LO SCUDO DELLA FEDE: I. LA FEDE

I.

L A FEDE.

Il dovere di credere. — La fede in accordo con la ragione. — Con la libertà. — Con la scienza. — Perché taluni non credono. — Ciò che bisogna fare per credere.

 [A. Carmignola: Lo scudo della Fede, S.E.I. Ed. Torino, 1927]

 [Avviso il lettore che i dubbi, le difficoltà, le obbiezioni, le parole tutte dell’avversario saranno segnate con una lineetta, che serve pure ad indicare il meno, il difetto, il mancamento; e le risposte si indicheranno con una stelletta, simbolo della luce e della verità.]

– E quali cose ho io il dovere di credere?

Hai il dovere di credere a molte cose, ma qui annunziandoti il dovere di credere intendo di dire che devi credere alle verità, che insegna la Chiesa Cattolica.

— Io penso di compiere benissimo questo dovere, perché io suppongo che la più parte delle cose che la Chiesa Cattolica insegna, siano verità, e talune di esse non ho nessuna difficoltà a crederle tali.

Ed io debbo dirti invece che se tu fai così, adempì malissimo, anzi non adempì affatto il dovere di credere.

— E perché?

Primieramente perché tu pensi che in quanto alle verità della fede cristiana si possa prendere la parola credere nel senso del linguaggio ordinario, in cui tale parola per lo più non vuol dir altro se non supporre, immaginare, ritenere come possibile, non escludendo per tal guisa il dubbio e il timore dell’inganno. E poi perché tu ritieni che basti credere solamente alcune delle verità, che la Chiesa insegna.

— Che cosa vuol dunque dire in quanto alle verità che insegna la Chiesa la parola Credere?

Vuol dire confessare e tenere una cosa senza esitazione di sorta, senza assecondare il minimo dubbio, senza concepire il fin piccolo timore di non essere con la mente abbracciati alla verità.

— Ed è per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica che si deve credere cosi?

Per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica come verità di fede, cioè da doversi assolutamente credere, pena a non essere cristiano cattolico. Se tu negassi .anche una sola verità, o di una sola dubitassi, sarebbe lo stesso come se le negassi o ponessi in dubbio tutte.

— E perché mai?

Supponi un po’ che tornato tu da un viaggio mi raccontassi molte cose da te vedute con tutta certezza, e che io a talune di esse credessi e a tali altre ti dicessi di non voler credere, non ti darei più o meno gentilmente del bugiardo o dell’imbecille? e non ti recherei un’offesa come se non credessi a nulla di quanto tu narri?

— È… offesa durissima.

Allo stesso modo chi rigetta anche una sola delle verità della fede dà dell’ingannatore o dell’ingannato a Dio stesso, nega la sua sapienza ed infallibilità.

— A me pare però che sia difficile credere così a tutte le cose, che la Chiesa insegna come verità di fede.

Ti pare a primo aspetto, ma così non è. Dimmi, tu sei cristiano, non è vero?

— Sì perché ho ricevuto il Battesimo.

Dunque se sei cristiano, avendo ricevuto il Battesimo, sei anche atto a credere tatto ciò, che il cristiano deve credere. E quello che è di te, lo è di tutti gli altri cristiani.

— Non capisco.

Col diventar cristiani nel ricevere il Battesimo si riceve altresì da Dio in dono, senza alcun nostro merito, la virtù della fede, ossia una forza, una potenza, una capacità di credere a Dio e a tutte le verità, che Egli ci ha rivelate e che ci insegna per mezzo della Chiesa; virtù, forza, potenza, capacità, che l’uomo può e deve mettere in atto col concorso della sua volontà appena sia giunto all’uso di ragione col prestare il suo assenso alle verità suddette.

— Ed è questo un dovere assoluto?

Senza dubbio, perché sebbene tra le verità della fede ve ne siano di quelle, che noi con la stessa ragione possiamo riconoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è il Creatore dell’universo, che premia i buoni e castiga i cattivi, ed altre simili, non di meno ve ne sono molte altre, come ad esempio la Trinità e la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, che con la nostra ragione non potremmo riconoscere, se Dio non ce le avesse rivelate, e che quantunque rivelate non possiamo comprendere. – Ma tanto le une come le altre Iddio vuole assolutamente che le crediamo, e solo a questa condizione noi saremo salvi, avendo detto San Paolo a nome di Dio che « senza la fede è impossibile piacergli » (V. Lettera agli Ebrei, capo XI, versetto 6), ed essendo stato insegnato esplicitamente da Gesù Cristo che « colui il quale non avrà creduto sarà condannato » (V. Vangelo di S. Marco, capo XVI, versetto 10).

— Se è così, i bambini che muoiono prima dell’uso della ragione, andranno perduti?

Oh! no, caro mio, se essi hanno ricevuto il Battesimo. Perché essi, ancorché non arrivati all’uso della ragione, per il Battesimo posseggono la fede, di cui sono capaci. Già te l’ho detto che con questo sacramento riceviamo il dono della fede. È vero che fino all’uso della ragione rimane in noi mia virtù abituale, cioè un’attitudine a credere, senza che si sia ancora capaci di metterla in esercizio; è vero altresì che appena giunti all’uso di ragione dobbiamo renderla attuale col prestare l’assenso nostro alle verità cristiane, che impariamo a conoscere; ma precisamente perchè il bambino non ha l’uso della ragione per prestare tale assenso, può, morendo, salvarsi lo stesso e realmente si salva col dono della fede abituale.

— Ho inteso.

Ecco dunque come la fede ci è assolutamente necessaria e doverosa per salvarci.

— Ma la fede non è forse contraria alla ragione?

Così si dice, ma così non è. Non t’ho io appreso che la fede è dono di Dio? E la ragione non è data all’uomo dallo stesso Iddio, che ci ha creati ragionevoli?

— Così è senza dubbio.

E vuoi dunque che Iddio, il quale è l’autore sì della fede come della ragione, le metta in urto tra di loro? E poi non risiedono tutte e due nella stessa casa, che è l’intelletto? E non hanno forse per oggetto la stessa cosa, ossia la verità? La fede adunque e la ragione sono due sorelle nate dà un medesimo padre, abitanti nel medesimo luogo, aventi lo stesso oggetto, con questo solo divario che la ragione ha per oggetto le verità naturali, la fede quelle soprannaturali, la ragione ad un certo punto s’arresta e la fede invece si spinge più innanzi a contemplare un orizzonte più elevato e più vasto.

— Ma appunto perché la fede va assai più in là che non possa andare la ragione, non l’avvilisce forse?

Oseresti tu dire che i telescopio avvilisca l’occhio umano, perché lo aiuta a discoprire quegli astri, che sono invisibili ad occhio nudo?

— Eh! no. Tutt’altro!

Dunque non devesi neppur dire che la fede avvilisca la ragione, mentre invece l’aiuta a discoprire e conoscere tante verità, a cui di per sé non potrebbe giungere. « Non avete mai visto, dice a questo proposito un illustre apologista, in giorno di festa pubblica qualche buona e robusta figlia del popolo pigliare la sua piccola sorella tra le braccia e sollevarla al di sopra di una moltitudine di teste curiose, affinché potesse a suo agio contemplare una maestà che passava? Ecco la fede: allo stesso modo essa piglia tra le sue gagliarde braccia la sua piccola sorella, la ragione, e la solleva al disopra del mondo oscuro della natura, affinché possa contemplare il mondo luminoso del soprannaturale. » (Monsabrè). -E non solo la Fede aiuta la ragione a discoprire le verità soprannaturali, ma l’aiuta, eziandio a conoscere più presto e con tutta certezza le verità d’ordine naturale, le quali altrimenti non potrebbero conoscersi se non con grande difficoltà e dopo lungo studio, massime trattandosi di gente del popolo. – Ma anche la ragione rende dei servigi alla fede. È a lei che spetta di stabilire la verità della fede, cioè « è dessa che deve informarsi diligentemente del fatto della rivelazione, onde essa sia certa, che Dio ha parlato, e così possa offrirgli una sommissione ragionevole, come sapientemente insegna l’Apostolo » (Pio IX, Enciclica del 9 novembre 1846). Essa inoltre illustra e dilucida le parole oscure della fede, scioglie le difficoltà che si possono fare, trae le conseguenze da principii dalla fede stabiliti, coordina tra di loro tutte le verità rivelate, eccetera, eccetera. – Di modo che si deve dire, che quantunque la fede sia al di sopra della ragione, tuttavia non può esistere tra loro né dissenso, né separazione, essendo esse ordinate ad aiutarsi scambievolmente.

— Vuol dire adunque che ognuno affine di pervenire alla fede potrebbe e dovrebbe valersi della ragione.

Adagio, caro mio. Qui bisogna distinguere. Se si tratta di un pagano, di un buddista, di un mussulmano, di un razionalista, allora sì, affin di pervenire alla fede potrà e dovrà usare della ragione. È dessa che lo deve illuminare e disporre a ricevere la luce delle verità rivelate. Ma se si tratta di un cristiano cattolico, che crede, non gli è certamente lecito di sospendere l’assenso alle verità della fede o di mettere in dubbio la loro certezza per ricostruirne l’edificio con la sola ragione.

— Dunque se io, che son cristiano cattolico, le muovo difficoltà contro la fede unicamente per averne più che sia possibile le prove razionali faccio male?

In questo caso non fai male, purché tu tenga sempre salda la fede; giacche è pur certo che il cristiano cattolico, senza dubitare minimamente della sua fede, può con la ragione ricercare ed esaminare tutte le prove razionali, su cui le verità della fede si appoggiano, ossia pur tenendo fermissimamente tali verità cattoliche può, per confermarsi sempre più in esse e difendersi dagli assalti contro di esse, farne una specie di controprova.

— Ho inteso. Vuol dire adunque che possiamo continuare nei nostri ragionamenti.

Anzi faremo cosa utilissima.

— Non si potrà negare tuttavia che la fede sia contraria alla libertà dello spirito umano. Ho letto in un libro queste parole : « Bisogna serbar la mente integra. La integrità della mente ne richiede la libertà. È dovere trovarsi libero nel proprio pensiero. Pensiero violentato, tiranneggiato, è pensiero distrutto; il pensiero vuole la libertà come i nostri polmoni l’ossigeno, come la pianta la luce ». E dunque?

Senti, caro mio, le parole che tu hai lette, sono molto altisonanti. Ma se siano giuste è altra cosa. E qui facciamo bene ad intenderci. Se chi dice che lo spirito, il pensiero umano dev’essere libero, intende di dire che esso non può essere in alcun modo fisicamente forzato ad ammettere qualsiasi proposizione vera o falsa, dice cosa di tale evidenza, che non ha da farne poi tanto chiasso. Lo capisci questo?

— Lo capisco benissimo. È più che certo che nella mia mente posso fare i pensieri che voglio, e posso pensar bene e giusto o pensar male e falso senza che alcuno con la forza materiale, magari con la spada alla mano, possa impedirmelo.

Hai capito perfettamente. Ma se invece chi dice che il pensiero deve essere libero, che non deve essere violentato, tiranneggiato, intende di dire che la mente umana è in diritto di respingere qualsiasi proposizione, non solo le false, ma anche le vere, pare a te che dica giusto, o non piuttosto che abbia perduto il senno? Hai tu la libertà morale, vale a dire conforme a giustizia, di dire che una camera quadrata è rotonda? che il sole è buio pesto? che due più due fanno tre? che truffare il prossimo è cosa ottima? che ammazzare un innocente è l’azione più meritoria?

— Se io pretendessi d’avere tale libertà, temerei di essere mandato al manicomio.

  E perché?

— Perché se sono fisicamente libero di pensare quelle assurdità, non lo sono moralmente.

Benissimo. Ora ciò che è delle verità d’ordine naturale, lo ha da essere altresì di quelle religiose e d’ordine soprannaturale. Quando la ragione stessa ci ha fatto conoscere che si tratta propriamente di verità, perché rivelateci da Dio, che non s’inganna né può ingannarci, la mente non è più nella libertà morale di respingerle. Se non vuole infrangere la stessa legge di natura, che impone all’uomo di star soggetto a Dio in tutto il suo essere, non solo nella sua volontà, ma eziandio nel suo intelletto, nella sua mente, nel suo spirito deve assolutamente credere alle verità, che Dio gli ha rivelate come tali. E se non ci crede, ben sì capisce che fa male, malissimo. Del resto credendo alle verità, che Dio ci ha rivelate e che la Chiesa c’insegna, è vero che si faccia cosa contraria alla integrità, alla libertà dello spirito? è vero che si subisca una violenza, una tirannia? Di’ un po’: la strada è contraria al viandante, perché lo guida alla sua meta? le vene e le arterie sono tiranne al sangue, perché lo fanno convenevolmente circolare? e per servirmi dei paragoni del libro che hai letto, l’ossigeno è nemico ai polmoni, perché li fa ben respirare? e la luce è violenta contro la pianta, perché la disseta de’ suoi gaz e la incolora?

— Oh! tutt’altro

Così nessuno mai potrà dire, che la fede sia contraria alla integrità e libertà del pensiero, che lo violenti, che lo tiranneggi, perché lo conduce alla integrità del vero e lo fa vivere in esso. Sai che cosa è contrario allo spirito umano, che cosa lo violenta, e tiranneggia? È l’errore e l’ignoranza. Queste sì che sono catene che impediscono alla mente di levarsi su a spaziare liberamente nel campo della verità. Epperò coloro, che non vogliono saperne di credere, sono dessi propriamente, che nell’atto che si proclamano liberi pensatori, si rendono pensatori incatenati.

— Ciò è verissimo. Ma ho pur inteso varie volte a dire che la fede è contraria alla scienza.

E lo si dice e si scrive tanto, che questa insensataggine in certi libri, che pure passano per opere scientifiche, è diventato un luogo comune. Ma io ti dico invece che la fede è contraria all’ignoranza, perché ci fa conoscere le più grandi verità, che senza di essa non conosceremmo.

— Ma non è forse vero che la fede arresta la mente nelle cognizioni e impedisce il progresso scientifico?

La fede arresterà la mente, perché non cada negli errori e nelle falsità, ina non le impedirà mai di far acquisto della scienza e di progredire in essa.

— Dunque anche chi crede può studiare e diventare sapiente?

Perché no? Mancano forse i sapienti tra i credenti? Lo stesso D’Alembert, che fu miscredente, ha detto che la lista dei sapienti, che s’inchinarono alla fede, sarebbe interminabile. Non furono preti e frati, che nel medio evo oltre all’aver mantenuto in vita la classica letteratura scopersero la bussola, la polvere, la rotazione della terra, il movimento del cielo? E sempre, come anche oggidì, a far corona alla fede non si trovano un gran numero di filosofi, di poeti, di letterati, di scienziati d’ogni maniera? Potresti leggere a questo proposito una erudita conferenza del Padre Zham, che ha per titolo La Chiesa e la scienza, e vedresti come i più esimi cultori della scienza furono o ecclesiastici o fervidi credenti.

— E non c’è pericolo, che la scienza nel suo progredire arrivi a dimostrar falso qualche insegnamento della fede?

Quante volte si è pensato ciò dai nemici della fede! Ma poi… sempre furono scornati. Senti che cosa scrive in proposito il Canchy, uno dei più illuminati cultori della scienza: « Coltivate con ardore le scienze astratte e naturali; decomponete la materia, mettete in mostra le meraviglie della natura, esplorate se è possibile ogni angolo del creato; sfogliate in seguito gli annali delle nazioni, la storia degli antichi popoli, consultate dovunque gli antichi monumenti dei secoli passati. Ben lungi dallo spaventarmi per queste ricerche io provocherò di continuo gli scienziati, li spingerò a farlo con ogni sforzo; io non temerò che la verità, si levi a contraddire la verità o che i fatti e i documenti raccolti siano mai in urto coi nostri libri rivelati ». Ecco la bella sfida che un uomo di fede fa alla scienza. Credilo, amico mio, qui l’esito del passato è garante dell’avvenire, e in ogni passo che continuerà a dare la scienza la fede acquisterà una nuova e più solenne conferma della verità.

— Come mai adunque, per quel che sento a dire, vi sono tanti professori, tanti uomini d’ingegno, che disprezzano la fede nei libri che scrivono e dalle cattedre da cui insegnano?

Anzi tutto non devi credere che costoro siano veramente tanti come si dice. Non di meno ve ne sono, e sommandoli insieme fanno un certo qual numero. Di essi ve n’hanno di coloro, che sembrano provare un gusto matto, se a proposito ed a sproposito nelle loro lezioni possono entrare a sparlare di preti, di Chiesa, di fede per lanciarvi contro qualche vieta calunnia o per coprire tutto ciò del loro ridicolo. Costoro pur troppo dimostrano di essere dominati dalla brutta superbia, che li fa credere uomini superiori anche ai più grandi geni del Cristianesimo, e che pensano di avvilirsi nel rispettare quella fede, che tali gemi hanno creduto e seguito. Ma taluni di essi, negli errori che insegnano contro la fede e nel disprezzo, a cui la fanno segno, non sono altro che povere vittime dell’ignoranza, in cui si trovano rispetto alle sue verità. Certamente, essi conosceranno molte cose, ma non conoscono quel che più importerebbe di conoscere, sicché per questo riguardo un bambino, che crede a Dio suo creatore, e sa perché Dio l’ha creato, è di gran lunga più sapiente di loro. Non conoscendo la fede la snaturano e la combattono.

— Forse però nel combatterla saranno convinti di far bene?

Non credo. Perché ordinariamente al punto di morte si mostrano convinti di aver fatto male e mutano sentimenti. Un professore della città di Parigi, non sono molti anni, il senatore Littré, dopo essere stato maestro di materialismo, dopo avere fatta esplicita professione di sfacciata incredulità, nei suoi ultimi giorni ritornò a Dio, ed abiurati i suoi errori, morì pieno di fede.

— E perché vi sono ancora al mondo tanti altri che non credono?

È sempre la stessa cosa. A superbia ed ignoranza, aggiungi indifferenza, rispetto umano, passioni e scostumatezza, ed avrai le cause principali e vere della incredulità.

— Dunque: superbia…

Sì, vi sono alcuni talmente dominati da sì detestabile vizio, che non vogliono saperne di credere, solo perché non vogliono fare ciò che i più fanno. Crederebbero di abbassarsi, di avvilirsi ad essere uomini di fede, epperò van predicando che la fede è buona per le donne, pei fanciulli e per il popolo, quasi che non avessero anche gli uomini, gli adulti e le persone colte un’anima da salvare e che non si può salvare senza la fede. Ma anche per costoro si avvera, che chi si esalta sarà umiliato. E non è una umiliazione il credere che essi fanno, per lo più, alle sonnambule, ai mediums, agli spiritisti, alle tavole parlanti, al diavolo? Non è un’umiliazione il mettersi alla fin fine a paro delle bestie? Ascolta: Un giovane reduce da Parigi, ov’era stato agli studi, trovandosi in conversazione in casa d’una buona e brava signora, faceva superba mostra di miscredenza. E siccome non lo si approvava, prese a dire: « Come? sareste voi di quegli imbecilli, che credono all’insegnamento del prete? » « Scusi, rispose prontamente la padrona di casa, se non siamo tutti del suo parere. Vi sono due individui però, che al pari di lei non credono a nulla, e senza che siano andati a Parigi. « Chi sono dessi? li voglio tosto abbracciare ». « Sono il mio cane ed il mio cavallo ». – È facile immaginare con quanti palmi di naso rimanesse quel giovane.

— E dopo la superbia, l’ignoranza.

Sì, altri vi sono, una specie di semisapienti, che di religione non sanno se non ciò che hanno letto su pei romanzi e nei giornali, che danno scherni invece di prove e con ciò solo in nome di quella tintura di scienza, si credono in diritto di impancarsi a dottori e giudicar favole le verità della fede. A ciascuno di costoro però si potrebbero rivolgere i versi di Dante:

Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna

Per giudicar da lungi mille miglia

Con la veduta corta d’una spanna?

(Paradiso, Canto XIX) .

Al qual proposito si racconta che un uomo trovandosi un giorno in ferrovia con una signora, uditala vantarsi della sua incredulità, le domandò: « Ma avete voi studiata la religione? » e che quella rispose: « Perfettamente! Ho letto l’enciclopedia, le opere tutte di Voltaire, Diderot, d’Alembert ». « E Bossuet, Fénelon, Wiseman li avete Letti? » « Le pare!… Leggere quelle cose! Non le ho neppur mai vedute ». « Allora, o signora, perdonate, ma non avendo letto il prò e il contro, non potete più essere un’incredula, ma un’ignorante ». Risposta dura, ma vera.

— E dopo la superbia e l’ignoranza anche l’indifferenza.

Precisamente. Taluni pur troppo della fede non si danno alcun pensiero. I comodi della vita, l’amore sfrenato ai guadagni, il godimento dei piaceri, gli affari, i viaggi, i negozi, gli studi, gli uffizi, le preoccupazioni soverchie dei materiali interessi, e cose simili li inchiodano in una massima indifferenza per le cose di Dio e dell’anima. E se loro ne spunta in mente un pensiero, lo scacciano tosto come importuno, dicendogli quel che dissero taluni degli Ateniesi a S. Paolo, quando nell’Areopago prese a predicare le verità della fede: « Ti ascolteremo sopra di ciò un’altra volta ». – Altri ancora respingono la fede per viltà, per paura del rispetto umano. Al vederla tanto schernita, al sentir chiamare sciocchi ed ipocriti quelli che la seguono, al riconoscere che l’empietà è considerata come diploma di capacità per ottenere impieghi, favori, eccetera, taluni si spaventano e benché in fondo al cuore sentano il dovere di credere, al di fuori mostrano tuttavia di non credere, e non di rado si atteggiano ad increduli peggiori degli altri.

— Questo è vero. Non capisco però come anche le passioni…

Le passioni anzi sono la sorgente precipua della incredulità. Chi ha corrotto il cuore avrà altresì guasta la mente. Volendo continuare nella sua mala vita fa ogni sforzo per non credere alle verità della fede affine di non averle a temere. Rousseau diceva: « Datemi un uomo, che viva in modo da desiderare che il Vangelo sia vero, ed egli crederà nel Vangelo ». Oh! se tra le verità della fede non ci fosse quel Decalogo,- specie con quei due comandamenti 6° e 7°, si crederebbe dalla più parte con la massima facilità! L’incredulità invece è un guanciale comodo per la disonestà e per l’ingiustizia.

— Dunque se tanti non credono, non è propriamente perché siano intimamente persuasi di non dover credere.

No, non è propriamente così. La realtà dolorosa è questa, che costoro sono divenuti

miseri schiavi di qualche turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati.

— E se io non potessi credere?

Ti risponderò che questa sarebbe una pura illusione, che non ti scuserebbe un dì al tribunale dell’inesorabile Giudice. So bene che c’è chi dice: Io vorrei credere, ma non posso. Ma io gli domando: Che mezzi hai tu usato per giungere alla fede? Chi vuole il fine vuol pure i mezzi, e chi non cura i mezzi mostra evidentemente, che poco gl’importa del fine. Or questo è il caso tuo, se non hai la fede. Hai tu studiato la religione con amore sincero della verità? – Ti rechi ad ascoltare umilmente la parola di Dio, dalla quale appunto, come insegua S. Paolo, viene la fede? (V. Lettera ai Romani, capo X, versetto 17). Hai consultato qualche bravo sacerdote per esporgli i tuoi dubbi, per sciogliere le tue difficoltà? Hai preso tra mano qualche libro di religione, di apologetica cristiana? Hai smessa la lettura di certi romanzi, di certi giornali, pieni zeppi di errori, di accuse, di calunnie contro la fede? Ti sei liberato da certe compagnie, da certi convegni, da certe conversazioni, ove la fede è posta in ludibrio? – Hai cominciato a mondare il tuo cuore da certi vizi, da certe passioni? – Ti sei rivolto a Dio a pregarlo che illumini la tua mente? Fino a che non avrai fatto nulla di ciò, se non puoi credere la causa non è che tua.

— Ho inteso. E in quanto a me, fra l’altro, desidero appunto che ella continui ad illuminarmi.

 

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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