J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (13)

CAPITOLO XXVII

CONTINUAZIONE DELLA RISPOSTA ALLE OBBIEZIONI

La lingua latina cristiana non è più barbara della filosofia cristiana, dell’architettura cristiana, della pittura cristiana, dell’Arte cristiana: vogliate non dimenticarlo. Dando al mondo per modelli classici gli scrittori che la parlarono, non è questo dunque un ricondurre il mondo alla barbarie letteraria più che non vi sia ricondotto sotto il riguardo artistico, dandogli per tipo l’Arte cristiana. Voi credete che la nostra gioventù sarebbe barbara in fatto di latino ov’essa parlasse in tutta quanta la sua purezza l’idioma di San Leone, di San Gregorio, di San Bernardo e di San Tommaso. Davvero! voi avete ragione; essa sarebbe altrettanto barbara, né più né meno, quanto i nostri pittori che facessero quadri come il Beato Angelico da Fiesole, quanto i nostri architetti che edificassero templi come le cattedrali di Reims e di Colonia. Tutto codesto timore della barbarie non è dunque se non una chimera. Perciò, sotto il punto di vista meramente letterario, le nazioni moderne non hanno interesse veruno nel mantenere nella educazione il regno esclusivo del paganesimo. Vo più lungi, e dico che il loro amore pel latino e pel greco li obbliga a rannodare la catena infranta alla metà del secolo XV, ed a ristabilire nell’istruzione della gioventù il regno del Cristianesimo. Questa asserzione ci pone agli antipodi di coloro che pretenderebbero che la restaurazione delle lettere latine in Europa dati dal secolo XVI. Noi affermiamo all’opposto che simile restaurazione è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento ben più, che questa è l’epoca e la cagion principale del decadimento e della corruzione della lingua latina, come è l’epoca e la cagione del decadimento dell’arte. Tale è la doppia proposizione che bisogna ora stabilire per far giustizia compiuta della prima obbiezione. Durante tutto il medio-evo i classici furono esclusivamente cristiani; ma è falso, affatto falso, che a simile cagione si debbano il decadimento e la corruzione delle lettere latine, non più che quella delle scienze e delle arti. È dunque egualmente falso che tutte queste cose siano uscite dalla barbarie nel XVI secolo, sotto l’influsso del paganesimo. Al pari dell’arte pagana, la lingua latina pagana seguitò il muoversi della società pagana, di cui essa era l’espressione; ingrandì con quella, cadde con quella, come la forma cade e s’altera col fondo stesso che la sopporta e che la inspira. – Perciò appena Augusto discese nella tomba, e già sotto Tiberio, quando non vi era peranco vcrun classico cristiano, il latino comincia ad alterarsi. L’età dell’oro è bentosto seguita dall’età dell’argento, che non tarda a dar luogo a quella del ferro: tutti i monumenti letterari ne fanno fede. Se dunque, malgrado gli sforzi dei maestri i più segnalati, fra gli altri di Quintiliano, le lettere e le arti declinano nello stesso seno del paganesimo, lo ripetiamo, non lo si deve attribuire né all’uso dei libri cristiani, né all’influsso del Cristianesimo, ma piuttosto alle vicende dell’Impero e soprattutto alle dissensioni intestine, al contatto colle nazioni barbare, alle loro scorrerie ed al loro soggiorno in tutte le parti della repubblica, ed in ispecie alla corruzione generale dei costumi, la quale, un po’più presto od un po’ più tardi, ma inevitabilmente, trae seco la corruzione della letteratura e delle arti. Quindi, allorché i barbari, fattisi signori dell’antico mondo, ebbero coperto di mine il suolo saccheggiato, devastate le città, distrutte le scuole, bruciate le biblioteche, le lettere e le arti dovettero sparire quasi interamente. Qui pure non è né ai classici cristiani, né alla influenza del Cristianesimo che imputare si deve la barbarie in cui caddero lettere, arti e scienze. Al contrario; se alcun prezioso germe fu conservato, devesi renderne omaggio al Cristianesimo. Ritornata la calma, la Chiesa capì eh’ essa non aveva la missione di rifar la lingua pagana più che di risuscitare la società pagana. Sua prima cura, come lo indicammo, si fu di creare un novello mondo con gli infranti elementi del mondo pagano e con gli elementi ancor greggi del mondo barbaro. Si pose all’opera, persuasa che il novello mondo saprebbe col tempo crearsi una nuova lingua. La cosa infatti ebbe luogo; e noi crediamo avere stabilito che la nuova lingua, organo della società cristiana, fu per lo meno cosi perfetta come l’antica, organo della società pagana. – Egli è falso pertanto che la lingua latina, le scienze e le arti siano state ristorate in Europa dall’influenza de’classici pagani: come tutti sanno, il paganesimo nella educazione non data, se non dalla fine del XV secolo. Ora, più di trecent’anni prima di questa epoca, le lettere, le scienze e le arti erano state ristorate: che dico! si erano innalzate al più alto grado di perfezione. Prova ne sia che non v’ha ramo di scienza o d’arte, il quale non abbia generato capi d’opera, la cui perfezione non fu mai sorpassata. E giacché l’occasione ci si offre, ci sia permesso, raccogliendo i tratti sparsi in questa opera, di mostrare una buona volta e la magnifica realtà ed il meraviglioso segreto di cotale restaurazione, così sovente negata dagli uni e così male intesa dagli altri. Partiamo da un principio innegabile: la civiltà delle società non comincia né dalla coltura delle lettere e delle arti, né dalla costruzione dei teatri, né dalla eleganza del vestire, né dai comodi della vita materiale. Essa ha la sua origine ed il suo fondamento nei buoni costumi; i buoni costumi hanno per base l’esatta cognizione e la pratica fedele dei doveri della religione, secondo il detto della Scrittura: Inìtium sapieniiæ timor Domini. Infatti, il vero e il giusto sono il doppio fondamento della società: il bello non ne è se non il raggiare. Pertanto, solamente dopo essersi ben bene nutrita di sì sostanziosi alimenti, la società può darsi alla ricerca del bello, cioè allo studio delle lettere e delle arti. Così vogliono e la ragione e la logica. – Cosiffatto si fu il cammino intellettivo, seguito nel medio-evo dalle nazioni cristiane. Dopo le prime Crociate, le quali sì efficacemente contribuirono ai progressi dello spirito umano, si ebbe fretta di profittare della calma di cui godeva l’Europa. Liberi di darsi, secondo l’ordine dei sacri canoni, allo studio di tutte le scienze, i grandi intelletti che contenevano il clero ed i monasteri si concentrarono tutti con mirabile unanimità sulle scienze religiose e morali. Grazie ai loro sforzi, quelle alte scienze raffermate nella loro base, spiegate in tutte le loro parti, logicamente esposte nelle loro relazioni, presero un immenso sviluppo. Mentre oggidì tutta quanta l’umana attività concentrasi sul mondo fisico, il moto intellettuale di quella grande età si volse per intero verso le speculazioni della religione e della metafisica. Quindi ne viene che le numerose accademie, nate allora in tutte le parti d’Europa al soffio vivificante della Chiesa, non furono in origine se non scuole di teologia. – A questi magnifici studi Sant’Anselmo diede la forma, cioè la dialettica; Pietro Lombardo, più noto sotto i l nome di Maestro delle sentenze, procurò il fondo, estratto con un ammirabile lavoro dalle opere dei Santi Padri. L’ accrescimento venne loro da Alberto il Grande: la mano di San Tommaso e di San Bonaventura vi aggiunse la perfezione. Appena la scienza divina fu stabilita sovra un fondamento incrollabile, la filosofia fu costituita in modo non meno sodo. Aristotelica per la forma, ma cristiana nel suo oggetto, nei suoi princìpi, nelle sue dottrine, nel suo metodo, essa si manifestò con tutta la sua magnificenza nella Somma di San Tommaso. Qui la teologia e la filosofia si danno sempre la mano, si prestano un reciproco concorso e si mostrano talmente unite, che formano non so qual meraviglioso complesso, il quale non poté stancare l’ammirazione di sei secoli. Quest’opera è, infatti, la più bella che sia uscita dall’intendimento dell’uomo; opera angelica e quasi divina; ultimo limite del genio, fonte d’ogni scienza, tesoro d’ogni verità, confutazione d’ogni errore, arsenale d’ogni verità, esposizione la più vasta della religione cristiana, il più forte baluardo della Chiesa, gloria immortale dell’umano spirito, sola giudicata degna dai Padri del Concilio di Trento di stare a fianco dell’Evangelio, in mezzo alla sala delle loro auguste assemblee, onde togliere le difficoltà e terminare le controversie che potessero sorgere nella definizione dei dogmi cattolici. Dalla teologia, cioè dalla perfetta cognizione della legge divina e dalle relazioni sovrannaturali dell’ uomo con Dio, nacque la scienza delle leggi umane, cioè delle relazioni degli uomini tra loro. Non si rinviene dallo stupore, quando studiando i monumenti di questa età, si vede l’altezza alla quale era giunta la cognizione del diritto sia divino, sia umano, sia naturale, sia positivo, sia ecclesiastico, sia civile, sia politico. – D’altra parte, non si creda che le alte scienze, innalzate, come conviene, al posto d’onore nella estimazione e nell’amore dei nostri avi, assorbissero esclusivamente la loro attenzione. La religione e la società essendo poste al sicuro da ogni attacco, uomini di un grande sapere presero a scrutare tutte le parti del mondo fisico, affine di scoprire le proprietà dei corpi e di farle servire al vantaggio materiale ed anche ai piaceri della vita umana. In allora si scopersero tre cose, le quali, come fu detto, mutarono condizione, costumi, abitudini dell’universo: la stampa, la polvere e la bussola. Sì, codeste tre meraviglie, delle quali noi siamo così orgogliosi e di cui troppo spesso abusiamo, noi le dobbiamo a quei secoli che i moderni barbari non temono punto d’accusare di barbarie. Nell’ordine puramente fisico, i progressi non ristettero lì. Le matematiche, la geografia, l’astronomia, la chimica, la medicina, in una parola tutte le scienze naturali gettarono un vivo splendore, che servì ad illuminare la via percorsa dai secoli seguenti. Tali scienze si insegnavano pubblicamente dai più esperti maestri a migliaia di giovani intelletti: il che fece dare a quelle scuole illustri il nome di università. Contemporaneamente a questa universale restaurazione delle scienze camminava di egual passo la restaurazione delle lettere e delle arti. Lo stesso secolo che produsse San Tommaso, il dottore angelico, il principe de’ teologi, produsse Dante, il poeta divino ed il re di tutti i poeti. Per l’altezza del soggetto, per la magnificenza dello stile, pel vigore della espressione, per l’armonia del verso, la sua Divina Commedia si lascia addietro di molto tutte le opere poetiche dei pagani. Il mondo era ancora sotto il fascino di quella meravigliosa poesia, quando la voce di Francesco Petrarca si fece sentire. I suoi canti armoniosi non eccitarono minore ammirazione della forte composizione di Dante. Nulla v’ha di più vigoroso di Dante, nulla v’ha di più soave del Petrarca; nell’uno e nell’altro la poesia s’innalza al grado il più sublime. Ciascuno nel .suo genere è sì perfetto, che sorpassa od eguaglia almeno tutti i poeti che lo precedettero o che lo seguirono. (Faremo notare, coi più giudiziosi critici, che i lati deboli di quei due glandi poeti sono appunto quelli in cui essi vollero mescolare il paganesimo col cristianesimo. Questo miscuglio forma pure il pericolo di alcuni scritti del Petrarca.) – Quanto all’eloquenza, essa non era in uso se non nelle chiese. Dacché il governo dell’Impero romano era diventato privilegio di un uomo solo, e dacché il popolo non era più stato chiamato a dare il suo suffragio nelle pubbliche assemblee, l’eloquenza popolare era caduta; la sua caduta data dal regno dei Cesari. Lo stesso dicasi dell’eloquenza curiale. La sapienza della Chiesa aveva stabilito fra le nazioni cristiane quelle forme di giudizio, in cui più non si decideva sotto l’impressione della parola di un avvocato, subito e per così dire tumultuariamente, della fortuna e della vita degli uomini; ma in cui si procedeva lentamente, dopo maturo esame ed in seguito ai detti contraddittori delle parti. Quel genere di eloquenza, per nulla necessario, talvolta anche pericoloso, era pure caduto da secoli. Quanto all’eloquenza del pergamo, la sola quasi che fosse praticata, essa fiorì a meraviglia. I secoli posteriori non videro oratori che esercitassero sulle nazioni quell’impero prodigioso che fu privilegio di San Bernardo, di Sant’Antonio da Padova, di Guglielmo da Parigi, di San Bonaventura, di Giovanni Taulèro, di San Vincenzo Ferrerò, di San Lorenzo Giustiniani, di San Bernardino da Siena e di molti altri, la cui parola dominatrice regolava sovranamente e le cose dei popoli e le controversie dei re. – Ma come il cammino razionale del progresso va dallo studio delle scienze a quello delle lettere; così, esso trascorre dallo studio delle lettere alla coltura delle arti. Infatti, sebbene lettere ed arti esprimano le idee, le credenze, i costumi della società, le une con parole, le altre con segni, tuttavia, a quella guisa che il pensiero si manifesta più facilmente colla parola che non con statue o con quadri, così gli artisti non vengono se non dopo i poeti e gli oratori. – Ne risulta che le arti ricevono il loro impulso dalla letteratura, come la letteratura medesima riceve il moto dalle alte scienze. I secoli anteriori al Rinascimento confermano eloquentemente questa induzione. – A tale epoca l’ardente studio di tutti i generi di letteratura produsse la coltura ammirabile d’ogni arte. La pittura, ristorata nel secolo stesso di San Tommaso e di Dante, da Cimabue, fece magnifici progressi sotto l’influsso di Giotto, discepolo di Cimabue, degno di avere per panegiristi Dante stesso e Petrarca. Nello stesso XIV secolo, il Pisano la circondò di nuova gloria, e sul cominciare del secolo seguente, il Beato Angelico la innalzò alla perfezione. – Si fu nel cielo, per testimonianza di Michelangelo medesimo, che il Beato Angelico trovò il tipo delle sue inimitabili figure; in egual tempo che la pittura, la scultura e l’architettura salivano rapidamente all’ultimo termine della gloria. Infatti, Giotto ed il Pisano furono ad una pittori ed architetti segnalati. – Sì, e noi, noi diciamo senza un maligno piacere, si fu in quei secoli tanto diffamati che furono in ispecie costrutte quelle chiese, quelle cattedrali, quei Duomi, in cui il marmo, lavorato con infinita delicatezza, unisce gli svariati riflessi delle sue incrostazioni alle magnificenze della pittura; in cui la pietra ed il granito prendono, sotto lo scalpello dello scultore, le forme le più graziose e le più svelte, colla stessa agevolezza dell’argilla sotto le dita del vasaio; in cui la chimica, dando segreti sconosciuti prima e sconosciuti dopo, sospese colla mano del vetraio quei meravigliosi tappeti di porpora, d’oro e d’azzurro alle vaste finestre delle nostre venerabili basiliche: secoli per sempre barbari, in cui una quantità di monumenti, rimasti sinora senza rivali, innalzarono alla perfezione l’Arte cristiana in tutta la sua purezza. Sono inoltre onore del medesimo secolo non solo tutti gli altri incomparabili artisti del XV secolo, come Antonio da Messina, inventore della pittura a olio, il Donatello, l’Alberti, il Verrocchio, maestro di Leonardo da Vinci e del Perugino; ma ancora Leonardo da Vinci stesso, il Perugino, Bramante, Raffaello e Michelangelo. Infatti, benché questi artisti siano morti nel XVI secolo, pure ei cominciarono a fiorire nel XV, e dovettero alla scuola cristiana, fondata nel XIII secolo, e le loro idee ed i loro princìpi ed il fondamento della gloria immortale che si acquistarono. Per non citarne se non una prova, egli è un fatto nolo nelle vie del mondo dolio, che Raffaello e Michelangelo, principi degli artisti, si nutrivano di continuo, il primo della lettura del Petrarca, ed il secondo di quella di Dante. Quindi venne che Michelangelo riproducesse il vigoroso stile di Dante, e Raffaello lo stile grazioso e gentile del Petrarca. Perciò, cosa degna della più seria attenzione, tutti gli uomini immortali che dal secolo X I sino alla fine del XV innalzarono scienze, lettere ed arti ad un sì alto punto di perfezione, attinsero i loro princìpi, le loro idee, le loro regole e le loro ispirazioni dal Cristianesimo. Ciò che la stella fu pei Magi, la face della fede lo fu per ciascuno di loro. Si è unicamente alla sua luce ch’essi andarono debitori di percorrere con sicurezza, con facilità e con gloria la carriera aperta al loro genio. Un altro titolo di gloria pei secoli di fede, si è l’aver essi creato una scienza nuova, un’Arte nuova, esclusivamente cristiana ed appropriata alle nazioni cristiane, e non di aver fatto, come i secoli seguenti, una misera copiatura della scienza e dell’Arte pagana. – La stessa creazione avvenne in letteratura: nuovo omaggio ai secoli di fede. Primieramente, nulla è così vero come il dire che le tre più belle lingue d’Europa e del mondo, la lingua francese, la lingua italiana e la lingua spagnola traggono la loro origine dalla lingua latina. Ma devesi notare (il che non si nota se non da pochi) che cotali lingue non sono per nulla figliuole della lingua latina pagana, ma sì della lingua latina cristiana. . Esse ricordano non già la maniera di Cicerone, ma bensì la maniera di San Leone e di San Gregorio. Vi si ravvisa lo stesso taglio di periodo, lo stesso orrore per la vana abbondanza di parole; la stessa indole di sintassi, chiara e semplice (Quindi, fra mille esempi, venne il che, sempre espresso nelle nostre lingue moderne, e quasi sempre tolto nella lingua latina pagana.); lo stesso genere di stile, scelto, gradevole, grave; la stessa significazione per una quantità di parole, significazione nuova ed interamente cristiana; lo stesso uso delle grazie, casto e moderato; lo stesso modo a un dipresso quanto al numero, naturale e senza affettazione. Quindi ne viene che leggendo codeste belle lingue, uno crede di leggere San Girolamo nelle sue traduzioni sacre, o San Gregorio, Beda, San Pier Damiano, San Bernardo, San Tommaso e San Bonaventura. Qui non v’è illusione alcuna: da quelle fonti pure e feconde provennero infatti ed il genio e la sintassi dei nostri stupendi idiomi, ed anche la più parte di loro parole; vocabula manant parce detorta. Stessa origine per la poesia. Certo, non già in Omero, né in Virgilio, né in Orazio, né in Pindaro, ma nei Profeti e nell’Evangelio i padri della poesia francese, italiana e spagnola cercarono le sublimi loro idee, l’audacia loro felice, il loro modo di dipingere e di sentire, l loro stile, la loro elocuzione, il loro procedere. Non al Delius vates chiesero le loro ispirazioni, ma sì alla fede. Persino la forma della nostra moderna poesia ne indica l’origine cristiana. Differentemente dalla poesia pagana, questa poesia non misura i suoi versi né dai piedi, né dalla quantità lunga o breve delle sillabe, ma dal numero delle sillabe e dalla rima. Tale è, come tutti sanno, il carattere proprio della poesia di San Gregorio, di San Bonaventura, di San Tommaso e degli altri poeti latini dei nostri secoli di fede. Nessuno ignora che il ritmo da essi inventato è ancora quello della poesia moderna, soprattutto della poesia italiana. Nate dall’idea e dalla letteratura cristiana, le belle arti presero esse pure il suggello cristiano in tutta la sua purezza. Lo si trova non solo nei loro soggetti e nei loro motivi, ma ancora nel loro stile, nel loro genere di bellezze, nel fondo e nella forma delle loro opere. Ciò si vede specialmente nell’architettura cristiana che si chiama gotica. Vi sono ancora alcuni che la biasimano. Essi dicono: « Coll’arditezza o piuttosto colla temerità dei suoi concepimenti, quell’architettura stanca lo sguardo dello spettatore anziché adescarlo: colpisce penosamente l’anima, che getta in una specie di turbamento e di stupore. Tratta la pietra con libertà tale, scherza con tale audacia con tutti gli ostacoli, che non si ravvisa, né s’indovina il motivo di quei giuochi di forza, o piuttosto di quei capricci ». – La sola ignoranza può ragionare in tal guisa dell’architettura gotica. Tenere simile linguaggio si è un porre il proprio posto fra il volgo degli artisti, i quali non cercando nell’arte se non il piacere prosaico e sensibile dell’occhio e dell’immaginazione, lo considerano quale ultimo scopo dell’arte. Ciò è ad un tempo vergognoso e assurdo, poiché non è maggiormente permesso di dire che il piacere sensibile sia lo scopo ultimo dell’arte, che noi sia di affermare che i sensi e l’immaginazione sono tutto quanto l’uomo. – Del rimanente, non v’ha a stupirsi se i templi greci e romani hanno il privilegio esclusivo di eccitare l’ammirazione di simili giudici. Tale è la condizione, la natura, lo scopo di quei monumenti, che lasciano vedere a prima vista ed il segreto di loro armonia, ed i motivi del loro ordinamento. Nulla essi lasciano a indovinare; nulla nel loro complesso oltrepassa il livello dei sensi e delle volgari abitudini dell’anima; la loro nudità, la semplicità dei loro ornamenti dispensano da ogni fatica, da ogni studio l’anima del riguardante, e permettono alla sua immaginazione ed ai suoi occhi di riposare tranquilli in una vana contemplazione. Ecco perché consimili edifici sono belli di una bellezza puramente sensibile, ma nudamente di una bellezza morale ed intellettuale. Essi piacciono, ma non colpiscono guari: ricreano l’occhio e l’immaginazione, ma non innalzano l’anima al di sopra delle basse regioni della vita sensibile; non eccitano nella stessa alcun moto divino, non le ricordano alcuna rimembranza del mondo sovrannaturale. Lungi da ciò, l’aspetto generale delle loro forme e delle loro linee architettoniche tiene per forza abbassato lo sguardo verso la terra; quello non parla all’uomo se non un linguaggio terrestre, e non eccita in lui se non pensieri e desideri terrestri. E come si vorrebbe che fosse diversamente? Non è già per onorare il vero Dio né per riformare i costumi dell’uomo che i templi pagani furono eretti, ma si per far trovare all’uomo la felicità quaggiù, e per eccitare le sue passioni e lusingare i suoi sensi. Perciò, il Greco od il Romano non provò mai sotto le vòlte de’suoi templi un solo movimento di eutusiasmo divino. Che tali templi abbiano tutte le condizioni della bellezza sensibile, ne convengo; ma essi non poterono, né potranno mai essere gli eloquenti predicatori del mondo sovrannaturale, né dei suoi sublimi misteri, né delle sue mirabili bellezze, né dei suoi divini splendori. – Al contrario, questo è il glorioso privilegio delle chiese gotiche. Le loro torri slanciate verso il cielo, ch’esse sembrano cercare e raggiungere; le loro volte ardite, le loro ogive che forzano lo sguardo a sempre innalzarsi, le loro gigantesche proporzioni, i loro archi immensi: che mai annunziano essi se non il trionfo assoluto del genio dell’uomo sulla materia, ed il sublime sforzo dell’anima sua per innalzarsi al di sopra del mondo corporeo? Poi, quella pietra, quel marmo ammollito sotto lo scalpello, quei corpi sì pesanti, che perdono in certo modo le loro parti materiali per spiritualizzarsi; quelle linee che fuggono in tutti i sensi e che si prolungano quasi sino all’infinito; quella luce a vari colori che penetra per quei rosoni, per quelle invetriate sì ardite, che si direbbero piuttosto dipinte che scolpite alle porte ed ai vasti lati di quei giganteschi edifici: tutte codeste cose non trasportano esse l’anima nella regione dei miracoli, e non la obbligano forse a pensare al Supremo Architetto dell’universo? – Quest’architettura cristiana non eccita, ne convengo, la sensibilità fisica, non lusinga voluttuosamente l’immaginazione, ma penetra nelle profondità di nostra esistenza, assale le fibre le più intime dell’anima, vi risveglia la fede, l’innalza al di sopra delle cure e delle pene di questa miserabile vita, vi produce impressioni morali, lusinga l’immaginazione avida di grandezza e di magnificenza, rapisce tutte le facoltà intellettuali, ed innalza l’uomo al desiderio ed alle cure della vita futura. Perciò, sebbene noi siamo ancora sulla terra quando entriamo in quegli immensi edifici, pensiamo al cielo, e la vista delle opere dell’uomo ci porta sino a Dio. In una parola, l’architettura gotica delle nostre chiese, basata sul principio cristiano, altro non è se non la manifestazione sublime del pensiero cristiano, poiché scopo del Cristianesimo è quello di sciogliere l’uomo dalla tirannide dei sensi e d’innalzarlo alla contemplazione ed all’amore delle cose celesti. Esaminando freddamente il cammino generale dello spirito umano, si vede che in quell’età gloriosa gli scrittori e gli artisti ebbero il medesimo pensiero ed il medesimo scopo, cioè di esprimere, gli uni con parole, gli altri con segni, le idee, le credenze, le verità, i costumi cristiani, mirabilmente sviluppati dalla teologia e dalla filosofia cristiana. Tale è la vivacità e la purezza della fede che presiede alle loro opere, che gli uni e gli altri si mostrano gl’interpreti e i traduttori fedeli delle stesse verità. Ciò che gli scrittori rendono colla parola, gli artisti lo figurano in un linguaggio, diverso, é vero, ma collo stesso stile semplice, corretto, elegante, grave e quasi divino. Ora, secondo il detto già citato, il bello è lo splendore del vero: Pulchrum splendor veri. Dunque le lettere e le arti di quell’età brillano di tutto lo splendore della bellezza, perchè, affatto imbevute della verità cristiana, non riflettono se non i raggi del vero; dunque la stessa verità cristiana, ispirando i poeti e gli artisti, dà ai primi os magna sonaturum, ed ai secondi manum magna et pulchra confecturam. Ora, v’è egli a stupirsi se i grandi uomini dei secoli di fede non gustavano nell’età matura se non la scienza cristiana, la letteratura cristiana e l’Arte cristiana? Dall’infanzia esclusivamente nutriti dei classici cristiani, quasi altro non conoscevano se non il Cristianesimo e conservavano fedelmente ciò che dapprima avevano ricevuto: Quo semel imbuta fuerit recens testa diu christianum servavit odorem. – Avevamo noi torto (chiederemo terminando) di affermare che la ristorazione generale delle scienze, delle lettere e delle arti in Europa è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento? È egli ancor permesso di sostenere che se i libri classici diventassero di nuovo cristiani, si ricondurrebbe il mondo alla barbarie? Non è egli chiaro come il sole che, sotto l’influsso dei classici cristiani, due cose hanno avuto luogo? La prima, che le scienze, le arti e le lettere diventate essendo interamente cristiane, il mondo vide sorgere dalle fondamenta sino al tetto, il più magnifico edificio della sapienza e della civiltà che l’occhio umano abbia mai contemplato ; la seconda, che la teologia, la filosofia, la letteratura, le arti, giunte al colmo della perfezione, produssero in ogni genere uomini sì grandi, che né il passato né il presente nulla hanno da paragonare ad essi: Alberto il Grande e San Tommaso, Dante e Petrarca, Giotto ed il Beato Angelico, ed anche Raffaello e Michelangelo? Curvate il capo: ho nominato i re immortali della scienza, della letteratura e delle arti.