CALENDARIO LITURGICO CATTOLICO DI OTTOBRE 2018

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA

OTTOBRE (2018)

OTTOBRE È IL MESE CHE LA CHIESA DEDICA AGLI ANGELI, AL SS. ROSARIO, A CRISTO RE.

La Chiesa riassume nella festa del SS. Rosario tutte le solennità dell’anno e, con i misteri di Gesù e della Madre sua, compone come un’immensa ghirlanda per unirci a questi misteri e farceli vivere e una triplice corona, che posa sulla testa di Colei, che il Cristo Re ha incoronata Regina e Signora dell’universo, nel giorno del suo ingresso in cielo. Misteri di gioia che ci riparlano dell’Annunciazione, della Visitazione, della Natività, della Purificazione di Maria, di Gesù ritrovato nel tempio; Misteri di dolore, dell’agonia, della flagellazione, della coronazione di spine, della croce sulle spalle piagate e della crocifissione; Misteri di gloria, cioè della Risurrezione, dell’Ascensione del Salvatore, della Pentecoste, dell’Assunzione e dell’incoronazione della Madre di Dio. Ecco il Rosario di Maria. [Dom P. Guéranger: l’Anno Liturgico]

Indulgenze per il mese di OTTOBRE:

398

Fidelibus, qui mense octobri saltem tertiam Rosarii partem sive publice sive privatim pia mente recitaverint, conceditur:

Indulgentia septem annorum quovis die;

Indulgentia plenaria, si die festo B . M. V. de Rosario et per totam octavam idem pietatis obsequium præstiterint, et præterea admissa sua confessi fuerint, ad eucharisticum Convivium accesserint et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitationem instituerint;

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si post octavam sacratissimi Rosarii saltem decem diebus eamdem recitationem persolverint (S. C. Indulg., 23 iul. 1898 et 29 aug. 1899; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932).

RECITATIO ROSARII

395

a) Fidelibus, si tertiam Rosarii partem devote recitaverint, conceditur: Indulgentia quinque annorum;

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem præstiterint (Bulla Ea quæ ex fidelium, Sixti Pp. IV, 12 maii 1479; S. C. Indulg., 29 aug. 1899 ; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932 et 22 ian. 1952)

b) Si una cum aliis, sive publice sive privatim, saltem tertiam Rosarii partem pie recitaverint, conceditur

Indulgentia decem annorum semel in die;

Indulgentia plenaria in ultima singulorum mensium Dominica, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiae aut publici oratorii visitatione, si saltem ter in qualibet ex præcedentibus hebdomadis eamdem recitationem persolverint.

Si vero hanc recitationem in familia peregerint, præter

partialem decem annorum indulgentiam, conceditur:

Indulgentia plenaria bis in mense, si quotidie per integrum mensem hoc peregerint, additis confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitatione (S. C. Indulg., 12 maii 1851 et 29 aug. 1899; Pæn. Ap., 18 mart. 1932 et 26 iul. 1946).

c) Iis, qui coram sanctissimo Eucharistiæ Sacramento, publice exposito vel etiam in tabernaculo adservato, tertiam Rosarii partem pia mente recitaverint, quoties id egerint, conceditur: Indulgentia plenaria, si præterea peccatorum veniam obtinuerint et ad sacram Synaxim accesserint (Breve Ap., 4 sept. 1927).

NOTA. — 1° Decades separari possunt, dummodo recitando coronæ in eodem die absolvatur (S. C. Indulg., 8 iul. 1908). [si possono separare le decine nella stessa giornata]

2° Si in recitatione Rosarii fideles de more utantur corona, ab aliquo religioso Ordinis Praedicatorum vel ab alio sacerdote facultate pollente benedicta, præter supradictas Indulgentias, alias acquirere possunt (S. C. Indulg., 13 apr. 1726, 22 ian. 1858 et 29 aug. 1899).

[Indulgenze parziali per tutti annesse alla preghiera anche senza corona: 5 anni o. v.; 7 anni in ottobre; 10 anni detto in famiglia o con altri.

Indulgenze plenarie: per il Rosario in famiglia: 1) se recitato ogni giorno per una settimana; 2) nell’ultima domenica del mese; 3) nelle feste della Madonna. Condizioni: confessione e comunione; per la recita individuale: 1 ) plenaria due volte al mese; 2) plenaria nella festa del Rosario e durante l’Ottava con l’obbligo di una visita ad una Chiesa.

Per la recita davanti al SS. esposto o chiuso nel tabernacolo: plenaria o. v. Condizioni: confessione e comunione, meditazione dei misteri.

N. B.: Non appartengono all’essenza del Rosario e quindi si possono omettere senza detrimento delle indulgenze, le litanie, il Gloria (a cui si pub sostituire o aggiungere il Requiem), le giaculatorie, le tre Ave finali, la Salve Regina, il Pater secondo le intenzioni del Papa.]

GLI ANGELI:

440

Invocatio

Angeli, Archangeli, Throni et Dominationes, Principatus et Potestates, Virtutes cœlorum, Cherubim atque Seraphim, Dominum benedicite in æternum.

(ex Messali Rom.).

Indulgentia trecentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana invocationis recitatone in integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 20 nov. 1934).

441

Invocatio

Benedicite Dominum omnes Angeli eius; potentes virtute, qui facitis verbum eius. Benedicite Domino omnes virtutes eius; ministri ejus qui facitis voluntatem eius.

 (ex Missali Rom.).

Indulgentia trecentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem invocationes pie repetitæ fuerint (S. Pæn. Ap., 8 iul. 1935

 

Le feste del mese di OTTOBRE sono:

1 Ottobre S. Remigii Epíscopi Confessóris ; Feria

2 Ottobre Ss. Angelorum Custodum  ;  Duplex majus *L1*

3 Ottobre S. Theresiæ a Jesu Infante Virginis  ;  Duplex

4 Ottobre S. Francisci Confessóris  –  Duplex maju

5 Ottobre Ss. Placidi et Sociorum Mártyrum ; Feria

                        Primo venerdì

6 Ottobre S. Brunonis Confessóris –  Duplex

                        Primo sabato

7 Ottobre Dominica XX Post Pentecosten II. Octobris  Semiduplex Dominica minor

            Beatæ Mariæ Virginis a Rosario    Duplex II. classis

8 Ottobre S. Birgittæ Víduæ    Duplex

9 Ottobre S. Joannis Leonardi Confessóris    Duplex

10 Ottobre S. Francisci Borgiæ Confessóris    Semiduplex

11 Ottobre Maternitatis Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

13 Ottobre S. Eduardi Regis Confessóris    Feria

14 Ottobre Dominica XXI Post Pentecosten III. Octobris Semiduplex Dom. minor

Callisti Papæ et Martyris ;  Duplex

15 Ottobre S. Teresiæ Virginis ; Duplex

16 Ottobre S. Hedwigis Víduæ ; Semiduplex

17 Ottobre S. Margaritæ Mariæ Alacoque Virginis ; Duplex

18 Ottobre S. Lucæ Evangelistæ ; Duplex II. classis

19 Ottobre S. Petri de Alcantara Confessóris    Duplex

20 Ottobre S. Joannis Cantii Confessóris    Duplex

21 Ottobre Dominica XXII Post Pentecosten IV. Octobris    Semiduplex Dominica minor *I*

Hilarionis Abbatis

24 Ottobre S. Raphaëlis Archangeli    Duplex majus *L1*

25 Ottobre Ss. Chrysanthi et Dariæ Mártyrum ; Feria

26 Ottobre S. Evaristi Papæ et Martyris ; Feria

27 Ottobre Sanctae Mariae Sabbato ; Simplex

28 Ottobre Dominica XXIII Post Pentecosten V. Octobris  

                    Domini Nostri Jesu Christi Regis ; Duplex I. classis *L1*

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: VI È BEN NOTO

Approssimandosi il mese di ottobre, che la Chiesa dedica al santo Rosario, leggiamo oggi una breve ma importante Enciclica del Santo Padre Leone XIII, scritta stavolta in italiano, che costituisce un “proclama di guerra spirituale”, contro i mali del mondo e della Chiesa in particolare, sostenuti da empie ideologie e personaggi di malefica natura, asserviti al “signore dell’universo” attraverso le sue conventicole e logge di ogni risma. Il “proclama bellico” è tutto incentrato sull’arma più micidiale che il Cristiano possieda onde sconfiggere e schiacciare il capo del serpente maledetto che alimenta il suo odio implacabile per Dio, il suo Cristo, la santa Chiesa Cattolica, il popolo cristiano ed ogni singolo Cristiano. Questa arma, in tante occasioni già provata per la sua efficacia potentissima, è il Santo Rosario. Questo rimedio già all’epoca, mediante le incessanti esortazioni del Sommo Pontefice, e l’opera di chierici e laici fedeli, riuscì, almeno in gran parte, a tamponare i mali che si prospettavano e si verificarono effettivamente, mettendo in salvo almeno il Vicario di Cristo, il potere spirituale della sua Santa Chiesa, e parte del popolo italiano, sebbene funestato da guerre e catastrofi varie. Ma questa Lettera Enciclica è bene farla nostra oggi, nei nostri giorni, funestati ed impregnati di libertinismo sfrenato, irreligiosità pagana e sprezzante, apostasia di pressoché tutto il popolo, guidato da falsi chierici e corrotti governanti. Dove poterci appigliare, a chi rivolgerci per essere strappati al marasma infernale, a questa immane catastrofe, materiale e soprattutto spirituale, che ci sta coinvolgendo tutti, in particolare le giovani generazioni? Ancora una volta, come scriveva San Bernardo, dobbiamo guardare la Stella Maris ed invocare: Maria! Nelle sue mani c’è la nostra vittoria, nella corona del Santo Rosario c’è la fionda che potrà abbattere il Golia massonico, la potenza atomica, le insidie dei demoni. Seguiamo le indicazioni di Leone XIII, non ci abbattiamo, non demordiamo, ricordiamoci di Giosué, di Gedeone, di Giuda Maccabeo, ed ancor più dei guerrieri di Lepanto, di Vienna, di Belgrado che abbatterono la straripante barbarie musulmana confidando unicamente in Maria e nel Santo Rosario.

Alziamo gli occhi, e invochiamo: Maria!

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VI È BEN NOTO

EPISTOLA ENCICLICA

Ai Vescovi d’Italia.

DI S.S. LEONE XIII

Il Papa Leone XIII. Venerabili Fratelli.

Vi è ben noto quanta fiducia, in mezzo alle presenti calamità, abbiano Noi riposta nella gloriosa Vergine del Rosario per la salvezza e prosperità del popolo cristiano, per la pace e la tranquillità della Chiesa. Memori, per una parte, che nelle grandi distrette pastori e fedeli furono sempre usi di rivolgersi fiduciosi alla gran Madre di Dio, aiuto potentissimo dei Cristiani, nelle cui mani sono poste tutte le grazie; persuasi, per l’altra, che la devozione alla Vergine sotto il titolo del Rosario torna sommamente opportuna ai bisogni specialissimi dei tempi nostri, abbiamo voluto che questa devozione si ravvivasse dovunque, e sempre più largamente si stabilisse in mezzo ai fedeli di tutto il mondo. Già più volte, nell’inculcare la pia pratica del mese di ottobre ad onore della Vergine, ne abbiamo indicato i motivi, le speranze, il modo: e tutta quanta la Chiesa, in qualsiasi parte della terra, docile alla Nostra voce, ha sempre risposto con manifestazioni di singolare pietà al Nostro invito: ed anche ora di nuovo si apparecchia a pagare a Maria Santissima, per un intero mese, il tributo quotidiano della devozione a Lei tanto gradita. In questa santa e nobile gara non è rimasta addietro l’Italia, dove la pietà verso la Vergine è così profondamente radicata e così universalmente sentita; né dubitiamo, che anche in quest’anno l’Italia sia per dare bella prova del suo amore verso la gran Madre di Dio, e per apprestare a Noi nuovi motivi di consolazione e di conforto. Non possiamo tuttavia dispensarci dal rivolgere a Voi, Venerabili Fratelli, una parola di speciale esortazione, affinché con nuovo e singolare impegno in tutte le Diocesi italiane sia santificato il mese dedicato a Maria Santissima del Rosario.

È facile comprendere le particolari ragioni che a ciò Ci muovono. Fin da quando Iddio Ci ebbe chiamati a reggere sulla terra la sua Chiesa, Noi Ci studiammo di porre in opera tutti quei mezzi che sono in Nostro potere, e che credemmo più acconci alla santificazione delle anime e alla dilatazione del regno di Gesù Cristo. Non abbiamo escluso dalle Nostre quotidiane sollecitudini nessuna nazione né alcun popolo, ben sapendo che per tutti il Redentore ha profuso sulla croce il suo sangue prezioso, e a tutti ha aperto il regno della grazia e della gloria. Nessuno però può farsi meraviglia, se con singolare predilezione riguardiamo il popolo italiano: ché anche il divino Maestro, Gesù Cristo, fra tutte le parti del mondo prescelse l’Italia a Sede del suo Vicario in terra, e nei consigli della sua provvidenza dispose che Roma addivenisse la Capitale del mondo Cattolico. Per tal maniera il popolo italiano è chiamato a vivere in maggior prossimità col gran Padre della famiglia cristiana, e a dividerne più specialmente le gioie e i dolori. E purtroppo nella nostra Italia non mancano al presente gravissime ragioni di amarezza all’animo Nostro. La fede e la morale cristiana, preziosissimo retaggio tramandatoci dai nostri antenati, e che pur fece in ogni tempo la gloria della Patria nostra e de’ grandi italiani, sono o insidiosamente e quasi di nascosto, o palesemente e con ributtante cinismo assaliti da una mano di uomini, i quali si studiano di strappare agli altri la fede e la morale che essi hanno perduto. È facile intravedere in tutto questo, più che ogni altra cosa, l’opera delle sette, e di coloro che sono strumenti più o meno docili in mano di esse. Qui in Roma poi dove il Vicario di Cristo ha la sua Sede, si concentrano a preferenza gli sforzi di costoro e si manifestano in tutta la pertinace ferocia i loro satanici intendimenti.

Non abbiamo bisogno di dirvi, Venerabili Fratelli, di quale e quanta amarezza sia ripieno l’animo Nostro nel vedere esposte a così gravi pericoli le anime di tanti Nostri carissimi figli. E cresce questa Nostra amarezza nel veder Noi stessi posti nell’impossibilità di opporci a questi grandi mali con quella salutare efficacia che vorremmo, e che pure avremmo il diritto di avere: imperocché sono note a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il mondo le condizioni di vita alle quali siamo ridotti. Per questi motivi Noi sentiamo maggiore il bisogno d’invocare l’aiuto di Dio e la protezione della gran Vergine Madre. I buoni italiani preghino fervorosamente pe’ loro fratelli traviati, e preghino pel Padre comune di tutti, il Romano Pontefice, acciocché Iddio nella sua infinita misericordia accetti ed esaudisca i comuni voti de’ figli e del Padre. Ed anche per questa parte le Nostre più vive e più ferme speranze sono collocate nella gloriosissima Regina del Rosario: la quale fin da quando cominciò ad invocarsi con questo titolo, si mostrò prontamente soccorrevole ai bisogni della Chiesa e del popolo cristiano. Già altre volte ricordammo queste glorie e gli strepitosi trionfi riportati contro gli Albigesi e contro altri potenti nemici; glorie e trionfi che ridondano sempre non solamente a profitto della Chiesa perseguitata ed afflitta, ma a prosperità temporale altresì dei popoli e delle nazioni. Perché non potrebbero rinnovarsi nei bisogni presenti le stesse meraviglie di potenza e di bontà da parte della gran Vergine, a pro della Chiesa e del suo Capo e di tutto il mondo cristiano, sol che i fedeli sapessero rinnovare da parte loro gli splendidi esempi di pietà dati in simili congiunture dai loro maggiori? È perciò che Noi, a renderci vie più propizia questa potentissima Regina, intendiamo di onorarla sempre più sotto l’invocazione del Rosario e di accrescerne il culto. E così, a cominciare dall’anno che corre, abbiamo stabilito d’innalzare a rito doppio di seconda classe per tutta la Chiesa la solennità del Rosario. Ed allo stesso fine ardentemente bramiamo che il popolo cattolico italiano con particolare slancio di devozione sempre, ma singolarmente nel mese prossimo di Ottobre, si volga a questa gran Vergine, e faccia dolce violenza al suo cuore di Madre, pregandola per l’esaltazione della Chiesa e della Sede Apostolica, per la libertà del Vicario di Gesù Cristo in terra, per la pubblica pace e prosperità. E poiché l’effetto delle preghiere sarà tanto più grande e sicuro, quanto saranno migliori le disposizioni di chi prega, caldamente vi esortiamo, Venerabili Fratelli, che con tutte le industrie del vostro zelo vi adoperiate a ridestare nei popoli a voi commessi una fede vigorosa, viva ed operativa, e a richiamarli colla penitenza alla grazia e al fedele adempimento di tutti i doveri cristiani. Tra i quali, per le condizioni dei tempi, conviene considerare come principalissimo la franca e sincera professione della fede e della morale di Cristo, per la quale si vinca ogni rispetto umano e si mettano innanzi ad ogni altra cosa gl’interessi della religione e l’eterna salvezza delle anime. Poiché non conviene dissimulare che, quantunque per divina misericordia il sentimento religioso sia ancora vivo e largamente diffuso nel popolo italiano, pure anche in mezzo di esso, per malefico influsso degli uomini e dei tempi, ha cominciato a serpeggiare l’indifferentismo religioso; per cui va diminuendo quella pratica riverenza e quell’amor filiale verso la Chiesa, che furono gloria e nobile vanto dei maggiori. Sia per opera vostra, Venerabili Fratelli, che si risvegli potente nei vostri popoli il sentimento cristiano, l’interesse per la causa Cattolica, la fiducia nella protezione della Vergine, lo spirito di preghiera. Non è a dubitare che l’invitta Regina da tanti figli e con sì felici disposizioni invocata, non risponda benignamente alle loro voci, consoli la Nostra afflizione e coroni i Nostri sforzi a pro della Chiesa e dell’Italia, riconducendo per l’una e per l’altra giorni migliori.

Con questi sentimenti impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al clero, e al popolo commesso alle cure di ciascun di voi, l’Apostolica benedizione, pegno delle grazie e dei favori più eletti del cielo.

Dal Vaticano, 20 settembre 1887.

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2018)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum [Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]
Ps LXXVII:1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.
[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum [Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Oratio
Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.
[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV:23-28
“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XIII.– Torino 1899]

 “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestite il nuovo uomo, quello che fu creato secondo Dio in giustizia e santità verace. Ondechè, lasciata ogni bugia, dite la verità ciascuno col suo prossimo, perché siamo membra l’uno dell’altro. Sdegnatevi, ma senza peccato; il sole non tramonti sulla vostra ira. Non date luogo al demonio. Chi rubava, non rubi più, piuttosto colle sue mani lavori alcunché di utile, affinché abbia con che soccorrere chi “si trova in bisogno „ (Agli Efesini, IV, 23-28).

Anche queste sentenze, sì belle e sì pratiche, sono tolte dalla Epistola di S. Paolo ai fedeli della Chiesa di Efeso, e da quella parte della Epistola che si riferisce pressoché tutta alla morale. E qui torna acconcio mandare innanzi una osservazione, che mi valga di scusa in questi ed in altri commenti, che vo facendo delle Epistole. S. Paolo, scrivendo le sue lettere, in generale aveva lo scopo di provvedere ad alcuni bisogni particolari delle Chiese o delle persone, alle quali scriveva, di dar loro ammonimenti opportuni, e talora di rimuovere alcuni disordini o pericoli. In queste lettere abbondano le raccomandazioni comuni, com’è naturale, e perciò tratto tratto tornano sotto la penna dell’Apostolo le stesse verità, le stesse esortazioni, le stesse massime morali, che sono d’ogni classe di persone, di ogni tempo e di ogni luogo. Incontrandomi nelle stesse verità, e nelle stesse esortazioni e massime morali dell’Apostolo, che debbo io fare? Ometterle? No; ometterei la spiegazione di quelle verità che la Chiesa vuole inculcate ai fedeli, ed io non ho diritto di passarmene. Ma sono ripetizioni, e spesso di cose notissime. Lo so; e che perciò? Devo io correggere l’opera della Chiesa e passare sopra ciò ch’essa vuole ricordato ai suoi figliuoli? Mai no. Se l’Apostolo nelle sue lettere credette buona cosa ripetere le stesse verità, e la Chiesa ce le fa leggere, a me non resta che seguire l’uno e l’altra, sicuro di far cosa buona e santa. Se la ripetizione delle medesime verità giovavano al tempo dell’Apostolo, perché non gioverebbero eziandio al giorno d’oggi? E tutti i giorni non mangiamo lo tesso pane, e non ci viene giammai a nausea? Similmente diamo alle anime nostre lo stesso cibo, e non ne proveranno nausea, anzi vi troveranno sostanzioso nutrimento. Ed eccomi a voi, o carissimi. –  L’Apostolo, dopo avere eccitato caldamente i suoi figliuoli spirituali ad accostarsi alla virilità perfetta di Cristo, ossia a modellarsi sopra di Lui ed a ritrarsi dalla corruzione pagana, in cui erano vissuti ed in mezzo alla quale erano costretti a vivere con grandissimo loro pericolo, li esorta a spogliare l’uomo vecchio, ossia l’uomo corrotto, l’uomo delle passioni e del peccato, ed a vestire il nuovo, quale è rifatto da Gesù Cristo; e qui comincia il nostro commento. “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente. „ L’anima nostra si attua e si svolge in quelle due facoltà nobilissime che sono tutto l’uomo e formano tutta la sua grandezza e nobiltà, e sono la mente e la volontà; la mente, che è fatta per il vero, la volontà, che è fatta per il bene. L’anima nostra è fatta prima pel vero, e per il vero raggiunge il bene. Perché l’uomo pervenga alla sua perfezione dee anzi tutto conoscere il vero, e conosciuto questo, la sua volontà, se è retta, vi si adagia, l’ama, lo mette in pratica e allora si trova in possesso del bene. Primo dovere pertanto dell’uomo è quello di conoscere la verità: il secondo quello di operare conformemente ad essa. Ecco perché Gesù, volendo condurre gli uomini al bene, alla virtù, alla perfezione, vuole che si cominci dal far loro conoscere la verità, e perciò dice agli Apostoli: “Docete omnes gentes. Prædicate omni creaturæ — Ammaestrate tutte le genti, predicate a tutti i popoli. „ E qui il nostro Apostolo grida alto agli Efesini: ” Rinnovatevi nello spirito della vostra mente: „ in altre parole: Rinnovate la vostra mente con lo spirito di verità, che Gesù Cristo vi ha portato, cioè adornate la vostra mente col conoscimento delle verità divine, e così la rinnoverete, la farete bella agli occhi di Dio. Sta bene che il corpo sia adorno di belle vesti, che ne accrescono la grazia ed il decoro: veste dell’anima e suo ornamento bellissimo è la verità, che tutta la irradia e la informa. Questa frase dell’Apostolo è quasi la ripetizione d’un’altra ai Romani, dove dice: “Riformatevi nella novità del vostro senso (XII, 2), o rinnovatevi nell’anima vostra, ricevendo in voi la verità e la grazia divina che per voi sono cose nuove. Ma il versetto seguente spiegherà meglio la mente dell’Apostolo. Ascoltiamolo. “Rivestite il nuovo uomo, quello che fu creato secondo Dio, nella giustizia e santità verace. „ Lo dissi in qualche altro luogo, ma qui è forza ripeterlo. Qual è l’uomo nuovo? Indubbiamente il primo uomo, Adamo: come nuova è la fabbrica o la casa, quando è appena costruita, così nuovo era l’uomo, allorché uscì dalle mani di Dio. Qual è l’uomo vecchio? Quello che divenne tale più tardi, quello che si guastò, come è vecchia la casa che col volgere del tempo va disfacendosi. – Allorché pertanto S. Paolo vuole che ci rinnoviamo, vuole che diventiamo come il primo uomo, l’uomo uscito dalle mani del Creatore Adamo. Qual era il suo stato? Esso fu creato secondo Dio, cioè tale ch’era caro a Dio, portava sulla fronte l’immagine di Dio, era suo figlio per adozione, perché adorno della giustizia, cioè della grazia santificante, e perciò veramente santo. L’opera di Gesù Cristo, che è, secondo la frase sì bella di S. Paolo, il secondo Adamo o secondo padre dell’umanità: Secundus Adam de cœlo cadestis (I. Cor. XV), si riduce a rifare tutti gli uomini sul modello del primo, ridonando loro la grazia, la vita divina e la piena signoria sulle proprie passioni, il che si ottiene col Battesimo e con tutti gli altri mezzi di salute, che compiono il lavoro della nostra rigenerazione. Vestire dunque il nuovo uomo, o rinnovarci nello spirito, vuol dire far rivivere in noi, quanto lo consente la debolezza nostra, l’Adamo innocente, ricco dei doni celesti, avente in sé l’immagine e la somiglianza di Dio. Vuol dire avere nella mente la verità, nel cuore la vita della grazia e della carità, nelle parole, negli atti e nelle opere esprimere in noi stessi la vita di Adamo, che è poi quella di Gesù Cristo redentore. Quale dignità! quale è la nostra grandezza considerata al lume di queste sì sublimi verità! Riprodurre in noi il primo uomo innocente! Essere giusti e veramente santi dinanzi a Dio: In justitia et sanctitate veritatis! – Ma ascoltiamo ancora S. Paolo: “Il perché, lasciata ogni bugia, dite la verità, ciascuno col suo prossimo. „ L’uomo vecchio, l’uomo del peccato, l’uomo della concupiscenza e della carne, è affatto contrario all’uomo nuovo, all’uomo della virtù, all’uomo dello spirito e della grazia; noi, che portiamo l’uno e l’altro in noi stessi, dobbiamo adoperarci incessantemente a deporre il primo e vestire il secondo.Dopo avere stabilito in generale il dovere che ci stringe, S. Paolo in questo versetto e nei seguenti specifica le opere del vecchio uomo, che dobbiamo smettere, e quelle del nuovo che dobbiamo esercitare. La prima opera dell’uomo vecchio, che l’Apostolo vuole sbandita, e la bugia: Deponentes mendacium. Ve lo confesso, allorché era giovane e leggevo nel Salmo quella sentenza: “Ogni uomo è menzognero, „ io era tentato di giudicarla esagerata e pigliarla in senso molto largo: il conoscimento pratico degli uomini mi ha mostrato, che purtroppo è vera nel senso rigoroso. Dio buono! Dov’è l’uomo che non abbia mai mentito in vita sua, con la lingua, con le parole ed anche col tacere, giacché si può mentire anche tacendo? Quante volte siamo stati ingannati ed abbiamo ingannato, a seconda dell’interesse e della passione, allargando o restringendo il valore delle parole, od anche affermando con la lingua ciò che il cuore negava! E per molti non è ormai ridotto ad arte il segreto di ingannare? Educati alla scuola di Gesù Cristo, che è la stessa verità e che disse: “il vostro linguaggio sia questo è, è; no, no; „ fuggiamo ed abbominiamo qualunque menzogna. All’opera dell’uomo vecchio, che è la menzogna, S. Paolo contrappone subito, secondo il suo stile, l’opera dell’uomo nuovo, e dice: “E dite la verità ciascuno col suo prossimo o fratello. „ È un dovere imposto a tutti senza eccezione, dal quale Dio stesso non potrebbe scioglierci, Egli che è il Signore assoluto. E S. Paolo tocca tosto una ragione speciale, che ci obbliga a dire la verità, ed è questa: “Perché siamo membra l’uno dell’altro. „ Siamo tutti fratelli, membri di quel corpo, del quale Gesù Cristo è capo supremo. Con che cuore, sembra dire l’Apostolo, ingannerai tu il fratello tuo? Dov’è l’occhio che danneggi l’altro occhio? dove la mano che ferisca l’altra mano? Dove il piede che non aiuti l’altro piede? Le membra tutte del nostro corpo si soccorrono a vicenda: ora se tu non dici la verità, tradisci il fratello tuo, fai oltraggio alla legge di natura, che impone alle membra dello stesso corpo di aiutarsi scambievolmente. Ma direte: Se diciamo la verità, ne avremo danno. — Forse danno nel corpo, ma non mai nello spirito. E che perciò? Se per cessare un danno, anche grave materiale, si potesse mentire, non vi sarebbe peccato, per quanto enorme, che in certi casi non si potesse commettere. Se in faccia ad un gran pericolo, al sacrificio stesso della vita e dell’onore fosse lecito mentire, noi non avremmo un solo martire, perché essi con una sola bugia potevano sfuggire alla morte, e spesso ottenere sommi onori. – A nessuno di noi il dire la verità imporrà il sacrificio della vita; e, quand’anche lo imponesse, dovremmo imitare i martiri e non stare in forse un istante a compirlo a nostra gloria eterna. — Ma ornai tutti mentiscono, e chi dice la verità troppo spesso rimane vittima dell’altrui malizia; così dicono altri. — Sia pure che tutti mentiscano: forseché il male cessa d’essere male perché tutti lo commettono? Perché la maldicenza, l’incontinenza, il furto, la bestemmia e andate dicendo, sventuratamente sono peccati comuni, non saranno più peccati, e noi saremo scusati innanzi a Dio, commettendoli? No, per fermo. La legge di Dio è là, e non si muta un apice: chi l’osserva sarà salvo, chi la trasgredisce infallibilmente sarà punito. Meglio essere vittime degli altrui inganni, che meritevoli dei divini castighi. Ma è da passare al seguente versetto. “Adiratevi, ma senza peccato. „ Questa sentenza è tolta dal Salmo (IV, 5), ed ha bisogno di spiegazione. Questa espressione contiene forse un precetto, come sembrerebbe suonare la parola: Adiratevi? Forse può essere, in un certo senso. Quando noi vediamo l’ingiustizia manifesta, l’empietà sfacciata, l’insolente oppresso e tradito, non possiamo non sentire un fremito d’ira e di sdegno; è la stessa natura che si rivolta e che altamente riprova l’iniquità e il delitto. In questo senso leggiamo che Dio stesso si sdegna e s’adira a nostro modo di intendere, cioè odia ed abomina la colpa dovunque apparisca, ed in questo senso si può dire ad un uomo: Ti adira, cioè contro il male. Ma sembra interpretazione più naturale e più piana quest’altra: Vi accade di adirarvi? Attesa la debolezza della nostra natura, sì facile all’ira, ciò accadrà soventi volte. Che fare? Se l’ira talora vi assale, tosto rintuzzatela in guisa che non abbiate a peccare. Le passioni talvolta, e specialmente l’ira, ci assaltano all’improvviso, e le sentiamo fremere e tempestare in cuore prima d’esserci accorti delle loro mosse. Quel primo bollimento, che ci suscitano nell’animo, siccome non è avvertito dalla ragione, e perciò non assentito dalla volontà, non è, né può essere peccato, perché non si pecca mai senza saperlo e volerlo. Quando adunque la passione ci sorprende, e l’ira mette sossopra il nostro spirito, appena ce ne avvediamo, la ragione, e con essa la volontà, si levino prontamente alla riscossa, la riducano all’obbedienza, ne frenino i moti incomposti e ristabiliscano la pace. Ecco perché S. Paolo, dopo quelle parole: “Adiratevi, cioè se vi adirate, vedete di non peccare, „ continua e dice: ” E il sole non tramonti sulla vostra ira — Sol non occidat super iracundiam vestram. „ È una bella e graziosa immagine per farci conoscere che l’ira vuol essere tostamente repressa e cacciata dal cuore in guisa, che non vi passi sopra un giorno. — Carissimi! uno sguardo sulla vostra coscienza. Vedete se per avventura nelle pieghe più riposte del vostro cuore si appiattasse il risentimento, il rancore o l’odio contro del vostro fratello; vedete se mai l’ira del giorno vi accompagnò alla sera, alla notte, sotto le coltri, vagheggiando e quasi assaporando il dolce della vendetta e studiando le vie per averla piena ed intera. Ohimè! allora non vi ricordaste di certo del precetto dell’Apostolo: – Che il sole non tramonti sul vostro corruccio. „ Segue questa sentenza : “Non date luogo al demonio — Nolite locum dare diabolo. „ Essa può stare da sé, e vorrebbe dire, che dobbiamo fuggire ogni male, chiudendo la porta del nostro cuore all’autore del male, che è il demonio: ma io sono d’avviso che si debba considerare come una appendice della proposizione sopra spiegata e legare con essa così: Il sole non tramonti sulla vostra collera, e, così operando, avrete chiuso ogni accesso al nemico comune, che è il demonio. Se noi coviamo in cuore l’ira, ben presto ne sentiremo le conseguenze funeste. Fate che una scintilla, una sola scintilla cada in mezzo alla paglia mista a legna; se voi tosto non la spegnete, a poco a poco si allarga il fuoco, e ben presto vedrete andare in fiamme l’intera casa. Così dell’ira: è una scintilla in fondo al nostro cuore, e se non è prontamente soffocata, divamperà in grande incendio di dispetti, di astii, di maldicenze, di calunnie, di ingiurie, di contumelie, di risse, di percosse e peggio. Fuori adunque l’ira, e con essa avremo chiuso la porta al demonio, artefice di ogni male. – L’Apostolo procede nella sua enumerazione, sempre per via di antitesi, cioè alle opere della carne o dell’uomo vecchio opponendo quelle dello spirito o dell’uomo nuovo: ” Chi rubava più non rubi. „ È un richiamo semplicissimo ad uno dei principali comandi della legge divina. E vero, molti credono di non venir meno all’osservanza di questo precetto divino, e quasi si offendono se altri loro lo ricorda. Noi, essi dicono, non tocchiamo mai la roba d’altri, — e sarà verissimo, perché non è mai che per violenza o inganno manifesto rapiscano o sottraggano cosa alcuna al prossimo. Ma se pensassero che si può violare in molte altre maniere quel precetto divino, forse troverebbero di non essere sì innocenti come mostrano di credere. Si può recar danno altrui nella roba, e gravemente, senza che ne venga in mano nostra un sol filo. Si può rubare con la lingua, screditando il prossimo; si può rubare con le usure mascherate, col prestare il lavoro, che dobbiamo, inferiore al pattuito; col vendere la merce avariata; col non restituire la roba trovata; col promettere e non mantenere la promessa; col mentire; col calunniare; col non pagare i debiti contratti, o rendersi impotenti a pagarli; col disonorare il prossimo; con l’impedire ingiustamente l’esercizio dei suoi diritti; con l’esigere un prezzo eccessivo, ingannandolo e in cento altri modi, che senza aumentare d’un soldo il nostro avere, danneggia i fratelli nostri. E in ciò possono trasgredire il gran precetto del non rubare non solo i ricchi, ma anche i poveri, e perfino i miserabili. E non sono essi derubatori quei poveri, che potendo vivere col lavoro delle proprie mani, preferiscono vivere di limosine? E simili a costoro non sono quegli operai, che sprecando alla bettola parte del guadagno, costringono le mogli a ricorrere alla carità pubblica per sfamare e vestire i figli? Ah! se il precetto “Non rubare „ fosse inteso a dovere, molti che dicono: “io non ho mai tolto nulla dell’altrui”, dovrebbero chinare vergognosa la fronte e confessare d’avere ingiustamente danneggiato altri, e non poco, e questo è pur uno dei tanti modi, coi quali si trasgredisce il settimo comandamento. Io penso che come non è esagerazione il dire che ogni uomo è bugiardo (lo dice lo Spirito Santo), così non è esagerazione il dire che ogni uomo più o meno ruba, o col togliere l’altrui o col recargli danno. – E non basta per l’Apostolo il non rubare egli esige dai suoi figliuoli prima il fuggire il male, poi fare il bene, e soggiunge questa bellissima sentenza, che è rivolta a tutti, senza eccezione, e che vorrei scolpita negli animi vostri in guisa che non la dimenticaste giammai. Sentitela: “Ciascuno fatichi con le proprie mani, lavorando in qualche opera utile per avere di che soccorrere chi soffre bisogno.„ Oh! dottrina, oh! verità sublime, promulgata da quell’Apostolo, che lavorava con le proprie mani per mangiare il suo pane senza essere di peso a chicchessia e sovvenire ai poverelli! Il lavoro, o cari, è legge naturale e divina, imposta a tutti, poveri e ricchi, uomini e donne, deboli e robusti, istruiti e non istruiti. Nessuno è dispensato da questa gran legge, fosse il maggior ricco della terra, il più possente dei monarchi. Sono  e debbono essere diversi i lavori, perché così esige la natura delle cose, ma non vi è un solo uomo che sia affrancato da questa legge universale. Sapete a quale pena il nostro Apostolo condanna l’ozioso? Uditela, e non dimenticatela mai: “Chi non lavora non mangi — Qui non laborat non manducet. „ Dilettissimi! Se noi volgiamo intorno gli occhi per le nostre città, per i ritrovi, per certe sale e per certe bettole, ed anche per le nostre borgate, quanti oziosi! Quanti ricchi e quanti poveri, quanti uomini e quante donne che consumano le ore e le giornate in turpe ozio, che si corrompono nei vizi, figli dell’ozio, che muoiono nell’inerzia e nella noia! Vergogna! O uomo, chiunque tu sia, ricorda che “l’uccello è nato al volo e l’uomo al lavoro”, come ti grida Giobbe. A che ti son date codeste braccia, codeste mani, se non per il lavoro? Adamo innocente doveva lavorare nel luogo di delizie in cui Dio l’aveva collocato; e tu, colpevole, tu, condannato al lavoro, divenuto anche pena ed espiazione, vorresti sottrarti? — “Io non ho bisogno del lavoro per vivere” – mi risponde taluno ricco. — Tu dunque sei un essere parassita, che vivi a spese d’altri; tu mangi il pane d’altri e l’altrui sudore ti nutre! Vergognati! Non credere di poter fuggire alla condanna dell’Apostolo, che è condanna di Dio. Il lavoro altrui accumulò le ricchezze che hai, e l’ozio tuo le disperderà e, se non tu, i tuoi figli, come dice la Scrittura, vedranno la povertà assisa sulla soglia della casa tua. –  Non hai bisogno di lavorare per vivere; sia. Ma guardati d’intorno, e vedrai moltissimi dei fratelli tuoi, ai quali il lavoro delle loro braccia non basta a fornire uno scarso pane e un povero vestito: lavora per essi! — Io credo che prima di S. Paolo nessuno mai sulla terra abbia pensato e molto meno esortato persona a lavorare per avere di che sovvenire alle angustie dei poverelli. È un’idea alta, nobilissima, che non poteva spuntare nella mente dell’uomo che sotto la luce del Vangelo. A questa scuola di Gesù Cristo si formarono le sante Elisabetta di Turingia, le Bianche di Castiglia, le Edvigi di Slesia ed altre moltissime, che, nate in mezzo agli agi e collocate sui gradini del trono, lavoravano con le proprie mani affine di vestire i poveri. Qual cosa più bella e più degna d’un ricco e d’una signora che, non avendo bisogno di lavorare per sé, lavorano per gli orfanelli, per gli abbandonati, per gli infermi, per queste moltitudini di sofferenti che ci circondano? Ecco un’opera di vera fratellanza ed eguaglianza, ecco un socialismo cristiano e santo, che disarmerà il socialismo violento ed iniquo, e che tutti, a qualunque partito siano ascritti, di gran cuore benediranno. Vive ancora una gran dama inglese, vedova d’un uomo di Stato, passata dal protestantesimo alla Chiesa Cattolica, che dà a pigione il vastissimo suo palazzo per mantenere con quelle rendite un centinaio di orfanelle; ed essa si è ritirata in un angolo del palazzo e lavora con le sue mani per calzare e vestire quelle infelici, che ama come se fossero sue figlie. — Sono miracoli di carità, creati dalla parola di Gesù Cristo e del suo Apostolo, che scriveva: “Ognuno lavori con le sue mani, in qualche opera profittevole per avere di che sovvenire chi soffre bisogno. „- Ricapitolando l’insegnamento dell’Apostolo, noi porremo ogni studio in spogliarci dell’uomo vecchio, cessando le opere sue, che sono la bugia, l’ira, il furto e l’ozio, e in vestirci dell’uomo nuovo, praticando le opere sue che sono l’amore alla verità e la sincerità, la pazienza e la mansuetudine, il rispetto per la roba d’altri, l’amore al lavoro e la liberalità verso quelli, che lottano coi bisogni e con la miseria.

Graduale
Ps CXV:2
Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.
[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]
V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja
[L’’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV:1

Alleluja
Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja. [Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium
Sequéntia ✠  sancti Evangélii secúndum Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XXII:1-14
“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisaeis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum coelórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo.
Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli: ut supra, Omelia XIV]

“Gesù, prendendo a parlare, ragionò agli scribi e ai farisei in parabola, dicendo: Il regno dei cieli è somigliante ad un certo re, il quale festeggiò le nozze del suo figliuolo, e mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze ; ma essi non vollero andarvi. Di nuovo mandò altri servi, dicendo: Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio convito: i miei giovenchi e gli animali impinguati sono uccisi e tutto è pronto: venite alle nozze. Ma coloro non se ne curarono, e se ne andarono chi alla sua campagna, chi al suo negozio. Gli altri poi, presi i servi di lui, li oltraggiarono e misero a morte. Quel re, ciò udito, ne fu sdegnato, e mandate le sue soldatesche, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme la loro città. Allora disse ai suoi servi: Le nozze sono bensì preparate, ma gli invitati non ne erano degni. Andate dunque sugli sbocchi delle vie e chiamate alle nozze quanti troverete. Ed usciti i servi di lui sulle strade, raccolsero tutti, quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e il convito fu pieno di commensali. Il re poi entrò per vedere i convitati: vide un uomo non vestito della veste da nozze, e gli disse: Amico, come sei tu qua entrato senza avere la veste da nozze? Ma quegli non fiatò. Allora il re disse ai ministri: Legategli piedi e mani e gettatelo nelle tenebre di fuori: ivi sarà pianto e stridore di denti: che molti sono chiamati, ma pochi eletti „ (S. Matteo, XXII, 1-14).

Questa parabola dove fu essa recitata da Gesù Cristo? Certamente in Gerusalemme, nell’atrio o sotto i portici del tempio. In qual tempo fu essa recitata? Senza dubbio nell’ultima settimana di sua vita, e precisamente il martedì o al più tardi il mercoledì precedente la sua morte. A chi fu essa indirizzata? Al popolo, e più particolarmente agli scribi e ai farisei, che lo tempestavano di domande e ponevano ogni studio per coglierlo in fallo. Qual è lo scopo di questa parabola? Gesù Cristo verso la fine di sua missione, massime in Gerusalemme, nei suoi discorsi è tutto inteso ad illuminare gli Ebrei e a mostrar loro la necessità suprema di credere alla sua parola e alla sua missione: in cento modi ricorda loro il pericolo che correvano d’essere da Dio rigettati, e che al loro posto sarebbero chiamati i Gentili. Si direbbe che ogni suo sforzo è volto a mostrare che Egli non lascia nulla di intentato affine di aprire loro gli occhi alla luce della verità, e che se rimangono nell’errore, la colpa è tutta loro, e che l’ostinazione degli Ebrei non impedirà lo stabilimento del regno di Dio, perché altri più docili di loro vi entreranno. Questo è il senso e lo scopo della parabola che sono per ispiegarvi. – “Gesù prendendo a parlare, ragionò loro di nuovo in parabola. „ Dal tutto insieme dei Vangeli confrontati fra loro, apparisce che gli ultimi giorni che Gesù passò in Gerusalemme, furono quasi per intero giorni di continui discorsi e discussioni vivissime con gli scribi e con i farisei. Sembra che qui S. Matteo lasci intendere che, prima di recitare questa parabola, Gesù avesse avuto non so qual breve tregua, perché dice: “Ragionò dì nuovo „ e ragionò in parabola. Era il modo di ammaestrare favorito di Gesù, molto in uso e gradito agli Ebrei, e che serviva mirabilmente a mettere in rilievo la verità e che sarebbe assai utile che si usasse fra noi, massime col popolo. Ecco la parabola. Il regno dei cieli è somigliante ad un certo re, il quale festeggiò le nozze del suo figliuolo. „ Il regno dei cieli in questo luogo significa chiaramente la Chiesa, quel regno che Gesù Cristo venne a stabilire sulla terra, che chiama regno suo, e nel quale debbono entrare tutti quelli che vogliono poi entrare nel regno della gloria eterna. Chi adombra egli codesto re, che vuol festeggiare, ossia celebrare il convito solenne per le nozze del figliuolo suo? Indubbiamente Dio Padre. Chi raffigura questo figliuolo che fa le nozze? L’Unigenito del Padre, il Verbo divino fatto uomo. Che cosa significano queste nozze? L’unione ineffabile del Verbo divino coll’umana natura, indi con la Chiesa, che da S. Paolo nelle Lettere e da S. Giovanni nella Apocalisse è chiamata ripetutamente sua sposa. E invero: non vi è immagine più bella e più nobile di questa per simboleggiare il mistero della Incarnazione ed i rapporti intimi e sì sublimi di Gesù Cristo con la sua Chiesa. – E qui, prima di passare oltre nella applicazione della parabola, non sarà inutile avvertire, che alla Chiesa di Gesù Cristo appartenevano altresì tutti quelli che, vivendo di fede e aspettando il Messia nella Sinagoga o fuori della Sinagoga, formarono, a così dire, l’avanguardia della Chiesa stessa. Questa, considerata nella sua massima universalità, abbraccia tutti i credenti dell’antico e del nuovo Patto, da Adamo fino all’ultimo Cristiano che vivrà sulla terra, e perché tutti quelli che si salvano, sia prima, sia dopo la venuta di Gesù Cristo, si salvano per i suoi meriti, per la fede in Lui, perché Egli è il Salvatore di tutti, l’unico Mediatore di Dio e degli uomini, e solo nel suo Nome vi è salvezza. – L’uso di festeggiare le nozze con lieti e, secondo le proprie forze, splendidi conviti, è antico quanto è antico il mondo, e ce ne fanno testimonianza non dubbia le sacre Scritture. L’uomo sentì sempre il bisogno di celebrare un fausto avvenimento con segni esterni di canti, di musiche, di danze, e specialmente di conviti. Sono modi nei quali si manifesta la gioia, è la si accresce chiamando altri a parteciparne, specialmente gli amici ed i congiunti. Ora le nozze sono un fausto avvenimento, perché consacrano il massimo dei vincoli che sia sulla terra, e sono stabilite dalla natura e perciò da Dio stesso, qual mezzo unico per gettare le basi della famiglia e conservare l’umana società. Così questi conviti fossero sempre quali li vuole lo spirito cristiano, e la gioia legittima fosse sempre accompagnata dalla temperanza, dalla modestia, dalla riservatezza e dalla coscienza del nuovo e sì grave ufficio che gli sposi assumono! “Il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma essi non vollero venire.„ Iddio, nella sua bontà, chiamò sempre tutti gli uomini al convito delle nozze, cioè alla fede del Figliuol suo, e li chiamò in mille modi. Li chiamò a principio con l’insegnamento domestico che si trasmetteva di padre in figlio nell’epoca patriarcale, e che doveva spandersi su tutta la terra. Chi può dubitare che Adamo ed Eva non ammaestrassero i loro figli, e questi a loro volta i figli e nipoti nelle cose appartenenti alla fede? Chi non vede che questo insegnamento domestico e orale poteva e doveva conservarsi in ogni famiglia, in tutto il genere umano, tenuto conto degli ottocento e novecento anni di vita che quei patriarchi avevano? Era questa la prima chiamata fatta a tutti gli uomini, che per la fede comune dovevano sedere al convito nuziale. Non bastando quella prima chiamata, Dio ne aggiunse altre ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe, ai Patriarchi; e queste pure non bastando ancora, eccone altre senza fine per Mosè, per la legge scritta, per i profeti, per il sacerdozio. Queste chiamate, ancorché fatte al solo popolo eletto, non potevano rimanere ristrette entro i suoi confini: esse ebbero un eco nei popoli vicini, e con la dispersione d’Israele in Oriente ed in Occidente, si diffusero in mezzo ai popoli più lontani. E gli uomini che fecero? Risposero essi agli inviti di Dio? Alcuni pochi, in Israele e fuori d’Israele, risposero e andarono al convito; ma la maggior parte: nolebant venire, rifiutavano di andarvi. – Allora Iddio, vero Padre delle misericordie, “mandò altri servi, dicendo agli invitati: Dite agli invitati : Ecco, ho preparato il mio convito: i miei giovenchi e i miei animali impinguati sono uccisi: tutto è pronto: venite alle nozze. „ Questo invito con sì calde espressioni che si risolvono, quasi direi, in una affettuosa preghiera, si riferisce, penso io, altempo di Cristo ed alla missione per Giovanni e per lui adempiuta, ed alla quale la grande maggioranza degli Ebrei si mostrò sorda e ribelle. È vero, Gesù non parla chiaramente di sé in questa parabola, ma ne parla ben nella parabola poco prima recitata dei vignaiuoli, che uccisero il figlio del padrone, mandato per ricevere i frutti della vigna. Il fine e l’insegnamento di queste due parabole è lo stesso. – Da questi replicati inviti fatti da Dio agli uomini in generale, e in particolare agli Ebrei, dobbiamo raccogliere alcune verità pratiche di non lieve importanza. – Nessuno può mettere piede in un convito se prima non è invitato dal padrone di casa: così nessuno può venire alla fede, entrare nel regno dei cieli, se non è chiamato dalla grazia divina: la grazia precede ogni nostro atto, e senza di quella è impossibile fare un solo passo nella via del cielo; e perciò qui voi vedete che il re, Iddio, per primo chiama al banchetto. E come chiama? Chiama mercé l’opera dei servi mandati, che sono i Profeti, gli Apostoli ed i loro continuatori nel santo ministero. Questo l’invito esterno, al quale è naturalmente congiunto l’invito interno della grazia, senza del quale il primo sarebbe inutile. Ponete anche mente a quelle parole del re poste in bocca ai suoi servi : “Dite agli invitati: Ecco il mio banchetto è preparato… tutto è pronto, venite alle nozze; „ esse provano come sia vivo ed acceso il desiderio che Dio ha della nostra salvezza e felicità eterna, raffigurata in quel banchetto nuziale, onde, se non l’acquistiamo, la colpa cadrà tutta su noi che, chiamati e sollecitati, abbiamo fatto il sordo e lasciato cadere inutilmente tanta grazia. Gesù continua la parabola e dice: “Quegli invitati non se ne curarono, e se ne andarono chi alla sua villa e chi al suo negozio. „ Non accettare e peggio poi, non curarsi d’un invito grazioso ricevuto da un re, è grave sfregio ed offesa cocente, come ciascun intende, e ciò fecero quegli invitati. Essi preferirono all’onore che loro si faceva, l’andarsene alla campagna e l’attendere a negozi, cioè il trastullarsi, il godersela altrove e volgere ogni cura ad accumulare ricchezze. Così fecero gli Ebrei, e così sventuratamente fanno non pochi Cristiani. Gesù Cristo chiamava i figli d’Israele al convito nuziale, ossia ai beni veraci, alle sante gioie del regno spirituale della vita eterna; ed essi non volevano che i beni materiali, non agognavano che un regno temporale, una gloria tutta terrena, la libertà dei corpi anziché quella dello spirito, e così da se stessi si esclusero dal convito reale. – Carissimi! Noi ci meravigliamo e ci indegniamo del villano rifiuto degli Ebrei; ma e non dovremmo meravigliarci e indegnarci più assai del rifiuto, ancor più villano, con cui per molti di noi si risponde agli amorosi inviti che ci vengono da Dio? Vedete tanti in mezzo a noi, particolarmente nelle classi ricche ed istruite, che non hanno fede alcuna, che forse la combattono e la disprezzano: questi brutalmente rifiutano di sedere al convito che Iddio imbandisce. Vedete altri, che, se non disprezzano, né combattono la fede, non se ne curano punto, vivono come se non vi fosse; intesi soltanto a sbramare le loro voglie più basse, ad ammassare ricchezze; questi pure rifiutano il banchetto, al quale dalla bontà divina sono invitati. E la villania, la colpa di costoro non è forse più riprovevole che quella degli Ebrei? Il conoscimento che noi ora abbiamo, o possiamo avere con ogni facilità della fede, le prove luminose che la circondano, la copia delle grazie divine che ci è largita, rendono più inescusabile il nostro rifiuto e la nostra indifferenza. Dio ci chiama con affetto di padre al convito nuziale: “Venite, venite, così Egli, alle nozze; tutto è preparato”.  Leviamoci tutti prontamente e corriamo al banchetto sì splendidamente imbandito. Alcuni degli invitati non si curarono del convito, e se ne andarono, come si disse, “… chi alla campagna e chi al negozio. „ Era scortesia, era disprezzo meritevole di castigo; ma altri degli invitati fecero peggio, continua Gesù Cristo nella parabola. “Essi, presi i servi del re, fecero loro oltraggio e poi li uccisero. „ Era un delitto bestiale, incredibile in uomini quanto si voglia malvagi. Vituperare e uccidere chi non fa male alcuno! Chi compie un dovere impostogli dal suo signore! chi viene per invitarvi ad un onorevolissimo e lauto banchetto! Si può immaginare scellerataggine di questa più atroce e più brutale? Eppure tanta scellerataggine consumarono gli Ebrei nelle persone dei Profeti e degli Apostoli, mandati loro per invitarli al convito nuziale; onde Cristo, parlando fuori di metafora in quegli stessi giorni disse loro: “Ecco, mando a voi dei profeti, dei dotti e degli scribi, cioè uomini che sanno la legge, e voi ne ucciderete, ne porrete in croce, ne flagellerete nelle vostre adunanze e li perseguiterete di città in città. „ – Questa parabola e queste parole sono una storia anticipata di ciò che avvenne e si legge negli Atti Apostolici. E questa storia continua, possiamo dire, sotto i nostri occhi. E non sono sempre servi del gran Re del cielo i nostri missionari, che valicano i mari, che si spingono in mezzo ai barbari, che portano il Vangelo ai selvaggi e tutti invitano al banchetto della verità, al convito nuziale? Come sono accolti? Troppo spesso trovano popoli indifferenti, che non li ascoltano, che li rimandano con disprezzo: anzi non è raro che questi servi fedeli siano maltrattati, percossi, perseguitati, cacciati di contrada in contrada, e persino messi crudelmente a morte. Non passa un solo anno che la Chiesa non veda alcuno di questi suoi generosi apostoli, mandati a portare l’invito al banchetto nuziale, sbandeggiati, gettati in carcere e trascinati sui patiboli: ed in questi stessi giorni dal fondo della Cina giungono le tristi voci di novelli eccidi dei nostri missionari. Si ripete ciò che Cristo disse dei servi del re, che furono oltraggiati ed uccisi. Proseguiamo: “Udite queste cose, il re ne fu indignato, e mandando le sue soldatesche, sterminò quei micidiali ed arse le loro città. „ Queste parole sono rivolte, come spiegano S. Girolamo e S. Giovanni Crisostomo, agli Ebrei, e contengono il vaticinio tante volte ripetuto della tremenda catastrofe che loro sovrastava. “Voi, o Ebrei, avete rifiutato il convito offertovi prima che agli altri popoli; voi avete uccisi i Profeti, voi ucciderete gli Apostoli, voi ucciderete perfino Colui che li manda; voi così avrete colmata la misura, e dopo la misericordia verrà la giustizia, giustizia pari alla misericordia. Il Re del cielo, il Padre Iddio farà la giusta vendetta di tanti delitti. Manderà le sue soldatesche, gli eserciti cioè di Vespasiano e di Tito; questi assedieranno la vostra città, vi appiccheranno il fuoco, scanneranno senza pietà i vostri figli, diserteranno le vostre contrade e sarà fatta piena giustizia di questi micidiali. — Notate come Cristo chiami “soldatesche del Padre suo” gli eserciti romani; essi erano pagani, è vero, ma senza saperlo erano esecutori della giustizia divina, e in questo senso erano veramente soldatesche mandate da Dio. È vero, la piena giustizia sui colpevoli Iddio la riserba nella vita futura; ma talvolta, in parte, Egli la fa anche quaggiù sulla terra, quasi saggio della futura, e fu veramente tale quella ch’Egli prese sopra i Giudei sì ostinati e sì crudeli. Del resto, questo linguaggio di nostro Signore, che è tutto militare, per conservare il carattere della parabola, nella quale l’attore principale è il re, potrebbesi intendere in senso più largo, e significherebbe in genere la finale sentenza che Dio pronuncerà contro gli empi, allorché egli armerà contro di essi tutte le creature, secondo il linguaggio dei libri santi, e li condannerà alla morte eterna. – ” Il re, continua Gesù, rivolto ai suoi servi, disse: Le nozze sono bensì preparate, ma gli “invitati non ne erano degni. „ Questi figli di Abramo, i Giudei, per la loro superbia, per la loro ostinazione, pel sangue innocente di tanti profeti da loro versato, non erano degni di prender parte al mio convito; ma non per questo il mio convito deve restare deserto altri piglieranno il loro posto. “Su, andate sugli sbocchi delle vie, e, quanti troverete, chiamate alle nozze. E usciti i servi di lui sulle vie, raccolsero tutti, quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e il convito fu ripieno di commensali. „ Qui il velo della parabola è sì sottile, che è facilissimo comprendere ciò che sotto si nasconde. Ai Giudei dovevasi annunziare la buona novella prima che agli altri popoli, perché quelli dovevano essere preparati meglio degli altri. La respinsero: ebbene, in loro luogo sono chiamati i poveri Gentili. È quello che S. Paolo più e più volte ripete nei suoi discorsi riportati negli Atti Apostolici e nelle sue lettere. I Giudei in gran parte rigettarono la predicazione degli Apostoli; questi allora, secondo il comando di Gesù, si volsero ai Gentili, raffigurati in quegli uomini che stavano sulle vie e che non sognavano nemmeno l’alto onore di sedere alla mensa del Re. Dice il sacro testo, che furono raccolti nella sala del convito buoni e cattivi, cioè uomini d’ogni qualità, ricchi e poveri, istruiti e non istruiti, nobili ed ignobili, dacché quelle parole buoni e cattivi non possono designare i virtuosi ed i viziosi, perché nessuno di loro poteva essere buono e virtuoso prima della chiamata, essendo tutti nell’errore. È sempre, o cari, la stessa legge suprema, che regola il governo di Dio. Gli Angeli su in cielo per superbia si levano contro Dio e rifiutano l’omaggio a Lui dovuto ? E Dio li respinge, li balza nell’inferno, e al luogo di quegli spiriti eccelsi, ma superbi, chiama gli uomini, povere creature, di tanto inferiori agli Angeli. I Giudei ricolmati di tanti favori, pieni d’orgoglio, rifiutano di credere a Gesù Cristo e di riconoscere in Lui il Salvatore del mondo? E Dio li rigetta, ed al loro luogo chiama i pagani, che giacevano nelle tenebre della ignoranza e che dai Giudei erano tenuti in sommo dispregio. È l’applicazione della sapientissima legge: Dio abbassa i superbi ed esalta gli umili! Miei cari! Noi Gentili abbiamo preso il posto degli Ebrei, posto che essi perdettero per il loro orgoglio. Badiamo che quell’orgoglio che perdette gli Ebrei, non perda noi pure, e che Iddio al nostro luogo non chiami altri, che renderanno miglior frutto. Badiamo che Dio, stanco della nostra ingratitudine, e offeso dalla superba nostra indifferenza e miscredenza, non rimuova da noi il candelabro della fede, e lo porti in mezzo ad altri popoli, ora giacenti nelle ombre della morte. La gran sala del convito nuziale era ripiena di commensali : “Il re entrato a riguardare i convitati, vide un uomo che non aveva la veste da nozze, e gli disse : Amico, come sei tu venuto qua dentro senza avere la veste da nozze? „ Presso gli antichi, Romani e Greci, ed anche presso gli Ebrei, si poneva gran cura in avere nei conviti la veste conveniente, e quest’uso si conserva ancora presso di noi, almeno in parte. Chi di noi si recherebbe ad un gran convito in veste disdicevole? Presso gli orientali, il padrone stesso soleva fornire le vesti conviviali allorché gl’invitati ne mancavano. Il convito, come abbiamo detto, significa il regno di Dio sulla terra, o la Chiesa. Ora che significa essa la veste nuziale? Non certamente la fede, perché se colui che ne mancava era nel convito, cioè nella Chiesa, aveva certamente la fede, nessuno potendo essere nella Chiesa senza la fede. È dunque necessario il dire che quella veste nuziale rappresenti la carità, ossia la fede accompagnata dalle opere, come comunemente insegnano i Padri. Il Re, che entra nel convito per riguardare i convitati, è Dio, che alla fine dei tempi verrà per rendere a ciascuno secondo le opere sue e chiudere la scena di questo mondo. Il Vangelo odierno ci avverte che, per aver parte al convito della vita eterna, non basta non respingere, né maltrattare gl’inviati di Dio: non basta ascoltarli e nemmeno entrare nella Chiesa, con la professione della fede: si domanda altresì la veste nuziale, la pratica della virtù, l’osservanza della legge divina. A taluno potrà far meraviglia che il Re nel convito abbia trovato un solo manchevole della veste nuziale, cioè avente la fede e non le opere della fede, mentre ché vediamo che troppi sono coloro che vivono nella Chiesa per la fede, ma non vivono secondo la fede. La risposta è piana e facile: quell’uno trovato senza la veste nuziale rappresenta tutti quelli che hanno la fede, ma non le opere della fede. – Il Re chiamò col dolce nome di amico quell’infelice che era entrato senza la veste nuziale. Come, direte voi, può dirsi amico di Dio, colui che deve essere riprovato? Il Re lo chiamò amico, come Gesù Cristo chiamò amico Giuda nell’atto stesso che gli dava il bacio traditore: ” Amice, ad quid venisti? Osculo tradis Filium hominis — Amico, a che sei venuto? Con un bacio tradisci il Figliuol dell’uomo? „ Lo chiama amico per provargli l’amor suo e ricordargli i benefizi fattigli: per mostrargli che secondo la fede era suo amico, figlio della sua Chiesa, come scrive acutamente S. Gregorio: “È cosa mirabile, dice il santo, che il Re chiama costui amico e lo riprova, come se gli dicesse: Amico e non amico, amico per la fede, ma non amico per le opere. „ Apprendiamo dal Vangelo che quello sventurato, al rimprovero fattogli, non rispose parola: Obmutuit. E che poteva rispondere il misero ? Egli stesso e quanti erano nel convito vedevano che non aveva la veste nuziale: quale scusa poteva mettere innanzi? – Carissimi! Al gran dì del giudizio ciascuno apparirà qual è veramente con le sue opere buone o cattive, o nudo d’ogni opera, e l’essere nudo d’ogni opera vorrà dire non avere la veste nuziale. Come negarlo sotto quella luce sfolgorante, che raggerà dal volto di Cristo giudice? Come scusarci? Quale vergogna il vederci nudi di opere buone! Per cessare tanta vergogna, alla fede che felicemente abbiamo, uniamo le buone opere, e le nostre vesti splenderanno come il sole. “Allora il re disse ai ministri: Legategli piedi e mani, e gettatelo nelle tenebre di fuori, ove sarà pianto e stridore di denti. „ È la pena eterna che il Giudice supremo pronuncia ed infligge al credente e non operante. Egli quaggiù volontariamente si legò coi vincoli e coi ceppi delle sue passioni sregolate: è giusto che, contro sua volontà, ora sia legato mani e piedi e gettato nel carcere dell’inferno. Nel convito, a cui era stato per grazia invitato, splende una luce vivissima ed eterna: fuori di quel convito, non vi sono che tenebre: sono le tenebre dette esteriori. Nel convito regna la gioia, il tripudio ed una festa interminabile: fuori non vi è che pianto, dolore e stridor di denti per sempre. Allorché ci incoglie una grande sventura, un dolore straziante, noi piangiamo e per l’orrore dei mali che ci assalgono, battiamo i denti: è uno degli effetti d’un gran terrore, e perciò Gesù Cristo, in questo ed in altri luoghi, parlando del massimo dei mali, del luogo dei dolori, dell’inferno, tra le altre cose, accenna allo stridore di denti. In questa breve sentenza Gesù Cristo, tra le pene infernali, quattro ne nomina distintamente, la perdita della libertà di fare il bene, la libertà dell’anima e del corpo, ligatis minibus et pedibus, le tenebre, il pianto e lo stridore dei denti, le due ultime piuttosto come effetti di grandi ed ineffabili dolori. Dilettissimi! Da questa parabola apprendiamo qual grave e detestabile peccato sia non rispondere alle amorevoli chiamate della grazia, e peggio poi maltrattare i messaggeri della sua volontà, che Dio ci invia; apprendiamo il pericolo che per noi si corre, che ad altri sia data quella grazia, alla quale così malamente abbiamo corrisposto; apprendiamo finalmente che la fede è necessaria, e necessario è l’entrare nella Chiesa e vivere in essa, ma che ciò non basta; e che per entrare nel convito della eterna felicità, oltre la fede, domandano le opere, e che, senza di queste, l’eterna condanna è inevitabile.

Credo

Offertorium
Orémus
Ps CXXXVII:7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua. [Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta
Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde. [Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

Communio
Ps CXVIII:4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas. [Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio
Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.
[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

 

 

 

LO SCUDO DELLA FEDE (XXX)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XXX.

LA DOTTRINA DI GESÙ’ CRISTO.

Gesù. Cristo ebbe una vera, dottrina. — Fu tutta sua propria. — È dottrina divina. — Ha operato i più meravigliosi effetti.

— Gesù Cristo per salvarci, oltre alla sua incarnazione, passione e morte, ha Egli fatto qualche cosa d’altro?

Sì, senza dubbio. Egli ha predicato la sua celeste dottrina, ha istituito i suoi Santi Sacramenti, ed ha fondata la sua Chiesa. Ed anzitutto ha predicato la sua celeste dottrina.

— Ma io ho inteso dire che Gesù Cristo una vera dottrina nel vero senso della parola non l’abbia né avuta né predicata giammai, ma che in quella vece quella dottrina, che oggi ci propone a credere e seguire la Chiesa, come opera di Gesù Cristo, siasi formata a poco a poco per opera degli Apostoli, dei Padri, dei Dottori, dei Pontefici, dei filosofi cristiani, in una parola per opera degli uomini.

Lo so, fra le tante trovate del razionalismo moderno c’è anche questa. Ma non è meno falsa di tante altre: lo dimostra il più volgare buon senso. Poni ben mente. Tu sai che il quadro della Trasfigurazione, che si conserva a Roma in Vaticano, forma il capolavoro di Raffaello. Or supponi che ci fossero di coloro, che ci volessero dare ad intendere, che non è già il celebre Urbinate quegli che lo ha fatto, ma che in quella vece è una moltitudine di pittori diversi, i quali a poco a poco, l’uno dopo l’altro hanno dato sulla tela ciascuno alcune pennellate, donde alfine n’è uscito quella grande meraviglia.

— Ci metteremmo a ridere. Che così possa essere stato fatto un quadro qualunque pieno di sgorbi, passi, ma che così sia stato fatto il quadro della Trasfigurazione è impossibile.

Dici benissimo. Qualsiasi quadro nel quale apparisca unità, armonia, bellezza, mostra una stessa intelligenza, che l’ha concepito ed una stessa mano che l’ha dipinto, e quando pure, come accadde pel quadro della Trasfigurazione non finito a tempo da Raffaello, un’altra mano vi entrasse, non tornerebbe difficile a scoprirla. Or bene la dottrina di Gesù Cristo è come un quadro perfettissimo, un disegno a cui nulla manca, un complesso di verità, che si compenetrano tra di loro come i colori di una magnifica tela e formano un’ammirabile unità. Giacché in questa dottrina tutto mira a farci riconoscere che Gesù Cristo è Figliuolo di Dio, incarnatosi e fattosi uomo per operare la nostra salute, e a questo dogma fondamentale e centrale fanno capo, e per questa raggiano tutte le altre verità e dogmatiche e morali. – Or come sarebbe possibile che questa dottrina così perfetta, così unita, che non ha che un unico scopo, sia l’opera lenta e graduata di molti? non già di quel solo Gesù Cristo, da cui la Chiesa appoggiata alle più irrefragabili testimonianze la riconosce?

— Ma è vero quanto lei mi dice che nella dottrina di Gesù Cristo ci sia un complesso di verità unite fra di loro? Io ho sempre creduto che nel Vangelo non vi fossero che insegnamenti sparsi qua e là, e staccati gli uni dagli altri.

Certamente Gesù Cristo non formulò Egli in termini né un simbolo, né un codice morale; il piano della sua dottrina non si manifesta in un metodo conforme a quello che sono soliti ad usare gli uomini nell’ammaestrare; nel suo insegnamento non vi ha la prefazione che previene il lettore, né la distribuzione delle materie che solleva l’intelligenza, né  l’ordine, la concatenazione ed il progresso che fanno vedere l’unità dell’opera; ma con tutto ciò è certissimo che il simbolo ed il codice morale, che la Chiesa ci propone a credere e seguire, sono racchiusi negli insegnamenti di Gesù Cristo; che tutti gli insegnamenti suoi sono tra di loro collegati, ordinati e dipendenti gli uni dagli altri per guisa da non essere difficile a qualsiasi uomo dotato di un po’ d’intelligenza e di buona volontà scoprire una vera dottrina e rilevare l’impronta della più alta sapienza.

— Chi sa tuttavia se Gesù Cristo abbia creduto ed inteso Egli propriamente di insegnare agli uomini una speciale dottrina?

Non se ne può avere il minimo dubbio. Leggendo il Santo Vangelo si trova ad ogni tratto che Gesù Cristo parla della sua dottrina, de’ suoi precetti, delle verità, alle quali è venuto a rendere testimonianza, e della fede che devesi dare alla sua parola.

— E questa dottrina, che Gesù Cristo chiama sua, è veramente originale? tutta sua propria?

Sì, essa è veramente tale ; a Lui, ed a Lui solo interamente, appartiene. Ed in vero chi mai tra i savi antichi diede insegnamenti somiglianti a quelli di Gesù Cristo, per esempio riguardo a Dio, alla sua bontà, alla tenerezza del suo amore paterno per noi, alle tre Persone perfettamente eguali, Padre, Figliuolo, Spirito Santo, che sono in Dio? Chi apprese agli uomini come Lui ad adorare Iddio in ispirito e verità, e ad implorarne i favori con un’orazione, che sebbene brevissima, contiene nondimeno tutto ciò che dobbiamo sperare e domandare da Dio, al quale vi si volge il più dolce dei nomi, quello di Padre? Chi, come Gesù Cristo, diede la vera nozione del bene e del male ? Ohi al par di lui fece conoscere in che propriamente consista la virtù? Chi rivelò, come Egli fece, la vera dignità e libertà dell’uomo? Chi die’ precetti simili ai suoi, riguardo alla carità, al perdono delle offese, alla dilezione dei nemici, all’universal fratellanza, all’abolizione d’ogni schiavitù, all’unità e indissolubilità del matrimonio, alla castigazione del corpo, all’obbedienza della civile autorità? Qual Savio eruppe come Gesù Cristo in queste esclamazioni: « Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno de’ cieli; beati i mansueti perché possederanno la terra; beati i mondi di cuore perché vedranno Dio; beati coloro che piangono perché saranno consolati; beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati; beati i misericordiosi perché troveranno misericordia, beati quelli che sono odiati, calunniati, perseguitati, perché di essi è il regno dei cieli ! » Chi mai disse questo? Nessuno, nessuno mai.

— Ma nella dottrina di Gesù Cristo non si trovano altresì tanti insegnamenti che già vi erano nei libri degli Ebrei e che alcuni Savii dell’antichità avevano dati?

E che perciò?

— Non si potrebbe inferire che Egli la sua dottrina la tolse da quei libri e da quei Savii?

Già è vero: taluni dei saputi moderni non potendo negare che Gesù Cristo ebbe una dottrina, asseriscono che Egli la tolse in gran parte dai libri ebraici e dai savii dell’antichità, e che però la sua dottrina non ha nulla di nuovo. Ma vorrebbero dunque costoro che Gesù Cristo per essere originale nei suoi insegnamenti avesse rigettate quelle verità, che Iddio fece rifulgere al popolo ebreo ed agli stessi Gentili? Se Egli stesso era Dio, poteva Egli mettere da banda ciò che come Dio aveva rivelato e fatto conoscere agli uomini prima di incarnarsi? Non solo non poteva, ma ponendo nella sua dottrina certe verità già rivelate al popolo ebreo e conosciute dagli stessi Gentili, Egli non fece altro che appropriarsi legittimamente di ciò, che da tutta la eternità gli apparteneva, e che lungo il corso dei secoli aveva agli uomini comunicato. Ma pur ponendo nella sua dottrina queste verità, quante altre ne proclamò interamente nuove! Egli fu propriamente quello scriba dotto che a somiglianza del padre di famiglia trae fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie.

— Ma se è certo che la dottrina di Gesù Cristo si mostri originale e tutta sua propria, è certo del pari che si manifesti divina? Oppure la si chiama così solo perché si eleva al di sopra delle dottrine di altri grandi maestri dell’umanità?

“No, caro mio: la dottrina di Gesù Cristo non si chiama divina soltanto per esprimere la sua singolare bellezza, come ad esempio gli antichi dissero divini gli insegnamenti di Platone. – Si chiama divina perché è propriamente la dottrina di un Dio, e tale si manifesta.

— E da che cosa si manifesta la dottrina di un Dio?

Da tre cose massimamente:

1° Dal modo, con cui Gesù Cristo ce l’apprese. Egli disse: « Da Dio sono uscito e sono venuto, poiché non sono venuto da me stesso, ma Egli mi ha mandato, e quegli che da Dio è stato mandato parla parole di Dio. La mia dottrina è celeste: Io sono la luce, la via, la verità, e la vita. Le parole che Io vi parlo sono spirito e vita »: e in conformità a tale asserzione Egli parlò con sicurezza, con precisione di linguaggio, disdegnando gli umani argomenti. Ad ogni tratto dalle sue labbra uscirono fuori queste espressioni al tutto proprie di Lui: « In verità, in verità vi dico — Io, vel dico Io, che parlo — Credete alla mia parola — Fate così — Lasciate questo ». Insomma Egli affermò sempre e concluse con l’autorità d’un maestro supremo, che non sente al di sopra di sé alcun giudice, che non tollera discussioni, che non teme smentite; e così appunto insegnava. Gesù Cristo, perché era Dio.

2° Dalla perfezione, che in tale dottrina si trova. In essa non manca nulla, o per lo meno i mancamenti non sono che apparenti, giacché dai principii, che essa ha, si possono cavare tutte le conseguenze relative al conoscimento di Dio, di Gesù Cristo, dell’opera sua, dell’uomo, dei nostri doveri, eccetera. Ed oltre al non mancarvi nulla, è sempre esatta, precisa, sicura, senza il più piccolo sbaglio, il minimo errore. Così che coloro che l’accettano e la seguono fedelmente si elevano a giustizia e perfezione eroica e si fanno santi. E produrre tale effetto non lo può che una dottrina divina.

3° Dalla sua comunicazione a tutti i paesi e a tutti i secoli fino alla fine del mondo. E ciò senza che sia avvenuta o possa avvenire in tale dottrina, la minima alterazione, giacché anche oggi si insegna ciò che Gesù Cristo ha insegnato, e quel che si insegna qui nella nostra Italia è ciò che s’insegna anche nella landa più inospitale della terra, purché vi giunga l’apostolo di Gesù Cristo. Nessun’altra dottrina di nessun savio, di nessun dottore per quanto grande, ha ottenuta una tale ventura. Che anzi forse non vi è stato mai dottore alcuno, che abbia avuto in cuore tale aspirazione per la sua dottrina, e se pure vi fu chi l’abbia avuta, certamente nessuno mai ha osato di esprimerla. – Gesù Cristo al contrario pur predicando la sua dottrina tra gli stretti confini della Giudea, vide profeticamente questa dottrina spargersi per tutto il mondo, e ciò che egli vide lo annunzio chiaramente dicendo che la sua parola era un piccolo seme, che sarebbe diventato un albero immenso da coprire tutta la terra. E così realmente avvenne. La dottrina di Gesù Cristo dapprima per mezzo degli Apostoli, poscia per mezzo dei loro successori si sparse, continua e continuerà a spargersi sino agli estremi confini della terra e attraverso a tutte le età. E ciò non altrimenti avviene, se non perché si tratta della dottrina di un Dio!

— E la dottrina di Gesù Cristo ha essa realmente prodotto nel mondo gli effetti, cui il suo Autore mirava!

Sì, senza dubbio. Di mano in mano che si andò predicando e riuscì a penetrare nell’animo degli uomini, si andò eziandio rinnovando la faccia della terra. Per essa caddero a terra i templi e gli altari degli dèi falsi e bugiardi, cessarono gli orrendi sacrifici di vittime umane, si ammansò la ferocia dei popoli barbari e selvaggi, scomparvero le orge invereconde, gli spettacoli di sangue e i tanti altri obbrobri, di cui era contaminato il mondo. Per essa fu disvelata la inanità, l’assurdità e l’errore della filosofia pagana, e fu mostrata nella più viva luce la verità, la bellezza e la forza della Religione Cristiana. Per furono riprovati i delitti, i vizi, le ingiustizie, le discordie di ogni maniera, e tutti gli uomini, di ogni sesso, di ogni età, di ogni condizione vennero addottrinati intorno al vero Dio, al culto che gli è dovuto, alle verità che Egli ha rivelate, e che bisogna credere, alle virtù che ci ha insegnate e che bisogna praticare. Ed ecco sorgere templi ed altari al solo Dio Creatore e Redentor del mondo, ed ivi accogliersi i credenti per rendere a questo Dio gli omaggi dovuti alla sua Maestà: ecco gli uomini, mitigati i loro costumi, sedate le loro civili discordie, piegatisi alla legittima autorità, divenuti come altrettanti fratelli, far sottentrare nel loro animo all’egoismo la carità, alla sfrenata lussuria la fuga dei carnali diletti, al furore della vendetta la volontà del perdono, alla superbia l’umiltà, all’avarizia la liberalità, all’iracondia la mansuetudine; ecco insomma prodigiosi mutamenti d’ogni maniera compiutisi in ogni tempo e da per tutto dal primo dì che cominciò ad intendersi la dottrina di Gesù Cristo fino a noi, e che si compiranno ancor sempre e da per tutto sino alla fine del mondo, essendo volontà espressa di Dio, che sino alla fine del mondo gli uomini per mezzo della predicazione di questa dottrina vengano alla cognizione della verità.

— Ciò è veramente ammirabile, e chiaro apparisce essere opera divina.

CONOSCERE SAN PAOLO (17)

CONOSCERE SAN PAOLO (17)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

LIBRO QUARTO.

La prigionia.

Le Epistole della prigionia.

CAPO II.

II. IL PRIMATO DEL CRISTO.

1. TITOLI E FUNZIONI DEL CRISTO. — 2. CAPO DEGLI ANGELI; — 3. IN LUI RISIEDE LA PIENEZZA O PLEROMA.

1. Gli errori dei Colossesi obbligavano l’Apostolo a restituire a Gesù Cristo, col suo vero posto accanto al Padre, il suo compito nella creazione del mondo e nella vita della Chiesa. “Dio ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio prediletto nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Questo Figlio è immagine del Dio invisibile. Primogenito di tutte le creature, perché in Lui tutto è stato creato in cielo e su la terra, le cose visibili e le invisibili, e i troni, e le dominazioni, e i principati e le potestà. Tutto è stato creato per mezzo di Lui e per Lui; ed Egli esiste prima di tutte le cose, e tutte le cose sussistono in Lui. Ed Egli è il capo del corpo, della Chiesa; Egli che è il principio, il primogenito dei morti, affinché abbia il primato in tutto” (Col. I, 14-20). San Paolo, secondo la sua abitudine, accumula sopra il Cristo, senza curarsi di quello che noi potremmo chiamare ordine cronologico, tutti i titoli che gli appartengono per ragione delle sue due nature. Egli, come pure San Giovanni, non è disposto a dividere il Cristo. Nella sua vita anteriore, il Cristo è l’immagine di Dio, il primogenito, il creatore, il conservatore, il fine di tutte le cose: nella sua vita umana Egli è il primogenito dei morti, il capo del corpo mistico, il redentore degli uomini e il pacificatore universale; in tutte e due le vite Egli è il Figlio prediletto, il fine delle creature, e domina tutte le potenze celesti e finalmente possiede la pienezza. – La maggior parte di questi titoli, comuni a parecchie lettere, saranno studiati altrove; qui ci fermeremo ai tre punti speciali della nostra Epistola.

I. Il Cristo è immagine del Padre, primogenito delle creature, autore, conservatore e fine di tutte le cose.

II. Il Cristo è innalzato sopra tutti gli spiriti celesti, e corno loro creatore e come loro capo.

III. Il Cristo possiede ogni pienezza, pienezza di divinità e pienezza di grazie.

L’immagine di Dio invisibile — o forse più esattamente di Dio l’invisibile (Col. I, 15) — è un’espressione presa dal libro della Sapienza e in realtà non è che un sinonimo del Figlio. Chi dice immagine, dice somiglianza e derivazione. Il figlio è l’immagine del padre di cui è il ritratto vivente, ma il padre non è l’immagine del figlio, benché ne abbia la rassomiglianza, poiché non deriva da esso. Secondo la forte e rigorosa espressione di San Gregorio Nazianzeno, « il Verbo è immagine in quanto procede dal Padre, perché è dell’essenza dell’immagine essere una riproduzione, una copia del suo archetipo (Orat.  XXX, 20) ». Il Dio invisibile del nostro testo è evidentemente il Padre. L’invisibilità gli conviene in quanto è Dio, e allora gli è comune col Figlio, sua immagine perfetta; gli conviene in quanto è Padre, come sembra insinuare San Paolo e come pensarono molti antichi scrittori ecclesiastici, e allora essa indicherebbe l’attributo personale e incomunicabile in virtù del quale il Padre, sorgente e principio della divinità, manda le altre Persone e non è mandato da esse. Come immagine del Padre, il Figlio è atto a rivelarlo agli uomini; ma non è tale attitudine che precisamente lo costituisca nello stato d’immagine: Egli sarebbe immagine ancorché non esistesse nessuna creatura ragioneragione vol èvole per ricevere la sua rivelazione, come resterebbe Figlio anche quando non ci fosse nessuno a ricevere da lui la filiazione adottiva. – Quanto più perfetta è l’immagine, tanto meglio riproduce il suo modello, e si può concepire un’immagine tanto perfetta da uguagliare il suo prototipo. « Tale è il Figlio di Dio, il quale porta in sé tutto il Padre, in tutto identico al Padre, e ne differisce soltanto per il fatto di essere generato (S. Giov. Damasceno: De fide orthod. I, 8) ». Però la nozione d’immagine non implica questo, e l’uguaglianza, se vi è, si deve dedurre da altri principi. Il Figlio di Dio è l’immagine del Padre e perché è il suo Verbo — il Verbo per sua natura esprime l’intelligenza che lo produce — e perché è suo Figlio, poiché la generazione, in virtù del concetto suo proprio, tende a riprodurre il principio generatore. Ma non è certo che questa relazione tra il Figlio e l’immagine sia nella mente di Paolo. – Se la qualità d’immagine è assoluta e relativa nel tempo stesso, quella di primogenito è soltanto relativa e verrebbe perciò a mancare nel caso in cui non fosse stata creata nessuna cosa. I Padri con ragione osservano che l’espressione « primogenito di tutte le creature (Col. I, 15) » non può significare altro che « nato prima di tutte le creature ». Difatti, perché il Figlio venisse messo nella categoria delle creature, bisognerebbe che Egli stesso fosse stato creato oppure che la creatura fosse stata prodotta per via di generazione; ora, eccetto Lui, nessun essere è generato da Dio, poiché Egli è il Figlio unico, e d’altra parte non è stato creato, perché tutto ciò che è stato creato, in cielo e in terra, è stato creato per mezzo di Lui, in Lui e per Lui. In conclusione, i tre titoli di Figlio, d’immagine e di primogenito si riferiscono alla vita divina del Verbo e sono tre aspetti della sua generazione eterna, ma vi è tra loro questa distinzione, che la nozione di Figlio è assoluto relativamente agli esseri creati, quella d’immagine è assoluta e relativa, quella di primogenito è relativa nella sua espressione, perché include l’idea di un termine esteriore al Figlio, ma si appoggia sopra una perfezione assoluta, indipendente dall’esistenza delle creature. – « Primogenito di tutte le creature » non ha nulla di comune con « primogenito dei morti (Col. I, 18) ». Essendo la risurrezione gloriosa una specie di nascita ad una seconda vita, Gesù Cristo che entra prima degli altri in questa vita di gloria, si chiama con ragione « il primogenito dei morti », oppure « la primizia dei dormienti ». Benché più stimate che il resto del raccolto, le primizie non sono di una specie diversa; così il Cristo, benché innalzato incomparabilmente sopra quelli che egli associa al suo trionfo, appartiene pure sempre alla categoria dei risuscitati. Nello stesso modo si spiega il titolo di « primogenito tra molti fratelli (Rom. VIII, 29) ». La grazia santificante ci conferisce realmente la libazione divina; allora il Figlio prediletto si degna di riceverci per fratelli, e noi partecipiamo veramente con Lui, benché soltanto per analogia, al titolo di figli di Dio. Ma chi non vede quanto differisca la relazione del Verbo con le creature uscite dalle sue mani? Queste non sono sue sorelle come non sono figlie di Dio: Egli è dunque il loro « primogenito » solamente perché le precede nell’esistenza. – Le diverse relazioni del Figlio col mondo sono raccolte in una formola scultoria: Tutto è da Lui, tutto è in Lui, tutto è per Lui (Col. I, 16). Il Figlio è la causa efficiente, la causa esemplare e la causa finale di tutti gli esseri. – L’insistenza di San Paolo nel comprendere tutte le cose, « le visibili e le invisibili, in cielo e su la terra », nell’attività creatrice del Figlio, non la cede punto a quella dello stesso San Giovanni. – Vi è però una differenza, ed è che San Giovanni, adoperando l’aoristo, indica la prima produzione degli esseri creati, mentre San Paolo, servendosi del perfetto, indica anche la relazione attuale delle creature col Figlio come col loro Creatore. Esse sono state create da Lui e « sussistono in Lui (Col. I, 17) ». Senza di Lui, senza la Sapienza increata, tutte le creature, incapaci di durare da sé, si disperderebbero, si sminuzzerebbero e a forza di combattersi si inabisserebbero di nuovo nel nulla. È Lui che conserva a loro, con l’esistenza, la coesione e l’armonia. Il Logos di Filone, vincolo dell’universo, aveva lo stesso compito. Non soltanto « tutto è stato creato da Lui », ma « tutto è stato creato in Lui ». L’Apostolo ci lascia indovinare in che modo. Molti Padri, seguendo Sant’Ippolito e Origene, suppongono che sia in qualità di esemplare divino, come vincolo delle idee e archetipo universale L’ipotesi è seducente e, benché bisogni guardarsi dall’imporre agli apostoli le speculazioni platoniche e filoniane sul mondo intellegibile, non si vede come Dio abbia creato il mondo « nel Figlio », se il mondo non era in qualche modo nel Figlio; ora Egli non vi era e non vi poteva essere se non intellegibilmente, come nel suo modello e nel suo esemplare. Questa spiegazione troverà un saldo appoggio nel Prologo di San Giovanni, se si adotta la punteggiatura seguente: « Quello che è venuto all’esistenza era vita in Lui ». Egli che è causa efficiente e causa esemplare e formale, è pure causa finale. Questa espressione non può fare a meno di sorprendere: non già che il Figlio non sia, come il Padre, causa finale delle creature, ma la finalità sembrerebbe appartenere al Padre per appropriazione esclusiva. Si sarebbe dunque tentati di riferire questo titolo al Verbo fatto uomo al quale è subordinato tutto l’universo come all’inviato e al mandatario di Dio; ma nella frase di San Paolo, non essendosi ancora compiuto il passaggio dalla natura divina alla natura umana, è meglio attenersi al senso più semplice. Constatiamo così una volta di più che l’appropriazione delle particelle non ha nulla di esclusivo.

2. I dommatizzatori di Colossi, a forza di fare assegnamento su la mediazione degli Angeli, correvano pericolo di non più riconoscere il massimo Mediatore. Forse alcuni non mettevano più, tra gli Angeli e Gesù Cristo, che una differenza di grado. Paolo raccomanda quando occorre il rispetto degli Angeli, ma non vuole che questo vada a detrimento del Cristo (I Cor.XI, 10). Egli sa che gli Angeli portarono la Legge a Mosè (Gal. III, 19); che abitano i cieli (Gal. I, 8), nella luce (II Cor. XI, 14), che assistono ai riti augusti della Chiesa (I Cor. XI, 10), alle lotte e ai trionfi del Vangelo (I Cor. IV, 9 ); che accompagneranno nell’ultimo giorno il sommo Giudice (II Tes. I, 7); che uno di essi, un Arcangelo, darà il segnale della risurrezione (I Tess. IV, 16). Egli proscrive soltanto il culto arbitrario degli Angeli, un culto che diminuirebbe l’onore dovuto a Gesù Cristo. Tra gli angeli e Gesù non è possibile il paragone: essi si trovano nei rapporti della creatura col Creatore, del finito con l’infinito. Non cercheremo uno schiarimento al pensiero di Paolo nelle speculazioni comuni al principio dell’era cristiana e neppure negli autori di apocalissi ebraiche. Quelle speculazioni non avevano nulla di uniforme; gli arcangeli, dei quali allora si parlava molto, erano ora sette, con quest’ordine, nel libro di Enoc: Uriele, Raffaele, Raguele, Michele, Gabriele, Remiele; ora erano sei, per esempio nel Targum di Jonathan, ora cinque, con nomi differenti; ora quattro soltanto, enumerati senza ordine fisso. San Paolo parla una volta soltanto dell’Arcangelo, per indicare l’Arcangelo San Michele, espressamente menzionato da San Giuda; egli non allude affatto alla nota triade dei Serafini, dei Cherubini e degli Ophanim « che custodiscono il trono della maestà divina e non dormono mai ». Inoltre, mentre gli spiriti cattivi, nella demonologia ebraica meno antica, hanno un’incredibile varietà di nomi, gli Angeli buoni, il cui compito è molto ecclissato, sono per lo più anonimi. Quattro testi di San Paolo suggeriscono l’idea di una gerarchia angelica: Il Cristo « siede sopra ogni principato e potestà e virtù e dominazione e sopra ogni altro nome pronunziato non solo in questo secolo, ma nel secolo futuro (Ef. I, 21) ». — Tutto è stato creato dal Figlio e per Lui: « le cose visibili e le invisibili, troni e dominazioni, principati e potestà (Col. I. 20) ». — Il Cristo, alla sua venuta gloriosa, « rovescerà ogni principato e ogni potestà e virtù (I Cor. XV, 24) ». Nulla ci può separare dall’amore di Gesù Cristo, « né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i principati, né le cose presenti, né le future, né le potestà (Rom. VIII, 38) ». – Ma si vede subito che i due ultimi passi hanno con la nostra questione un’analogia nulla più che verbale. I principati, le potestà e le virtù che Gesù distruggerà o rovescerà nel giorno del suo trionfo, non sono già gli Angeli ai quali toglierebbe allora le loro funzioni divenute inutili, come pretesero certi scolastici; ma sono le forze ostili al Cristo, di qualunque natura esse siano e comunque si chiamino; eccetto che si preferisca vederci i soli demoni, secondo il sentimento di alcuni Padri. Se nel testo dell’Epistola ai Romani gli Angeli, i principati e le potestà fossero messi insieme, si potrebbe intenderli di una stessa classe di esseri spirituali, ma siccome sono separati, secondo la lezione migliore, non bisogna vedere in essi altro che forze morali e influenze sovrumane di un ordine qualunque. Restano i passi paralleli delle Epistole della prigionia, i quali ci presentano due liste di spiriti angelici:

Principati – Potestà – Virtù – Dominazioni

Troni – Dominazioni – Principati – Potestà.

I nomi diversi devono indicare diversità di grado e di natura: perché mai parole distinte per indicare cose identiche? Se in cielo vi sono, come su la terra, tribù e famiglie, questo suppone una diversità di gradi, di relazioni, di funzioni (Ef. III, 15). In che cosa consista questa gerarchia celeste e quanti gradi abbia, San Paolo non ce lo dice, e neppure gli altri, e si può dire con sicurezza che egli non ha l’intenzione d’insegnarcelo. Le sue enumerazioni si seguono senza ordine fisso e sono certamente incomplete. Paolo che non ha la pretesa di dare un’enumerazione completa, sembra che vi dia ben poca importanza. Il suo scopo manifesto è di stabilire questa verità; Gesù Cristo è, come Dio, il creatore di tutti gli angeli; come uomo, egli è il capo di tutte le potenze celesti, per quanto ce le immaginiamo sublimi. Ma vuole forse affermare che la grazia degli Angeli deriva dal Cristo? Non lo crediamo, e non c’è nuba che ci autorizzi a pretendere che la pacificazione universale prodotta dalla morte del Figlio, e alla quale gli angeli stessi ebbero parte, sia una riconciliazione degli Angeli con Dio, anziché una riconciliazione degli Angeli con gli uomini fino allora ribelli a Dio (Col. I, 20). Perciò la qualità di capo riguardo agli Angeli non porta una comunanza di vita soprannaturale, ma semplicemente una preminenza di dignità e di onori. Dio ha collocato suo Figlio sopra tutte le potenze celesti e lo ha dato per capo alla Chiesa che è il suo corpo (Ef. I, 21-23). Così il Cristo non è nella stessa maniera capo degli uomini e capo degli Angeli. Siccome questi fanno parte del suo regno, egli si può benissimo chiamare loro capo; ma non comunica loro l’influsso vitale, perché essi non appartengono al suo corpo mistico

3. La cristologia dell’Epistola ai Colossesi si riassume in questa formula: « La pienezza della divinità risiede nel Cristo ». La pienezza o pleroma sembra che sia stata una delle parole d’ordine dei novatori di Colossi; poiché la prima volta che l’Apostolo nomina il pleroma ne parla come di cosa nota a tutti e che non ha bisogno di spiegazioni. Questo è segno che la parola faceva parte della terminologia degli avversari. San Paolo se ne impadronisce per correggerne l’abuso, come, secondo il sentimento dei più, San Giovanni strappa agli eretici del suo tempo la parola Logos per darle un senso ortodosso. – Che cosa significa la parola pleroma (πλήρωμα = supplementum; pienezza) e che cosa vuol dire in particolare il pleroma della divinità? – Più tardi gli gnostici chiameranno pleroma il complesso delle emanazioni divine, la somma totale di essere divino sparso nell’universo. Vi sono ragioni per credere che questo uso risalga e Cerinto. Se ci fosse permesso supporre che tale terminologia fosse in uso presso i Colossesi, otterremmo un senso accettabilissimo: L’essenza divina non è dispersa in una moltitudine di eoni disposti in ordine tra la materia e l’assoluto, come v’insegnano i vostri falsi dottori; essa è tutta intera raccolta, concentrata nel Cristo, « essa abita corporalmente in Lui » (Col. II, 20). Ma tale esegesi non è un anacronismo? Noi arriviamo del resto al medesimo risultato lasciando al pleroma il suo significato ordinario di totalità. La pienezza della divinità sarà allora il complesso delle perfezioni che costituiscono l’essenza divina, chiamata essa stessa, con altro nome, divinità. – Dio abita nell’anima e nel corpo dei giusti come nel suo tempio, ma vi abita con grazie infinite, sempre suscettibili di aumento, non nella pienezza della sua potenza e dei suoi attributi: soprattutto non vi abita corporalmente. Per abitarvi in questa maniera, bisogna che Egli sia sostanzialmente unito all’umanità, in modo da formare con essa un composto teandrico, come l’anima che informa il corpo sostituisce con esso una sola natura. Le due formole teologiche:

“In ipso inhabitat plenitudo divinitatis corporaliter”, e: “Verbum caro factum est et habitavit in nobis”, sono dunque equivalenti. Soltanto il modo di abitazione non è lo stesso: in San Giovanni, si tratta della dimora passeggera del Verbo fatto carne, il quale si degna di piantare per un momento la sua tenda in mezzo a noi; in San Paolo si tratta della dimora stabile, permanente e definitiva della divinità nell’umanità del Cristo. Riguardo all’altra formula: In ipso complacuit omnem plenitudinem inhabitare (Col I, 19), bisogna resistere alla tentazione di cercarvi ancora il pleroma della divinità, poiché il contesto vi si oppone, e il testo non assomiglia molto al precedente: vi mancano due parole essenziali, divinitatis e corporaliter. Si tratta qui della pienezza di cui parla San Giovanni: Vidimus… plenum gratiæ et veritatis… Et de plenitudine eius nos omnes accepimus. La pienezza della divinità che abita corporalmente nel Salvatore, vi apporta una pienezza di grazie: vi sono dunque in Lui due pienezze delle quali l’una deriva dall’altra. La pienezza delle grazie concessa al Salvatore dipende dal beneplacito del Padre — il soggetto del verbo complacuit — è subordinata alle sue funzioni di capo della Chiesa e di pacificatore universale. Ma essa non è nel Cristo come è la grazia nei santi; essa vi sta come in sua dimora permanente; essa deriva naturalmente dall’altra pienezza, il pleroma della divinità; essa è la sorgente il cui eccesso trabocca e riempie le membra del Cristo. Quanto più si confrontano tra loro l’Epistola ai Colossesi e il Prologo di San Giovanni, tanto più vi si trovano stretti rapporti.Nell’Epistola agli Efesini, Paolo augura ai fedeli di essere ripieni « nella misura di tutta la pienezza di Dio (Ef. III, 19) ». Noi non crediamo, con San Giovanni Crisostomo, che egli voglia parlare della perfezione assoluta di Dio, poiché se non è cosa inaudita che gli autori sacri ci propongano Dio come un perfetto ideale sul quale dobbiamo modellare le nostre azioni, è certamente molto più naturale il vedere qui la pienezza delle grazie e dei doni spirituali di cui Dio è l’autore. D’altra parte il voler spiegare « il pleroma di Dio » per pleroma del Cristo o della Chiesa, quando nella frase non vi è nulla che suggerisca né Cristo né la Chiesa, è fare violenza al testo. Anche altrove l’Apostolo ci rappresenta Gesù Cristo che prodiga le sue cure alla Chiesa, « fino a che arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, in modo da formare un uomo perfetto, secondo l’età matura della pienezza del Cristo (Ef. IV, 13) ». L’uomo perfetto è il Cristo mistico composto del capo e delle membra, e destinato ad una perfezione alla quale è possibile avvicinarsi indefinitamente senza raggiungerla mai. Se il corpo corrispondesse pienamente al capo, il Cristo mistico sarebbe un uomo perfetto, nel senso che non gli mancherebbe nulla della perfezione che può e deve possedere. Le imperfezioni non derivano dal capo che ha la pienezza, ma derivano dal corpo che aspira e tende alla perfezione, senza potere mai arrivarvi alla cima più alta. San Paolo gli propone come modello e come misura « l’età matura della pienezza del Cristo », cioè la persona del Cristo glorificato, in quella pienezza di perfezione che l’Apostolo paragona alla maturità dell’età e che esclude ogni altro progresso e ogni altra cresciuta. Finalmente quando la Chiesa, corpo mistico del Cristo, è designata col nome misterioso di (τὸ πλήρωμα τοῦ τὰ πάντα  ἐν πᾶσιν πληρουμένου = to pleroma tout a panta ev pasin pleroumenou, = la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose) (Ef. I, 23), senza sottilizzare troppo e prendendo il pleroma nel suo significato più ordinario, intendiamo che il Cristo è completato dalla Chiesa, come il capo è completato dalle membra. Ancorché Gesù Cristo tutto riempia con la sua pienezza, ha pure bisogno di essere completato per esercitare la sua azione redentrice; e la Chiesa lo completa come una potenza passiva che Egli informa con la sua virtù o come un ricettacolo che Egli riempie delle sue grazie. Essa è dunque con giusto titolo chiamata « il complemento di Colui che riempie tutto in tutti i modi », o meglio ancora « il complemento di Colui che si completa interamente in tutte » le sue membra. Insomma, la pienezza della divinità è la divinità stessa, oppure, in un senso tecnico forse in uso nel primo secolo, « la totalità di essere divino », per opposizione alle particelle e alle pretese emanazioni di questo essere.La pienezza di Dio è il complesso dei beni soprannaturali che Egli si compiace di spargere sopra i suoi amici quando li rende partecipi della natura divina, di quei beni di cui ha costituito Gesù Cristo depositario universale. La pienezza del Cristo è la misura sovrabbondante delle grazie che il Salvatore riceve da suo Padre, per versarle su la Chiesa che è il suo corpo, e sui fedeli che sono le sue membra. In un senso affatto diverso, la Chiesa è la pienezza del Cristo, perché essa lo completa nell’economia della redenzione, non potendo la grazia passare dal capo alle membra, se non per mezzo del corpo. Quest’ultima espressione, la più notevole di tutte, ci porta alla teoria del Cristo mistico, che dobbiamo studiare sommariamente.

CAPO III.

La Chiesa corpo mistico del Cristo.

I . IL CRISTO MISTICO.

—1. ANALOGIA DEL CORPO UMANO. — 2. L’ANIMA DEL CORPO MISTICO. — 3. IL CAPO DEL CORPO MISTICO.

1. L’argomento principale dell’Epistola ai Colossesi era la Persona stessa del Cristo; quello dell’Epistola agli Efesini è la Chiesa, prolungamento del Cristo nel tempo e nello spazio, complemento o pleroma del Cristo. L’Apostolo prende il Cristo in due sensi differentissimi. Quando egli identifica la vera discendenza di Abramo, il complesso dei credenti, col Cristo (Gal. III, 16), quando assicura che nel Battesimo noi siamo immersi, sepolti nel Cristo (Rom. VI, 3), quando dice che il Cristo ha più membra, e che noi siamo queste membra (I Cor. XII, 12; Gal. III, 27 e segg.), non parla del Cristo naturale, ma del Cristo mistico. Il Cristo naturale, il Verbo incarnato, il sacerdote e la vittima del Calvario, è una parte, anzi la principale, del Cristo mistico, ma non è il Cristo mistico tutto intero. Il Cristo mistico è la vera vigna con i suoi tralci, è l’ulivo schietto con i suoi rami, è Gesù sposo con la Chiesa sua sposa, è il capo con tutte le sue membra. Il Cristo naturale ci riscatta, il Cristo mistico ci santifica; il Cristo naturale è morto per noi, il Cristo mistico vive in noi; il Cristo naturale ci riconcilia con suo Padre, il Cristo mistico ci unifica con Lui. In una parola, il Cristo mistico è la Chiesa che completa il suo capo ed è completata da Lui. La teoria del corpo mistico non è frutto degli anni, ed è impossibile rintracciarne lo sviluppo graduale, perché non ha una storia. Lasciando da parte le applicazioni e le conseguenze, essa è contenuta tutta in quelle parole del Salvatore a Paolo: « Io sono Gesù che tu perseguiti ». Il vedervi una semplice astrazione, un puro essere ideale, sarebbe un non comprenderne nulla: è una realtà dell’ordine morale, ma una realtà vera, poiché è soggetto di attribuzioni, di proprietà e di diritti. Mistico non è l’opposto di reale, e vi sono realtà oltre a quello che si tocca con mano e che si pesa. Notiamo tuttavia che questa realtà è espressa con una metafora, come tutti gli oggetti immateriali e soprasensibili; ora per ben comprendere il valore di un termine metaforico, bisogna riferirsi al paragone latente sotto la metafora. La migliore illustrazione del corpo mistico sarà dunque l’analogia col corpo umano. Ad un organismo perfetto sono essenziali due cose: la varietà degli organi con la diversità di posto, di struttura e di funzioni che essa implica, poi la loro unità in un principio comune di vita e di movimento. Senza la diversità delle parti, si avrebbe una massa inerte, non un organismo: senza unità di forza motrice e di principio vitale, si avrebbe un aggregato di esseri viventi, non un corpo animato. A queste due condizioni primarie si aggiunge la relazione di dipendenza, contenuta implicitamente nell’idea di organismo, per la quale le membra subiscono l’influenza le une delle altre e diventano atte ad un’azione collettiva. Ben lungi dal nuocere all’unità, la diversità l’abbellisce e la completa. « Il corpo non è un solo membro, ma più membra. Se tutto fosse un solo membro, dove sarebbe il corpo? » Diversità di organi e identità di vita: tale è la formula del corpo umano, e tale pure è la formola del corpo mistico.

  1. 2. Ad ogni corpo vivente è necessaria un’anima e un capo: l’anima del corpo mistico è lo Spirito Santo; il capo è la Persona adorabile di Gesù Cristo. Non solo lo Spirito Santo abita nella Chiesa e in ciascuno dei giusti come in un suo tempio (Rom. VIII, 9-11), ma vista come un principio di coesione, di movimento e di vita (I Cor. XII, 8-11; Ef. IV, 4). Egli non agisce in noi come se fosse fuori di noi, ma si unisce così intimamente alla nostra attività interiore, che la nostra azione è sua, e la sua azione è nostra; così noi viviamo per mezzo di Lui e siamo mossi da Lui (Rom. XII, 11; IX, 14; Gal. V, 16, 18, 25). È infatti Lui che, facendo salire dal nostro cuore alle nostre labbra il nome di « Padre », attesta che noi siamo figli di Dio. Come la forma specifica l’essere, la presenza dello Spirito vivificatore in noi, ci conferisce la nostra dignità soprannaturale, la filiazione adottiva (Rom. VIII, 14-17). Poiché lo Spirito Santo è lo Spirito del Signore, per mezzo di Lui noi diventiamo conformi all’immagine del Figlio di Dio; perché « colui che aderisce al Signore è un medesimo Spirito (I Cor. VI, 17) » con Lui, in quanto si trova avvolto nella medesima atmosfera di vita divina. Perciò San Paolo, ogni volta che parla della nostra trasformazione soprannaturale, ha cura di farvi intervenire lo Spirito di Dio (II Cor. III, 17). – Tale essendo la funzione dello Spirito Santo, bisogna che Egli abbia parte nella nascita del Cristo mistico, o piuttosto nel suo crescere e nel suo sviluppo, perché il Cristo mistico non ha più da nascere. Gli elementi dell’organismo umano vivono e muoiono secondo che l’anima se ne impossessa oppure li abbandona; lo stesso avviene degli elementi che formano il corpo mistico: « Il corpo è uno, benché abbia più membra, e tutte le membra del corpo, nonostante il loro numero, formano un solo corpo. Lo stesso è del Cristo: difatti noi fummo tutti battezzati nello stesso Spirito in un medesimo corpo… e tutti noi fummo abbeverati di un solo e medesimo Spirito (I Cor. XII, 12-13) ». Se si trattasse qui della bevanda eucaristica, sarebbe questo un modo di parlare molto ardito e molto singolare. L’aoristo greco dimostra che si tratta di un fatto unico, e allora noi non possiamo pensare che al ricevimento dello Spirito Santo per mezzo dell’imposizione delle mani, ossia alla confermazione. Sono dunque il Battesimo e la Confermazione che ci incorporano al Cristo mistico, mediante un influsso dello Spirito Santo che ci mette in comunicazione vitale col capo e in relazione organica tra noi, doppio rapporto che Paolo, con parola molto indovinata, chiama la comunione dello Spirito (II Cor. 13; Fil. II, 1).

3. Chi dice capo, dice preminenza e superiorità, influsso vitale e comunanza di natura, principio di unità e misura di perfezione. Tali sono infatti le diverse relazioni che l’Apostolo mette in luce nei sei passi in cui Gesù Cristo è presentato come capo della Chiesa, discretamente e senza insistenza nell’Epistola ai Colossesi, più decisamente e con piena sicurezza nell’Epistola agli Efesini: “Il Cristo è il capo di ogni principato e di ogni potestà (Col. II, 10). Egli è il capo del corpo (cioè) della Chiesa (Col. I, 18). – Come il marito è il capo della donna, così il Cristo è il capo della Chiesa, essendo il salvatore del suo proprio corpo (Ef. V, 23). Dio lo ha dato come capo supremo della Chiesa che è il suo corpo, il complemento di Colui che si completa interamente in tutti (Ef. I, 22). – Non aderendo al capo da cui tutto il corpo… trae il suo crescere (Col. II, 19). – Cresciamo nella misura di colui che è il capo, il Cristo (Ef. IV, 15).”

Il primo di questi testi esprime semplicemente la preminenza. Quando Gesù Cristo è chiamato il capo (o la testa) di ogni principato e potestà, bisogna credere che questo titolo non ha relazione con l’allegoria del corpo umano; poiché quand’anche la grazia degli Angeli derivasse dalla mediazione del Cristo, vi mancherebbe, per dare l’allegoria del corpo, la comunanza di natura. Così il Cristo è chiamato capo degli Angeli, senza che gli Angeli siano mai chiamati corpo del Cristo, e questo prova che Egli è loro capo (κεφαλή = kefale) soltanto per la sua dignità sovreminente. Nello stesso modo bisognerà forse intendere il testo seguente: « Egli è il capo del corpo, della Chiesa, come Egli è il principio, il primogenito dei morti, affine di ottenere il primato in tutte le cose ». – L’idea dominante di questo passo è il primato; è dunque possibile che l’Apostolo, dando al Cristo il titolo di capo della Chiesa, qui non abbia altro di mira, benché si riferisca formalmente all’allegoria del corpo. Ma negli altri quattro passi, l’idea della preminenza non è né la sola né la dominante. Secondo una metafora biblica molto usata, gli sposi sono una medesima carne, un medesimo corpo di cui il marito è il capo, « come il Cristo è il capo della Chiesa e il salvatore del suo corpo ». Qui il paragone col corpo umano si viene complicando con un’allusione ai rapporti reciproci degli sposi. Il Cristo e la Chiesa sono tra loro come lo sposo e la sposa: da una parte amore e protezione, dall’altra rispetto ed obbedienza: ma gli sposi alla loro volta sono tra loro come il capo e il corpo nel composto umano. La loro unione è perfetta: essi sono uno stesso principio di operazione, una stessa anima, una stessa vita, senza detrimento del primato che appartiene al capo. – Ancora più degno di nota è il testo di cui abbiamo trattato poco fa, a proposito del pleroma: « Dio ha dato il Cristo come capo incomparabile alla Chiesa che è il suo corpo, il complemento di colui che si completa interamente in tutte le sue membra. Gesù Cristo, Dio perfetto e uomo perfetto, ha bisogno di un complemento per formare il corpo mistico. Si può dire che, sotto questo aspetto, Egli non basti a se stesso; così la testa che concentra in sé tutte le sensazioni e determina tutti i movimenti, non può esercitare le sue funzioni vitali senza un organismo che la completi e che le sia sostanzialmente unito. Rigorosamente parlando, il capo è il complemento del corpo per lo stesso titolo per cui il corpo è il complemento del capo; ma è naturale che la parte meno nobile è presentata come complemento dell’altra. Il compito che San Paolo assegna al capo, per farne il simbolo del Cristo, è veramente straordinario quando premunisce i fedeli contro gli illuminati di Colossi, precursori dei fautori di scismi e di eresie. – “Nessuno vi deluda (della palma), sotto colore di umiltà e di culto degli Angeli, fondandosi sopra le sue visioni, vanamente gonfiato (di superbia) nel suo intelletto carnale e non aderendo al capo da cui tutto il corpo, tenuto e unito insieme per mezzo delle giunture e dei legamenti, riceve il crescere (voluto) da Dio” (Col. II, 18). Trascurando le differenze di espressione, difficili a tradursi, il senso del testo è chiaro. Poiché il fedele è col Cristo nei rapporti del membro con la testa, l’isolarsi dal Cristo equivale a votarsi all’impotenza e alla morte: questo appunto facevano in pratica i visionari di Colossi che, abbandonandosi ai loro sogni e gonfiandosi dì pensieri carnali, cercavano da lui altri patroni e mediatori. Il capo infatti è per tutto il corpo e per ciascuna delle sue parti un principio di unità, di coesione e di crescenza; separato dalla testa, il tronco è incapace di rimanere persino allo stato di cadavere, ma si disgrega ben presto e si risolve nei suoi ultimi elementi. L’unione del corpo con la testa e l’influsso vitale della testa sul corpo avvengono per mezzo di giunture e di legamenti, come i nervi, i muscoli, i tendini, le cartilagini. San Paolo qui non ne spiega il simbolismo, ma nel passo parallelo dell’Epistola agli Efesini, dove l’allegoria è portata più innanzi, egli assimila a quei canali di comunicazione gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i dottori; è dunque probabile che la metafora dei legamenti e delle articolazioni indichi anche qui i doni dei carismi. Ecco ora il testo parallelo, alleggerito di una parentesi estranea al nostro argomento. Paolo spiega perché Dio ha messo nella Chiesa delle persone dotate di carismi: “Egli li ha stabiliti per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero, per l’edificazione del corpo del Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede, all’intera conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, alla misura della piena cresciuta del Cristo, affinché… aderendo alla verità nella carità, cresciamo in tutto in colui che è il capo, il Cristo. Per mezzo di lui tutto il corpo, bene ordinato e unito insieme, con l’aiuto vicendevole delle membra che operano ciascuno secondo la sua misura, cresce e si edifica nella carità(Ef. IV, 12).  – San Paolo, come si vede, mescola e sovrappone le figure disparate del corpo e dell’edificio; inoltre considera il corpo come il tronco distinto dalla testa e nel tempo stesso come l’organismo tutto intero, e sono queste altrettante cause di oscurità e d’imbarazzo. Si può determinare così il suo pensiero la cui ricchezza non sarà mai esaurita da nessun commentatore: Il Cristo mistico, composto della Chiesa e del suo capo, tende a diventare uomo perfetto; il che si deve intendere di una personalità collettiva. La crescenza di cui parla qui l’Apostolo, è piuttosto intensiva che estensiva e consiste nell’aumento di fede e di conoscenza soprannaturale, poiché i carismi che qui entrano in questione, si riferiscono principalmente, se non esclusivamente, alla predicazione; ma essa non avviene se non nella carità senza la quale la fede è nulla. Il crescere nella fede e nella carità dev’essere proporzionato all’energia dei carismi ricevuti dai fedeli, poiché i carismi sono conferiti non tanto per la santificazione personale di chi li possiede, quanto per il bene comune della Chiesa. Questo crescere che ha lo scopo di formare un uomo perfetto, ha per misura la perfezione del capo. Il capo della Chiesa ha tutta la pienezza delle grazie richieste dal suo titolo e dalla sua funzione; raggiunta la sua età matura ossia, il che vuol poi dire la stessa cosa, la statura completa (secondo il doppio significato del greco ἡλικία = elikia); esso non può più crescere in se stesso, ma può crescere nelle sue membra. Finalmente, siccome la condizione essenziale del crescere, per ciascuno degli organi, è quella di aderire tra loro e di essere intimamente uniti al capo da cui deriva ogni influsso vitale, bisogna che tutte le parti siano collegate da un sistema multiplo di tessuti e di legamenti che le mettono in comunicazione col centro della vita, e facciano circolare fino alle estremità il succo divino. Insomma, il capo è per San Paolo il centro della personalità, il vincolo dell’organismo, il focolare a cui converge ogni influsso vitale. Resterebbe soltanto da sapere se egli applichi al Cristo, capo della Chiesa, la sua concezione scientifica della testa, oppure se, vedendo che cosa è Gesù Cristo rispetto alla Chiesa, egli abbia avuto l’intuizione della funzione del capo nel composto umano. In tal caso non sarebbe la sua psicologia che colorirebbe il suo linguaggio religioso, ma sarebbero le sue idee religiose che darebbero il colore al suo linguaggio psicologico.

II. IL GRAN MISTERO.

Nelle lettere della prigionia, principalmente nell’Epistola agli Efesini, ritornano con una frequenza eccezionale l’accenno al gran Mistero e la formula In Cristo Jesu. Siccome questi due punti hanno un posto importante nella dottrina generale dell’Apostolo e saranno esposti altrove con un certo sviluppo, ci basterà ora indicarli all’attenzione del lettore. – Il Mistero per eccellenza è il disegno, concepito da Dio da tutta l’eternità ma rivelato soltanto dal Vangelo, di salvare tutti gli uomini senza distinzione di razza, identificandoli col suo Figlio diletto nell’unità del corpo mistico. Quest’idea ci è oggi tanto familiare che stentiamo a capire come mai abbia potuto costituire l’articolo più caratteristico dell’insegnamento di San Paolo, fino al punto di chiamarsi il suo Vangelo; ma questa idea così semplice aboliva i privilegi e la faceva finita con le pretese secolari d’Israele. Si pensi alle passioni che scatenò da principio, anche in seno alla Chiesa, agli incendi che avrebbe fatto divampare se non era l’intervento degli Apostoli, alle persecuzioni che suscitò contro l’Apostolo dei Gentili, alle calunnie postume che gli fece lanciare contro dagli scrittori giudaizzanti del secondo secolo. Il sospetto che egli avesse violato i diritti d’Israele introducendo uno straniero nel Tempio, fu causa del suo arresto e della sua prigionia di quasi cinque anni (Act. XXI, 28): perciò egli si compiace di chiamarsi il prigioniero di Gesù Cristo per la causa dei Gentili e il martire delle loro giuste rivendicazioni. Alla dottrina del corpo mistico è pure assai strettamente legata la formula In Christo Jesu. Il Cristo qui nominato non è tanto il capo glorificato della Chiesa, quanto il Cristo mistico che comprende il capo e le membra, il tronco e i rami, insomma il santuario vivente dello Spirito Santo; è il Cristo sul quale siamo innestati per mezzo della fede, nel quale siamo immersi per mezzo del Battesimo, e che l’Apostolo c’invita a rivestire per mezzo della carità e delle buone opere. – La questione di sapere dove Paolo abbia preso la sua formula, è per noi secondaria. Essa ha certamente qualche cosa d’insolito: non si trova nulla di simile negli scrittori profani, e i Padri della Chiesa si fermano stupiti dinanzi a questa parola straordinaria. Tuttavia nei Settanta e soprattutto nei libri deuterocanonici vi sono espressioni che molto le si avvicinano. Il detto della Sapienza che « i giusti vivono per sempre e che la loro ricompensa è nel Signore », ci fa pensare irresistibilmente alla formula In Christo Jesu. Questo modo di parlare non si poteva generalizzare se non si fosse considerato il Cristo come un elemento in cui si esercita la vita e l’azione del Cristiano. San Giovanni con l’allegoria della Vigna, San Paolo con la teoria del corpo mistico, l’hanno adottata indipendentemente l’uno dall’altro, ma Paolo ha questo di particolare, che l’adopera senza spiegazione, come una formula consacrata dall’uso, della quale nessuno dei suoi lettori può ignorare il significato.

CONOSCERE SAN PAOLO (16)

CONOSCERE SAN PAOLO (16)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

LIBRO QUARTO.

La prigionia.

CAPO I.

Le Epistole della prigionia

I . QUADRO STORICO E LINEE GENERALI.

1. – PAOLO PRIGIONIERO DEL CRISTO. — 2. CARATTERI COMUNI DI QUESTE EPISTOLE.

1. Le tre lettere, ai Colossesi, agli Efesini e ai Filippesi, col biglietto a Filemone che serve di preambolo o di poscritto alla prima, formano tra loro un gruppo ancora più strettamente legato che le quattro Epistole maggiori. Ai punti comuni di dottrina, all’unità di tempo e di luogo, si aggiunge qui l’identità della scena e dell’apparato esteriore. Ambasciatore di Cristo in catene, Paolo è prigioniero (Ef., III, 1; IV, 1; VI, 1); ma egli prevede la sua prossima liberazione e fa dei disegni per il giorno in cui sarà messo in libertà (Fil. I, 25-26). La sua prigionia non è rigorosa, ed egli gode di una mezza libertà, vede i suoi amici, discorre con i suoi discepoli e continua persino il suo apostolato effettivo (I, 20). Tutti questi particolari ci fanno pensare a Roma piuttosto che a Cesarea, e noi mettiamo a Roma la composizione di queste lettere, con piena certezza per l’Epistola ai Filippesi, con una grandissima probabilità per le altre tre. Queste furono spedite insieme e con lo stesso corriere (Ef. VI, 21), e noi crediamo che un intervallo molto breve le separi dall’Epistola ai Filippesi che, secondo B ogni apparenza, è l’ultima della serie. Questo ci porta all’anno Il momento storico non è difficile da ricostruire: uno schiavo di Filemone, Onesimo, aveva abbandonato il padrone dopo di averlo derubato. Roma, dove si davano convegno tutte le miserie, cloaca di tutti i vizi, nella sua immensa e confusa popolazione cosmopolita, prometteva asilo sicuro agli schiavi fuggitivi, ai ricercati dalla giustizia, agli avventurieri di ogni fatta, e Onesimo si recò a Roma. Forse sperava di trovare presso l’amico del suo padrone aiuto e protezione; vi trovò ancora di meglio: la fede e il Battesimo. – Nel rimandarlo a Colossi, Paolo gli consegnò il breve biglietto scritto di sua mano, che è la nostra Epistola a Filemone. Insieme con lui partiva anche Tichico, incaricato di un messaggio speciale per la chiesa di Colossi, dove stava avvenendo qualche cosa d’insolito. Paolo non soleva costruire su le fondamenta degli altri, e quella chiesa non era opera sua; il suo apostolo era Epafra. È vero che essa era legata a Paolo con i vincoli più intimi; i fedeli si riunivano in casa del suo amico Filemone, sotto la direzione di Archippo, probabilmente figlio di Filemone. Si può anche congetturare che Epafra, spaventato dai pericoli corsi dai neofiti e troppo debole per resistere da solo al torrente delle idee nuove, avesse implorato l’assistenza di uno più forte di lui: l’umile missionario voleva scomparire dietro la figura dell’Apostolo il cui intervento pareva l’unico mezzo per scongiurare il male. Le dottrine teosofiche mescolate a pratiche singolari che s’infiltravano pian piano a Colossi, non potevano fare a meno d’invadere tosto o tardi le città vicine, Gerapoli e Laodicea, e di guadagnare col tempo anche la capitale della provincia, Efeso, che era in continue relazioni con le città della valle del Lico. Paolo dunque credette bene di riprendere, sotto una forma più generica, l’argomento svolto nell’Epistola ai Colossesi, lasciando da parte quanto essa conteneva di personale e di locale. Da questo pensiero nacque la lettera circolare matrizzata a parecchie chiese dell’Asia e nota sotto il nome di Epistola agli Efesini. L’Epistola ai Filippesi deve la sua origine ad una causa affatto fortuita. – Un abitante di Filippi, Epafrodito, aveva portato a Paolo prigioniero una generosa offerta da parte dei suoi concittadini (Fil IV, 18). Era sua intenzione, a quanto pare, di dedicarsi al servizio dell’Apostolo; ma cadde gravemente ammalato e, appena ristabilitosi, fu preso dalla nostalgia. Paolo, accondiscendendo ai suoi desideri, gli consegnò per i compatriotti di lui una lettera traboccante di affetto, nella quale ringraziamenti ed elogi rivestono la forma più nobile e più delicata.

2. Nelle Epistole della prigionia, parecchie questioni, in altro tempo vitali, passano in second’ordine; alcune fino allora appena sfiorate, prendono un’importanza preponderante: ma le teorie nuove sono sempre innestate su le dottrine antiche, come queste hanno un’eco negli scritti presenti. Vi è uno sviluppo spiegato e giustificato dalle circostanze, e non vi è mai soluzione di continuità. – La crisi giudaizzante si è calmata; la guerra altra volta dichiarata ai campioni del giudaismo si va estinguendo a poco a poco; dappertutto la lotta finisce, come tutto ci fa credere, col trionfo delle idee di Paolo. Vi è ancora qualche nube all’orizzonte: la violenta e improvvisa tirata contro « i cani, i cattivi operai, i partigiani della mutilazione (Fil. III, 2-3) » ne è la prova; ma se i cani abbaiano ancora da lontano, non osano più esporsi ai colpi terribili dell’Apostolo. I falsi dottori di Colossi sono, è vero, tinti di giudaismo, ma di un giudaismo conciliante che non vuole più imporsi a qualunque costo, troppo contento di essere tollerato, un giudaismo molto somigliante a quello degli scrupolosi di Roma, i quali facevano distinzioni di giorni e di vivande. Paolo, senza pietà per gli errori di principio, di un dogmatismo intransigente, sa accondiscendere alle inquietudini di coscienza dei pusillanimi, ed ecco perché il tono della sua polemica, di fronte a nemici che depongono le armi, è tanto mitigato. In cambio però si fanno strada nuove tendenze. La predicazione primitiva intorno a Gesù, era stata semplice: si considerava in lui il Figlio di Dio, il Messia, il redentore, il Salvatore unico, il giudice supremo; si raccontavano la sua nascita dalla famiglia di Davide, i suoi miracoli e i suoi insegnamenti, la sua morte e la sua risurrezione, la promessa del suo ritorno glorioso. Vi erano in questo tutti gli elementi di una cristologia, qualora si fossero riuniti insieme e fusi in un sistema. Ma da principio non ci si era pensato; bastava sapere che bisognava credere e sperare in Lui, che bisognava amarlo e Però il bisogno innato di conoscere e di capire non doveva tardare a far valere i suoi diritti, ed era giusto il soddisfarlo. Di dove veniva Gesù? Chi era egli nella sua esistenza anteriore? Qual era la parte sua nella creazione del mondo e nella vita della Chiesa? In mancanza di una risposta a queste domande, i neofiti cercavano la chiave dell’enigma nelle idee ereditate dai loro padri, che essi non avevano abbandonato interamente nel ricevere il Battesimo, e si foggiavano una teologia a modo loro. Conveniva illuminarli, iniziarli alla sapienza, svelare loro il mistero, elevarli insomma a quella scienza superiore di cui essi erano tanto gelosi ed orgogliosi. – Il primo carattere di questo gruppo di Epistole è dunque una cristologia assai sviluppata. Il secondo carattere è un insegnamento più preciso su la natura e la costituzione della Chiesa. La Chiesa si stava allora organizzando e, in grazia degli sforzi di Paolo, si veniva operando a vista d’occhio l’unione delle due frazioni del Cristianesimo. Tale unione era soltanto più ritardata dalle ultime pretese degli Ebrei convertiti che, senza più insistere molto su l’osservanza integrale della Legge, chiedevano che almeno se ne conservasse qualche cosa, e poi anche dall’universalità stessa della Chiesa, composta di popoli così diversi di spirito, di sangue, di costumi e di lingua, i quali s’invidiavano, si disprezzavano e si deportavano a vicenda. Bisognava fonderli tutti insieme nel Cristo, poiché la Chiesa non è la somma dei credenti isolati né il complesso delle cristianità nazionali, ma è il corpo mistico del Cristo, animato da un medesimo Spirito, partecipe della medesima vita, aspirante al medesimo fine, sotto la dipendenza del medesimo capo. Questa è la verità che spicca maggiormente nelle Epistole della prigionia. – Nel leggerle, si resta colpiti dalla parte che San Paolo dà all’intelligenza: le parole che si riferiscono alla conoscenza intellettuale, come verità, scienza, dottrina, rivelazione, sapienza, comprensione, luce, con i loro derivati e con i vocaboli di senso contrario, v i sono ripetuti a profusione. Nello stesso ordine di idee, un certo numero di parole compaiono qui per la prima volta. Prima sembrava che Paolo facesse della sapienza la porzione degli eletti; ora invece la augura a tutti, come pure quella scienza eminente che egli stesso chiama soprascienza (ἐπίγνωσις = epignosis) (10). Finalmente una delle sue preoccupazioni più vive è quella di spiegare il segreto, nascosto alle generazioni passate e oggi rivelato agli apostoli e ai profeti, che egli indica col nome di Mistero. Non esageriamo però il contrasto con le Epistole maggiori. È cosa istruttiva il confrontare i due gruppi, le nozioni di giustizia, di fede, di grazia, di legge, di peccato. Le teorie sviluppate a lungo ai Romani o ai Galati, sono qui ricordate come assiomi, come risultati acquisiti e accettati; ma esse ricevono frequentemente un’espressione più breve e nel tempo stesso più precisa. Io desidero di avere, dice l’Apostolo, « non la mia giustizia che sarebbe frutto della Legge, ma la giustizia prodotta dalla fede del Cristo, la giustizia che viene da Dio, fondata su la fede (Fil. III, 9) ». Noi conosciamo bene questa giustizia prodotta dalla fede e che la Legge non può raggiungere, giustizia che è nel tempo stesso di Dio e dell’uomo: di Dio perché emana da Lui, dell’uomo perché è inerente a lui; e notiamo pure che l’equivoco grammaticale di « giustizia di Dio » è stato tolto. Non meno ammirabile nella sua concisione è quest’altra formula: « Voi siete stati salvati dalla grazia, per mezzo della fede, e questo non per voi medesimi, è un dono di Dio; non per le opere, affinché nessuno si vanti (Ef. II, 8-10) ». Se la salute — cioè la grazia abituale — è sostituita alla giustificazione, questo avviene perché la controversia non si svolge più intorno al passaggio dallo stato di peccato allo stato di giustizia. Come le opere della Legge non sono più in discussione, ora ne prendono il posto le opere senza distinzione. La tesi si allarga e si generalizza. Ma il compito della fede, come principio e strumento di salute, la necessità assoluta della grazia e la sua definizione come dono di Dio che non dipende dal merito, sono tutte proprie dello spirito di San Paolo, e l’espressione finale (ut ne quia glorietur) è pure di un sapore tutto suo.

IL BIGLIETTO A FILEMONE.

1 . LA QUESTIONE DELLA SCHIAVITÙ. — 2. IL CASO DI ONESEVIO.

1 . Questo piccolo capolavoro di tatto, di urbanità, di nobiltà, di grazia squisita, fu la prima dichiarazione cristiana dei diritti dell’uomo. La questione della schiavitù già aveva preoccupato l’Apostolo il quale tuttavia non poteva pensare a proclamarla abolita, perché non lo permettevano la ragione sociale, la sicurezza dello Stato, la penetrazione pacifica del Cristianesimo e lo stesso interesse bene inteso degli schiavi. L’impero romano contava allora un numero di schiavi dieci volte maggiore del numero dei cittadini; una fortuna di parecchie migliaia di schiavi non era affatto cosa eccezionale, e qualche proprietario ne possedeva più di venti mila. Predicare improvvisamente l’emancipazione a quelle folle, equivaleva a dichiarare la guerra civile, a provocare un cataclisma che poteva distruggere l’impero e che intanto poteva attirare su la Chiesa nascente terribili rappresaglie. Del resto l’esperienza di tutti i secoli dimostra quanto abbia di utopistico e di funesto, anche per quelli che ne sono favoriti, il passaggio troppo improvviso dalla schiavitù alla libertà. Inculcare allo schiavo la sua dignità di uomo, insegnare al padrone a vedere in lui un fratello colmare a poco a poco l’abisso che separava le caste, ricordando ai Cristiani la loro unione nel Cristo e la loro uguaglianza dinanzi a Dio, era tutto quello che potesse fare il Cristianesimo nascente. Il resto lo avrebbe fatto il tempo: il lievito di libertà, di eguaglianza e di fratellanza, deposto nel seno della Chiesa, avrebbe fatto infallibilmente, nel corso dei secoli, l’opera sua, portando, senza rivoluzioni e senza scosse violente, da una parte la liberazione progressiva degli schiavi, dall’altra l’estensione dei principi di giustizia e di umanità che avrebbero poi reso impossibile il ritorno alla schiavitù. – Paolo aveva concesso la carta di libertà cristiana quando scriveva ai Galati: « Voi siete tutti figli di Dio per la fede, nel Cristo Gesù. Battezzati nel Cristo, voi vi siete rivestiti del Cristo. Non più né Giudeo né Greco, non più schiavo né uomo libero, non più uomo né donna: voi tutti siete uno solo nel Cristo Gesù (Gal. III, 27-28) ». Per i Cristiani identificati individualmente col Cristo, nell’unità del suo corpo mistico, la disuguaglianza naturale di razza, di condizione, di sesso, non contano più nulla; uno schiavo vale quanto un uomo libero. « Ciascuno, dice ancora San Paolo, viva nella condizione in cui il Signore lo ha messo, nello stato in cui era quando il Signore lo ha chiamato… Eri schiavo? non prendertene affanno ». Poi segue una frase ambigua per la sua concisione, la quale è stata interpretata in due sensi diametralmente opposti: Sed et si potes fieri liber magis utere (I Cor. VII, 20-21). Secondo gli uni, l’Apostolo consiglia di rimanere nella schiavitù: « Ancorché possa diventare libero, rimani schiavo». Secondo gli altri, egli raccomanda di valersi dell’occasione di diventare libero, quando si presenta: « Se puoi diventare libero, approfittane ». Comunque sia, la tesi generale è la stessa: lo schiavo chiamato alla fede è l’uomo libero di Gesù Cristo, e l’uomo libero chiamato alla fede è lo schiavo di Gesù Cristo; perciò le differenze sono estrinseche, accidentali, senza valore religioso e trascurabili sotto l’aspetto cristiano. Il Cristianesimo non annulla né i matrimoni né  i contratti, non spezza i vincoli di parentela e di subordinazione, ma trasforma le anime e le rende superiori alle contingenze umane. – Paolo traccia i loro doveri ai padroni e agli schiavi; a questi impone un’obbedienza intera, sincera, interiore, soprannaturale, senza finzione e senza bassa adulazione, un’obbedienza nobilitata dal pensiero di fare la volontà di Dio, sostenuta dal timore dei suoi giudizi e dalla speranza del premio eterno; ai padroni comanda la giustizia e l’equità verso i loro schiavi, proibisce le minacce e i maltrattamenti, ricorda il Giudice severo e infallibile il quale non fa accettazione di persone. I diritti e i doveri dello schiavo! Che strana utopia agli occhi del mondo raffinato di quei tempi! Era una questione seriamente discussa dai filosofi, se lo schiavo avesse un’anima; in ogni caso questa non poteva essere che un’anima di schiavo, priva di nobiltà e di moralità; lo schiavo non aveva doveri più che la bestia: come la bestia non aveva che da fare un lavoro. In quanto ai diritti, era un assioma universalmente ammesso dai giure-consulti, che non ne poteva avere affatto: lo schiavo era un corpo, una bestia da soma, una macchina vivente, un mobile della casa. Veniva comperato al prezzo di un cavallo, si pagavano per lui gli stessi pedaggi dei cavalli, e come un cavallo veniva ammaestrato e governato, finché veniva poi rivenduto a un prezzo inferiore quando fosse vecchio e logoro. Del resto con lo schiavo si potevano impunemente ingrassare le murene; si poteva farlo servire per esperimenti di vivisezione, condannarlo al celibato perpetuo, si poteva abusare e fare traffico del suo pudore, si poteva separarlo dalla sua compagna e dai suoi figli. Se certi proprietari, per interesse, per apatia, per timore o per umanità, trattavano meglio i loro schiavi, questi erano pur sempre in balia di tutte le passioni e di tutti i capricci. A Roma non esistevano punto le società protettrici degli animali; le leggi di Adriano, di Antonino Pio e di Marco Aurelio, per mettere i mancipia, un po’ al riparo dal despotismo, non erano ancora state fatte e non furono mai efficaci: bisognò aspettare che l’idea cristiana, con Costantino, Teodosio e Giustiniano, penetrasse nei costumi non meno che nel codice.

2. Il caso di Onesimo era grave: come fuggiasco, doveva aver la fronte segnata, col ferro rovente, da un “F” indelebile, e il collo circondato da un collare; come ladro, era alla discrezione del suo padrone, per morire sotto la sferza o per girare una mola per tutta la vita. Paolo sa tutto questo e non teme di esporre il colpevole alla vendetta e al risentimento del suo padrone. Egli riconosce i diritti di Filemone: non ha voluto trattenere Onesimo senza il suo consenso; non gli chiede espressamente la liberazione dello schiavo, ma si vede che vi fa assegnamento, che ne è sicuro. Gli suggerisce chiaramente questo atto di liberalità, tanto più meritorio quanto più sarà spontaneo; gl’insinua che potrebbe imporglielo in nome della sua autorità paterna e apostolica; ma intanto non glielo impone; quello però che gli domanda esplicitamente, è l’impunità di Onesimo. Egli, Paolo, risponde per lo schiavo; prende sopra di sé il suo debito; con un tono mezzo serio e mezzo scherzevole, ne contrae l’obbligazione formale, non senza lasciar capire che, a conti fatti, sarebbe Filemone che resterebbe debitore con lui (15-20). Secondo i principi del Cristianesimo, Filemone deve considerare il suo schiavo come un fratello, come un futuro compagno di gloria in Cielo (v. 16). Con una somma delicatezza, dopo di aver tracciato questo sublime ideale di carità e di generosità cristiana, Paolo esprime la speranza che il suo amico non solo soddisferà a tutti i suoi desideri, ma li oltrepasserà. Molte volte si è paragonata la nostra Epistola ad una lettera scritta da Plinio il Giovine, intorno ad un argomento simile e in circostanze quasi uguali. Benché il biglietto di Plinio sia molto bello per un pagano, il confronto riesce tutto a vantaggio di San Paolo. Plinio scongiura l’amico Sabiniano di risparmiare la tortura ad uno schiavo fuggitivo; incrudelisca pure in avvenire senza pietà, in caso di recidiva; ma per questa volta il colpevole è già abbastanza punito dai rimproveri acerbi e dalle minacce dello stesso Plinio. Ben altrimenti l’Apostolo raccomanda a Filemone il figlio diletto che egli ha generato nelle catene. Benché San Paolo faccia grande stima dell’indipendenza morale dell’uomo, è lecito domandare se la sua mente abbia mai considerato quello che aveva d’ingiusto e d’inumano la schiavitù antica. Presso gli Ebrei, la schiavitù era per lo più volontaria, e non differiva molto lo schiavo dal domestico. Per i compatriotti, essa finiva al termine di sei anni al massimo, eccetto che vi fosse il consenso formale dell’interessato; e il legislatore aveva previsto come ordinario il caso in cui questo consenso venisse dato liberamente. Ben diversamente avveniva presso i Pagani per ì quali lo schiavo non era più un uomo. Ma anche qui vi erano diritti acquisiti e interessi da rispettare. L’improvvisa fermata di una macchina così necessaria al funzionamento dell’impero, era troppo pericolosa, e l’abolire senza preparazione quell’istituzione più volte secolare era poco meno iniquo e immorale che il mantenerla incondizionata. Bastava che lo spirito cristiano la minasse alla base e, nell’attesa della sua caduta definitiva, ne correggesse gli abusi.

CAPO II.

Preminenza del Cristo.

I FALSI DOTTOBI DI COLOSSI.

1. EFESINI E COLOSSESI. — 2. L’ERESIA DI COLOSSI.

1. Le due Epistole, ai Colossesi e agli Efesini, stanno tra loro come le Epistole ai Galati e ai Romani. La più breve e la prima ad essere scritta, in tutti e due i gruppi, serve rispettivamente di trama alla seguente. La lettera ai Colossesi, più agile, più viva, più personale, mira ad uno scopo preciso e immediato, ed affronta un avversario determinato; l’Epistola agli Efesini, più piena, più matura, più studiata, fa astrazione dalle controversie e segue l’andatura regolare di un trattato dommatico. Nello stesso modo sono l’argomento e le idee; molte espressioni e molte frasi sono identiche; tuttavia la seconda non è una copia né un’imitazione della prima, ma vi si riconosce una mente che attinge liberamente dai suoi fondi, dominata dagli stessi disegni o dagli stessi bisogni; non vi è nulla dell’imitatore servile la cui mano si tradisce appunto dalla cura eccessiva di nascondersi. – L’Epistola ai Colossesi ha di speciale soltanto la polemica contro i settari (Col. II, 1-9; 16-23), una parola di circostanza (III; 1-4) e alcuni particolari di carattere personale (IV, 9-18). Invece l’Epistola agli Efesini non ha di particolare altro che l’esordio (Ef. I, 3-14), la definizione e la descrizione del corpo mistico (III, 15-20; IV, 21-24; V, 23-32) con la panoplia finale (VI, 6-17). Vi sono anzi, anche nelle parti proprie di ciascuna, parecchie idee e locuzioni comuni ad entrambe. I rapporti diventano anche più stretti nella sezione parenetica. Eccetto due o tre versetti, tutto il primo capitolo della lettera ai Colossesi si potrebbe ricostruire con frammenti presi qua e là nella lettera agli Efesini, ma collocati in un contesto diverso. Questa è una prova fortissima dell’autenticità delle due Epistole. – Se le volessimo studiare separatamente, ci esporremmo a mille ripetizioni; meglio dunque è prendere l’idea dominante di ciascuna e collegarvi i passi paralleli dell’altra. L’idea principale dell’Epistola ai Colossesi è indiscutibilmente la preminenza del Cristo considerato tanto nella sua vita divina in seno del Padre, quanto nelle sue relazioni col mondo; quella dell’Epistola agli Efesini non è meno chiaramente l’unione dei fedeli col Cristo e nel Cristo, come membra del corpo mistico. La prima può avere come epigrafe: « Bisogna che il Cristo primeggi in tutte le cose (Col. I, 18) »; la seconda: « Il Cristo è tutto in tutti (Col. III, 11) ».

2. Le ipotesi fatte intorno ai novatori di Colossi, sono svariate come i colori dell’arcobaleno: a vòlta a volta quei settari sono divenuti pitagorici, epicurei, stoici, neoplatonici, esseni, farisei, ebioniti, cabalisti, caldei o maghi, gnostici, partigiani di Cerinto o di Valentino e persino — chi lo crederebbe? — discepoli di Apollo o di Giovanni. Queste stravaganze che fanno poco onore al fiuto critico degli esegeti e dimostra che la loro fantasia si sviluppa qualche volta a spese del buon senso, deve insegnarci la circospezione nel risolvere un problema in cui le incognite sono più numerose che i dati. – E certo che la grandissima maggioranza dei fedeli di Colossi veniva dal gentilesimo, e se tra loro vi erano Ebrei convertiti, dovevano essere un’infima minoranza, poiché San Paolo non fa nessuna allusione alla loro esistenza. Le parole: « La Legge che era contro di noi, che ci era contraria (Col. II, 14) », non provano punto l’origine ebraica dei Colossesi, poiché la Legge era dannosa ai Gentili come agli Ebrei, benché per ragioni diverse. E poi, prima della loro conversione, i Colossesi erano « stranieri » alla teocrazia d’Israele (Col. I, 10), e non ricevettero mai altra circoncisione che quella spirituale, quella del Cristo (Col. II, 11-13). Il fatto che ebbero come loro apostolo un pagano convertito, Epafra, ha esso pure il suo valore: è ben difficile immaginarsi che egli avesse potuto costituire e regolare una chiesa in cui la maggioranza o una parte notevole fosse stata di razza ebrea. – Tuttavia le tendenze dei falsi dottori sono nettamente giudaizzanti, non di quel giudaismo intransigente che voleva imporsi nella Galazia o anche a Corinto, ma di un giudaismo temperato e a piccole dosi, di un giudaismo benigno, capace di transazioni e di compromessi. – Le tendenze giudaizzanti si deducono evidentemente dal passo seguente: « Nessuno vi giudichi nel mangiare o nel bere, o in materia di feste, di neomenie o di sabati; questa è un’ombra delle cose future il cui corpo (cioè la realtà e la sostanza) appartiene al Cristo (Co. II, 16-17) ». Chi possiede il corpo non si cura d’inseguire l’ombra, chi ha la realtà, non sa che farsi della figura. Neomenie, sabati, leggi relative agli alimenti e altre prescrizioni ebraiche non hanno più importanza e neppure significato; esse avevano un senso soltanto come figure dell’avvenire. Ora questi vecchi precetti sono morti per noi, perché Gesù Cristo li ha inchiodati alla croce, per impedire loro di tiranneggiare ancora gli uomini; e noi siamo morti per loro, poiché partecipiamo misticamente alla morte reale del Cristo. – “Se morendo col Cristo voi foste liberati dagli elementi del mondo, perché vi lasciate ancora imporre leggi, come se viveste nel mondo! Vi si dice: « Non prendete, non gustate, non toccate! Tutto questo è di uso pericoloso ». (Sì; ma soltanto) secondo i precetti e la tradizione degli uomini”. (Col. II, 20-22). Questo giudaismo non è affatto l’osservanza pura e semplice della Legge, ma vi si mescolano precetti arbitrari che non ebbero mai la sanzione di Dio, e che Paolo, dietro l’esempio del Maestro, chiama tradizioni umane: tali le restrizioni che riguardano le bevande di cui il legislatore degli Ebrei non aveva parlato. Invece i novatori non sembrano aver insistito su la circoncisione, altrimenti l’Apostolo non si accontenterebbe di un’allusione sprezzante alla circoncisione fatta dalla mano dell’uomo (Col. II, 11), la quale non ha, come il Battesimo, la virtù di spogliarci « del corpo di carne », cioè delle influenze cattive opposte all’azione dello Spirito. Di qui si vede che il giudaismo di Colossi non somigliava molto a quello dei farisei di Gerusalemme, di Antiochia e della Galazia: esso era un sincretismo strano con speculazioni e pratiche di origine ben diversa. « Badate che alcuno non vi seduca per mezzo della filosofia inutile e ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo, e non secondo il Cristo (Col. II, 8) ». Qui la filosofia non è lo studio o l’amore della sapienza, ma un complesso di fantasticherie che i ciarlatani di Colossi fregiavano forse col nome di filosofia per ipnotizzare le folle che si lasciano sempre colpire da bei nomi altisonanti. L’Apostolo le chiama col vero loro nome di inganni inutili. Esse si appoggiavano su « le tradizioni degli uomini », e con questo possiamo intendere tanto le dottrine di una scuola filosofica, per esempio quella di Pitagora, quanto gl’insegnamenti che le sette giudaiche di quel tempo pretendevano di aver ricevuto da Mosè per tradizione orale, come pure uno di quei sistemi ibridi risultanti da un sincretismo giudeo-pagano, così comuni allora. L’ultima ipotesi è certamente la più probabile e quella che spiega meglio quella mescolanza sconcertante di osservanze e di speculazioni contradittorie. Gli Ebrei hanno fornito soprattutto le pratiche, i filosofi pagani hanno dato le idee. Ora tutto questo — idee e pratiche — è da San Paolo messo tra gli elementi del mondo. Gli elementi del mondo rappresentano le nozioni rudimentali che convengono all’infanzia dell’umanità e che i sapienti — o Dio medesimo adattandosi alla sua debolezza — le insegnano come un alfabeto, per prepararla ad un insegnamento più elevato, più virile, più divino. Anche la Legge di Mosè viene compresa in questa istituzione elementare. Quando apparirà Colui nel quale la pienezza della divinità abita corporalmente e nel quale stanno nascosti tutti i tesori di scienza e di sapienza, quei bagliori crepuscolari svaniranno come ombre; ogni insegnamento che non è « secondo il Cristo » sarà riprovato. Due pratiche, frutto immediato delle speculazioni filosofiche, non hanno un carattere giudaizzante ben marcato: l’ascetismo esagerato e il culto mal inteso degli angeli. « Queste osservanze — dice l’Apostolo alludendo alle diverse proibizioni alle quali si sottomettevano i Colossesi — hanno una rinomanza di sapienza per la loro apparenza di pietà spontanea, di umiltà e di disprezzo del corpo, (ma) non hanno in sé nulla di onorevole, (non riuscendo) che ad impinguare la carne (Col. II, 23). » Ecco un effetto davvero inatteso delle privazioni e delle austerità. Le macerazioni fatte arbitrariamente possono impinguare la carne anche estenuando il corpo. Qui si riconosce il linguaggio e la dottrina di Paolo. Il dire poi quali fossero quelle astinenze, su quali dottrine si appoggiassero, come derivassero da speculazioni teoriche, non ci è permesso dalla forma troppo elittica del discorso. Lo stesso sentimento di modestia esagerata, alleandosi con la stessa pretesa di sapienza, metteva in onore il culto delle potenze superiori a scapito del solo vero Mediatore. I fedeli stiano in guardia contro le mene di quel falso devoto che li ingannerebbe, dopo di aver ingannato se stesso, « fondandosi sopra le sue visioni, vanamente gonfiato nel suo intendimento carnale e non aderendo al capo (Col. II, 17-19) » da cui, parte tutto l’influsso vitale per animare il corpo mistico. L’intendimento carnale è quello che si chiude all’azione dello Spirito Santo e si apre alle ispirazioni della natura, sempre soggetta all’illusione e all’errore. Questo fa supporre che le devozioni dei Colossesi si collegassero con le loro vedute filosofiche e fossero il prodotto dei loro istinti visionari. Che nome dare a quegli illuminati? La cosa non ha troppa importanza, e forse non vi è nome in uso che a loro convenga; furono chiamati esseni gnostici (Lightfoot). Queste due parole a prima vista sembrano fare a pugni, poiché il gnosticismo storico era essenzialmente antigiudaico. Ma in origine non fu così, e l’esempio di Corinto dimostra che il giudaismo ebionitico poteva stare con uno gnosticismo rudimentale. La denominazione proposta si può dunque accettare, purché s’intenda di non parlare di esseni né di gnostici propriamente detti. Gli esseni vivevano raggruppati presso il Mar Morto, e non si constata la loro presenza, neppure allo stato sporadico, oltre i confini della Palestina e della Siria. D’altra parte i declamatori di Colossi non si identificano con nessuna setta gnostica storicamente riconosciuta. I caratteri essenziali di questa eresia mobile e mutevole, il dualismo, l’emanazione degli eoni, il docetismo, trapelano appena negli errori di Colossi. Se era essenismo, non era più essenismo della Palestina;, se era gnosticismo, non era ancora gnosticismo del secondo secolo. Ma ecco appunto dove sta la difficoltà: come spiegare le tendenze giudaizzanti in una chiesa in cui l’elemento ebreo era così scarso, il colore essenico delle dottrine in un paese tanto lontano dalla Palestina, le idee gnostiche prima che apparisse lo gnosticismo? Gli Ebrei erano molto numerosi nella valle del Lico dove si erano incredibilmente moltiplicati da quando Antioco il Grande aveva trasportato nella Lidia e nella Frigia due mila famiglie di prigionieri israeliti. Cento e venti anni prima del tempo di cui trattiamo, il contributo mandato dal solo distretto di Laodicea al tempio di Gerusalemme, ammontava a più di venti libbre d’oro, il che suppone una popolazione adulta di più di dieci mila uomini liberi. L’influenza religiosa di quegli Ebrei abborriti e disprezzati, dovunque si stabilissero, è tanto certa quanto inesplicabile. Si ammirava la loro morale e la serietà delle loro convinzioni, si assisteva alle loro assemblee, si ascoltava volentieri la lettura dei loro libri santi e, se di rado si accettava la circoncisione, volentieri si accettavano gli altri riti. Tanto più che gli Ebrei, senza rinnegare il loro rigido monoteismo che li rendeva così superiori alle meschine mitologie pagane, sapevano condirlo con speculazioni teosofiche che allora erano di moda. Gli esseni, i terapeuti, Filone, il libro di Enoc, gli Oracoli sibillini, il quarto libro dei Maccabei dimostrano abbastanza tale stato di spirito: gli Ebrei non avrebbero fatto mai un tale sforzo per estendere il loro proselitismo, valendosi della filosofia. A loro si attribuiva la specialità delle scienze occulte; a Roma erano confusi con i Caldei; un poco dappertutto passavano come astrologi, e tale reputazione non solo non era dannosa per loro, ma ingrandiva la loro azione. – Quel nuovo giudaismo doveva incontrare favore presso i Frigi che in ogni tempo furono celebri per la loro tendenza all’illuminismo. – Si sarebbe detto che ve li spingeva lo stesso loro paese: quella natura aspra, tormentata, scossa periodicamente da terribili terremoti, lacerata da crepacci che vomitano ancora vapori sulfurei, pareva il teatro di antiche lotte tra potenze sovrumane. Si mostrava a Gerapoli, poco lontana da Colossi, una bocca dell’inferno chiamata Plutonio; un antico filosofo di quelle contrade, Talete, aveva detto: « Il mondo è un essere animato e pieno di demoni »; i riti in onore di Cibele, di Diana e di Sabazio ci fanno vedere fin dove poteva arrivare l’esaltazione mistica di quei popoli. La Frigia fu sempre il paese in cui allignarono le sette gnostiche più stravaganti; dalla licenza più sfrenata si passava al più rigido puritanesimo: era la patria di tutti i fanatismi e di tutti gli eccessi.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (II)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

INTRODUZIONE -2-

IV.

Il quarto motivo è l’interesse della società. Dire che dopo la predicazione del Vangelo non si è visto mai una insurrezione contro il Cristianesimo così generale e così ostinata come oggidì, è dire una cosa triviale a forza d’essere ripetuta, e a forza d’essere disgraziatamente vera: ma nel dir questo, è confessare che il mondo non è stato mai così malato e per conseguenza tanto minacciato da ignote catastrofi; insomma è dichiarare che, da diciotto secoli in poi, il demonio non ha regnato mai tanto imperiosamente come al presente. — Chi salverà l’infermo? Forse gli uomini? No. Tanto nel temporale come nello spirituale non vi è che un Salvatore, l’Uomo-Dio, Cristo-Gesù. Egli solo è la via, la verità, la vita: tre cose senza delle quali ogni salute è impossibile. Come farà l’Uomo-Dio a salvare il mondo, se questo deve esser salvato? Come Egli lo salvò, or son due mil’anni, per mezzo dello Spirito Santo. Perché? Perché lo Spirito Santo è il negatore adeguato di satana o dello Spirito maligno. Andiamo innanzi: se in nessun tempo dei secoli evangelici, il regno di satana non è stato così generale, né così accetto come è oggidì, mostra che l’azione dello Spirito Santo dovrà rivestire dei caratteri di una estensione e di una forza stragrande. Gli assiomi di geometria non ci compariscono meno rigorosi di queste proposizioni. Della necessità pertanto di una nuova effusione dello Spirito Santo per il mondo attuale, ne sentiamo già qualche presentimento, del quale non bisogna esagerare il valore, ma sarebbe temerario il non tenerne conto. Accettati questi presentimenti dal conte De Maistre, manifestati da un gran numero d’uomini rispettabili, sì per sapere che per virtù, sono discesi nel mondo della pietà, e formano le basi di una aspettazione assai generale. Il demonio stesso abusando di questo fondo di verità, ne fa uscir fuori una setta recentemente condannata dalla Chiesa. Alla nuova influenza dello Spirito Santo si attribuisce lo splendido trionfo della Chiesa, la pace del mondo, l’unità dell’ovile annunziata dai Profeti e dallo stesso Signor Nostro, come le altre meraviglie, tra le quali il domma della Immacolata Concezione sembra essere il pegno. – Comunque siasi, una cosa rimane accertata, e dà ad un Trattato dello Spirito Santo tutto il merito dell’opportunità. Il mondo non sarà salvo che per mezzo di Esso. Ma come salverà il mondo lo Spirito Santo, se il mondo lo ripudia? ed egli lo ripudierà se non lo ama. Come lo amerà, e come lo chiamerà egli? Essendo egli traviato, come potrà egli correre a porsi sotto il suo impero, se non lo conosce? Il far conoscere adunque lo Spirito Santo ci sembra, per tutti i versi, una necessità più che mai imperiosa. – Tali sono in compendio, i motivi principali del nostro lavoro. Ci sarà egli permesso di aggiungerne un altro? Noi abbiamo combattuto per venticinque anni lo Spirito Maligno, additando il ritorno del suo regno in mezzo alle attuali nazioni. Scorto da lungo tempo da taluni, negato pertinacemente da altri, questo fatto culminante della storia moderna, è oggidì palpabile. A confessione generale, il Satanismo o il Paganesimo, che è la stessa cosa, assume sotto i nostri occhi limiti così ignoti come la sua potenza. La Compagnia di Gesù per mezzo di uno dei suoi organi più accreditati, non sospetta su questa materia, ha riconosciuto la realtà del terribile fenomeno e lo ha proclamato in Roma poco distante dal Vaticano. – Nel 1862, durante l’ottava dell’Epifania, il Padre Curci, redattore della Civiltà cattolica, sale in pulpito, e per otto fiate, manda un grido d’allarme, mostrando che l’Europa, l’Italia, la stessa Roma sono invase dal paganesimo. « Il mondo moderno, esclama egli, ritorna a gran passi verso il paganesimo. Egli vi ritorna con le idee, con gli affetti, con le tendenze, con le opere, con le parole senza risuscitarne poi la grossolana idolatria. Ciò è talmente vero, che se dall’immenso sepolcro che appellasi suolo romano, uscisse vivo il popolo dei tempi degli Scipioni e dei Coriolani, e che, senza osservare i nostri templi ed il nostro culto, ponesse attenzione soltanto ai pensieri, alle aspirazioni, al linguaggio dei più, io son convinto ch’egli non troverebbe tra essi e lui altra sensibile differenza che nella prostrazione delle anime e nell’imbecillità déll’idee. » – E più innanzi: « Oh sì è vero pur troppo, e quantunque me ne dispiaccia, io lo dirò; tacere il male non è un mezzo per guarirlo. Il mondo attuale, e appunto adesso, la nostra Italia più forse di qualunque altra parte del mondo, comincia evidentemente ad avere dei pensieri, delle affezioni, dei desideri poco differenti da quelli dei pagani. Non crediate che sia necessario per questo adorare gli idoli. No. Il paganesimo nella sua parte costitutiva, o nella sua ragione d’essere, non implica altra cosa che il Naturalismo. Ora se voi mirate la società e la famiglia; se voi ascoltate i discorsi’ che si fanno; se leggete i libri e i giornali che si stampano; se voi considerate le tendenze che si manifestano, a fatica troverete in tutto ciò altra cosa che la natura, la sola natura, sempre la natura.  – « Ebbene, questo Naturalismo invasore e dominatore della società moderna, non è altro che il paganesimo puro puro; ma paganesimo mille volte più condannabile dell’antico, attesoché il paganesimo moderno è l’effetto della apostasia da quella fede che il paganesimo antico ricevette con tanta gioia, e che abbracciò con tanto amore. Paganesimo risuscitato, che ha tutte le servilità e tutte le abominazioni del defunto, senza averne l’originalità e la grandezza, essendo stato impossibile risuscitare la grandezza pagana a coloro che 1’hanno tentata, non essendo riusciti che a formare parodìe sfortunate e sempre ridicole quando non erano il più delle volte atroci. – Paganesimo disperato, attesoché nessun Balaam gli ha promesso una stella di Giacobbe, come succedette all’antico, il quale aspettava di risorgere; mentre il nostro, nato dalla corruzione del Cristianesimo, o piuttosto da una civiltà decrepita e incancrenita, non ha da aspettare altra chiamata che quella del supremo giudice, vendicatore di tante misericordie conculcate. 1 » Così, a confessione stessa de’ nostri più ardenti avversari, il verme roditore della moderna società, non è né il protestantesimo, né l’indifferentismo, né tale altra malattia sociale con particolare denominazione, ma bensì il paganesimo che tutte le comprende; il paganesimo nei suoi elementi costitutivi, come il mondo lo subiva or son diciotto secoli. Per completare adunque le nostre fatiche, che cosa restava egli d’ora innanzi se non che cercare di glorificare lo Spirito Santo, affinché, ripigliando il suo impero, cacci egli l’usurpatore e rigeneri di nuovo la faccia della terra?

VI.

Quanto al piano del lavoro, esso è delineato dal soggetto: cioè lo Spirito Santo in se medesimo, e nelle opere sue; la spiegazione delle opere sue meravigliose tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento, per conseguenza l’azione incessante, universale dello Spirito Santo, e quella non meno continua dello Spirito maligno; il luogo immenso che occupa nel mondo della natura, come pure nel mondo della grazia, e che deve sotto pena di morte, tenere, nella nostra vita la terza Persona dell’adorabile Trinità oggidì tanto obliata e sconosciuta; la duplice rigenerazione del tempo e dell’eternità a cui il suo amore ci conduce; la natura, infine le condizioni, la pratica del culto che il cielo e la terra a Lui vanno debitori per tanti titoli: tale è adunque l’insieme delle materie che compongono questo Trattato. – L’ordine è il seguente: Due Spiriti opposti si contrastano l’impero del mondo. La guerra essendo incominciata in cielo, si è perpetuata sulla terra. Isaia e san Giovanni la descrivono. San Paolo ci dice che è contro il demonio che dobbiamo combattere. Lo stesso nostro Signore annunzia non essere venuto sulla terra che per distruggere il regno del demonio. Noi non poniamo in contrasto questi due Spiriti; essi vi sono, non ne inventiamo il fatto ma lo constatiamo. Siccome è impossibile conoscere la redenzione senza conoscere la caduta, così è impossibile di far conoscere lo Spirito del bene, senza far insieme conoscere lo Spirito del male. Appena che noi abbiamo detto l’esistenza dello Spirito Santo, siamo obbligati a parlare di satana la cui nera figura apparisce come l’ombra accanto alla luce. L’esistenza di questi due Spiriti suppone quella di un mondo superiore al nostro; cioè la divisione di questo mondo in due campi nemici, come pure la sua azione permanente, libera e universale sul mondo inferiore. Stabilita che sia la realtà di questi tre fatti, noi veniamo a confermare la personalità dello Spirito malvagio, la sua caduta, la causa e le conseguenze della di lui caduta, insomma l’origine storica del male. – I due Spiriti non sono mai rimasti in regioni inaccessibili all’uomo, né estranei a ciò che succede sulla terra. Tutt’altro! essi padroni del mondo, si rivelano come i fondatori di due Città; la Città del bene e la Città del male. Città visibili, palpabili, antiche quanto l’uomo, estese quanto il mondo, durevoli perciò quanto i secoli, racchiudono nel loro seno il genere umano tutto quanto, al di qua e al di là della tomba. – La cognizione di queste due Città esaminata bene a fondo, interessa egualmente all’uomo, al Cristiano, al filosofo ed al teologo.

1° All’uomo, attesoché ogni individuo, ogni popolo, ogni età appartiene necessariamente all’una o all’altra.

2° Al Cristiano, attesoché l’una è la dimora della vita e il vestibolo del cielo; l’altra, la dimora della morte, e il vestibolo dell’inferno.

3° Interessa al filosofo, conciossiachè la eterna lotta delle due Città, formi l’ordito generale della storia, e sola renda conto di ciò che il mondo ha visto, di ciò che egli vede e vedrà sino alla fine, di delitti e di virtù, di prosperità e di infortuni, di pace e di rivoluzioni.

4° Interessa infine al teologo in quanto ché le due Città mostrando in azione lo Spirito del bene e lo Spirito del male gli fanno conoscere meglio di tutti i ragionamenti. Per conseguenza le due Città sono oggetto di uno studio, la cui importanza, e forse la novità ne faranno perdonare la lunghezza. La formazione, l’organamento, il governo, il fine della Città del bene; il di lei Re, lo Spirito Santo, rivelato dai nomi che Egli ha nei libri santi; i suoi principi, e gli Angeli buoni; la natura loro, le lor qualità, le loro gerarchie, gli ordini, gli uffici, la ragione sì degli uni che degli altri, sono altrettanti soggetti di particolari investigazioni. – Un lavoro analogo succede pure intorno alla Città del male. Noi facciamo conoscere la sua formazione, il suo governo, il suo fine; il suo re, satana, rivelato dai suoi nomi biblici; i suoi principi, i demoni; le loro qualità, gerarchie, la loro dimora, l’azione loro sull’uomo e sulle creature. – Ogni città dividesi in due classi, governanti e governati. Dopo i principi vengono i cittadini di ambe le città, gli uomini. Mostriamo l’esistenza di essi, posta tra due armate nemiche che se la litigano, come pure quei bastioni con cui lo Spirito Santo circonda la Città del bene per impedire all’uomo di uscirne, o al demonio di entrarvi. Non basta pei nostri bisogni conoscere le due Città in se medesime e nella metafisica loro esistenza; bisogna altresì vederle nell’azione, cioè studiar di entrambe la storia religiosa, sociale, politica e contemporanea Questo quadro abbraccia nelle sue intime cagioni, tutta la storia della umanità; ma noi non abbiamo fatto altro che abbozzarla. Contuttociò, il nostro saggio pone in rilievo il punto capitale, vale a dire lo spaventevole parallelismo che esiste tra la Città del bene e quella del male, tra l’opera divina per salvar l’uomo, e l’opera satanica per perderlo. Esporre questo parallelismo non solo nel suo insieme, ma altresì nei suoi tratti principali, ci è parso il miglior modo di smascherare lo Spirito delle tenebre, e di far sentire al vivo al mondo attuale, incredulo o leggero, la presenza permanente e l’azione multiforme del suo più terribile nemico. Quindi risulta, evidente come la luce, l’obbligo perpetuo e perpetuamente imperioso, nel quale noi tutti siamo, tanto popoli come individui, di tenerci in guardia, e sotto pena di morte, di rimanere o di rimettersi sotto l’impero dello Spirito Santo. Con questa conseguenza termina il primo volume dell’opera e ci conduce al secondo.

VII.

Affinché l’uomo ed il mondo sentano la necessità di ritornar sotto l’impero dello Spirito Santo fa d’uopo innanzi tutto che essi lo conoscano: Ignoti nulla cupido. Né potrebbe bastare una cognizione generale e puramente filosofica, ma ci vuole una scienza intima, particolareggiata, pratica: il dar questa è il fine dei nostri sforzi. Dopo d’avere dimostrata la divinità dello Spirito Santo, parlato della sua processione e della sua missione, e spiegato i di lui attributi, noi seguiremo la sua speciale azione sul mondo fisico e sul mondo morale nell’Antico Testamento. Questo lavoro ci preparerà ai tempi evangelici. – Qui si rivela in tutta la magnificenza del suo amore, la terza Persona dell’adorabile Trinità. Dinanzi a noi si presentano quattro grandi creazioni: la SS. Vergine, il Verbo incarnato, la Chiesa e il Cristiano. Questi quattro capi d’opera sono studiati con tanta più cura in quanto abbracciano tutta la filosofia della storia; poiché esse riassumono tutto il mistero della grazia, vale a dire tutta l’azione di Dio sul mondo. Questo mistero della grazia, pel quale l’uomo diviene Dio, è, in quanto dipenderà da noi, esposto nei suoi mirabili particolari, vogliamo dire il principio della nostra generazione divina, gli elementi di cui si compone, la loro natura, il loro concatenamento, lo svolgimento loro successivo, fino a tanto che il figlio d’Adamo sia giunto alla misura del Verbo incarnato, figlio di Dio e Dio Egli stesso. Le Virtù, i Doni, le Beatitudini, i Frutti dello Spirito Santo, tutto insomma il lavoro intimo della grazia, tanto poco stimato ai nostri dì, perché è assai poco conosciuto, sono spiegati con l’estensione necessaria al Cristiano che vuole istruirsi da se medesimo, e al prete incaricato d’istruire gli altri. Le beatitudini del tempo conducono alla beatitudine dell’eternità. L’Uomo divenuto figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, ha diritto all’eredità di suo Padre. Noi varcando il soglio dell’eternità tentiamo alzare un lembo del velo gettato sugli splendori e sulle delizie di questo regno creato e governato dall’amore; dove, tanto per il corpo come per l’anima, tutto è luce senz’ombra, vita senza limiti, cioè dire comunicazione plenaria, incessante dello Spirito Santo agli eletti e degli eletti allo Spirito Santo: in una parola, flusso e riflusso di un oceano d’amore che immergerà gli alunni del Crisma, alumni Chrismatis, in una eterna ebrietà. Tanti benefizi per parte dello Spirito Santo chiedono una proporzionata riconoscenza dalla parte dell’uomo. Noi mostreremo come questa riconoscenza siasi manifestata nella successione dei secoli, e come ella debba ancora manifestarsi. Ella splende nel tabernacolo del culto dello Spirito Santo, nelle feste, in associazioni, in pratiche pubbliche e private, istituite in onore dell’eterno Benefattore, a cui ogni creatura del Cielo e della Terra è debitrice di ciò che ella è, di ciò che ella possiede, di ciò che ella spera: Neque enim est ullam omnino donum absque Spiritu Sancto ad creaturam perveniens.

VIII

Per adempiere il nostro compito, difficile per la sua natura, per la sua estensione e per la precisione teologica che esso richiede, abbiamo, senza parlare dei concili e delle costituzioni pontificie, chiamato in nostro aiuto gli oracoli della vera scienza, i Padri della Chiesa. La Dottrina di costoro intorno allo Spirito Santo è così profonda e così abbondante che niente le si può sostituire. Aggiungasi che oggidì la conosciamo così poco, che essa offre tutto l’interesse della novità. Si tratta forse di precisare le verità dommatiche con rigorose definizioni, di dare la ragione ultima delle cose, ovvero di ‘mostrare la concatenazione gerarchica che unisce gli elementi della nostra formazione? In queste delicate questioni san Tommaso ci ha fatto da maestro. Possano le numerose citazioni che abbiamo preso da lui, farlo conoscere sempre più, e accelerare il moto che oggidì conduce gli spiriti seri verso questo incomparabile centro di ogni vera scienza, divina ed umana! –

A questo proposito noi domanderemo, non è egli tempo di ravvedersi dalla aberrazione che è stata così funesta al clero, ai fedeli, alla Chiesa, alla stessa società? « Esiste un genio unico nel suo genere, che l’ammirazione dei secoli chiama il Principe della teologia, l’Angelo della scuola, l’angelico Dottore. Questo genio, abbraccia in una immensa sintesi, tutte le scienze teologiche, filosofiche, politiche, sociali, e le insegna con una chiarezza ed una profondità senza paragone. Quantunque per la forma e qualche volta anche per il fondo la sua dottrina sia, da un tempo all’altro, marcata dall’inevitabile sigillo dell’umanità, ella è però di tal fatta sicura che al Concilio di Trento i suoi scritti, mediante un privilegio ignoto negli annali della Chiesa meritarono, secondo la tradizione, d’essere posti accanto alla Bibbia stessa. – Questo gran genio è un santo, al quale il Vicario di Gesù Cristo, nel canonizzare le sue virtù ha reso questa testimonianza solenne: « Frate Tommaso quanti articoli scrisse, tanti miracoli fece. Egli solo ha illuminata la Chiesa più di tutti gli altri dottori. E un’enciclopedia universale. Alla sua scuola si approfitta più in un anno che in quella di tutti gli altri dottori durante tutta la vita. » (Bolla di S. S. Giovanni XXII)  Finalmente, affinché nulla manchi alla di lui gloria, egli è un genio talmente potente, che un eresiarca del XVI secolo [Bucero] non temeva di dire: « Toglietemi Tommaso, io distruggerò la Chiesa. » (“Tolle Thomam, et Ecclesiam dissipabo”. —  In tal modo devesi considerare san Tommaso posto in mezzo ai secoli, a guisa di un serbatoio dove son venuti a riunirsi tutti i fiumi di dottrina dell’Oriente e dell’Occidente, e come un vaglio, per il quale le acque della tradizione sbrogliate di tutto ciò che non è alta e pura scienza, ci pervengono fresche e limpide senza aver perduto niente della loro fecondità. Ora questo dottore, questo santo, questo maestro tanto utile alla Chiesa, e tanto temuto dall’eresia, l’epoca del così detto Rinascimento lo ha bandito dai seminari, come essa ha bandito dai Collegi tutti gli autori Cristiani. Qual professore di teologia, di filosofia, di diritto sociale, or sono quasi trenta anni, parlava mai di san Tommaso? chi conosceva le sue opere? chi più le leggeva, chi le meditava, chi più le stampava? chi, e che cosa gli hanno eglino sostituito? Senza saperlo si era adunque almeno in parte realizzato il voto dell’eresiarca. Perciò che cosa è avvenuto? Dove è oggigiorno tra noi la scienza della teologia, della filosofia e del diritto pubblico? In che stato si trovano la Chiesa e la società? Di qual tempera sono le armi impiegate a loro difesa? Quale è la profondità, l’ampiezza, la solidità, la virtù nutritiva della dottrina; distribuita alle menti, nella maggior parte delle opere moderne; che cosa sono libri, giornali, riviste, conferenze, sermoni, catechismi? Noi non sappiamo che rispondere: ci è più caro salutare il movimento retrogrado che si manifesta verso san Tommaso. Fortunati noi se questi pochi versi, sfuggiti a ciò che vi ha di più intimo nell’anima, il dolore e l’amore, potessero renderlo più generale e più rapido. (Il voto dell’illustre autore, perché fosse richiamata all’antico onore la dottrina di S. Tommaso, è stato esaudito. Infatti nell’Enciclica Æterni Patris, il sapiente Leone XIII richiamava l’attenzione non solo dei Pastori della Chiesa, ma del mondo tutto, sul grave torto che si faceva all’Angelico Dottore, e sui gravi danni che ne conseguivano alla Chiesa e alla stessa civil società, con l’abbandono dello studio delle immortali opere del Dottore di Aquino – n. d. trad.-).

IX.

Noi esterneremo un ultimo voto, quello cioè di vedere ridestarsi nel clero e nei fedeli, l’ardore apostolico per lo Spirito Santo. Se è vero che tra i tempi presenti e i primi secoli del Cristianesimo esista più di una relazione, aggiungiamo un nuovo tratto di rassomiglianza per la nostra premura nel conoscere e per la nostra fedeltà nell’invocare la terza Persona dell’adorabile Trinità, sorgente inestinguibile di luce, di forza e di consolazione. Diventino dunque le parole del Savio, applicate allo Spirito Santo, e così ben comprese dai nostri maggiori, l’incoraggiamento dei nostri sforzi e la Regola della nostra condotta. « Beato l’uomo che è costante nella Sapienza, e medita la giustizia, e con la sua mente pensa le meraviglie del Dio creatore, redentore e glorificatore; che va studiando in cuor suo le vie di lei e ne penetra gli arcani; che la insegue come il cacciatore, e si pone nell’imboscata per sorprenderla, e rimira per le finestre di lei, e alla porta di lei sta a udire, e presso alla casa di lei prende i suoi riposi, e che pianta nelle mura di essa il chiodo per dispiegare la sua tenda a fine di abitare sotto la sua mano. Alla tutela di lei raccomanderà egli ed i suoi figliuoli, le sua facoltà, le opere, la vita sua e la sua morte, e gusteranno le delizie della pace. Ella stessa gli nutrirà con i suoi frutti, gli proteggerà con i suoi rami; e difesi dalle tempeste vivranno felici e riposeranno nella gloria: Et in gloria ejus requiescet. » (Eccl. XIV, 22 e segg.)

 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (I)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

INTRODUZIONE -1-

Ignoto Deo

(Al Dio ignoto: Act. XVIII, 23)

I.

Quest’opera ha per oggetto di far conoscere, per quanto dipende da noi, la terza Persona della Santa Trinità in se medesima e nelle sue opere. Parecchi motivi ci hanno determinato ad intraprenderla. Il principale è la gloria dello Spirito Santo. Dio essendo la carità per essenza, (Deus charitas est – 1 Joan. IV; 16). tutte le opere sue sono amore. Creare, conservare, redimere, glorificare, è amare. Ora lo Spirito Santo è l’amore consustanziale del Padre e del Figliuolo: dunque Egli è in tutte le opere loro. Per Lui le altre due Persone dell’augusta Trinità si pongono, a dir così, in commercio col mondo. Quindi quella parola di san Tommaso : « Lo Spirito Santo è il principal dono di Dio » (Cum Spiritus Sanctus procedat ut amor, procedit in ratione primi doni. P. 1, q. xxxviii, art. 2, corp.1), come quell’altra di san Basilio: « Tutto ciò che le creature del cielo e della terra posseggono nell’ordine della natura, come pure nell’ordine della grazia, proviene loro dallo Spirito Santo. (Liber de Spir. Sanc. Cap. XXIX) » Non parrebbe che questo divino Spirito dovesse per un giusto ricambio occupare il primo luogo nei nostri pensieri e nella nostra riconoscenza? pur nonostante per una strana inversione quasi nessuno pensa a Lui. Si conosce il Padre, lo si rispetta, lo si ama; e come potrebb’essere altrimenti? Le opere sue sono palpabili e sempre presenti agli occhi del corpo. Le magnificenze dei Cieli, le ricchezze della terra, l’immensità dell’Oceano, i muggiti dei flutti, il rombo del tuono, l’armonia meravigliosa che regna in tutte le parti dell’universo, ripetono con una eloquenza intesa da tutti, l’esistenza, la sapienza e la potenza di Dio Padre, e conservatore di tutto ciò che è. Conosciamo il Figlio, lo rispettiamo, lo amiamo; e i predicatori che di Lui parlano, non sono meno numerosi di quelli del Padre, né meno eloquenti. La storia così commovente, della nascita, della vita, e della sua morte; la croce, i templi, le immagini, i quadri, il sacrificio dell’altare, e le feste, rendono popolari i differenti misteri delle sue umiliazioni, del suo amore e della gloria sua. Infine l’Eucaristia che lo tiene personalmente presente nei tabernacoli, fa gravitare verso di Lui tutta la vita Cattolica, dalla nascita fino alla morte. Accade egli lo stesso dello Spirito Santo? Le sue opere proprie non sono sensibili come quelle del Padre e del Figliuolo. La santificazione che Egli opera nelle nostre anime, la vita che Egli diffonde dovunque, sfugge alla vista ed al tatto. Egli non si è fatto carne come il Figliuolo, né come Lui ha mai abitato sotto una forma umana tra i figli d’Adamo. Solamente tre volte Egli si è mostrato sotto un emblema sensibile, ma passeggiero: in forma di colomba sul Giordano, come nuvola luminosa sul Thabor, in lingua di fuoco nel Cenacolo. Le arti rappresentandolo, non hanno, come per il Nostro Signore, trovato mai modo di variare i loro quadri. Due simboli: ecco tutti i mezzi plastici lasciati alla pietà per conservare nella memoria la sua esistenza ed i suoi benefìzi. (Sappiamo che la Chiesa ha proibito di rappresentare lo Spirito Santo in altro modo che sotto la forma di una colomba o di lingue di fuoco, «, Spiritus Sancti imagines sub humana juvenis forma damnantur et prohibentur…. Spiritus Sancti tamen imagines in forma columbæ approbantur et permittuntur. Item in figura linguarum ignis, uti repraesentatur mysterium Pentecostes. » Benedict. X IV Bull. Sollicitudinis) –  Parimente, qual cognizione abbiamo noi dello Spirito Santo nel mondo attuale come pure tra i Cristiani? Dove sono i voti che a Lui indirizziamo, il culto che gli si rende, la confidenza e l’amore che gli testifìchiamo, l’espressione seria, sorretta dal continuo bisogno che abbiamo della sua assistenza? Lo stesso suo nome pronunziato nel segno della croce, risveglia egli gli stessi sentimenti di quelli del Padre e del Figliuolo? È cosa trista, ma pur troppo bisogna dirlo; la terza Persona della Trinità nell’ordine nominale, cioè lo Spirito Santo, è altresì l’ultima nella conoscenza e negli omaggi della maggior parte dei Cristiani. Questo oblio troppo colpevole forma, sé il dirlo è lecito, il calvario dello Spirito Santo. Ora se la passione della seconda Persona dell’adorabile Trinità commuove il Cristiano fin nelle profondità del suo essere, come mai vedremo con sangue freddo la passione della terza? Non è lo stesso abbandono, lo stesso disprezzo, e assai di sovente le stesse bestemmie? Non vi sembra egli udire dalla bocca del divino Spirito il lamento che usciva dai labbri moribondi dell’Uomo dei dolori: « Ho atteso che qualcuno dividesse meco i miei patimenti e non è comparso nessuno; neppure, un solo consolatore ho trovato! (Sustinui qui simul còntristaretur, et non fuit; et qui consolaretur, et non inveni. Ps. XLV, 21) » – Consolare lo Spirito Santo, o almeno comportarsi col Verbo Incarnato, come Simone Cireneo aiutandolo a portare la sua croce: che bella missione sarebbe stata! Ma per creature deboli, qual mezzo di compierlo? Impiegare tutta la loro vita nel glorificare questa adorabilissima ed amabilissima Persona dell’augusta Trinità. E come glorificarla? Convertendo a suo riguardo l’ignoranza e l’oblio in conoscenza e in affettuosa rimembranza; l’ingratitudine in riconoscenza e in amore, la ribellione in adorazione e in sacrificio senza limiti. Una opera simile è, inutile il dirlo, al disopra delle nostre forze; perciò noi abbiamo meno obbligo di adempierla che di indicarla.

II.

Il secondo motivo, conseguenza del primo, è il vantaggio del clero: ad esso appartiene la missione di far conoscere la terza Persona dell’adorabile Trinità. Ma una grave difficoltà si presenta innanzi tutto, vo’ dire la scarsità delle fonti dottrinali. Quante volte abbiamo noi sentito lamentarsi i nostri venerabili fratelli nel sacerdozio, della penuria di opere intorno, allo Spirito Santo! Le loro lagnanze son pur troppo fondate. Infatti, quale è il trattato dello Spirito Santo che sia comparso da parecchi secoli? Noi vogliamo dire un Trattato tanto più o meno completo: e poi a che si riduce, intorno a questo domma fondamentale, l’insegnamento delle teologie classiche, le sole presso a poco che si studino? Ad alcune pagine del Trattato della Trinità, del Simbolo e dei Sacramenti. A detta di tutti, le nozioni che esse racchiudono, sono insufficienti. Quanto ai catechismi diocesani, che per necessità sono più ristretti delle teologie elementari, quasi tutti, si limitano soltanto a definirlo. Non si può non convenire, che da lungo tempo in Francia almeno, l’insegnamento relativo allo Spirito Santo lascia molto a desiderare. Chi lo crederebbe per esempio, che tra i Sermoni di Bossuet non se ne trova uno intorno allo Spirito Santo, niente in Massillon, e solamente ufto in Bourdaloue?Il mezzo di riempiere una così lamentevole lacuna sta nel ricorrere ai Padri della Chiesa e ai grandi teologi del medio evo. Ma chi ha il tempo e i mezzi di dedicarsi a questo studio? Quindi un estremo imbarazzo per il prete zelante, sia nell’istruire se medesimo, ossia nel preparare la gioventù alla cresima, ossia nel dare ai fedeli una seria cognizione di Colui, senza il quale nessuno nulla potrebbe in ordine alla salute, neppure pronunziare il nome del suo Salvatore! (Et nemo potest dicere: Dominus Jesus, nisi in Spiritu Sancto. I Cor. XII, 3). – Alcune brevissime particolarità, e quasi che astratte, fermanti nella memoria parole anziché idee, compongono l’istruzione della prima età. Nell’epoca solenne della Cresima divengono, è vero, un po’ più estese le spiegazioni: ma la prima comunione assorbe da un lato l’attenzione dei fanciulli, e dall’altro si prosegue ad operare sul terreno delle astrattezze. Sotto la parola del catechista lo Spirito Santo non assume corpo, rivelandosi con una lunga serie di splendidi fatti; e in difetto di espedienti, per parlare, come si conviene circa la Persona e le opere dello Spirito Santo, si passa ai doni di esso. – Questi doni essendo semplicemente interni non sono accessibili né all’immaginazione né ai sensi. Grande è la difficoltà di farli conoscere, maggiore quella di farli capire. Nell’insegnamento ordinario essi non sono mostrati con chiarezza, né nella loro applicazione agli atti della vita, né nella loro opposizione ai sette peccati capitali, né nella loro concatenazione necessaria per la deificazione dell’uomo, né come il coronamento dell’edificio della salute. Perciò l’esperienza c’insegna, che di tutte le parti della dottrina cristiana, la meno compresa, la meno apprezzata, sono forse i Doni dello Spirito Santo. Il fornire i mezzi di riparare a questo grave inconveniente è ai nostri occhi se non un dovere, un servigio almeno, di che l’esercizio del ministero ci ha sovente insegnato a misurare l’estensione.

III.

Il terzo motivo è il bisogno dei fedeli. Quanto più è difficile il parlare convenientemente dello Spirito Santo, tanto più sembra che si dovrebbero moltiplicare le istruzioni intorno a questo domma fondamentale. Non è forse un’anomalia, una disgrazia il non farlo, tenendo a dir così lo Spirito Santo nell’oscurità, mentre ci sforziamo di porre in rilievo tutte le altre verità della religione? Non è un andar manifestamente contro all’insegnamento della fede, contro alle raccomandazioni della Scrittura, contro alla condotta dei Padri, contro all’intenzione della Chiesa e contro ai nostri propri interessi? Abbiamo noi considerato a sufficienza, che, posti tra due eternità noi tutti, sacerdoti e fedeli, siamo obbligati, sotto pena di cadere morendo nel fuoco eterno dell’inferno, di salire sui troni luminosi preparati per noi nel Cielo? Ci pensiamo noi abbastanza, che per arrivarci ci è bisogno di diventare, mediante la perfezione delle virtù nostre, le immagini perfettamente rassomiglianti (per quanto ci è possibile) della santissima Trinità? Consideriamo noi bastevolmente che tra queste virtù e la nostra debolezza vi è l’infinito? Riflettiamo noi quanto è necessario che senza l’aiuto dello Spirito Santo ci è non solo impossibile di giungere alla perfezione di nessuna virtù, ma ancora di compiere meritoriamente il primo atto della vita cristiana? (S. Agost.).  Dalla penuria pertanto di dottrina nel sacerdote, provengono la magrezza e la scarsità delle istruzioni intorno allo Spirito Santo. I Cristiani riflessivi se ne meravigliano, e se ne affliggono. Essi con un linguaggio, che ci sarà permesso di citare tale quale ha colpito i nostri orecchi, domandano se lo Spirito Santo è stato destituito, poiché non si parla mai di Lui. Questi lamenti dei fedeli, benché fondati sopra a ragioni diverse, sono però legittimi quanto quelli del clero. Essi dimostrano la soddisfazione di un bisogno, del quale parecchi forse non si sanno ben render conto, ma che non ne è per questo meno reale. Noi intendiamo parlare della invincibile tendenza che ciascun uomo sente, venendo in questo mondo, d’immedesimarsi con Dio: anima naturaliter Christiana. Come immagine attiva di Colui che è amore, l’anima aspira a rassomigliarlo. Ora come ce lo insegna la fede, lo Spirito Santo è lo stesso amore, l’amore consustanziale del Padre e del Figliuolo. Ne resulta che senza la profonda cognizione dello Spirito Santo, vale a dire della grazia e delle sue operazioni, il principio di vita divina, infuso in noi dal Battesimo, trovasi trattenuto o contrariato nel suo svolgimento. Il Cristiano soffre, vegeta, si assottiglia e difficilmente giunge alla verità della vita soprannaturale. Per arrivare in cima alla scala di Giacobbe, bisogna innanzi tutto conoscerne i gradini. Queste osservazioni riguardano i buoni Cristiani, la maggior parte dei quali, a malgrado della loro istruzione, potrebbero dire quasi, come anticamente i neofiti d’Efeso: « Noi non abbiamo sentito parlare mai dello Spirito Santo, lo conosciamo pochissimo e ancora meno lo invochiamo. (Act. XIX, 2) » – Che cosa dire di quelle innumerevoli moltitudini che si agitano dentro le città, o che popolano le campagne? Che pensate voi che cosa intendano esse per Spirito Santo, prive come sono di scienza religiosa, tranne le lezioni necessariamente imperfettissime e sempre troppo presto dimenticate, del Catechismo? Noi non temeremo d’affermarlo: è il Dio ignoto del quale san Paolo trovò l’altare solitario, entrando in Atene. Se esse hanno conservato qualche nozione dei principali misteri della fede, l’esperienza insegna che rispetto allo Spirito Santo, alla sua influenza necessaria, al concatenamento e allo scopo finale delle sue successive operazioni, esse vivono in una ignoranza presso a poco completa. Queste moltitudini, niuno potrà dubitarne, formano l’immensa maggioranza delle attuali nazioni; e così trovasi dolorosamente giustificata la rigorosa esattezza dell’epigrafe posta a quest’opera: « al Dio sconosciuto: Ignoto Deo! – Se dunque l’imperfetta conoscenza dello Spirito Santo è un ostacolo alla perfezione del Cristiano, che cosa sarà, domandiamo noi, l’ignoranza assoluta? Quale può essere la vita divina in colui che non ne conosce neppure il principio? Un coperchio di piombo si frammette tra lui e il mondo soprannaturale. Questo mondo della grazia, questo vero ed unico consorzio delle anime, con i suoi elementi divini, con le sue leggi meravigliose, co’ suoi gloriosi abitanti, coi suoi sacri doveri, con le sue incomparabili magnificenze, con le sue realtà eterne, colle lotte, con le gioje, con le sue potenze e col suo fine; questo mondo pel quale l’uomo è fatto, e nel quale ei deve vivere, è per lui come se non fosse. La nobile ambizione che egli doveva esercitare si cangia in indifferenza, in disprezzo la stima, l’amore in disgusto. Invece di essere la vita tutta soprannaturale, o non lo è che per metà, o, concentrata nel mondo sensibile, essa diviene terrestre ed animale. Il Naturalismo che usurpa l’impero delle anime, forma il carattere generale della società. Lacrimevole divorzio! che sviando l’umanità dal suo fine, spoglia lo Spirito Santo della gloria sua e rapisce al Verbo incarnato il prezzo del suo sangue, per consegnarlo al demonio. [1. Continua … ]

CONOSCERE SAN PAOLO (15)

CONOSCERE SAN PAOLO (15)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

L’Epistola ai Romani (5)

TERZA SEZIONE.

Lo scandalo della riprovazione degli Ebrei

I. DIO FEDELE E GIUSTO NEL RESPINGERE GLI EBREI.

1. DIO LIBERO NELLA SUA ELEZIONE. — 2. DIO PADRONE DELLE SUE MISERICORDIE. — 3. L’ESEGESI DEI PADRI .

  1. Al momento in cui lo sviluppo dommatico sembra esaurito, e quando non si aspetta più altro che la conclusione morale, un’obbiezione angosciosa, implacabile, sorge dinanzi all’Apostolo il quale non può fare a meno di affrontarla. Ora si è avverato che la gran massa degli Ebrei, respingendo gli inviti del Cristo, rendendo vani gli sforzi dei Dodici e dello stesso Paolo, resterà fuori della Chiesa alla quale affluiscono i Gentili da tutte le parti. Triste contrasto ed enigma inesplicabile! Non è forse il rovesciamento di tutte le profezie e una smentita data dai fatti alle promesse divine? Cento volte Jehovah si era proclamato il liberatore e il salvatore del suo popolo; il Messia doveva essere prima di tutto il redentore degli Ebrei; Sion era stata predestinata ad essere il centro della teocrazia messianica e come tratto di unione delle nazioni infedeli. Ora non soltanto i Gentili entrano nella Chiesa senza passare dalla Sinagoga, ma vi entrano quasi soli, mentre gli Ebrei, i cui diritti sembravano preponderanti, se non esclusivi, se ne trovano sbanditi. – Questo è il problema il cui esame occupa tre capitoli (IX – XI) di una oscurità proverbiale. La difficoltà dipende principalmente da due cause: l’abitudine ben nota di San Paolo, d’isolare i diversi aspetti di una questione, di mantenervi per qualche tempo, di scrutarne i nascondigli più tenebrosi, senza curarsi dei possibili malintesi, delle probabili interpretazioni sbagliate; poi la molteplicità straordinaria di citazioni bibliche che ogni momento spezzano il filo del ragionamento, gettano nella mente del lettore delle idee parzialmente estranee alla tesi e formano un agglomeramento eterogeneo di testi dei quali è impossibile analizzare il senso letterale prima di fissarne l’applicazione particolare. Non vi è forse in tutta la Scrittura una pagina in cui sarebbe più pericoloso il perdere di vista il pensiero principale, esagerando il valore dei particolari. – Vediamo anzitutto qual è il punto preciso della questione. Non è: « Perché quell’uomo è predestinato alla gloria, e quell’altro è votato alla dannazione? » e neppure: « Perché, in pratica, quell’uomo è salvato, e quell’altro è riprovato? » e neppure: « Perché quell’uomo, a preferenza di quell’altro, è chiamato alla fede? ». L’oggetto di Paolo è concreto, e il suo scopo è affatto pratico: egli vuole togliere lo scandalo cagionato dall’infedeltà degli Ebrei e rispondere a questa domanda: « Perché il popolo di Dio, erede nato delle benedizioni e delle promesse messianiche, ha ripudiato il Vangelo, unico mezzo di salute? ». Daremo un’idea generale della risposta dicendo che, dei tre capitoli dedicati alla questione, il primo rivendica la giustizia e la fedeltà di Dio, senza entrare nel vivo del problema, il secondo ne spiega il perché da parte dell’uomo, il terzo ne espone la ragione provvidenziale. – Paolo non contesta nessuna delle prerogative degli Ebrei (Rom. IX, 4-5): Israeliti, essi portano il nome di uno dei più grandi favoriti di Jehovah; essi godono dell’adozione divina e sono, collettivamente e come nazione, fìgli di Dio; a loro fu manifestata la, gloria (la shekinah), quello splendore soprannaturale da cui venivano alle volte circondati l’arca e il tempio; a loro appartengono le alleanze conchiuse in circostanze solenni tra Dio e il popolo; a loro appartiene la Thora, stabilita dagli angeli e promulgata da Mosè in mezzo ai fulmini del Sinai; a loro il culto legittimo, il solo degno di Dio e a Lui gradito; a loro le promesse messianiche non interrotte da Abramo fino all’ultimo dei profeti; a loro i patriarchi, l’egida e l’orgoglio d’Israele; finalmente e soprattutto a loro appartiene il Cristo, nato dalla stirpe di Abramo e del sangue di Davide secondo la carne, Egli che è nel tempo stesso il Dio re dei secoli. Questi nove privilegi, così gloriosi per le memorie che destano, così strazianti per i contrasti che suggeriscono, cadono l’uno dopo l’altro come il grido di un dolore sempre più vivo dal cuore straziato dell’Apostolo il quale vorrebbe essere anatema per i suoi fratelli e pagare la loro salvezza con la sua vita e con la sua felicità (ivi, IX, 3). E questa lunga enumerazione, così sapientemente graduata e di un effetto così vivo, rende più intenso l’interesse della questione e più sconcertante il paradosso della riprovazione degli Ebrei. I Gentili che non sono nulla per Dio, e per i quali Dio non è nulla, sono chiamati alla fede, mentre la nazione santa, la stirpe sacerdotale, la casa di Jehovah ne è esclusa! Gli eredi naturali sono diseredati, i figli legittimi sono soppiantati da intrusi, le promesse sembrano dimenticate, i patti violati. Come conciliare tutto questo con la fedeltà e con la giustizia divina? – Parliamo prima della fedeltà. Le pretese degli Ebrei poggiano sopra un malinteso. Se invocano il nome di Abramo come un  palladio che li deve mettere al riparo da ogni male, se considerano il sangue d’Israele come una specie di sacramento che li deve salvare ex opere operato, senza tener conto delle disposizioni personali, il loro errore è completo e inescusabile: sarebbe un non voler riconoscere il senso e il valore delle promesse divine. Vi è l’Israele secondo la carne e l’Israele di Dio: al primo non è dovuto nulla, al secondo appartiene la promessa. Così pure vi è la posterità carnale di Abramo, e vi è la sua posterità spirituale, e solo quest’ultima è erede delle benedizioni: « Non tutti quelli che portano il nome d’Israele, sono Israele, né tutti quelli che discendono da Abramo, sono figli di Abramo (IX, 6-7) ». La storia sacra ci dà la prova evidente di questo doppio fatto. Tra tutti i figli di Abramo, Isacco solo, il figlio del miracolo, il figlio della promessa, eredita le benedizioni promesse alla stirpe di Abramo: Ismaele e il figlio di Cethura non ne partecipano. – La quahtà di fìgb di Abramo non è dunque nulla per se stessa, ed è un abuso il prevalersene contro Dio il quale rimane sempre il padrone dei suoi doni e dei suoi benefizi. Lo stesso avviene precisamente anche per Isacco: una nuova scelta viene fatta tra i suoi figli, e qui risplende ancora di più la libertà di Dio. Le stesse circostanze esterne accompagnano la concezione e la nascita dei due gemelli; la sola differenza sarebbe a favore di Esaù che vede la luce per il primo. Intanto la scelta di Dio, indipendente da qualunque diritto acquisito e da qualunque considerazione umana, cade su Giacobbe. “Prima che fossero nati, prima che avessero fatto qualsiasi cosa di bene o di male, affinché il proponimento di Dio che è secondo l’elezione sussistesse, (proponimento derivante) non dalle opere ma da Colui che chiama, fu detto alla loro madre: « Il maggiore servirà il minore », come pure è stato scritto: « Ho amato Giacobbe ed ho odiato Esaù ».” (IX, 11-13) Poiché l’Apostolo appoggia d suo ragionamento su testi scritturali, bisogna credere che egli li prenda nel loro senso vero. Risaliamo dunque ai due passi citati. A Rebecca fu detto: Vi sono nel tuo seno due nazioni, “E due popoli usciranno dal tuo ventre; Uno dei popoli dominerà l’altro E il maggiore servirà al minore” (Gen. XXV, 25). Né nel testo della Genesi né in quello di Malachia, fusi insieme in una citazione composta, non si tratta di Esaù e di Giacobbe come individui; essi appariscono come capi di razza e sono identificati, secondo l’usanza biblica, con la loro discendenza che forma con loro una persona morale. Esaù personalmente non fu mai servo di Giacobbe; ma lo fu soltanto come padre degli Idumei e nella persona dei suoi figli. Nel testo di Malachia si tratta ancora più chiaramente di popoli e non di individui: “Io vi ho amati, dice il Signore. Voi dite: Come ci avete amati? — Esaù non è forse d fratello di Giacobbe? dice il Signore. Eppure io ho amato Giacobbe ed ho odiato Esaù ed ho votato le sue montagne alla devastazione e la sua eredità alle fiere del deserto. Se Edom viene a dire: « Noi siamo perduti, ma rialzeremo le nostre rovine », essi costruiranno, dice il Signore, ed io distruggerò; e saranno chiamati la nazione empia, il popolo contro il quale Jehovah è sdegnato per sempre” (Mal. I, 1-3). Questi due testi hanno di comune il fatto che considerano delle nazioni e non delle persone, ma del resto i due casi sono totalmente diversi. Prima dell’esistenza dei due popoli e prima della nascita dei loro capi, indipendentemente da qualunque merito acquisito e previsto, Dio destina agli Israebti, a preferenza degli Idumei, l’onore e il favore di essere i depositari delle speranze messianiche e gli eredi delle promesse. Da tale privilegio derivavano prerogative temporali e spirituali, con una provvidenza speciale che garantiva Israele dalla rovina. Gli Israeliti non erano per questo assicurati della salute né preservati dall’infedeltà; ma avevano, come membri del popolo eletto, un vantaggio sopra gli altri popoli, vantaggio che essi dovevano non ai loro meriti o a quelli dei loro padri, ma alla libera scelta di Dio. Malachia ci porta ad un altro punto della storia dei due popoli fratelli. Sdegnato contro i loro peccati, Dio suscita Nabucodònosor per punirli insieme; ma mentre Edom, come nazione, scompare dalla faccia della terra, Israele, come nazione, sopravvive. È questo un favore puramente temporale? In se stesso, sì; ma non nella sua causa e nei suoi effetti. Israele è risparmiato, benché colpevole, perché porta la speranza del mondo. Insomma, prima di qualunque merito, Dio sceglie Israele e lo preferisce a Edom; dopo il loro comune demerito, perdona a Israele a preferenza di Edom. Dunque, mancando ogni merito, Dio è padrone di preferire chi vuole; a parità di demeriti, Dio è padrone delle sue misericordie. Questi testi, come si vede, provano bensì l’indipendenza di Dio nella distribuzione delle sue grazie, ma non hanno nessuna relazione diretta con la salute eterna di Giacobbe o con la dannazione di Esaù, e meno ancora con la predestinazione o con la riprovazione dell’uomo in generale. Se certi teologi ci avessero riflettuto, si sarebbero risparmiate molte teorie inutili. La fedeltà di Dio è così rivendicata: Dio ha mantenuto tutti i suoi impegni nella misura in cui b aveva presi, perché non si era mai legato con gli individui in particolare. Egli detestò Edom perché Edom era degno di odio; predilesse Israele e continua ancora ad amarlo, benché Israele sia immeritevole di amore; ma questo non ha impedito che molti Israeliti non avessero parte a quei favori speciali. Dio sarebbe dunque ingiusto con loro? Si vede che il pensiero dell’Apostolo prende una piega diversa: si trattava di nazioni, ed ora, si tratterà di persone.

2. Anche qui, come prima, Dio conserva la sua indipendenza e concede le sue grazie quando vuole e come vuole. L’esempio di Mosè e di Faraone lo mostra sotto due aspetti diversi. Mosè domanda un favore al quale nessun uomo ha diritto, quello cioè di vedere la faccia di Dio; e Dio glielo nega, pure concedendogliene un altro che egli non domandava. Al povero che stende la mano, il ricco fa la limosina che vuole, oppure non ne fa nessuna: la giustizia non lo obbliga a nulla. Nel caso di un favore assolutamente gratuito in cui non può entrare nessun merito antecedente — come nell’esempio molto bene scelto da San Paolo — questa conclusione s’impone per la sua evidenza: Non est volentis neque currentis sed miserentis est Dei. Ma guardiamoci bene dal tradurre con un certo numero di Padri troppo solleciti di salvare la libertà dell’uomo: « Non basta il volere e il correre, ma bisogna che Dio faccia misericordia »; e neppure: « Non giova a nulla il volere e il correre, se Dio non fa misericordia ». La sola traduzione legittima e conforme al contesto è quella che suggerisce Sant’Agostino: « Non serve il volere e il correre, ma tutto dipende dal Dio delle misericordie ». – Una grazia puramente gratuita, come quella che domandava Mosè, non può essere subordinata all’azione dell’uomo né condizionata da questa. L’indurimento di Faraone, in fondo, dimostra la stessa cosa, perché la grazia efficace della conversione è una grazia puramente gratuita. L’indurimento dell’uomo si può considerare come un castigo di Dio il quale ritira a poco a poco il suo aiuto, in punizione delle colpe precedenti: così l’Apostolo ha spiegato l’accecamento dei Pagani in principio della sua lettera. Ma per quanto riguarda Faraone, la Scrittura ci presenta il suo indurimento come un effetto della pazienza e della longanimità di Dio. Dio lo indurisce moltiplicando i miracoli che lo dovrebbero commuovere e, come gli Ebrei contemporanei di Gesù Cristo, lo acceca con la luce. – Origene assai giustamente ha osservato che Faraone incomincia a commuoversi sotto la mano di Dio quando lo colpisce, e ritorna a indurirsi quando sembra che Dio temporeggi. In ogni caso, come notano parecchi Padri seguendo Origene, Dio indurisce soltanto l’uomo che è già duro per colpa sua, e lo indurisce soltanto per un fine degno della sua giustizia e della sua sapienza. Perciò l’indurimento viene attribuito ora all’uomo che ne è il vero autore con le sue volontarie resistenze, ora a Dio che ne è la causa occasionale con la troppa benignità, oppure che lo permette per una giusta vendetta, subordinandolo tuttavia ad un fine più elevato: « Io ti ho suscitato, si dice a Faraone, appunto per mostrare in te la mia potenza e perché il mio nome sia annunziato in tutta la terra ». Siccome la parola greca significa « eccitare » e « suscitare », bisogna prendere il secondo significato, il solo conforme al senso dell’originale, ma conviene lasciare alla particella « per » il suo valore naturale. Vi è da parte di Dio più che un semplice permesso, vi è intenzione e finalità. L’atto di un generale che abbandoni al nemico un esercito ribelle, oppure quello di un medico che non si occupi più di un ammalato recalcitrante, non è un puro permesso: è un castigo o una vendetta. Ricordiamoci però che Dio non può volere direttamente il male, Egli lo permette soltanto per correggere o per volgerlo in bene. I suoi disegni sono impenetrabili: « Egli fa misericordia a chi vuole », poiché non vi è volontà che egli non possa piegare con la sua grazia; « egli indurisce chi vuole », lasciandolo perseverare e ostinarsi nel suo indurimento, per ragioni di cui non ha da rendere conto a nessuno. – “Tu dunque mi dirai: Perché si lagna ancora? poiché chi resiste alla sua volontà? O uomo! chi sei tu dunque, tu che ti costituisci avversario di Dio? Forse che il lavoro dice all’operaio: Perché mi hai fatto così? Il vasaio (che plasma) l’argilla non può fare della stessa massa un vaso di onore e un vaso d’ignominia? E se Dio, volendo mostrare la sua collera e manifestare la sua potenza, ha sopportato con molta longanimità i vasi d’ira disposti per la perdizione; affine di manifestare la ricchezza della sua gloria verso i vasi di misericordia che ha preparati per la gloria (verso) noi che Egli ha chiamato non solo tra gli Ebrei ma anche tra i pagani?…” (Rom. IX, 19-24). – Questa obiezione mira senza dubbio all’aforisma del versetto precedente: « Dunque Dio fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole ». Essa non è tanto contro il ragionamento dell’Apostolo, quanto contro la condotta di Dio il quale da una parte rimprovera i peccatori e dall’altra tiene in sua mano il cuore degli uomini, come spesso afferma la Scrittura. Essa è assurda, poiché lascia supporre che Dio è l’autore del peccato e che si lagna senza ragione del peccatore: capriccio, arbitrio o inconseguenza. Essa si appoggia sopra l’espressione materiale di un pensiero che trova nel contesto la sua limitazione e il suo commento. La massima: Dio fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole non è che la morale della storia di Mosè e di Faraone. Dio, nel concedere favori puramente gratuiti, fa misericordia a chi vuole, come fece con Mosè; nella punizione del colpevole al quale sottrae d suo aiuto efficace, oppure lo colma di nuovi favori di cui il peccatore abusa per colpa sua, indurisce chi vuole, come fece con Faraone. L’obiezione dunque non regge: perciò San Paolo non risponde direttamente, ma si accontenta di ripetere la risposta ordinaria degli autori ispirati, in simile occorrenza. – Questo basta per chiudere la bocca ai suoi contradittori. L’uomo non ha mai il diritto d’intentare un processo a Dio, né di chiedergli conto dei suoi atti e dei suoi disegni: la creatura non ha nulla da rimproverare al Creatore, come il lavoro all’operaio che lo ha fatto. È probabile che l’Apostolo non abbia altro di mira: quasi tutti i Padri lo hanno inteso così, e i testi citati non dicono nulla di più. – Il punto preciso del paragone sarà dunque l’atteggiamento che deve avere il lavoro verso l’operaio che lo ha fatto, la creatura verso il suo Creatore. Paolo non dice: « Dio si comporta verso le creature libere, come l’operaio con la materia inerte »; egli così distruggerebbe la sua argomentazione e toglierebbe a Dio ogni diritto di lagnarsi, poiché non si è mai veduto un operaio di buon senso rimproverare l’utensile da lui fabbricato perché non sia migliore. Paolo non dice neppure: « Dio potrebbe comportarsi con l’uomo, come l’artefice con la sua opera », perché rinforzerebbe l’obiezione dell’avversario invece di eliminarla; e poi è manifesto che la condotta dell’operaio non può essere la misura di quella di Dio. Paolo dice: « Ancorché Dio trattasse la sua creatura come il vasaio tratta l’argilla, la creatura non avrebbe diritto di alzare la sua voce contro di Lui », perché l’opera, come tale, non ha nessun diritto contro l’artefice. Se poi si vuole spingere più innanzi la similitudine e vedere nel vasaio il quale forma vasi per diversi usi, l’immagine di Dio che forma a suo talento i cuori e i destini degli uomini, questo si farà a proprio rischio e pericolo, senza la garanzia dell’Apostolo. In ogni caso non bisognerà mai, se non si vuole travisare il pensiero dell’Apostolo, dimenticare le differenze che vi sono tanto da parte dell’operaio quanto da parte del lavoro.

Differenze da parte dell’operaio. L’uomo è capace di capriccio, di arbitrio, di pazzia, d’ingiustizia. Dio non è così e, se può tutto, non può nuda che sia contrario alla sua sapienza. L’uomo, se non ha perduto il buon senso, non si irrita contro l’opera delle sue mani, perché la forma a suo talento, senza cooperazione e senza resistenza da parte dell’opera fatta: invece lo sdegno di Dio si accende con ragione contro d peccatore che rende vari i suoi disegni e non corrisponde alle sue grazie. –

Differenza da parte dell’opera. Una volontà libera non si può assimilare ad una materia inanimata; e Dio non manipola la libertà come il vasaio maneggia la creta. Se si vuole a ogni costo estendere fino a questo punto il paragone, bisognerà almeno osservare che la massa comune da cui il vasaio trae i suoi lavori, è buona o indifferente e non può servire di figura per la massa del genere umano, corrotta dal peccato originale: idea che è del resto affatto estranea al contesto. – L’interpretazione più pericolosa sarebbe quella d’identificare i vasi di onore e di ignominia, con i vasi d’ira e di misericordia. Non vi è nulla che autorizzi questa ipotesi, perché l’espressione è diversa e le condizioni non sono le medesime. I vasi formati dal vasaio per usi vili, non sono affatto oggetto della sua collera; essi sono buoni e utili come i vasi di onore, benché di una bontà e di una utilità minore. D’altra parte i vasi d’ira e di misericordia non sono i vasi destinati, riservati alla collera e alla misericordia. Si tratta del passato e del presente, non già dell’avvenire. In vasi di misericordia sono gli uomini ai quali Dio ha fatto misericordia chiamandoli alla fede; i vasi d’ira sono quelli che meritano, per la loro infedeltà, la giusta ira di Dio. Essi « si sono disposti per la perdizione »; l’atteggiamento di Dio a loro riguardo è di « sopportarli con una longanimità senza limiti », per dare loro la possibilità di pentirsi, benché la giustizia sembri consigliargli una pronta vendetta.

3. Il contrasto di Esaù e di Giacobbe, la storia di Mosè e di Faraone, l’allegoria del vasaio, con le riflessioni che questi racconti suggeriscono all’Apostolo, hanno sempre esercitato la sagacia degli esegeti cattolici. Origene, per quanto se ne può giudicare dalla traduzione infedele di Enfino, se la sbrigava mettendo in bocca ad un avversario fittizio i testi più imbarazzanti del capo IX e supponendo che San Paolo rispondesse a ciascuna obiezione: Dio non voglia! Però, poco soddisfatto di un’esegesi che doveva dopo di lui avere tanta fortuna, riprende a uno a uno i testi e dimostra come essi siano d’accordo col libero arbitrio. Il suo vero pensiero bisogna cercarlo nel libro dei Princìpi, dove la questione è trattata ex professo. L’ardente campione della libertà umana non disconosce affatto la parte della grazia né l’iniziativa di Dio; ma nota molto giustamente, che il dovere dell’interprete è quello di mettere d’accordo i dati apparentemente contradittori. Una serie di ingegnose similitudini serve a spiegare l’indurimento di Faraone: il sole dissecca la terra e fa liquefare la cera, la pioggia qua fa nascere i cardi e là il frumento; così la longanimità di Dio e la manifestazione della sua potenza, che avrebbero dovuto toccare il cuore a Faraone, se fosse stato meglio disposto, non fanno che indurirlo. Fu Origene che inaugurò la formola tanto cara ai Padri greci, che cioè l’opera della salute non dipende unicamente dagli sforzi dell’uomo, ma anche e principalmente dalla misericordia divina. Sotto la penna di lui, il paragone del vasaio perdeva il suo angosciante mistero: erano i vasi d’ira che si disponevano da se stessi alla perdizione. L’ortodossia lo avrebbe potuto seguire fino alla fine, se egli non avesse fatto intervenire i meriti e i demeriti acquisiti in un’esistenza anteriore, per spiegare la. sorte disuguale di Esaù e di Giacobbe. Gli editori cappadoci della Filocalia sopprimono questo passo. San Gerolamo, che in tutto il resto ne segue le orme con una docilità forse eccessiva, qui lo abbandona senza riguardi (Epist. 120 ad Hedibiam). L’influenza esercitata da Origene su San Giovanni Crisostomo non si può negare; ma se il Crisostomo spesso s’ispira da Origene, non lo copia (omelie XVI-XIX su l’Epistola ai Romani). I testi difficili sono, ai suoi occhi, obiezioni presentate da San Paolo stesso per ridurre al silenzio gli Ebrei increduli; essi non contengono ancora la risposta dell’Apostolo, ma la preparano, mostrando con la Scrittura che vi sono misteri dei quali l’uomo non si può dare ragione; ma ancorché li prendesse come vero pensiero di Paolo, non ci sarebbe nessun inconveniente. Per esempio, il testo Non volentis neque currentis sed miserentis est Dei si dovrà intendere nel senso che non basta volere e correre, ma è indispensabile la grazia: « Bisogna volere e correre e mettere la propria fiducia nella bontà divina, e non nelle proprie forze, secondo quelle parole: Non io solo, ma la grazia di Dio con me ». La similitudine del vasaio ha lo scopo di far tacere gli importuni temerari. Spingendo di più l’analogia tra l’operaio e Dio, si verrebbe a finire nell’assurdo: nella sua condotta verso l’uomo, Dio non ha nulla di capriccioso o di arbitrario, perché è sapiente; Egli non può imputare alla sua creatura quello di cui Egli stesso è autore, perché è giusto. Si cita come obiezione la storia di Faraone: ma Faraone fece tutto il possibile per perdersi, mentre Dio non trascurò nulla per emendarlo e si decise finalmente a castigarlo quando lo vide incorreggibile: « Da che cosa deriva insomma che gli uni siano vasi d’ira, e gli altri vasi di misericordia? La ragione sta nella loro volontà. Dio infinitamente buono dimostra con tutti la stessa bontà. » La differenza tra gli uomini dipende dal diverso uso delle grazie: « Non tutti vollero rispondere alia chiamata di Dio; ma per quanto riguarda Dio, tutti sono stati salvati, perché tutti sono stati chiamati ». – Tale è, con differenze accidentali, l’esegesi della Chiesa greca. Tutti i commentatori, Teodoreto, San Giovanni Damasceno, Ecumenio, Eutimio, Teofìlatto, seguono da vicino il Crisostomo; San Basilio, Sant’Isidoro di Pelusio, San Cirillo Alessandrino e gli altri se ne allontanano di poco, se possiamo giudicarne dalle brevi citazioni delle Catene È giusto il dire che gli scrittori greci non ebbero mai che fare col pelagianesimo; Fozio è quasi il solo che ricordi le controversie pelagiane e non distingue neppure tra pelagiani e semipelagiani. Il misterioso anonimo chiamato per convenzione l’Ambrosiastro, occupa un posto di mezzo tra i Greci e Sant’Agostino che lo conobbe e lo cita col nome di Sant’Ilario. L’Ambrosiastro differisce dai Greci in questo, che considera i testi difficili del capitolo IX, fatta una sola eccezione, come il vero pensiero di Paolo, e non come obiezioni di qualche contradittore fittizio; differisce poi da Sant’Agostino in questo, che spiega tutti gli atti di Dio, vocazione, elezione, predestinazione, giustificazione, glorificazione, con la prescienza eterna; è anzi questa, si può dire, l’idea che domina il suo commentario. Se parla, come Agostino, dei predestinati e degli eletti alla salute eterna, se intende la loro glorificazione della gloria eterna, se ammette due specie di vocazione alla grazia, l’una che è secondo il proponimento perché ha di fatto la gloria come termine finale, l’altra che non sarebbe secondo il proposito, per colpa dell’uomo che ne neutralizza l’effetto, questi accordi parziali con Agostino non fanno altro che accentuare le divergenze radicali. Poiché, per l’Ambrosiastro, la prescienza divina non fa accettazione di persone: Dio vuole la salute di tutti gli uomini, ma non tutti gli uomini si vogliono salvare; egli fa misericordia a colui che prevede dovrà corrispondere alla grazia; la sua volontà non è cieca né arbitraria e non distrugge il libero arbitrio: Faraone resiste a Dio, e Dio ne fa un esempio terribile di giustizia. Ma l’anonimo oltrepassa i limiti dell’ortodossia quando pronunzia questo aforisma: Praeparare unumquemque est præscire quid futurum est. Del resto si vede benissimo che egli non tocca nel vivo la questione; non parla mai della volontà di Dio conseguente; si può rimandare la questione e, in questa materia spinosa, non è detta l’ultima parola: questo toccherà ad Agostino. Per quanto si possa ammirare Sant’Agostino come teologo, non si possono chiudere gli occhi sui difetti della sua esegesi. Nella seconda delle Questioni diverse a Simpliciano, dove egli esamina l’elezione di Giacobbe e l’indurimento di Faraone, dimostra perfettamente che la vocazione di Giacobbe è interamente gratuita e non dipende da nessun merito attuale o previsto, tanto come causa, quanto come condizione della scelta divina. Ma egli dimentica che nei testi citati da San Paolo, Esaù e Giacobbe sono nazioni e non individui; che la vocazione di Giacobbe è una destinazione alla dignità teocratica e non una chiamata alla fede; che l’amore per Giacobbe e l’odio contro Esaù si riferiscono ad un momento della loro storia, in cui l’uno e l’altro si sono resi colpevoli. Egli intravede, è vero, quest’ultimo punto, ma non ne trae le conseguenze, essendo tutto assorto nel problema che lo preoccupa (De divers. Quœstion. ad Semplician.). A partire dalle controversie pelagiane, la teologia di Agostino invade sempre di più la sua esegesi, e l’esegesi qualche volta ne soffre. Se egli ebbe il merito di sostenere che, nella vocazione secondo il proponimento, si tratta del proponimento di Dio, che la prescienza non è la ragione ultima dei decreti divini relativi alla nostra salute, che i passi diffìcili del capo IX dell’Epistola ai Romani esprimono proprio il vero pensiero di Paolo, ci può rincrescere che trascuri con troppa frequenza il contesto, il ricorso all’originale, il senso letterale delle citazioni bibliche, che consideri l’elezione e il proponimento di Dio come una predestinazione alla gloria, che si metta finalmente, sopra parecchi punti, in opposizione con tutti i suoi predecessori. Ma se non è il principe degli esegeti, egli resta però sempre l’incomparabile dottore della grazia.

II. RAGIONI PROVVIDENZIALI DELL’ABBANDONO DEGLI EBREI.

I . RESPONSABLLITÀ DEGLI EBREI INFEDELI. — 2. LA LORO CONVERSIONE SEMPRE POSSIBILE, UN GIORNO CERTA.

1. Paolo ha l’abitudine di far risaltare certi aspetti in apparenza contradittori, senza curarsi sempre di conciliarli. Mentre era ancora vivo, questa sua tattica più di una volta servì di pretesto ad accuse e fu causa di malintesi. Se chiudete l’Epistola ai Romani alla fine del capo IX, sarete tentati di riassumerne la dottrina in queste massime di un senso profondo, ma troppo facili ad essere travisate, se si separano dal loro contesto: « A nulla serve il volere, tutto dipende dal beneplacito divino. Dio fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. I destini degli uomini sono nelle sue mani, come la creta nelle mani del vasaio ». Una conclusione falsa, benché speciosa, ne sarebbe che l’uomo non ha nessuna parte nell’affare della sua salute, che la sua attività è completamente assorbita dall’iniziativa divina. Ma se si legge un po’ più innanzi, si troverà la parte correttiva: si vedrà che l’uomo risponde liberamente alla chiamata divina, che è padrone della sua sorte eterna, che la sua incredulità è inescusabile, che il suo indurimento mette il colmo alla misura dei suoi peccati. Secondo che si isola uno di questi contrasti esagerandolo, si è giansenista o pelagiano, discepolo di Calvino o di Arminio, si predestina alla salute e alla dannazione senza tener conto delle azioni dell’uomo, oppure si esalta il potere dell’uomo fino al punto di sopprimere l’iniziativa e l’indipendenza di Dio. – Il nuovo aspetto della dottrina di Paolo si può formulare in queste due proposizioni accompagnate dalle loro prove (Rom. IX, 30 e 36):

La colpa dell’incredulità degli Ebrei ricade sopra di loro.

Difatti: Essi hanno cercato la salute per una via che non ve lo poteva condurre. — Essi non possono portare come scusa né l’ignoranza né la buona fede; il loro torto è di aver seguito le tracce dei loro padri, liberi e infedeli al pari di loro. — Ma, se vogliono, possono ancora rimediare al male, abbracciando il Vangelo.

Del resto la riprovazione d’Israele non è totale nè definitiva.

Non è stata totale, poiché la Chiesa conta a decine di migliaia gli ebrei convertiti. — Non sarà definitiva, poiché un giorno la nazione si convertirà in massa. Che essi abbiano avuto « zelo per Dio », non si può negare; ma è uno zelo male illuminato « che non è secondo la scienza (X, 2) ».Essi hanno urtato contro la pietra d’inciampo, contro Gesù Cristo, il quale offriva loro la salute per mezzo della fede (IX, 32). Essi fanno unicamente assegnamento su la Legge della quale il Cristo è lo scopo e il termine (X, 4). Essi vogliono acquistare una giustizia che sia loro propria, che li dispensi dall’umiltà e dalla riconoscenza, e così non riconoscono la vera giustizia il cui carattere essenziale è di confondere la superbia (Rom. X, 3; IX, 31, 32). Finalmente essi cercano la loro salute nel particolarismo giudaico, « quando non vi è più differenza tra Giudei e Greci (XI, 32) », come chiaramente lascia capire la stessa Scrittura. Ciechi e disgraziati che si ostinano nel sentiero scosceso e sassoso della Legge, mentre la via aperta dal Cristo è così diritta, così larga, così comoda! Non si tratta di salire al cielo per trovarvi un Salvatore, poiché Gesù Cristo si è fatto uomo; non si tratta di scendere negli abissi, poiché Dio ne ha tratto fuori d Cristo; basta credere di cuore che Gesù è il Signore, e confessare con la bocca che Dio lo ha risuscitato da morte (X, 5-10). L’obiezione provocata da questa spiegazione, è che l’infedeltà degli Ebrei sembra ridursi così ad un errore invincibile, e perciò scusabile. Se si cammina in una via sbagliata per aver « ignorato la giustizia di Dio (X, 3) », è una disgrazia, ma non una colpa. Paolo non concede loro il benefizio di tale ignoranza: il Vangelo è stato loro predicato; è impossibile che non l’abbiano udito, poiché è risonato fino agli ultimi confini della terra (X, 18). Essi non hanno « obbedito al Vangelo (X, 16) »: questa è la vera causa della loro incredulità. Questo spettacolo, per quanto triste, non ha nulla di nuovo per chi conosce la storia d’Israele. La durezza del cuore è tradizionale presso gli Ebrei. Già ai suoi tempi se ne lagnava Isaia con queste parole: « Signore, chi ha creduto al nostro messaggio ?… Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo che non vuole credermi e che mi contraddice (Isaia, LXV, 2) ». Molto tempo prima di Isaia, avevano già meritato lo stesso rimprovero (Deuter. XXXII, 21). La loro infedeltà presente, oggetto di tanta meraviglia e di tanto scandalo, non è che un fatto di più, da aggiungere agli annali delle loro apostasie.

2. Ma la porta della Chiesa non è chiusa per loro. Paolo continua a pregare per loro (X, 1): egli non pregherebbe se sapesse che sono riprovati per sempre. Egli si sforza, a costo di mille pene, a guadagnarne qualcuno al Cristo, e i suoi sforzi hanno spesso un buon esito (Rom. XI, 14). L’incredulità li ha strappati dall’ulivo schietto, ma la fede ve lo può innestare di nuovo (XI, 23). Noi abbiamo qui ciò che forma d contrappeso esatto del capo IX, e qualunque teoria che trascuri uno di questi aspetti della questione, mutila il pensiero dell’Apostolo. Tuttavia la questione rimandata non è interamente risolta. Gli Ebrei portano la pena del loro indurimento, e la responsabilità della loro riprovazione cade su loro; la giustizia e la fedeltà di Dio sono così rivendicate; ma poiché egli tiene in sua mano i cuori degli uomini, non conveniva alla sua sapienza e alla sua bontà fare del popolo eletto il centro della Chiesa ed allargare l’antica teocrazia invece di trasportarla altrove? Questa è la questione che Paolo affronta nel terminare. Anzitutto egli nota che è posta male. « Forse che Dio ha rigettato il suo popolo? » Questa domanda chiede una negazione energica. Difatti essa contradice ad un’affermazione della Scrittura, ripetuta tre volte; e il solo avvicinamento di « Dio » e del « suo popolo » dimostra abbastanza l’impossibilità di una riprovazione che sarebbe da parte di Dio un’incostanza, se non un’infedeltà. « No, certamente; Dio non ha rigettato il suo popolo che ha conosciuto anticipatamente (XI, 1-2) ». L’uomo modifica la sua scelta perché non ne prevede tutti gli Sconvenienti; ma non così è di Dio il quale ha scelto Israele per suo popolo, nonostante le infedeltà previste. La ragione che Paolo ne dà, è che i doni di Dio sono senza pentimento. Israele, nonostante la sua indegnità presente, rimane caro a Dio per causa dei patriarchi; e l’elezione di cui essi furono oggetto, impegna in un certo modo la fedeltà divina (XI, 29). Ma altro è rigettare il popolo in quanto è popolo, altro è d permettere il traviamento degli individui. Infatti gli individui non furono mai protetti contro l’apostasia dal fatto che appartenevano al popolo eletto. Vediamo nella storia sacra, che la Provvidenza vegliò soltanto perché la defezione non fosse mai totale. Ciò che distingue Israele dalle altre nazioni, è che esso può essere castigato, disperso, quasi sterminato, ma non mai senza speranza di riaversi. Dio gli lascia sempre un residuo, un rampollo, un germe in cui si concentra per qualche tempo tutta la vita nazionale e su cui fiorirà la salute. Tra gli esempi di questa condotta provvidenziale di cui i profeti ad ogni pagina ci ricordano la legge, Paolo ne sceglie uno che si adatta mirabilmente alle condizioni di allora. Quando Elia si lagnava con Dio dell’apostasia generale di cui era il testimonio desolato, Dio gli rispose che si era riservati sette mila uomini i quali non avevano piegato il ginocchio dinanzi a Baal. Era il cuore della nazione santa, la speranza d’Israele e la prova vivente della fedeltà di Dio. « Così pure, conchiude l’Apostolo, in questo tempo vi è ancora un residuo, secondo l’elezione della grazia (XI, 5) ». L’applicazione è evidente: non si può dire che Dio abbia rigettato il suo popolo, come non si poteva dirlo al tempo di Elia. – Cosi è dissipata l’obiezione teologica; ma resta una difficoltà che si potrebbe chiamare di sentimento, un’obiezione popolare. Se in diritto la nazione come nazione non è rigettata, nel fatto la massa degli individui è infedele. Come si concilia questo con la provvidenza speciale di cui Dio circondava Israele? La risposta di Paolo è questa: l’apostasia degli Israeliti non è assoluta e non è definitiva. In altre parole: coloro che sono infedeli oggi, potranno essere fedeli domani; in ogni caso alla fine dei tempi, Israele ritornerà a resipiscenza ed entrerà in massa nella Chiesa. Vi è qui un insegnamento teologico ed una profezia; ma l’Apostolo vi mescola delle considerazioni profonde su la provvidenza soprannaturale e su le vie impenetrabili di Dio. – Che l’apostasia non sia completa, lo dimostra l’esperienza: Paolo stesso, uscito dal più puro sangue ebreo, non è forse cristiano? (XI, 1). La Chiesa di Gerusalemme è fiorente; essa si è diffusa per tutta la Palestina; un gran numero di Ebrei della diaspora hanno abbracciato il Vangelo. Alcuni mesi dopo l’invio della nostra lettera, San Giacomo potrà annunziare a Paolo le molte decine di migliaia di Ebrei convertiti (Act. XXI, 20). Non è che una minoranza, ma una minoranza importante: essa può aumentare; l’Apostolo spera che aumenterà, e in tale speranza va prodigando i suoi sforzi e le sue preghiere. In quanto poi alla conversione finale d’Israele, la speranza è una certezza. Paolo promulga altamente « questo mistero », sia che gli venga dalle sue rivelazioni, sia che lo presenti come una conseguenza infallibile degli oracoli profetici: « L’indurimento parziale d’Israele si à prodotto fino a che entrasse la pienezza delle nazioni, e così tutto Israele sarà salvato (Rom. XI, 25-26) ». Provvidenza ammirabile di Dio! I Gentili, prima increduli, sono stati chiamati alla fede in grazia dell’incredulità degli Ebrei; gli Ebrei non vogliono credere alla misericordia fatta ai Gentili, per essere alla loro volta l’oggetto della misericordia. « Dio ha chiusi tutti gli uomini nell’infedeltà affine di fare misericordia a tutti ». Non è qui il caso di esclamare: « O profondità di ricchezza e di sapienza e di scienza? » E come è possibile non adorare gli inscrutabili giudizi e disegni di Dio? Questa è l’ultima parola dell’Apostolo.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: INSCRUTABILI DEI CONSILIO

Molte delle cose profetizzate in questa prima enciclica di Papa Leone XIII, si sono perfettamente realizzate, e qualche altra è in via di realizzazione. Questa lettera sembra in gran parte una cronaca della situazione odierna in campo sociale, politico, morale e soprattutto religioso. Tutti i timori che il santo Padre esternava, si sono tutti concretizzati in una società profondamente corrotta, amorale, senza il minimo timor di Dio, affogata nella ricerca di piaceri e soddisfazioni materiali e sensuali, ma nello stesso tempo schiava nelle catene del “signore dell’universo, che la sta stritolando con crisi economiche, familiari, nazionali, mondiali, in una spirale vorticosa di morti e “spaventosa catastrofe” … secondo le parole del Santo Padre. Ma ciò che più di tutto è drammatico, cosa che nemmeno Leone XIII avrebbe mai immaginato, a parte la celebre visione profetica degli spiriti maligni piombati sulla Cattedra di San Pietro ad occuparne la Santa Sede, è il disfacimento spirituale che non solo ha invaso tutti gli ambiti societari, ma ha coinvolto soprattutto gli uomini che dovevano proteggere il gregge di Cristo loro affidato, i prelati-lupi modernisti della quinta colonna infiltrata nella Chiesa, i marrani gnostici e cabalisti aderenti a vario titolo alle conventicole del baphomet, e complici dell’azione dell’anticristo. È inutile ricordare il colpo di mano del 26 ottobre del 1958, l’insediamento di finti, perfidi, ipocriti, diabolici Pontefici-Patriarchi dei sedicenti illuminati, il conciliabolo anticattolico cosiddetto Vaticano II, la lunga serie di “burattini” insediati in cattedre curiali e in gay-village seminari in tutto il mondo, i sacramenti resi invalidi e sacrileghi per uccidere per sempre infinite anime, i teologi blasfemi della nouvelle thèologie, la stampa “stampella” gestita dai kazari-massoni, gli scienziati “vacui” e bugiardi della distruzione materiale dell’uomo, il piano criminale di sterilizzazione dell’umanità,  e via dicendo … Il piccolo gregge cattolico, nel pregare il Signore per costoro che … non sanno ciò che fanno, li invita a riflettere: “ma quanto pensate di vivere ancora?, non sentite già il gelo della pietra tombale sotto la quale a breve giacerete? E quando vi troverete davanti a Colui che state combattendo, bestemmiando, al quale avete distrutto [apparentemente] la Chiesa, al Giudice che tutto vede e tutto sa, cosa pensate di aver raggiunto, cosa direte … le promesse di lucifero e del satanasso non si sono mai realizzate, vuote menzogne, … raccoglierete fuoco e morte eterna, e per cosa? Cosa ha prodotto  il “non serviam” di Eva ed Adamo ingannati dal serpente? Il “vos eritis sicut dei” si trasformerà in “vos eritis sicut mancipia, enim semper” … schiavi per sempre, incatenati dal serpente maledetto. A cosa varrà l’aver combattuto Dio, il suo Cristo e la sua Chiesa? Quale premio raccoglierete, quale corona? … Non sapete che il Signore si riderà di voi, perché vede arrivare il vostro giorno e si vendicherà, per retto giudizio, per tutta l’eternità? Rinsavite, ancora siete in tempo prima che si scateni l’ira di un Dio rinnegato, vilipeso, calpestato … pensate che durerà per sempre? … pazzi illusi!

S. S. Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’autorità episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose V’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr XIV,34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica” , e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col 2,8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del matrimonio cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.