile, con l’autorità del presente canone sia privato di ogni privilegio clericale, di ogni posto, dignità e beneficio ecclesiastico. E dopo essere stato degradato da un giudice ecclesiastico, sia immediatamente consegnato all’autorità secolare onde essere sottoposto al supplizio, come prescritto dalla legge appropriata che punisce i laici sprofondati in tale abisso.

[La traduzione è redazionale, ma al di là di qualche possibile errore grammaticale, rispetta con tutta l’accuratezza possibile il pensiero del Pontefice. Siamo pronti però ad accettare eventuali autorevoli correzioni ed osservazioni – ndr. – ]

(1) Ad hoc habes aliam huius Pontificis Constitutionem IX, “Cum primum”

 Nella bolla “Cum primum apostolatus officium”, 1 Apr. 1566, ricordata sopra, al punto 11 leggiamo: Si quis crimen nefandum contra naturam, propter quod ira Dei venit in filios diffidentiæ, perpetraverit, curiae sæculari puniendus tradatur; et si clericus fuerit, omnibus ordinibus degradatus, simili pœna subiiciatur.

Concilio Lateranense III, Can. 11:

[Alessandro III, 1179]

11.5 Clerici in sacris ordinibus constituti, qui mùlierculas suas in domibus suis incontinentiæ nota tenuerint, aut obiciant eas et continenter vivant, aut ab officio et beneficio ecclesiastico fiant alièni.

– Quicumque incontinentia illa, quæ contra naturam est, propter quam venit ira Dei in filios diffidentiæ et quinque civitates igne consumpsit, deprehensi fuerint laborare, si clerici fuerint eiciantur a clero vel, ad poenitentiam agendam in monasteriis detrudantur, si laici exeommunicationi subdantur et a cætu fidelium fiant prorsus alieni.

11.5 I chierici che hanno ricevuto gli ordini sacri, i quali tengano in casa delle concubine per la loro incontinenza, se non le scacciano per vivere castamente, siano privati dell’ufficio e dal beneficio ecclesiastico. –

Chiunque fosse trovato colpevole del peccato contro natura, a motivo del quale “… piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono, e distrusse col fuoco cinque città”, se è chierico, sia scacciato dal clero e sia rinchiuso in monastero a fare penitenza, se è laico, sia scomunicato e totalmente allontanato dalla comunità dei fedeli.

#     #     #

Conc. Later. V,  – 1512-17; Sessione IX, bolla di riforma della curia. –

[S. S. Leone X]

 …si quis vero tam laicus, quam clericus, de crimine, propter quod venit ira Dei in filio diffidentiae, convictus fuerit, poenia per sanctos canones aut ius civile respective impositis puniatur.

Se qualcuno, sia laico che chierico, risultasse colpevole del peccato per cui l’ira di Dio piomba sopra coloro che gli resistono [Ephes. V, 6], sia punito con le pene stabilite rispettivamente dai sacri canoni e dal diritto civile.

 

 

DOMENICA TRA L’OTTAVA DI NATALE (2018)

 

Incipit 
In nómine Patris, 
 et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 
Sap XVIII: 14-15.
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Ps XCII: 1
Dóminus regnávit, decórem indútus est: indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.
[Il Signore regna, rivestito di maestà: Egli si ammanta e si cinge di potenza.]
Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit
[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale.]

Oratio 
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo: ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.
[Onnipotente e sempiterno Iddio, indirizza i nostri atti secondo il tuo beneplacito, affinché possiamo abbondare in opere buone, in nome del tuo diletto Figlio]

Lectio 
Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Gálatas.
Gal IV: 1-7
Patres: Quanto témpore heres párvulus est, nihil differt a servo, cum sit dóminus ómnium: sed sub tutóribus et actóribus est usque ad præfinítum tempus a patre: ita et nos, cum essémus párvuli, sub eleméntis mundi erámus serviéntes. At ubi venit plenitúdo témporis, misit Deus Fílium suum, factum ex mulíere, factum sub lege, ut eos, qui sub lege erant, redímeret, ut adoptiónem filiórum reciperémus. Quóniam autem estis fílii, misit Deus Spíritum Fílii sui in corda vestra, clamántem: Abba, Pater.
Itaque jam non est servus, sed fílius: quod si fílius, et heres per Deum.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, Torino 1899, vol. I, Omelia IX]

“Fratelli, fintantoché l’erede è fanciullo, non differisce punto dal servo, benché sia padrone di tutto: ma sta sotto, tutori ed amministratori fino al tempo stabilito prima dal padre. Così noi pure: mentre eravamo fanciulli, eravamo tenuti in servitù sotto gli elementi del mondo. Ma quando venne il compimento dei tempi, Iddio mandò il Figliuol suo, fatto di Donna, soggetto alla legge, affine di riscattare quelli che erano sotto la legge, sicché fossimo adottati in figliuoli. E poiché siete figliuoli, Iddio ha mandato lo Spirito del Figliuol suo nei vostri cuori, che grida: Abba, Padre „ (Ai Galati, IV, 1-6).

Queste poche sentenze, che avete udite e che l’apostolo Paolo scriveva ai fedeli di Galazia, rispondono a meraviglia al mistero sì sublime e sì dolce che abbiamo celebrato in questi giorni. Il Figlio di Dio fatto uomo! ecco il mistero del S. Natale, di cui festeggiamo l’ottava. Ora qual è il fine, il frutto principalissimo di questo mistero? Perché il Figlio di Dio si è fatto uomo? Affinché gli uomini diventassero Dei, vi risponde S. Agostino e con lui ad una voce tutti i Padri: affinché gli uomini diventassero figli di Dio, risponde S. Paolo nel testo sopra riportato. Bene a ragione pertanto la Chiesa in questa Domenica ci invita a meditare le parole dell’Apostolo, che vi ho recitate: in esse si chiude il frutto pratico della Incarnazione e del santo Natale; a me lo spiegarvel0, a voi l’udirlO. – Scopo di tutta la lettera di S. Paolo ai Galati è quello di mostrare che la legge mosaica con tutte le sue cerimonie e tutti i suoi sacrifici doveva cessare, per dar luogo alla legge di Gesù Cristo; la legge di Mosè, dice S. Paolo, era il pedagogo, che doveva condurre a Gesù; venuto questo, l’ufficio del pedagogo non aveva più ragione di essere e naturalmente cessava. Per illustrar meglio questa idea fondamentale, Paolo ricorre ad una idea affine e tolta dalla legge stessa civile, evoluzione della legge naturale. Udite l’Apostolo. “Fintantoché l’erede è fanciullo, non differisce punto dal servo, benché sia padrone di tutto; ma sta sotto tutori ed amministratori fino al tempo stabilito prima dal padre. „ Vedete un fanciullo: egli è l’erede del padre suo e perciò veramente padrone di tutta la sua sostanza; ma finché è fanciullo, finché è nella minorità, non differisce dal servo: deve ubbidire all’aio: deve lasciar amministrare la sua sostanza al tutore, ai procuratori e restare in questo stato di dipendenza, lui padrone, finché sia spirato il tempo fissato dalla legge e dal padre, ed egli acquisti il pieno e libero esercizio dei suoi diritti di figlio. Fino a quel tempo non vi è differenza tra il servo ed il figlio; tutta la differenza è questa: la condizione del servo è stabile, quella del figlio è temporanea. Noi, così ragiona S. Paolo, noi Ebrei, sotto la legge mosaica, noi Gentili, prima del Vangelo, eravamo come fanciulli, impotenti ad ogni cosa; eravamo tenuti in servitù, sotto gli elementi del mondo; eravamo cioè legati alle prescrizioni sì gravi e sì minute della legge di Mosè; eravamo schiavi delle superstizioni gentilesche; eravamo come quei fanciulli che, prima di studiare ed apprendere le scienze, devono imparare le lettere dell’alfabeto. Insomma tutto il tempo che corse da Adamo a Cristo, è un tempo di preparazione: l’umanità tutta è come un pupillo, un minore, che aspetta il tempo in cui sarà emancipata: acquisterà la piena libertà di se stessa per opera di Gesù Cristo, sciogliendosi dalle fascio della sinagoga e dalle superstizioni e dagli errori del paganesimo. – E questa emancipazione dell’umanità quando avvenne? “Quando venne il compimento dei tempi, Iddio mandò il Figliuol suo, fatto di Donna, soggetto alla legge. „ Che cosa è questo compimento o pienezza del tempo, come dice il testo latino? Una cosa è piena quand’è compita e perfetta, e allora viene la pienezza dei tempi, quando i tempi sono maturi e compiute le cose: quando son giunti i tempi e i fatti annunziati dai profeti, quando tutto è disposto, Dio manda il Figliuol suo, cioè il Figliuol di Dio si fa uomo. Si dice che Dio, cioè Dio-Padre, che di sé, ab eterno, genera il Figliuol suo, lo manda sulla terra. Non dovete immaginare che il Padre mandi il Figlio, come un padre terreno manda i suoi figli, no; Dio-Padre non si può mai separare dal Figlio, con cui ha comune la natura, come non possiamo noi separare il pensiero dalla nostra mente; non lo manda con movimento materiale, che in Dio è impossibile: non lo manda a guisa di chi fa un comando: Dio-Padre manda il Figliuol suo, cioè fa sì che il Figliuolo, che ha una sola volontà con Lui, assuma la natura umana, ed essendo Dio eterno ed immutabile, cominci ad essere anche uomo. Il Figliuolo del Padre eterno si fa uomo, pigliando dalla donna la natura umana. E qui badate che S. Paolo dice che Gesù Cristo prese dalla Donna la natura umana, per indicare che non vi ebbe parte l’opera dell’uomo, e che perciò Gesù Cristo nacque da una Vergine. — Il Figlio di Dio nacque da una Vergine e fu posto sotto la legge, s’intende, la mosaica. Certamente Gesù Cristo, anche in quanto uomo non era obbligato alla legge mosaica, essendo Egli sopra ogni legge; ma, benché non tenuto alla legge mosaica, volontariamente ad essa si sottopose e ne osservò scrupolosamente tutte le prescrizioni, dalla circoncisione alla celebrazione della pasqua. E per qual motivo Gesù Cristo volle sottoporsi alla legge mosaica, Egli che non ne aveva obbligo alcuno? Risponde S. Paolo: “Affine di riscattare quelli che erano sotto la legge, sicché fossimo adottati in figliuoli. „ Gesù Cristo pigliò sopra di sé tutto il peso della legge mosaica per due motivi secondo san Paolo: perché fossimo liberati noi da quella legge di servi, ed acquistassimo tutti i diritti di figliuoli adottivi. — La legge mosaica era una legge di timore; a moltissime delle sue trasgressioni era inflitta la pena di morte: essa riguardava più il corpo che lo spirito, aveva ricompense terrene; era tal giogo che, diceva S. Pietro, non abbiam potuto portare noi, né i padri nostri (Atti, xv, 10). Ebbene Gesù Cristo la tolse sopra di sé, come tolse sopra di sé il peccato, e la chiuse per sempre, a quella sostituendo la sua legge. Quale? “La legge di figliuoli di adozione, „ che è il Vangelo. – Noi per natura siamo creature di Dio e perciò suoi servi, e come servi erano trattati i figli d’Israele, percossi terribilmente ogni qualvolta traviavano. Nella nuova legge, portata da Gesù Cristo, noi siamo elevati alla dignità di figli di Dio, e perciò da noi si esige più l’amore che il timore. – Siamo figli di Dio per adozione! Voi sapete che cosa sia l’adozione e i diritti ch’essa porta seco. Un uomo sceglie un giovane qualunque, lo dichiara suo figlio, lo tiene presso di sé, lo tratta, lo ama come se fosse suo figlio naturale e morendo gli lascia in eredità la sua sostanza e porta il nome del padre, che lo ha adottato. Ecco il figliuolo adottivo ed ecco la nostra dignità, di cui siamo debitori a Gesù Cristo. Egli senza merito nostro di sorta, ci scelse di mezzo agli uomini, col santo Battesimo ci fece suoi figliuoli, ci accolse nella Chiesa, che è la sua famiglia ed il suo regno: ci ama come figli, ci fa partecipi di tutti i beni spirituali della sua Chiesa e ci darà l’eredità eterna del cielo. Ecco che cosa vuol dire essere figli adottivi di Dio! Ma non ho detto tutto, o cari. La nostra dignità di figli di Dio per adozione, importa tra noi e Dio rapporti senza confronto maggiori di quelli che corrono tra il padre che adotta, ed il figlio che è adottato, e qui vi prego di porre ben mente alla cosa. Un uomo adotta un figlio, e questo si considera come se fosse veramente figlio dell’adottante e ne ha tutti i diritti. Ma ditemi: il padre adottante che cosa mette di proprio nella persona del figlio adottato? Perfettamente nulla. Il padre adottante ami pure il figlio adottato coll’amore più intenso; lo dica pure suo figlio, lo colmi di favori, di ricchezze finché vuole: quel figlio non sarà mai veramente figlio dell’adottante se non per virtù della legge e nell’apprezzamento comune; nelle vene di quel giovane adottato non scorrerà mai una stilla sola di sangue del padre adottante; sarà sempre vero che quel giovane ha avuto la vita da un altro uomo e che il vero padre dell’adottato non è, ne sarà mai colui che l’ha adottato, e forse la fisionomia, l’indole morale, le tendenze, il carattere e le abitudini lo mostreranno a chiare note. – Ben altra è l’adozione che noi abbiamo ricevuto da Dio. Egli nell’adottarci ha posto in noi ciò che ha di più intimo, la partecipazione del suo Spirito, della sua vita stessa. Ce lo dice in termini S. Paolo: “E poiché siete figliuoli, Iddio ha mandato lo Spirito del Figliuol suo nei nostri cuori. „ Lo spirito di Gesù Cristo è lo stesso Spirito Santo, l’amore sostanziale del Padre e del Figlio, e Gesù Cristo lo spande nelle nostre anime con la grazia che ci santifica nel Battesimo, che si accresce nella Confermazione e particolarmente nella santa Eucaristia e in tutti i Sacramenti. E che è questa grazia, questo dono dello Spirito Santo? È una forza che emana da Dio stesso, che investe e penetra tutta l’anima, l’abbellisce, la trasforma e la rende simile a Dio. Vedete il ferro messo nel fuoco: esso è tutto penetrato dal fuoco, quasi trasformato nel fuoco, rimanendo pur sempre ferro. È una immagine dell’anima adorna della grazia di Dio. Essa è unita intimamente a Dio; è fatta bella della bellezza di Dio, come il fiore è bello della luce del sole; essa riceve in sé l’influsso della vita stessa di Dio, come il tralcio riceve la sua vita dalla radice e dal tronco della vite; per la grazia l’anima, restando pur sempre anima creata, partecipe della divina natura e porta in se stessa i lineamenti, la somiglianza di Dio e sente di avere tutto il diritto di dire a Dio: Padre nostro! Oh! sì: grida S. Giovanni, non solo possiamo dirci figliuoli di Dio, ma lo siamo realmente: “Ut filii Dei nominemur et simus.,, Quale dignità! quale grandezza, o carissimi! Figli di Dio! Dunque, come figli, dobbiamo rispettarlo, ubbidirlo, onorarlo con la nostra condotta, porre in Lui ogni fiducia, amarlo teneramente e sopra ogni cosa.

 Graduale Ps XLIV: 3; XLIV: 2
Speciósus forma præ filiis hóminum: diffúsa est gratia in lábiis tuis.
[Tu sei bello fra i figli degli uomini: la grazia è diffusa sulle tue labbra.]
V. Eructávit cor meum verbum bonum, dico ego ópera mea Regi: lingua mea cálamus scribæ, velóciter scribéntis.
[V. Mi erompe dal cuore una buona parola, al re canto i miei versi: la mia lingua è come la penna di un veloce scrivano.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps XCII: 1.
Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.
[Il Signore regna, si ammanta di maestà: il Signore si ammanta di fortezza e di potenza. Allelúja]

Evangelium 
Sequéntia  sancti Evangélii secundum Lucam.

Luc II: 33-40
In illo témpore: Erat Joseph et Maria Mater Jesu, mirántes super his quæ dicebántur de illo. Et benedíxit illis Símeon, et dixit ad Maríam Matrem ejus: Ecce, pósitus est hic in ruínam et in resurrectiónem multórum in Israël: et in signum, cui contradicétur: et tuam ipsíus ánimam pertransíbit gládius, ut reveléntur ex multis córdibus cogitatiónes. Et erat Anna prophetíssa, fília Phánuel, de tribu Aser: hæc procésserat in diébus multis, et víxerat cum viro suo annis septem a virginitáte sua. Et hæc vídua usque ad annos octogínta quátuor: quæ non discedébat de templo, jejúniis et obsecratiónibus sérviens nocte ac die. Et hæc, ipsa hora supervéniens, confitebátur Dómino, et loquebátur de illo ómnibus, qui exspectábant redemptiónem Israël. Et ut perfecérunt ómnia secúndum legem Dómini, revérsi sunt in Galilaeam in civitátem suam Názareth. Puer autem crescébat, et confortabátur, plenus sapiéntia: et grátia Dei erat in illo.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Om. X]

 “Giuseppe e la Madre di Gesù si meravigliavano delle cose che erano dette di lui. E Simeone li benedisse, e disse a Maria, madre di Lui: Ecco, costui è posto a rovina ed a rialzamento di molti in Israele, ed a segno, al quale sarà contraddetto: e una| spada trapasserà a te stessa l’anima, affinché i pensieri di molti cuori siano fatti manifesti. Eravi anche una certa Anna profetessa, figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: donna molto innanzi negli anni, che era vissuta sette anni col marito dopo la sua verginità; ed era vedova di circa ottantaquattro anni, e non si partiva mai dal tempio, servendo a Dio, notte e giorno, in digiuni ed orazioni. E questa, sopravvenendo in quell’ora, glorificava il Signore e parlava di quel bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione d’Israele. Come ebbero adempiuta ogni cosa secondo la legge del Signore, se ne tornarono in Galilea, in Nazaret loro città. Ed il fanciullo cresceva e si fortificava in ispirito, ed era ripieno di sapienza e la grazia di Dio era in lui „ (Luca, II, 33-40).

Il Vangelo che vi ho riportato nella nostra lingua, versa tutto intorno a Gesù bambino; vi si accenna alla sua presentazione al tempio: vi si parla della sua manifestazione per opera di Simeone e di Anna e del suo ritorno a Nazaret: è una cotale appendice del mistero del santo Natale. Il testo, che devo spiegarvi, è alquanto lungo e perciò è savio consiglio guadagnar tempo e porvi tostamente mano. “Giuseppe e la Madre di Gesù si meravigliavano delle cose che erano dette di Lui. „ Per capire il senso di queste parole è necessario rifarci indietro alquanto. Simeone, supernamente illustrato, aveva riconosciuto, nel bambino che Maria teneva tra le braccia, l’aspettato Salvatore del mondo e pronunciate quelle parole nobilissime che compongono il cantico che dicesi di Simeone. In quelle parole del santo vegliardo si annunziava la conversione dei Gentili e la gloria che ne sarebbe venuta a quel Bambino celeste. Ciò udendo, Giuseppe e Maria furono ricolmi di meraviglia; non già che Maria al tutto ignorasse questa gloria futura del suo Gesù, ma la riempiva di stupore l’udirla annunziata sì chiaramente da quell’uomo ed in quel luogo. Ma né Giuseppe, né Maria dissero parola: tacevano, ammiravano e ringraziavano Dio in silenzio. È bene, dilettissimi, porre attenzione a questa sentenza del Vangelo: “Giuseppe e la Madre di Gesù. „ Voi vedete che l’Evangelista, in ordine alla origine di Gesù, distingue accuratamente Giuseppe da Maria, e mentre nomina Giuseppe semplicemente, come se fosse un estraneo, di Maria espressamente dice: “Madre di Gesù.,, In queste parole si indica nettamente il dogma cattolico, per il quale crediamo che Gesù non ebbe padre terreno e che la sola Vergine gli diede vita umana e si deve credere vera sua Madre. – Maria Madre di Gesù e Madre di Dio è la stessa cosa, perché in Gesù non essendovi che una sola Persona, il Figlio di Dio, e dicendosi Maria Madre di Gesù, è manifesto ch’Ella è veramente Madre di Dio, ancorché essa non abbia dato l’essere al Figlio di Dio, come Figlio di Dio. La nostra madre non ha dato a noi l’anima, che è creata solo da Dio, ma il corpo; ma poiché ciascuno di noi è una sola persona, avente le due sostanze, anima e corpo insieme unite, la madre nostra si dice ed è, vera madre nostra. Così Maria è vera Madre di Gesù, Dio-Uomo, perché lo ha veramente generato nella natura umana, ch’Ella gli diede. –  Simeone, dopo aver rivolte le sue parole a Dio, ringraziandolo d’avergli fatto conoscere in quel bambino il Messia, “benedisse i due coniugi, „ cioè recitò la benedizione sacra prescritta dalla legge, e poi si rivolse a Maria e disse: “Ecco, Costui è posto a rovina e a rialzamento di molti in Israele. „ Simeone volle dire: Questo bambino è venuto per essere la salvezza di tutti, perché tutti Egli vuole salvare; ma per alcuni, contro sua volontà, sarà pietra di scandalo, sarà occasione di caduta e di rovina eterna. Quelli fra i figli d’Israele che lo videro e udirono la sua dottrina, e con spirito di umile ubbidienza credettero, furono salvi: quelli che, pieni di orgoglio lo videro, lo sprezzarono e rigettarono la sua dottrina, furono a loro volta respinti e si perdettero. Gesù Cristo fu per Israele, e sarà sempre per tutti gli uomini, causa di salute od occasione di rovina. Egli è come la luce che rallegra l’occhio sano e tormenta l’infermo, ancorché per sua natura sia destinata solamente a rallegrare l’occhio e non a tormentarlo, e se lo tormenta non è per cagion sua, ma sì per colpa dell’occhio stesso infermo. La nostra condizione, o cari, ora è tale che se non siamo salvati da Lui, da Lui saremo eternamente condannati. Chi più ha ricevuto più deve dare, e chi meno, meno deve dare. Ora noi l’abbiamo conosciuto Gesù Cristo; da Lui abbiamo ricevuto ogni maniera di beni; guai a noi se non corrispondessimo! Una caduta d’alto luogo è fatale, e tale sarebbe la nostra caduta se, portati a tanta altezza da Gesù Cristo, da Lui ci separassimo. Gesù, continuava Simeone, “… è posto a segno al quale sarà contraddetto. „ È una profezia che si adempì e si adempie tuttora sotto i nostri occhi. Gesù Cristo nella sua Persona e nella sua Chiesa, nella quale opera, non è Egli segno e bersaglio di contraddizione? Chi crede in Lui e chi non crede; chi gli ubbidisce e chi rifiuta di ubbidirgli; chi lo benedice e chi lo bestemmia; chi lo ama e chi non si cura di Lui, e chi perfino lo odia fieramente. Ciò che avvenne a Gesù Cristo nei giorni di sua vita mortale, avvenne in tutti i secoli fino a noi, alla sua Chiesa, dagli uni ubbidita, rispettata ed amata qual Madre, e dagli altri disubbidita, disprezzata ed odiata quale nemica. – “E una spada trapasserà a te stessa l’anima, affinché i pensieri di molti cuori siano fatti manifesti. „ – Maria è inseparabile da Gesù come il ramo dal fiore e la sorgente dal suo ruscello, e perciò le gioie e i dolori del figlio sono gioie e dolori della madre. Gesù sarà il bersaglio delle ire e dei furori della sinagoga, che un giorno lo conficcherà alla croce, e sarà l’uomo dei dolori e il re dei martiri; dunque anche Maria sarà con Lui e per Lui straziata, e meritatamente sarà chiamata la Donna dei dolori e la Regina dei martiri. Gesù sarà straziato nell’anima e nel corpo; Maria solamente nell’anima, è vero, ma sarà tale il suo martirio, che Simeone per esprimerlo usa di questa frase fortissima: “Una spada trapasserà l’anima tua. „ Questa spada le fu piantata in cuore fin da quell’istante che divenne Madre, perché fin da quell’istante ebbe, non dico la viva apprensione, ma il chiaro e certo conoscimento di tutto ciò che il suo Gesù doveva patire, onde il martirio di Maria fu continuo ed abbraccia l’intera sua vita. — È legge, a cui nessun seguace di Gesù Cristo può sottrarsi: l’altezza della virtù, la perfezione della vita si misura dai patimenti, e quegli è più simile a Gesù Cristo nella santità, che gli cammina più presso nella via della croce. – Allorché Gesù chiuse la sua vita sulla croce, segno dell’odio dei suoi nemici, e Maria agonizzava ai suoi piedi, allora furono manifesti i pensieri di molti cuori ed apparve in tutta la sua orridezza l’empietà e crudeltà della sinagoga; Giuseppe e Maria erano ancora nel tempio e andavano forse mestamente ripensando al vaticinio di Simeone, allorché ecco farsi loro innanzi una donna chiamata Anna, che in nostra lingua significa grazia. Essa apparteneva alla tribù di Aser e doveva essere conosciuta in Gerusalemme come dotata dello spirito profetico, giacché S. Luca la chiama profetessa. Anna era rimasta vedova dopo sette anni di convivenza col marito ed aveva ottantaquattro anni. Dopo la morte del marito “ella non si partiva dal tempio, servendo a Dio, notte e giorno, con digiuni ed orazioni. „ Noi sappiamo, che presso al tempio dimoravano alcune pie donne, che prestavano i loro servigi e vivevano a modo di Religiose. Anna doveva essere una di queste pie donne, intesa al servizio del tempio ed alla preghiera, e ciò che fa più meraviglia in quella età sì inoltrata, alla preghiera aggiungeva i digiuni. — Carissimi! quale rimprovero per noi questa donna ammirabile! A ottantaquattro anni condannava volontariamente il suo corpo ai digiuni, alle mortificazioni, dopo una vita innocente! E noi ancor giovani, pieni di vita, pur troppo sì indulgenti con le nostre passioni a stento osserviamo i digiuni e le astinenze prescritte e fors’anche le calpestiamo! – “Anna, sopravvenendo in quell’ora, glorificava il Signore e parlava di quel Bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione d’Israele. ,,  Anna, divinamente illustrata, come poco prima Simeone, nel Bambino aveva riconosciuto il Messia e il Salvatore del mondo, e come tale lo annunziava a tutti quelli che erano nel tempio. Dio si compiacque far conoscere il mistero della Incarnazione e il Salvatore aspettato a due persone, Simeone ed Anna, un uomo e una donna, perché preparati entrambi a conoscerlo mercé d’una vita religiosa e santa, e perché, essendo entrambi personaggi venerandi per età e più ancora per virtù, potevano farsene apostoli presso il popolo e risvegliarne la fede. Vedete come Iddio nella sua bontà non manchi mai di far conoscere la verità a quelli che sono disposti ad udirla. I pastori, i Magi, Simeone, Anna, Zaccaria, Elisabetta furono nelle mani di Dio strumenti efficacissimi per far conoscere Gesù ancora Bambino. Ma quanti degli Ebrei fecero tesoro di questa grazia specialissima? Pur troppo furono pochi, come apparisce dal Vangelo. “Com’ebbero adempiuta ogni cosa, secondo la legge del Signore, se ne tornarono in Galilea, in Nazaret, loro città. „ Dopo udite le grandi cose che Simeone ed Anna avevano annunziato di Gesù, Giuseppe e Maria si ridussero nella piccola loro borgata nativa, nell’umilissima loro casetta di Nazaret, lasciando alla Provvidenza la cura di maturare gli occulti suoi disegni (Gli interpreti sudano a comporre l’apparente opposizione che qui si presenta tra il Vangelo di S. Luca e quello di S. Matteo. S. Matteo (capo II) parla del nascimento di Gesù in Betlemme, poi narra la venuta dei Magi e subito dopo la fuga in Egitto e il ritorno in Nazaret, che dovette aver luogo circa tre anni appresso, giacché la morte di Erode avvenne due anni dopo la strage dei bambini. S. Luca, dopo il nascimento di Gesù, descrive la presentazione sua e la purificazione della Madre nel tempio, compiutasi quaranta giorni dopo il nascimento e addirittura porta la santa famiglia a Nazaret. S. Luca conosceva certo il Vangelo di S. Matteo e omise la narrazione dei Magi e la fuga in Egitto, e senz’altro – sembra la spiegazione più ovvia – ci trasporta al tempo del ritorno dall’Egitto e ci mostra la santa famiglia raccolta in Nazaret. Perciò questo versetto 39 di S. Luca è perfettamente parallelo al versetto 23 del capo II di S. Matteo). Siamo all’ultimo versetto del nostro Evangelo. “E il fanciullo cresceva e si fortificava in ispirito, ed era ripieno di sapienza e la grazia di Dio era in Lui. „ Questa sentenza del Vangelo può sembrare ad alcuno difficile ad intendersi e contraria a ciò che dobbiamo credere intorno alla perfezione di Gesù Cristo; ma non vi è ombra di difficoltà, se bene la intenderemo. Noi dobbiamo tenere per fede, che Gesù Cristo fin dal primo istante in cui fu concepito nel seno della Madre, fu ricolmo d’ogni scienza, virtù e santità a talché era impossibile che l’anima sua benedetta potesse crescere pure d’un solo apice. Ciò voleva la natura stessa dell’unione immediata e personale dell’umanità col Verbo divino, il quale, assumendola, dovette riempirla di tutta la scienza e santità e perfezione, delle quali era capace. Gesù Cristo adunque, in quanto uomo, nel primo istante di sua concezione era perfetto né più, né meno come nell’ultimo momento di sua vita mortale. Come dunque il Vangelo ci insegna, che cresceva in sapienza e grazia? Non cresceva in sapienza e grazia in sé, realmente, ma solo in quanto, a mano a mano che cresceva negli anni, mostrava eziandio di crescere nella sapienza e nella grazia, ossia temperava la manifestazione delle medesime secondo l’età. A quella guisa ch’Egli volle essere bambino, poi fanciullo, poi giovane e finalmente uomo nel pieno sviluppo delle forze virili, così nell’ordine spirituale e sovraumano, volle che la manifestazione esterna della grazia e santità fosse progressiva e rispondesse all’età. – Carissimi! il sole è sempre lo stesso e sempre egualmente spande i suoi raggi e diffonde il suo calore; eppure noi vediamo quelli e questo crescere gradatamente fino al pieno meriggio. Similmente avvenne in Gesù Cristo: Egli era e fu sempre eguale nella santità e sapienza; era disuguale soltanto la manifestazione (Veramente S. Luca nel versetto ultimo di questo capo dice che Gesù cresceva in sapienza, età e grazia non solo appresso gli uomini, ma innanzi a Dio stesso, il che parrebbe escludere la nostra interpretazione. Si osservi che in Gesù Cristo vi è una doppia scienza, l’una propria, intima, l’altra sperimentale: questa non aggiunge nulla a quella; Gesù Cristo poteva crescere nella sperimentale, non mai nella propria, intima, infusa nell’atto stesso della Incarnazione). La grazia, la sapienza, la virtù di Gesù Cristo non poteva crescere in se stessa, ma apparentemente agli occhi degli uomini; la nostra, o dilettissimi, può e deve crescere realmente, di giorno in giorno finché avremo raggiunta la perfezione, modellandoci sul supremo nostro esemplare, Gesù Cristo. Ora esaminando la nostra condotta, la nostra vita, possiamo noi dire, che la nostra virtù venne crescendo con gli anni? Ohimè! forse dovremo confessare d’essere stati più pii, più virtuosi da giovanetti, che adulti e vecchi. Sarebbe una contraddizione vergognosa. Deh! figliuoli dilettissimi, a somiglianza di Gesù, cresciamo sempre con gli anni in sapienza e nella grazia di Dio!

  Credo

Offertorium 
Orémus
Ps XCII: 1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sæculo tu es.
[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il tuo trono, o Dio, è stabile fin da principio, tu sei da tutta l’eternità.]

Secreta 
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut óculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis piæ devotiónis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che questa offerta, presentata alla tua maestà, ci ottenga la grazia di una fervida pietà e ci assicuri il possesso della eternità beata.]

Communio 
Matt II: 20
Tolle Púerum et Matrem ejus, et vade in terram Israël: defúncti sunt enim, qui quærébant ánimam Púeri. [Prendi il bambino e sua madre, e va nella terra di Israele: quelli che volevano farlo morire sono morti.]

Postcommunio 
Orémus.
Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii, et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [Per l’efficacia di questo mistero, o Signore, siano distrutti i nostri vizii e compiuti i nostri giusti desiderii.]

LO SCUDO DELLA FEDE (XLIII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XLIII.

LA FRAMASSONERIA.

Che cosa sia la Massoneria e come sia costituita. — Carattere segreto che ha tuttora. — Non è «essa una società «di beneficenza? — Il vero che sia parassita ed eserciti il favoritismo? — Che abbia fatto e faccia «del male alla Chiesa? — Che sia scomunicato chi vi si ascrive?

— Vedo che fra le tante cose che la Chiesa condanna tiene un primissimo posto la framassoneria. Merita essa davvero di essere condannata?

E come no, se questa setta è il nemico più dichiarato ed accanito che abbia la Chiesa, e quello che reca tanti danni ai figli suoi?

— Ma la framassoneria non è cosa molto antica? Ho letto in vari libri ch’essa risale a Salomone, e che per lo meno i Templari del Medio Evo erano già frammassoni.

Queste son favole. La verità si è che la framassoneria sorse in Inghilterra nei primi anni del secolo decimo ottavo, e di là in breve si sparse per tutto il mondo incivilito.

— E da che cosa deriva il nome di framassoneria?

Deriva da fratello massone o franco massone, che vuol dire fratello muratore o franco muratore.

— E donde mai questo nome? Forseché da principio gli aggregati erano muratori?

No. Essi presero questo nome e i relativi simboli della cazzuola, della squadra, del triangolo, del compasso eccetera, in modo simbolico ad indicare lo scopo che si prefìssero.

— E qual’è questo scopo?

Quello di fabbricare il tempio.

— Non capisco.

Anche questa parola fu da essi presa in senso metaforico per indicare il tempio dell’umanità; e con la frase fabbricare il tempio intesero indicare il dar una nuova forma a tutta quanta l’umana famiglia.

— E che pretesero con ciò?

Pretesero e pretendono di sottrarre l’umanità all’autorità di Dio, a tutte le altre autorità, le quali tutte emanano da lui, e specialmente a quella che più lo rappresenta, l’autorità della Chiesa.

— Ma i frammassoni non onorano forse Iddio col nome di Grande Architetto dell’Universo?

Così danno a credere ai goccioloni. Ma la realtà si è che anziché onorare Iddio, con tal nome designano l’avversario di Dio, cioè satana, al quale, orribile a dirsi! prestano atti di suprema adorazione in eccessi di empietà, ai quali arrivano in segrete adunanze, e che ignorati dai membri inferiori, sono attestati dalle rivelazioni di alcuni dei membri superiori convertiti alla fede e si debbono avere per i n dubitati, non ostante che in questi ultimi tempi taluno, giuocando sull’altrui buona fede, vi abbia, nel narrarli, frammischiate molte falsità.

— È vero che la Massoneria ha anch’essa un capo supremo?

Sì, in ogni nazione e si chiama Grande Oriente. Naturalmente esso è coadiuvato nell’esercizio della sua autorità da parecchi membri, che formano il suo consiglio e che hanno nomi e gradi diversi, dei quali l’ultimo è il cosiddetto 33.

— Mi pare che i framassoni si chiamino anche tre-puntini?

Sì, sono chiamati così per celia dai tre punti, con cui dividono le lettere iniziali del loro sacrilego motto. A:. G:. D:. G:. A:. D:. U ; che vuol dire: Alla Gloria Del Grande Architetto dell’Universo.

— E le Logge massoniche che cosa sono?

Con questo nome si indicano tanto i luoghi, ove i massoni tengono le loro adunanze, come l’insieme di quei membri, che si adunano in ciascuno di detti luoghi.

— E i profani secondo la massoneria chi sono?

Tutti coloro che non le appartengono, tutti quelli che non sono da lei iniziati alla religione di satana, suo padre e padrone.

— Ma la massoneria presentemente non è mica più una società segreta.

Sì, è vero che oggidì la massoneria fa le viste di non stare più nascosta e tiene delle adunanze pubbliche, e stampa in faccia al mondo i suoi giornali, e dice apertamente taluni de’ suoi propositi; ma non di meno conserva sempre il carattere segreto, giacché tantissimi dei suoi riti, dei suoi contrassegni, dei suoi intendimenti non li manifesta mai, neppure a molti de’ suoi affigliati.

— Ed è vero che la massoneria abbia dei riti speciali e i suoi adepti nelle segrete adunanze usino fregi, divise e decorazioni proprie?

Verissimo. E per una parte vi sarebbe da ridere nel pensare che costoro pur usando riti e cerimonie, che hanno del goffo in grado supremo, e che compiono in segreto, si facciano poi a canzonare la Chiesa per i suoi riti augusti e per le sue cerimonie solenni, da lei compiute alla piena luce del giorno. Ma pur troppo vi è altresì da inorridire sapendo che in conformità alla morale da loro professata, del libero sfogo di tutte le prave concupiscenze umane e di tutti i cinque sensi, significati dalle cinque punte della stella massonica,  in certi loro misteriosi ritrovi notturni coll’intervento delle sorelle Mopse si abbandonino a misteri nefandi.

— È anche certo che coloro dei framassoni, che violano il segreto o mancano altramente contro i loro statuti, siano condannati a pene?

Anche questo è certissimo e risulta persino dalle loro pubblicazioni. Si sa che gli affigliati alla setta debbono promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza, epperò qualora manchino a questa o violino il segreto che si è giurato espressamente di non rivelare giammai, o altramente offendano le costituzioni della setta, sono, a seconda della maggiore o minore pretesa reità, talvolta ammoniti o condannati a multe pecunarie, qualche altra a pene anche più gravi, dalla società, e non è poi caso tanto raro che il taluno anche oggidì, come in passato, venga designato al ferro di un sicario.

— Ma con tutto ciò a che cosa mira propriamente la framassoneria? Io ho inteso tante volte a dire, persino da qualcuno ascritto alla medesima, che non si tratta che di una società innocua e di beneficenza.

Così realmente danno ad intendere i massoni maggiori a quelli inferiori e a tanti semplicioni affine di arreticarli più facilmente. Ma se si trattasse di una società innocua e di beneficenza, si userebbe forse tanto impegno a tener segrete le proprie opere? E queste opere se fossero davvero di beneficenza non si conoscerebbero? Ma invece ? tu vedrai benissimo tanti ospizi, tanti asili, tanti ospedali, tanti orfanotrofi, tanti collegi, tante istituzioni insomma di beneficenza innalzate da poveri preti, da poveri religiosi, dai Vincenzo De Paoli, dai D. Bosco, dai Cottolengo, dai Lodovico da Casoria; ma quanti ne vedrai innalzate dai framassoni? E se pur ve n’ha presentemente qualcuna, si può dire che si tratti di vera beneficenza, se pur addestrando i giovani a guadagnarsi il pane materiale, loro si nega quella coltura morale, che è più necessaria del pane istesso? Credilo, amico mio, la framassoneria può palliare fin che vuole sotto questo o quell’altro aspetto i suoi iniqui intendimenti, ma questi o poco o tanto si appalesano anche da pubbliche dichiarazioni che essa va talora facendo, e sono in sostanza la guerra a Dio, alla Chiesa e ai troni.

— Eppure vi sono molti, i quali protestano che non è tale affatto il suo scopo.

Io non dico che questo sia propriamente lo scopo, a cui mirano i singoli individui che vi appartengono, giacché, come già ti ho notato, moltissimi di loro non ne sanno nulla di questo intendimento finale. Molti danno il nome a questa società unicamente per essere aiutati, per far carriera più facilmente, per non essere molestati nei loro interessi; e a tal fine pagano e n’hanno basta. Ma ciò non toglie che la setta massonica miri propriamente a quel che ti dissi.

— È dunque vero che la setta spilla del denaro a molti e ottiene con tutta facilità posti e cariche ai suoi affigliati?

Altro che. Gli stessi Socialisti, che pure devono riconoscere la framassoneria per loro madre, da poco tempo per un Congresso tenutosi a Bologna in certe conclusioni che essi intendevano proporre a suo riguardo, avevano preparati questi precisi “considerando”, e cioè: « Il partito Socialista considerando che la massoneria ha finito per degenerare in congrega parassitaria a danno dell’universalità dei cittadini; considerando l’influenza deleteria, che la massoneria esercita sull’educazione della vita pubblica, sostituendo alla considerazione del vero merito il favoritismo settario e la reciproca confidenza, alla lealtà e sincerità nelle lotte civili le vie oblique, le arti subdole e tenebrose, il sospetto, la doppiezza e l’ipocrisia, maturante divisioni e partiti, eccetera, eccetera, ritiene di dover inculcare a’ suoi seguaci di tenersi lontani da essa ed esortare coloro, che per disavventura vi siano già iscritti, a ritirarsene, eccetera, eccetera ». – È bensì vero poi che in ossequio al noto proverbio: « lupo non mangia lupo » si astennero dal trattare questo argomento e presentare questi relativi considerando, ma ad ogni modo espressero quello che è. Che vuoi di più chiaro? E rifletti, che coloro i quali parlano così, non sono i cattolici, ma i socialisti!

— Ma ella mi disse che la massoneria ha pur di mira la guerra ai troni. Eppure si dice che vi siano ascritti anche dei principi, dei re, degli imperatori.

Ciò può essere benissimo, sia perché la massoneria nasconderà a cotesti principi, re ed imperatori il suo vero ed ultimo scopo, sia perché essi medesimi, pur conoscendo ciò, avranno tuttavia voluto ascriversi per valersene ai loro scopi politici, oppure sperando di potere più facilmente spiarne le mosse e gli intendimenti.

— Ho inteso. Ed è poi certo davvero che la massoneria abbia fatto e vada tuttora facendo del male alla Chiesa Cattolica?

Se sia certo, puoi giudicarla da certi suoi propositi. In una istruzione segreta indirizzata ai fratelli massoni nel 1819 si diceva: « Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, l’annientamento per sempre del Cattolicismo e anche dell’idea cristiana ». Un decreto massonico sancito in Parigi nel 1876 era così formulato: « L’opera nostra è quella di scristianizzare il popolo con tutti i mezzi, ma soprattutto strangolando il Cattolicismo a poco a poco e ad ogni anno con nuove leggi contro il clero; così fra pochi anni, mediante l’istruzione laica, avremo una generazione atea ». – Il gran Maestro della massoneria poi, non è gran tempo, ha dichiarato apertamente: « La tradizione dell’Ordine è: Guerra al Vaticano ». Così che non si va lontani dal vero attribuendo alla medesima tutti i danni, che ha patito la Chiesa in questi ultimi tempi. Le rivoluzioni, che nel mentre produssero tanti rivolgimenti politici, tribolarono cotanto la Religione, le leggi più inique che in Italia e altrove si fecero e si van facendo contro i principii cristiani, la soppressione degli Ordini religiosi, il disconoscimento della santità del matrimonio, la leva militare pei chierici, la libertà di culto e di stampa, l’esclusione del Catechismo e spesso anche del Crocifisso dalle scuole, tanti atti ostili e persino violenti contro i Vescovi, e specialmente contro il Sommo Pontefice, per tacere di altro, sono del tutto opera della massoneria. Credilo; in essa continuamente si trama contro l’opera di Gesù Cristo; e come già si è riusciti sotto bugiardi pretesti a spogliare il suo Vicario del principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti, si mira ancora, se fosse possibile, a far scomparire dal mondo la divina istituzione del pontificato. D’altronde, se in essa si adora Satana, e si informano al suo spirito le adunanze e le deliberazioni che si prendono, come potrebb’essere altrimenti? Capisci adunque perché la Chiesa ripetutamente per mezzo dei Romani Pontefici abbia condannato e riprovata questa setta, e più volte abbia confermato il divieto di ascriversi alla medesima.

— È vero adunque che coloro che si ascrivono alla massoneria sono scomunicati?

Verissimo, e di scomunica riservata al Sommo Pontefice. Chiunque pertanto è arruolato alla setta, ancorché solo nei primi gradi, non può venire assolto da chi ne abbia particolar facoltà, se prima non fa formale rinunzia alla medesima. E di qui impara l’importanza suprema di guardarti bene da’ suoi lacci. L’imparino tanti impiegati, tanti professori, tanti ufficiali dell’esercito, e specialmente tanti giovani delle scuole liceali ed universitarie, che empiamente allettati dalla depravazione dei costumi, più di tutti corrono il rischio di esserne accalappiati. Ma lasciamo ora di parlare di framassoneria per passare a dirci qualche parola sopra il suo degno figlio, il Socialismo.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XIV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XIII.

I Principi della Città del male.

Gli angeli cattivi, principi della Città del male — Loro gerarchia — I sette Demoni che assistono al trono di satana — Parallelismo delle due Città — Numero dei cattivi angeli — Loro abitazione; l’inferno e l’aria: prove — Loro qualità: intelligenza. Loro gerarchia.

— Per sfogare il suo odio contro Dio e contro l’uomo, il Re della Città del male non è solo. Ei comanda a milioni di spiriti meno potenti è vero, ma non meno orribili e altrettanto malèfìci quanto lui. Come scimmia di Dio, simia Dei, giusta S. Bernardo, satana ha organizzato la Città del male sul piano della Città del bene. [Questo linguaggio ricondotto all’esattezza teologica, significa che satana ha approfittato di un ordine gerarchico, del quale non è egli l’autore, e voltò contro il Verbo incarnato ciò che era stato primitivamente stabilito per gloria sua]. Scelti fra tutti, nella Città del bene noi abbiamo sette angeli assistenti al trono di Dio, potenti viceré del mondo superiore e del mondo inferiore. E la Scrittura ci mostra nella Città del male sette demoni principali che circondano lucifero, del quale essi sono i primi ministri e gli intimi confidenti. I sette angeli di Dio, per mezzo dei sette doni ai quali essi presiedono, dirigono tutti i movimenti dell’umanità verso il Verbo  incarnato. I sette angeli del Demonio, ministri dei sette peccati capitali, fanno voltare il mondo morale verso il polo opposto cioè l’odio al Verbo. Come Serafini di satana, essi immergono la loro intelligenza nella profondità della sua malizia, accendono il loro odio nel centro del suo, e trasmettono ai demoni inferiori gli ordini del Padrone. In questi sette demoni principali, opposti ai sette principi angelici, noi non abbiamo che il primo tratto di parallelismo tra le due città. Come tra i buoni Angeli, cosi vi è tra i demoni una gerarchia completa; e come la Città del bene, così la Città del male ha il suo governo organato. Che vi sia una .gerarchia tra i demoni la Scrittura non permette di dubitarne. I Giudei come bestemmiatori del Figliuolo di Dio non dicevano forse: « che egli scacciava i demoni mediante la potenza del Principe dei demoni ?» E altrove: « Egli caccia i demoni con la potenza di Bèelzebub principe dei demoni. » Altrove ancora: « Andate maledetti al fuoco eterno che è stato preparato al demonio ed ai suoi angeli. » [Matth., XXV, 41] .Finalmente nell’Apocalisse: « Il dragone combatteva e i suoi angeli con lui.2 » [Apoc., XII, 7]. Nulla di più chiaro di queste rivelazioni divine e di altre che si potrebbero citare. Ma se tra i demoni vi è un principe, un re un primo superiore, vi sono dunque altresì degli inferiori, dei luogotenenti, dei ministri che eseguono i suoi ordini. In una parola, vi è una gerarchia ed una subordinazione tra gli angeli decaduti. San Tommaso ne dà la ragione.- Egli dice : « La subordinazione reciproca tra gli angeli, era, avanti la caduta, una naturale condizione della loro esistenza. Ora, cadendo, non hanno essi perduto nulla della loro condizione né dei loro doni naturali. Così, tutti rimangono negli ordini superiori o inferiori ai quali appartengono. Da ciò resulta che le azioni degli uni sono sottomesse alle azioni degli altri, e che tra essi esiste una vera gerarchia o subordinazione naturale…. : ma non bisogna credere che i superiori siano meno da compiangersi degli inferiori: il contrario è la verità. Fare il male è essere disgraziato; comandarlo, vuol dire essere più che mai disgraziato. » [S. Th. I p., q. CIX, art. 1 et 2 c. et ad. 3] – Cornelio a Lapide tiene Io stesso linguaggio: « Accade, dice egli, lo stesso tra i demoni come tra gli Angeli: gli uni sono inferiori, gli altri superiori. Questi ultimi appartengono alle più elevate gerarchie, e sono di una natura più nobile: imperocché dopo la loro caduta, i demoni hanno conservato intatti i loro doni naturali. Così, quelli che sono caduti dall’ordine dei Serafini, dei Cherubini, dei Troni, sono superiori a quelli che sono caduti dagli ordini inferiori, come le Dominazioni, i Principati e le Potestà. 2 [Come son caduti degli angeli di tutte le gerarchie, e gli uomini debbono ricolmare il vuoto lasciato da essi in cielo, così vi saranno dei Santi posti tra gli Arcangeli, i Cherubini ed i Serafini. Tra molte altre prove possiamo citare le rivelazioni fatte parecchie volte a santa Margherita da Cortona. San Francesco d’Assisi le fu mostrato tra i Serafini occupante uno dei troni più splendidi della sublime gerarchia. Ella smessa ricevé l’assicurazione d’ essere ammessa nella stessa gerarchia, e una delle sue compagne tra i Cherubini. – Vita ec. del Marchesi, lib. II, a pag. 256, 290, 291, 853, ediz. ital. in-8], Questi alla lor volta sono superiori a quelli che appartengono all’ordine delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Avviene che tra i soldati ribelli, vi siano dei porta bandiera, dei capitani, dei colonnelli; senza di essi l’esercito non può essere posto in fila, né comandato; lo stesso succede di un regno che non può esistere senz’ordine né senza subordinazione. Ora, il principe di tutti i demoni.è Lucifero, ed il principe di tutti i buoni Angeli, san Michele. » [Omnium vero daemonum princeps est Lucifer, sicut angelorum est sanctus Michael. In Matth. IX, 34]. – Noi udiremo ben tosto i due principi della teologia pagana, Giamblico e Porfirio, parlanti come i dottori della Chiesa. L’esistenza della gerarchia satanica è un secondo punto di parallelismo tra le due Città; essa ne implica un altro. Tra i buoni Angeli, la prima gerarchia comanda alla seconda, e la seconda alla terza. Cosi i demoni superiori comandano agli inferiori, in modo da impedirli di fare ciò che vorrebbero, o da cacciarli dai corpi e dalle creature che essi invadono. Questa credenza fondata sulla superiorità naturale e perciò inammissibile degli uni e sulla inferiorità degli altri fedelmente conservata presso i giudei, come lo vediamo dalle bestemmie contro i miracoli di Nostro Signore, ha dominato il mondo intero ed ha attraversato tutti i secoli.La storia ci mostra dappertutto i pagani antichi e moderni ricorrere agli dei superiori per garantirsi o liberarsi dalla cattiva volontà degli dei inferiori. Nel seno stesso del Cristianesimo, quante persone, sotto l’impressione di un incantesimo o di un maleficio, dato da un maliardo, ovvero, come dicesi oggi, da un medium, se ne vanno a chiedere la loro liberazione a degli stregoni o a dei medium reputati più potenti e che l’ottengono? Ma, nota san Tommaso, questa liberazione non è propriamente tale. satana non agisce mai contro se stesso. Il corpo viene liberato, ma l’anima diventa schiava di un demonio più potente. Il male fisico sarà scomparso, ma il male morale sarà aggravato. [S. Th.  III p., q. XLIII, art. 2, ad 3] Un ordine gerarchico esiste dunque tra gli angeli ribelli: è una verità di teologia, di ragione e di esperienza. Ogni gerarchia produce una certa concordia tra gli esseri che la compongono: ma guardiamoci dal credere che la concordia dei demoni abbia la sua sorgente nel rispetto, nei riguardi, nell’amore reciproco di questi esseri malefici. Essa ha per principio l’odio, e per fine la guerra al Verbo incarnato, nella Chiesa sua sposa, nell’uomo suo fratello, nella creatura opera sua. Fuori di questo, i demoni si odiano di un odio immutabile e del quale nessuno può calcolare la violenza. [S. Th., I p., q. CIX, art. 2, ad 2]. Cosi vediamo i malvagi, dei quali essi sono gli ispiratori e i modelli, uniti tra loro, allorché si tratta dì assalire la Chiesa o l’ordine sociale, dividersi infallibilmente dopo la vittoria, accusarsi, proscriversi e perseguitarsi oltremodo. Appena sorge una nuova guerra tosto gli odi particolari si confondono nell’odio comune. Raggiungono i fuggiaschi; l’esercito si riforma e resta unito sino a che una nuova vittoria non riconduce una nuova divisione. Tale è il cerchio nel quale si raggirano da sei mil’anni in qua, i demoni e gli uomini divenuti loro schiavi. Loro numero e loro abitazione. — Se nei cattivi giorni in cui viviamo il numero dei nostri nemici visibili è incalcolabile, chi può contare la moltitudine dei nostri nemici invisibili? Benché gli angeli ribelli siano meno numerosi degli Angeli buoni, tuttavia, come le creature spirituali superano in numero quasi infinito le creature materiali, ne risulta che i demoni sono incomparabilmente più numerosi degli uomini. Spiegando quelle parole dell’Apostolo: La nostra lotta è contro le potenze del male che abitano l’aria, san Girolamo cosi si esprime: « È sentimento di tutti i dottori che l’aria che è tra mezzo al cielo e la terra e che chiamasi vuoto, è piena di potenze nemiche. » [Hæc autem. omnium Doctorum opinio est, quod aeriste, qui cœlum et terra medius dividens inane appellatur, plenus sit contrariis fortitudinibus. In ep. ad Eph VI, 12] – Misurate da una parte l’estensione e la profondità dell’atmosfera che circonda il nostro pianeta: fate, dall’altra parte, attenzione alla tenuità di uno spirito; e se potete, calcolate la spaventevole moltitudine di angeli cattivi dai quali siamo circondati. « Il loro numero è tale, dice Gassiano, che noi dobbiamo benedire la Provvidenza di averli celati agli occhi nostri. La vista delle loro moltitudini, dei loro terribili movimenti, delle forme orribili ch’essi prendono a volontà, quando ciò è permesso loro, penetrerebbero gli uomini di un intollerabile spavento. Ovvero un simile spettacolo gli farebbe morire, o gli renderebbe ogni giorno più malvagi: corrotti dai loro esempi, imiterebbero la loro perversità. Fra gli uomini e quelle immonde potenze dell’aria si formerebbe una famigliarità, un commercio che anderebbe a finire con la demoralizzazione universale.1 » [IV Coll., VIII, c. XII]. Vogliamo noi sapere ciò che vi è di profonda filosofia nelle parole dell’illustre discepolo di san Giovan Crisostomo? Ricordiamoci quello che fosse il mondo pagano alla nascita del Cristianesimo. Per mezzo di una quantità infinita di pratiche tenebrose: come per es. di consultazioni, evocazioni, oracoli, iniziazioni, sacrifici, il genere umano erasi messo in relazione abituale con gli dei, vale a dire coi demoni. Sotto la loro ispirazione aveva resi volgari, mediante le arti e la poesia, i loro prestigi, le loro doti e i loro delitti. E la terra era divenuta una cloaca di sangue e di melma: Similes ìllis fiant qui fadunt ea. Che cosa sarebbe egli accaduto se l’uomo avesse veduto con i propri occhi gli stessi demoni, rivestiti di corpi aerei, commettenti le loro abominazioni e invitandolo materialmente ad imitarli?La credenza in tante miriadi di spiriti, dei quali la idolatria aveva fatto altrettanti idoli, è comune ai pagani d’oggidi, come ai pagani antichi. Gli indiani ne noverano trecentomila ed i giapponesi ottocentomila che chiamansi Kaniis. [Annal. della Prop. della Fede, 1868, n. 209, p. 508].

Loro qualità. — Per essere sottratte ai nostri sguardi le legioni infernali non per questo esistono meno intorno a noi. Presi in particolare, ciascun soldato, ciascuno ufficiale subalterno è meno terribile del capo supremo. Tale è contuttociò la potenza di ciascun demonio anche dell’ordine più infimo, che spaventa con ragione chiunque tenti di misurarne l’estensione. Infatti la potenza degli angeli decaduti è in ragione diretta dell’eccellenza della loro natura. Ora noi lo ripetiamo, questa natura incomparabilmente superiore a quella dell’uomo, non ha perduto niente delle sue prerogative essenziali. Queste prerogative sono, tra le altre: l’intelligenza, l’agilità, la potenza d’agire sulle creature materiali e sull’uomo per mille modi diversi e fino a limiti sconosciuti; ogni cosa posto in servigio di un odio implacabile. Diciamo una parola su ciascuna di queste terribili realtà.

L’ intelligenza. — Essendo i demoni puri spiriti, la loro intelligenza è deiforme. Con ciò bisogna intendere ch’essi conoscono la verità a colpo d’occhio, senza ragionamento, senza sforzo in se medesima e in tutte le sue conseguenze. La caduta non ha né soppresso né diminuito questa prerogativa che essi hanno dalla natura loro. « Gli Angeli, dice san Tommaso, non sono come l’uomo che si può punire togliendogli una mano o un piede; esseri semplici, non si può nulla levare alla natura loro. Di qui quell’assioma già citato: I doni naturali rimangono intieri negli angeli decaduti. Cosi la loro facoltà naturale di conoscere non è stata per nulla alterata per la loro ribellione.1 » [S. Th ., I , p., q. LXIV, art. 1, corp.]. Fin dove si estende questa facoltà tanto a noi terribile? Come lo indica lo stesso nome che essi hanno portato presso tutti i popoli, i demoni essendo tanti spiriti o pure intelligenze, conoscono in un istante tutte le cose dell’ordine naturale. Appena che essi scorgono un principio, ne imparano tutte le conseguenze speculative e pratiche. Così, intorno al mondo materiale ed alle sue leggi, intorno agli elementi e le loro combinazioni, su tutte le verità dell’ordine puramente morale: come in astronomia, in fisica, in geografia, in istoria, in medicina, in nessuna scienza non possono essi ingannarsi: — gli angeli divenuti prevaricatori furono spogliati dei doni soprannaturali vale a dire della felicità e della beatitudine di cui la persona loro era stata arricchita dal Creatore; ma essi non furono per nulla privati delle facoltà costitutive della loro natura. Così, in un esercito, quando alcuni soldati si rendono colpevoli di certe colpe, essi vengono degradati, spogliati dell’uniforme da loro disonorata, messi in prigione e dichiarati indegni del titolo di soldati. In una parola perdono essi tutti i privilegi personali del soldato; ma malgrado tutto, essi conservano la natura d’uomo; la stessa intelligenza, la stessa volontà, gli stessi mezzi d’azione. Così è dei demoni. Dopo essere stati, a cagione della loro ribellione cacciati dal cielo, rimasero tali e quali la creazione gli aveva costituiti, cioè tanti Spiriti dotati di quella sublime intelligenza, di quella forza, di quella grande potenza che abbiamo veduta: per essi non avvi errore possibile che nelle cose dell’ordine soprannaturale.1 [S. Thom., I p., q. LVIII, art. 5, c.]. Qui pure, essi conoscono molte cose che noi ignoriamo; e tra quelle che conosciamo ve n’è un gran numero ch’essi conoscono meglio di noi. « Gli Angeli buoni, dice san Tommaso, rivelano ai demoni un’infinità di cose relative ai divini misteri. Questa rivelazione ha luogo tutte le volte che la giustizia di Dio esige che i demoni facciano certe cose, sia per punizione dei malvagi o sia per esercizio dei buoni. Così è che nell’ordine civile gli assessori del giudice rivelano agli esecutori la sentenza ch’egli ha recata. ». Quanto all’avvenire, la loro conoscenza supera molto la nostra. Trattasi dei futuri necessari? i demoni gli conoscono nelle loro cause con certezza. Si tratta dei futuri contingenti che più spesso si realizzano? essi gli conoscono per congettura, come il medico conosce la morte o il miglioramento del malato. Presso i demoni questa scienza congetturale è tanto più sicura, in quanto che essi conoscono le cause più universalmente e più perfettamente; al modo stesso che le previsioni del medico sono tanto più certe quanto esso è più abile. Nella sua parte puramente casuale o fortuita, l’avvenire è riservato a Dio solo. Tale è la prodigiosa intelligenza dei demoni e il tremendo vantaggio che dà loro sopra di noi.

SAN GIOVANNI EVANGELISTA

SAN GIOVANNI EVANGELISTA

L’APOSTOLO PREDILETTO

[G. COLOMBO: Pensieri sui Vangeli; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

Nelle domeniche antecedenti il santo Natale, ci siamo messi alla scuola di S. Giovanni Battista, poiché nessuno meglio di lui poteva insegnarci ad aspettare il Signore. Ora che Gesù è venuto, ci mettiamo alla scuola di S. Giovanni Evangelista, poiché nessuno meglio di lui può insegnarci a seguirlo con ardore fedele.

Di S. Giovanni Evangelista dobbiamo farci un’idea molto diversa da quella che ci vollero dare gli artisti. Essi lo rappresentano con il viso gracile e pallido circondato da un’abbondante e soffice capigliatura, con nello sguardo e nell’atteggiamento un che di languido, di abbandonato, di femmineo. Invece egli era un temperamento impetuoso, pronto ad ogni magnanimo ardimento, generoso nel donarsi a un ideale e terribile nel difenderlo. Quando Gesù lo vedeva venire insieme al fratello Giacomo, diceva non senza segreta compiacenza: «Arrivano i figli del tuono » (Mc, III, 17).

Forse perché fu il confidente delle tenerezze virginali del Cuore di Gesù, ci si è fatta di lui una raffigurazione quasi dolciastra. Ma l’amor di Dio è qualcosa di robusto e tremendo come il fuoco che brucia ogni impurità, come la morte che separa da ogni vanità. Quanto fosse veemente e virile l’amore di S. Giovanni Evangelista, apparirà chiaramente considerando i due aspetti più evidenti della sua santità: Apostolo e prediletto di Gesù.

1. APOSTOLO

Giovanni e suo fratello Giacomo aiutavano nel mestiere della pesca il loro padre Zebedeo. Questi doveva godere d’un’agiatezza discreta, perché aveva una barca sua sul lago di Genezareth e teneva gente a giornata (Mc., I, 20). Nei momenti di maggior lavoro si associava anche gli uomini di una famiglia vicina di cui il capo si chiamava Giona, e i suoi due figli Simone (che diverrà S. Pietro) e Andrea ( Lc., V, 10). Dio che crea ad uno ad uno i cuori secondo un suo misterioso disegno, bisogna ammettere che abbia formato quello di Giovanni per le cose grandi e belle. Quando nella sinagoga, o anche in famiglia nelle soste del lavoro, udiva raccontare le profezie che annunciavano il Messia come il liberatore del popolo, come il fondatore di un impero splendido e potente per la nazione d’Israele, il suo cuore doveva sobbalzare nella speranza che gli toccasse di vivere in quei giorni avventurosi, poiché gli bastava l’animo di consacrarsi a Lui per la vita e per la morte. Cresceva così con l’animo in ascolto verso un appello che non si udiva ancora.

Il suo sogno s’avverò, attuandosi attraverso tre momenti che potremmo indicare così: il tirocinio con Giovanni Battista, la chiamata di Gesù, la comprensione della divina chiamata.

a) Con Giovanni Battista. Appena sulla riva del Giordano risuonò la parola del Battista, egli insieme ad Andrea il compagno di lavoro, accorse nella certezza d’essere tra i primi ad arruolarsi per l’avvento del regno di Dio. Si fece battezzare, e volle essere suo discepolo. Ma il profeta del deserto badava a dissipare qualunque illusione sul suo conto. «Non sono io il Cristo: ve l’ho già detto. Io non sono che l’araldo che lo precede sulla via. Bisogna che io scompaia e che Egli si avanzi » (Giov., III, 30).

Il figlio di Zebedeo cominciò a rivolgere i desideri verso quel Grande che stava per giungere, a cui il Suo Maestro si professava indegno perfino di legare i calzari. Ed ecco un giorno verso il tramonto, egli e Andrea, essi due soli, stavano col Battista; e questi vedendo Gesù passare l’additò a loro: «Ecco l’Agnello di Dio! ». Non poterono più resistere; abbandonarono il Precursore, e gli andarono dietro conservando qualche passo di distanza. Ma Gesù s’accorse d’essere seguito, e volgendosi si trovò di fronte a quei due: « Che cosa volete? ». Avrebbero voluto dirgli che volevano stare con Lui, divenire suoi discepoli per sempre, ma si credevano troppo rozzi e indegni per sperare tanto. S’accontentarono di rispondergli: «Maestro, dove stai di casa?». «Venite e vedrete ». E quella sera e tutta la notte furono ospiti nella casa di Gesù, mangiarono alla sua mensa, dormirono sotto il suo tetto. Che cosa avrà provato Giovanni, il puro, in quella dolcissima intimità? Non l’ha scritto nel suo Vangelo.

b) La chiamata di Gesù. Sappiamo però che un giorno lo vide venire, camminando sulla riva del lago, mentre con suo fratello Giacomo sulla barca metteva a posto le reti. E Gesù chiamò proprio loro due: « Se venite con me, vi farò pescatori d’uomini ». Giovanni abbandonò le reti e la barca e i pesci, lasciò suo padre che s’affannava con gli uomini a giornata. Non vide che Gesù, non udì che la sua voce, e gli andò dietro (Mc., I, 19-20). Era Apostolo.

c) La comprensione della divina chiamata. Ma sapeva bene che cosa significasse diventare apostolo di Gesù? non ancora. Il Maestro divino glielo insegnò a poco a poco, perché non era una cosa facile da capire per gli uomini, anche per gli uomini generosi e puri come Giovanni. Da pochi mesi seguiva Gesù, quando venne a morire la figlia dodicenne di Giairo il capo della sinagoga di Cafarnao. Gesù si staccò dalla folla e prese con sé Giovanni, Giacomo e Pietro, questi tre soltanto, ed entrò nella stanza della morta. Fuori echeggiavano i pianti e le grida di lutto, ma la giovinetta non era più morta. S’era alzata, camminava, mangiava sotto gli occhi di suo padre (Mc., V, 37-43). Giovanni vide e comprese che il Regno di Dio non doveva essere una potenza di forza e di ricchezza materiale, ma una resurrezione a nuova vita, una consolazione, una grazia divina per la salvezza di ognuno che crede. – Un altro giorno, avendo saputo che alcuni, non della famiglia apostolica, esorcizzavano gli ossessi nel nome di Gesù, si adombrò come d’un furto fatto al diritto degli Apostoli e all’onore di Dio. « Maestro — disse a Gesù — io gliel’ho proibito! ». Ma Gesù gli rispose: « Un’altra volta guardati bene dal farlo: colui che non è contro di voi, è con voi » ( Lc., IX, 49-50). Giovanni comprese allora che l’Apostolo deve dimenticare la propria persona, soffocare ogni suscettibilità. Purché il bene si faccia, purché il Regno, di Dio si diffonda! Un fatto ancora. S’avvicinava per Gesù il tempo di patire e morire, ed egli si mostrò risoluto di andare a Gerusalemme. Ma bisognava attraversare la Samaria, terra ostile ai Giudei, ed una città negò a loro il passaggio. Allora Giovanni, a cui fece eco il fratello, esclamò: «Signore, bisogna far piovere dal cielo un fuoco che li divori ». Gesù si rivolse a lui e al fratello con la faccia oscura: « Non sapete di che spirito siete, voi due! Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere gli uomini ma a salvarli » ( Lc., IX, 55-56). Giovanni allora comprese che non la violenza, né il ferro, né il fuoco avrebbero conquistato il mondo, ma l’amore.

Ed infine fu la volta di Salomè, la madre dei due figli di Zebedeo. Questa generosa donna che sull’esempio dei figli s’era messa alla sequela di Gesù, un giorno si presentò con Giovanni e Giacomo al Maestro per chiedergli qualche cosa. « Che volete? ». « Procura che i miei due figli siano i primi nel tuo regno, l’uno a destra e l’altro a sinistra ». « Voi non sapete — le rispose Gesù — quello che chiedete. Potete bere il calice che berrò? Potete battezzarvi nel battesimo in cui mi battezzerò? ». Tre voci dissero: « Sì! lo possiamo ». « Ebbene avrete il mio calice e il mio battesimo. Quanto poi ai primi posti nel mio regno spetta al Padre mio designarli » (Matth., XX, 20-23). Giovanni comprese che amare Dio, servire gli uomini, dimenticarsi, erano cose sublimi; ma che l’Apostolo deve fare ancora di più: sacrificarsi. E lo farà.

2. PREDILETTO

Giovanni sapeva di essere con più tenerezza amato, e nel suo Vangelo allude a se stesso con queste parole : « Quel discepolo che Gesù amava… » (Giov., XIII, 23). Per quali motivi fu il prediletto? Perché era vergine; perché intuiva i misteri del divino amore; perché riamava con una gagliarda e tenacia infrangibile.

a) Prediletto perché era vergine.

È detto nella Sacra Scrittura che « chi ama la mondezza del cuore avrà per amico il Re » (Prov., XXII, 11). Ed ecco avverata questa divina parola in S. Giovanni.

b) Prediletto perché intuiva i misteri del divino amore.

Per capire le cose di Dio, purissimo spirito, occorre non tanto l’intelligenza e lo studio quanto la purezza. « Beati i mondi di cuori perché vedranno Dio! ». Anche questa parola si è avverata in S. Giovanni: sul lago vide per primo e riconobbe Gesù quando nessuno ancora l’aveva riconosciuto (Giov., XXI, 7). San Giovanni è l’apostolo dell’Eucaristia. Non solo perché insieme a S. Pietro fu mandato a preparare il cenacolo ( Lc., XXII, 8), ma perché più profondamente degli altri capì l’amore di Gesù che restava nostro cibo. Il discorso di Cafarnao in cui Gesù promise l’Eucaristia, e i discorsi dell’ultima cena come sono riferiti nel suo Vangelo, ce lo testimoniano. – S. Giovanni è l’apostolo del Sacro Cuore. Nei momenti della gioia o del dolore, Giovanni era vicino al Cuore di Gesù: sul Tabor e nel Getsemani. Giovanni ha posato il capo sul Cuore divino nell’ora più intensa della sua vita mortale, ha udito quei palpiti, li ha compresi. Giovanni, unico tra gli apostoli, vide il Cuore di Gesù nell’atto che la lancia del soldato lo squarciava, facendone sgorgare acqua e sangue (Giov., XIX, 34). S. Giovanni è l’Apostolo della Madonna. Quando Gesù fu sul punto di spirare, aveva un gran tesoro e voleva metterlo in mano di chi fosse capace di riceverlo, di custodirlo, di comprenderlo. Perciò dall’alto della croce disse a Giovanni: « Ecco la tua Madre ». Solo Giovanni poteva accogliere e intendere la Madonna nelle sue divine altezze. Maria aveva reso visibile ai nostri occhi il Verbo rivestendolo d’umana natura nel suo seno virgineo; Giovanni lo rese intelligibile ai nostri spiriti rivestendolo con le sue parole ispirate e sgorgate dal suo virgineo cuore.

c) Prediletto perché riamava con forza e tenacia infrangibile.

Quando tutti gli altri fuggirono, ed anche Pietro fuggì, a S. Giovanni non venne meno l’amore e seguì Gesù fin sotto la croce. Che cosa non dovette soffrire nel suo cuore per quelle tre ore lunghissime d’agonia, con sempre davanti le pupille Gesù nudo e insanguinato? Si ricordò allora del calice che aveva detto di poter bere. Quello era il momento.

Passò molto tempo: era circa l’anno 92, il sedici marzo. Fuori di porta Latina, a Roma, in cospetto dei monti Albani, Giovanni fu giudicato e condannato a morte in nome dell’imperatore Domiziano, che egli ricusava di riconoscere Dio. Gli vennero tagliati i capelli e poi fu immerso lentamente in una caldaia d’olio bollente. Dovette ricordarsi allora del battesimo in cui affermò di voler essere battezzato. Ma non vi trovò la morte. Uscì immune per miracolo divino, come da un bagno nell’acqua di rose. E forse questa inattesa salvezza fu il suo martirio più crudele. Essere risospinto nell’esilio quando già allargava le braccia all’amplesso dell’Amore Eterno! Fu trascinato in un’isola rocciosa e deserta: l’isola di Patmos.

« O figliuoli miei — scriveva — non dobbiamo amare con le chiacchiere e con la lingua, ma coi fatti e con la verità… L’amore di Dio fu conosciuto dal fatto che Egli diede la vita per noi: del pari, noi dobbiamo far conoscere il nostro amore dando la vita per i nostri fratelli (I Giov., III, 18-19).

L’ultima parola che scrisse è come un grido d’aquila ferita dal dardo dell’amore: Veni Domine! E il Signore venne e lo portò con se nella santa città, l’eterna Gerusalemme, dove noi lo vediamo con la fiera testa curvata sul Cuore dell’Unigenito del Padre Celeste.

CONCLUSIONE

Giovanni, già vecchio, vide in mezzo alla folla d’una città asiana un giovane dalla pupilla ardente, dall’aspetto bello, e dall’anima ancora più bella del volto. Lo prese in disparte, gli disse parole che lo toccarono al cuore; poi dovendo ritornare ad Efeso, lo affidò al Vescovo di quella città dicendo: « Ve lo affido davanti alla Chiesa e davanti a Cristo. Ritornerò a prenderlo ». Il Vescovo accolse quel giovane nella propria casa, lo istruì, lo battezzò. Ma poi che fu segnato col sigillo dello Spirito Santo, cominciò a frequentare compagni oziosi, sfrontati e di licenziosi costumi. A grandi tappe percorse la via del male: dapprima feste con donne, poi ladro di notte, infine anche delitti di sangue. E nell’abisso spalancatosi nella coscienza buttò dentro la fede ed ogni ricordo di grazia e di bontà. – Ed ecco, S. Giovanni ritornò. « O Vescovo, rendimi il mio deposito che t’avevo affidato in cospetto di Cristo e della Chiesa ».

Il vescovo impallidì, abbassò gli occhi, e le labbra gli tremarono. « E’ morto ». « E’ morto?! ma di qual morte? ». « E’ morto a Dio e alla Grazia: lussurioso e violento vive sulle montagne assaltando i pellegrini ».

Giovanni si fece dare un cavallo, e vecchio com’era saltò in groppa, e spronò via. Incappò in una banda di ladri. « Vi supplico — disse loro — di condurmi dal vostro capo: debbo parlargli ». Ma il loro capo, quando riconobbe colui che lo chiamava, preso da una gran vergogna, fuggì disperatamente. E il santo ansimante sul cavallo lo rincorreva e gli lanciava questi gridi: « Fermati! sono io, il tuo vecchio padre. C’è speranza ancora. Darò la mia anima per la tua. Cristo mi manda. Fermati, che mi spezzi le ossa! Fermati che mi scoppia il cuore! » E l’altro si fermò, non sapendo più resistere. Era bianco come la morte. S. Giovanni allora discese da cavallo si buttò a quei piedi ribelli. Pregava, incoraggiava, accarezzava… Il capo dei ladri si mise le mani sugli occhi e scoppiò a piangere. Le lacrime lavavano la rapina e il sangue da quelle dita. Era salvo, era vivo. Vivo in Cristo e nella Grazia, vivo della vita vera. Questo fatto (che è in EUSEBIO, Hist. eccl., lib. III, cap. 23, quasi con le stesse parole con cui l’ho qui trascritto) è come una profezia. S. Giovanni col suo Vangelo, con la sua predicazione aveva convertito a Cristo gli uomini, poi li affidò ai vescovi e ai preti e salì al Cielo.

Ma gli uomini ora sono ritornati troppo cattivi: l’immoralità, la violenza, la brutalità sanguinaria hanno operato il pervertimento. Ritorni S. Giovanni! Insegni ancora le sue tre devozioni: l’Eucaristia, il Sacro Cuore, la Madonna. Il mondo sarà salvo un’altra volta.

TEMPO DI NATALE (2018)

 

TEMPO DI NATALE

(24 Dicembre-13 Gennaio, vedi p. XV).

[Messale Romano; L. I. C. E. – Berruti – Torino, 1950]

Commento Dogmatico.

Se il Tempo dell’Avvento ci fa desiderare la duplice venuta del Figlio di Dio, il Tempo di Natale celebra l’anniversario della sua nascita come Uomo, e ci prepara alla sua venuta futura come Giudice. A partire da Natale, la liturgia segue passo passo nel suo Ciclo Gesù, nella sua opera di redenzione, perché la Chiesa, godendo di tutte le grazie che derivano da ciascuno di questi misteri della vita di Lui, sia, come dice l’Apostolo S. Paolo, la Sposa senza macchia, senza ruga, santa ed immacolata, ch’Egli potrà presentare al Suo Padre, quando tornerà a prenderci alla fine del mondo. Questo momento, designato dall’ultima Domenica dopo la Pentecoste, è il termine di tutte le feste del calendario cristiano. Percorrendo le pagine che il Messale e il Breviario dedicano al Tempo di Natale, si trova ch’esse sono consacrate specialmente ai misteri della fanciullezza di Gesù. La liturgia celebra la « manifestazione » al popolo Giudeo (Natività 25 Dicembre) e pagano (Epifania: 6 gennaio) del grande mistero dell’Incarnazione, che consiste nell’unione in Gesù del Verbo « generato dal Padre prima di tutti i secoli » con l’umanità « generata dalla sua madre nel mondo». E questo mistero si completa con l’unione delle nostre anime al Cristo che ci genera alla vita divina: » A tutti quelli che l’hanno ricevuto ha dato il potere di divenire Figli di Dio ». – Il Verbo, che riceve eternamente la natura divina dal Padre, innalzò a Sé l’umanità che gli diede nel tempo la Vergine!, e si unisce nel corso dei secoli alle nostre anime mediante la grazia. L’affermazione della triplice nascita del Verbo, dell’umanità di Gesù e del suo corpo mistico costituisce soprattutto l’oggetto della meditazione-della Chiesa in questo periodo dell’anno.

A) Nascita eterna del Verbo.

« Iddio — dice S. Paolo — abita in una luce inaccessibile » (I Tim. I, 16). Ed è per farci conoscere il Padre Suo, che Gesù è disceso sulla terra. « Nessuno conosce il Padre tranne il Figlio, e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo » Il Verbo fatto carne è dunque per noi la manifestazione di Dio, è Dio fatto uomo che ci rivela il Padre. Non meravigli dunque l’importanza che la Chiesa ammette nella liturgia di Natale, a questa manifestazione della divinità di Gesù Cristo. Attraverso le belle sembianze del Fanciullo, che Maria ha deposto nella mangiatoia, la Chiesa ci fa scorgere, come in trasparenza, la Divinità diventata in qualche modo visibile e tangibile. « Chi vede me, vede il Padre » diceva Gesù. « Per mezzo del mistero dell’Incarnazione del Verbo, aggiunge il Prefazio di Natale, noi conosciamo Dio in una forma visibile»; e, per bene affermare che la contemplazione del Verbo è soprattutto il fondamento della ascesi di questo tempo, si prendono specialmente dagli scritti dei due Apostoli S. Giovanni e S. Paolo, araldi per eccellenza della Divinità di Cristo, i brani nei quali essi ne parlano più profondamente. – Così la liturgia di Natale ci fa inginocchiare, con Maria e Giuseppe, davanti a questo Dio rivestito della nostra carne: «Cristo è nato per noi: venite, adoriamolo » ; con l’umile corteo dei pastori che vanno al presepio « ci fa accorrere in fretta per glorificare e lodare Iddio»; ci unisce alla sontuosa carovana dei Re Magi onde con loro « ci prostriamo avanti al Fanciullo e adoriamo » – « Colui che tutti gli Angeli di Dio adorane ». Riconosciamo con la Chiesa il grande dogma della Divinità di Gesù e dell’incarnazione del Verbo

B) Nascita temporale dell’umanità di Gesù.

« Quando il sole si sarà alzato nel Cielo, vedrete il Re dei re procedere dal Padre, come lo sposo che esce dalla camera nuziale». « E il Verbo si fece carne ed abitò tra noi » dice S. Giovanni. Questo fanciullo che adoriamo è dunque Dio unito alla natura umana in tutto ciò che essa ha di più bello e di più debole, affinché noi non siamo accecati dalla sua luce e ci accostiamo a lui senza timore. Conoscere i misteri dell’infanzia del Salvatore e penetrarne lo spirito è il principio della vita spirituale. Perciò, durante queste settimane, noi contempliamo con la Chiesa, Cristo a Betlemme, in Egitto, a Nazareth. Maria mette al mondo il suo divin Figliuolo,  lo avvolge in fasce e lo adagia in una mangiatoia. Giuseppe circonda il bambino delle sue paterne sollecitudini. Egli ne è il padre, non solo perché, essendo lo sposo della Vergine, ha dei diritti sul frutto del seno di Lei, ma anche, come dice Bossuet, perché, mentre « gli altri adottano dei fanciulli, Gesù ha adottato un padre ». I tre nomi benedetti di Gesù, Maria e Giuseppe sono dunque incastonati nei testi della liturgia di Natale come perle preziose. » – « Maria, madre di Gesù, era fidanzata  a Giuseppe » . « I Magi trovarono Maria, Giuseppe ed il Fanciullo » . «Giuseppe e Maria ,Madre di Gesù » « Giuseppe prende il Fanciullo e la Madre. « Figlio mio, tuo padre ed io ti cercavamo ».

C) Nascita spirituale del corpo mistico di Gesù.

Ma — dice S. Tommaso — « non è per sé che il Figlio di Dio si • è fatto uomo, ma per divinizzarci con la sua grazia (S. Th. III, Q 37, a. 3 ad 2) . Alla Incarnazione di Dio, cioè all’unione della natura divina e della natura umana nella persona del Figlio di Dio, deve corrispondere la divinizzazione dell’uomo, cioè l’unione delle anime al Verbo, mediante la grazia santificante e la carità soprannaturale che l’accompagna. « Il Cristo intero, afferma infatti S. Agostino, è Gesù Cristo e i Cristiani. Egli è la testa e noi le membra ». Con Gesù noi nasciamo sempre più alla vita spirituale, perché la nascita del capo è insieme quella del corpo. « Rendiamo grazie a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, nello Spirito Santo, dice S. Leone, perché, avendoci amato nella sua infinita carità, ci ha usato misericordia, e, poiché eravamo morti per i peccati, ci ha tutti risuscitati in Gesù Cristo », affinché noi fossimo in Lui una creatura nuova ed un’opera nuova. « Liberiamoci dunque del vecchio uomo e da tutte le sue opere » , e, ammessi a partecipare alla nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. Riconosci, o Cristiano, la tua dignità, e « divenuto partecipe della natura divina », guardati dal ricadere, con una condotta indegna di questa grandezza, nella miseria di una volta. Ricordati di quale Capo e di che corpo tu sei membro. Non dimenticare mai che « strappato alle potenze delle tenebre », « sei stato trasferito alla luce ed al regno di Dio ». La ragione di festeggiare l’anniversario della natività di Gesù si è quella di fare ogni anno nascere maggiormente Gesù nelle anime nostre, mediante l’incremento della nostra fede e del nostro amore verso il Verbo Immacolato. I presepi e le altre manifestazioni esteriori di questo avvenimento, il più importante della Storia, non sono che mezzi per ravvivare questa fede e questo amore che ci fanno vivere divinamente. Occorre dunque che in questa festa del Natale, noi abbondiamo in buone opere, manifestando così che noi siamo nati da Dio e divenuti suoi figli; occorre che tutta la nostra attività sia un irradiare di quella luce del Verbo che riempie le nostre anime. È questa la grazia propria del Tempo di Natale, che ha per scopo di estendere la Paternità divina, affinché il Padre possa dire, parlando di ciascheduno di noi ciò che ha detto, a titolo specialissimo del Suo Verbo Incarnato; «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato ». Prostrati umilmente, pronunciamo adunque con grande rispetto queste parole del Simbolo: Io credo in Gesù Cristo: 1) nato dal Padre prima dei secoli: Dio da Dio, consostanziale al Padre. 2) Disceso dal Cielo, incarnatosi per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria Vergine e fattosi uomo. 3) Credo alla S. Chiesa, nata alla vita divina mediante la grazia dello Spirito Santo, che rese feconde le acque del Battesimo.

II. Commento storico.

Tra gli anni 747 e 749 di Roma, il censimento generale, ordinato da Cesare Augusto, costrinse Giuseppe e Maria a recarsi da Nazareth a Betlemme, in Giudea. Ora, mentre essi erano in questo luogo, dice S. Luca, la Vergine mise alla luce il suo primogenito (Vangelo della Messa di Mezzanotte). Alludendo alla tradizione che, nel IV secolo, pone la culla di Gesù tra due animali, la liturgia, cita due testi di Profeti, quello di Isaia « il bue conosce il suo padrone e l’asino la greppia del suo signore (I, 3) » e quello di Abacuc « Signore tu apparirai tra due animali » (III, 2). – C’erano, nei dintorni, dei pastori che vegliavano durante la notte per custodire il gregge. Avvertiti da un Angelo, discesero in fretta sino a Betlemme (Vang. della Messa dell’alba). L’Antifona delle Lodi di Natale, indirizzandosi ad essi, domanda: « Chi avete visto, pastori? ditecelo, annunziatecelo; chi è comparso sulla  terra?». Essi rispondono: «Abbiamo visto un neonato, e abbiamo inteso i canti degli Angeli che lodavano il Signore, alleluia, alleluia. » Otto giorni dopo, il Fanciullo divino fu circonciso da Giuseppe (Circoncisione,  1 genn.) e ricevette il nome di Gesù (Festa dei S. Nome di Gesù: 2 Genn.) che l’Angelo aveva indicato a Giuseppe e a Maria. E quaranta giorni dopo che Maria ebbe partorito, andò al Tempio per offrirvi il sacrificio prescritto dalla legge (Presentazione: 2 febbraio). Allora Simeone predisse che Gesù sarebbe stata la rovina e la risurrezione di molti, e che una spada di dolore avrebbe trafitto il cuore della sua madre (Vang. della Dom. nella Ott. Di Natale). Al corteo dei pastori ne succede ben presto un altro, quello del Magi. Arrivano dall’Oriente a Gerusalemme, guidati da una stella e, seguendo le indicazioni degli stessi principi dei sacerdoti, vanno a Betlemme, perché lì, secondo il profeta Michea, doveva nascere il Messia. Vi trovano il Bambino con Maria sua Madre e, prostrandosi, l’adorano. Poi, avvertiti in sogno, tornano a casa loro senza più passare per Gerusalemme (Vang. dell’Epif.). Erode, che aveva chiesto ai Magi di indicargli dove fosse nato il fanciullo, vedendo che essi l’avevano ingannato, andò in collera e fece uccidere tutti i fanciulli nati da meno di due anni, che trovavansi a Betlemme e nei dintorni, sperando così di liberarsi del re dei Giudei, nel quale temeva un competitore (Vang. dei SS. Innocenti). Un Angelo apparve allora i n sogno a Giuseppe e gli disse di fuggire in Egitto con Maria ed il Fanciullo. Ivi rimasero fino alla morte di Erode. L’Angelo del Signore apparve allora di nuovo in sogno a Giuseppe e gli disse di tornare nella terra d’Israele. Ma avendo saputo che in Giudea governava Archelao al posto del padre Erode e che ordinava delle persecuzioni, Giuseppe temette per la vita del fanciullo e andò in Galilea, nella città di Nazareth ». (Vang. della Vig. dell’Epif.). – Quando Gesù aveva dodici anni, i suoi Genitori, avendolo smarrito a Gerusalemme durante una delle feste di Pasqua, lo ritrovarono dopo tre giorni nel Tempio in mezzo ai Dottori. Tornato a Nazaret,! vi crebbe in saggezza, in statura e in grazia avanti a Dio e  agli uomini (Vang. della Domen. fra l’Ott. dell’Epif.). Da Nazareth, trentenne, Gesù andò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista. E questi compiendo la sua missione di testimonio: hic venit ut testimonium perhiberet de lumine, dichiarò che quel Gesù sul quale lo Spirito Santo si posò sotto forma di una colomba, era il Messia atteso (Vang. dell’Ott. dell’Epif.).

III. — Commento Liturgico.

Il tempo di Natale comincia alla Vigilia della festa e termina, per il ciclo temporale, l’ottavo giorno dopo l’Epifania (13 gennaio)! e per il santorale alla festa della Purificazione della Vergine (2 febbraio). Questo tempo è in parte caratterizzato dalla gioia che prova l’umanità di possedere Colui, del quale l’umana natura è totalmente consacrata al Verbo, che la possiede come sua, e che consacrerà a Dio tutti gli uomini di cui sarà il Salvatore. Perciò questo Tempo è un’epoca di « grande gioia per tutto il popolo. Con gli Angeli, con i Pastori, con i Magi soprattutto, primizie dei Gentili, lasciamoci « trasportare dal grande giubilo » e con la Chiesa, che riveste i suoi Sacerdoti di paramenti bianchi e rende agli organi la loro voce melodiosa, cantiamo un festante « Gloria in excelsis ». « Il Salvatore Nostro, scrive S. Leone, oggi è nato, rallegriamoci ». « Non ci può esser tristezza nel giorno in cui nasce la vita, la quale, dissipando il timore della morte, spande sulle nostre anime la gioia della promessa eternità. Non c’è persona che non abbia parte a questa allegrezza. Tutti hanno uno stesso motivo di rallegrarsi, poiché nostro Signore, distruttore del peccato e della morte, trovandoci tutti schiavi della colpa, è venuto per liberarcene tutti. Esulti il santo, perché si avvicina alla palma; gioisca il peccatore, poiché è invitato al perdono; si animi il gentile, perché è chiamato alla vita » (4a Lez. – 25 Dic.,). E questa allegrezza è tanto più grande in quanto la nascita di Gesù sulla terra è il pegno della nostra nascita in cielo, quando Egli ritornerà a prenderci alla fine del mondo. È in mezzo alle tenebre, simbolo di quelle che oscurano le anime, che Gesù è nato. « Mentre il mondo intero era sepolto nel silenzio e la notte era a metà del suo corso, dice l’Introito della Messa della Ottava di Natale, il Vostro Verbo onnipotente, o Signore, è disceso dal trono regale del cielo». Così, per uno speciale privilegio, si celebra nella Festa di Natale una Messa a Mezzanotte, seguita da un’altra all’aurora, e da una terza al mattino. Come notano i Padri, si è appunto al momento in cui il sole arriva al punto più basso del suo corso e rinasce in qualche modo, che nasce ogni anno, pure a Natale il « Sole di giustizia ». Il sole della natura e quello delle anime, di cui è l’immagine, sorgono insieme. « Il Cristo ci è nato, dice S. Agostino, proprio quando i giorni cominciano a crescere ». La festa di Natale, giorno 25 dicembre, coincide con la festa che i pagani celebravano al solstizio d’inverno per onorare la nascita del sole ch’essi divinizzarono. Così la Chiesa cristianizzò questo rito pagano. La Messa di mezzanotte a Roma si celebrava nella basilica di S Maria Maggiore, che rappresenta Betlemme, perché vi si venerano alcune parti del presepio del Salvatore, sostituita da una mangiatoia d’argento nella grotta dove nacque Gesù. Questa grotta era, dalla metà del secondo secolo, visitata da numerosi pellegrini. L’imperatrice Elena fece costruire in questi luogo una basilica che si volle molto semplice, essendo Gesù nato nella povertà. Si lasciò scoperta una parte di roccia, e quando più tardi, verso l’Ottavo secolo, la mangiatoia d’argento spari, si pose un altare nel luogo presunto della nascita del Salvatore. In questa Basilica della Natività Baldovino, fratello di Goffredo di Buglione, si fece consacrare nel Natale 1101, nella stessa città dove un tempo David era stato unto re dalle mani del Profeta Samuele. – Nel XII secolo, la culla del Principe della pace fu ornata molti riccamente di preziosi mosaici. « Mentre nelle loro insegne spiegate i profeti vi testimoniavano la divinità del Messia e la lunga teoria dei suoi antenati ne affermava la sua umanità, la Chiesa, nelle sue Assisi solenni, vi proclamava insieme l’umanità completa e la perfetta divinità di Colui che nacque a Betlemme, che fu osannata dagli Angeli e adorato dai Magi ». – Il nostro presepe sia l’Altare dove Gesù nasce per noi, specialmente in questo giorno, in cui l’Eucaristia ci viene presentata dai testi del Messale e del/Breviario in relazione al mistero della nascita! E ritornati in famiglia manifestiamo il nostro senso liturgico, mantenendo le commoventi tradizioni dei tempi di grande fede, quando si continuavano in letizia le feste della Chiesa nell’intimità della vita familiare. Ogni focolare cristiano dovrebbe avere il suo piccolo presepe intorno al quale recitare in questi giorni le preghiere del mattino e della sera. I fanciulli imparerebbero così (in questo periodo di gioia, proprio dell’infanzia) che essi debbono unirsi ai piccoli pastori e ai Magi per adorare il piccolo Gesù, il Dio fanciullo adagiato sulla paglia, per domandargli di diventare con Lui e con la sua grazia sempre più figli di Dio.