CONOSCERE SAN PAOLO (29)

LIBRO II.

Preistoria della redenzione.

CAPO I

L’umanità senza il Cristo. (3)

III. SCHIAVITÙ DELLA CARNE E LIBERTA’ DELLO SPIRITO.

1. FALSE PESTE. — 2. LA CARNE E LO SPIRITO. — 3. LA CARNE E IL PECCATO. — 4. RIASSUNTO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA; S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Quando l’uomo possiede i tre elementi essenziali della vita morale, — conoscenza di Dio, legge naturale e libero arbitrio — che cosa gli manca ancora per raggiungere il suo ultimo fine? E fine di un essere non si deve cercare fuori della sua sfera di operazione, e se l’uomo è destinato alla beatitudine dev’essere in grado di giungervi. Eppure sembrerebbe che risulti il contrario dalla dottrina di san Paolo, e particolarmente dalla Lettera ai Romani, in cui egli insegna che l’impotenza morale dell’uomo deriva dalla carne e non ha altro rimedio che lo Spirito di Dio. Tra lo spirito e la carne, abbiamo già indicate due opposizioni: l’una fisica, tra le parti che costituiscono un medesimo essere, e l’altra ontologica, tra sostanze complete il cui carattere rispettivo è la spiritualità e la corporalità. Bisogna ora aggiungervi l’opposizione morale e religiosa, la principale e la più importante, la sola caratteristica del vangelo di san Paolo. L’errore di molti teologi eterodossi è stato quello di confondere praticamente l’antitesi morale « carne e spirito » o con l’opposizione fisica o con l’opposizione ontologica. Essi speravano così di unificare i concetti e di semplificare le teorie, ma invece di rendere più chiaro il problema, non fecero altro che renderlo ancora più oscuro. I primi, che dipendono tutti dalla scuola di Baur, pretendono che Paolo, abbandonando qui il terreno familiare agli Ebrei, faccia una disgraziata incursione nel campo della filosofia greca. Tuttavia il monoteismo biblico lo ferma a mezza via, ed egli non arriva fino al dualismo metafisico ma si ferma al dualismo morale (Holsten). Paolo avrebbe trasportato nell’ordine morale l’antitesi fisica che l’Antico Testamento suole stabilire tra Dio e il mondo, tra l’uomo e lo spirito di Dio, senza accorgersi del paralogismo e senza riflettere che questo equivale a far risalire al Creatore della natura l’origine del peccato. Per sostenere questo paradosso, bisogna imputare all’Apostolo contraddizioni su contraddizioni. Se la carne è cattiva in se stessa, in quanto è opposta allo spirito, come mai la carne del Cristo sarà santa? Ora è cosa indiscutibile, che san Paolo attribuisce al Cristo una carne simile alla nostra e che tuttavia gli nega ogni relazione col peccato (II Cor. V, 21). Questo prova evidentemente che il peccato non è inerente alla carne dalla quale è separabile. Se il nostro corpo è irrimediabilmente impuro, come mai sarà il tempio dello Spirito Santo? (I Rom. VI, 19). Come mai servirà di strumento alle opere di giustizia? (Rom. VI, 13). Come potrà essere offerto a Dio come ostia di grato odore? (Rom. XII, 1). L’Apostolo c’invita a schivare ogni macchia della carne e dello spirito (II Cor. VII, 1) »: ora se la relazione della carne col peccato fosse essenziale, non dipenderebbe da noi né il macchiarla né il preservarla dalle macchie. Paolo non potrebbe parlare, dal punto di vista dualista, di una redenzione del corpo e presentarla come il pieno compimento della salute? « La nostra salute, al contrario, dovrà essere perfetta allorché l’anima nostra sarà libera dai vincoli della materia (Sabatier) ». Nella teoria dualista, Adamo non avrebbe nessun significato: sarebbe soltanto il primo peccatore perché è il primo uomo. Ora si va facendo sempre più unanime l’accordo nel riconoscere che l’antropologia di san Paolo si fonda sulla base dell’Antico Testamento. Il racconto della Genesi con i suoi due corollari immediati — Dio personale e superiore al mondo, materia creata e perciò buona — è sempre presente al suo pensiero. Cercare nei suoi scritti il dualismo gnostico che della materia fa un principio cattivo, è un paradosso audace, smentito da tutti i testi, inconciliabile con l’educazione biblica di Paolo e con le sue ripetute allusioni ai primi capitoli della Genesi. Resta da discutersi la parte d’influenza ellenica; ma per quanto la si voglia supporre profonda, la sua importanza viene assai diminuita da questa considerazione, che la psicologia dell’Apostolo è soltanto un accessorio nel suo insegnamento: non è la psicologia quella che domina e orienta la sua dottrina teologica, ma è la sua dottrina teologica quella che comanda e determina la sua psicologia. Dal fatto che, in San Paolo, la carne è sempre la materia animata, che essa nel suo concetto comprende l’anima, che certi peccati di ordine intellettuale sono riferiti alla carne, che una volta le espressioni « voi siete uomini » e « voi siete carnali » si scambiano come sinonime, altri teologi protestanti conchiudono che la carne, nel senso morale di cui qui si tratta, indica la natura umana. Se il peccato abita nella carne, questo vuol dire, secondo loro, che l’uomo per la sua imperfezione naturale, ha l’occasione e il potere di mettersi in opposizione con Dio (Thouluce). Per essere logici, dovrebbero anche conchiudere — ed alcuni non esitano a confessarlo — che l’uomo è carnale non in quanto è uomo, ma in quanto è creatura: di qui risulterebbe il triplice paradosso, che anche Adamo era carnale come i suoi discendenti, che l’Angelo è carnale quanto l’uomo, e che né l’Angelo né l’uomo non potranno mai cessare di essere carnali perché sono essenzialmente esseri creati. Questo vuol dire attribuire gratuitamente a Paolo una confusione grossolana del male morale col male metafisico, della privazione di un bene che la natura ragionevole dovrebbe possedere secondo i disegni di Dio, con l’assenza di una perfezione multante dalla limitazione essenziale di ogni essere finito, indipendentemente da queste conseguenze assurde, il sistema in questione non si regge, poiché dall’organismo materiale dell’uomo San Paolo fa dipendere il peccato.

2. La carne, soprattutto sotto l’aspetto morale del quale ci occupiamo, non si può quasi definire senza la funzione dello spirito. Nell’Antico Testamento, lo spirito di Dio è il creatore e il conservatore se, l’agente del miracolo e dell’ispirazione profetica. Nel Nuovo Testamento la sua sfera di azione si allarga ancora di più: esso è lo spirito vivificatore, rigeneratore e santificatore; tutto ciò che concerne la grazia e i carismi è di suo dominio; siccome è l’anima del corpo mistico del quale il Cristo è il capo, tra lui e il giusto si stabilisce una relazione stretta, un vincolo intimo; il suo nome proprio, tratto dal suo carattere personale, è Spirito Santo; la sua presenza in noi è più che un rinnovamento interiore, e una metamorfosi, una vera creazione, la produzione di una natura divina dotata di proprietà e di operazioni nuove (II Cor. V, 17). A questa nuova natura Paolo dà anche il nome di spirito. Per non aver voluto riconoscere questo, certi esegeti vanno a perdersi nelle spiegazioni più inverosimili. Essi vogliono distinguere soltanto tra lo spirito dell’uomo o l’anima ragionevole, e lo Spirito di Dio, cioè la terza Persona della Santissima Trinità; vi è invece un mezzo termine: lo spirito che è formato in noi dallo Spirito Santo e che a lui si riferisce come l’effetto alla causa. Quando « lo Spirito rende testimonianza al nostro spirito (Rom. VIII, 16) », non è possibile nessun equivoco: lo Spirito che rende testimonianza è certamente lo Spirito di Dio, e perciò lo spirito in cui favore rende testimonianza non può essere altro che quel senso nuovo prodotto in noi dallo Spirito, e capace di percepire le cose divine; infatti l’intelletto abbandonato a se stesso non sa nulla della nostra filiazione adottiva. Non mancano altri esempi di questo sdoppiamento delle nostre facoltà: il glossolalo non è compreso dai presenti né da se stesso, ma soltanto da Dio, eccetto che abbia ricevuto per di più il dono dell’interpretazione: « E suo πνεῦμα (= pneuma) prega, ma il suo νοῦς (= nous) è senza frutto (I Cor. XIV, 14, 15) ». Per lui l’ideale sarebbe di pregare col νοῦς (= nous) e col πνεῦμα (= pneuma). Una preghiera fatta in lingua sconosciuta, sotto l’impulso della grazia, può essere una preghiera eccellente, capace di edificare il glossolalo con i sentimenti devoti che suggerisce; ispirata dallo Spirito di Dio, essa alimenta lo spirito dell’uomo; ma siccome non è compresa, è priva di azione sopra l’intelletto. Lo spirito e l’intelletto sono qui due princìpi distinti; l’uno rappresenta in noi l’elemento naturale, e l’altro l’elemento soprannaturale. Sotto questo aspetto, lo spirito comprende tanto il corpo quanto l’anima, poiché i l nostro corpo, destinato a diventare spirituale, ha ricevuto in precedenza il germe dello Spirito ed è il tempio dello Spirito Santo (II Cor. I, 22). Se lo spirito indica tutto l’uomo quale lo rifà la grazia, anche la carne indica tutto l’uomo quale lo ha fatto il peccato: l’intelletto diventa carnale quando è sregolato; vi è una sapienza carnale; i Corinzi sono chiamati carnali perché mantengono litigi e discordie; la carne ha i suoi pensieri e le sue volontà, le sue affezioni ed i suoi odi; finalmente i peccati che derivano dall’intelligenza, come l’idolatria, l’invidia, l’inimicizia, i dissensi, sono classificati tra le opere della carne (Col. II, 18). Di più, l’uomo è carnale per il solo fatto che rimane estraneo alle influenze dello Spirito di Dio. La sapienza secondo la carne, che per se stessa sarebbe cosa indifferente, diventa cattiva quando entra in lotta con lo spirito: « Poiché le dispute regnano tra voi, è detto ai Corinzi, non siete voi forse carnali e non camminate forse secondo l’uomo? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e l’altro: Io sono di Apollo, non siete forse uomini? ». Se Paolo può rimproverare ai neofiti di essere uomini e di camminare secondo l’uomo, vuol dire che vi è disordine nella nostra natura; vuol dire che l’uomo non è più quale dovrebbe essere secondo i disegni di Dio; vuol dire che, sotto l’aspetto morale, v i sono i n noi due uomini, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo. L’uomo vecchio non è Adamo, e l’uomo nuovo non è Gesù Cristo, come vollero sostenere, per ragioni assai deboli, certi esegeti male ispirati, l’uomo vecchio che muore, in principio, nel Battesimo, del quale san Paolo c’invita a spogliarci sempre di più, è l’eredità del nostro primo padre, è questa natura decaduta e corrotta che ci ha trasmessa, è quell’io carnale del quale si parla nell’Epistola ai Romani. l’uomo nuovo, che gli succede, è l’uomo rigenerato, nel quale la grazia soprannaturale conduce a termine l’immagine divina abbozzata dal fiat creatore. “Non mentite tra voi, poiché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere, e vi siete rivestiti dell’uomo nuovo il quale si rinnova in conoscenza (soprannaturale) a immagine di colui che lo ha creato. Deponete l‘uomo vecchio, corrotto dalle concupiscenze ingannatrici, rinnovatevi nella vostra intelligenza (resa) spirituale, e rivestitevi dell’uomo nuovo creato secondo Dio in una vera giustizia e santità (Col. III, 9). – Mentre l’uomo interiore e l’uomo esteriore, dei quali si è parlato prima, sono le due parti che compongono l’uomo, in qualunque ordine di provvidenza si consideri, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo sono due stati consecutivi del medesimo uomo, abbandonato prima alle influenze del peccato di cui Adamo è la sorgente, poi a quelle della grazia di cui Gesù Cristo è il dispensatore. L’uomo nuovo coincide dunque, per il significato, con lo spirito, e l’uomo vecchio con la carne.

  1. 3. Ma benché la carne indichi tutto l’uomo, in quanto è decaduto dalla giustizia originale, l’Apostolo mette frequentemente la carne in relazione speciale con la parte materiale del composto umano: « So che nulla di buono abita in me, cioè nella mia carne (Rom. VII, 18) ». Qui la carne è distinta dall’io, come la parte dal tutto; la carne appartiene pure all’io, ma essa ne è soltanto la metà meno nobile, quella che si oppone alla ragione, all’uomo interiore e che san Paolo chiama anche « la legge del peccato che è nelle membra (Rom. VII, 22, 23) ». Non vi è dubbio: la sede del male, il focolare del peccato, è dunque proprio il corpo medesimo; perciò la parte materiale dell’uomo, senza essere cattiva in se stessa, è tuttavia la sorgente del male morale. Come si risolve questo enigma? Anzitutto il peccato, entrato nel mondo con la colpa

di Adamo, invade tutta la posterità di lui, perché noi siamo, col nostro primo padre, una medesima carne; allora ogni carne diventa peccatrice, fatta eccezione per colui che prese « la somiglianza della carne del peccato » ma senza conoscere il peccato, poiché non usciva dalla massa peccatrice secondo le leggi della generazione naturale, e poi perché il peccato è assolutamente incompatibile con la sua persona. Tuttavia bisogna ricorrere ad un’altra considerazione per giustificare il linguaggio dell’Apostolo. È un fatto di esperienza, così vero da diventare persino volgare, che il corpo impedisce gli slanci dell’anima. Paolo lo aveva compreso meglio di qualunque altro quando esclamava: Quis me liberabit de corpore mortis huius? In forza dell’intima unione del composto umano, non vi è forse azione dell’anima che non si ripercuota sul corpo, nè impressione del corpo che non sia risentita nell’anima. Ora gli appetiti dei sensi sono moltissime volte in conflitto col fine della natura superiore che è la vera natura dell’uomo; e per colmo di disgrazia, essi sono essenzialmente ciechi ed egoisti. Così mentre l’uomo trova nella sua ragione un aiuto sicuro, benché insufficiente, contro l’attrattiva del male, da parte dei sensi non trova che ostacoli. Per ristabilire l’equilibrio e per neutralizzare l’attrazione della carne, l’uomo ha bisogno dello spirito, cioè di un aiuto superiore alla sua natura, di un principio soprannaturale. Ecco perché in san Paolo l’«omo carnale, l’uomo psichico, l’uomo naturale, o semplicemente l’uomo, sono locuzioni sinonimo che indicano l’uomo abbandonato a se stesso e alla sua corruzione naturale, senza l’antidoto dello spirito. Così la carne, nel senso morale del quale qui si tratta, è insieme la causa e l’effetto del peccato; e in tutti e due i modi, è la parte materiale del nostro essere quella che stabilisce tale relazione, perché essa è, in certo modo, il veicolo del peccato originale e lo stimolo al

peccato attuale. D a ciò si vede quanto era differente la condizione del primo uomo, e quanto sarebbe anche differente l a condizione dell’umanità nello stato di pura natura. Per un benefizio gratuito del Creatore, la ragione del primo uomo, dominando l’appetito sensibile, faceva regnare l’armonia in tutto il suo essere. Quest’armonia, è vero, non ci sarebbe nello stato di pura natura; ma indipendentemente dal peccato, sarebbe soltanto un’imperfezione fisica e non un disordine morale. Della concupiscenza si deve dire — e a più forte ragione — lo stesso che si dice della morte. Nello stato di pura natura, l’una e l’altra sarebbero una semplice risultante della nostra costituzione organica; nell’ordine attuale invece sono una decadenza, perché ci privano di un bene che noi, secondo i disegni di Dio, dovremmo avere; esse rivestono dunque un carattere morale perché sono frutti del peccato, e, se si tratta della concupiscenza, perché è la radice vivente da cui germoglia il peccato.

  1. 4. Riassumiamo: Per quanto siano svariate le accezioni di carne e di spirito, tutte però dipendono dal significato fondamentale di materia animata e di essere immateriale. Lo spirito e la carne, nel senso morale caratteristico della teologia paolina, comprendono tutto l’uomo sotto diversi aspetti: lo spirito è l’uomo sotto l’influenza dello Spirito Santo; la carne è l’uomo senza lo Spirito Santo.La carne, la parte materiale dell’uomo, non è né cattiva in se stessa né essenzialmente peccatrice, poiché è suscettibile di purificazione, di santificazione e di glorificazione. Tuttavia la carne, così come è attualmente in noi, implica una doppia relazione col peccato: relazione storica col capo colpevole della nostra razza, relazione psicologica con l’atto colpevole al quale è inclinata. La relazione psicologica dipende dagli istinti bassi, egoisti e ciechi della natura sensibile, i quali la mettono in un antagonismo continuo col bene essenziale della natura ragionevole. In tale conflitto, l’intelletto abbandonato a se stesso è infallibilmente vinto e diventa carnale; ma, con l’appoggio dello Spirito, esce vincitore dalla lotta, e tutto l’uomo diventa spirituale.

CONOSCERE SAN PAOLO (28)

LIBRO II

Preistoria della redenzione.

CAPO I

L’umanità senza il Cristo. (2)

II. IL REGNO DEL PECCATO.

1. ORIGINE DEL PECCATO. — 2. ESTENSIONE DEL PECCATO. — 3. L’IMPERO DI sATANA. — 4. GLI SPIRITI ELEMENTARI.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA; S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. La corruzione del genere umano, luogo comune della teologia ebraica, non poteva non colpire gli stessi pagani. È noto che i primi tre capitoli della Lettera ai Romani svolgono questa tesi: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio… Tutti, Ebrei e Greci, sono sotto il (giogo del) peccato ( Rom. III, 23 e 9) ) ». L’Apostolo espone il fatto e non lo dimostra altrimenti che con appellarsi all’esperienza confermata, specialmente per gli Ebrei, dalla testimonianza della Scrittura. Il doppio fine, a cui mira, è di provare che non vi è salvezza fuori del Vangelo (Rom. III, 20), e che gli Ebrei, nonostante le loro incontestabili prerogative, non hanno, in faccia al peccato e alla giustizia soprannaturale, nessun privilegio sopra i Gentili, oggetto del loro disprezzo (Rom. II, 1). Un fenomeno generale deve risalire alla medesima causa, e si poteva pensare che l’Apostolo, descritto lo straripamento del male, ne avrebbe indicata la sorgente comune. Egli invece è trascinato altrove da due idee sussidiarie: gli preme di conchiudere che il Vangelo promette e dà quello che la Legge faceva sperare invano (Rom. III, 21-26); e poi non vuole lasciare il lettore sotto l’impressione che la salute portata dal Vangelo sia in contraddizione con la Legge (Rom. II, 13 e cap. V). Perciò quando viene a parlare dell’origine del peccato, non la mette in rapporto diretto con la corruzione morale di cui ha tracciato il triste quadro, ma si contenta di metterla in linea parallela con l’origine della giustizia che essa per analogia rischiara (ivi, V, 12-21): questo è passare dal più conosciuto al meno conosciuto, è procedere secondo le regole della logica. Infatti nessun Ebreo e nessun proselito poteva ignorare la storia della creazione e della caduta, e non vi è dubbio che questa storia facesse parte delle dottrine elementari insegnate a tutti i catecumeni che venivano dai Gentili. – Ora dal racconto della Genesi risulta chiaramente che la disobbedienza di Adamo attirò sopra l’umanità la morte, l’inimicizia di Dio e un cumulo di miserie delle quali la più umiliante è la ribellione dei sensi. L’uomo, formato di elementi perituri, trovava nell’albero della vita un antidoto contro la sua naturale corruttibilità; ma il peccato, scacciandolo dal paradiso terrestre, fece cadere sopra di lui e sopra la sua discendenza il fatale decreto di morte. Allora invece della familiarità divina e dei premurosi favori di cui era stato ricolmo, si vide cadere addosso maledizioni su maledizioni: infertilità del terreno, dura legge del lavoro, esilio lontano dalla faccia di Dio. Adamo ed Eva, creati nella rettitudine e nell’innocenza, non portavano in se stessi i germi della perversione morale; bisognò che la suggestione al male venisse loro dall’esterno; ma il peccato turbò subito l’armonia delle loro facoltà e tolse loro il dominio sopra le potenze inferiori; col sentimento del pudore nacque in essi la concupiscenza. Senza troppo speculare su questi tre dati scritturali, ogni lettore di buon senso conchiuderà che una penalità comune implica un’offesa comune; che la perdita dell’amicizia divina suppone uno stato anteriore di favore e di grazia; che per attirare sopra tutti i suoi discendenti una sentenza di condanna, Adamo doveva rappresentarli per un titolo che non gli era conferito soltanto dalla sua qualità di primo uomo, e che vi era dunque, nei disegni di Dio, tra Adamo e la sua discendenza, un’unione di solidarietà, assai poco conforme alle nostre idee moderne di individualismo a oltranza, ma perfettamente accessibili al pensiero antico. Perciò il dogma della decadenza originale non poteva creare nessuna difficoltà per i contemporanei di san Paolo poiché ammettevano senza esitare, sopra la fede delle Scritture, che la disobbedienza di Adamo ci procurò la morte, l’inclinazione al male e le tristi condizioni dell’umanità attuale. Le favole puerili, aggiunte più tardi al fondo biblico dai redattori del Talmud, non alterarono l’essenza del dogma. Paolo dunque non mira a dimostrare la caduta originale: egli suppone che sia già conosciuta, come suppone che sia conosciuto il rapporto di solidarietà senza del quale non sarebbe comprensibile la caduta originale; ma egli si serve di due idee per spiegare l’opera del rialzamento. Difatti la reversibilità dei demeriti nella persona di Adamo spiega la reversibilità dei meriti nella persona del Cristo, dato che la prima verità sia affatto incontestabile, e che vi sia tra Adamo e il Cristo una relazione facilmente ammissibile. Ciò posto, l’insegnamento dell’Apostolo si riassume così: Il peccato deriva da Adamo; la morte deriva dal peccato. Il peccato deriva da Adamo. « Per un solo uomo il peccato è entrato nel mondo ( V, 12) ». Quest’uomo è evidentemente il nostro primo padre; il peccato è la potenza del male che Gesù Cristo verrà a distruggere; il mondo significa il genere umano, e l’entrata del peccato non è un’apparizione isolata e passeggera, ma un’invasione trionfale. Il peccato non si propaga soltanto per imitazione, col contagio dell’esempio, ma si trasmette per eredità. « Infatti per la disobbedienza di un solo uomo, tutti nonostante il loro numero sono stati costituiti peccatori ». Non vi è che una sola colpa, e tuttavia vi sono molti condannati, molti colpevoli, molti peccatori: dunque la colpa di uno solo era comune a tutti.

La morte deriva dal peccato. « La morte passò in tutti gli uomini perché tutti avevano peccato ». Non si tratta di peccati personali, ma di un peccato unico comune a tutti. Difatti se l’Apostolo parlasse qui di peccati attuali, assegnerebbe alla morte un’origine differente da quella che le assegnava al cominciare della frase. Egli le assegnerebbe un’origine manifestamente falsa, poiché si sa che tutti gli uomini muoiono ma che non tutti sono colpevoli di peccati attuali. Le assegnerebbe una causa che egli stesso non ammette, poiché soggiunge tosto che « il peccato non viene imputato », come degno di morte, « a difetto di una legge » che pronunzi contro di esso la pena di morte, e che tuttavia « la morte ha regnato anche sopra quelli che non avevano peccato a imitazione della trasgressione di Adamo », in altri termini, « che non erano colpevoli di peccati attuali ». Perciò i migliori commentatori protestanti e razionalisti, quando fanno da esegeti e non da teologi, accettano la nostra spiegazione, per quanto questa possa essere contraria alle loro prevenzioni e ai loro sistemi, perché essa appare come la sola ragionevole e la sola conforme alla manifesta intenzione dell’Apostolo. – La trasmissione del peccato originale ha come corrispondente la diffusione della giustizia del Cristo: non bisogna allontanarsi da questa analogia. Come la privazione della grazia originale è consumata, in diritto e in principio, dalla disobbedienza di Adamo il quale agisce in nome e a danno di tutta la sua posterità, e come essa per diffondersi non aspetta che la nostra entrata reale nella famiglia umana per mezzo della generazione naturale, così il merito guadagnato da Gesù Cristo il quale agisce in nome ed a vantaggio dell’umanità di cui è rappresentante, ci è acquisito, in diritto e in principio, una volta per sempre, e per comunicarsi non aspetta che la nostra unione effettiva al Cristo per mezzo della fede e del battesimo. Se in questa solidarietà del merito e del demerito rimane sempre qualche cosa di misterioso, il mistero è il medesimo da una parte e dall’altra, ma la spiegazione di questo mistero non è di competenza della teologia biblica.

2. Il peccato, entrato nel mondo e stabilitovisi come in una fortezza, vi regna dispoticamente. L’impero del male cresce e si dilata sempre più; la corruzione del cuore guadagna la mente, e la perversione della mente affretta quella dei costumi. Così si spiega, agli occhi di san Paolo, il progresso dell’idolatria e lo straripare del vizio. L’essere divino, percepito attraverso il velo della creazione e in fondo alla coscienza, imponeva all’uomo un triplice dovere: cercare Dio intravveduto dalla ragione, onorarlo dopo di averlo trovato, ringraziarlo dei suoi benefizi per renderselo propizio. Al contrario i pagani, traviati dai loro istinti depravati, disprezzarono la felicità di conoscere Dio, incatenarono la verità per non udirne la voce molesta, prostituirono gli onori divini alle creature più abiette, spinsero il traviamento fino al punto di compiacersi della menzogna e della Così cadde su loro la pena del taglione, terribile e inesorabile. Prima di tutto si oscurò la loro ragione, i loro pensieri divennero vani, essi medesimi diventarono zimbello delle illusioni e dei sofismi, la loro stoltezza divenne tanto più incurabile, quanto più essi facevano pompa di sapienza. L’accecamento della loro mente, unito con l’indurimento del cuore, li abbandonò ben presto alle passioni impure; essi stessi si votarono all’ignominia e si fecero, senza volerlo, gli esecutori delle divine vendette (Rom. I, 18-28). Finalmente come essi avevano abbandonato Dio, così Dio li abbandonò al loro senso riprovato; essi furono « pieni d’iniquità, di malvagità, di cupidigia, di malizia, d’invidia, di omicidio, di dissenso, di astuzia, di furberia; detrattori, maledici, empi, insolenti, superbi, vanitosi, inventori di delitti, ribelli ai loro genitori; senza intelligenza, senza lealtà, senza affezione, senza misericordia (Rom. I, 29-31) ». Questo quadro fu molte volte confrontato con quello che fa l’autore della Sapienza (capp. XIII,- XIV). Se non vi è affatto dipendenza letterale e neppure un’imitazione voluta, è però difficile non vedervi una reminiscenza. L’assurdo del politeismo e la scostumatezza dei pagani dappertutto ripugnavano al senso morale degli Ebrei. Quello che distingue Paolo dai suoi compatrioti, è che nel flagellare con estremo rigore i vizi dei Gentili, simpatizza con la loro persona e stabilisce la loro colpabilità sopra le basi della moralità naturale, invece di fondarla sopra l’ignoranza della Legge, spiega il progresso dell’idolatria e della sfrenatezza con una specie di processo psicologico che serve ad un tempo come castigo e come rimedio e che fa risultare il bene dallo stesso eccesso del male. Qualcuno ha voluto sostenere che Paolo, non mantenendosi fedele alle sue massime, non attribuisse la corruzione generale dell’umanità alla caduta originale, e citano, come prova, queste sue parole: « Anche noi una volta camminavamo tutti nei nostri desideri carnali, facendo la volontà della carne e dei pensieri (cattivi) ed eravamo per natura figli d’ira come gli altri (Ephes. II, 3) ». Ma che cosa significa questa frase! In qualunque maniera si vogliano intendere, le parole « noi eravamo per natura figli di ira come gli altri », abbracciano necessariamente tutti gli uomini senza eccezione. Difatti se « noi » indica gli Ebrei, secondo la spiegazione comune, « gli altri » sono i non Ebrei, ossia tutti i Gentili; e se « noi » indica i Cristiani, come vogliono certi commentatori, « gli altri » saranno i non Cristiani, ossia tutti gli infedeli o Ebrei o Gentili: in tutti e due i casi l’affermazione è universale. D’altra parte, secondo l’analogia biblica, i « figli dell’ira » sono gli uomini meritevoli dell’ira divina, ed esposti ai colpi di quest’ira, vendicatrice. Non si tratta dunque più che di stabilire il significato della parola « naturalmente » o « per natura ». Siccome si chiamano disposizioni naturali quelle che noi portiamo nascendo, sia che le abbiamo per eredità, sia che le abbiamo per qualunque altra causa, sant’Agostino pensava che noi siamo « figli dell’ira per natura » in quel modo che uno è cieco di nascita o moro di razza, perché il peccato, senza appartenere alla costituzione essenziale del nostro essere, è ereditario in noi. Calvino attaccandosi a questa interpretazione, esagera, secondo il suo solito, il pensiero di sant’Agostino e pretende che noi nasciamo col peccato come il serpente nasce col suo veleno. Molti teologi protestanti arrivano a pretendere che il peccato originale sia inerente alla nostra natura. L’Apostolo non dice questo; egli indica ben chiaramente quello che ci rende « figli dell’ira »: è l’obbedire « ai desideri e alla volontà della carne »; è, in altri termini, il commettere il peccato attuale. Quando egli aggiunge che tali siamo « per natura », il senso di questa espressione dev’essere fissato dall’opposizione latente che essa implica; ora la sola opposizione qui suggerita dal contesto è quella della grazia: per la grazia, noi siamo giusti, santi, figli di Dio; per natura siamo peccatori e figli dell’ira, ossia evidentemente per la natura abbandonata a se stessa e senza l’appoggio della grazia. Se dunque il peccato originale qui non è nominato, è però sufficientemente indicato come la sorgente comune delle inclinazioni cattive che infettano la nostra natura.

3. Noi arriviamo così a tracciare la genealogia del male. Il regno del peccato si spiega con l’abuso della libertà umana; il cattivo uso della libertà dipende dalla corruzione della natura, dalla potenza della carne; la corruzione naturale deriva dalla disobbedienza di Adamo; ma bisogna risalire ancora più in alto. Secondo san Paolo come pure secondo san Giovanni, poiché tutti e due si ispirano dal racconto della Genesi e dal Libro della Sapienza, il primo istigatore del peccato fu il diavolo, il serpente infernale che sedusse Eva e, per mezzo di Eva, il nostro primo padre, e che, omicida fin da principio prosegue sempre, senza tregua, la sua opera di morte (Gen. III, 1-4). E diavolo è quello che suscita ostacoli a i predicatori del Vangelo e persecuzioni contro i fedeli; è quello che fomenta l’idolatria, insinua il dubbio nelle intelligenze e mette la ribellione nei cuori. Il suo nome ordinario è satana, ma Paolo lo chiama anche Belial e serpente, nelle Epistole ai Corinzi, diavolo nell’Epistola agli Efesini, nelle Pastorali e negli Atti (Rom. XVI, 20; I Cor. V, 5; etc.) …. Ora lo descrive come un solo personaggio o come un essere collettivo che rappresenta il potere del male; ora lo dissemina in una folla di spiriti cattivi che abitano le sfere superiori, le regioni sopramondane, le tenebre (Ephes. II, 2; VI, 12). È difficile decidere in quale misura l’Apostolo adoperi, senza troppo valutarlo, il linguaggio comune, perché le sue formule generalmente non sono l’oggetto di un’asserzione espressa e si trovano quasi tutte nella teologia ebraica e rabbinica.- Quello che afferma chiaramente, è che il gran nemico si è creato anche lui un regno col fine di distruggere il regno di Dio. Ogni regno si svolge nel tempo e nello spazio, occupa un territorio e riempie un’epoca: il territorio in cui si esercita l’impero di satana è questo mondo; l’epoca che gli è assegnata è il secolo presente. Per gli Ebrei contemporanei degli Apostoli, il mondo presente e il secolo presente erano due locuzioni simili che avevano come corrispondenti un mondo futuro e un secolo futuro, cioè un regno terreno del Messia o un regno celeste di Dio nei suoi santi. Esse assumevano da questo contrasto un senso peggiorativo più o meno marcato, secondo i diversi autori. Non occorre conoscere a fondo il linguaggio di san Paolo per aver osservato che in esso la parola mondo raramente indica il complesso della creazione materiale; molte volte il mondo vuol dire la dimora, il teatro, la condizione attuale dell’uomo; più spesso ancora indica l’umanità presente, debole, cieca, abbandonata alle passioni, lontana dal suo ultimo fine. Dopo il peccato, il mondo è nemico di Dio; la sapienza del mondo si oppone alla sapienza di Dio, lo spirito del mondo allo spirito di Dio, la tristezza del mondo alla tristezza secondo Dio, le cose del mondo alle cose di Dio. Paolo esprime con singolare energia questa irreconciliabile ostilità con dire che egli è crocifisso al mondo e che il mondo è crocifisso per lui. Lo stesso senso peggiorativo lo ha pure qualche volta il secolo presente in forza di un’antitesi espressa o sottintesa col secolo futuro. E secolo futuro è l’era della felicità senza mescolanza di mali e senza fine; il secolo presente, in preda alle miserie, alla morte e al peccato, è perverso nei suoi princìpi e nelle sue tendenze (Gal. I, 4). Di modo che il mondo e il secolo arrivano ad essere quasi sinonimi; tuttavia la distinzione etimologica rimane, e la sinonimia non è assoluta. Il mondo così inteso è il regno di satana; il secolo è la durata assegnata al suo regno. L’Epistola agli Ebrei, san Giovanni e san Paolo esprimono questa dominazione con formule alquanto differenti: san Giovanni chiama satana « il principe di questo mondo (Joan. XII, 31) »; l’Epistola agli Ebrei gli attribuisce « il potere della morte (Ebr. XII, 14) »; san Paolo, rincarando la dose, lo chiama « il dio di questo secolo (II Cor. IV, 4) ». Dopo il trionfo finale, Dio sarà tutto in tutti; ma durante il periodo di lotta che si estende alla parousia, l’impero del mondo è diviso, e il demonio si rivendica la sua parte di sovranità. Egli raccoglie intorno a sé i banditi, i ribelli, ì fuggiaschi; li acceca con i suoi sofismi e li sottrae all’influenza del Vangelo; egli regna interamente su loro: è il loro dio. Siccome la sua dominazione non può stabilirsi né durare se non con l’errore e la menzogna, « i l dio di questo secolo » è un dio delle tenebre: “Rivestite l‘armatura di Dio per poter resistere alle macchinazioni del diavolo; poiché noi non abbiamo da lottare contro la carne e il sangue, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo Mondo di tenebre, contro gli spiriti di malizia (che sono) nelle regioni celesti” (Ephes. VI, 11). – Il potere occulto che ci fa guerra, ora è concentrato nella persona del suo capo, ora è diviso tra una moltitudine di esseri nemici, « potenze e principati, prìncipi di questo mondo, spiriti di malizia ». La loro sfera di azione sono il mondo, le tenebre, le regioni sublunari. Se si prendono queste espressioni nel senso letterale, le regioni celesti non possono essere altro che i luoghi vicini al pianeta, conosciuti volgarmente col nome di cielo; e che i demoni vi risiedano, è una necessità portata dalla guerra da loro ingaggiata contro l’umanità. San Paolo ricorda agli Efesini il tempo in cui essi seguivano « il corso di questo mondo, il capo della potenza dell’aria, dello spirito che ora opera nei figli della ribellione (Ephes. II, 11) ». Il senso preciso di quasi tutte queste parole è discusso; tuttavia non si può sfuggire all’impressione che l’aria di cui si tratta, sia proprio l’atmosfera materiale in cui stanno annidati i diavoli per piombare improvvisamente sopra l’uomo e dove « il ruggente si aggira nell’ombra i n cerca di una preda (I Piet. V, 8) ». Questa concezione era allora comune, e non vi è anacronismo nell’attribuirla a san Paolo. – Il peccato che domina il genere umano e che ha la sua sede nella carne, invece di essere una personificazione del male, non sarebbe forse una persona vera, il diavolo stesso? Alcuni Padri lo hanno creduto, e parecchi teologi eterodossi lo sostengono ancora (Simon). Ma questa opinione che non poggia sopra nessuna ragione solida, urta contro gravi difficoltà esegetiche. Tutto quello che si può e che si deve concedere, è che la presenza di un essere personale dietro il principio del male facilita assai la personificazione costante del peccato.

4. San Paolo riconosce forse una classe di spiriti intermedi, né diavoli né Angeli, benché forse destinati a diventare un giorno o diavoli o Angeli, esseri ambigui, più scaltri che cattivi, per lo più ostili all’uomo per bricconeria e per capriccio, esseri che ricordano i fauni, i silvani, le driadi e le ninfe della mitologia greco-latina, i folletti, i silfi delle leggende medioevali, i peri e i djinn delle fiabe arabe, i geni dei venti e delle acque delle religioni animistiche e della superstizione popolare? Ecco una questione affatto moderna che gli antichi commentatori non hanno mai fatta né sospettata. Diciamo subito che in san Paolo non si trova la più piccola traccia di questa nuova concezione. Quando egli scrive ai Galati: « Se noi o un angelo del cielo vi annunziasse un altro Vangelo, sia anatema (Gal., I, 9) », parla degli Angeli buoni, di quelli che vedono la faccia di Dio: egli però non prende sul serio il caso in cui o un Angelo dal cielo o egli stesso venga a distruggere quello che ha costruito: l’ipotesi è irrealizzabile; soltanto essa ripugna di meno alla ragione, che la verità di un altro Vangelo. – Neppure il consiglio che dà ai Corinzi non accenna agli angeli prevaricatori. « La donna deve avere in capo » il velo, simbolo del « potere » maritale, « per causa degli angeli (I Cor. I, 10) ». Gli angeli, senz’altra spiegazione, significano sempre gli Angeli buoni; non bisogna dunque pensare a quegli spiriti celesti, né buoni né cattivi definitivamente, i quali, secondo il Libro di Enoch, s’invaghirono delle figlie degli uomini e peccarono con esse. Questa interpretazione ha l’inconveniente d’introdurre un motivo estraneo al contesto, senza avere il vantaggio di rispondere alle idee ebraiche contemporanee; infatti la caduta degli Angeli era per gli Ebrei un fatto di storia antica, del quale non si vedeva più la ripetizione. Un’interpretazione più semplice e più naturale viene suggerita dalla lettura attenta del passo: « Conoscendo il vincolo di subordinazione che unisce la donna all’uomo sia nell’atto stesso della creazione, sia nel disegno del Creatore, la donna deve portare sul capo il segno della sua dipendenza, per motivo degli Angeli associati da Dio all’atto della creazione e da Lui incaricati di promulgare la Legge e di vigilare perché sia osservata. « Si tratta dunque del rispetto dovuto non tanto agli Angeli che sono testimoni del sacrificio eucaristico, quanto piuttosto agli Angeli preposti al governo del mondo e della Chiesa. – In favore degli spiriti intermedi che non sarebbero né angeli né demoni, s’invoca pure il testo seguente: « Ai perfetti noi predichiamo la sapienza, non la sapienza di questo secolo né dei principi di questo secolo la cui autorità passa, ma predichiamo la sapienza di Dio che ha per oggetto il mistero, la (sapienza) nascosta, che Dio ha predestinata prima dei secoli per la nostra gloria. Questa sapienza non l’ha conosciuta nessuno dei prìncipi di questo secolo, poiché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (I Cor. II, 6-8) ». Alcuni Padri hanno creduto che i « prìncipi di questo secolo » sono i demoni; certi commentatori moderni vedono in essi gli spiriti elementari che mettono in azione le forze fisiche della natura. Ma senza parlare di questa idea strana, che i demoni o gli spiriti elementari abbiano crocifisso il Cristo e che non lo avrebbero crocifisso se avessero avuto la vera sapienza, il contesto indica chiaramente che i « prìncipi di questo secolo » indicano esseri umani, quelli che governavano allora il mondo e che ebbero il potere di mandare alla morte Gesù. Infatti in questi due primi capitoli Paolo stabilisce un contrasto tra la sapienza umana, la sapienza secondo la carne, la sapienza di questo mondo, che è propria dei filosofi, dei nobili e dei potenti, e la sapienza divina, rivelata dallo Spirito Santo agli umili, ai deboli e ai piccoli che formano la gran maggioranza della Chiesa: questa sapienza fu ignorata dagli Erodi, dai Caifa e dai Pilati, perché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso l’Autore stesso della sapienza. I fedeli dunque non arrossiscano della loro bassezza, della loro ignoranza, del loro nulla secondo il mondo, perché essi posseggono una scienza alla quale non possono arrivare i geni e le potenze di questo mondo. Chi non vede come l’intrusione di demoni o di spiriti elementari turberebbe il corso di un pensiero così limpido? La tesi degli spiriti elementari si ripara qualche volta sotto l’ombra protettrice di un testo oscuro. Dio « spogliando i principati e le potestà, le diede pubblicamente a spettacolo, conducendole in trionfo sopra la croce (Col. II, 15) ». Sappiamo che « i principati e le potestà » comprendono qualche volta gli spiriti infernali; ma qui la cosa è diversa. Difatti non si può credere che l’Apostolo non si riferisca ai « principati e alle potestà » che ha nominato pochi versetti prima. I Colossesi li onoravano con un culto superstizioso per causa della loro dignità intrinseca e perché li sapevano associati alla promulgazione e alla custodia della Legge mosaica. Paolo ricorda loro che Dio inchiodò sopra la croce di Gesù quella Legge decrepita e spogliò del loro potere i mediatori dell’antica alleanza. Non vi è più che un solo Mediatore; il compito degli Angeli è finito, ed essi ora servono all’esaltazione del Crocifisso e ne scortano, per così dire, il carro trionfale. Che essi siano stati infedeli alla loro missione, l’Apostolo non lo insinua affatto; ma comunque, la loro missione è terminata, e i Colossesi hanno torto a non riconoscerlo per inaugurare un culto ingiurioso al Cristo.

CONOSCERE SAN PAOLO (27)

LIBRO II.

Preistoria della redenzione. (1)

CAPO I

L’umanità senza il Cristo.

I. LA PSICOLOGIA PAOLINA.

1. FONDO BIBLICO. — 2. ELEMENTI ELLENICI. — 3. IL COMPOSTO UMANO. — 4. LINGUAGGIO ECCLETTICO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA; S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Gli esegeti contemporanei non meritano il rimprovero di aver lasciato nell’ombra la psicologia di san Paolo, e parecchi le hanno dedicato monografie pregevoli; tutti poi le assegnano un posto di onore nell’economia della dottrina paolina. Ma vi è forse, nel senso stretto della parola, una psicologia di san Paolo? Se nessun libro sacro non è un libro scientifico, se gli scrittori ispirati non hanno ricevuto la missione di insegnarci i segreti della storia naturale e gli elementi della metafisica, Paolo, meno di tutti gli altri, avrà tollerato di essere abbassato al livello di quei filosofi ciarloni, di quei venditori ambulanti di sapienza umana, che egli colpiva con i suoi sarcasmi. Egli non ebbe mai l’intenzione di costruire un sistema di psicologia razionale. Egli adopera il vocabolario usuale — poiché bisogna pure che si faccia capire, e non avrebbe certamente la possibilità di istruirci se creasse di sana pianta un lessico nuovo — ma non ha pretese di esclusivismo nella scelta che fa, né di costanza nell’uso delle parole che prende a imprestito: ogni parola per lui è buona, purché traduca bene il suo pensiero del momento. La sua lingua si arricchisce e si modifica con l’età, con i paesi che attraversa, con le diverse società che frequenta: è personale nelle sue idee, ma ecclettico nella forma con cui le esprime, e questa varietà di colori forma uno degli stili, più vivi, più pittoreschi, più saporiti che si possano immaginare. Ma qualunque tentativo di trarne fuori un sistema filosofico coerente è assolutamente vano. Per convincersi che la lingua psicologica dell’Apostolo è in sostanza quella dei Settanta, e che la sua concezione dell’uomo è prima di tutto biblica, basterebbe considerare la parte che egli attribuisce al cuore. Per lui, come per gli autori dell’Antico Testamento, il cuore è il centro di ogni vita sensibile, intellettuale e morale, la sede universale degli affetti e delle passioni, del ricordo e del rimorso, della gioia e della tristezza, delle sante risoluzioni e dei desideri cattivi, il canale di tutti gli effluvi dello Spirito Santo, il santuario della coscienza, nel quale sono scolpite a caratteri indelebili le tavole della legge naturale, dove non penetra nessuno sguardo, eccetto quello di Dio. – La verità lo illumina, l’infedeltà lo acceca, l’impenitenza lo indurisce, l’ipocrisia lo falsa, la felicità lo dilata, l’angoscia lo stringe, la riconoscenza lo fa esultare. Il cuore è la misura dell’uomo; il cuore è l’uomo stesso, ed ecco perché Dio, volendo stimare l’uomo al suo giusto valore, lo considera nel cuore. Siccome il cuore riassume quasi tutta l’attività umana, la parte degli altri organi si trova ridotta in proporzione. Il fegato, sede della collera e dell’invidia, i reni, centro della coscienza, la milza, focolare della tristezza, non sono neppure nominati da san Paolo. – Gli occhi indicano l’intelligenza, e le orecchie l’attenzione, piuttosto per metafora che per metonimia; la figura per la quale i visceri esprimono la tenerezza o la misericordia, non ha quasi più nessun vigore. Però l’Apostolo risuscita un’antica parola, cara a Omero e agli antichi tragici — il diaframma, organo del sentimento e del giudizio — e la fa entrare in una decina di derivati o di composti che sono esclusivamente suoi. Ben più notevole è il compito che attribuisce alla testa. Per gli Ebrei, la testa era soltanto emblema della superiorità e della preminenza. I Greci ne facevano la sede del pensiero, perché in essa collocavano l’anima, monade immateriale, quasi sentinella alle porte dei sensi per scandagliare l’orizzonte e dirigere il cammino, come la vedetta che sta alla coffa della nave o come il pilota al timone. Ma Paolo, imbevuto di idee bibliche riguardo all’unità del composto umano, non poteva assimilare l’anima al motore di Descartes o al conduttore di Platone; perciò egli parla delle funzioni della testa nell’economia vitale, in termini nei quali sembrerebbe di udire l’eco delle dottrine biologiche moderne. Non facciamogli dire, con un esegeta contemporaneo, che il cervello ha il monopolio di tutte le impressioni sensorie per telegrafare poi in tutte le direzioni gli ordini dell’anima; ma si è portati per forza a credere che la relazione del Cristo con la Chiesa, nella sua teoria del corpo mistico, gli abbia dato l’intuizione di quello che è la testa rispetto al composto umano, tanto il suo linguaggio spicca su quello degli altri scrittori sacri. Già altrove abbiamo accennato a questo importante fenomeno così meritevole di attenzione.

2. L’influenza esercitata in lui dalla coltura ellenica non si può negare: essa si manifesta subito dall’introduzione di due termini — la coscienza (συνείδησις = suneidesis) e la ragione (νοῦς= nous) divenuti di uso tanto comune, che si stenta a capire come se ne sia potuto fare a meno. La parola « coscienza » è di origine abbastanza recente: nessuno scrittore del secolo di Pericle la conosceva ancora. Il primo a servirsene fu il comico Menandro, in questa celebre massima: Per ogni mortale, la coscienza è un dio (Framm. 654 – Didot, p. 103) ». Più tardi se ne impadronirono a gara storici e filosofi, dopo di averla spogliata del suo antico significato di testimonio e di complice, per farne, secondo la bella personificazione di Filone, quel giudice incorruttibile che siede in fondo all’anima e che si sforza, con i consigli e le minacce, di richiamare gli imprudenti ed i traviati, di ridurre i superbi e i Non già che l’idea di coscienza sia assente dalla Bibbia; ma le mancava la parola propria (es. Giob. IX, 21; Sam. XVIII, 13). Quello che può fare meraviglia è il fatto che, trovatasi là parola, gli autori del Nuovo Testamento ne lascino a Paolo l’uso quasi esclusivo. San Luca che la mette due volte in bocca all’Apostolo, per conto suo non se ne serve; poi non la troviamo più se non nell’Epistola agli Ebrei e nella prima Epistola di Pietro, che hanno così stretta parentela, per le idee e per il lessico, con lo stile di Paolo. Per san Paolo, la coscienza è un legislatore integro che formola e promulga la legge divina; un testimonio veridico le cui deposizioni non si possono respingere; un giudice imparziale che giudica in ultimo appello. Sicuro del valore di tale testimonianza e di tale sentenza, Paolo si appella alla coscienza sua e degli altri (II Cor. I, 12). Ma la coscienza per lui non è soltanto un tribunale dove si discute e si giudica il passato; è anche una luce interna che avverte l’uomo dei suoi doveri, una guida fedele che gli mostra imperiosamente la sua via. Così l’uomo sale o scende la scala della perfezione morale, nella misura in cui la sua coscienza è buona, pura, senza rimproveri, oppure al contrario è cattiva, macchiata, cauterizzata; il mezzo termine è che sia debole: allora merita indulgenza e riguardi (I Tim. I, 5-19). Non meno felice è l’altra parola che Paolo prende a imprestito dalla lingua profana; infatti siccome il λόγος (= logos) biblico significa la parola e non già la ragione, il νοῦς (= nous), di uso così frequente nella letteratura classica da Omero in poi, non aveva nella Bibbia un equivalente esatto. Il νοῦς (= nous), non è soltanto l’intelletto e la ragione, ma anche la maniera di pensare, l’opinione, il sentimento (Rom. VIII, 22). Essendo ausiliare nato della coscienza, con la quale talora sembra confondersi, è di sua competenza la legge naturale, ma quella soprannaturale è fuori della sua sfera, e i misteri la oltrepassano. Se non è assistito dal πνεῦμα (= pneuma) e da esso rinnovato, sarà vano, corrotto, riprovato; impotente contro la carne, può diventare esso medesimo carnale; e Paolo, sempre originale anche quando prende a ìmprestito, ci presenta strane associazioni di parole, come « lo spirito della ragione » e « la ragione della carne », le quali ci fanno toccare con mano l’impossibilità di spiegarlo col vocabolario classico. San Paolo s’impadronì pure della bella espressione platonica di « uomo interiore (Repubbl. IX, 589 A) », probabilmente senza conoscerne l’origine e dandole come corrispondente l’uomo esteriore; ma questa opposizione è di uso troppo sporadico e di una filosofia troppo elementare per formare il pernio di tutta la psicologia paolina, come pretenderebbero oggi alcuni esegeti. Nel passo dell’Epistola ai Romani, in cui afferma che gusta e approva la Legge di Dio secondo l’uomo interiore (Rom. VII, 22), l’Apostolo identifica chiaramente questo uomo interiore con la ragione, perché aggiunge: « Dunque io sono soggetto, per la ragione, alla Legge di Dio; per la carne, alla legge del peccato ». Il νοῦς (= nous) non si deve confondere col πνεῦμα (= pneuma): il πνεῦμα (= pneuma), entrando in lizza contro la carne, uscirebbe vittorioso dalla lotta, mentre il νοῦς (= nous) è infallibilmente vinto. L’antitesi carne e uomo interiore — oppure carne e ragione che è poi la stessa cosa — è dunque formata qui con elementi disparati, poiché l’uomo interiore indica la natura intellettuale che è l’essenza stessa dell’uomo, e la carne è la natura peccatrice la cui decadenza attuale suppone necessariamente uno stato primitivo di elevazione. Ma quando l’Apostolo augura agli Efesini « di essere fortificati dallo Spirito di Dio secondo l’uomo interiore », e scrive ai Corinzi: « Se il nostro uomo esteriore si. corrompe, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno (Ephes. III, 16) », l’uomo interiore non è soltanto più l’anima o la ragione, ma è la natura intellettuale arricchita dei doni della grazia, l’anima abitata dallo Spirito Santo e in possesso del πνεῦμα (= pneuma). Riassumiamo: L’uomo esteriore dipende dall’ordine fisico; l’uomo interiore appartiene sia all’ordine fisico, sia all’ordine morale e religioso. — L’uomo interiore e l’uomo esteriore esisterebbero nello stato di natura, come esistono nello stato di elevazione soprannaturale; ma mentre la nozione dell’uomo esteriore rimane invariabile in tutti e due i casi, la comprensione dell’uomo interiore è differente. — Perciò l’uomo interiore non è unicamente la parte invisibile e immateriale del composto umano, ma panche quello che la grazia opera in noi. Sotto l’influenza dello Spirito Santo, l’uomo interiore si fortifica e si rinnova; lasciato a se stesso, è impotente contro la, carne e diventa carnale.

3. La carne o il corpo costituisce l’uomo esteriore; l’anima, lo spirito, il cuore, la ragione, la coscienza, sono diversi aspetti o diverse denominazioni dell’uomo interiore. Rigorosamente parlando, il corpo e la carne non sono sinonimi: il corpo è la materia organizzata, viva o morta, degli uomini e degli animali, la carne è il corpo, senza però l’idea di organismo, ma con l’idea, in più, della vita (la carne nutrimento è κρέας = kréas). La carne fa dunque astrazione dall’omogeneità delle parti e suppone invece il principio vitale dal quale fa astrazione il corpo. Fatte poche eccezioni, Paolo annette sempre al corpo l’idea di organismo e di organismo umano (I Cor. XV, 37-40); sappiamo con che felici espressioni egli indichi così la Chiesa, complemento organico del Salvatore e parte integrante del Cristo mistico. Tuttavia la sinonimia tra il corpo e la carne esiste per lui in larga misura. Quando egli si dice « assente di corpo, ma presente di spirito » oppure « assente con la carne, ma presente con lo spirito »; quando vuole che la vergine sia santa « di corpo e di spirito » e che tutti i fedeli evitino le macchie « della carne e dello spirito »; quando augura che « la vita di Gesù apparisca nei nostri corpi » oppure « nella nostra carne mortale »; quando scongiura lo sposo cristiano « ad amare la sua sposa come il suo proprio corpo, poiché nessuno odia la propria carne », è difficile scoprire una differenza di significato tra questi due termini che quasi sempre possono scambiarsi, fatta eccezione per alcune restrizioni imposte dall’uso biblico il quale, per esempio, esige che si faccia menzione della carne invece che del corpo, quando si tratta della circoncisione. Ma quando la carne è messa in relazione con l’anima o lo spirito, acquista, per tale avvicinamento, parecchi nuovi significati assai complessi. – Le parole anima e spirito ebbero in ebraico, come in greco e in latino, una sorte quasi uguale e nella loro evoluzione semantica seguirono una via poco diversa. Dal significato etimologico di « soffio, aria in movimento », vennero a significare a volta a volta il « respiro », indice e condizione della vita, poi la « vita » stessa, poi il « principio vitale », finalmente una « sostanza vivente » distinta dalla materia e superiore a questa. Ma mentre, nell’uso, lo spirito andava sempre più staccandosi dalla materia, l’anima, per un fenomeno inverso, tendeva a identificarsi col principio vitale degli esseri animati. Tuttavia negli scrittori biblici la loro sinonimia generale risulta da questa triplice legge, che si corrispondono frequentissimamente in frasi parallele, che facilmente si scambiano nella stessa frase e che ricevono quasi indifferentemente gli stessi predicati. Se si è creduto di osservare che né la gioia né la paura né la speranza non sono mai attribuite allo spirito, che il desiderio e l’appetito sensibile si attribuiscono sempre all’anima (Haton, Oxford, 1889), questi sono forse fatti accidentali dei quali non bisogna esagerare il valore. Paolo, essendo solito a concentrare nel cuore tutte le manifestazioni della vita e prendendo dal vocabolario classico nuovi termini per indicare le operazioni intellettuali, assai raramente chiama anima o spirito il principio pensante. Secondo il racconto biblico, Dio, soffiando nelle narici dell’uomo un soffio di vita, ne fece « un’anima vivente », ossia un’anima che esercita nella carne e per mezzo della carne le funzioni vitali. Quindi la carne non si concepisce senza l’anima, e l’anima non si definisce senza qualche rapporto con la carne. Quando Paolo ringrazia Epafrodito di aver esposto l’anima sua per amore di lui, quando loda Prisca e Aquila di aver esposto la loro testa per salvare la sua anima, quando assicura ai Tessalonicesi, che avrebbe voluto dare loro non soltanto il Vangelo, ma l’anima sua, come una madre la dà per il suo bambino, è evidente che vuole parlare della vita (Fil. II, 30; Rom. XVI, 4; I Tess. II, 8). Perciò un gran numero di fenomeni psichici sono attribuiti indifferentemente alla carne o all’anima, perché l’anima in quanto è principio vitale, non si distingue adeguatamente dalla carne: « ogni anima » e « ogni carne » sono due espressioni equivalenti. – Sembra pure che Paolo, se non vi è indotto da una ragione di simmetria o dal desiderio di accentuare un contrasto, eviti di chiamare spirito la parte intelligente dell’uomo. Ma quando per eccezione lo spirito indica la sostanza pensante (I Cor. II, 11 etc.), vi è tra esso e l’anima una differenza modale che permette di dire senza tautologia: « Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutto il vostro spirito e la vostra anima e il vostro corpo siano conservati immacolati (I Tess. V, 23) ». Il corpo o il substrato materiale, l’anima o la vita sensibile, lo spirito o la vita intellettuale, sono tre aspetti dell’uomo, i quali riassumono tutto il suo essere e tutte le sue attività; non sono tre parti distinte del composto umano. Per cercare in queste parole la tricotomia platonica, bisogna aver dimenticato che l’antropologia dell’Apostolo si poggia notoriamente sopra la concezione scritturale, e che non si potrebbe ammettere senza inverosimiglianza, che egli se ne allontani una sola volta, in una frase incidentale, in favore di un sistema incompatibile con la teologia ebraica. Per l’anima, l’uomo ha delle affinità con le potenze superiori; con la carne contrasta con i puri spiriti: « Il mio spirito, dice il Signore, non resterà sempre nell’uomo perché questi è carne (Gen. VI, 3) ». L’Antico Testamento ci offre numerosi esempi di tale antitesi:

L’Egiziano è uomo e non Dio: i suoi cavalli sono carne e non spirito (Is. XXXI, 3).

O palese o latente, l’antitesi imprime ordinariamente alla carne un’idea accessoria di debolezza, d’impotenza, di miseria e di caducità. Tutto ciò che è transitorio, perituro, terreno, prende il nome di carne; e tutto ciò che vi è di eterno, d’incorruttibile, di celeste, appartiene alla categoria dello spirito (I Cor. IX, 11). In questo significato, la carne è frequentemente sostituita con la carne e il sangue; noi abbiamo da lottare non « contro la carne e il sangue, ma contro gli spiriti cattivi delle regioni superiori (Ephes. VI, 12) ». – A questo ordine di idee si collega una locuzione che è assai difficile  da analizzare. Gli Ebrei dicevano comunemente dei loro parenti: « É mia carne » oppure « mia carne e mie ossa ». Paolo designa nella stessa maniera la comunanza di origine e le relazioni di parentela (Rom. IX, 3). In quatto si potrebbe vedere una semplice opposizione fisica fra la carne trasmessa per generazione e comune ai membri di una stessa famiglia, e l’anima che viene da Dio; così infatti la considera l’Epistola agli Ebrei (Ebr. XII, 9). Ma Paolo unisce troppo strettamente la carne e l’anima perché si possa distinguere il padre dell’anima dal padre della carne. Tra i figli della carne e i figli di Dio. l’Israele secondo la carne e l’Israele di Dio, Ismaele nato secondo la carne e Isacco nato secondo lo spirito, il Cristo figlio di Davide secondo la carne e figlio di Dio secondo lo spirito di santità (Rom. IX, 8; ), l’opposizione è sempre ontologica; essa ha luogo tra sostanze complete, e non tra parti componenti di una medesima sostanza.

4. Si vede quale disparità di elementi, quale varietà di influenze, quale complessità di combinazioni presenta l’antropologia di san Paolo. Si sarebbe tentati di applicare a lui quello che si disse di Filone: « Adopera termini differenti per esprimere fenomeni identici, e termini identici per esprimere fenomeni differenti; egli prende il suo vocabolario ora da una filosofia, ora da un’altra, e per lo più dalla stessa Bibbia ». Ma l’eclettismo dei due scrittori ha motivi affatto opposti: Filone, desideroso di far vedere che non vi è molto di bello e di vero che sia estraneo alla Bibbia, si lascia trascinare dal suo spirito naturalmente indeciso dietro a tutti i sistemi; Paolo invece sta sopra tutti i sistemi e fonde i loro prodotti disparati in un insegnamento più che mai personale, il quale tocca con le sue ramificazioni quasi tutti i punti essenziali della sua teologia. Il suo lessico eterogeneo porta contrasti di parole e urti di idee di un effetto singolare e imprevisto; quello poi che porta al sommo la difficoltà, è l’impiego delle antitesi e l’uso di termini opposti i quali reagiscono l’uno su l’altro; è ancora l’abitudine di passare insensibilmente su le diverse sfumature di significato di una stessa parola, fino a percorrerne tutta la gamma in un medesimo contesto. Ma in fondo la sua concezione del composto umano si ispira costantemente dal racconto biblico. Da questo risulta, tra l’anima e il corpo, un’unione assai intima in forza della quale tutta l’attività dell’uomo si può riferire al cuore, focolare della vita. La celebre definizione: « un’intelligenza servita da organi » non sarebbe stata del gusto di Paolo. Per cogliere il suo pensiero, bisogna lasciare da parte il dualismo di Platone, di Descartes e di Kant [tutti impregnati di uno stesso gnosticismo satanico – ndr.]; se egli paragona di passaggio il nostro corpo a una veste o a una tenda, questa figura isolata non ha conseguenza (II Cor. V, 1-4). Non altrimenti che Filone il quale dipinge l’unità del composto umano con i colori più realistici eppure, all’occasione, rappresenta il corpo come la dimora, il santuario o anche la prigione e la tomba dell’anima; Paolo non divide in due parti l’io unico dell’uomo; se subordina il corpo all’anima, come è giusto, non lo sottrae alla personalità. – L’apparizione del peccato, descritta così conforme ai dati biblici, porta un disordine morale che distrugge l’equilibrio delle nostre facoltà. L’uomo che era carne, sia perché è materia animata, sia perché non è puro spirito, diventa carne per un nuovo titolo, perché in lui abita il peccato: quindi vi è lotta e discordia in tutto il suo essere. Per ristabilire l’armonia rotta, ci vuole l’intervento attivo dello Spirito Santo la cui presenza porta proprietà, funzioni, relazioni, insomma una natura nuova che prende essa stessa il nome di spirito. Ma prima di penetrare i n questo campo speciale, dobbiamo studiare l’origine, l’invasione e la dominazione del peccato.

IL PAPA IN ESILIO ED IL PAPA IMPEDITO

[Secondo Franco: RISPOSTE POPOLARI ALLE OBIEZIONI PIU’ COMUNI CONTRO LA RELIGIONE – Vol. PRIMO, Coll. Artigianelli, Torino, 1889, imprim.]

CAPO XL

1. Se il Papa sia veramente prigioniero.

2. Se le guarentigie valgano a guarentirlo.

Quando scrissi i capi antecedenti il Papa era già spogliato di alcune sue provincie e minacciato delle rimanenti, ma nel mettere che fo sotto il torchio la presente edizione, il latrocinio totale è consumato, ed il sommo Pontefice è privo di ogni podestà regia. Noi dicevamo che, toltagli questa, ei non poteva essere che uno schiavo, ed ora è luogo di osservare se ci siamo apposti al vero o abbiamo ragionato assennatamente. Sappiam bene che gli usurpatori dei suoi Stati, aggiungendo al danno la beffa, ridono della prigionia pontificia, e per isfatarla mostrano il palazzo splendido che gli hanno assegnato, i milioni che come ricco appannaggio gli hanno offerto, le leggi che hanno sancito per guarentigia del suo sacro ministero: e tanto esagerano questa loro liberalità da far credere a certi zoticoni che veramente la prigionia del Papa è una fiaba e persuadere a parecchi Governi (che del resto hanno una voglia matta di essere persuasi) che nulla manca al Capo della Chiesa di quanto può essere necessario all’adempimento del suo alto uffizio. – La verità però è questa: che quanto i Cattolici avevano predetto dover avvenire al sommo Pontefice, se gli fosse stato tolto il temporale dominio, tutto si è avverato al di là delle loro previsioni, e come è sommamente necessario che tutti ne siano convinti, cosi vediamolo brevemente.

  1. È dunque vero o falso che il Papa sia prigioniero? Sì è prigioniero, anzi questa parola non rende abbastanza il concetto per cui è adoperata. Il sommo Pontefice si espresse esattamente quando disse d’essere in balìa di una nemica podestà, sub hostili potestate constitutus. Imperocché meno è l’essere prigioniero che stare nelle mani di un nemico. La pubblica autorità quando ha soddisfatto alla legge condannando un reo alla carcere, non ha e non debbe esercitare con lui ostilità di sorta. Può anzi e deve, salva la pena a cui l’ha condannato la legge, usargli trattamenti, compassione e perfino quegli alleviamenti che un’ordinata carità prescrive e consiglia. Laddove chi sta nelle mani di un nemico non può aspettarsi altro che quello che l’odio e la passione sanno suggerire. Or questo è proprio tutto il caso del sommo Pontefice, voglialo o no la perfidia di quelli che l’hanno accerchiato. E si parrà chiaro solo che si consideri la differenza che passa fra quello che costituisce la libertà di un privato e quella che è richiesta al sommo Pontefice. Un privato non può reputarsi prigioniero quando abbia libertà di muoversi per una città ed anche di viaggiare in paesi stranieri, quando possa usare dei diritti comuni a tutti i cittadini di disporre della propria persona, di giovarsi dei tribunali per far valere i suoi diritti e per cessarsi le molestie ed i soprusi, quando abbia rendite non solo bastevoli ma pure abbondanti: e chi, godendo questi diritti, rimpiangesse la sua perduta libertà, si dichiarasse vittima de’ suoi nemici, moverebbe a riso e si farebbe stimare poco meno che fuor di cervello. Ma è tutt’altro il caso del sommo Pontefice. Quando si tratta di lui non si parla dell’uomo privato, si parla dell’uomo pubblico, si parla del Pontefice supremo in quanto è tale. Ora se è in istato di esercitare tutti i suoi ministeri, è libero veramente: se è inceppato in questi, a tutto rigore di verità egli è schiavo.Quali sono i suoi doveri? Egli è capo della Cristianità e capo che ha tal connessione colle membra che queste disgiunte da lui non hanno più vigore né vita soprannaturale. Quindi deve aver comunicazione libera co’ suoi soggetti ed i suoi soggetti debbono aver comunicazione libera con lui. Ha il Papa presentemente questa libertà di comunicazione? Inchiavellato nel regno d’Italia, le poste, i telegrafi, i vapori che sono i mezzi di comunicazione unici e soli, in mano di chi stanno? Certamente non in mano sua. Se il Governo italiano vuole intercettargli le lettere, sopprimergli i telegrammi, visitare i vapori che portano le sue ambasciate, i suoi ordini, chi gliel divieta efficacemente? Accadeva ben talvolta anche prima che un Governo estero nemico alla Chiesa, arrestasse a’ suoi confini gli ordini di Roma: ma il Pontefice pubblicandoli nel suo Stato, li rendeva noti ed obbligatorii dovechessia: ora che cosa farà? Eppure non abbiamo ancora visto il caso tutt’altro che impossibile ad avvenire, del Governo italiano in rotta ed in guerra con qualche altra nazione. Come farebbero allora questi nemici d’Italia a trattare col sommo Pontefice? Come si recherebbero a Roma, con qual facilità, con qual sicurezza, e di rincontro qual libertà avrebbe il Pontefice in tutti quei provvedimenti che avesse da prendere rispetto a quella nazione? In tutti questi incontri così facili ad avvenire dove andrebbe a parare la libertà del Vicario di Cristo?Inoltre il Papa è giudice supremo della fede e della morale, e questo titolo non importa solo risoluzione delle controversie che si sollevano a quando a quando sopra l’intelligenza d’una o di un’altra verità cristiana: ma importa vigilanza continua sopra la dottrina che s’insegna nei trattati messi a stampa, che si dà nelle scuole e nei seminari chiericali soprattutto, che si dimostra nella professione esterna delle credenze dal popolo cristiano. Si consideri per poco la vastità delle cognizioni d’ogni sorta che a ciò si richiedono, l’estensione del lavoro che vi ha trattandosi di tutta la cristianità divisa in tante lingue e tanti paesi, e si comprenderà quanta sia la necessità di dottori, di consultori, di congregazioni, di ufficiali d’ogni ragione per attendere ad opera così vasta. Il sommo Pontefice al presente possiede la libertà necessaria per formare cotesti uomini, per ispesarli, per giovarsene secondochè richiede l’uffizio suo?Il Pontefice è l’evangelizzatore del mondo. Niuno sarà per negare che al Vicario di Cristo sia detto principalmente Andate ed insegnate a tutte le Genti, poiché a lui spetta il dare la missione legittima agl’inviati. Del mondo sin quì conosciuto tre quarte parti giacciono ancora nell’ombra della morte e quindi aspettano dalla cattedra di Pietro l’avviamento all’eterna salute. Ma donde sceglie per ordinario il sommo Pontefice i suoi pacifici conquistatori? Li toglie dal clero vuoi secolare vuoi regolare, ma da questo secondo principalmente. E la ragione è chiara. Il clero secolare, come quello che nelle città e nei paesi cattolici porta il pondus diei et cestus del ministero quotidiano delle parrocchie, non è cosi libero a volare in paesi lontani. Laddove il clero regolare, sciolto per ordinario dalla cura delle parrocchie, si volge con tutto l’ardore al ministero dell’evangelizzazione dei paesi infedeli. Come i monaci hanno evangelizzato a lor tempo la Bretagna, le Gallie, la Germania, la Danimarca, la Svezia e quasi tutta l’Europa, cosi i religiosi del secolo decimosesto e decimosettimo hanno evangelizzato il Brasile, il Perù, il Messico e pressoché tutta l’America allora abitata. Ma lo stesso avviene ai di nostri. Le Missioni della Cina, delle Indie, dell’Africa, dell’Oceania, fatta qualche rara eccezione, son tutte in mano dei religiosi. Ond’è che il sommo Pontefice dalla sua Roma per mezzo dei superiori tutte le dirigeva ed amministrava. Ma, spenti i religiosi e tolti di mezzo i Capi d’Ordine, non si troverà il sommo Pontefice troncate le braccia per l’opera maggiore che Iddio gli abbia commessa sopra la terra? Già sin d’ora parecchie di queste Missioni se ne risentono grandemente.Dove si richiedevano dieci, venti missionari, non se ne trova più che qualcuno, e non solo non si procede ad acquisti novelli di anime, ma non si possono mantenere i già fatti. Eppure siamo solo ai principii della bufera. Che cosa sarà quando per questo stato di cose più prolungato, siano venute meno le vocazioni, sia stata impedita la formazione dei missionarii? Quale immensa rovina per le anime! quale violenza fatta alla Chiesa di Cristo! Certo a qualche ministro miscredente, a qualche deputato frammassone non turberà i sonni che i barbari rimangano barbari, che gli antropofagi continuino tra di sé a divorarsi, perché si sa quel che vale la loro filantropia. Ma il sommo Pontefice che vede e sente con la carità di Cristo il peso di quella barbarie e soprattutto la perdita di quelle anime, non ha forse ragione di gemere e dichiararsi costituito sotto una autorità ostile, quando si vede spogliato violentemente di tutti que’ mezzi che gli sono assolutamente necessari per riparare tanti mali? Il sommo Pontefice è il Capo del culto che la terra deve rendere al Cielo; culto che non si disfoga solo cogli atti di ossequio che si rendono direttamente alla divinità, quali sono la fede, la retta adorazione, il sacrificio, ma che abbraccia tutte le virtù onde l’uomo si rende meno indegno di Dio, tutte le opere che dall’indole stessa delle credenze fioriscono in quelli che le professano sinceramente. Di quanti ministri avrà dunque bisogno? di quanto magistero di uomini probi e sapienti? di quanto esercizio di opere pie d’ogni maniera? Or tutto ciò gli è reso pressoché impossibile. I Cristiani non nascono Cristiani, dicevano gli antichi, ma si formano tali: molto meno si nasce dottore, teologo, uomo di senno e di pietà: è dunque d’uopo di formarli con la pietà nell’educazione e con la dottrina. Qual mezzo è stato lasciato al sommo Pontefice per sì difficile impresa? Aveva egli due Università, che per le scienze civili stavan al pari di qualunque studio più eletto, per le scienze sacre erano le prime del mondo, vo’ dire la Sapienza, e l’Università Gregoriana sotto il nome di Collegio Romano. Questa gliel hanno sbandata e soppressa, quella gliel hanno ritolta e contaminata. Il Papa non ha più uno Studio, dove far insegnare solennemente la scienza della fede e cristianamente le scienze civili. E tutta quella gioventù che ivi accorreva, che ivi si formava alle scienze dei sacri canoni, della teologia, delle sante Scritture, della polemica, che forniva poi alle Congregazioni, al governo della Chiesa, la copia necessaria di sapienti sacerdoti, consultori e prelati, tutta quella gioventù dove è andata? È scomparsa del tutto. Rimangono alcuni Collegi particolari che, come appartenenti a nazioni estere, se poterono essere molestati, spogliati a mezzo delle rendite, non poterono essere soppressi. Ma qual prò dell’averli se a mano a mano siano privi di quei professori illustri che già vi attraevano tanta gioventù, e se per la confusione delle cose umane e divine che regna in Roma, riesce pericoloso il mandarveli? Ora io non so che cosa possa parerne ad altri, ma a me sembra pur qualche cosa che il Maestro delle nazioni sia condannato a non potere aprire uno Studio secondo la legge cristiana. E pel culto cattolico che cosa può fare? Avrebbe debito di promuoverlo col lustro delle sacre funzioni con la riverenza mantenuta ai sacri ministri, col non tollerar nulla che gli riuscisse di spregio. Si, ma si provi il Papa a bandire una processione, a prescrivere una solennità, a promuovere una mostra esterna di fede senza che se ne impensierisca il Governo, senza che ne impedisca tutto quello che è esteriore: sono poliziotti, sono gendarmi, sono guardie di ogni colore e di ogni nome, che hanno sempre qualche pretesto per infierire contro i fedeli sin nelle chiese, come avvenne al Gesù ed in S. Pietro. La libertà, la protezione, il favore è tutto riserbato per gli eterodossi, pei dileggiatori delle cose sante, per i frammassoni che accompagnano i loro frammassoni alla tomba, per le mascherate che deridono sacrilegamente le persone e le cerimonie di santa Chiesa. All’ombra dell’attuale Governo, le sètte più luride che appestino Europa ed America poterono ergere oltre a dodici sinagoghe nella città del Vicario di Cristo in pochi anni. Son pure fatti che significano qualche cosa.Non parlo delle Opere Pie che sono l’esplicamento naturale della fede di Gesù Cristo, opere che dal Papa debbono essere sopravvegliate, rette, amministrate da lui essenzialmente: perocché è chiaro che il Papa nella Roma di oggidì non può non dico fare un regolamento per un ospedale, dare una norma per un orfanotrofio, divisare un provvedimento per i poveri, ma non può mutare un inserviente scandaloso, od un direttore inetto in qualsiasi amministrazione di carità dalla Chiesa istituita e mantenuta. Or tutte queste prodezze della rivoluzione a taluni paiono la cosa più naturale del mondo, ma chi sa che non abbiano tutto il torto quelli che la reputano una violenza atroce fatta ai diritti di Gesù Cristo e di santa Chiesa?Finalmente, per restringere tutto in poche parole, ecco quali sono le condizioni che la rivoluzione in Italia ha fatte al sommo Pontefice. Il Papa ha stretta obbligazione di attuare tutte le istituzioni che Cristo ha poste nella sua Chiesa, e prima che in qualsivoglia altro luogo, conviene al suo decoro che le venga attuando nella sua diocesi propria. Ora nella stessa sua Roma egli è costretto a vedere coi propri occhi impunemente ed efficacemente manomessa, impedita, proscritta la professione dei consigli evangelici. Egli ha debito di governare tutte le nazioni cristiane indirizzandole al termine dell’eterna salvezza: e proprio nella sua Roma ha da sostenere la sottrazione di tutti i mezzi materiali e morali che sono richiesti ad opera così vasta. Egli ha debito di ammaestrare tutte le genti e soprattutto i pargoli: e deve vedere con i suoi occhi strappato il popolo ed i pargoli al suo insegnamento, perché sia dato in preda a turbe di maestri corrotti e corrompitori di ogni sano principio e di ogni buon costume nella stessa sua Roma. Egli ha obbligo di impedire gli scandali per quanto può privati e pubblici che contaminano i grandi ed i piccoli nelle città e nei regni: ed è costretto a sostenere nella sua Roma gli scandali più infami contro la fede e la morale nei teatri e nelle feste pubbliche. Egli ha obbligo, come Maestro dei Cristiani, di proibire la stampa rea vuoi dei giornali, vuoi dei libri; ed è costretto a vedere nella sua Roma una turba di giornalisti, di romanzieri, di pubblicisti di ogni fatta che impugnano la esistenza di Dio, la divinità di Cristo, e fino le leggi stesse della natura. Egli ha obbligo di mantener in fiore il culto divino, la solennità delle sacre funzioni, la riverenza ai ministri dell’altare, perché non si diminuisca il concetto verso le cose sante: ed ha da vedere nella sua Roma impedite le funzioni esterne della Chiesa, trascinati ai tribunali i suoi sacerdoti e la sua stessa persona travolta nel fango perfino dai deputati del parlamento. Insomma egli è il Vicario di Cristo, Sposo di santa Chiesa, Padre di tutti i credenti, Clavigero del regno dei Cieli, e là dove Cristo lo ha collocato ad esercitare sì eccelsi uffici deve vedere, impotente a rimediarvi, ergersi templi di falso culto, dilacerarsi la Chiesa, strapparsi dal seno delle verità i suoi figliuoli e chiudersi per anime senza numero la via del cielo.Sono vere o sono false tutte queste accuse? Se sono vere, come è manifesto, altro che prigioniero deve dirsi il sommo Pontefice, esso è fra le catene di una tirannia che lo odia, che lo beffeggia, che l’avversa, che lo inceppa in tutto quello che è più essenziale al suo ministero. Hanno pertanto buon garbo davvero quei grandi uomini che si fanno le grasse risa sopra il sommo Pontefice, quando si dichiara posto sotto autorità che gli è nemica: e garbo anche maggiore ha Giulio Simon presidente del ministero di Francia, quando dall’alto della sua presidenza ministeriale definisce ex tripode in servigio della rivoluzione che al Papa nulla manca di quanto gli è necessario al governo di santa Chiesa. Resterebbe solo a chiedergli per isfogo di una giusta curiosità, quale scopo abbia questa sua dichiarazione. E balordaggine che nulla vede? Non si può supporre neppure in un ministro rivoluzionario. E viltà d’animo per attirarsi le simpatie del Governo italiano? La Francia non è ancora caduta si basso da mendicare la protezione dell’Italia. Vuole egli beffarsi dei Cattolici dell’universo? È impresa a cui non si riesce. Vuole sfogare contro la Chiesa la bile frammassonica che lo divora? si scopre troppo da se medesimo. Che cosa sarà adunque? un effetto di tutte queste cause riunite insieme? Lo risolva il lettore. – Io passo ad aggiungere un’altra osservazione, ed è che, stando in questi termini le cose, il Papa, anche quanto alla sua persona, è a tutto rigore di verità prigioniero. E vaglia la verità a che serve il dire al Papa che esca dal suo palazzo, che dispieghi in pubblico la maestà delle sue funzioni, che respiri e goda le aure della libertà introdotta in Roma, quando non solo non è assicurato che gli verrà mantenuta la riverenza dovuta al suo grado, ma è moralmente certo che gli sarà perduto ogni rispetto e sarà fatto segno di ogni insulto più grave? E se il cielo vi salvi, non gli fu promessa dalla rivoluzione l’inviolabilità della persona come a sovrano monarca? Or bene, non è piena Roma delle caricature più luride ed oscene contro la maestà del Pontefice? E quando il Governo ne ha impedito l’esposizione e la vendita? Non sono stati gli atti della sua autorità dichiarati fuori di ogni sindacato? Eppure qual è quel giornalista cosi oscuro che non faccia risalire sino alla persona di lui le critiche più virulente ed amare? Qual è quel deputato cotanto abietto che, svillaneggiando nel parlamento di Roma il Vicario di Gesù Cristo, non ottenga gli applausi dei suoi onorandi colleghi? E quando di tutto ciò o camere, o ministri fecero risentimento? Più, la stessa sua persona non fu esposta a pubblico strazio in mascherate solenni, in orge popolari sotto gli occhi delle milizie che lasciavan fare; della polizia che batteva palma a palma? E dopo tutti questi fatti, avvenuti al cospetto di tutta Europa, trarranno innanzi con le mani piegate e col collo torto i nostri dabben liberali ad esclamare: Oh perché il Papa non si mostra in pubblico, oh perché i Gesuiti ce lo sequestrano? Perché lo rapiscono al nostro amore, alle nostre ovazioni? Ah tristi ed imbecilli, rispondete una parola se l’avete. Un Governo che lo protegge si efficacemente in tutte queste cose si gravi, dà fiducia che lo proteggerà meglio nella sua persona? Lo proteggerà in quelle strade in cui l’ha lasciato calpestare in effigie? In quelle chiese dove ha mandato i suoi soldati a percuotere i fedeli? Su quelle piazze dove ha imprigionato chi lo applaudiva? Che i cattolici siano semplici è bene, poiché cosi l’ha consigliato il Maestro divino, ma che siano stupidi da non comprendere le cose più chiare, niuno l’ha mai consigliato: anzi ci fu comandato di accoppiare alla semplicità la prudenza. Che però non crediamo a costoro che orde di popolani che il Governo ha sedotte per averle complici, a cui ha persuaso lungamente nelle conventicole operaie e nelle congreghe frammassoniche, il Papa essere il gran nemico d’Italia, che non hanno a temere per qualunque loro eccesso repressione di sorta, non crediamo, lo ripeto, che siano per riverirne la persona, riconoscerne la dignità. Noi non lo crediamo e con noi non lo crede il sommo Pontefice, non lo crede il sacro Collegio dei Cardinali, non lo credono quanti sono Cattolici sinceri: e tutti trovano necessario che la più grande autorità che sia al mondo, non si getti tra le mani ad agli insulti degli empi suoi nemici, e non si affidi alla discrezione di tali che stanno dando saggio di si squisita discrezione. Il perché rimane evidente fino a tanto che egli è per tal modo sotto la podestà de’ suoi nemici, è anche prigioniero nella sua persona.

II. Ma vi è la legge delle guarentigie che assicura al sommo Pontefice la libertà. Piano, che non v’è proprio nulla che assicuri nulla. Nei capi antecedenti abbiamo dimostrato che la rivoluzione non poteva, non voleva dare al Vicario di Cristo libertà alcuna: qui soggiungiamo che di fatto non l’ha data, e confermeremo che né può né vuole darla minimamente. Che non l’abbia data è manifesto da quanto abbiamo ragionato testé. Con tutte le guarentigie del mondo, al Papa sono state tolte di fatto tutte le libertà sopradescritte e tutte essenzialissime al suo ministero. Insegnamento ne’ collegi e nelle università, Ordini religiosi, possibilità di formar chierici, sacerdoti, consultori, ministri per le molteplici necessità della Chiesa, Opere Pie d’ogni ragione, tutto gli è stato Alla sua persona fu tolto il palazzo del Quirinale, la sede dei Conclavi, la inviolabilità dalle critiche e dagli oltraggi. In che si risolvono adunque le guarentigie? In nulla.E non potevano risolversi in altro, poiché esse sono in se stesse un assurdo. Infatti, perché fossero qualche cosa, esse dovrebbero essere un’assicurazione fatta al mondo cristiano che il sommo Pontefice mai non verrà spogliato di quei diritti che sono essenziali al suo ufficio. Ora a chi è stata fatta questa assicurazione? al Papa? No, perché gli si diede quello che si volle, senza che egli fosse consultato e con lui non si contrasse verun impegno. È una convenzione fatta con le Potenze cattoliche, con le quali si sia stretto un contratto bilaterale? Neppure. Le Potenze conobbero la legge detta delle guarentigie dai giornali, non la stipularono, si rifiutarono persino a riconoscerla. Hanno qualche consistenza almeno nella natura dell’atto con cui si è stabilita? Tutto il contrario, sono una legge fatta dal parlamento, e sotto di un ministero, che può essere attenuata od abrogata da qual si voglia ministero e parlamento. Chiamare adunque guarentigie, assicurazioni un tal atto, non è che un pigliarsi gabbo dei Cattolici ed al danno aggiunger le beffe. – Come dunque si condusse la rivoluzione a questo atto? Ebbe le sue belle e buone ragioni. Per quanto losca d’ingegno, capì la framassoneria che il mondo cattolico aveva diritto sulla libertà del suo Capo supremo, temé che i Governi potessero prendere le parti dei loro sudditi Cattolici e farne risentimento: quindi pose le mani avanti, finse di riconoscere la necessità del Pontefice libero, tolse anzi sopra di sé il provvedervi, e con la gherminella delle guarentigie l’accoccò a quei balordi che si appagano delle apparenze, e contentò quelli che principalmente volevano confiscato il temporale, perché fosse atterrata l’autorità spirituale. Nel qual tranello però si vede tutta l’iniquità degli usurpatori del temporale dominio del Pontefice. Imperocché se essi stessi riconoscono che il Papa ha diritto alla sua indipendenza, che i popoli cristiani possono insorgere per tutelarli, come è che poi credono di soddisfare a diritti reali con un dono grazioso di semplice cortesia? Eppure le guarentigie sancite per il Papa non sono altro che una cortesia del Governo italiano. Lo hanno detto mille volte i nostri supremi legislatori, quando hanno ventilato quelle magnanime loro concessioni. Lo hanno ripetuto quando hanno affermato che, come il Governo le ha concedute, cosi le può sminuire, abrogare secondo l’opportunità ed il bisogno. Quindi, mentre da una parte concedendole, vengono a riconoscere che il Pontefice ha diritto ad averle, dall’altra pretendendo di menomarle ed abrogarle a talento, vengono a confessare che ai diritti di lui non portano verun rispetto. Or la Cristianità potrà mai tollerare in pace che il suo Capo, il Vicario di Cristo sia trattato cosi indegnamente? Quando il Governo italiano usasse ogni più squisito riguardo al Papa, ancora non sarebbe tollerabile che il Papa gli fosse soggetto: perocché ai fedeli non basta che il loro Padre sia trattato convenientemente per cortesia dell’uno o dell’altro, ha diritto che sia assicurata la libertà di lui da ben altro che dal buon volere d’un ministro o di un principe. Niuno accetta a titolo di grazia quello a cui ha diritto. E se venisse fuori una legge che vi desse facoltà di mangiare, di bevere e vestir panni, voi ridereste della legge e del legislatore, perché a quelle opere avete diritto, senza che vi metta il naso nessun magistrato, dalla stessa legge naturale e divina. Or similmente il mondo cristiano non vuole che il Vicario di Cristo sia libero nelle sue attribuzioni per concessione di Nicotera o di Depretis, ma il vuole in quel modo e per quelle ragioni per cui l’ha fatto libero il divin Redentore. Molto più che, qualunque siasi il Governo italiano e quali che siano i ministri che lo reggono ed i parlamenti che vi fanno le leggi, non saranno poi mai altro che nemici personali del romano Pontefice. Essi medesimi vantandosene hanno detto e più volte replicato che sono tutti rivoluzionari, che è quanto dire vecchi cospiratori, fondiglia di società frammassoniche scomunicate da Santa Chiesa, che hanno pescato in tutte le rivolte degli anni scorsi, come lo dichiarano i loro nomi e le loro gesta. Fatta qualche rara eccezione di pochi illusi che s’imbrancano in quelle file perché non intendono l’obbedienza Cattolica, la grande maggioranza di essi sono uomini senza fede, senza Religione, amici e fautori di ogni culto purché non sia Cattolico, nemici e disapprovatori d’ogni pratica religiosa solo che sia cristiana. Né questo è un calunniarli, poiché i libri che parecchi di loro hanno stampato, ed i discorsi che pubblicamente hanno tenuto, e l’approvazione con cui hanno accolto quelli che li tenevano, lo tolgono di ogni dubbio. Quindi né sono, né possono essere che nemici personali del Vicario di Cristo, quando sono cosi avversi a quella Religione di cui egli è il Capo supremo. Ed a chi ancora ne dubitasse potremmo dire: aprite dunque una volta gli occhi e vedete quel che da venti e più anni a questa parte hanno fatto. Quale delle libertà cattoliche non hanno osteggiata, assalita e inceppata per quanto era in loro? come hanno tolta al Papa la libertà, cosi hanno incagliata l’opera dei Vescovi e dei sacerdoti. Se trovano questi ligi al loro pensare li armano e sostengono contro dei Vescovi, se li trovano contrarli, negano loro fin gli ultimi avanzi delle rendite non ancor confiscate. I Capitoli dei canonici altri totalmente soppressi, altri diminuiti di numero e di entrate. Le doti dei seminari messe all’incanto. Gli atti di culto pubblico attraversati, l’esercito senza cappellani, i preti sotto la leva militare, le scuole senza Catechismo ed obbligatorie, il matrimonio dissacrato, i Cattolici sinceri tolti spesso d’impiego, gli empi posti in onore, le rendite delle Opere Pie parte confiscate, parte stornate dal loro scopo, parte dissipate per impinguare una turba di amministratori, pressoché tutte tolte di mano al clero. Ogni giorno che passa porta a Cristo un nuovo affronto, alla Chiesa una nuova ferita, alla Religione Cattolica un nuovo sfregio, al popolo cristiano un nuovo ostacolo al bene, ed il Governo spesso d’accordo coi municipi che ha formato a sua somiglianza, fa quanto può per distruggere ed annientare il Cattolicismo. Pertanto se questi son fatti innegabili a chiunque abbia mente per intendere, occhi per vedere, riesce manifesto che gli autori di sì gloriose imprese non possono non essere sommamente avversi al romano Pontefice. Ora gli è proprio a questa genia malnata di atei, di deisti, di razionalisti, di empi d’ogni colore e di ogni nome, che tocca a vegliare sul romano Pontefice, a concedergli prima e poi a mantenergli le guarentigie necessarie al suo pastoral ministero! Ah se non si trattasse del più orrido sacrilegio che ricordino gli annali dell’umanità, del più perfido tradimento che mai siasi formato ad intere generazioni che restano spogliate della fede e quindi della vita eterna, sarebbe argomento da destare risa inestinguibili a lutto l’uman genere. Un parlamento come l’italiano a far leggi di guarentigie pel Papa! Ministri come un Cavour, un Rattazzi, un Sella, un Nicotera, un Mancini a custodirle e recarle in atto! Oh præclarum custodem ovium, ut aiunt, lupum! Il perché ornai a me sembra abbastanza chiaro ed evidente che né il Papa è libero, né bastano né basteranno in eterno le guarentigie del Governo italiano a renderlo tale. Dunque che cosa ne seguirà? Ci penserà Iddio, il quale non ha ancora emancipato il mondo, checché altri ne creda, e molto meno ha tolto alla Chiesa il suo amore e con l’amore il suo patrocinio e la sua difesa.

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L’autore di queste vibranti parole, piene di sdegno verso i frammassoni persecutori, e di amore filiale per il Santo Padre prigioniero, aveva immaginato che questo era quanto di peggio potesse capitare al Sommo Pontefice ed alla Cristianità tutta dell’epoca. Ma si sbagliava purtroppo, perché l’attuale situazione è ben peggiore ed ha toccato il fondo di ogni voragine. Il Santo Padre, Gregorio XVIII, eletto il 3 maggio del 1991, successore di Gregorio XVII, è prigioniero ed impedito ancor più di Pio IX costretto all’esilio di Gaeta e poi del Vaticano, e ridicolizzato dalle farsesche leggi delle guarentigie, promulgate da corrotti frammassoni servi di “coloro che odiano Dio, il suo Cristo, i Cristiani e tutta l’umanità”, … ed odiano pure i frammassoni di cui si servono nei loro piani diabolici. Questi scellerati, dal 26 ottodre del 1958, hanno esiliato il Santo Padre, in modo da renderlo invisibile, inesistente agli occhi dei fedeli, e lo hanno sostituito con una serie di “pupazzi” eretici ed a-cattolici che, insediati, usurpandoli truffaldinamente, nei palazzi sacri e nelle chiese Cattoliche, hanno costituito l’anti-chiesa dell’uomo che, dovendo essere ferocemente anticristiana, non poteva fondarsi su un vero Papa divinamente assistito e Vicario di Cristo, perché questi non avrebbe mai ceduto a proclamare eresie, blasfemie, falsità, modifiche sataniche della dottrina rivelata. Essi avevano bisogno di un falso “papa”, di un “papocchio”, un frammassone possibilmente kazaro, prono alle richieste dei suoi mentori e del capo supremo delle logge: lucifero, il cosiddetto “signore dell’universo”, il baphomet delle logge di qualsiasi obbedienza ed abominio degli altari del novus ordo. Quindi a questi “signori”, ai servi dell’antiCristo, occorreva ed occorre ancora, che ci sia il vero Papa, un Papa “oscurato”, impedito in ogni sua manifestazione, controllato in ogni sua mossa, ventiquattro ore al giorno, da apparenti “protettori”, ma ben vivo e vegeto, possibilmente in buona salute, perché paradossalmente costituisce il garante dei “papocchi” a-cattolici-kazari che occupano la Sede Apostolica che, in tal modo, sicuramente non sono Papi, né formali, né materiali ( “… Roma perderà le fede e sarà la sede dell’anti-Cristo” … apparizione di La Salette! – “L’Apostasia nella Chiesa comincerà dal suo vertice” … apparizione di Fatima). Ovviamente è pure indispensabile una Gerarchia minima, anch’essa impedita, controllata e dispersa, ma viva e vegeta, permessa per poter evidentemente organizzare un nuovo conclave che “garantisca” l’elezione di un nuovo vero Papa, a sua volta garanzia del falso “papocchio”, burattino dell’anti-Cristo. È  esattamente quello che San Paolo profetizza nella II Epistola ai Tessalonicesi, quando dice che il “katachon” sarà messo da parte (… non ucciso o eliminato, ma « messo da parte », perché possa apparire l’anti-Cristo, … che precisione di termini! … ἒως ἐκ μέσου γένηται = de medio fiat). Padre Secondo Franco, l’autore del discorso riportato, non immaginava certamente che la situazione pontificia romana che lo infiammava di tanto ardore apostolico, fosse solo una fase transitoria nella realizzazione dei piani satanici della setta infernale. Oggi ne vediamo la piena realizzazione ma … non è finita, ne vedremo ancora delle belle, Gesù ce l’ha promesso e San Paolo lo ha profeticamente confermato nella lettera citata, così come S. Giovanni nell’Apocalisse.

Et IPSA conteret caput tuum!

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “INSCRUTABILI DEI CONSILIO” DI S. S. LEONE XIII

Questa è la prima Enciclica di S. S. Leone XIII, in un periodo particolarmente funesto per la Chiesa Cattolica, per il Papato, per tutta la nazione italiana, e per l’Europa in generale. Il Santo Padre però espone già i temi che gli saranno poi cari nel suo lungo ed intenso Papato: la dignità e il primato del Sommo Pontefice Romano, garanzia di ordine morale e sociale; la lotta alle conventicole delle tenebre, in primo luogo le sette massoniche che operavano con instancabile furore contro la società tutta e la Chiesa in particolare, per poterla annientare (si fueri potest!!), onde sostituirla con un potere civile autoritario mondialista al servizio delle potenze infernali (cosa oggi visibilmente realizzata); la restaurazione di una società cristiana che operi con equità e giustizia, senza odio, lotte o rivoluzioni violente; il recupero dei valori spirituali e di culto che per secoli hanno permesso il vero progresso civile dei popoli un tempo cristiani; la battaglia cruciale contro la rovina dell’istituto matrimoniale, i cui esiti sono oggi constatabili nelle funeste conseguenze personali, familiari e sociali, come il Papa aveva pronosticato con esattezza profetica già all’epoca: “ … l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio”. Oggi veramente siamo già dentro a questo precipizio, la Chiesa apparentemente distrutta e sostituita da un mostro orribile con la maschera bonaria di lupi feroci pronti a divorare l’anima di massonizzati gaudenti che credono di essere pure Cristiani mentre osannano al “signore dell’universo”, il lucifero-baphomet al quale si offre il rito della blasfema e satanica messa montini-bugniniana. Che squallore, quanto marcio fecale spacciato e confuso con l’oro! … Corruzione mascherata da santità, talari, mitra e camici che coprono grembiulini, zanne affilate, lingue biforcute e corna sporgenti. La non osservanza delle disposizioni e dei paterni ed accorati consigli dei Papi, ha portato a questo squallore sociale e spirituale odierno, al potere del demonio, ad una economia gestita da usurai ingordi, ad una Chiesa eclissata e sotterranea sì, ma ancor viva ed in attesa dell’intervento del Cristo, che “ … con il soffio della sua bocca brucerà l’anticristo” … ed i suoi adepti che occupano i sacri palazzi di un tempo, attuale covo di vipere, cobra e pitoni velenosi e mortiferi, e poi, … Ipsa conteret …

Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’autorità episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose v’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della Religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr. XIV, 34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica”, e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col II, 8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la Religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del matrimonio cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.

et IPSA conteret …

 

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE, VI quæ superfuit Post Epiphaniam

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE quæ superfuit Post Epiphaniam VI.

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.
[Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1: 2-10
Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de coelis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Omelie, vol IV, Omelia XXIII – Torino, 1899]

“Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendo incessantemente memoria di voi nelle nostre preghiere. Ricordando la vostra fede operosa e la vostra fede travagliata e la costante speranza nel Signor nostro Gesù Cristo, al cospetto di Dio, Padre nostro, sapendo, o fratelli a Dio cari, la vostra elezione. Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma anche in potenza ed in Spirito Santo, ed ogni pienezza, come avete veduto quali fummo tra voi per voi. E voi diventaste imitatori nostri e del Signore, ricevendo la predicazione fra grandi tribolazioni, con gaudio dello Spirito Santo. Tantoché siete stati di esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Perché non solo la parola del Signore è passata a voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede che avete in Dio si è divulgata in ogni luogo, sicché non è bisogno di parlarne. Perché essi stessi raccontano di noi quale fosse la nostra entrata tra voi, e come dagli idoli vi convertiste a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e per aspettare dal cielo il Figlio di lui (cui suscitò dai morti) Gesù, il quale ci salverà dall’ira ventura „ (I ai Tessalonicesi, I, 2-10).

In ordine di tempo questa lettera di san Paolo ai fedeli di Tessalonica, oggi dì Salonikì, una delle capitali della Macedonia, è la prima delle quattordici lettere che di lui abbiamo. L’Apostolo, vi aveva in breve tempo fondata ma Chiesa numerosa e fiorente (Atti Ap. XVII), composta specialmente di Gentili; poi costretto a partire di là per le persecuzioni degli Ebrei, era andato a Berea, poi ad Atene e finalmente a Corinto. Da Corinto aveva mandato Timoteo a Tessalonica, ed avute da lui ottime novelle di quella Chiesa, scrisse questa prima lettera, l’anno 53 o forse 54 dell’èra nostra. Essa è quasi tutta morale, e le sentenze riportate, che formano il primo capo, sono uno sfogo affettuoso del suo cuore paterno, e contengono una lode grandissima della fede di quei suoi figliuoli. – Ed ora alla spiegazione. Questa prima lettera ai Tessalonicesi, come parecchie altre di S. Paolo, è scritta a nome suo e di alcuni altri, suoi compagni e cooperatori nelle fatiche dell’apostolato. I suoi compagni e cooperatori qui nominati sono Silvano o Sila, e Timoteo, e perciò non vi deve far meraviglia se l’Apostolo parla in comune e, secondo il suo costume, comincia dagli auguri e dai rallegramenti, dicendo: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi …” Tutto ciò che gli uomini fanno di bene, in qualunque ordine di cose, è sempre fatto con l’aiuto di Dio, senza del quale essi non possono far nulla: è dunque giusto che del bene che l’Apostolo vedeva nei suoi Tessalonicesi, ne rendesse grazie a Dio, il quale ne era la causa prima e principale. Ben è vero che questo bene era proprio dei Tessalonicesi, ma la vera carità ci fa considerare il bene altrui come nostro; il perché come del bene nostro, così del bene che vediamo in altrui, dobbiamo ringraziare Iddio, la carità rendendo comune ogni cosa. La ragione, e più assai lo spirito di fede, ci portano in tutte le cose e in tutti gli avvenimenti ad elevarci al di sopra della terra, a fissare gli occhi della mente in Lui, che è il supremo Reggitore e fonte d’ogni bene e ringraziarlo dei doni, dei quali ci è largo ad ogni istante: ecco perché S. Paolo apre la sua lettera con quelle parole: “Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi,, . Non fa eccezione per alcuno, non mette restrizioni di tempo: “Per tutti e sempre. „ – E non solo S. Paolo con i suoi colleghi porge vivi rendimenti di grazie a Dio per i suoi figli spirituali, ma protesta di fare “incessantemente memoria di essi nelle sue preghiere.„ La carità vuole che procuriamo il bene per noi possibile ai nostri fratelli, giacché una carità inoperosa non si può nemmeno concepire. Ma tu dici: Io non posso far nulla di bene ai miei fratelli; sono povero, sono ignorante, i miei fratelli sono lontani, sono moltissimi, non li conosco nemmeno di nome: qual bene volete ch’io possa fare ad essi?  Grandissimo ed ogni giorno. — In qual maniera? — Facilissima. Non puoi tu pregare il buon Dio, il Padre celeste per essi? — Sì. — Ebbene, pregalo adunque per te, per i fratelli tuoi, per tutti, siano credenti o non credenti, siano buoni o malvagi, e tu hai procurato loro quel maggior bene, che per te sia possibile: tu hai imitato l’Apostolo, che nelle sue preghiere si rammentava sempre dei suoi cari neofiti di Tessalonica. La preghiera fatta a vicenda ci stringe tutti nei dolci vincoli della carità, ci affratella e sale a Dio più accettevole, è l’aiuto scambievole più facile e più efficace che possiamo prestarci quaggiù sulla terra. S. Paolo, mentre ringrazia Dio e lo prega per i Tessalonicesi, rammenta eziandio le ragioni, che a lui li facevano cari. Quali ragioni? Anzitutto la loro fede operosa: Operis fidei vestræ. Fondamento della vita cristiana, lo dissi più volte, è la fede, il conoscimento cioè di Dio e delle verità rivelate per Lui, che teniamo con la più irremovibile certezza. Ma che vale il conoscimento della verità senza le opere della verità? Ciò che vale il fondamento senza la fabbrica, il seme senza il frutto, il disegno senza l’edificio. La fede si compie nelle opere, e per questo S. Paolo, facendo l’elogio dei Tessalonicesi, scrive che ricordava bene la loro fede operosa, cioè la loro condotta conforme alla fede. Dilettissimi! Noi, per divina bontà, abbiamo la fede dei Tessalonicesi: ma con essa abbiamo anche le loro opere? Se Paolo comparisse in mezzo a noi e fosse testimonio della nostra condotta quotidiana, potrebbe dire di noi: « Vedo la vostra fede operosa? „ Io non lo so! E la risposta la lascio alle vostre coscienze. Ciò che so e vedo è che molti Cristiani vivono come se non fossero Cristiani, a talché se si trovassero in mezzo a pagani difficilmente si potrebbero da loro distinguere quanto alla condotta morale. Sono Cristiani perché battezzati e perché essi stessi si professano Cristiani; ma le loro opere ohimè! non sono da Cristiani. Quale contraddizione! quale vergogna per il nome Cristiano! quale argomento di bestemmia contro la nostra santa Religione! Dirsi Cristiani e vivere quasi da pagani! “La fede, scrive altrove l’Apostolo, è la prima, poi la speranza, e poi la carità, e maggiore di tutte, quasi corona delle altre, è la carità : „ sono quelle tre virtù, che avendo per oggetto Dio, si dicono anche teologali, e senza di esse è impossibile salvarci. Qui pure san Paolo le ricorda, invertendo lievemente l’ordine; infatti dice: “Rammentando l’operosa vostra fede e la carità travagliata e la costante speranza: Laboris charitatis et sustìnentìæ spei. Penso che S. Paolo chiami travagliata la carità e costante la speranza dei Tessalonicesi, perché dovevano aver sofferte molte molestie e gravi tribolazioni per la fede, ancorché noi non ne conosciamo i particolari; ma in quei principi della Chiesa ed in quei tempi le prove più dure e le persecuzioni più crudeli erano pressoché quotidiane; da una parte gli Ebrei, sempre nemicissimi dei Cristiani, dall’altra i Gentili, armati della legge e forti delle tradizioni pagane, non davano tregua ai seguaci del Vangelo, vessandoli ed opprimendoli in mille guise. Essi non potevano attingere la forza necessaria per resistere a sì fieri cimenti che nella fede, nella speranza e nella carità, i tre vincoli che ci legano a Dio e che ci fanno forti della sua fortezza. Noi pure, o cari, siamo ogni giorno sottoposti alle prove della vita cristiana: non saranno sì dure come quelle dei primi Cristiani, no: ma sono prove spesso penose, lunghe, e sotto le quali non pochi dei fratelli nostri soccombono. Vogliamo agevolare e assicurare la vittoria? Con la fede leviamo a Dio la nostra mente, con la speranza e con la carità leviamo a Lui le nostre aspirazioni e il nostro cuore, a Lui teniamoci saldamente uniti, e la vittoria non potrà fallire. Ho visto assai volte una navicella con salda fune raccomandata ad una massiccia colonna di pietra ergentesi sulla riva: i venti qua e là furiosamente la trabalzavano, e ad ogni istante pareva la dovessero sommergere o sfasciare; ma a poco a poco la procella cessava, le onde si calmavano e la navicella appariva intatta, ferma ai piedi della colonna, e quasi riposante sulle acque. Ecco un’immagine dell’anima nostra, allorché con la triplice fune della fede, della speranza e della carità sta fortemente unita a Dio. Finché con questa triplice fune stiamo uniti a Dio, non temete, il naufragio è impossibile. Rammentando io, anzi, vedendo io, così l’Apostolo, queste prove, queste opere della vostra fede, della vostra carità, della vostra speranza, ne traggo argomento sicuro, che siete stati veramente eletti da Dio, che avete la sua grazia e siete cari a Lui: Scientes, fratres dilecti a Deo, electionem vestram. Allorché noi vediamo un albero sostenere il furore del vento, diciamo: le sue radici sono ben salde e profonde, e gagliardo il suo tronco: similmente l’Apostolo, vedendo la fermezza nella fede dei suoi Tessalonicesi, e rimirando le opere della loro carità, ne arguisce la certezza della loro elezione e l’abbondanza della grazia divina nei loro cuori, perché dall’abbondanza e dalla bontà dei frutti si conosce l’albero. L’Apostolo prosegue, svolgendo più ampiamente questo pensiero, e dice: “Poiché il nostro Evangelo presso di voi non consistette soltanto in parole, ma sì ancora in potenza e in Spirito Santo, ed in ogni pienezza, come vedeste quali fummo in mezzo a voi per voi. „ Bene a ragione, così suona il linguaggio dell’Apostolo, bene a ragione voi rimanete saldi all’insegnamento ch’io vi ho dato, perché le prove ch’io vi diedi della sua verità e divina origine non si riducevano a parole: voi le vedeste nei miracoli, che Iddio a sua confermazione operò e nella diffusione mirabile dei doni dello Spirito Santo, che fu sì piena e sovrabbondante: prove queste che Iddio si compiacque operare per mio mezzo fra voi e a vostro beneficio. L’uomo, dice sapientemente S. Tommaso, non crederebbe le verità della fede se non vedesse che è dover suo il crederle. Se così non fosse, parliamo degli adulti, che si convertono alla fede, la loro fede non sarebbe ragionevole. Chi è fuori della Chiesa non può entrare nella Chiesa che seguendo la ragione, la quale gliene mostra la divina origine, onde i Padri dissero che la ragione è il pedagogo, che guida alla fede. Non occorre qui avvertire che la grazia divina opera internamente prevenendo ed accompagnando i nostri passi. Ora come l’uomo può conoscere essere dover suo il credere le verità insegnate dalla fede? Forse perché con la sua ragione le conosce vere in se stesse, come le altre verità d’ordine naturale? No; perché queste verità, fossero anche tutte di ordine naturale, non tutti gli uomini son capaci di intenderle; una gran parte poi di esse sono sopranaturali, e superano al tutto le forze della nostra ragione. In qual modo adunque possiamo noi conoscere il dovere che ci stringe di ammetterle? Un uomo si presenta a voi: egli vi insegna una dottrina che non comprendete, vi assicura che è vera: voi lo conoscete quell’uomo: è egli onesto, pieno di sapienza, né vi è possibile nemmeno sospettare che possa o voglia ingannarvi. Sul campo di battaglia ad un generale si presenta un ordine, si comanda un movimento, del quale non vede la ragione, che anzi gli pare contrario alla ragione. Il generale guarda l’ordine scritto, riconosce la firma del suo duce superiore; non esita un istante: ubbidisce. Voi, accogliendo quella dottrina, che non comprendete: il generale ubbidendo a quel comando inesplicabile, operate forse contro ragione? No; anzi, operate secondo la ragione, perché è la ragione, la qual vuole che l’uomo si rimetta al giudizio di chi conosce essere meritevole di piena fiducia. Voi non comprendete la cosa in sé, ma la comprendete con la mente di chi sapete che la comprende. È il caso nostro, era il caso dei Tessalonicesi. Essi per fermo non potevano comprendere tutte le verità che S. Paolo insegnava loro; ma vedevano quest’uomo tutto amore della verità, disinteressato: lo vedevano predicare una dottrina che non gli fruttava nessun vantaggio materiale, che gli imponeva sacrifici d’ogni maniera e lo metteva a pericolo della vita stessa; l’udivano affermare aver egli stesso veduto Cristo risorto; lo vedevano operare miracoli splendidi, indubitati, sotto i loro occhi, in conferma di ciò che insegnava; lo vedevano adorno d’ogni virtù: come dubitare della dottrina che annunziava? Era dunque ragionevole credere a tutto ciò che insegnava, com’è ragionevole che noi pure crediamo, appoggiati alle stesse prove che n’ebbero i primi cristiani, e che non variano per mutar di tempi, anzi acquistano col tempo maggior forza ed evidenza. – S. Paolo continua l’elogio dei Tessalonicesi e le sue congratulazioni, dicendo: “Voi foste imitatori nostri e del Signore, accogliendo la predicazione, fra grandi travagli, con gaudio nello Spirito Santo. „ Voi, o Tessalonicesi, imitaste me ed i miei compagni e cooperatori nel ministero apostolico; che dico: Imitaste noi! Dirò meglio, imitaste il Signor nostro Gesù Cristo. In che cosa? “Accogliendo la verità per noi predicata ed accogliendola in mezzo a molti e grandi travagli. „ Qui si fa manifesto che i buoni Tessalonicesi avevano dovuto soffrire assai: In multa tribulatione, per la fede che avevano accolto. Ma da veri discepoli di S. Paolo e di Gesù Cristo, in mezzo ai contrasti ed ai travagli sofferti per la fede, “Erano anche ripieni di gioia — Cum gaudio Spiritus Sancti. „ Quale esempio di fede e di fortezza d’animo ci danno questi primi Cristiani! vessati, tribolati, perseguitati dalle male lingue e peggio, non venivano meno, e lungi dal lagnarsi e darsi per vinti, si rallegravano. Questo è proprio, grida il Crisostomo, di coloro che son fatti superiori alla natura, e per poco non sentono i dolori, fatti simili a Gesù Cristo che, percosso, coperto di sputi, confitto alla croce, godeva; soffriva nel corpo, ma godeva nello spirito. Non è proprio dei dolori apportare gioia, ma la gioia deriva dal patire per Cristo e dal pensiero che attraverso al fuoco delle tribolazioni si passa, mercé la grazia divina, al riposo eterno. Questa vostra condotta, prosegue S. Paolo, tessendo sempre le lodi dei Tessalonicesi, è tale, “che siete stati d’esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. „ Voi, o Tessalonicesi, imitando noi, come noi imitiamo Cristo, sulla gran via della croce, avete l’onore e la gloria d’essere modelli a tutti i credenti della Macedonia non solo, ma di tutta la Grecia. Lode più magnifica di questa non poteva farsi a quella cristianità. Come ciascun cristiano deve vivere in guisa da presentare nella propria condotta un modello da potersi imitare dai suoi fratelli, così ogni famiglia, ogni parrocchia. Carissimi! Ciascuno di noi è tale? Son tali le nostre famiglie e la nostra parrocchia? O non abbiamo per avventura da arrossire? A ciascuno di noi la risposta. Era sì luminoso l’esempio dei Tessalonicesi in Macedonia e in tutta la Grecia, che S. Paolo francamente soggiunge: “Non solo la parola del Signore è proceduta da voi nella Macedonia e nell’Acaia, ma anche la fede, che avete in Dio, si è divulgata in ogni luogo, sicché non ci è mestieri parlarne. „ Le quali parole significano che la fama della predicazione evangelica fatta da Paolo ai Tessalonicesi, per opera di questi, ebbe un’eco profonda in tutte le regioni vicine di Macedonia e d’Acaia o Grecia, e si sparse largamente per ogni dove; e non solo la fama della loro conversione risuonò in tutti i paesi finitimi, ma la loro fede, provata dalla santità della vita, si propagò per guisa, che l’Apostolo non aveva bisogno di farla conoscere. I Tessalonicesi, con la franca professione della fede e con la vita virtuosa, con la quale manifestavano ed onoravano la fede stessa, in certo modo avevano esercitato nei paesi vicini il ministero apostolico, in guisa che Paolo non aveva quasi più necessità di predicare. Essi, i Tessalonicesi, avevano narrato a tutti la venuta dell’Apostolo fra loro, e come avevano lasciato il culto degli idoli e si erano dati al servizio del Dio vivo e vero; il Dio vivo e vero qui è detto per opposizione agli dei od idoli, che non erano né vivi, né veri, ma creazioni dell’ignoranza e della impostura. Ancora una volta ci si fa conoscere la grande efficacia dell’esempio: esso è una predicazione eloquentissima per guisa, che in qualche modo sembrava pareggiare la predicazione stessa dell’Apostolo e gli faceva dire: “A me ornai non occorre parlare. „ Dove si conosce la vostra conversione e la vostra fede è quasi inutile la mia parola. Per opera vostra, o Tessalonicesi, i paesi vicini hanno potuto apprendere, che è dovere volgere le spalle agli idoli e servire al vero Dio; non solo questo hanno potuto apprendere, continua l’Apostolo, ma che per noi “si aspetta dal cielo il Figlio di Dio, Gesù, che fu risuscitato. „ È stile di S. Paolo condensare in un periodo le verità più importanti, perfino negli auguri e nei ringraziamenti, e qui ne dà un saggio. Con la conversione dal gentil esimo a Dio egli unisce il termine ultimo di tutte le cose, che è la venuta di Cristo giudice e il giudizio finale, che tutti ci aspetta. È questa una delle verità capitali della nostra fede, che se fosse più spesso richiamata alla nostra mente, scuoterebbe la nostra pigrizia, ci riempirebbe d’un santo timore e ci renderebbe più solleciti nell’adempimento dei nostri doveri. L’uomo che sovente pensa al conto strettissimo che dovrà rendere a Dio di tutta la sua vita, ed alla sentenza irrevocabile che le terrà dietro, non può non sentirsi fortemente eccitato a vivere cristianamente. In alto le menti ed i cuori, sembra gridarci l’Apostolo … in alto! Ricordate che delle opere vostre, delle vostre parole, dei vostri pensieri ed affetti risponderete in un giorno solenne a quel Gesù, che vi ho predicato, che è venuto per salvarci dal peccato, e per conseguenza per salvarci dalla pena che accompagna il peccato, che è l’ira sua e l’eterna condanna.

Graduale
Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula. 
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano. V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
S. Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli: ut supra, Omelia XXIV- Torino, 1899; imprim.]

“Gesù agli Apostoli ed alle turbe propose un’altra parabola, dicendo: Il regno dei cieli è somigliante ad un granello di senapa, che un uomo prende e semina nel proprio campo. Esso è bene il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi e diventa albero, tantoché gli uccelli dell’aria vengono e si riposano tra i suoi rami. Un’altra parabola disse loro: Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna piglia e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. Tutte queste cose disse Gesù alle turbe sotto la forma di parabole, e non parlava loro senza parabole, affinché si adempisse la parabola del Profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca e manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo „ (S. Matteo, capo XIII, 31-35).

Allorché si seppe che Erode aveva gettato in carcere Giovanni il Precursore, Gesù lasciò la Giudea, e propriamente Gerusalemme, dove erasi recato per la festa dei Tabernacoli, e dove aveva levato di sé e della sua predicazione gran nome, e ritornò nella sua Galilea, passando di villaggio in villaggio, di città in città, annunziando quello ch’egli chiamava il regno dei cieli, ossia il Vangelo e il compimento delle promesse divine fatte per i profeti. In questo periodo della sua predicazione egli recitò molte parabole, che riflettono la natura del luogo e degli uomini ai quali predicava. Egli era in Galilea, chiamata da Plinio il giardino del frumento, e posta in parte alle rive del lago sì pescoso di Genesaret o Tiberiade. Ecco il perché delle sue parabole del seme e della zizzania, della rete gittata nel lago e del discernimento della retata. A questo tempo appartengono le due parabole che avete udite e che vi debbo spiegare. Esse sono distinte, è vero, ma il significato è identico e tende a mostrare la diffusione e la efficacia della dottrina evangelica, o della Chiesa, che è il regno di Cristo. Ed ora veniamo alla spiegazione delle due parabole. Gesù aveva recitata la parabola del buon seme, in mezzo al quale il nemico aveva poi sparso la zizzania, e per mostrare che il buon seme, cioè i fedeli, sarebbero cresciuti in gran numero, aggiunse quest’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è somigliante ad un grano di senapa, che l’uomo piglia e semina nel suo campo. „ Parve ad alcuno che la parola regno de’ cieli qui potesse indicare Gesù Cristo stesso; ma non si può ammettere, perché egli è il padrone, il re di questo regno e non il regno stesso. Senza di che Gesù Cristo è rappresentato chiaramente nell’uomo che semina il granello di senapa nel suo campo: Accipiens homo seminavit in agro suo. Nessuno di voi ignora che cosa sia la senapa, il cui sapore acre in sommo grado, fino a spremere le lacrime a chi se ne ciba, per molti rispetti è utile come condimento e come medicina. Da noi è pianta umile, ma in Oriente, e massime in Palestina, ha uno sviluppo considerevole e cresce albero alto.” Il granello di senapa, prosegue Gesù nella parabola, è il più piccolo di tutti i semi, ma quando sia cresciuto, è maggiore di tutti gli erbaggi, tantoché gli uccelli dell’aria vengono a riposarsi tra i suoi rami. „ Veramente il seme di senapa non è il più piccolo di tutti i semi: ve n’hanno altri più piccoli ancora, e non pochi, ma Cristo lo disse il più piccolo di tutti per modo di dire, per indicare il suo scopo, ed anche perché in generale questa doveva essere la credenza dei suoi uditori. Un granello sì piccolo, dice Cristo, a poco a poco cresce e diventa albero: similmente avverrà, così Egli, del regno dei cieli, della mia Chiesa. Essa è piccola, pusillus grex; è un gruppo di poveri pescatori e pubblicani, che mi seguono, ignoti al mondo e disprezzati; ma ben presto il piccolo gregge crescerà, il piccolo seme germoglierà in albero grandioso e stenderà per ogni dove i suoi rami. Era questa una figura, con la quale Gesù adombrava la sua Chiesa e l’incremento miracoloso che avrebbe ben presto avuto. – È pur sempre vera e ripiena di profonda sapienza quella osservazione volgare di S. Agostino, che le cose più grandi, avendole sempre sott’occhio, ci sembrano comuni: Assiduidate vilescunt. Quale spettacolo più grande e sublime del sole, che illumina e riscalda la terra! Dei milioni di stelle, che dipingono il cielo per tutti i tempi! Della terra, che in primavera risorge quasi da morte a vita, e qual giovane sposa si ammanta dei più vaghi colori e spande intorno i suoi profumi! E noi per poco non vi poniamo mente, perché l’abitudine ne scema e quasi ne toglie la grandezza: Assiduitate vilescunt. E ciò che avviene a noi considerando la Chiesa: il vederla al presente stabilita su tutti i punti della terra, in tutta la maestà della sua gloria e delle stupende sue creazioni ci fa quasi dimenticare l’umilissima sua origine e quasi non ci lascia vedere il miracolo della sua propagazione e conservazione. Ma piacciavi, o cari risalire i tempi: portiamoci là in Galilea, in mezzo a quei campi, dove Gesù parlava agli Apostoli ed alle turbe. Rimiratelo, questo divino Maestro: Egli fino a ieri è vissuto in una officina, lavorando come un operaio qualunque: è povero, non ha dove posare il suo capo stanco: per giunta è fieramente combattute dagli uomini del potere e della scienza: con Lui stanno alcuni pescatori ed alcuni pubblicani. poverissimi anch’essi: non scienza, non potenza, non ricchezza: non appella alle passioni ma le combatte: non blandisce il popolo, ma lo ammaestra Egli annunzia le più amare verità; è un drappello di dodici uomini illetterati, ignari del mondo, ingenui come fanciulli, vissuti sempre in quelle regioni incantevoli, sì, ma affatto isolate dal rimanente del mondo, del mondo della scienza, della forza, della grandezza. Il Capo di questo drappello non si illude sulle immense difficoltà della sua missione: sa con tutta certezza, che nella lotta con i suoi nemici soccomberà, morrà in croce, e lo sa per modo che ripetutamente l’annunzia ai suoi cari, i quali non lo possono credere. Questo piccolo drappello di uomini, che vanno errando per le colline di Galilea, senza tetto, senza danari, senza scienza umana, mendicando dì per dì il pane, ditemi, non è forse la cosa più debole, più spregevole del mondo? Non è forse vero ch’esso è simile al granellino di senapa, che l’uomo semina nel suo campo? Nulla di più evidente. Ebbene: vedete ora com’esso è cresciuto ed ha allargato i suoi rami. Quei dodici compagni di Gesù Cristo sono divenuti mille: quei settantadue discepoli sono diventati centinaia di migliaia di sacerdoti: il Vicario di Gesù Cristo siede dove a quei giorni  sedeva l’imperatore, padrone del mondo allora conosciuto: sono scomparsi gli Erodi, i farisei, gli scribi, i grandi d’allora; si ripete appena il nome dei consoli, del senato, degli imperatori, che stringevano a quei tempi in pugno le sorti dei popoli: caddero e risorsero troni, dinastie, repubbliche: si mutarono codici, istituzioni, scienze: un popolo sorse sulle rovine dell’altro per cadere anch’esso e divenire sgabello d’un altro; ma l’opera di Gesù Cristo rimase e rimane, e l’albero ogni secolo, ogni anno, ogni giorno più grandeggia. Intorno a quest’albero gigantesco, i cui rami stendono l’ombra su tutta la terra, i più gran geni — questi uccelli del cielo, dalle ali possenti — stanchi del loro volo e annoiati della loro sapienza, di secolo in secolo vengono a riposarsi all’ombra della sua dottrina, che sola dà pace, conforto e luce. “Ciò che Gesù allora vedeva e vaticinava, i suoi Apostoli non potevano che crederlo e sperarlo; noi, più felici di loro, lo vediamo. L’opera di Gesù è il prolungamento della sua Persona; il tempo ci separa da quella, ma ci fa toccar questa. „ Per vedere ed annunziare con tanta sicurezza e chiarezza l’incremento meraviglioso di quel picciolo grano, bisognava leggere nel futuro, signoreggiare gli eventi, in una parola essere arbitro assoluto d’ogni cosa; tale adunque era Gesù Cristo allorché mille e novecento anni or sono, in un angolo della Galilea, ai suoi poveri discepoli prediceva tanta grandezza. – Cercano i Padri perché mai Gesù Cristo fra i tanti semi scelse quello della senapa, e ad esso volle paragonare la miracolosa espansione del suo regno sulla terra? Perché non scelse il cedro, il terebinto, il pino, od altro albero più nobile e più eccelso, e perciò più atto ad adombrare le future grandezze della sua Chiesa? Perché, risponde S. Agostino, come il grano di senapa condisce e rende saporosi i cibi, così la dottrina del Vangelo, coll’esempio di Cristo, rende dolce e soave ciò che è duro ed aspro; come il grano di senapa caccia dal corpo gli umori viziosi, così l’insegnamento di Gesù Cristo disperde il mal germe delle nostre passioni; come il fuoco purifica ogni cosa, così la dottrina di Cristo purifica le menti ed i cuori. A questa breve parabola Gesù Cristo ne fa seguire un’altra, più breve ancora, e pur essa intesa, sotto altra forma, a riconfermare la stessa verità. – “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta sia lievitata. „ Vi piaccia, o dilettissimi, richiamare alla vostra mente una verità che ho tante volte toccata, ma che è sì cara e sì bella, che non posso non ripeterla ancora. Le verità che Gesù insegna, sono altissime e veramente divine: eppure vedete con quanta semplicità le annunzia! Parla al povero popolo: si acconcia alla sua corta intelligenza, discende sino a lui, Egli che è l’eterna sapienza: piglia le immagini più comuni, che erano sotto gli occhi di tutti mentre parlava, che tutti vedevano: il grano di senapa, l’albero, gli uccelli che vi si riparano; non basta: il lievito, che la donna mescola con la farina. Quali immagini di queste più volgari, più facili a comprendersi! E di queste Gesù si vale per sollevare le menti dei suoi cari alle più sublimi verità! Il suo linguaggio è semplice senza volgarità, è chiaro senza sforzo e senza studio, è eloquente senza arte, pieno di affetto senza perdere punto di autorità: udendolo si pensa alla verità senza badare alla forma: somiglia ad un cristallo terso e polito, attraverso al quale passa un raggio di luce: non si vede che la luce. Si direbbe che la verità è nata con quella veste; tanto le sta bene! Quale insegnamento per noi, maestri del popolo, dispensatori della divina parola! Come dobbiamo aver sempre dinanzi  alla mente questo divino Modello, massime quando parliamo a voi, o figli del popolo! – Come dobbiamo imitare la sua chiarezza e semplicità, il suo fare pieno di dignità e di affabilità, la sua bontà paterna con tutti, e particolarmente coi poveri, con gli ignoranti, non cercando di piacere, ma di giovare! O divino Maestro, fate che camminiamo sempre sull’esempio che ci avete dato, che non predichiamo noi stessi, ma la verità, che cerchiamo solamente la vostra gloria e la salvezza delle anime, per le quali avete versato il vostro sangue! – Ed ora applichiamo la parabola. Il lievito si forma della farina stessa opportunamente inacidita: mescolato poi con la farina, o meglio, con la pasta, in breve la lievita  tutta, la dilata e fa sì che il pane sia gustoso, facile a digerirsi e salubre. Chi potrebbe nutrirsi di pane non lievitato? Ora che rappresenta esso questo lievito? Gesù Cristo, o la sua dottrina, o la sua grazia, che poi è lo stesso. Che rappresenta essa quella farina, o quella pasta, che ha bisogno di ricevere il lievito? L’uman genere intero! Il Verbo divino, l’infinita sapienza e virtù del Padre si unisce all’anima e al corpo assunto in unità di persona nel seno illibato di Maria, e a quell’anima e a quel corpo benedetto comunica tutta la pienezza dei suoi doni, tantoché nella stessa umanità assunta egli diventa centro di luce, di verità e di grazia, diventa, usiamo la metafora del Vangelo, il lievito divino di tutto l’uman genere, perché tutti da Lui, e da Lui solo riceviamo ogni bene: Et de plenitudine ejus nos omnes accepimus. E vedete come opera questo lievito mescolato con la farina: opera a poco a poco, senza rumore: opera, ma a patto che venga a contatto con la farina: opera, comunicando a questa la sua virtù e diffondendola in ogni parte secondoché essa è preparata a riceverla: e la comunica in guisa che essa stessa, la farina lievitata, diventa atta a comunicare ad altra indefinitamente il lievito. Questa virtù od efficacia del lievito per se stessa non cessa mai per comunicarsi che faccia. Così avviene del lievito divino di Gesù Cristo e del suo Vangelo: esso si comunica alle anime a poco a poco, le penetra, le investe, le trasforma senza rumore, direi quasi, senza sforzo; ma per operare è necessario che vi sia qualche contatto tra Gesù Cristo e l’anima nostra. Questo contatto si ottiene mediante la parola di Dio, che per l’orecchio o per l’occhio scende al cuore; si ottiene mediante l’unione con la Chiesa, nella quale Gesù Cristo vive ed opera; si ottiene coi Sacramenti, mezzi o canali infallibili della grazia; si ottiene soprattutto ricevendo in noi debitamente la stessa adorabile persona di Gesù Cristo nella S. Eucaristia. E si riceve questo lievito divino della verità e della grazia da ciascuno che il voglia, in guisa che poi lo può comunicare ad altri, né, per parteciparsi che taccia, scema mai punto. Il lievito divino, portato da Cristo e deposto nella sua Chiesa, ogni giorno si dilata, e verrà giorno nel quale tutta l’umana natura ne sarà penetrata e felicemente trasformata. Portatori e spanditori di questo lievito santo, furono primieramente gli Apostoli e i loro successori e noi, secondo la misura delle nostre forze, proseguiamo l’opera loro. E guai a noi se non ci adopereremo secondo le nostre forze affinché il vivifico lievito si spanda nelle anime alle nostre cure commesse. – Riportata la brevissima parabola del lievito, l’Evangelista soggiunge: “Tutte queste cose disse Gesù con parabole alle turbe, e senza parabole non parlava loro. „ Da questa affermazione di S. Matteo parrebbe che Gesù presentasse sempre la sua dottrina in forma di parabole, e non mai altrimenti; la qual cosa è contraddetta dal fatto che Gesù molte volte annunziò le verità più alte senza velo di parabole, e ne siano prova irrefragabile i capi V, VI e VII dello stesso S. Matteo, dove si riporta, possiam dire, tutta la dottrina morale evangelica, nel discorso detto del monte, né vi è traccia di parabola. Come dunque si hanno da intendere queste parole dell’Evangelista? Nelle parabole riferite da S. Matteo in questo luogo, e nelle due per noi interpretate, si ribadisce costantemente l’idea della Chiesa e del regno dei cieli, che deve stabilirsi e propagarsi per ogni dove; è questa la verità che Gesù Cristo presenta sempre sotto il velame della parabola, sia perché ne rendeva più facile la intelligenza alle anime rette, sia perché non era prudenza svelare quel gran fatto futuro in tutta la sua grandezza: avrebbe urtato molti pregiudizi e avrebbe trovato increduli non pochi, né per allora v’era necessità urgente di annunziarlo apertamente. Alle parole che avete udite, l’Evangelista, a modo di conferma e spiegazione, aggiunge queste altre, con le quali si chiude la nostra omelia: “Acciocché si adempisse la parola del profeta, che dice: Aprirò in parabole la mia bocca: manifesterò cose state occulte fino dall’origine del mondo. „ Gesù parlava in parabole, così S. Matteo, adempiendo il vaticinio di Davide (Ps. LXXVII), che l’aveva tanti secoli prima annunziato, e facendo conoscere chiaramente agli uomini ciò che fino a principio i profeti ed i patriarchi avevano oscuramente promesso e indicato. Poiché è cosa manifesta che tutto ciò che Gesù Cristo fece e insegnò, in qualche modo, in Mosè e nei profeti era contenuto come in germe: tutta la economia patriarcale, profetica e mosaica era l’introduzione al regno di Cristo, era l’adombramento della sua dottrina, onde Cristo stesso appella ai profeti e a Mosè e protesta che era venuto, non a distruggere, ma sì a compiere la legge.

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat. [Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.
[O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.]

 

 

LO SCUDO DELLA FEDE (XXXVII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XXXVII.

L’ORDINE E IL MATRIMONIO.

L’ordine secondo il Cattolicesimo e secondo il protestantesimo. — I preti cattivi ed oscurantisti. — Vane obbiezioni contro il celibato dei preti. — A che servono tanti frati e tante monache? — La vita di clausura. — Perché e in che modo la Chiesa osteggia il matrimonio civile? — Perché non vuole il divorzio?

— E in quanto al sacramento dell’Ordine che crea i sacerdoti, quale diversità vi passa tra i Cattolici e i protestanti!

Una diversità grandissima. Noi cattolici lo riconosciamo vero Sacramento, istituito da Gesù Cristo; che conferisce un potere spirituale di compire o amministrare gli altri Sacramenti, e la grazia di compirli e amministrarli santamente. I protestanti invece negano che Gesù Cristo abbia istituito questo sacramento e il conseguente sacerdozio: essi si ritengono tutti sacerdoti; ma siccome ci vogliono taluni a conferire il Battesimo, a celebrare la Cena e a fare il sermone, eccetera, perciò pensano doversi a tutto ciò deputare degli individui appositi, i ministri o pastori. Così che poi riteniamo che i sacerdoti hanno un potere spirituale che viene da Dio ed è un vero potere; i protestanti invece nei loro ministri o pastori riguardano dei semplici deputati per l’adempimento degli uffici religiosi, deputati che non hanno alcun potere speciale e che sono in tutto perfettamente uguali a ciascuno dei loro correligionari.

— Se la cosa è così, la condizione dei ministri protestanti è quella di semplici ufficiali.

Precisamente: ufficiali del popolo, oppure dello Stato.

— Dunque presso i protestanti non vi è autorità religiosa.

No, e se pure vi è, è data o concessa dallo Stato, rappresentante del popolo.

— Così lo Stato domina esso la religione.

Certo. In Germania il capo della religione è l’imperatore; in Inghilterra, in Danimarca, in Svezia e Norvegia i capi religiosi sono i re, oppure anche le regine. Sono essi che stabiliscono i pastori, essi che decidono le questioni religiose, essi che determinano fede e liturgia. E così presso a poco succede tra gli Scismatici di Russia, ove lo Czar è considerato il Vescovo esterno della Santa Sinodo, ma ove in realtà egli comanda a piacimento il Corpo episcopale e gli altri Ordini del Clero.

— Per altro avevo inteso dire che l’Ordine si teneva valido presso i protestanti anglicani.

Sì, a questo proposito si fecero varie volte delle questioni. Ma nel 1896 Leone XIII

ha posto fine alle medesime con un’enciclica in cui riconfermando ciò che intorno alle Ordinazioni dei protestanti Anglicani avevano già dichiarato altri Sommi Pontefici, ha nuovamente e solennemente dichiarato, essere nulle presso gli Anglicani le Ordinazioni dei così detti Vescovi e altri ministri ecclesiastici, perché  sostanzialmente cangiato e alterato il rito, ossia la forma del Sacramento sotto il re Edoardo VI. In detta Enciclica (Apostolicæ curæ) il Papa parla altresì indirettamente dei luterani, calvinisti e di tutte le altre molteplici sette protestanti [non da escludere naturalmente il satanico modernista “novus ordo” del Vaticano II, che ha modificato integralmente in senso peggiorativo anche rispetto agli anglicani, blasfemo e sacrilego, la formula consacratoria dei non-Vescovi e non-sacerdoti, rendendo così le loro ordinazioni assolutamente invalide e … carnevalesche – ndr. -], tra le quali devonsi pure annoverare i ritualisti e puseysti. Epperò resta provato per tutti costoro, che non hanno né vescovi, né sacerdoti, né sacrificio, ma che i loro così detti vescovi e ministri non sono che semplici secolari con moglie e figli.

— Stando così le cose mi pare che non ci sia da stupirsi, se tra i ministri protestanti e preti scismatici succedano tanti disordini. Tuttavia anche tra i preti cattolici ve ne sono ben bene di quelli cattivi! di quelli ambiziosi, avari, guasti!

Che ve ne siano alcuni non lo nego, ma che ve ne siano ben bene, come dici tu e come dicono tanti altri, è assolutamente falso. Del resto, che perciò? Alla fin fine non sono uomini anch’essi di carne e di ossa come voi? E per quei pochi che vengono meno alla santità del loro carattere, non ve ne sono centinaia e migliaia che vivono da preti ottimi e zelanti? Che sacrificano i loro agi, le loro sostanze, la loro vita per dedicarsi interamente al bene spirituale ed anche temporale degli uomini, loro fratelli?

— Non avrebbero tuttavia un po’ di ragione coloro che dicono i preti essere oscurantisti, nemici della scienza e del progresso?

Come? i preti oscurantisti, nemici della scienza e del progresso! Ma forse che nella lunga serie delle scoperte, che onorano lo spirito umano, non ne siano uscite dalla testa di monaci o preti? Non sono monaci, preti e vescovi che aprirono l’America a Cristoforo Colombo? Non sono preti, vescovi e Papi che protessero l’invenzione nascente della stampa? Ed oggi ancora in tutte le scienze filosofiche, storiche, fisiche, matematiche, non vediamo figurare con onore nomi di preti? Se dovessi farti dei nomi, non la finirei così presto. Oh per chi vuol aver occhi non è difficile di vedere che il prete, tutt’altro che essere oscurantista, nemico della scienza, la coltiva alacremente e benedice di cuore le sue felici applicazioni, che chiamiamo progresso.

— Mi persuado di quanto ella asserisce. Ma ora mi dica un po’: perché si obbligano i preti al celibato? Non sarebbe meglio che si ammogliassero?

Già, anche questa, che i preti debbano restare celibi, rompe i nervi a tanti messeri. Ma forseché, a chi rifletta un po’ seriamente sul ministero sacerdotale, non si manifesti la somma convenienza del celibato ecclesiastico? Il prete di consuetudine ordinaria deve celebrare ogni giorno la santa Messa; deve predicare spesso il sacro Vangelo; deve amministrare i Sacramenti, e non solo nei tempi normali, ma eziandio in tempi di colèra, di pestilenza, e simili; deve attendere al ministero delle confessioni; e per tutto ciò, pare a te che sarebbe meglio che fosse ammogliato? Sarebbe possibile allora che compiesse i suoi uffici con quello spirito di pietà, di zelo, di carità, di sacrificio, di abnegazione che si richiede? Potrebbe ancora nell’udire le confessioni godere la fiducia dei penitenti? Questi non temerebbero sempre che avesse a tradire il segreto sacramentale con la moglie? E nel caso di qualche morbo pestilenziale esporrebbe ancora con tanta facilità la sua vita per porgere agl’infermi i conforti religiosi? Eh via, lasciamo un po’ stare i preti quali sono. Se la Chiesa fin dai primi tempi ha voluto così, ne aveva certamente i suoi buoni motivi.

— Sta bene quanto lei dice. Ma Iddio non ha detto ad Adamo ed Eva: « Crescete e moltiplicatevi »? Dunque il celibato dei preti, e così pure la verginità delle monache, è contrario alla legge divina.

Caro mio, quelle parole furono più una benedizione che un precetto. E quando pure si vogliano riguardare come tale, fu fatto ai primi uomini, dai quali dipendeva la propagazione dell’uman genere, in seguito a tutta insieme la famiglia umana, nella quale non dovrà venir meno il matrimonio, ma non a tutti e singoli. Così Dio avrebbe fatto un precetto impossibile a molti, in parecchi casi assurdo, che Gesù Cristo e gli Apostoli avrebbero trasgredito per i primi.

— Ma il celibato e la verginità non riescono di danno alla società ed alla patria, cui potrebbesi dare maggior numero di figli?

E credi tu che per uno Stato, per una società qualunque, il maggior bene sia una popolazione numerosa? Molte volte ciò può essere un vero danno, massime quando in quello Stato, in quella società mancano i mezzi di vivere, manca il lavoro, l’istruzione e simili, ragioni per cui, come talora vediamo, le popolazioni sono costrette ad emigrare in massa. Del resto perché non pigliarsela col celibato forzato degli eserciti stanziarii, fonte perenne di immoralità, col celibato che molti signori impongono ai loro servi, e soprattutto col celibato licenzioso di certa gente? Perché non pigliarsela in modo speciale colle vere cause del deperimento delle nazioni, che sono la voluttà, la scostumatezza, la libertà che si concede al vizio, eccetera, eccetera?

— Sì, ciò è verissimo. Ma dacché siamo entrati in questo campo mi permetta ancora a questo riguardo una domanda. A che cosa servono tanti frati e tante monache? Non sono gente oziosa e inutile?

Ti compatisco nel tuo linguaggio, perché so bene che, anziché i sentimenti tuoi, esprimi quelli di coloro, il cui carattere distintivo è la franchezza, la leggerezza e l’impudenza nel parlare di ciò che ignorano. Tu dunque domandi a che servono tanti frati e tante monache? Ed io ti rispondo con le parole del gran Papa, che fu Leone XIII. « Gli ordini religiosi non hanno soltanto reso, fin dalla loro origine, immensi servigi alla Chiesa: li hanno anche resi alla società civile. Hanno avuto il merito di predicare la virtù alle moltitudini tanto coll’apostolato dell’esempio quanto con quello della parola, di formare ed abbellire gli spiriti coll’insegnamento delle scienze sacre e profane, e d’accrescere anche con opere brillanti e durevoli il patrimonio delle belle arti. Mentre i loro dottori illustravano le Università colla profondità e l’estensione del loro sapere, mentre le loro case diventavano il rifugio delle cognizioni divine ed umane, e nel naufragio della civiltà salvavano da certa rovina i capi d’opera dell’antica sapienza, spesso altri religiosi internavansi in regioni inospitali, paludi o foreste impenetrabili, e là prosciugando, dissodando, sfidando tutte le fatiche e tutti i pericoli, coltivando, col sudore della loro fronte, le anime nel tempo stesso che la terra, fondavano attorno ai loro conventi ed all’ombra della croce dei centri di popolazione, che diventarono borgate o città fiorenti, governate con dolcezza, dove l’agricoltura e l’industria cominciarono e prendere sviluppo. « Quando il piccolo numero di sacerdoti od il bisogno dei tempi lo richiesero, si videro uscire dai chiostri legioni di apostoli eminenti per la santità e la dottrina, che portando valorosamente il loro concorso ai Vescovi esercitarono nella società l’azione più felice pacificando le discordie, soffocando gli odi, riconducendo i popoli al sentimento del dovere e rimettendo in onore i principii della Religione e della civiltà cristiana. – « Tali sono, indicati brevemente, i meriti degli ordini religiosi nel passato. La storia imparziale li ha registrati ed è superfluo di estendervisi più lungamente. Né la loro attività, né il loro zelo, né il loro amore del prossimo si trovano oggidì menomati. Il bene che essi compiono colpisce tutti gli occhi e le loro virtù brillano di uno splendore, che nessuna accusa, nessun attacco ha potuto appannare. – « Delle Corporazioni religiose le une, votate all’insegnamento, inculcano alla gioventù, nel tempo stesso l’istruzione, i principii religiosi, la virtù ed il dovere, sui quali riposano essenzialmente la tranquillità pubblica e la prosperità degli Stati. Le altre, consacrate alle diverse opere di carità, portano un soccorso efficace a tutte le miserie fisiche e morali negli innumerevoli asili, nei quali curano gli ammalati, gl’infermi, i vecchi, gli orfani, gli alienati, gli incurabili, senza che mai alcuna opera pericolosa, ributtante ed ingrata fermi il loro coraggio o diminuisca il loro ardore. Questi meriti riconosciuti più d’una volta dagli uomini meno sospetti, più d’una volta onorati da ricompense pubbliche, fanno di quelle congregazioni la gloria di tutta quanta la Chiesa e la gloria particolare e splendente di quella patria, che esse hanno sempre servito nobilmente e che amano con un patriottismo capace, lo si vide mille volte, di affrontare con gioia la morte ». E dopo tutto ciò ti pare ancora che i frati e le monache non servano a nulla? siano gente oziosa e inutile? In quella vece non potrebbe taluno domandare con più ragione: Che cosa fanno quei gaudenti del mondo, che abbandonano i soffici letti alle dieci del mattino e passano la vita al caffè, al teatro, al giuoco, al passatempo continuo? Costoro, si può dire che sia gente molto laboriosa ed utile?

— Ella mi ha risposto veramente a tono; ma per lo meno non sono inutili le monache di clausura?

E pare a te che sia cosa poco utile offrire a Dio la propria persona in sacrificio espiatorio per coloro che si abbandonano alla colpa, pregare e lodare il Signore per coloro che lo bestemmiano, arrestare i divini flagelli e attirare le divine benedizioni, e farsi le mediatrici della grazia e del perdono, gli angeli tutelari delle famiglie, le protettrici degli Stati? Credilo, solo al dì dell’universale giudizio si potrà riconoscere e calcolare il gran bene che fecero alla società tutte le monache di clausura.

— Ho inteso a dire tuttavia che talora se ne trovano in certi monasteri di quelle che vi stanno per forza, e che per tutte la vita passa triste e rabbiosa. In questo caso non è una tirannia il costringere queste povere donne a rimanere così sepolte vive?

Anche qui tu reciti bene la lezione dei mondani ignoranti. Mettiamo pure che qualche volta nei tempi di mezzo, in cui v’erano tanti disordini ci sia stata qualche monaca costretta a rimaner chiusa in monastero contro sua voglia e menasse vita triste e rabbiosa, come tu dici; se ne potrà perciò far colpa alla Chiesa od a qualche istituto religioso, o non si deve piuttosto ascrivere il fatto alla prepotenza di qualche padre snaturato o di qualche scellerato tiranno, che così ad ogni costo volevano? Ma oggidì poi, con questi chiari di luna, è possibile che vi siano ancora delle monache per forza! E se quelle che trovansi presentemente, come tu dici, sepolte vive, lo sono di loro spontanea volontà per rendersi vittime volontarie di amore a Dio e di espiazione per i peccati dei popoli, c’è a dire che menino vita triste, rabbiosa, e si reputino infelici! Ah! io vorrei che coloro, i quali hanno sì storte idee intorno a queste avventurate colombe, che gemono di amore tra i forami della pietra, potessero vedere da vicino la pace, la gioia, la felicità vera che esse godono, e poi capirebbero quanto grande sia il loro inganno. « Se havvi al mondo persone contente ed allegre, scrive il P. Gallerani, sono i religiosi; e ciò che più monta le comunità più strette ed osservanti sono le più giulive. Tal era fra gli altri il monastero delle Carmelitane, nel quale andò a rinchiudersi Madamigella Luisa di Francia, figlia del re Luigi XV, e se ne disse beata. Pochi giorni dopo il suo ingresso furono a visitarla le reali principesse sorelle sue. Era il tempo di pasqua, quando anche le Carmelitane interrompono il lor digiuno e le principesse curiose d’assistere alla cena della sorella scesero al refettorio. Alcune patate e un po’ di latte freddo formavano tutta la cena. Esse a tal vista sospirarono profondamente, ma Luisa rideva, e cibavasi del miglior gusto del mondo. Avvezza a portare nel secolo scarpine ben comode, quando dovette mutarle nei duri zoccoli carmelitani, se le gonfiaron le gambe sì fattamente che appena poteva camminare. Il suo letto poi, oltre che duro, era per giunta sì stretto che, nel voltarsi dormendo, le occorse più volte di dar del capo nelle pareti. Ma da queste e somiglianti avventure ella non faceva altro che trarre argomento di piacevoli celie per ricreare le sorelle. – « Credetemi, ella diceva, io sono assai più felice di quel che merito, e sotto ogni rispetto ho guadagnato venendo qui. È vero che a Versailles io avevo un buon letto, ma su quel letto io non dormiva sovente che sonni interrotti: qui invece su questo duro giaciglio, appena coricata, buona notte fino al suono della campanella. Là mi vedeva dinanzi una tavola ben servita, ma bene spesso io pativa d’inappetenza; dove qui a questa mensa sì parca io porto una fame che vale per ogni salsa. Là eran poche tre ore per far la mia toeletta, qui tre minuti son anche troppi. Là due cameriere intorno a me non bastavano: qui ho due mani che mi servono meglio di tutte le cameriere. Quanto poi alla pace dell’anima, mio Dio che differenza! Io posso ben dire con verità che un solo giorno passato nella casa del Signore mi dà più contentezza che non me ne davano mille nella mia reggia ». Cosi ella. Né si creda che fosse questo un fervor passeggero. Tutta la vita le corse così serena; talché venuto a visitarla, parecchi anni dopo, il famoso Gustavo Adolfo re di Svezia, ed avendo osservato tutto il mobile della sua cella, consistente in un crocifisso, un tavolino, una sedia e un saccone per letto, « Come, esclamò, è proprio qui che abita una principessa reale di Francia? » A cui ella « Sicuramente, rispose; ed è anche qui che si dorme meglio che alla Corte; è qui che si prende questa buona cera, che voi ora mi vedete in volto e che prima io non aveva ». Ecco l a vita triste e rabbiosa delle monache di clausura! … E questo fia suggel, che ogni uomo sganni!

— E d ora quanto al matrimonio vorrei domandarle: Perché la Chiesa si ostina a non

volerlo interamente cedere alle civili autorità?

E la Chiesa credi tu che potrebbe fare ciò senza tradire il suo dovere? Il matrimonio è anch’esso un Sacramento istituito da Gesù Cristo, e Sacramento grande, come dice S. Paolo, perché raffigura l’unione indissolubile che vi è tra Gesù Cristo e la Chiesa, sua mistica sposa. Ora poiché Gesù Cristo medesimo ha affidato la cura e l’amministrazione dei Sacramenti alla sua Chiesa, ed essa sola per l’autorità ricevuta da Gesù Cristo può mantenerli tutti e costantemente nella loro integrità e convenientemente regolarli, così essa sola può mantenere e regolare il Matrimonio nella perfezione a cui fu innalzato dal Divino Redentore; epperciò ad essa sola deve sottostare questo Sacramento come tutti gli altri. Che avverrebbe del Matrimonio se fosse abbandonato all’incostanza delle leggi civili, le quali spesso hanno origine dal capriccio e dalle passioni, e le quali cangiano secondo il mutarsi dei tempi, dei luoghi e delle persone?

— Ma nel Matrimonio oltre al Sacramento non c’è anche un contratto fra i due sposi? Regoli dunque la Chiesa il Sacramento e l’amministri a chi vuole riceverlo, lo Stato regolerà il contratto.

Ma qui sta lo sbaglio, caro amico. Perciocché non si possono separare nella pratica due cose che sgorgano da una sola e medesima causa come un solo e medesimo effetto. Vedi, nell’ordine cristiano per tal modo il contratto è congiunto al Sacramento, che non vi può essere vero e legittimo contratto per gli sposi, senza che sia perciò stesso Sacramento; giacché Gesù Cristo non ha aggiunto il Sacramento al contratto, ma il contratto stesso elevò a Sacramento, per modo che nel Matrimonio cristiano il contratto ed il Sacramento si identificano in una cosa unica ed indivisibile. È chiaro adunque, che il Matrimonio cristiano nella sua essenza e nelle sue proprietà fondamentali, che sono l’unità e la indissolubilità, non può sottostare ad altro potere che a quello della Chiesa. Invano il potere civile dice agli sposi cristiani: Io vi congiungo: in fondo alla loro coscienza congiunge un bel nulla. Invano direbbe: Io vi concedo il divorzio; voi potete separarvi; non concederebbe nulla: niuna separazione sarebbe perciò legittimata dinanzi a Dio. – E se vi hanno dei Cristiani, che non curando e fors’anche disprezzando l’insegnamento della Chiesa e il volere di Dio, nel contrarre la loro unione non facciano che il così detto matrimonio civile, dinanzi alla Chiesa e dinanzi a Dio essi non sono affatto marito e moglie, epperò si trovano in continuo stato di peccato mortale.

— Ma dunque la Chiesa nega allo Stato ogni potere sul Matrimonio?

No, amico; non esagerare le mie conclusioni. Non è questo che pretenda la Chiesa. Entrando la società coniugale nella società civile, dove può essere un elemento di prosperità o di disordine, è impossibile sottrarla all’autorità di coloro, che hanno l’ufficio di provvedere al bene ed all’ordine pubblico. Per la prosperità di una nazione, per la sicurezza delle famiglie, pel giusto ordinamento della vita sociale può essere necessario che lo Stato in cose accessorie stabilisca per i contraenti il Matrimonio delle condizioni giuste, ragionevoli e salutari, a cui il Cristiano deve sottomettersi in coscienza. Che anzi non solo il potere civile deve regolare le cose accessorie del Matrimonio, ma ei dovrebbe altresì, per rispondere esattamente al suo ufficio, esigere e tutelare la santità del Sacramento. Col che, non solo egli presterebbe concorde la mano all’autorità della Chiesa, ma favorirebbe pure sommamente la vera libertà de’ suoi dipendenti, evitando per tal modo che dalle sue leggi siano talvolta impediti di santamente regolare lo stato di loro coscienza. – La Chiesa adunque non nega alla civile autorità ogni potere intorno al Matrimonio, che anzi di certi poteri vorrebbe pel bene de’ suoi figliuoli un ben più attivo esercizio; e nello stato presente di cose vuole che i fedeli compiano il così detto atto civile per assicurare ai coniugati ed alla loro prole gli effetti civili, ma la Chiesa vuole soprattutto, e in nome di Dio comanda, che il Matrimonio sia celebrato dinanzi al suo rappresentante, il sacerdote, e i Cristiani si regolino secondo la giusta credenza che il Matrimonio è un Sacramento, il quale importa un nodo indissolubile.

— Ma perché la Chiesa vuole assolutamente che questo nodo sia indissolubile?

Perché la Chiesa non può volere diversamente dal modo che vuole Iddio. E l’indissolubilità è condizione essenziale al matrimonio, secondo l’ordinamento datogli dallo stesso Dio fìn dal principio dei tempi e rinnovato chiaramente da Gesù Cristo nel santo Vangelo, dove disse: « Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non si attenti di separare ».

— Dunque, quando pure le leggi dello Stato approvino e concedano il divorzio, non sarà mai in nessun caso possibile?

No, mai e poi mai, neppure nel caso in cui i coniugi fossero condannati a stare per sempre separati l’un dall’altro, come ad esempio se il marito fosse condannato al carcere a vita, o fosse partito per lontano paese, dal quale non intende più ritornare. Insomma per volere di Dio il Matrimonio cristiano è un vincolo indissolubile e nessun pretesto avrà forza di romperlo. Il divorzio che si attenta di farlo non è che un orribile mostro, che senza riuscirvi, con la sua immonda bava ne avvelena l’intima vita, cagionandone spaventosi ed indicibili mali. Ma di questo basti così.

— E basti pure, perché neppur io ricerco altro.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VIII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

La Città del bene e la Città del male.

CAPITOLO VII.

(seguito del precedente)

Nuove prove della riparazione del male e della possibilità della salute per tutti gli uomini — Dottrina cattolica: la circoncisione, la fede, il Battesimo — Qual fede è necessaria alla salute ed alla remissione del peccato originale — Dottrina di sant’Agostino e di san Tommaso — Dei fanciulli morti prima di nascere — Degli adulti — Riassunto delle prove e delle risposte.

« La teologia cattolica insegna, che esser salvo, vuol dire essere incorporato in Gesù Cristo, novello Adamo. Anco innanzi l’Incarnazione del Verbo e sino dall’origine del mondo, la salvezza non è stata possibile che a questa condizione. È scritto: sotto il cielo non v’è altro nome dato agli uomini per salvarsi. Ma gli uomini erano innanzi l’Incarnazione incorporati a Gesù Cristo con la fede alla sua futura venuta. Il segnale di questa fede fu la circoncisione. E innanzi a questa erano gli uomini incorporati a Gesù Cristo mediante la fede sola e mediante il sacrificio, segnale della fede degli antichi padri. Dopo il Vangelo, fu mediante il Battesimo. Questo stesso Sacramento non è stato dunque sempre necessario alla salvezza; ma la fede di cui il Battesimo è il segno sacramentale è stata sempre necessaria. » […. Et ideo licet ipsum sacramentum baptismi non semper fuerit necessarium ad salutem; fìdes tamen, cujus baptismus sacramentum est, semper necessaria fuit. S. Th. III, p. q. LXVIII, art.1, corp.]. – Si vede dunque che la circoncisione non era altro che un segno locale e passeggero. Esso, come esclusivamente proprio della stirpe giudaica non era punto obbligatorio per gli altri popoli. La stessa applicazione non si estendeva che ai figli e non alle figlie degli Ebrei. Le nazioni straniere alla posterità d’Abramo, riguardo all’espiazione del peccato originale, rimanevano come gli ebrei stessi, rispetto alle figlie, sottomesse alla condizione primitiva della legge di natura, alla fede cioè manifestata per mezzo del sacrificio. – « Il tempo anteriore al Messia e il tempo posteriore, dice un dotto commentatore di san Tommaso, sono tra loro come l’indeterminato al determinato. Prima della circoncisione, per rimettere il peccato originale non eravi alcun sacrificio determinato, né quanto alla materia, né quanto al tempo, né quanto al luogo. I genitori potevano, a questo fine, offrire il sacrificio ch’essi volevano, quando volevano, e dove volevano. La circoncisione determinò la natura e il tempo del sacrificio, pel quale i figli degli Ebrei dovevano essere purificati dalla macchia originale. – « L’ottavo giorno dopo la nascita, era fissato per questa purificazione, che non poteva essere anticipata. Se prima di quest’epoca, eravi pericolo di morte, i genitori erano ritornati nelle condizioni della legge di natura e potevano purificare il fanciullo con un altro mezzo. Il che fa dire a san Tommaso : « Come avanti l’istituzione della circoncisione la sola fede al Redentore futuro bastava per purificare i fanciulli e gli adulti, così era del pari dopo la circoncisione. Soltanto, innanzi di essa, non si pretendeva nessun segno speciale, come testimonianza di questa fede. È però probabile che in favore dei neonati in pericolo di morte, i genitori fedeli offrissero alcune preghiere al Signore, o adoprassero certa benedizione, o qualche altro segno di fede, » come gli adulti lo facevano per se medesimi e come veniva praticato per le figlie, che non erano soggette alla circoncisione. » [Viguier, Instit., c. xv, § 2, vers. S, p. 468]. Qual è questa fede, che presso i Giudei anteriormente alla circoncisione, e presso i Gentili, fino al angelo, bastava per incorporare gli uomini al secondo Adamo? Essa consisteva essenzialmente nella credenza più o meno esplicita di un vero Dio, redentore del mondo: credenza manifestata da un segno esteriore, come sacrificio, benedizione, preghiera. [S, Th. la 2æ p. CLXXIV, art. 6, corp.]. Ora, chi potrebbe provare che questa fede imperfetta non l’avesse Iddio conservata presso i pagani al grado sufficiente per la salute? Per ciò che riguarda l’esistenza di un solo Dio, sant’Agostino dice: « Le nazioni non sono giammai cadute tanto a basso nell’idolatria da avere esse perduto la nozione di un solo vero Dio creatore di tutte le cose. » [Gentes non usque adeo ad falsos Deos esse delapsas, ut opinionem omitterent unius veri Dei, ex quo est omnis qualiscumque natura. Contr. Faust, lib. XX, n. 19; id,, Lactant De errore.] – Quanto a Dio redentore, Signor nostro, non è egli chiamato il desiderato da tutte le nazioni?[Agg. II, 8]. Non si desidera ciò che non si conosce, e ciò di cui non abbisognarne. Tutte le nazioni dell’antico mondo, i Gentili come pure gli Ebrei, con la consapevolezza della loro caduta, avevano dunque la fede nel futuro Redentore. Ascoltiamo intorno a questa consolante verità, l’incomparabile san Tommaso. Dopo aver ricordato che Dio vuole la salute di tutti gli uomini, aggiunge: « Ora, la condizione necessaria della salute, è l’incarnazione del Verbo. Bisognava dunque che il mistero dell’Incarnazione fosse in qualche modo conosciuto in tutti i tempi e da tutti gli uomini. Questa conoscenza però, ha variato secondo i tempi e le persone. Adamo innanzi di peccare, ebbe la fede esplicita del mistero dell’Incarnazione in tanto che destinato alla consumazione della gloria eterna, ma non in quanto destinato alla liberazione dal peccato, mediante la passione del Redentore…. « Dopo il peccato, il mistero dell’Incarnazione fu creduto con una fede esplicita, non solamente quanto all’Incarnazione del Verbo, ma ancora quanto alla passione ed alla resurrezione, che dovevano liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Altrimenti gli uomini non avrebbero anticipatamente figurata la passione di Gesù Cristo mediante sacrifici, tanto innanzi che dopo Mosè. – I più istruiti conoscevano perfettamente il significato di questi sacrifici. Gli altri credendo questi sacrifici istituiti dallo stesso Dio, avevano per mezzo loro una conoscenza velata del futuro Redentore. Questa conoscenza più oscura nei remoti tempi, divenne più chiara via via che il Messia si avvicinava. « Se si tratta dei pagani, la rivelazione del mistero dell’Incarnazione fu fatta ad un gran numero. Testimone fra gli altri, Giobbe, che dice: Io so che il mio Redentore è vivo. Testimone la Sibilla citata da sant’Agostino. Testimone quell’antica tomba romana, scoperta sotto il regno di Costantino e dell’Imperatrice Irene, in cui trovossi un uomo che aveva una lamina d’oro sul petto con questa iscrizione: Cristo nascerà da una vergine, ed io credo in lui. O sole, tu mi rivedrai sotto il regno di Costantino e di Irene. Se vi ebbero di quelli che furono salvati senza questa rivelazione, non lo furono però senza la fede del mediatore. Certo, essi non ebbero la fede esplicita, ma ebbero quella implicita nella divina Provvidenza, credendo che Dio fosse il liberatore degli uomini, con mezzi ad esso noti e manifesti a coloro, che il di lui Spirito aveva degnato ammaestrarne. » – Trovasi inoltre in tutte le epoche e sotto tutti i climi, l’uso dei sacrifici, delle purificazioni, delle adorazioni, delle preghiere conservate presso i popoli pagani come presso gli Ebrei. Chi potrebbe affermare che ognuno di questi atti, manifestazione di una fede qualunque, non avesse in ogni circostanza una relazione più o meno compresa, tra l’espiazione del peccato in generale e il peccato originale in particolare? Non trovasi egli scritto del centurione Cornelio tuttora pagano, che le di lui preghiere e le sue elemosine erano accette a Dio? (Act. X, 31). Parlando ai pagani del tempo suo, sepolti nella più rozza idolatria, Tertulliano non dice ad essi: « Nella prosperità voi fissate i vostri sguardi al Campidoglio, ma nell’avversità, voi gli alzate al cielo, dove sapete che risiede il vero Dio? » Sarebb’egli pure di una necessità invariabilmente assoluta, che il fanciullo fosse nato per trar benefìcio dalla fede dei suoi genitori? « È vero, risponde un gran teologo, che in nessun luogo si legge che tali sacrifici siano stati offerti o ricevuti per i bambini tuttora nel seno materno. Cosi in virtù di un ordine provvidenziale, legalmente stabilito, nessun bambino prima di nascere, non ha mai ottenuto con sacrifici esteriori, la remissione del peccato originale. Parecchi hanno ricevuto questa grazia per uno special privilegio, come Geremia e san Giovan Battista. Tuttavia non dobbiamo disapprovare né le preghiere, né i voti, né le buone opere esterne dei genitori, per i loro figli nati o da nascere, e che si trovano in pericolo di morte. Imperocché Iddio non ha incatenato la sua onnipotenza ai sacramenti. « Possono essi dunque pregare, affinché Egli si degni nell’infinita sua misericordia condurli al battesimo, o rimetter loro il peccato originale. Allora Iddio che è infinitamente buono, potrà salvarli. Ciò sarà non in virtù di una legge, ma unicamente per grazia. Perciò, senza una rivelazione, non bisogna affermare ch’essi siano salvi, e il corpo loro non deve essere sepolto in terreno sacro, » (Viguier, c. xv, § 2, vers. 8, p. 467-458). Fin dove si estendeva e fin dove si estende ancora questa possibilità della salute per gli infanti sopraccitati, come per gli altri, mediante le preghiere, le opere buone, i sacrifici, la fede, insomma, dei genitori tuttora idolatri? Chi può ancora qui rispondere? Tutti questi dubbi e altri pure che possono, senza offendere l’insegnamento cattolico, essere risoluti nel senso della misericordia, permettono di diminuire, forse infinitamente più che non si creda, il numero dei soggetti, e soprattutto delle vittime eterne dello Spirito maligno. Se ella ne avesse bisogno, questo solo basterebbe per giustificare, agli occhi di ogni uomo imparziale, l’infinita sapienza, e l’infinita bontà dell’eterno amatore delle anime, specialmente di quelle dei bambini. – Venendo agli adulti nati nell’antico paganesimo Egiziani, Assirii, Persi, Greci, Romani, Galli, tutti avevano per sottrarsi all’impero di satana, la conoscenza essenziale della legge primitiva; la grazia per adempirla o per pentirsi d’averla violata; finalmente il Battesimo dì desiderio; il che basta alla salute. Ascoltiamo ancora san Tommaso. Pigliando l’esempio il più decisivo, quello di un selvaggio nato in mezzo alle foreste, e che non ha mai sentito parlare del Battesimo, il gran dottore insegna una dottrina seguita da tutta la scuola. Egli dice che: « Se al momento in cui si sveglia la sua ragione, questo selvaggio si volge verso un fine onesto, Iddio gli concede la grazia, e il peccato originale vien cancellato. Se egli non persevera, gli rimane il rimorso, di modo che nell’una e nell’altra ipotesi, questo povero selvaggio, l’ultimo degli esseri umani, non sarà dannato altro che per sua colpa.1 » (Viguier, Institutiones7 c. xvi, p. 483). – Tali erano generalmente i mezzi di salute dati ai pagani prima della venuta del Redentore. L’incarnazione, mistero d’infinita misericordia, ha forse reso peggiore la condizione degli infedeli d’oggidi, posti nelle stesse condizioni di quelli antichi? Chi oserebbe pretenderlo? Da queste spiegazioni derivano rigorosamente i seguenti corollari;

l°. Se la maggior parte degli abitanti del globo non hanno mai appartenuto all’impero visibile dello Spirito Santo, o come parla la Teologia, al corpo della Chiesa; nessuno può provare che un solo vi sia stato, o vi sia ancora, nell’impossibilità assoluta di appartenere all’impero invisibile dello Spirito Santo, che appellasi l’anima della Chiesa, il che basta per essere salvo. La ragione ne è, che se noi conosciamo i mezzi esteriori pei quali Iddio applica agli uomini i meriti del Redentore, gli innumerevoli mezzi interiori ci sfuggono; e noi dobbiamo dire con Giobbe: « Benché voi gli nascondiate nell’intimo del vostro cuore, io so però che voi vi ricordate di tutto ciò che respira.1 » (Giob. X, 13).

2° Se, a malgrado questa deduzione, la moltitudine dei sudditi di satana rimane cosi considerevole, bisogna imputarlo, non a Dio, ma al libero arbitrio dell’uomo. – Ora nessuno può provare che Iddio abbia dovuto creare l’uomo impeccabile, o che la maggior parte degli uomini abbiano la volontà seria di salvarsi.

3° È bene stabilito che la prescienza di Dio non offende in nulla la liberta dell’uomo, e che Dio non è per niente nel male che l’uomo si è fatto vendendosi al demonio; tanto meno il padre del prodigo nelle vergogne e nelle miserie del suo figlio ribelle. Iddio non è intervenuto se non che per prevenire il male, per contenerlo e per ripararlo. Se il libero arbitrio dell’uomo non vi mettesse ostacoli, la stessa riparazione sorpasserebbe la rovina in profondità ed in estensione.

4° Iddio vuole la salute di tutti gli uomini, niuno eccettuato. La salute, è il godimento eterno di Dio mediante la visione beatifica. Iddio lo vuole di una volontà seria, poiché Egli riserba eterni supplizi a coloro che non l’avranno raggiunta. Egli ha dunque procurato a tutti gli uomini in tutti i tempi, i mezzi di salvarsi, cosicché nessuno sarà dannato se non per propria colpa.

5° Il sapere poi come in certi casi particolari questi mezzi di salute sono applicabili e applicati, quest’è l’incognita del problema. Ora, in domma come in geometria, sciolta o no, l’incognita esiste nondimeno. – Una cosa resta dunque matematicamente certa: ed è, che a malgrado delle misteriose tenebre in cui Egli ravvolge i secreti della sua misericordia, Iddio, essendo la potenza, la sapienza e la infinita bontà, non farà torto a nessuno. Tale è il soave guanciale su cui dormono in pace, e la fede del Cristiano e la ragione dell’uomo, capace di legare due idee: In pace in idipsum dormiam et requiescam. – Dinanzi a questi schiarimenti, per quanto incompleti possano essere, sparisce la difficoltà che abbiamo da risolvere; e con essa l’inquietudine che poteva porre negli spiriti. Niente impedisce dunque di continuare il nostro cammino, e di passare allo studio profondo delle due Città.

CONOSCERE SAN PAOLO (26)

CONOSCERE SAN PAOLO (26)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (2)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

II. LA TEOLOGIA PAOLINA IN GERME.

1. IL CRISTO STA NEL CENTRO. — 2. NON PRECISAMENTE IL CRISTO MORENTE. — 3. MA IL CRISTO SALVATORE. — 4. COMPENDIO SINOTTICO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Se per comprendere la Città di Dio di sant’Agostino o il Discorso sopra la storia universale di Bossuet, bisogna essere penetrati della tesi che questi due sommi ingegni svolgono con tanta magnificenza, non è meno necessario, per leggere con frutto san Paolo, esaminare attentamente i principi direttivi del suo pensiero. Nelle opere dell’ingegno, come nelle creazioni dell’arte o negli spettacoli della natura, vi è sempre un punto fuori del quale le proporzioni rimangono deformate, e le prospettive si presentano male. Questo punto centrale che irradia in tutte le direzioni, che imprime al tutto unità, coesione e armonia, e che non si può spostare senza turbare tutta l’economia dell’opera, è quello che sì chiama l’idea dominante. Pensatore di prim’ordine, dialettico forte, mente filosofica capace di coordinare insieme fatti disparati, di percepirne i rapporti nascosti, di unificarli con un lavoro di vigorosa sintesi, Paolo, dovette mettere nei suoi scritti un piccolo numero di idee dominanti, forse una sola, ed è certo che questa idea, una volta che sia conosciuta, sarà il filo conduttore della sua dottrina. Una prima esplorazione a volo d’uccello in questo campo immenso, è bastata a convincerci che il centro ne è il Cristo: tutto converge a questa parte; tutto parte di là e tutto riconduce là. il Cristo è il principio, il mezzo e il fine di tutto. Nell’ordine naturale, come nell’ordine soprannaturale, tutto è in Lui, tutto è per mezzo di Lui, tutto è per Lui. La più semplice operazione di aritmetica ci conferma in questa impressione. Lasciando da parte l’Epistola agli Ebrei, il nome del « Signore » cade dalla penna di Paolo circa duecentottanta volte; il nome di « Gesù » duecentoventi; il nome del « Cristo » quasi quattrocento volte. Se quasi a ogni linea delle sue lettere scrive uno dei nomi del Salvatore, è perché egli dirige tutto verso questo punto che è la mira dei suoi pensieri e delle sue adorazioni. Si apra a caso il libro delle sue Epistole, e l’occhio cadrà infallantemente sopra un’allusione alla natura o all’opera o alla mediazione dell’Uomo-Dio. Ogni tentativo di capirne un passo qualunque, facendo astrazione dalla persona di Gesù Cristo, cadrebbe certamente invano. È questo appunto che dimenticano i teologi i quali mettono come base della dottrina di Paolo o la nozione metafisica di Dio, o la tesi astratta della giustificazione mediante la fede, o il contrasto psicologico tra la carne e lo spirito. I primi sono ingannati da un’illusione ottica: essendo il pensiero ebraico profondamente religioso, l’idea di Dio riempie tutta la Bibbia; perciò per san Paolo, come per tutti i suoi compatrioti, Dio è la prima sorgente, la provvidenza universale, il fine ultimo di tutti gli esseri: non si fa nulla senza la sua iniziativa, non arriva nulla se non per mezzo di lui. Sotto questo aspetto, la teodicea di Paolo, poco differisce da quella d’Isaia, o di san Giovanni: essa è un’eredità della rivelazione antica e il patrimonio comune degli Israeliti. Ora non già nei punti di contatto, ma bensì nelle divergenze si deve cercare il pensiero intimo di un autore e l’idea madre di un’opera (Findlay).Per un’altra ragione, non si può accettare come base della dottrina di san Paolo la giustificazione mediante la fede. Questa è una tesi ispirata dalla controversia e che deve la sua importanza alla polemica giudaizzante. Terminata la controversia, san Paolo sembra che se ne dimentichi o che non se ne occupi più: prova sicura, che non costituisce la base della sua teologia, almeno nella forma acuta che le venne impressa dalla lotta contro avversari irreconciliabili. Ecco la cosa che Lutero non capì, quando di questa tesi pretese di fare la quintessenza del vangelo e il palladio del protestantesimo. Il dualismo psicologico messo innanzi da certi scrittori razionalisti dei nostri giorni, sarà quello che ci darà la chiave della teologia di san Paolo? Impotenza dell’uomo in faccia al bene che ama, dominio del peccato che la Legge provoca invece di frenare, desiderio istintivo di una giustizia che deriva dalla sola fede e che le debolezze individuali non possano ostacolare, sentimento intimo che il Cristo basta a saziare tutte le aspirazioni dell’anima nostra: tali sarebbero gli articoli fondamentali di questo vangelo. In tal modo, si dice, la teologia di san Paolo è il frutto maturo della sua esperienza religiosa; egli non è debitore a nessuno, ma la deve soltanto a se stesso, oppure per parlare col suo linguaggio, allo spirito del Cristo; nel suo pensiero, così prima come dopo la conversione, vi è unità e continuità; tutto si spiega senza l’intervento incomodo del soprannaturale. Noi invece: abbiamo veduto che questo non spiega proprio nulla, né la conversione né tutto il resto. Sarebbe mai verosimile che Paolo riduca il suo vangelo a un’ipotesi filosofica proprio lui che per la sapienza umana sente soltanto compassione e sdegno? Si può ammettere che egli formuli la sua idea dominante in un passo unico il cui senso è controverso? (Rom. VII). No, non vi è né l’uomo né Dio al centro della teologia di san Paolo, ma vi è il Cristo. La sua dottrina non è un corollario della sua antropologia o della sua teodicea; essa ha come punto di convergenza il mediatore unico tra Dio e gli uomini.

2. Siccome la mediazione del Cristo altro non è, in altri termini, che la sua qualità di Redentore, e il Redentore tale non è se non per la sua croce, un gran numero di teologi, anche tra quelli che all’occasione difendono un altro sistema, vedono nel verbum crucis la pietra angolare del vangelo di Paolo: « Il fatto della morte di Gesù diventa così il centro di tutto il sistema paolino. Il Cristianesimo dell’Apostolo si riassume nella persona del Cristo; ma questa stessa persona non acquista tutta la sua importanza redentrice se non al momento della sua morte sopra la croce (Sabatier).,« L’idea è seducente, tanto più che le formali dichiarazioni di Paolo ci spingono su questa pista: « O Galati insensati, scrive egli a certi neofiti vacillanti, chi dunque ha potuto affascinare voi, quando davanti ai vostri occhi fu esposto il Cristo inchiodato alla croce? (Gal. III, 1) ». Egli aveva esposta, pubblicata dinanzi agli occhi dei Galati, l’immagine del Crocifisso; egli aveva loro fatto una pittura così viva e così straziante di Gesù in croce, che non poteva capire come mai avessero potuto staccarne lo sguardo; se essi lo tenevano fisso sopra quell’immagine insanguinata, l’incanto del fascinatore non avrebbe potuto nulla su loro. È certo che la predicazione della croce, aveva sempre, nelle sue prime istruzioni, un’importanza grande: « Io non volli sapere altro, in mezzo a voi, che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso (I Cor. II, 2) ». Gesù Cristo è il tema generale della sua predicazione; Gesù Cristo crocifisso è l’argomento speciale. Se egli mette sempre come base il mistero della croce, non ci dà diritto di cercare in esso la sostanza del suo vangelo e l’idea generatrice della sua teologia? – Queste ragioni sono più speciose che solide. Affinché Gesù Cristo ci salvasse per mezzo della croce, bisognava che il dramma della redenzione si svolgesse in un certo punto dello spazio e del tempo, nel momento in cui gli Ebrei avevano perduto l’autonomia e il diritto della spada, sotto la dominazione romana che riservava ai popoli soggiogati quella pena infamante. Ora, benché nei disegni di Dio non vi sia nulla di fortuito, è forse verosimile che san Paolo leghi a una circostanza accidentale di luogo e di tempo la sua teoria capitale della salvezza degli uomini? L’Apostolo, si dice, non volle sapere altro che Gesù Cristo crocifisso. Questa infatti è una sua affermazione, ma egli vi mette due limitazioni. Una è contenuta nelle parole « in mezzo a voi » e dipende dalle condizioni speciali del suo apostolato in Corinto. Dopo l’insuccesso di Atene, aveva capito che bisognava presentare ai Greci cavillosi e frivoli il mistero della croce nel suo realismo sconcertante; forse, in un ambiente diverso, avrebbe adoperato un altro metodo. La seconda limitazione nasce dalla sua intenzione polemica: gli si fa il rimprovero di ignorare o di trascurare la sapienza, ed egli risponde che la sua sapienza, la sola che sia giovevole a loro e che essi siano in grado di comprendere, è la croce, oggetto di scandalo per gli Ebrei, oggetto di stoltezza per i Greci. Il paradosso sta nell’opporre la stoltezza della croce alla sapienza del secolo e nel dimostrare che Dio trionfa della sapienza con la stoltezza; ma l’Apostolo non ci dà il diritto di conchiudere anche che il verbum crucis porti in germe tutto il suo insegnamento. A dire il vero, la morte del Cristo considerata in se stessa, indipendentemente da ciò che le dà il suo significato e il suo valore, sarebbe senza effetto sopra la nostra salvezza: per se stessa, invece di essere lo strumento della redenzione, sarebbe il delitto supremo dell’umanità, il quale sembrerebbe dover esigere una nuova redenzione. Essa è meritoria per il Cristo e salutare per noi, solamente in quanto è, da parte del Figlio di Dio, un atto di riparazione e l’incoronamento di una vita di obbedienza. Per conferire alla morte di Gesù un valore redentore, è necessario includervi un elemento che la metta in relazione con Dio, con gli uomini e con lo stesso Salvatore: col Salvatore che l’offre, con Dio che l’accetta, e con gli uomini che ne godono i benefizi: soltanto a questa condizione essa è gradita a Dio e ce lo rende propizio. Un motivo più grave di non fermarci alla morte del Cristo per mettere in essa l’idea madre della teologia paolina, è che agli occhi di Paolo la morte del Cristo è inseparabile dalla sua risurrezione senza la quale, sotto l’aspetto soteriologico, essa è incompleta. Quando l’Apostolo riassumeva il suo vangelo ai neofiti di Corinto, diceva loro: « Vi ho trasmesso prima di tutto quello che io stesso ho ricevuto, che il Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu seppellito e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (I Cor. XV, 3-4) ». – Questo è ciò che egli insegnava in Antiochia di Pisidia, in Atene e dovunque (Act. XIII, 29-30; XVII, 31; XXVI, 23, etc.). La morte del Cristo non andava mai disgiunta dalla risurrezione, perché l’una è il complemento e il corollario dell’altra. – Non soltanto la risurrezione gloriosa era dovuta al Salvatore a titolo di ricompensa, ma Dio doveva a se stesso la risurrezione del Figlio per sigillare la sua missione e per sanzionare la sua opera. La morte di Gesù, non essendo il pagamento di un debito personale, non ha in se stessa la sua finalità: « Dio dunque lo ha risuscitato, perché era impossibile che la morte lo trattenesse sotto il suo dominio (Act. II, 24) ». Perciò, non contento di affermare che il Cristo « è morto e risuscitato per noi », san Paolo non esita a scrivere queste parole il cui senso naturale, mette in subbuglio certi esegeti: « Fu dato a morte per i risuscitato per la nostra giustificazione (Rom. IV, 25) ». Dal che la risurrezione del Cristo fa parte integrante dell’opera redentrice.

3. Tuttavia l’idea complessa « Gesù morto e risuscitato per noi » non è ancora la formola che cerchiamo. Oltre al non essere abbastanza speciale di Paolo, essa esprime soltanto il lato oggettivo della nostra salvezza; ora l’Apostolo non separa mai i due aspetti della redenzione. Non occorre compulsare tutte le Epistole; basta osservare che se Gesù Cristo muore per noi, muore per farci morire misticamente, e che se risuscita per noi, risuscita per farci risuscitare moralmente con lui. Si unus prò omnibus mortuus est, ergo omnes mortui sunt (II Cor. V, 15). È poi cosa affatto indifferente il presentare questa idea sotto forma di proposizione condizionale, col testo greco accettato e con la Volgata, oppure sotto la forma di entimema, con le edizioni critiche; poiché in un modo o nell’altro, la nostra morte mistica appare egualmente bene come la conseguenza necessaria della morte del Cristo. Vi è di più: « Se siamo morti col Cristo, noi crediamo che vivremo anche con lui (Rom. VI, 8) ». La nostra risurrezione è contenuta nella risurrezione stessa del Salvatore, come la nostra morte è racchiusa nella sua morte. – Si trova in san Paolo una lunga serie di parole nuove, la maggior parte delle quali non si possono tradurre in altra lingua se non con un barbarismo o con una perifrasi. L’Apostolo le ha create o rinnovate per dare un’espressione grafica all’ineffabile unione dei Cristiani col Cristo e nel Cristo. Tali sono: soffrire con Gesù Cristo, essere crocifissi con Lui morire con Lui, essere sepolti con Lui, risuscitare con Lui, vivere con Lui, essere vivificati con Lui, partecipare alla sua forma, partecipare alla sua gloria, sedere con Lui, regnare con Lui, essere associati alla sua forma, associati alla sua vita, coeredi. Vi si possono aggiungere compartecipe, concorporale, coedificato e alcune altre ancora che non esprimono direttamente l’unione dei Cristiani con il Cristo, ma indicano l’intima unione dei Cristiani tra loro nel Cristo. L’esame di questi curiosi vocaboli ci suggerisce tre osservazioni importanti:

— la nostra unione mistica col Cristo non si estende fino alla vita mortale Gesù; essa nasce soltanto nella passione, quando Gesù Cristo inaugura la sua opera redentrice; ma da quel momento essa è continua, e la comunicazione di idiomi tra i Cristiani e il Cristo è ormai completa. — Se poi risaliamo fino alla sorgente di questa unione di identità, vediamo che essa esiste di diritto e in potenza al momento in cui il Salvatore, operando in nome o a vantaggio dell’umanità colpevole, muore per noi e ci fa morire con Lui, ma che si effettua di fatto e in atto in ciascuno di noi, quando la fede e il Battesimo ci innestano sopra il Cristo morente e ci associano alla sua morte. — L’autore di tale unione è unicamente Dio stesso che, rivestendoci della forma e degli attributi del Figlio suo prediletto, ci riconosce come figli adottivi e ci tratta poi come coeredi di Gesù. Così noi ricadiamo in quello che vi è forse di più personale e di caratteristico nella teologia di san Paolo: voglio dire la formola In Christo Jesu, che abbraccia tutta la redenzione, dalla sua prima idea nell’intelligenza divina e dalla sua esecuzione potenziale al Calvario, fino alla sua realizzazione successiva in ciascuno di noi e alla sua consumazione finale nell’eternità. Dio ci ha eletti e predestinati nel Cristo; nel Cristo Egli riconciliava a sé il mondo; nel Cristo noi nasciamo alla grazia; nel Cristo noi vi cresciamo e vi perseveriamo; nel Cristo ancora noi saremo vivificati, risuscitati, glorificati. Ma non è questo precisamente l’oggetto del mistero che, come abbiamo veduto, è la pietra angolare del vangelo di Paolo? Tra la comunicazione di idiomi accennata poc’anzi, la formola In Christo Jesu e il contenuto del mistero regnano i rapporti più stretti e più costanti: non sono tanto tre verità distinte, quanto piuttosto tre aspetti particolari di una medesima verità, la redenzione per mezzo del Cristo e nel Cristo: il mistero la considera sotto l’aspetto di Dio che ne prende l’iniziativa e ne conserva il segreto; la comunicazione degli idiomi la considera sotto l’aspetto dell’uomo che se ne appropria i benefizi e ne raccoglie i frutti; la formola In Christo Jesu, la comprende nella persona stessa del Mediatore. In ogni modo, la teologia di Paolo è una soteriologia. Ma come potremo darle un’espressione abbastanza comprensiva da non omettere nulla di essenziale, e abbastanza breve da evitare ogni sovraccarico inutile? Forse la formola seguente, nonostante la sua imperfezione, sarebbe abbastanza esplicita, a condizione che sia ben precisato il valore dei termini: « Il Cristo Salvatore che associa ogni credente alla sua morte e alla sua vita ». Il Cristo Salvatore definisce la persona del Redentore; è il Messia, l’inviato, l’agente e il mandatario di Dio, il pontefice dell’umanità colpevole, il nuovo Adamo incaricato da Dio di riparare l’opera del primo. — Ogni credente specifica l’oggetto della redenzione, universale in potenza, senza distinzioni, senza esclusioni, senza privilegi; e nel tempo stesso indica la condizione essenziale della salvezza, la fede. — L’unione alla morte e alla vita del Cristo riassume il disegno della redenzione, concepito dal Padre da tutta l’eternità, eseguito nel corso dei secoli dal Figlio che, facendosi solidale con noi e unendoci a sé con un vincolo d’identità mistica, fa passare sopra di sé quello che è nostro, e sopra di noi quello che è suo.

4. Se siamo riusciti a fissare il vero centro della dottrina di san Paolo, sembra che ci dobbiamo mettere sul Calvario e di là come da un osservatorio elevato, contemplare anzitutto sotto tutti i suoi aspetti il mistero della nostra salvezza: la missione del Salvatore, l’efficacia della morte redentrice, gli effetti immediati della redenzione; poi gettare uno sguardo sopra gli avvenimenti che sono come il preludio del gran dramma, e un altro sguardo sopra la serie dei fatti che ne preparano lo svolgimento. Ma questo modo di procedere, per quanto sembri razionale, non è applicabile in pratica. L’opera della redenzione, condizionata dalla storia della caduta, non si spiega se non alla luce dei disegni divini e non si comprende se non in funzione della persona del Redentore. Bisogna dunque anzitutto esaminarne quella che si potrebbe chiamare la preistoria, cioè lo stato dell’umanità decaduta e i disegni di Dio sopra di lei, poi l’origine, le relazioni, la qualità di colui che assume l’incarico di salvare il mondo. Così pure le conseguenze della redenzione comprendono due ordini di benefizi disparati che non conviene mescolare insieme: voglio dire i canali stabiliti da Dio per versare sopra le anime gli effluvi del sangue redentore, e i frutti di salute che germogliano da questo succo divino. Perciò, fatta astrazione dalle suddivisioni che la natura dell’argomento impone o suggerisce, la teologia di san Paolo prende la seguente forma schematica:

I . Preistoria della redenzione.

1. L’umanità senza il Cristo.

2. L’iniziativa del Padre.

II. La persona del Redentore.

1. Il Cristo preesistente.

2. Relazioni del Cristo preesistente.

3. Gesù Cristo.

III. L’opera della redenzione.

1. La missione redentrice.

2. La morte redentrice.

3. Gli effetti immediati della redenzione.

IV. I canali della redenzione,

1. La fede e la giustificazione.

2. I sacramenti.

3. La Chiesa.

V. I Frutti della redenzione,

1. La vita cristiana.

2. I novissimi.

Invece di trovarsi al primo posto, come forse si aspettava, l’idea centrale occupa proprio il centro. Si sale gradatamente fino al fatto dell’insegnamento dottrinale per ridiscenderne poi il pendio. L’economia della redenzione si svolge così nel passato e nell’avvenire in un quadro cronologico le cui lontane prospettive non mancano affatto di armonia.

(Continua …)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (1)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

IL VANGELO DI PAOLO.

-1. NOZIONE GENERALE. — 2. IL VANGELO DI PAOLO E IL MISTERO DEL CRISTO. — 3. ELEMENTI DEL PAOLINISMO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Si vuole intendere, per paolinismo, l’insegnamento del Dottore dei Gentili, considerato nei suoi caratteri particolari e nel suo concatenamento organico. Siccome questa parola risponde a un’idea giusta ed è in certo modo necessaria, crediamo che convenga conservarla purgata però dalle sue scorie razionalistiche. Le differenze di tono, d’idee, di stile, che danno agli scrittori sacri la loro fisionomia particolare e la loro individualità, colpirono fin da principio gli storici e gli interpreti: basta, per convincersene, rileggere le prefazioni nelle quali san Gerolamo caratterizza i profeti, e le pagine di sant’Ireneo, di Eusebio e degli altri Padri, sul simbolismo dei quattro animali di Ezechiele, applicato agli Evangelisti. Bastava infatti aprire gli occhi per constatare che il Libro della Sapienza non somiglia all’Ecclesiaste, che il quarto Vangelo ha forma ben diversa da quella dei tre Sinottici, e che san Giacomo non si mette dallo stesso punto di vista di san Paolo. Questi da principio con la sua predicazione fa nascere un certo stupore in una frazione della comunità cristiana: se non gli viene contestato il diritto di predicare ai Gentili, si è però sorpresi che venga dispensato dalla Legge mosaica: il caso fu giudicato tanto grave, da venire deferito al giudizio degli Apostoli e della Chiesa madre di Gerusalemme. Qui Paolo vinse la sua causa; ma la sua vittoria non lo mise al riparo dalle calunnie e dalle ostilità alle quali fu esposto per tutta la vita. Molto tempo dopo, gli anziani di Gerusalemme si sentirono turbati da tali accuse, e Paolo, consigliato da loro, credette bene di mostrare con i fatti il suo rispetto sempre mantenuto verso le istituzioni religiose della sua nazione. Questo non dimostra affatto che Paolo abbia ingegnato una dottrina sua propria, né che vi sia stata, nella Chiesa primitiva, cattedra contro cattedra, o altare contro altare; ma è per lo meno un segno, che non tutti i predicatori del Vangelo davano la stessa importanza all’abolizione della Legge, alla libertà dei Gentili e alla loro perfetta eguaglianza con gli Ebrei, e non ne parlavano con lo stesso entusiasmo: altrimenti le discussioni, i dissensi, i malintesi, invece di perpetuarsi, sarebbero stati troncati alla radice. – Non vi sono già due Vangeli, due messaggi di salute: il vero Vangelo, il solo, è quello che Paolo va insegnando d’accordo con tutti gli Apostoli (I Cor. XV, 11). Anatema a chiunque ne predichi un altro! Ma no, continua l’Apostolo, non è un altro Vangelo, « è soltanto il tentativo dì alcuni per mettere la discordia tra voi e per rovesciare il Vangelo del Cristo (Gal. I, 7) ». Ai Corinzi egli ironicamente concede che avrebbero ragione di prestare orecchio ai suoi avversari, se questi predicassero un altro Cristo, se conferissero un altro Spirito, se annunziassero un altro Vangelo (II Cor. XI, 4); ma è questa un’ipotesi assurda che si distrugge da se stessa al solo esporla; poiché non vi è che un solo Vangelo, come non vi è che un Cristo e uno Spirito Santo. Se però non vi sono due Vangeli, vi sono tuttavia diverse maniere di predicare, il medesimo Vangelo, secondo i tempi, i luoghi e le persone. Paolo dice di aver ricevuto, per sua porzione, il vangelo dell’incirconcisione (Gal. II, 8), come Pietro ricevette quello della circoncisione. Ammettiamo che sia giusta la spiegazione data da Tertulliano: Non ut aliud aliter, sed ut alter aliis prædicet; che il « vangelo dell’incirconcisione » sia la predicazione agli incirconcisi, e che i due apostoli, di comune accordo, delimitino non già il campo esclusivo del loro apostolato — né l’uno né l’altro non la intese mai così — ma il teatro speciale in cui si svolgerà la loro azione. Ne risulta sempre che la diversità di uditorio impone, se non un tempo diverso, almeno una maniera diversa di esporre il medesimo tema evangelico. Ed è questo appunto che le migliori autorità intendono per il Vangelo di Paolo.

2. Egli stesso lo mostra chiaramente nella dossologia finale dell’Epistola ai Romani: Gloria a Colui che è abbastanza potente per confermarvi nel mio vangelo e nel messaggio di Gesù Cristo, nella rivelazione del mistero nascosto da tutta l’eternità, ma oggi svelato e notificato a tutte le nazioni, con gli scritti dei profeti, secondo l’ordine del Dio eterno, affinché esse obbediscano alla fede. (Rom. XVI, 25-26). – L’idea principale di questo passo è evidentemente la descrizione delle tre fasi del mistero: una volta, nascosto nelle profondità dei consigli divini, ma oggi svelato provvidenzialmente e anzi notificato a tutto l’universo. Questa notificazione si rivolge soprattutto ai Gentili che ne sono interessati in modo speciale; essa ha lo scopo di sottometterli alla fede con far risplendere ai loro occhi la prospettiva dei beni evangelici destinati a loro come agli altri; essa si fa per mezzo delle profezie antiche, oggi meglio comprese; e tutto questo per ordine espresso di Dio, re dei secoli, al quale deve risultarne la gloria, perché egli ne ha l’iniziativa. Qui san Paolo identifica il suo vangelo col messaggio di Gesù Cristo, cioè con la predicazione che ha Gesù Cristo come oggetto, e lo connette col mistero dei disegni della Redenzione. Il mistero stesso, pure non essendo espressamente definito in questo punto, è descritto, con i suoi molteplici caratteri che ci saranno minutamente esposti nelle Epistole della prigionia: insinuato dai profeti, ma rimasto incompreso, esso è ora rischiarato con luce nuova e annunziato ai Gentili che deve condurre alla fede. Tutti questi particolari riuniti insieme ci mostrano che il mistero è il disegno della salvezza concepito da Dio da tutta l’eternità, nascosto prima nella penombra della rivelazione antica, oggi proclamato solennemente in tutto l’universo; disegno in virtù del quale tutti gli uomini devono essere salvati dalla mediazione del Cristo e dalla loro mistica unione con Lui. Ora il tenore di questo mistero è il tema essenziale del vangelo paolino. Le lettere della prigionia ci diranno come: Ora io sono felice di soffrire per voi e compio (con gioia) nella mia carne quello che manca ai patimenti del Cristo per il suo corpo (mistico) che è la Chiesa. Io ne sono stato costituito ministro con l’incarico che Dio mi ha affidato, di annunziarvi pienamente la parola di Dio, il mistero nascosto ai secoli e alle generazioni (passate), ma oggi rivelato ai suoi santi cui Dio volle far conoscere quanto è preziosa per i Gentili la gloria di questo mistero; cioè il Cristo in voi, la speranza della gloria (Col. I, 24-27). Qui la parola vangelo non è pronunziata; ma in realtà Paolo non intende altra cosa quando parla della sua predicazione, dell’incarico affidatogli, della missione che compie, dei patimenti che sostiene e che è pronto a incontrare ancora per compiere degnamente la sua missione. Ora tutto questo mira alla promulgazione del mistero tra i pagani. Questo mistero, una volta nascosto negli arcani della scienza divina, ora esposto in piena luce e altamente proclamato, è il Cristo accessibile non soltanto agli Ebrei, ma anche agli stessi Gentili, salvatore universale degli uomini e loro comune speranza. Non più eccezioni né favori né privilegi: d’ora innanzi il Cristo appartiene a tutti, e a tutti nella stessa misura. Ecco quello che Paolo si sente chiamato a predicare senza ritardo, quello che gli fa sfidare le persecuzioni, quello che lo consola dei patimenti; è l’annunzio del gran mistero, il vangelo dell’incirconcisione. Queste medesime idee sono più ampiamente sviluppate nella lunga digressione dell’Epistola agli Efesini: “Io Paolo, il prigioniero del Cristo Gesù per voi, Gentili, se almeno avete appreso qual è la dispensazione della grazia di Dio, che mi è stata data per voi, (voglio dire) che per rivelazione io ho avuto conoscenza del mistero quale ve l’ho esposto in poche parole. Voi leggendole potete apprezzare l’intelligenza che io ho del mistero del Cristo, il quale in altre generazioni non fu notificato ai figliuoli degli uomini come ora è stato rivelato ai suoi santi Apostoli e profeti nello Spirito: cioè che i Gentili sono coeredi e membri del medesimo corpo e compartecipi della promessa nel Cristo Gesù, per mezzo del Vangelo del quale io sono divenuto ministro… Sì, a me, l’infimo di tutti i santi, è stata data questa grazia, di annunziare alle nazioni la ricchezza imperscrutabile del Cristo e di mettere in luce qual è l’economia del mistero nascosto dall’eternità in Dio, Creatore di tutte le cose… Perciò vi prego di non perdervi di coraggio per causa delle mie tribolazioni per voi: esse sono gloria vostra (Ephes. III, 1-13). – In questo passo risaltano quattro pensieri: l’Apostolo, secondo la sua abitudine, si dice il prigioniero del Cristo, il prigioniero del Vangelo, per il vantaggio dei Gentili. Per aver difeso la loro causa si è attirato l’odio dei suoi compatrioti; per aver sostenuto i loro diritti, soffre la persecuzione: perciò i suoi patimenti sono per lui un motivo di gioia e devono essere per loro un vanto. Egli si rivendica una conoscenza non già esclusiva, ma specialissima del mistero del quale la sua lettera contiene l’esposizione più chiara e più completa; soprattutto egli si rivendica la missione di annunziare dappertutto questo articolo di fede; e il ricordo di un favore così immeritato provoca in lui un’esplosione di umile gratitudine (Ephes. III, 3-4). Egli identifica il mistero col Vangelo che ha incarico di pubblicare, non soltanto lui, ma lui più che gli altri; ministero sublime che ha lo scopo di svelare agli uomini la ricchezza ineffabile dei consigli della Redenzione e di rivelare agli Angeli stessi gli abissi della sapienza divina (Ephes. III, 8-9). Finalmente il mistero — e per conseguenza il vangelo di Paolo — è definito ancora una volta, e con più di precisione che mai: « i Gentili sono coeredi », cioè eredi della grazia e della gloria allo stesso titolo e nella stessa misura degli Ebrei ai quali fino allora sembrava riservato il patrimonio dei favori celesti; essi sono « membri del medesimo corpo » mistico del Cristo e per conseguenza tra loro e gli Ebrei non vi è né privilegio né differenza né disuguaglianza; essi sono « compartecipi della promessa » meravigliosamente liberale, fatta ai Patriarchi nel corso dei secoli; ed essi hanno tutto questo « nel Cristo » che è la causa meritoria e « per mezzo del Vangelo » che ne è la condizione essenziale (Ephes. III, 6). – Le nostre ricerche ci conducono sempre al medesimo risultato: il vangelo di Paolo, detto altrimenti il mistero di Dio, il mistero del Cristo, il mistero del Vangelo, o semplicemente il mistero, è, nella sua formula più larga e più precisa, il mistero della redenzione di tutti gli uomini per mezzo del Cristo e nel Cristo. Qua e là, le Epistole ci forniscono alcuni dati di più; ma bisogna stare in guardia contro il pericolo di credere che l’Apostolo voglia richiamare alla nostra attenzione un punto caratteristico della sua dottrina ogni qual volta egli si appella al suo vangelo. Quando, provocato dai disordini dei Corinzi nella celebrazione dell’agape, egli richiama alla loro memoria l’insegnamento del Signore intorno all’Eucaristia, non insinua punto che le altre Chiese siano meno favorite a questo riguardo (I Cor. XI, 28); e quando, per rispondere ai loro dubbi nascenti, ripete un frammento della sua catechesi sopra la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo, è così lungi dal pretendere di distinguersi, in questo, dagli altri Apostoli, che subito soggiunge: « Così io come loro, predichiamo così, e così voi avete creduto (I Cor XV, 11) »… Certamente egli deve aver insistito più degli altri sul valore soteriologico della sepoltura e della risurrezione di Gesù Cristo, ma la prova che questo punto di vista non è esclusivamente suo proprio, è che egli suppone conosciuto dai Romani e dai Colossesi, che non erano stati suoi discepoli, il simbolismo del seppellimento mistico del Cristiano nel Battesimo (Rom. VI, 4 – Col. II, 12). Tuttavia la menzione che egli fa del suo vangelo, anche quando essa non implica necessariamente un articolo caratteristico della sua predicazione, per lo meno ridesta l’attenzione del lettore. Alla presenza di questo testo: « il giorno in cui Dio giudicherà le azioni segrete degli uomini, secondo il mio vangelo, per mezzo del Cristo Gesù (Rom. II, 16) », i migliori esegeti si domandano qual è il punto al quale allude la frase « secondo il mio vangelo »; e con ragione concludono che non è né il giorno del Signore, né le azioni segrete degli uomini come materia del giudizio divino, né il fatto stesso del giudizio, ma la maniera con cui sarà fatto il giudizio con la mediazione del Cristo. Questa infatti è una delle idee favorite di Paolo. Agli impudenti detrattori che lo accusano di alterare la parola di Dio, di nasconderla sotto meschini travestimenti, di avvolgerla a bella posta in enigmi, egli protesta che non va predicando se stesso, « ma il Cristo Gesù Signore (II Cor. IV, 5) ». Egli accentua la parola Signore: sappiamo infatti che egli considerava la confessione della signoria del Cristo come una professione di fede compendiata e come un riassunto del Vangelo (Rom. X, 9-10). Così pure quando fa menzione del suo vangelo parlando della Legge mosaica e lo oppone a quello dei giudaizzanti (I Tim. I8-14), ci fa pensare alla sua dottrina capitale sopra la natura della Legge che è impotente per se stessa, indipendentemente dalla grazia, e serve soltanto a trattenere sul retto cammino, col terrore e con le minacce, i ribelli e i delinquenti. Nella seconda Epistola a Timoteo, egli ricorda ancora a questo suo discepolo un altro punto del suo vangelo: « Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di David, è risuscitato da morte secondo il mio vangelo, per il quale soffro fino ad essere incatenato come un malfattore (II Tim., II, 8) ». Il punto al quale allude, evidentemente non è la discendenza dal sangue di David; è dunque la risurrezione di Gesù Cristo il cui ricordo è per il Cristiano un conforto e un incoraggiamento, in mezzo alle traversie e alle persecuzioni. Tutti questi particolari sparsi qua e là ci dicono che non dobbiamo comprimere il vangelo di Paolo in una formola troppo stretta, come sarebbe la libertà dei Gentili relativamente alle osservanze legali, oppure la giustificazione per mezzo della fede senza le opere della Legge, o anche l’universalità dei divini disegni della Redenzione. Il vangelo di Paolo non è tanto una tesi particolare quanto piuttosto il complesso della dottrina evangelica contemplata sotto un certo aspetto e presentata in una luce speciale: è un quadro nel quale possono trovare posto tutte le verità. Perciò dopo di aver considerate le indicazioni dell’Apostolo, conviene passare, come controprova, ai punti della sua dottrina.

3. Chiudiamo dunque le sue Epistole, come se nulla ci avesse detto del suo vangelo, e domandiamo ai teologi più versati nella sua dottrina, senza distinzione di scuole né di tendenze, quali ne sono i punti essenziali e gli elementi costitutivi. Non si tratta ancora di raggrupparli e di classificarli, ma soltanto di farne la lista: più tardi si esaminerà se sono veramente fondamentali e se non si possono trascurare senza alterare l’economia dell’insieme, se sono caratteristici, almeno sotto l’aspetto in cui li considera l’Apostolo, se sono tali da poter formare un tutto che sia coerente. Ecco anzitutto il verdetto di questo referendum nel quale l’enumerazione degli articoli si succede senza ordine logico.

Il disegno divino della Redenzione, che comprende l’iniziativa divina della grazia, l’elezione e la predestinazione eterne nel Cristo, le preparazioni provvidenziali, la finalità dell’opera redentrice.

Il contrasto dei due Adami, il tipo e l’antitipo, il quale riassume la storia dell’umanità; l’uno è causa del peccato, della morte, della decadenza; l’altro è autore, della giustizia, della vita, del risorgimento. L’antitesi carne e spirito, che alcuni a torto mettono come base del paolinismo, ma che è di capitale importanza per la soteriologia come per la morale.

Il compito e il fine della Legge, che a prima vista sembrerebbero meno strettamente legati all’insegnamento dell’Apostolo, ma il cui valore non può essere secondario nel vangelo del Dottore delle Genti.

La morte redentrice del Cristo, da parecchi considerata, con manifesta esagerazione, come una creazione esclusiva del genio di Paolo, ma che certamente è nel centro della sua dottrina.

La giustificazione per mezzo della fede, come parallelo della redenzione e applicazione soggettiva della morte redentrice.

La risurrezione di Gesù Cristo come complemento intrinseco dell’opera redentrice e come causa esemplare della nostra risurrezione gloriosa.

La Chiesa corpo mistico del Cristo, frutto della sua morte e della sua risurrezione.

Il battesimo, sigillo della fede e rito d’incorporazione col Cristo mistico, con l’Eucaristia che dà a questo corpo il suo alimento e il suo crescere.

L’escatologia come risultato normale della vita cristiana. Si potrebbe senza dubbio allungare questa lista di alcuni altri articoli; ma per lo più si constaterebbe o che già sono compresi in qualcuno dei punti indicati, o che non hanno nulla di veramente caratteristico, o che si trovano, per così dire, alla periferia del pensiero paolino. Così l’apocalittica, in quanto è distinta dall’escatologia, manca di originalità e segue i dati tradizionali; la demonologia e l’angelologia sono idee superficiali tolte dal linguaggio popolare e senza una seria influenza sopra la sostanza dell’insegnamento; la teoria intorno all’origine, all’estensione e alla dominazione del peccato è invece capitale, ma è compresa nell’antitesi dei due Adami, come parte nel tutto; finalmente la teodicea, in ciò che ha di specificamente paolino, è interamente contenuta nella teoria dei disegni della redenzione. Questo complesso dottrinale che costituisce l’insegnamento particolare del Dottore dei Gentili, è quello che si chiama paolinismo e che si può chiamare anche, con un termine forse discutibile, ma intanto accettato e sanzionato dall’uso, la Teologia di san Paolo. Prima di proseguire, dissipiamo un malinteso o un equivoco: Noi non trattiamo gli autori sacri « da teologi » e non consideriamo i loro scritti « come altrettante costruzioni o almeno abbozzi teologici »; noi non li consideriamo « a volta a volta come rivelazione e come teologia » e non distinguiamo in essi « da una parte il dato rivelato e dall’altra l’elaborazione » del dato divino. Altro è la teologia di san Paolo e altro è, per esempio, la teologia di san Tommaso: la teologia di san Paolo è la somma delle rivelazioni divine trasmesse per mezzo del Dottore dei Gentili; la teologia di san Tommaso è l’interpretazione, felice quanto si vuole, ma necessariamente umana e fallibile, dei dati rivelati di Paolo e degli altri scrittori ispirati. Paolo ci fornisce gli elementi di una teologia, ma non fa egli stesso la sua teologia, nel senso ordinario di questa parola: egli pensa sistematicamente, cioè in modo logico e coerente, ma non ha un sistema suo, e per ridurre a sistema il suo pensiero bisognerà qualche volta colmare lacune, stabilire confronti, tirare certe conclusioni. Questo è il compito del teologo: interprete fedele e leale, egli deve mirare a rendere meno imperfettamente che si possa tutto il pensiero, niente altro che il pensiero, della sua guida ispirata, senza falsarlo, senza sforzarlo, senza snaturarlo o per eccesso o per difetto. Noi non siamo di quelli che vogliono leggere in san Paolo « più di quanto dice e di quanto può dire »; che lo considerano come un semplice « collaboratore della grazia e del Maestro interiore »; che col pretesto che « la lettera uccide », non vogliono legarsi alle sue parole e alle sue formule. Era necessario precisare così le cose, perché sebbene quanto abbiamo detto non sembri punto superare il livello delle intelligenze mediocri, in realtà sfugge anche a parecchie menti colte.

(Continua …)