LA BATTAGLIA DI LEPANTO

La battaglia di Lepanto.

[da: C. Castiglioni: Storia dei Papi, II vol. – UTET ed. Torino, 1957, impr.]

Una grave minaccia incombeva da oltre un secolo sul cattolicesimo e su tutta l’Europa cristiana, l’invasione turca. Pio V fu uno dei papi che più energicamente ed efficacemente diedero opera a sventare quella minaccia. Nel secondo mese del suo pontificato scriveva a Giovanni La Vallette, Gran Maestro de’ Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, per incitarlo a resistere in Malta che era assalita dai Turchi. Gli prometteva soccorsi da parte del re cattolico; metteva a disposizione per l’impresa 57.000 scudi d’oro e autorizzava il La Vallette a chiedere in Francia un prestito di 50.000 scudi d’oro, permettendo di garantirlo sulle commende di Francia e di Spagna. Il Gran Maestro poté così rinnovare tutte le fortificazioni di Malta, e costruirvi una cittadella ben munita. – Fallita la conquista di Malta, i Turchi si gettarono sull’arcipelago greco, e si impadronirono delle isole di Chio, di Nasso, di Andro e Ceo (1566). Navi turche comparvero anche nell’Adriatico e minacciavano Ancona. Pio V si affrettò ad inviare Truppe e artiglierie, e in brevissimo tempo allestiva anche un corpo di 4000 uomini per la difesa della costa. Non fidando nei soli mezzi terreni, il Pontefice invitava tutta la cristianità a supplicare i divini aiuti, ed indiceva il 21 luglio 1566 il giubileo per il buon successo della guerra contro i Turchi. –

 

Stendardo dell’armata cristiana

Pio V fu il campione della cristianità contro l’Islam. Per quanto fosse alieno per natura e per sentimento dalle armi e dalle guerre, se ne occupò con tutto l’animo, e non si dette pace finché non riuscì ad organizzare una lega di popoli cristiani contro il Turco. – Egli valutava la situazione reale meglio che non la stessa repubblica veneta, la quale si trovava in continui contatti coi Turchi. Venezia chiedeva al Papa aiuto e specialmente di danaro, ma Pio V era convinto che la repubblica da sola sarebbe stata impotente. Voleva ad ogni costo formare una lega quanto più larga possibile, mentre i Veneziani invece sembravano diffidenti e gelosi degli altri stati cristiani. – A Solimano il Magnifico era successo (1566) il figlio Selim II, brutto, piccolo, dedito ai vini e ai liquori, tanto che lo soprannominarono l’Ubbriacone. Odiava il nome « cristiano », e per quanto fosse molto lontano dall’avere la virtù militare del padre, vagheggiava di estendere ancor più il potere della Mezzaluna. Nel 1570 inviava una potentissima squadra ad impadronirsi dell’isola di Cipro. Dopo un’eroica resistenza di due mesi, la capitale Nicosia si arrendeva: vi perirono 15.000 cristiani, oltre 2000 che vennero ridotti in schiavitù (15 agosto 1570). I vincitori si dirigevano contro Famagosta, la seconda città dell’isola, che era governata da Marc’Antonio Bragadino. La ferocia dei Musulmani, per spaventare l’eroico difensore, gli aveva inviato la testa di Niccolò Dandolo, il governatore di Nicosia. Ma il Bragadino non si sbigottì, e incominciò quella memorabile resistenza, « che resterà sempre monumento di gloria negli annali militari ». Pio V, con l’opera sua insistente, nel frattempo stringeva in lega Venezia, Genova, il ducato di Savoia, il granducato di Toscana, Filippo II, nonché lo Stato pontificio e i cavalieri di Malta (maggio 1571). Purtroppo i collegati furono tardi nelle loro mosse; la Spagna diffidava di Venezia. Il visir Mustafà ebbe tempo di ridurre agli estremi la città di Famagosta, e il Bragadino, dopo due mesi di lotta accanita, venuti meno le munizioni e i viveri, dovette trattare la resa (2 agosto). L’ottenne onorevole: i soldati cristiani sarebbero stati trasportati su navigli turchi all’isola di Candia; libertà parimenti agli abitanti di Famagosta per espatriare, salva la vita, e libertà di religione a quanti volevano rimanere. – Ma il barbaro vincitore, appena ebbe nelle mani la fortezza, beffandosi dei patti sottoscritti, ordinò che i capi fossero trucidati, i soldati tratti in servitù e il popolo spogliato. Il Bragadino, dopo che l a soldataglia l’ebbe sfregiato in volto coi pugnali, fu gettato in prigione, dove fu tormentato in ogni guisa per undici giorni. Trascinato quindi sulla piazza della città, i carnefici lo denudarono, lo stesero su di una pietra e lo scuoiarono vivo. Il martire spirò mormorando le parole del salmo della penitenza: Miserere mei, Deus. La pelle del Bragadino fu riempita di paglia, e per volere di Mustafà sospesa come trofeo di guerra all’antenna della nave capitana. L’ultimo baluardo cristiano nel Levante era caduto. Alla ferale notizia pianse a calde lagrime il Pontefice, e con voce di rimprovero si rivolse ai collegati cristiani, che erano stati spettatori inerti della perdita dell’asilo di Cipro. – I Turchi, imbaldanziti per la vittoria, minacciavano di prendere l’offensiva su più vasta scala. Non c’era tempo da perdere; bisognava agire subito. La flotta cristiana contava 243 legni tra grandi e piccoli, con 1800 cannoni e 80.000 uomini. Comandante supremo era Don Giovanni d’Austria, fratello naturale di Filippo II; più della metà delle navi erano italiane. Al governo dell’ala destra fu posto il genovese Giovanni Andrea Doria, della sinistra il provveditore veneto Agostino Barbarigo, del centro il veneto Sebastiano Venier e Marc’Antonio Colonna romano. Vi erano anche Andrea Provana di Leynì con tre navi dei Savoia, il Commendatore dell’Ordine di Malta pure con tre navi, e molti nobili venturieri, Alessandro Farnese di Parma, il duca d’Urbino, Ettore Spinola, Giovanni Cardona, Onorato Gaetani e Michele Cervantes di Saavedra. Il sultano opponeva complessivamente 282 legni con 90.000 persone e 750 cannoni, al comando del Capudan-pascià Ali, del serraschiere Pertaù, del governatore di Alessandria d’Egitto Maometto Scirocco e del re di Algeri, Lucciali, il Tignoso, rinnegato calabrese.

– BARTOLOMEO SERENO (autore dei Commentari alla guerra di Cipro e della Santa Lega dei Prìncipi cristiani contro il Turco) si introduce a parlare della grandiosa vicenda, che domina incontrastata nella storia navale e religiosa dell’età moderna, con queste parole di sapore epico: « Nessun giorno fu mai tanto tremendo né tanto ricordevole e glorioso, dopo che Dio operò in terra l’umana salute, quanto il 7 ottobre 1571 ». Il Sereno prese parte alla battaglia combattendo sulla galea pontificia Curzolari, la mattina del 7 ottobre 1571. Era mezzogiorno, quando dalla nave di Ali partì il primo colpo; il sole splendeva alto sull’orizzonte; il mare in bonaccia; il vento taceva. Le due flotte distavano fra loro un tiro di cannone; per la vasta distesa del mare non vedevasi che una selva di alberature, dalle quali pendevano vele e bandiere dai colori più svariati. In breve ora il sole fu offuscato dal furibondo cannoneggiare delle due parti: le flotte vogarono a tutta forza l’una contro l’altra; si mescolarono in un furioso corpo a corpo. – La nave di Ali investì la nave ammiraglia dei cristiani: Sebastiano Venier mosse con la sua nave contro la capitana nemica; un fracasso orrendo per il cozzar delle armi, che dai ponti accostati scagliavano i combattenti. Maestosa e sublime era la figura del vegliardo di S. Marco, che, a capo scoperto, con una zagaglia in mano, elevato sulla corsìa della nave, incitava e dirigeva i suoi all’arrembaggio. Fu colpito da una freccia ad un piede, ma non si mosse; cadevano colpiti a morte davanti ai suoi occhi Giovanni Loredano e Caterino Malpiero, e il nipote Lorenzo Venier rimaneva ferito da tre frecce. Ali perdeva la vita, e la battaglia, durata poco più di cinque ore e ritenuta la più grande delle battaglie navali nei tempi antichi e nei moderni, l’ultima e più gloriosa battaglia della cristianità.

Giovanni d’Austria – M. Colonna – S. Vernier

All’ala sinistra, fronteggiando Maometto Scirocco, Agostino Barbarigo compi prodigi di valore. Una freccia nemica lo colpì all’occhio destro mortalmente, e cadde rovescioni sul ponte. Pregato a ritirarsi per medicare la ferita, non acconsentì, ma rizzatosi in piedi, continuò ad impartire gli ordini finché non vide debellata l’ala nemica che gli stava di fronte. Scese allora nella sua camera: estrasse con la propria mano la scheggia di ferro dall’occhiaia e si pose a giacere per morire. Quando gli annunciarono la vittoria dei cristiani, levate le braccia al cielo, ringraziò Iddio e spirò. La vittoria dei cristiani fu piena e completa; era costata loro ottomila vittime, ma al nemico ne uccisero più di venticinquemila; gli affondarono ed incendiarono ottanta galere oltre i semplici fusti; gli catturarono altri centodiciassette legni; e liberarono parecchie decine di cristiani, che erano addetti ai remi, come schiavi, delle navi nemiche. Sulla nave ammiraglia, all’ombra dello stendardo benedetto da Pio V e che recava l’immagine di Cristo crocifisso, si raccolsero i capitani attorno all’ammiraglio: Marc’Antonio Colonna, Don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier si baciarono l’un l’altro, fieri d’aver salvato in quella giornata l’Europa cristiana dalla Mezzaluna. – A coronare l’impresa e a completare la vittoria non rimaneva che drizzare le vele verso Costantinopoli, dove il panico era universale; là avrebbero potuto vendicare la memoria del Bragadino; ma Genova e la Spagna temettero che Venezia ne guadagnasse troppo, e non vollero saperne di navigare verso l’oriente. Presero la via del ritorno, a ricevere le felicitazioni di tutti i popoli, che tripudiavano alla notizia della strepitosa vittoria. –

Visione di S. Pio V

Il sommo Pontefice il giorno della battaglia, nel fervore della preghiera, ebbe la visione del trionfo cristiano, e stette in ansia alcuni giorni, perché la fausta notizia sembrava tardasse a giungere. Un messaggero veneto giunse a Roma a mezzanotte; il Papa l’accolse in quell’ora, e inginocchiatosi esclamò: « Iddio ha ascoltato la preghiera degli umili; queste cose vengono scritte per la posterità, ed i popoli futuri loderano il Signore ». Grandi feste furono celebrate a Venezia e a Roma, dove l’ammiraglio della flotta pontificia entrava a guisa di un antico trionfatore romano. Perché non si avesse coll’andar del tempo a perdere il ricordo della vittoria, Pio V introdusse nelle Litanie lauretane l’invocazione: Auxilium Christianorum, ed istituì la festa di Maria Santissima della Vittoria da celebrarsi il 7 ottobre, giorno della battaglia di Lepanto. E siccome attribuiva la vittoria a Maria Santissima invocata con la devozione del santo Rosario, il successore Gregorio XIII ordinò che in tutta la di ottobre. A Venezia, durante le feste di ringraziamento per l a conseguita vittoria, Paolo Paruta recitò l’orazione solenne a gloria e a suffragio degli eroi caduti per la patria e per la fede.

Che l’Auxilium Christianorum, per intercessione di S. Pio V ci liberi dalla barbarie musulmana odierna che ormai ci soffoca e vuole ancora una volta opprimere i Cristiani fin nelle proprie terre e nelle proprie abitazioni.

Vergine del Rosario, ora pro nobis!

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.