Il Magistero impedito: ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (2)

Gregorio XVII [26 ott. 1958 – 2 mag. 1989]:

il Magistero impedito.

ORTODOSSIA, ERRORI E PERICOLI (2)

[Lettera pastorale del 1° agosto 1959; Riv. Dioc. Genov.]

I.— Ortodossia

II.

Ecco una seconda proposizione, che si è costretti ad ascoltare qua e là: «La Chiesa – e pertanto la autorità ecclesiastica – non deve entrare in faccende terrene; segnatamente la Chiesa non deve occuparsi di dottrine e questioni politiche e sociali. Essa deve solo pensare alle anime». – Questa proposizione che contiene qualcosa di vero e molto di falso, come subito dimostreremo, è usata ed abusata da coloro che non vogliono essere disturbati nei loro piani e nei loro interessi, che non vogliono cioè incontrare mai sul loro obliquo cammino chi possa fermarne il progresso illegittimo, in nome di una verità superiore e di una giustizia certa. – Diciamo subito quello che nella proposizione è vero. La Chiesa per sé ha uno scopo eterno e non uno scopo terreno, ha la competenza che le proviene da questo scopo, secondo la positiva costituzione di Cristo. – Essa non ha come suo scopo adeguato quello di occuparsi di questioni terrene in quanto tali. Vediamo ora quello che nella proposizione è falso. Che la Chiesa non abbia come suo scopo adeguato e caratteristico quello di occuparsi di cose terrene, non significa essa non possa occuparsene proprio in ragione del suo fine eterno. Al contrario: essa, come già si è rilevato, è visibile ed ha per volontà divina una costituzione che la pone tra le realtà terrene e pertanto a trattare anche affari terreni. – Essa deve condurre alla fede, alla grazia ed alla salvezza gli uomini che stanno tra affari terreni e deve farlo passando attraverso realtà e difficoltà terrene. Deve dunque entrare per il proprio ufficio in queste realtà e in queste difficoltà. – Essa è custode della propria libertà, delle proprie divine prerogative e pertanto deve anche difenderle quando occorre e sul terreno ove questo occorre. E pazzesco pensare che la Chiesa possa agire sui fedeli, come deve, in un mondo diverso da quello nel quale i fedeli vivono. – La Chiesa è custode e giudice dell’aspetto morale di tutti gli atti umani e pertanto, almeno sotto tale aspetto, diventano oggetto di sue legittime cure anche affari terreni. Nessuno può pensare di separare politica e sociologia dalla morale, perché davanti a Dio non esistono extraterritorialità. In conclusione: non si deve dire che gli affari terreni siano di per sé competenza della Chiesa; ma taluni affari terreni diventano almeno sotto qualche aspetto aperti alla sua sollecitudine e di tutti gli affari giudica se siano o meno conformi alla legge di Dio. L’errore denunciato in verità si riduce od almeno si collega a quello elencato prima. Si tratta di una separazione innaturale, inumana ed irrazionale tra la vita civile e quella spirituale, tra l’ordine terreno e l’ordine religioso, tra il mondo e Dio. L’illuminismo aveva ipotizzato una sorta di costituzione imposta al Creatore, con aumento delle umane autonomie; l’errore del quale abbiamo parlato si trova esattamente in quel solco. L’idea di separare il momento in cui si va a Messa od a confessarsi dal momento in cui si prendono atteggiamenti in questioni e competizioni umane arride assai anche ai cattolici dai contorni molto consumati. Ma l’unità della verità dell’essere e pertanto della logica non si arrendono e non si arrenderanno mai. – Il tentativo contro la ortodossia qui parte dal desiderio di sdoppiare nell’uomo aspetti diversi legati però e sempre dalla stessa legge; tuttavia l’errore tenta di avvalersi di una ignoranza teologica. Essa verte sul dogma relativo alla sostanza stessa del Regno di Dio o, siccome oggi si ama qualificarla, del Corpo mistico di Cristo. Il Corpo mistico di Cristo è il Regno di Dio, pertanto non è una realtà vaga inafferrabile e pertanto riducibile a piacimento. Il Regno di Dio in terra e fino alla fine del mondo è la Chiesa ed è perfettamente inutile credersi di stare nel Regno di Dio, nel Corpo Mistico, se non si è nella Chiesa attraverso la obbedienza ai legittimi pastori. Il tentativo è quello di ridurre la azione della Chiesa ad essere puramente culturale e puramente interiore. Questa riduzione altera il disegno di Gesù Cristo in modo sostanziale, perché Egli ha inteso costituire in terra una società ben visibile e ben munita di diritti che non le provengono da sorgente umana, che possono non esserle corrisposti e che quando non le sono corrisposti diventano o prima o poi causa di una rovina. L’argomento verrà ulteriormente dipanato nella analisi di talune posizioni che seguono.

III.

«Bisogna rinnovare qualcosa nella Chiesa».

Questa proposizione ritorna spesso su labbra in buona fede. Più ancora sembra animare in taluni spiriti aspirazioni generiche ed indistinte. Essa è la quasi inconscia ragione per cui taluni sacerdoti e laici, senza alcuna voglia ereticale, civettano col socialismo e col laicismo. Esistono anche pubblicazioni cattoliche che hanno detto chiaramente di attendere l’avvento di qualcosa di nuovo ed intendono preparare gli spiriti a questo rinnovamento, oppure che, senza dirlo esplicitamente, lo lasciano abbastanza intendere. Si deve ritenere trattarsi di proposizione più sentimentale che razionale, più reattiva che attiva, più indistinta che perentoria. E per tale ragione che vale la pena di esaminarla, dato che un effetto cattivo lo ha certamente: quello di creare la mentalità di un transitorio in sospensiva ed in pericolo di slittamento; e quello di rendere pregiudizialmente inclini a tutto ciò che, comechessia, possa rappresentare un cambiamento. La proposizione, che rimane indistinta e persino subcosciente quando è affermazione di carattere generale, diventa singolarmente precisa quando scende al particolare, forse perché nel particolare cessa la ragione, e a torto, di violare dei principi generali. Ed ecco i punti sui quali gli spiriti famelici vorrebbero vedere subito delle mutazioni:

a) allargamento della disciplina ecclesiastica, si dice, per avere maggiore contatto coi fedeli e aumentare le possibilità di bene ampliando con essi le cose comuni;

b) attenuazione dello spirito della Croce, ossia del senso della mortificazione, della penitenza e della rinuncia, come strumento legato ad epoca ormai sorpassata, necessitando invece far buon viso ad un umanesimo che sorge, ad un mondo che coi nostri musi severi noi finiremo per gettare in braccio a Satana;

c) accettazione di alcuni principi marxisti;

d) sostituzione di un criterio educativo cedente tutto alla personalità che si evolve e pertanto attenuazione logica dei concetti di autorità e di obbedienza, sostituzione dell’autocontrollo alla disciplina;

e) democratizzazione della Chiesa, aumentando la caratura dei laici in essa e mettendo limiti alla azione della sacra gerarchia;

f) riforme della sacra liturgia ed abolizione del latino in essa.

Non manca qualche originale, il quale dice di peggio. Ma si tratta di esemplari così rari e così evidentemente fuori del seminato che a proposito di essi potrebbero essere tratti nell’equivoco o nell’inganno solo i loro pari. – Se consideriamo nell’insieme le sottoproposizioni elencate si possono fare subito le seguenti osservazioni di carattere generale:

a) esse sono tutte delle infiltrazioni derivate da situazioni contingenti, da mode e da autentiche malattie del nostro tempo. Non nascono dunque dall’interno e da una impostazione di razionalità, ma da una suggestione, da un influsso subito e danno la forte presunzione di essere complessi di inferiorità;

b) procedono da un allentamento evidente di quella distinzione tra noi e il «mondo», che Gesù Cristo ha vivamente imposto nel’Evangelo: si presentano pertanto più con il colore dell’annacquamento che con il suggello della vigoria;

c) risentono l’attuale indirizzo democraticistico, che appartiene alle variazioni più o meno effimere di questa curiosa esperienza umana e che non possono mai elevarsi a principi direttivi durevoli nell’ambito di una istituzione divina quale è la Chiesa;

d) possono forse interpretarsi in taluni uomini, più che per quello che suonano, per un indistinto, ma non riprovevole desiderio di aggiornamento di strumenti e di metodi in talune istituzioni od ambienti. Un tale desiderio potrebbe essere talvolta motivato ed onesto;

e) sono il segno di un disagio spirituale dalle cause diverse, di carenza teologica, di impostazioni per nulla razionali. Esse documentano situazioni che non depongono contro la chiarezza della verità, ma solo contro la chiarezza delle menti. Queste osservazioni generali chiuderebbero l’argomento. Tuttavia continuiamo un esame obbiettivo. – Dissipiamo subito l’idea che tutto debba essere statico nella Chiesa e che mai ci sia qualcosa di nuovo da fare. Immutabile è quanto è di istituzione divina. E dunque chiaro che molte cose possono mutare. La ricerca della perfezione è di natura sua una mutazione continua. Se qualcuno ama le cose nuove, gliene diamo subito un esordio (il solo esordio) di lista e gli auguriamo di far presto a realizzarle:

– catechesi a tutti (i più non l’hanno);

– organizzazione di tutte le comunità cristiane (parrocchie etc.) nella vera ed operante carità di Cristo;

– organizzazione dello slancio missionario per la conquista dei continenti ancora in gran parte infedeli;

– costruzione di tutti i metodi per i singoli, anche piccoli, settori allo scopo di neutralizzare quanto il progresso tecnico porta direttamente o indirettamente di danno alle anime, santificando ed utilizzando quello che di tale progresso è santificabile ed utilizzabile;

– riportare in primo piano la virtù del distacco del cuore dai beni terreni, sì da non eliminarli, ma renderli tutti, anziché padroni, servi dell’uomo e strumenti di un maggiore ed eterno bene;

– trovare le giuste e pure vie perché gli uomini e le istituzioni tutte si possano trovare con Gesù Cristo, lealmente e coerentemente, fino in fondo; senza portare la Chiesa in responsabilità che o le sono improprie, o le diventano pesanti, o si fanno addirittura pericolose ed ostacolo alla sua divina ed universale missione. – Tutto questo significa camminare in avanti a bandiere spiegate e nella luce di ideali generosi. Chi vuol camminare ha strada all’infinito. Ma tutte queste «cose nuove» sono antiche quanto Cristo e la novità sta nel riportarle continuamente, cogli accorgimenti delle mutate circostanze, risalendo senza posa la china della debolezza e della compromissione umana. Questo è il fascino dell’avvenire. Ridursi a chiamare «avvento di cose nuove» qualche debolezza di più o qualche annacquamento indebito dell’ideale evangelico non è serio e non è neppur nuovo perché è antico quanto sono antichi tutti i tentativi di evasione dalla integrità evangelica.

A) Allargamento della disciplina ecclesiastica per essere più vicini ai fedeli.

Non occorre qui dipanare il concetto di «disciplina ecclesiastica». È ben noto a coloro ai quali è diretto questo scritto. Non è invece inutile ricordare che «disciplina» è in uso solo presso esseri intelligenti e liberi, dato che agisce in via morale e cioè agisce col proporre autorevolmente una norma all’intelletto sicché questo convincendosene solleciti la facoltà motiva – la volontà – perché passi all’azione nel modo proprio della sua natura. La via morale non è via di costrizione, bensì di convinzione; la costrizione interviene quando è necessario o per riparare un ordine leso o per supplire alla debolezza dannosa delle facoltà volitive. Ora, nella disciplina ecclesiastica si debbono distinguere due aspetti:

– uno è il rapporto di adeguazione al fine della Chiesa e specificamente al fine del sacramento dell’Ordine e della sacra Gerarchia, siccome lo ha stabilito Gesù Cristo; ossia «nel complesso delle norme deve sempre restare salva ed immutabile la fungibilità o capacità loro di raggiungere il fine inteso dal divin fondatore della Chiesa»; — l’altro è la norma in se stessa. È chiaro che il primo aspetto non sarà mai toccato, perché distruggere il rapporto di capacità della disciplina rispetto al fine inteso significherebbe distruggere o rendere inoperante il fine stesso. Pertanto vi sono norme che hanno così necessario e sostanziale tale rapporto da ritenere non possano mai essere cambiate. Nel secondo aspetto noi troveremo, accanto alle norme delle quali ora si è fatto cenno, altre che possono avere valore contingente e che pertanto possono anche venire legittimamente cambiate. Ma per quanto si cambino tali addendi la somma dovrà sempre essere la stessa e cioè dovranno sempre assicurare quella santità di ordine e di figura che Cristo ha ipotizzato nella pienezza della sua legge e del suo spirito. – Coloro che sognano allargamenti della disciplina ecclesiastica non riflettono a tutto questo, soprattutto non riflettono che, pur variando, la somma dovrà sempre essere la stessa e ci dovrà sempre dare il prete, immagine di Cristo, saggio, umile, severo con sé, impregnato dello spirito della Croce e cioè del distacco e della rinuncia per poter in tal modo verificare la umiltà e la carità, trionfo del suo ministero. Essi si ingannano, perché sperano di ridurre in verità il peso del dovere, cosa che nessuno può fare in questo modo legittimamente; credono ingenuamente che si possano trovare forme evasive eppur salutari col buon Dio; credono ancor più stranamente che si possano ottenere gli stessi effetti di santificazione, diminuendo la caratura delle cause. Il che è contrario alla matematica più elementare, perché contrario alla più evidente logica. Pertanto è certo che si possono ipotizzare delle variazioni nelle norme disciplinari a tenore di quanto si è detto sopra. Ma non c’è nessun gusto per coloro che hanno simili desideri, dato che la somma dovrà essere la stessa e che pertanto quanto di austerità o di croce dovrà togliersi da una parte, dovrà pur esser messo da un’altra. – Essi infatti vogliono essere dispensati da pesi, null’altro. Ma avrebbero aver saputo per tempo che i pesi fondamentali li mette l’ordinamento divino intoccabile e che taluni altri pesi, quando sono stati liberamente accolti, dignità vuole si portino fino in fondo. – Taluni vorrebbero andare a caccia senza limitazioni, a teatro, a ritrovi mondani etc. Se questi taluni esistono, si vergognino di aver un giorno optato per Gesù Cristo e per la sacra maestà del Tempio. Essi si cullano in una mentalità contraddittoria a loro stessi, ossia al dignitoso momento in cui hanno assunto con grandezza luminosa impegni decorosi e fecondi. La voglia di adattare la verità e la legge ai propri vergognosi limiti ha creato Lutero e fu gran rovina, perché aveva pur doti lui e miserie immense l’ambiente intorno a lui. Ma quella di adattare la verità e la legge ai propri limiti è la più grande vigliaccheria che si possa concepire. C’è una affermazione che, per quanto superato ormai l’argomento, dobbiamo esaminare. Si dice nella proposizione in oggetto che il rilassamento della disciplina verrebbe bene per essere più vicini al popolo e stabilire con esso una apertura quanto mai utile alla sua santificazione. Premettiamo che mai si dovrebbe pensare a santificare il popolo contraffacendo la linea del sacerdozio ideato e costituito da Gesù. Premettiamo anche che talune cose inaccettabili come regola possono accettarsi come eccezioni ragionevoli. Il sacerdote deve vivere del suo ministero; ciò non ha impedito che san Paolo in talune circostanze e per ottenere taluni scopi giusti abbia fatto il tessitore, come non ha impedito ad un vescovo dell’Africa Equatoriale di fabbricare lui personalmente nei giorni liberi migliaia di mattoni per accelerare la costruzione di scuole cattoliche. Noi ammiriamo san Paolo e quel degno vescovo proprio perché si tratta di eccezioni che confermano nobilmente la regola. Chiediamoci però una buona volta: il popolo dobbiamo precederlo o dobbiamo seguirlo? E se appare ponderoso affrontare subito tale questione di massima chiediamoci: «ma è proprio vero che un rilassamento della disciplina avvicinerebbe al popolo e renderebbe più utile il nostro ministero?». Attenti bene: la questione non verte sulla opportunità di essere vicini al popolo (che si afferma, si desidera e non si discute neppure); la questione è se, ad ottenere tale vicinanza, noi si possa adottare la via di un rilassamento.

1) La media degli uomini mormora terribilmente dei più piccoli difetti degli ecclesiastici. Il criterio di tali giudizi è ordinariamente duro ed esagerato e nessuno questo lo può negare. Tali mormorazioni e tali criteri indicano per sé che i difetti e i rilassamenti allontanano e non avvicinano il popolo.

2) Accidentalmente la rilassatezza fa degli amici agli ecclesiastici. Li rende simpatici a coloro che trovano agio nelle loro umane qualità e giustificazione nella somiglianza con loro. Ma in tal caso l’ecclesiastico acquista alone, simpatia, corteggio per sé, non per Dio. Da questi corteggi sono usciti i peggiori anticlericali e molte volte i peggiori inciampi per i successori.

3) Attraverso l’ufficio Onarmo abbiamo fatto un sondaggio della opinione degli operai su questo tema e la risposta che abbiamo avuto non ci ha lasciato dubbi in merito: gli operai vogliono dei sacerdoti autentici, che siano solo e sempre sacerdoti, niente altro che sacerdoti, dal piedistallo morale più alto del proprio.

4) Lo studio della psicologia media rivela il bisogno di un prestigio al quale appoggiarsi nella profonda e bruciante esperienza della debolezza propria. E per questo che di fatto il prestigio nel sacerdote condiziona molto della riuscita del suo ministero. La vera domanda che il mondo rivolge al sacerdote è che egli sia più in alto per potervisi appoggiare e per poter ancora credere alla virtù ed alle superiori realtà. E esattissimo quando si afferma che nel sacerdote la gente cerca in verità non solamente un fratello, ma un padre.

5) L’idea della rilassatezza di disciplina come giovevole all’avvicinamento può germinare nella testa di chi ha riportato dei successi personali, che non sono in genere i successi di Dio e della sua santa legge. Taluni giudicano della questione del loro agio, non del razionale impiego della loro intelligenza. Tutto questo ha una singolare conferma dalle esperienze del campo giovanile. I giovani amano quelli che sanno stare con loro e mettersi al loro livello; ma cessano di domandare il sussidio spirituale, la direzione dell’anima a coloro dei quali si accorgono che si divertono a stare con loro e non stanno con loro per convinzione, sacrificio e rinuncia interiore.

6) Si osservi la storia. La Chiesa greca non ha avuto alcuna notevole influenza missionaria per aver abolito un capitolo di disciplina: quello relativo al celibato. La Chiesa greca eterodossa non ha avuto alcuna reale influenza nella completa maturazione dei popoli per lo stesso motivo. La considerazione generale delle condizioni dei diversi paesi rende chiaro che là si è maggiormente mantenuta la fede e la virtù del popolo dove più austera si è conservata la disciplina. Esistono nazioni nelle quali gli ecclesiastici hanno talune particolarità che parrebbero un allargamento, mentre negli stessi paesi si nota un consolante fiorire della vita ed influenza cattolica. Alludiamo in modo particolare all’America del Nord. Ma bisogna osservare che se talune particolarità possono indicare un maggiore agio materiale ed una maggiore snodatura, anche prescindendo da altre considerazioni, là il clero vive abitualmente la vita di comunità il che costituisce disciplina ben più stretta delle apparenti larghezze.

7) I fedeli vogliono vedere nel sacerdote qualcosa di più di quello che è in loro; nell’ordine ecclesiastico domandano maggiore compitezza e levatura di quanta non ne osservino nelle organizzazioni comuni. In essi la immagine del sacerdote prominente sull’altare rimane rilevata e non ne tollerano alcuna che sia contraddittoria con quella.

8) Finalmente è legge comune che tanto si aumenta la forza di volontà quanto, a parte la grazia di Dio, si aumenta l’esercizio della austerità e del sacrificio. Ciò significa che qualunque diminuzione di sacrificio, ossia di disciplina, significherebbe inevitabilmente unadiminuzione di presa della azione sacerdotale.

B) Attenuazione dello spirito della Croce.

Talune delle osservazioni, fatte per la proposizione precedente, dimostrano la falsità della proposizione presente e pertanto non sarebbe necessario insistere. E tuttavia bisogna affermare, a costo di ripetere, che essa è direttamente contraria alla essenziale impostazione della Rivelazione divina. Infatti il Verbo si è fatto uomo, è entrato nella famiglia umana; ha riaperto la sorgente della grazia ed ha redento attraverso la sofferenza. La Croce riassume tutto Gesù Cristo. In tal modo non solo ne è inseparabile, ma la Croce riassume tutta la sua via e tutta la divina saggezza contenuta nel suo messaggio. Una legge senza la Croce non è più di Cristo. Tutto questo sul terreno pratico Egli lo ha detto ripetutamente e duramente: «Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua» (Mt. XVI, 24 sgg.), «la porta è stretta e angusta è la strada» (Mt. VII,13 sgg.). San Paolo ha fatto chiari commenti. La santità ha battuto sempre questa strada e questo è accaduto necessariamente, non solo per la coerenza alla Redenzione sulla Croce, per la assimilazione a Cristo e per la dovuta espiazione, ma ancora per compiere in noi quello che manca nel tempo e nel Regno di Dio alla stessa passione di Cristo (cfr. Col. 1, 24). – L’idea di rammollire in qualche modo il senso della Croce con quanto essa significa è dovuta alla debolezza interiore di talune anime ed alla loro paura del mondo. Per lo più si tratta di un loro deragliamento spirituale, da giudicarsi per quello che è. Non si esclude in taluni il timore di non trovare seguaci a Cristo, se le cose si presentano dure. Forse qui c’è della buona fede, ma anche della pericolosa pusillanimità. Pretenderebbero che le cose fossero facili. Non devono essere facili, e per la dignità dell’uomo che riceve da Dio e per la dignità di Dio che dona all’uomo. Del resto attraggono assai più le ragioni forti che quelle deboli. L’orma che il Creatore ha stampato nelle sue creature si vitalizza assai più dinanzi a donazioni robuste che non a evocazioni di conciliante mollezza. Non per nulla Dio ci ha messo la sua grazia ed è per questo che può chiamare, come ha chiamato, attraverso la via della Croce. Quelli che attendono con intelligenza alla educazione di giovani sanno benissimo che in essi si ottiene assai più a domandare tutto che non a domandare metà. Si osservi infine: tolta la Croce che rimarrebbe di grande, di smagliante in tutte le virtù? E essa che dona le proporzioni alle migliori cose che possono fare gli uomini. Difesa la Croce sono difesi la penitenza, la mortificazione, la austerità, la rinuncia, il silenzio, la solitudine, la povertà, l’oblio, il patimento, i doveri pesanti, l’eroismo, l’olocausto, la disciplina, il metodo, la rigorosità di coscienza, il perdono, la restituzione di bene per male, il digiuno, l’offerta in spirito di vittima, il martirio. – L’idea di andare incontro al mondo dolcificandogli e rammollendogli quello che è amaro e duro è una capitolazione, non una furbizia. La verità mantiene pieni tutti i suoi severi diritti anche in questo campo.

C) Accettazione di alcuni principi marxisti per falsa carità verso i fratelli.

Il marxismo è monolitico. La accettazione di qualsivoglia sua conseguenza o applicazione «specifica» comporta la implicita accettazione del suo fondamento. Le separazioni tra effetto e causa sono assolutamente arbitrarie e non è lecito accettare una conseguenza pretendendo di non assumere le responsabilità del suo principio. Quanto alla inaccettabilità del principio marxista, che è materialismo, nessun cattolico può avere dubbi. Se li avesse sarebbe manifestamente o ignorante o in mala fede. Il punto è precisamente questo: il marxismo non lo si accetta a pezzi disgiunti: se se ne accetta una parte si assume la responsabilità di tutto. E pertanto un cattolico non salverebbe la sua ortodossia. Non salverebbe neppure la dignità della sua intelligenza, per la ragione seguente. Ammettere la bontà e la utilità di una applicazione del principio negatore di Dio anche ai soli effetti materiali ed ammettere insieme che c’è Iddio, unico principio della realtà esistente ed unico ordinatore di essa nella più perfetta ed unitaria finalità, è impossibile. Domanda un salto di logica che è mortale. Sul terreno puramente pratico: coloro che credono alla bontà parziale di talune applicazioni marxiste hanno gli occhi chiusi o forse li hanno troppo aperti e in mala fede. Parliamo di «occhi chiusi» perché non vedono che le applicazioni marxiste defraudano individui e popolo di tutta la libertà, inducendo un sistema di organizzazione talmente artificiale e meccanico da divenire antiumano e in prosieguo di tempo anche antieconomico e pertanto apportatore di più penose condizioni materiali. Parliamo di «occhi troppo aperti» perché le realizzazioni marxiste hanno certamente il pregio di creare posizioni di accentramento desiderate da uomini cupidi, i quali spesso non potrebbero altrimenti sperare di raggiungere posizioni di comando economico. – La verità è che la tintarella marxista ha beneficiato in qualche misura, anche presso oneste persone, della volgarizzazione di moda. E tutti sanno che le mode hanno sempre un singolare quanto inconsistente prestigio. – Dopo quanto si è detto per noi ha importanza il fatto che qualunque accettazione del marxismo o nei principi o nelle applicazioni specifiche comporta un almeno implicito o virtuale rinnegamento di Gesù Cristo ed una cancellazione del carattere di cristiano.

D) Sostituzione di un criterio educativo che tutto ceda alla personalità. Attenuazione del principio di obbedienza. Prevalenza dell’autocontrollo sulla disciplina.

In questa proposizione multipla c’è tutta la insofferenza patologica del nostro tempo. Essa è l’estremo tentativo di abolire la legge di Dio, mantenendo le apparenze di rispettarla. È insieme una aggressione ed una capitolazione. Questa proposizione è contraria o per lo meno lesiva di principi certi. Esaminiamo la prima parte della proposizione tenendo presente che in materia educativa il punto di vista cattolico può esprimersi nel modo seguente: «L’uomo, specialmente nella sua prima età, ha bisogno di educazione organica e ferma perché è immaturo, perché è debole umanamente con debolezza acuita dal peccato originale, perché deve ricevere dal di fuori di sé cose che non ha ancora, perché non ha maturo il discernimento ed è facile preda di ogni inganno ed errore, perché finalmente è soggetto a istinti, sentimenti e passioni turbinose ed obnubilanti specialmente nella adolescenza e giovinezza. Incompletezza, debolezza e facile passività alle suggestioni sono le ragioni per cui l’uomo ha bisogno sempre di una educazione, che gli deve venire da coloro dai quali si suppone esser già abbastanza superato il periodo delle naturali carenze. La educazione, o efficace conduzione dell’uomo verso la sua maturità complessiva, non può avvenire senza un ordine e questo è reso valido ed efficiente dall’uso ragionevole della autorità, sia essa dei genitori o sia di chi supplisce o completa i genitori. – È ovvio che la educazione si basa su principi inderogabili, il valore dei quali è costante quanto sono costanti la umana natura e la umana condizione. Circa i medesimi non si possono fare nella sostanza né mutazioni, né sostituzioni. Le mutazioni potranno riguardare gli aspetti marginali, gli strumenti, i metodi, le tecniche, non la sostanza. E attentato agli uomini il supporli diversi da quello che sono: in tal caso nulla sarà mai a loro conveniente». – Il concetto poi di personalità è certamente collegato col concetto di distinzione, la quale implica autonomia ed esclude ogni riduzione a denominatore comune. La personalità morale (si parla infatti di quella) viene raggiunta quando tutte le possibilità di un individuo sono messe in opera e quando egli è regolato nel suo interno senza alcuna riduzione della sua intelligenza e della sua libertà. E a questo punto che molti prendono l’abbaglio del quale è viziata la proposizione in oggetto. Infatti i più gravi attentati alla libertà ed alla vera autonomia, quindi alla personalità, l’uomo li ha nel suo interno dalla sua ignoranza, dai suoi istinti turbolenti e dal sentimento scatenato dal disordine soprattutto colpevole, dalle illusioni del suo orgoglio e dalle esigenze della sua sensualità. – In conclusione: la personalità morale la si raggiunge solo attraverso una perfezione interiore, la quale, oltreché necessitata a venir sostenuta dall’esterno per quanto si è detto sopra, deve armarsi soprattutto di umiltà, di distacco dalle cose terrene e di purezza. È dunque proprio la distinzione e la nobile autonomia dalle quali risulta la personalità morale che reclamano, perché essa si formi, la educazione e tutto il suo intervento. – Non può mettersi in dubbio allora che l’educazione reclama un ordine, che questo non sussiste senza l’uso della autorità e che l’autorità non è efficace se non si ammette la necessità della obbedienza. Anche la obbedienza cesserà di essere necessaria quando cambierà la natura umana. L’obbedienza in se stessa è fatta non tanto all’uomo quanto a Dio, avendo Egli disposto che la volontà sua arrivi alle creature attraverso umani strumenti. Così concepita, siccome va in realtà concepita, la obbedienza appare più partecipazione alla divina saggezza che diminuzione della umana autonomia, più completamento delle proprie carenze che sovrapposizione di altrui volontà. Chi obbedisce per il supremo motivo di essere conforme alla divina volontà non si abbassa mai ed obbedendo non apporta alcuna limitazione alla propria personalità, la quale ne esce anzi completata ed arricchita. – Messa dinanzi a queste chiare verità la proposizione appare falsa e pericolosa, appare soprattutto conseguenza di gravi lacune intellettuali. Altro giudizio si deve dare se la proposizione viene intesa in un modo che certamente essa non esprime, cioè si volesse intendere semplicemente:

– che si debbono sviluppare e non comprimere le doti positive;

– che si deve avere prevalente un criterio positivo e preventivo rispetto ad un criterio negativo e repressivo;

– che debbono capirsi e tenersi in conto le debolezze e i turbamenti prodotti dal moderno vivere frastornante, con le inevitabili complicazioni interiori dei giovani;

– che si deve ottenere una obbedienza «convinta» e non accontentarsi di una obbedienza «costretta», come si deve iniziare appena possibile dal convincimento piuttosto che dal timore; si può essere d’accordo. Ma è certo che gli assertori della proposizione non intendono tutto questo; essi vogliono semplicemente ridurre il campo della legge, aumentando quello della anarchia del piacere e del disordine. – Una parola va riservata all’autocontrollo quasi fosse l’antagonista della disciplina e la potesse sostituire, quasi si trattasse di due parallele tra le quali si dovesse scegliere. L’autocontrollo suppone chiarezza di visione sulla norma da seguire e forza di volontà per restare fedeli al proprio chiaro convincimento. Non si debbono spendere parole per dimostrare che l’autocontrollo è un punto d’arrivo, non un punto di partenza, un sogno da realizzare, non una fase d’inizio, una virtù acquisita, non una baldanzosa velleità. Chi non è abbastanza umile, continente, forte non ha autocontrollo reale. Esso suppone la educazione e l’aiuto del quale si è parlato fin qui. Autocontrollo e disciplina non sono due parallele, sono tra loro come effetto e causa. L’uno ha bisogno dell’altra, il primo viene raggiunto attraverso la seconda. La parola «autocontrollo» è certamente bella, ma inganna molti. Essa ha una storia, che qui non dobbiamo narrare. Ci basta aver messo in guardia. Non deve tacersi che la proposizione enunciata è «inumana». Ciò perché essa ignora la reale psicologia dei giovani e sentenzia come se le lacune, i dolori, le esitazioni, le incertezze, i pudori e le vergogne interiori della età più fresca non esistessero. Essa indurrebbe a pensare come se i ragazzi avessero di getto una capacità, una forza ed una chiarezza di visione che non hanno e che solo faticosamente e spesso penosamente conquistano. Si capisce questa inumanità se si riflette che essa è di origine protestante, segue cioè il filone accettato senza esame da molti che, attraverso Pestalozzi, si collegano a Rousseau. La mancanza di percezione del reale, la avulsione dalla esperienza, di cui la proposizione è prova, sono sufficienti a cancellarla in sede puramente umana, prima ancora che di fronte alla tradizione ed alla prassi cattolica. Essa tocca questioni di principio elementari.

E ) Democraticizzazione della Chiesa, aumento della caratura dei laici, limiti alla gerarchia.

Questa proposizione può essere sfumata e di fatto è sfumata spesso in modo da ridurla, davanti a teologi giustamente esigenti, a significati quasi passabili. Noi parleremo dopo delle «sfumature»; ora dobbiamo giudicarla come suono, affinché coloro i quali allungano il significato con moltissima acqua, non si fermino al fatto che «allungano e annacquano», ma capiscano che allungano ed annacquano un autentico veleno. Noi sappiamo che taluni veleni opportunamente diluiti sono sostenibili dall’organismo umano, ma questo accade solo dopo che il diluire ha sorpassato la soglia venefica. – Ora: la prima parte della proposizione è direttamente contraria ad una verità di fede – «la Chiesa è società gerarchica»; la terza parte intesa come deve essere intesa, per il solo fatto della giusta posizione, a tenore della prima è inconciliabile colla stessa verità di fede; la seconda parte, cha avulsa potrebbe intendersi anche in senso ortodosso, messa tra quelle due prende un significato che non è più possibile colla ortodossia. Infatti: la Chiesa è stata costituita da Cristo come società gerarchica. Ha avuto da Lui due gerarchie, quella di ordine e di giurisdizione, mirabilmente tra loro compaginate nella più completa unità. I poteri dati da Cristo alla gerarchia di ordine e di giurisdizione sono poteri propri e caratteristici, il che porta ad una precisa definizione di confini tra laici ed ecclesiastici, non in forza del solo diritto canonico, ma dell’ordinamento divino inderogabile. Come per diritto divino è definita la posizione della gerarchia così per lo stesso diritto divino è definita la posizione dei laici. Non è pertanto da credere che si possano avere delle mutazioni sostanziali su questo punto. – Lo sviluppo dello studio sui laici nella Chiesa potrà sciogliere cose cianciate in modo generico, potrà evolvere modi di collaborazione e strumenti di essa, potrà d’entrambi adattare le capacità alle esigenze dei tempi, ma non potrà mai uscire dall’alveo segnato negli inizi. Non si può credere che, a sviluppare una teologia dei laici, si spostino questi termini, perché, ove uno spostamento avvenisse, si lederebbe la istituzione divina. – Viene fatto di chiedersi donde abbia origine questo spirito (che talvolta alita) di democraticizzazione della Chiesa. Si resta certamente nel vero se si afferma che quello spirito è una suggestione dei tempi, accolta per ragioni di ignoranza teologica e per ragioni morali. I nostri tempi hanno conosciuto o credono aver conosciuto delle dittature. Se ne è formata una reazione. Come tutte le reazioni spirituali tende ad affermare non solo una libertà, ma un comando affidato al mutevole gioco di maggioranza e minoranza, con tutti i suoi prolegomeni e tutte le sue conseguenze. Quella reazione spirituale si getta in modo veemente contro tutte le diversità e contro tutte le limitazioni, soprattutto della libertà politica. In tale reazione si è formato un modo di pensare che è assolutamente contingente, quanto è contingente il fatto che lo ha determinato. Si tratta di una di quelle coloriture che a turno il mondo dà alle cose sue. Non è affatto a dire che la libertà sia una brutta cosa, (tutt’altro!), o che la democrazia non abbia le doti che giustamente le si possono attribuire. Si dice soltanto che i concetti puri ed ideali sono una cosa e che generalmente gli uomini li traducono in modo non sempre puro e scevro di scorie. Si afferma inoltre che questo modo di tradurre il concetto di democrazia, non scevra da scorie, tende a creare in spiriti meno provveduti una mentalità artificiale e volta contro la natura di una istituzione che ha origine e fisionomia divina, la Chiesa. In essa non si possono fare contaminazioni colle effimere cose di questo mondo. Naturalmente coloro che non sono in qualche modo ignoranti in tatto di teologia sanno bene quello che non si può accettare ed è per ciò che abbiamo elencato la ignoranza come una tra le cause di talune affermazioni. In più la democraticizzazione molce talmente coloro che vorrebbero comandare e non obbedire, che vorrebbero comandare essi e non lasciare comandare gli altri, che si ritengono non compresi, non valorizzati e non portati, da giustificare perché tra le cause della affermazione errata abbiamo messo quelle morali. – Ed ora veniamo alle sfumature, che tentano piallare la proposizione enunciata nell’intenzione di assottigliare la gravità e di renderla magari differibile. Un tentativo di «sfumatura» è il seguente: «non si vogliono dire eresie, si vuole soltanto affermare la necessità di indurre uno spirito più democratico». Che cosa può adunque significare uno spirito più democratico nella Chiesa? Forse una maggiore considerazione del popolo e di sue aspirazioni legittime? Ma che si devono sempre considerare i fratelli, i fedeli, con assoluta umiltà «non dominantes», ma «forma facti gregis ex animo» (1 Pt. V, 3) e ciò fino al punto di essere al loro «servizio» è sempre stato ideale affermato e praticato nella misura in cui gli uomini di Chiesa hanno fatto come Gesù Cristo ha voluto e come Lui ha dato l’esempio. Egli è andato in Croce per tutti gli uomini, ma ha detto quello che doveva dire, ha dato gli ordini che doveva dare, non ha ammesso discussioni dove non si doveva discutere, non ha chiesto la fede in Lui, ha stabilito si accetti quello che disporranno i deputati da Lui. In questo non è questione di democrazia, la quale, stando al termine, chiamerebbe sempre in causa un consenso collettivo escluso dalla costituzione della Chiesa, ma solo questione di morale e di aderenza al mandato di Cristo. Usare un simile termine per esprimere una tale giusta idea è fare cosa impropria e greve di equivoci pericolosi. – Si vuole forse intendere per democraticizzazione una variazione di forme e di distinzioni? A che scopo? Le forme esterne possono certo variare, ma debbono restare sempre, anche in sistemazioni diverse, quanto occorre per salvare la educazione e la pace tra i fratelli, la distinzione tra il valore sociale e quello individuale, tra l’ufficio a servizio del bene comune e l’interesse individuale, tra il merito e la inutilità. Messa così, la questione sta ai margini e non è su una questione di margini che si impostano la volontà o velleità di pretesi rinnovamenti. La verità è che si vuole allargare il margine della anarchia, restringere quello della obbedienza e del dovere, rendere facili le cose che dovrebbero invece per invito di Cristo (Mt. XXVI,24 sgg.) esser prese come sono anche se sono croci, abolire il precetto del Signore sul distacco dai beni terreni e lasciare illimitato campo all’orgoglio ed alla sensualità. La verità è che una simile proposizione suona facilmente là ove l’invidia e l’ambizione tengono il campo. E da considerarsi bene il caso, accaduto negli ultimi anni, di ecclesiastici i quali sembravano i portatori di nuovo eroismo e in parte si caratterizzavano per il disprezzo ostentato verso tutti gli altri ecclesiastici, non partecipi del loro sistema di vita. Non si dimentichi che la religione è l’alone di Dio, che in essa il criterio è divino; allora si comprenderà come le forme democratiche, accettabilissime nelle cose umane e spesso in esse migliori delle altre forme di regime, non vanno bene per Dio al quale solo si obbedisce, il quale non si appongono condizioni e limiti. Egli è il Signore. E l’alone che Lo riguarda non può ovviamente avere un diverso criterio. Non si dimentichi finalmente che nulla può dare valore alla nostra persona come la uniformità nostra alla volontà del Creatore. – Nessun limite può venir messo alla sacra gerarchia dai fedeli. La dottrina evangelica ci erudisce abbastanza sul potere dato a Pietro, depositario unico delle chiavi del regno, fondamento e centro della Chiesa, capace di disporre in terra ogni cosa che riguardi il raggiungimento del cielo, in ogni modo ed in ogni connesso. La costituzione dell’episcopato monarchico, nella successione apostolica, è parimente netta nelle fonti teologiche. Lo stesso  clero che appartiene pure alla gerarchia di Ordine soltanto, e cioè i diaconi e i preti, non fanno parte della Chiesa docente e sono soltanto cooperatori dei vescovi. – Vediamo che pensare circa l’aumento della «caratura dei laici». La loro figura è contenuta in un alveo preciso dalla dottrina che brevemente abbiamo riesumato fin qui. Essi rimangono dinanzi alla Chiesa come membri della sua società, membri del Corpo di Cristo, anime da erudire, santificare e guidare per la vita eterna. Essi entrano attivamente come figli nella Chiesa, non come padri o pastori, essi debbono cooperare. Non è dunque in questa situazione giuridica radicale che possono aumentarsi le carature dei laici, diminuendo naturalmente e proporzionalmente quelle della gerarchia. Non rimane di legittimo che una supposizione: si deve aumentare la caratura dei laici, chiamandoli a lavorare cooperando colla Chiesa più di quello che non sia accaduto fin qui; sia perché non è sufficiente a tutto la azione dei preti, sia perché nella attuale fisionomia del mondo la loro capacità strumentale per la santificazione e la salvezza dei fratelli è certamente aumentata. Intendiamoci: chiamarli a cooperare con chi resta superiore, non a iniziare autonomamente o a contenere entro più angusti limiti l’autorità della gerarchia alla quale si collabora. Si tratta di collaborazione subordinata. Sì, abbiamo detto che la capacità strumentale, non quella giuridica, dei laici è certamente aumentata nel mondo moderno. Spieghiamoci per evitare di essere male intesi. La fisionomia del mondo si è sempre spostata di più dal concetto topografico a quello sociale e di categoria. La divisione in categorie aumenta la vicinanza con taluni e mette distanze con altri. Molti ambienti sono diventati così meno permeabili agli ecclesiastici, molto più permeabili ai laici. E non si tratta solo della categoria, ma di molte altre circostanze che diminuiscono la penetrazione agli uni e la aumentano agli altri. E così che i laici diventano strumenti di maggiore valore per raggiungere anime che sono lontane e per realizzare meglio i fini dell’apostolato. La aumentata capacità strumentale loro la si dovrà certamente ritrovare, anche quando si pensasse che termini da raggiungere per l’apostolato non sono soltanto i singoli uomini, ma gli ambienti come tali, i circoli generatori della cultura, i livelli della grande informazione, della politica etc. Tali obbiettivi sono più raggiungibili, in via ordinaria, dai laici. Vien fatto di domandarsi donde provenga l’ansietà generosa che si nota in taluni scrittori (anche egregi) di promuovere una valorizzazione dei laici nella Chiesa, quasi che quella non ci fosse o fosse così infantile da dovere per giustizia farla promuovere ad uno stadio più adulto. In verità, se si leggono gli Atti degli Apostoli, bisogna dedurne che mai fu più adulta di allora la presenza dei laici nella Chiesa. Che se, sotto gli influssi indiretti del Protestantesimo prima, dell’illuminismo e del laicismo poi, i laici si occuparono sempre meno delle cose di Chiesa ed abbandonarono gli stalli delle confraternite belli come quelli dei canonici, i seggi dei consigli delle amministrazioni e dei protettorati nei superbi pancali, conservati ancor oggi in talune chiese, non è poi colpa del clero. Il quale al contrario ha promosso dal secolo scorso quel grandissimo movimento di associazioni nelle quali prese poi forma organica e appropriata la Azione Cattolica stessa. – E allora, che succede? Probabilmente talune preoccupazioni provengono dal fare della Chiesa la stessa valutazione dello Stato civile democratico, nel quale (almeno formalmente) i presidenti vanno in giacchetta come gli uomini qualunque e gli uomini qualunque vestono come i presidenti. Ma tale valutazione è fuori posto: la Chiesa non è lo Stato civile perché la «gestione del Regno di Dio» è affatto diversa basandosi su una verità ed una grazia che vengono da Dio e su una collaborazione libera alla legge di Dio comunque manifestata. Nella Chiesa come tale non ci sono proletari e capitalisti, aree depresse da sollevare e zone ricche, privilegiati e servi della gleba; nella Chiesa non c’è nulla di tutto questo e pertanto non ci sono classi da redimere od alle quali rendere giustizia. Ci sono solamente: Chiesa docente e Chiesa discente, peccatori e giusti, uomini viziosi e santi, cercatori della perfezione nell’amore di Dio e cercatori di difetti. Si tratta quindi di un fenomeno ottico il quale trasporta le immagini fuori della loro sede e trasferisce problemi là ove essi si dissolvono, o veste di colori umani una vicenda che nel suo fondo è divina. – La Chiesa, come tale, non amministra i beni terreni nella cui diversa partecipazione abbiamo ricchi e poveri, gaudenti ed affamati; la Chiesa, pur occupandosi di quanto necessario alle sue materiali esigenze, gestisce beni eterni, nei quali non esistono proletari e capitalisti. È da augurarsi pertanto che ogni considerazione sui laici si liberi da pericolose carenze di impostazioni o piuttosto da imitazioni illegittime. – La teologia dei laici non ha da scrivere alcun capitolo sostanziale nuovo ed il parlare lasciando sospettare o supporre che forse si possa trovare qualcosa di sostanzialmente nuovo in materia e sostanzialmente mutabile è contegno ingannevole e falso. Lo sviluppo della dottrina sui laici, se ci si allontana dal semplice dipanare ed applicare quello che sempre fu noto, non appartiene tanto alla teologia dogmatica quanto a quella morale, là ove si espongono i doveri soprattutto del proprio stato. Infatti oggi, per le ragioni sopra esposte, il dovere dei laici di collaborare colla Chiesa in ragione dell’immutabile titolo (battesimo e cresima con le loro conseguenze) è certamente cresciuto. È pertanto sconsigliabile in modo preciso il sistema di indulgere sull’argomento in quel modo che finirebbe con l’insinuare nei laici e uno spirito di indipendenza rispetto alla gerarchia ed uno spirito di critica e di controllo rispetto alla medesima, quale non si concilia certo con le posizioni rispettive, definite da Gesù Cristo. È per la stessa ragione sconsigliabile di far credito eccessivo o, peggio, esclusivo ad una certa letteratura importata o di ispirazione importata, che non preparerà certo dei cristiani eccessivamente rispettosi dei loro pastori. Non dimentichiamo che le più gravi angustie della Chiesa d’Italia in questo momento sono dovuti al fatto che un numero non disprezzabile di suoi figli, anche già militanti, si comporta nei suoi confronti con tale spirito di critica, di autonomia nei principi e positiva azione su delicati terreni da emulare in qualche momento i peggiori anticlericali del passato. Non è proprio il caso di allargare, con la improntitudine di chi non ha equilibrato giudizio in simili argomenti attinenti il dogma, questa dolorosa ferita.

F) Ecco un’ultima proposizione: «Riformare la liturgia e abolire il latino».

Quanto al latino abbiamo già lungamente intrattenuto il nostro clero sull’argomento colla apposita lettera del 10 agosto 1958 e crediamo di essere dispensati dal ritornare frettolosamente su di un argomento, trattato altrove con sufficiente ampiezza. Fermiamoci alle riforme liturgiche. Qui non si tratta di principi e di proposizioni attinenti in un modo o nell’altro alla verità rivelata, ma solo di disciplina. E tuttavia l’argomento è importante. Il giudizio sulla necessità di riforme e sulle riforme stesse appartiene alla Chiesa e non ai fedeli. Si tratta infatti di un punto dei più delicati della attività di governo ed il governo nella Chiesa appartiene al Papa ed ai vescovi nella soggezione piena al Papa. Comprendiamo dunque chiaramente che nella Chiesa l’argomento delle riforme di qualunque tipo e grado non può essere trattato alla maniera con cui lo si può trattare in un regime democratico e parlamentare. Stiamo attenti a non fare trasposizioni indebite e pericolose. Che nella liturgia si possano fare riforme lo dimostra il fatto che recentemente la Chiesa ha indotto delle riforme. È probabile che le riforme iniziate nel Pontificato della s.m. di Pio XII abbiano a continuare. Fin dove arriveranno? Crediamo che l’esame delle riforme fatte, la loro misura, il grado di mutazione indotta in parti liturgiche ormai definite (esempio: Settimana Santa), diano la linea di queste anche probabili mutazioni future. Risulta da queste considerazioni che ci saranno razionalizzazioni, semplificazioni, migliori armonizzazioni; non risulta affatto che ci saranno cicloni sterminatori con conseguenti creazioni ex novo. – E legittimo attendere quello che la Chiesa stessa ha in qualche modo lasciato capire che farà. Oltre non sappiamo, se rimangono salvi i principi enunciati sopra e che non sono solo delle nostre opinioni. – Una mentalità che anelasse a costruzioni ex novo crediamo sarebbe ingenua e male impostata. Nella Chiesa non si ha il campo delle effimere mode devastatrici per le radicali frettolose quanto moriture innovazioni. La Chiesa è terreno diverso da quello della noia, scontentezza, disperazione mondana. L’angoscia del mutare può avere una spiegazione nelle cose del gran mondo, ma non ha una spiegazione plausibile dove si prepara l’eternità nella luce di una verità intramontabile e nell’ambiente di certezze che non subiscono oltraggio per il rotar dei tempi. Quella mentalità è la trasposizione di una moda, che in parte è malattia, su di un terreno affatto improprio. – In effetti il mondo, che soltanto un attimo si ferma, è rapito dalla liturgia, come ne erano rapiti i nostri padri. Il guaio è che raramente si ferma un attimo a contemplare. Ed è inutile cambiare per chi non guarda. Si tratta dunque di mentalità di dubbia marca, che non è certamente indice di pacata e profonda veduta, di serena e documentata cognizione storica. Si noti che in genere la mentalità delle riforme è la mentalità dell’insofferenza. In verità la esperienza dice, anche per fatti piuttosto clamorosi, che i vaneggiamenti delle radicali riforme sono fenomeni di insofferenza spirituale, qualche volta, addirittura di isterismo. Concludiamo così questa prima rassegna di contaminazioni  teoriche e pratiche, le quali, perché ammannite in modo spesso subdolo o perché inserite in passioni veementi, possono alterare il rapporto vostro colla verità. Altre ne seguiranno perche intendiamo assolvere il nostro compito di vigilare affinché la verità non venga intaccata da alcuno.