NOVEMBRE è il mese che la Chiesa dedica alle Anime Sante del Purgatorio

“Ahimè, quanto debole è la nostra fede! Se un animale domestico, un piccolo cane cade nel fuoco, si ritarda forse a trarlo fuori? E vedere i vostri genitori, benefattori, le persone più care, contorcersi tra le fiamme del Purgatorio, non è forse nostro dovere urgente alleviare le loro pene? Si ritarda, si consente che passino lunghi giorni di sofferenza per quelle povere anime, senza che si faccia uno sforzo per esercitare le buone opere che possano lenire i loro dolori “.

Schouppe, dal suo libro:. Purgatorio, pp 238-239, 1893 Imprimatur

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PREGHIERA

L’eterno riposo donate loro, o Signore, e risplenda ad essi la luce perpetua: per sempre con i vostri santi, perché Voi siete misericordioso!

V. Il Signore sia con voi.

R. E con il tuo spirito.

Supplici, Vi preghiamo, o Signore, perché la preghiera del vostro popolo possa essere a beneficio delle anime delle ancelle e dei vostri servi defunti: liberandoli da tutti i loro peccati, rendeteli partecipi della vostra redenzione. Amen.

L’eterno riposo donate loro, o Signore, e lasciate che risplenda su di essi la luce perpetua. Amen. Possano le loro anime e le anime di tutti i fedeli defunti, per la misericordia di Dio, riposare in pace. Amen

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Preghiera per le anime del Purgatorio

O Gesù, Voi che avete sofferto e siete morto affinché tutta l’umanità fosse salvata e portata alla eterna felicità:

Per i cari genitori e nonni, *(*… Gesù mio Misericordia!)

Per i miei fratelli, sorelle ed altri parenti, … *

Per … i miei padrini di battesimo e Cresima, … *

…. i benefattori miei spirituali e temporali, …*

…. i miei amici e vicini, … *

… coloro per i quali ho amore ed obbligo di pregare, *

… coloro che hanno subito da me oltraggi o danni, … *

…. coloro che sono particolarmente amati da Te, … *

…. coloro la cui liberazione è vicina, … *

…. coloro che desiderano essere maggiormente uniti a Te, … *

…. coloro che sopportano le più grandi sofferenze … *

… coloro la cui liberazione è più remota, *

… coloro che non sono mai ricordati, … *

… le anime sofferenti meritevoli per i loro servizi alla Chiesa, … *

…. i ricchi, che sono ora i più indigenti, …*

…. i potenti, che ora sono impotenti, …*

…. i ciechi spirituali di un tempo, che ora vedono la loro follia, … *

…. i frivoli, che hanno trascorso il loro tempo nell’ozio, … *

…. i poveri, che non cercano i tesori del cielo, … *

…. i tiepidi, che hanno dedicato poco tempo alla preghiera, … *

…. gli indolenti, che hanno trascurato di compiere opere buone, … *

…. quelli di poca fede, trascurati nel ricevere frequenti sacramenti, *

…. i peccatori abituali, salvati da un miracolo della grazia, … *

…. genitori che non hanno vegliato sui loro figli, … *

…. i superiori non solleciti per la salvezza di quelli loro affidati,… *

…. coloro dediti alle ricchezze ed ai piaceri mondani, … *

…. coloro che per mondanità, non hanno usato ricchezza e talenti al servizio di Dio, … *

…. coloro che assistendo alla morte di altri, non pensano mai alla loro, … *

…. coloro che non prevedevano vita nell’aldilà, … *

…. coloro la cui pena è grave a causa delle cose grandi a loro affidate, …*

…. i Papi, re e governanti, …*

…. i vescovi ed i loro consiglieri, …*

… i miei insegnanti e direttori spirituali, … *

…. i sacerdoti defunti di questa diocesi, … *

…. i sacerdoti e religiosi della Chiesa cattolica, … *

…. i difensori della santa fede, … *

…. coloro che sono morti sul campo di battaglia, … *

…. coloro che hanno combattuto per il loro paese, … *

…. coloro che sono stati sepolti in mare, … *

…. coloro che sono morti di colpo apoplettico, … *

…. coloro che sono morti di attacchi di cuore, … *

…. coloro che hanno sofferto e sono morti di cancro, … *

…. coloro che sono morti improvvisamente in incidenti, … *

…. coloro che sono morti senza gli ultimi riti della Chiesa, … *

…. coloro che moriranno nelle prossime ventiquattro ore, … *

…. la mia povera anima quando dovrà comparire davanti al vostro tribunale … *

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 Il Concilio di Trento – IL PURGATORIO

 primo decreto

Iniziato al terzo giorno del mese di dicembre, MDLXIII., e terminato il quarto giorno, sotto il Sommo Pontefice, Pio IV.

Poiché la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito santo, conforme alle sacre scritture e all’antica tradizione, ha insegnato nei sacri concili, e recentissimamente in questo Concilio ecumenico (403), che il purgatorio esiste e che le anime lí tenute possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli e in modo particolarissimo col santo sacrificio dell’altare, il santo Sinodo comanda ai vescovi che con diligenza facciano in modo che la sana dottrina sul purgatorio, quale è stata trasmessa dai santi padri e dai sacri concili (404), sia creduta, ritenuta, insegnata e predicata dappertutto. – Nelle prediche rivolte al popolo meno istruito, si evitino le questioni più difficili e più sottili, che non servono all’edificazione, e da cui, per lo più, non c’è alcun frutto per la pietà. Così pure non permettano che si diffondano e si trattino dottrine incerte o che possano presentare apparenze di falsità. Proibiscano, inoltre, come scandali e inciampi per i fedeli, quelle questioni che servono (solo) ad una certa curiosità e superstizione e sanno di speculazione. – I vescovi, inoltre, abbiano cura che i suffragi dei fedeli viventi e cioè i sacrifici delle messe, le preghiere, le elemosine ed altre pere pie, che si sogliono fare dai fedeli per altri fedeli defunti, siano fatti con pietà e devozione secondo l’uso della Chiesa e che quei suffragi che secondo le fondazioni dei testatori o per altro motivo devono essere fatti per essi, vengano soddisfatti dai sacerdoti, dai ministri della Chiesa e dagli altri che ne avessero l’obbligo, non sommariamente e distrattamente, ma diligentemente e con accuratezza. [Conciliorum Oecumenicorum decreta. – EDB]

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 Qui di seguito sono elencate le feste che cadono in questo mese:

 

1 novembre: Tutti i Santi, doppio della Classe I

2 novembre: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, doppio.

4 novembre: PRIMO VENERDI / S. Carlo Borromeo, Vescovo e Confessore, doppio; Commemoration of Ss. Commemorazione dei Ss.Vitalis and Agricola Martyrs. Vitale e Agricola Martiri.

5 novembre: PRIMO SABATO del mese

6 novembre: XXV Domenica dopo Pentecoste, doppio.

8 novembre: Commemorazione dei Quattro Santi Coronati martiri.

9 novembre: Dedicazione della Arcibasilica del Santissimo Salvatore, doppio della Classe II; Commemorazione di San Teodoro Martire.

10 novembre: S. Andrea Avellino Confessor, doppio; Commemoration of Ss. Commemorazione dei Ss. Trifone Martire, Respicio e Nymfa Martiri.

11 novembre: San Martino Vescovo e Confessore, doppio; Commemorazione di San Menna Martire.

12 novembre: San Martino I Papa e Martire, semplice.

13 Novembre : XXVI Domenica dopo Pentecoste, doppio.

14 novembre: San Josaphat Vescovo e Martire, Doppio.

15 novembre: San Alberto Magno Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio.

16 novembre: Santa Gertrude Virgin, doppio.

17 novembre: San Gregorio Taumaturgo Vescovo e Confessore, semplice.

18 novembre: Dedicazione delle basiliche dei Ss. Pietro e Paolo, Grande doppio

19 novembre: Santa Elisabetta Vedova, doppio;

Commemorazione di San Ponziano Papa e Martire.

20 novembre: XXVII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

21 novembre: Presentazione della Beata Vergine Maria, Gran doppio

22 novembre: Santa Cecilia Vergine e Martire, Doppio.

23 novembre: San Clemente I Papa e Martire, doppio; Commemorazione    di S. Felicita Martire.

24 novembre: San Giovanni della Croce Confessore e Dottore della Chiesa, doppio; Commemorazione di San Crisogono Martire.

25 novembre: Santa Caterina (di Alessandria) Vergine e Martire, Doppio.

26 novembre: San Silvestro Abate, doppio; Commemorazione di San Pietro di Alessandria Vescovo e Martire.

(INIZIO DEL TEMPO SANTO DI AVVENTO)

27 novembre: I Domenica di Avvento, doppio della II Classe.

29 novembre: Commemorazione di San Saturnino.

30 novembre: S. Andrea Apostolo, doppio della Classe II.

Possano le anime di tutti i fedeli defunti, per la misericordia di Dio, riposare in pace. Amen. Amen.

Festa di CRISTO RE

Festa di CRISTO RE

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Et dedit ei potestatem, et honorem, et regnum: et omnes populi, tribus, et linguae ipsi servient: potestas ejus, potestas aeterna, quae non auferetur: et regnum ejus, quod non corrumpetur. [Dan VII, 14]

 Deus, judicium tuum regi da, et justitiam tuam filio regis; judicare populum tuum in justitia, et pauperes tuos in judicio.  [3] Suscipiant montes pacem populo, et colles justitiam. [4] Judicabit pauperes populi, et salvos faciet filios pauperum, et humiliabit calumniatorem.  [5] Et permanebit cum sole, et ante lunam, in generatione et generationem. [6] Descendet sicut pluvia in vellus, et sicut stillicidia stillantia super terram. [7] Orietur in diebus ejus justitia, et abundantia pacis, donec auferatur luna.

[8] Et dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum. [Ps. LXXI: 3,8]

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CRISTO RE

LETTERA ENCICLICA

QUAS PRIMAS

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI

PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI

AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE

PACE E COMUNIONE:

SULLA REGALITÀ DI CRISTO.

PIO PP. XI

VENERABILI FRATELLI

SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

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Introduzione

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiae caritatem [1]) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo.

Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno [2], perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe [3], e che dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra [4]. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale» [5]. – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra» [6]. A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo» [7]. E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra» [8]; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» [9] e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto» [10]. E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» [11] era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine [12] vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re [13], e pubblicamente confermò di essere Re [14] e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra [15]. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno?

Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra» [16], porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti» [17]. Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale [18], è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici [19].

Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza» [20]; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato» [21]. Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo [22]: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo [23].

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire [24]. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità [25]. Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio» [26]. Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli» [27]. Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo» [28]. – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati» [29], è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini» [30]. – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali» [31].

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso 1’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini» [32]. Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?» [33]. – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre» [34].

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La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio [35]. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia” [36] offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

 [1] Ef., 3, 19.

[2] Dan., 7, 13-14.

[3] Num., 24, 19.

[4] Ps. 2, 6.

[5] Ps., 44, 6.

[6] Ps. 44, 8.

[7] Is., 9, 6-7.

[8] Jer., 23, 5.

[9] Dan., 2, 44.

[10] Dan., 7, 13-14.

[11] Zach., 9, 9.

[12] Lc., 1, 32-33.

[13] Matth., 25, 31-40.

[14] Joh., 18, 37.

[15] Matth., 28, 18.

[16] Apoc., 1, 5.

[17] Apoc. 19, 16.

[18] Hebr., 1, 1.

[19] I Cor., 15, 25.

[20] In Luc., 10.

[21] I Petr., 1, 18-19.

[22] I Cor., 6, 20.

[23] Ibid., 6, 15.

[24] Conc. Trid., Sess. VI, can. 21.

[25] Joh., 15, 10.

[26] Joh., 5, 22.

[27] Brev. Rom. Inno del Mattutino dell’Epifania.

[28]  Leone Pp. XIII, Enc. Annum Sacrum, 25. V.1899.

[29] Act., 4, 12.

[30] S. Agostino, Lettera a Macedone, III.

[31] Pio Pp. XI, Enc. Ubi arcano Dei.

[32] I Cor., 7, 23.

[33] Matth. 11, 30.

[34] Leone Pp. XIII, Enc. Annum sanctum, 25.V.1899.

[35] Sant’Agostino, De Sanctis, Serm. 47.

[36] Rom., 6, 13.

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Hymnus

Te sæculórum Príncipem, Te, Christe, Regem Géntium, Te méntium, te córdium Unum fatémur árbitrum. Scelésta turba clámitat: Regnáre Christum nólumus: Te nos ovántes ómnium Regem suprémum dícimus. O Christe, Princeps Pácifer, Mentes rebélles súbjice: Tuóque amóre dévios, Ovíle in unum cóngrega. Ad hoc cruénta ab árbore Pendes apértis bráchiis, Diráque fossum cúspide Cor igne flagrans éxhibes. Ad hoc in aris ábderis Vini dapísque imágine, Fundens salútem fíliis Transverberáto péctore. Te natiónum Praesides Honóre tollant público, Colant magístri, júdices, Leges et artes éxprimant. Submíssa regum fúlgeant Tibi dicáta insígnia: Mitíque sceptro pátriam Domósque subde cívium. Jesu tibi sit glória, Qui sceptra mundi témperas, Cum Patre, et almo Spíritu, In sempitérna saecula. Amen.

[Inno Te, Principe dei secoli, te, Cristo, Re delle Genti, te delle menti te dei cuori noi riconosciamo unico arbitro. L’empia turba grida: Non vogliam che Cristo regni: te noi festanti di tutti t’acclamiam Re sovrano. O Cristo, Principe della Pace, le menti ribelli sottometti: e col tuo amor gli sviati in un solo ovil raduna. Per questo dall’albero cruento pendi colle braccia aperte, e trafitto da lancia crudele il Cuor mostri acceso d’amore. Per questo sugli altari rimani nascosto sotto le specie del pane e del vino, diffondendo la salute ai figli dal petto squarciato. Te i Presidenti delle nazioni esaltino con pubblico onore, riveriscano i maestri e i giudici, esprimano le leggi e le arti. Sottomesse risplendano le insegne dei re a te consacrate: e al tuo mite scettro assoggetta la patria e le case dei cittadini. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

Hymnus (2)

Æterna Imago Altíssimi, Lumen, Deus, de Lumine, Tibi, Redémptor gloria, Honor, potéstas regia. Tu solus ante sæcula Spes atque centrum témporum, Cui jure sceptrum Géntium Pater supremum credidit. Tu flos pudicæ Vírginis, Nostræ caput propaginis, Lapis caducus vértice Ac mole terras occupans. Diro tyranno subdita, Damnáta stirps mortalium, Per te refregit víncula Sibique cælum víndicat. Doctor, Sacerdos, Legifer Præfers notátum sánguine In veste “Princeps príncipum Regumque Rex Altíssimus”. Tibi voléntes subdimur, Qui jure cunctis imperas: Hæc civium beátitas Tuis subesse légibus. Jesu, tibi sit gloria, Qui sceptra mundi temperas, Cum Patre et almo Spiritu, In sempiterna sæcula. Amen.

[Inno Eterna Immagine dell’Altissimo, Dio, Luce da Luce, a te, Redentore, la gloria, l’onore, la potestà regia. Tu solo prima dei secoli la speranza e il centro dei tempi; cui a buon diritto lo scettro supremo delle Nazioni il Padre ha dato. Tu il fiore della purissima Vergine, il capo della nostra schiatta, la pietra caduta dal vertice, che colla sua mole occupa la terra. Soggetta a crudele tiranno, la stirpe dannata dei mortali, per te ha spezzato le sue catene, e si appropria il cielo. Dottore, Sacerdote, Legislatore tu porti segnato col sangue sulla veste: «Principe dei principi, Altissimo Re dei re». Volenti siamo soggetti a te, che per diritto a tutti comandi: questa la felicità dei cittadini, esser soggetti alle tue leggi. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

 

Inno (3)

Vexílla Christus ínclyta – Late triúmphans éxplicat: Gentes adéste súpplices, Regíque regum pláudite. Non Ille regna cládibus: Non vi metúque súbdidit – Alto levátus stípite, Amóre traxit ómnia. O ter beáta cívitas Cui rite Christus ímperat, Quæ jussa pergit éxsequi Edícta mundo caelitus! Non arma flagrant ímpia, Pax usque firmat foedera, Arrídet et concórdia, Tutus stat ordo cívicus. Servat fides connúbia, Juvénta pubet íntegra, Pudíca florent límina Domésticis virtútibus. Optáta nobis spléndeat Lux ista, Rex dulcíssime: Te, pace adépta cándida, Adóret orbis súbditus. Jesu tibi sit glória, Qui sceptra mundi témperas, Cum Patre, et almo Spíritu, In sempitérna saecula. Amen. [Inno I fulgidi vessilli Cristo trionfante spiega largamente: Genti, prostratevi supplici, e applaudite al Re dei re. Egli non colle stragi, non colla violenza o terrore ha soggiogato i regni: sollevato sull’alto della croce, tutto a sé ha tratto coll’amore. O città beatissima, su cui debitamente Cristo impera, che continua ad eseguire le leggi intimate al mondo dal cielo! Non l’armi crudeli vi risuonano, la pace vi firma sempre i patti, vi sorride ancor la concordia, sicuro vi sta l’ordine civico. La fede vi conserva i connubi, la gioventù vi cresce integra, pudiche fioriscon le case nelle domestiche virtù. Risplenda su noi questa desiata luce, o Re dolcissimo: te, conseguita una piena pace, adori l’orbe soggetto. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

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Col I :12-20 Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli: Rendiamo grazie a Dio Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, che ci ha strappati dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del dilettissimo Figlio suo in cui abbiamo redenzione, mediante il sangue di Lui, e remissione dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogénito di ogni creatura, poiché in Lui sono state fatte tutte le cose nel cielo e nella terra, le visibili e le invisibili, sia i troni, sia le dominazioni, sia i principati, sia le potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e per Lui. Egli è prima di tutto, e tutte le cose sussistono in Lui. Ed Egli è il capo del corpo della Chiesa: Egli è il principio, il primo a rinascere di tra i morti, onde abbia il primato in tutte le cose. Poiché fu beneplacito del Padre che in Lui abitasse ogni pienezza, e che per mezzo di Lui e per Lui fossero seco riconciliate tutte le cose, pacificando, mediante il sangue della sua croce, le cose della terra e le cose del cielo, nel Cristo Gesú nostro Signore.]

Vang. di S. Giovanni XVIII:33-37 In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo: Pilato disse a Gesú: Sei tu il Re dei Giudei? Gesú gli rispose: Lo dici da te, o altri te l’hanno detto di me? Rispose Pilato: Sono forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani. Che cosa hai fatto? Rispose Gesú: Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo, i miei ministri certo si adopererebbero perché non fossi dato in potere ai Giudei: dunque il mio regno non è di quaggiú. Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei Re? Rispose Gesú: È come dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chiunque sta per la verità, ascolta la mia voce.]

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ATTO DI CONSACRAZIONE AL SACRO CUORE DI GESÙ

Da recitare per ordine di S. S. Pio XI

nella Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re.

Si può recitare anche in altre occasioni.

O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostrati dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno si consacra al vostro Sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non Vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli, che non si allontanarono mai da Voi, ma anche di quei figli prodighi che Vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore, o per discordia da Voi separati; richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo Pastore. Siate il Re di tutti quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre dell’idolatria o dell’islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro. Riguardate infine con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, lavacro di redenzione e di vita, il Sangue già sopra di essi invocato. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa; largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce; Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.

 Segue la recita delle litanie del Sacro Cuore di Gesù.

Omelia della Domenica IV dopo Epifania

Omelia della Domenica IV dopo l’Epifania

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo VIII, 23-27)

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Sonno del peccatore.

Ascende il divin Redentore, accompagnato dai suoi discepoli, su la navicella di Pietro, e si abbandona a un dolce sonno. Intanto si scatenano i venti, si turba il mare, s’alzano i flutti, e stan per sommergere il combattuto naviglio, e Gesù dorme, “ipse vero dormiebat”. Che sonno, è questo, uditori? Che mistero in ciò si nasconde? Egli è, s’io ben mi avviso, un’immagine dell’uomo giusto, che in mezzo alle agitazioni di questo mar tempestoso, qual è il mondo, riposa in pace. Tutto l’opposto dell’uomo peccatore, che dorme in seno al peccato, ma nel peccato non trova riposo. Il suo sonno è piuttosto un letargo, che annunzia la vicina sua morte. Gesù fu svegliato dalla preghiera degli spaventati discepoli, e tosto fe’ sentire il suo comando e il suo potere al mare e ai venti: cessarono questi, e l’agitato mare si cangiò sull’istante in perfettissima calma. Se le preghiere fossero valevoli a destare il peccatore addormentato nella sua colpa, vorrei gettarmi a’ suoi piedi e dirgli; fratel mio, “miserere animae tuae”, abbiate pietà dell’anima vostra: non aspettate a svegliarvi sulle porte dell’eternità. Aprite gli occhi sul vostro pericolo;Surge qui dormis, et exurge a mortuis” (Ad Ephes. V,4): sorgete da questo sonno mortifero, foriero d’eterna morte. Le preghiere non bastano? Volete che per agevolare il vostro risorgimento ve ne adduca i più efficaci motivi? Lo farò senza più. Vi mostrerò da prima quanto Iddio ha fatto per risvegliarvi dal sonno di morte, e poscia quanto dovete far voi per corrispondere alle amorose premure ch’Egli ha di salvarvi. –

.I. Per rendere più sensibile e fruttuosa la presente spiegazione, dal sonno del divino Maestro passiamo al sonno d’un suo discepolo: avremo in ciò una luminosa scorta, onde conoscere i tratti della divina bontà, e l’obbligo della nostra corrispondenza. Là nel fondo di oscura prigione in Gerosolima, condannato a morte da Erode Agrippa, giaceva l’apostolo Pietro, e in mezzo ai custodi e alle catene tranquillamente dormiva. Quand’ecco un Angelo da Dio spedito sgombra con improvvisa luce le tenebre della carcere, e data una scossa al fianco di Pietro lo sveglia, e “sorgi” gli dice, “surge”! Mirate se non è questa una viva figura e dello stato dell’uomo peccatore, e della condotta di Dio pietoso per ricondurlo a ravvedimento e a salvezza. Peccatore fratello, io parlo con voi, io parlo di voi. Il grave peccato v’à oscurato l’intelletto, voi siete in tenebre ed ombre di morte, la sentenza di vostra eterna condanna è scritta in cielo, i demòni vi stanno a fianco, e voi stretto da tante catene, quante sono le vostre colpe, in mezzo a tanti pericoli profondamente dormite. Che ha fatto Iddio per sottrarvi da tanto rischio, per svegliarvi dal fatale letargo? Ha fatto le tante volte balenare alla vostra mente una luce superna, che vi faceva vedere la bruttezza del vizio, la bellezza della virtù, la vanità del mondo, l’importanza della salute, la miseria del vostro stato, la brevità della vita, l’orrore della morte, l’eternità delle pene. La fede dell’eterne verità si è fatta sentire vostro malgrado. Ai lampi di tanta luce più che sufficiente a farvi aprir gli occhi ha aggiunto Iddio sempre pietoso colpi e percosse: colpi d’ostinata siccità, di storilezza di campagne, di spaventosi tremoti questi pubblici flagelli ha fatto succedere particolari percosse: quella lite, peste della vostra pace, rovina della vostra famiglia, quella perdita sul mare, quella sventura nel traffico, quella lunga malattia, la morte in fine di quel vostro congiunto, tanto per voi necessario. Colpi son questi della mano di Dio diretti a scuotervi dal sonno mortifero. Pure seguitaste a dormire, come Giona al fragor de’ tuoni e della tempesta; e il misericordioso Signore per risanarvi non cessò di ferirvi. Vi ferì nel più vivo del cuore con acerbi rimorsi, con pungenti stimoli, con nere malinconie, che v’han fatto conoscere e toccar con mano che il peccato è una spina che vi trafigge, un tossico che vi avvelena, un cancro che vi rode le viscere. Fra tante punture mal soffrendo voi stesso vi siete alquanto commosso, ma, come uomo sonnacchioso, rivolto sull’altro fianco, avete prolungato la rea vostra sonnolenza. E il vostro buon Dio, mai stanco d’adoperarsi intorno a voi, vi ha fatto sentir la sua voce, voce interna di vive ispirazioni, di forti chiamate, d’amorevoli inviti, voce esterna de’ suoi ministri sul pergamo, de’ suoi sacerdoti nel sacro tribunale, voce di quell’amico fedele, di quel congiunto zelante del vostro bene, voce di quel libro devoto, che a caso vi capitò alle mani, voce partita da quel cadavere, che vi venne sott’occhio. In queste occasioni la misericordia di Dio vi ripeteva le parole dell’Angelo a Pietro dormiente , “surge!”, “sorgi”, o figlio, dal tuo sonno dannevole, sorgi dalle tue tenebre, sorgi dalle tue catene, sorgi dal miserando tuo stato, “surge”! A queste voci amorevoli avete chiuse le orecchie, e serrato il cuore. Or via, non si parli più del passato. Si tiri un velo su i vostri rifiuti. Vediamo ora quel che far dovete per corrispondere alle divine chiamate, e ritorniamo a S. Pietro.

.II. Tre comandi gli fece l’Angelo liberatore, di sorgere immantinente “surge velociter”, di adattarsi la veste “circumda tibi vestimentum tuum”, e di seguirlo, “et sequere me” (Act. XIX, 7,8) . La stessa voce fa sentire a voi in questo giorno quel Dio, che vi vuol salvo. Sorgete, e presto senza indugio sorgete dalla cattività del peccalo, “surge velociter”. Il ritardo può essere per voi fatale. Non dite: “risorgerò”, l’avete detto tante altre volte che lascerete il peccato, che verrà la quaresima, che in quel tempo più opportuno vi convertirete davvero. Venne la quaresima, e differiste la vostra conversione alla Pasqua, dalla Pasqua alla Pentecoste e dalla Pentecoste all’altra quaresima. Rimettere ad altro tempo un affare dì tanta conseguenza è manifesto indizio di poco buona volontà. So che per questa dilazione non mancano pretesti. Io sono, voi dite, assediato da tanti affari, che mi tolgono la necessaria quiete dell’animo e il tempo materiale per pensare a me stesso,- campagne da coltivare, frutti da raccogliere, negozi da spedire, liti da sostenere, conti da aggiustare, viaggi da intraprendere. Finiti questi disturbi, cessati quest’impedimenti… Non più per carità. Che affari, che travagli, che conti! L’affare più importante è quello dell’eterna salute, la lite più seria è quella da vincersi col demonio al divin tribunale, il viaggio più premuroso è quello che conduce all’eternità. Adesso è il tempo accettevole, adesso è l’ora propizia per sorgere ornai dal pigro sonno fatale, “Hora est iam de somno surgere” (Ad Rom. XIII, 11); se voi differite, la dilazione sarà la vostra rovina. Una conversione futura quanto più vi lusinga, tanto é più ingannevole. Il tempo sta in man di Dio. Verrà tempo che non avrete più tempo, e vi pentirete senza rimedio di non aver profittato del tempo. Avverrà a voi, che Dio vi guardi, come ai generi di Lot: “surgite”, disse loro il giusto Lot con somma premura, “surgite”, uscite presto da Sodoma, è imminente il suo sterminio, sta per piovere su di essa il fuoco dal cielo; ma quegli scioperati, non curando l’avviso, restarono avvolti nell’incendio dell’infame città. La seconda cosa, che l’Angelo impose a S. Pietro, fu che prese le proprie vesti se le cingesse attorno, “Circunda tibi vestimentum tuum”. Voi al sacro fonte col carattere battesimale avete vestiti gli abiti delle teologali virtù: fede, speranza e carità. Di questi abiti per il peccato mortale vi siete in certo modo spogliati. Povera fede! Le ree vostre passioni han fatto illanguidire; anzi dopo la lettura di quell’empio libro, dopo il discorso di quel miscredente è morta in voi la fede, e come una veste logora l’avete abbandonata. Ah! per pietà ripigliatela, “circumda tibi vestimentum tuum”. Esiste un Dio, esiste l’idea d’un Dio a dispetto di tutti gli sforzi dell’empietà, a dispetto di tutte le violenze, che far si possono all’intelletto. L’idea d’un Dio esistente si può cacciar dal cuore per un atto di ribelle volontà, ma non dalla mente per ragionevole convincimento. Esiste un Dio premiatore dei buoni, punitore de’ malvagi. Dopo pochi giorni di vita, la morte manderà il corpo al sepolcro, l’anima all’eternità. Qual sarà la sua sorte? La vita presente deciderà della futura. Vita da peccatore: eternità di rancore. Ecco quel che insegna la fede: ripigliatene l’abito con ben ponderarne le infallibili verità, con applicarle all’attuale vostro bisogno, “circumda tibi vestimentum tuum.” Rivestitevi in seguito dell’abito della speranza. In chi avete fino ad ora fondate le vostre speranze? Nel mondo? Ma il mondo è un traditore, ed una trista speranza ve l’ha fatto chiamar più volte con questo nome. Il mondo è una scena volubile, che oggi vi alletta, domani vi contrista. La sua incostanza non può render sicura la vostra fiducia, “praeterit figura huius mundi (I. Ad Cor. VII, 31 ). Sperereste negli uomini? Ma questi sono o mentitori per malizia, o fallaci per impotenza, “Mendaces filii hominum” (Ps. LXI, 10). Non vi appoggiate dunque ad una canna sdrucita, e ad un muro pendente. Ponete tutta la vostra fiducia in Dio: Egli è l’amico vero; niuno ch’abbia sperato in Lui è mai rimasto confuso. La carità finalmente è quella veste nuziale, che assumer dovete. Di questa vi rivestirà il Padre celeste, se a Lui fareste ritorno sull’orme del figliuol prodigo. Imitate l’umiltà di questo figlio ravveduto, il suo pentimento, il suo dolore. Ai piedi del ministro di Dio deponete l’uomo vecchio con tutti i suoi vizi, spogliatevene affatto colla manifestazione sincera delle vostre colpe, colla contrizione più viva del vostro cuore: vestitevi dell’uomo nuovo con intraprendere una vita nuova, una vita cristiana, che vi dia fonduta speranza d’eterna vita. Forniti così delle vesti della fede, della speranza e della carità, resta il tener diètro all’Angelo, che, come S. Pietro, v’invita a seguitarlo, “sequere me”. Fatevi scelta d’un dotto, pio e prudente confessore. Egli, dice S. Francesco di Sales, è l’Angelo visibile delle nostre anime: egli si farà scorta a’ vostri passi, vi allontanerà dai pericoli, vi guiderà per la strada della salute. E quand’anche al vostro cammino si frapponessero porte di ferro, come a S. Pietro, s’apriranno agevolmente innanzi a voi: vincerete, volli dire, coi suoi consigli ogni difficoltà, supererete ogni ostacolo, finché arrivati in luogo d’eterna sicurezza, possiate dire ancor voi, come l’Apostolo Pietro: “ora conosco in verità che il Signore ha mandato il suo Angelo a liberarmi”: quegli diceva dalle mani d’Erode, io da quelle del demonio. Io dormiva, e il mio sonno profondo era sonno di morte; mi sono svegliato, perché mi ha steso la destra il pietoso Signore: “Ego dormivi, et soporatus sum, et exurrexi quia Dominus suscepit me” (Ps. V, 6). – Ho finito, ma se potessi supporre che fra voi molti ancor dormono, “et dormiunt multi” ( I ad Cor. XI, 50), udite, vorrei dir loro, quel che mi suggerisce il mio ministero, e l’amor che vi porto. Voi volete persistere nel sonno del vostro peccato? Morrete nel vostro peccato, e vi sveglierete sulle porte dell’inferno. Dormiva Sisara assicurato dal cortese accoglimento di Giaele, e in mezzo al sonno trafitto dall’una all’altra tempia da lungo e grosso chiodo, dal luogo del suo riposo cadde nel luogo di tutti i tormenti. Dormiva Oloferne ben lontano dal temere la morte, e in mezzo al sonno, tronco il capo dalla prode Giuditta, dal suo letto piombò nell’abisso. Dormivano le vergini stolte, “dormitaverunt omnes, et dormierunt” (Matt. XXV, 5), e perché sprovviste dell’olio della carità e dell’opere buone, furono escluse per sempre dalle nozze dello sposo celeste. Ah! Mio Dio non permettete mai che avvenga ad alcun di noi somigliante sventura.

L’ARCICONFRATERNITA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

L’ARCICONFRATERNITA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

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Annunciamo che è riaperto il registro dell’Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria: con piena approvazione esso è stato nuovamente istituito nel settembre 2015, dal nostro Santo Padre, Papa GREGORIO XVIII. Tutti i cattolici (in comunione con il Papa Gregorio XVIII, successore di Gregorio XVII cardinal Siri), di qualunque età, rango e Paese, possono far parte dell’Arciconfraternita.

– Il registro dell’Arciconfraternita contiene i nomi dei Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici di tutte le condizioni ed età. Con la loro Consacrazione al Cuore di Maria, possono così invocare su di sé gli effetti Benefici della sua protezione. Per diventare un membro, è necessario essere iscritti all’Albo dell’Arciconfraternita. Dopo avere ottenuto l’iscrizione, il membro deve indossare la medaglia dell’Immacolata Concezione (medaglia miracolosa), come segno della sua associazione. Si tratta di un esercito del Cuore Immacolato di Maria, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa Cattolica. Tutti i membri iscritti vengono pertanto consacrati al Cuore Immacolato di Maria.

Che cosa è richiesta per l’idoneità all’iscrizione?

Eventuali censure dei candidati devono essere rimosse, onde essere in comunione piena con l’attuale Sommo Pontefice, S.S. Papa Gregorio XVIII, successore di Papa Gregorio XVII (il “Cardinale” Siri). Nel caso contrario, essendo pluriscomunicati da bolle e concili vari [ad es.: se del N.O. il Concilio di Trento, il C. Vaticano 1870; bolla “execrabilis” di Pio II, “Quo primum” Pio V, etc. – ndr. -] si è fuori dalla Chiesa Cattolica, e quindi non si può accedere all’Arciconfraternita. La scomunica di “Execrabilis” essendo “latae sententiae”, può essere rimossa solo dal Santo Padre [quello vero, da non confondere con l’anti-papa “clown” che ci mostrano i media] o da un suo delegato.

Una volta iscritti con successo, quali sono i requisiti richiesti ai membri?

1) indossare una medaglia miracolosa (meglio se benedetta da un vero sacerdote cattolico in comunione con il Santo Padre – controllare che non sia quella deturpata dai massoni satanisti -v. immagine-,- ndr.-).

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Vera medaglia [due stelle in alto]    Falsa medaglia [una stella in alto]

2) Si consiglia almeno una Ave Maria ogni giorno per la conversione dei peccatori e per le intenzioni dell’Arciconfraternita del Cuore Immacolato. Inoltre i membri sono invitati a pregare il “Memorare”, il “Sub tuum præsidium” e l’invocazione: “Refugium Peccatorum, ora pro nobis” (Rifugio dei peccatori, prega per noi). Questo tuttavia non obbliga il membro sotto pena di peccato.

– I membri sono esortati ogni mattina a consacrare al Cuore Immacolato di Maria preghiere, rosari, buone opere, elemosine, atti di pietà, mortificazioni e penitenze, che possano offrire nel corso della giornata, attraverso l’Arciconfraternita. In questo modo tutti gli altri membri dell’Arciconfraternita potranno beneficiare delle grazie relative, ed essere a loro volta collaborativi.

– Un membro iscritto dell’Arciconfraternita non contrae obbligo sotto pena di peccato, pertanto non è di assoluta necessità pregare le orazioni raccomandate e comunicarle. Lo zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, l’amore per la Vergine Santa e il desiderio di ottenere i vantaggi spirituali collegati a questi santi esercizi, sono gli unici motivi per adempierli. Ma è bene osservare che coloro che li trascurano completamente, o che li soddisfano con indifferenza, si privano delle tante grazie che altrimenti potrebbero ricevere.

Storia in breve:

Dopo circa sei anni di preparazione, venne fondata nel dicembre 1836, una associazione devozionale nella parrocchia di Notre Dame des Victoires, Parigi: la “Confraternita del cuore Immacolato di Maria”. Da allora, si sono verificate numerose conversioni e miracoli per l’intercessione del Cuore Immacolato. Il 24 aprile 1838, Papa Gregorio XVI, la ufficializzò nel suo “breve apostolico” dal titolo: “Questa umile confraternita, l’Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria”. Questa Arciconfraternita fu onorata con grandi privilegi dallo stesso Papa. Nel settembre 2015, la Gerarchia in esilio ci ha informato, che il nostro Santo Padre Papa Gregorio XVIII, ha dato piena approvazione onde ripristinare questa sacra devozione.

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PREGHIERE SUGGERITE

AVE MARIA

Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum; Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen. [Ave o Maria, piena di grazie, il Signore è con Te; Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Così sia.]

 MEMORARE

Memorare, O piissima Virgo Maria, non esse auditum a saeculo, quemquam ad tua currentem praesidia, tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia, esse derelictum. Ego tali animatus confidentia, ad te, Virgo Virginum, Mater, curro, ad te venio, coram te gemens peccator adsisto. Noli, Mater Verbi, verba mea despicere; sed audi propitia et exaudi. Amen. [Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al vostro patrocinio, implorato il vostro aiuto, chiesto la vostra protezione, e sia stato abbandonato. Animato da tale confidenza, a voi ricorro, o Madre, o Vergine, a voi vengo e, peccatore contrito, innanzi a voi mi prostro. Non vogliate, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma ascoltatemi, proprizia ed esauditemi. Così sia.].

SUB TUUM PRÆSIDIUM

Sub tuum præsidium confugimus, Sancta Dei Genitrix; nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus nostris, et a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta. [Sotto la vostra protezione ci rifugiamo, o santa Madre di Dio: non disdegnate le preci che vi innalziamo nelle necessità, ma salvateci da tutti i pericoli, o gloriosa, o benedetta sempre Vergine Maria.].

INVOCATIO

Refugium Peccatorum, ora pro nobis. [Rifugio dei peccatori, prega per noi].

PARCE DOMINE

Parce Domine, parce populo tuo: ne in æternum irascaris.

V. Converte nos, Deus salutaris noster.

R. Et averte iram tuam a nobis.

Oremus.

Deus misericors et clemens, exaudi preces quas pro fratribus pereuntibus gementes in conspectu tuo effundimus: ut conversi ab errore viæ suæ liberentur a morte; et ubi abundat delictum, superabundet gratia. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

 [PERDONA, O SIGNORE – Perdona Signore, perdona il tuo popolo, e non irarti in eterno. – V. Rialzaci, Dio della  nostra salvezza! – R. E placa il tuo sdegno su di noi. – Preghiamo: Dio misericordioso e clemente, ascolta le nostre preghiere che gementi innalziamo al tuo cospetto per i fratelli erranti, affinché convertiti dall’errore del loro cammino, siano liberati dalla morte; e dove abbonda il peccato, sovrabbondi la grazia. Per il Signore Nostro Gesù-Cristo. Così sia.].

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Arciconfraternita del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria, per la conversione dei peccatori.

Questa associazione, con sede nella chiesa di Notre Dame des Victoires, Parigi, è stata canonicamente approvata da Papa Gregorio (XVI), da un breve, datato 24 aprile 1838, ed elevata al rango di Arciconfraternita, con il potere di aggregare altri confraternite dello stesso titolo, e stabilite per lo stesso oggetto.

Indulgenze concesse a favore di questa associazione.

Una indulgenza plenaria alle condizioni solite [preghiera secondo le intenzioni del Papa, Confessione e Comunione] *  (* in caso di indisponibilità del Sacramento della Confessione e della Comunione, si deve ricorrere a: Atti di perfetta contrizione e alla comunione spirituale,  rispettivamente).

1. Nel giorno della ammissione.

2. Nella feste della: – Circoncisione di nostro Signore, – Purificazione, – Annunciazione, – Natività, – Assunzione, – Immacolata Concezione, – Dolori della Beata Vergine; – nella festa della Conversione di S. Paolo, e quella di Santa Maria Maddalena.

3. Nella Domenica immediatamente precedente la Settuagesima.

4. Nell’anniversario del battesimo dell’associato. Per lucrare quest’ultima indulgenza, oltre a rispettare le condizioni usuali, è indispensabile che la persona abbia recitato almeno un’Ave Maria al giorno durante l’anno per la conversione dei peccatori.

5. Indulgenza plenaria al momento della morte (Gregorio XVI., 24 Aprile 1838) …

6. Indulgenza plenaria, alle solite condizioni, può anche essere acquisita pure nelle feste di San Giuseppe, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista (Pio IX., 9 dicembre 1847).

Per essere un membro di questa associazione, unico requisito è che il proprio nome debba essere inserito nel registro.  Si è voluto, ma non di obbligo (12 Mag 1843), che ogni membro dovrebbe recitare un’Ave Maria quotidiana per la conversione dei peccatori. Essi sono anche esortati a portare la Medaglia Miracolosa, come viene chiamato, e di ripetere, di tanto in tanto, la giaculatoria: “O Maria concepita senza peccato pregate per noi che ricorriamo a Voi“.

Dal libro: Il libro delle Sante indulgenze, completo dei decreti della Sacra Congregazione delle indulgenze e di altre fonti approvate; 1876, Imprimatur.  Capitolo 68, pagine 152-154

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Feste della Arciconfraternita del CUORE IMMACOLATO DI MARIA

La festa principale della Arciconfraternita, si celebra ogni anno nell’ultima Domenica dopo l’Epifania, immediatamente precedente la Domenica di Settuagesima. L’ufficio è in onore del Cuore Immacolato di Maria.  Una indulgenza plenaria è concessa a quei membri che ricevono la Santa Comunione in questo giorno, e anche nelle altre feste dell’Arciconfraternita. [Se la Santa Comunione e la Messa non sono disponibili in questi giorni, si consiglia di fare la comunione spirituale. Non bisogna mai partecipare a qualsiasi “messa”, che non sia in comunione con il Papa Gregorio XVIII, sotto pena di scomunica “Ipso Facto” dalla Chiesa Cattolica, cosa che condurrebbe l’anima al diavolo.

 Le feste dell’Arciconfraternita sono:

 1. L’ultima Domenica dopo l’Epifania, immediatamente precedente la Domenica Settuagesima (mobile ogni anno),

2. La Circoncisione di nostro Signore (1 gennaio),

3. L’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (8 dicembre),

4. La Natività della Beata Vergine Maria (8 settembre),

5. L’Annunciazione (25 marzo, soggette a modifiche se cade nella settimana della Passione, o la Settimana Santa, o l’ottava di Pasqua),

6. La Purificazione della Beata Vergine Maria (2 febbraio),

7. I dolori della Beata Vergine Maria (15 settembre e il Venerdì precedente il Venerdì Santo),

8. L’Assunzione della Beata Vergine (15 agosto),

9. La Conversione di S. Paolo (25 gennaio),

10. Festa di Santa Maria Maddalena (22 luglio).

Queste due ultime feste sono state adottate dalla Arciconfraternita: – 1° come ringraziamento per la misericordia che Dio ha avuto nel convertire e santificare il grande Apostolo delle genti e l’illustre Penitente (Santa Maria Maddalena); – 2° per ottenere la loro protezione nel lavoro della conversione delle anime, e presentarli come modello di peccatore pentito.

Nella festa dei Dolori della Beata Vergine, il Venerdì precedente alla settimana di Passione, e il 15 settembre, l’Arciconfraternita onora in un modo speciale l’afflizione del Cuore di Maria, durante la Passione del suo caro Figlio con lo “Stabat Mater” cantato dopo la Messa del giorno.

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Tutti i sabati dell’anno, in particolare il primo Sabato di ogni mese, sono giorni di devozione al Cuore Immacolato di Maria; gli associati sono esortati a santificarli come tali, e per onorare la loro Madre benedetta in maniera speciale.

 

 

 

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (1).

GNOSI: la teologia di sATANA (1)

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Il nemico di Cristo si manifesta compiutamente nella gnosi, fondamento del paganesimo anticristiano, del talmudismo spurio giudaico, di tutte le eresie a-cattoliche che hanno cercato, e tuttora cercano di confondere i cristiani, dall’esoterismo ed occultismo magico di ogni risma al manicheismo, dal maomettanesimo all’antipapismo dantesco laico-imperiale, dal rosa-crocianesimo al massonismo, dall’umanesimo filosofico al nichilismo liberista, e giù fino all’ultimo “parto distocico” moderno, parodia ridicola del pensiero cristiano, che è l’ecumenismo attualmente professato dalla setta modernista che ha stravolto la Chiesa di Cristo, facendola diventare la sinagoga di satana, perfettamente profetizzata da S. Giovanni nell’Apocalisse, sinagoga che professa lo gnosticismo più sfacciato, senza ritegno alcuno. La gnosi è una orribile prostituta che cerca clienti da accalappiare cambiando trucco ed abito ogni giorno, assumendo l’aria più innocente possibile affinché i suoi clienti non la riconoscano e le vadano incontro pregustando voluttuosi ed ingannevoli piaceri. Ma se la si riconosce, la si evita subito, così come riconoscendoli si possono evitare subito i falsi e grassi prelati “cani muti” senza consacrazione valida, senza vocazione e senza fede, quelli che “ … hanno due corna come l’agnello, ma che parlano come il drago”… , il drago appunto dalla lingua gnostica. Per conoscere la “prostituta” bisogna allora aver chiari i suoi caratteri somatici, le caratteristiche fisiche e morali, in modo che non possa ingannare con i suoi ceroni, le ciglia finte, il lifting, i trucchi, i veli e gli abiti variopinti e la chincaglieria luccicante. Una volta che se ne sia riconosciuto un tratto, capito di chi si tratta, è bene fuggire subito per rifugiarsi con sicurezza nel Cuore Immacolato della Vergine Maria Madre di Cristo, che ci proteggerà immediatamente allontanando i richiami ammaliatori, e schiacciando la testa del serpente che immancabilmente farà capolino dalla immonda sottana della prostituta. Iniziamo quindi a capire un po’ di cosa si tratti, e come familiarizzare con i princîpi della gnosi, princîpi oramai applicati in tutti i campi dello scibile, o forse meglio sarebbe dire: della idiozia umana applicata alle arti ed alle scienze di ogni tipo e, per somma nostra disgrazia, alla teologia dominante protestante-modernista, omologata nell’orbe intero e addirittura, con temerario ardimento, nel Tempio santo di Dio, ove è introdotta come “mistero di iniquità” ed “abominio della desolazione” fin nel santo Sacrificio, offerto con aberrante disinvoltura, al “signore dell’universo”, il baphomet luciferino. Dio ci liberi!

L’INSEGNAMENTO DELLA GNOSI

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[E. Couvert: “De la gnose a l’ecumenisme”; cap. 1, “la gnosi tumore in seno alla Chiesa”]

Per ben comprendere le “rivelazioni” degli gnostici, è necessario sbarazzarsi di tutti gli orpelli mitologici di cui è ornata o piuttosto arruffata, e sbarazzarsi egualmente di un vocabolario oscuro che ha la pretesa di renderle venerabili. Non parleremo né di eoni, né di arconti, di pleroma, etc. Mgr. Lagier, nella sua opera sull’ “Oriente cristiano” enumera diverse proposizioni nelle quali si può riassumere tutto l’insegnamento dei nostri eretici. Noi vedremo che a partire da queste strane affermazioni, si possono derivare tutti i grandi errori del mondo moderno.

Il Dio di cui ci parla l’Antico Testamento è forse una divinità inferiore, e non il vero Dio. Ben al di sopra di Lui si trova l’Essere supremo, unico principe di tutto ciò che è.” Gli gnostici praticano un antibiblismo sistematico. Essi hanno invertito tutte le affermazioni della Genesi. La loro cosmologia è una macchina da guerra rivolta verso YHWH, Yeowah, il Dio creatore. Il mondo nella sua essenza è divino. L’Essere supremo è un abisso originale dal quale sono fuoriuscite tutte le potenze spirituali. È già una prima forma di panteismo. Yeowah Sabaoth, il Dio creatore della Genesi, è una emanazione dell’Essere supremo; Egli si è rivoltato contro di lui chiudendo nella materia degradata e cattiva, gli esseri purissimi, spirituali, emanati dal grande abisso. Questi fu un demiurgo (= architetto) maldestro. Egli è la sorgente di tutti mali. Ecco una spiegazione dell’origine del male e la designazione del grande colpevole, il Dio che adorano i Cristiani.

– 2°La materia in sé, si oppone a Dio

Comprendiamo bene che questa materia non è una emanazione dell’«essere supremo», ma una creazione del demiurgo, opera maldestra che si oppone alla perfezione della potenza divina, ostacolante la sua espansione. Ci sarebbe dunque in questo atto creatore, un errore, una degradazione degli esseri spirituali, una “caduta originale”, non quella del peccato di Adamo, ma quella del peccato di Yeowah.

Dio si dispiega e si rivela gradualmente con delle potenze celesti, con esseri divini nella loro origine”.

È la dottrina dell’emanazione (emanare = auto-espandersi). Il mondo è una divinità che si espande al di fuori da se stessa, con una estensione del suo essere: il mondo è un Dio-Essere supremo in perpetua crescita. Dall’abisso originario, questo dio, genera una moltitudine di esseri che non sono che particelle di sé stesso. Il mondo è in perpetuo divenire. Esso è divino per natura, poiché generato e non creato. Ecco quindi che Jehowah ha formato la materia, ha degradato questo mondo, ne ha così ostacolato l’espansione, l’evoluzione verso questa pienezza divina che gli gnostici chiamano il “pleroma”. Di più, “dio” si rivela all’interno del mondo con i suoi inviati, esseri divini, generati da lui che, ad intervalli regolari, vengono per ricordare agli uomini decaduti e prigionieri della materia, che anche essi sono divini. Occorre quindi una rivelazione continua: si vedono qui apparire i primi lineamenti della leggenda dei “Grandi iniziati”. La gnosi è quindi la “rivelazione” di una realtà nascosta.

4°.La materia è mescolata con “scintille divine”; queste scintille escono dalla loro prigione materiale grazie al Cristo che agisce nei sacri riti della magia.

L’anima umana dunque è divina (fiammella o bagliore di un dio che si estende a tutti gli esseri). Il corpo è una ganga terrosa, una prigione della quale sbarazzarsi per far apparire questa divinità che risiede in noi. Il Cristo è il più grande degli iniziati inviati dall’alto. Egli insegna agli uomini che essi sono divini. “guardate dentro di voi e vedrete la vostra divinità”, tale è la formula ripetuta nel vangelo di Tommaso. Per questo bisogna che vi sbarazziate di questa prigione spirituale che vi nasconde la vostra vera natura. Svegliatevi! Comprendete alfine! Non c’è bisogno di conquistare con la forza della vostra ascesa una somiglianza con Dio. Voi siete già divini, ma non lo sapete. Questa conoscenza vi libererà. È la “salvezza gnostica” (= conoscenza) [redenzione gnostica della massoneria -ndr. -]. Si ritrova qui quasi la formula modernista dell’immanenza vitale: Dio dimora nell’uomo, l’uomo non ha bisogno che di rivolgere il suo sguardo dentro di sé per ritrovarvelo).

L’azione di Cristo fu reale, ma la sua umanità carnale non è mai stata che apparenza ingannatrice: la passione e la resurrezione non sono che simboli, e non realtà”.

Evidentemente un inviato divino non può aver subito la degradazione di un corpo materiale. È stato necessario che prendesse forma materiale per farsi riconoscere e poter agire efficacemente presso uomini anche essi prigionieri del loro corpo fisico. . ma il Cristo non doveva riscattare mediante una passione i peccati degli uomini, perché questi non esistono. Non c’è che un solo peccato, ‘ l’espansione della divinità . il Cristo non è venuto a liberare gli uomini dai loro peccati, non ha insegnato loro una via, un cammino da percorrere per raggiungere una perfezione possibile da raggiungere. Egli ha loro rivelato, cioè “svelato” ciò che essi non sapevano, che essi erano già Dio, da sempre.

Il divino che è incatenato nella materia, cioè l’anima umana, non è responsabile della carne che lo opprime. Lo spirito resta puro: esso non è solidale con le passioni, nei peccati commessi”.

Ecco infine dove si voleva arrivare! Lo gnostico rifiuta per l’uomo la responsabilità dei suoi atti. Poiché la materia è cattiva, il nostro corpo di carne non può che produrre atti cattivi. Ma questo corpo è la nostra prigione. La nostra anima “scintilla divina” non può avere il minimo rapporto con qualsivoglia male. Come spiegare tutto questo? Scomponendo l’uomo in tre parti: un corpo materiale, il “soma”, un’animazione propriamente fisiologica, la “psiche”, ed un’anima spirituale di essenza divina, lo “pneuma”. Questa struttura ternaria dell’uomo è una invenzione geniale: la sede delle passioni, la “psiche” è una potenza malvagia legata alla materia che essa sostiene nell’esistenza, occorre sbarazzarsene al più presto. Il “pneuma”, resta invece impassibile, spettatore indifferente delle vane agitazioni del corpo. – Questa divisione ternaria dell’uomo si ritrova nell’occultismo moderno che utilizza un altro vocabolario per designare le stesse realtà: essi concepiscono un mondo spirituale, un mondo astrale, un mondo materiale. L’uomo è composto da un corpo, un doppio e da un’anima! Antico processo per togliere all’uomo la sua vera responsabilità e rifiutargli la maestria dei suoi atti. – Si ritrova in questo esposto tutto il protestantesimo. Lutero non ha affermato che l’uomo era incapace di un atto buono, che le opere sono inutili e che non si è salvati che per la fede? – Si ritrovano ancor qui i primi lineamenti della psicanalisi moderna la cui funzione essenziale è ricercare la sede del subcosciente nella “psiche”, motrice delle passioni, e di liberare l’uomo rivelandogli che egli non è colpevole, ma sempre una vittima innocente delle pulsioni istintive alle quali si deve lasciar libero corso perché esse non alterano la sua natura: liberazione sessuale, etc.

-7° “Le leggi scritte e le leggi naturali sono state concepite da dei inferiori e non sono sempre omologate dal vero Dio, la cui essenza oltrepassa ogni pensiero e la cui natura è indicibile.

Gli gnostici sono per definizione antinomisti, cioè essi rifiutano tutte le leggi. Un essere la cui essenza è divina non ha bisogno della legge, essendo questa un mezzo per raggiungere un fine. Ora l’essere divino è egli stesso il suo fine. Inoltre una legge viene ricevuta da una autorità che così sottomette. Un essere divino è totalmente maestro di sé, e non ha bisogno di sottomissione. Questa legge naturale di cui gli gnostici parlano è una costruzione arbitraria di uno spirito malevolo che vuole sottomettere gli altri esseri ai suoi capricci, è una indegna soggezione di una “fiammella divina”. YHWH, Jahweh ha voluto rinchiudere la nostra natura divina in un corpo materiale ed imporci i suoi capricci. Ecco un grande soggetto di indignazione per i nostri settari. Il vero Dio è la pienezza della divinità, il “pleroma”. La sua essenza è contenere tutti gli esseri, di inglobarli in un immenso “tutto”. Non lo si può definire perché esso trascende ogni limite; è il “gran tutto”, “l’abisso innominato”. La salvezza per l’anima divina è il perdersi in esso. – Si trova in questa ultima proposizione, la rivolta di colui che ha pronunciato il “non serviam”, e che ha detto ad Adamo ed Eva. “eritis sicut Dei“, se voi mangerete dall’Albero della conoscenza (= gnosi).

Il culto del serpente.

Tra le altre sette gnostiche esisteva quella degli ofiti o naaseni (ofis in greco, e naas in ebraico significano serpente): questi sono i grandi gnostici, coloro che hanno penetrato maggiormente il mistero delle “rivelazioni”: “noi veneriamo il serpente, essi dicono, perché Dio lo ha fatto causa della Gnosi per l’umanità: egli insegna all’uomo e alla donna la completa conoscenza dei misteri dell’alto”. Essi si riuniscono attorno ad una tavola, dispongono i pani, poi chiamano con incantesimo il serpente che si drizza tra le offerte. Allora, soltanto essi si dividono i pani. È là, essi presumono, il sacrificio perfetto, la vera Eucaristia! Così si chiude il cerchio, tutte queste elucubrazioni con pretesa da sapiente, sono destinate in realtà a stornare i Cristiani dall’adorazione al vero Dio ed a portarli verso l’adorazione del serpente, supremo scopo della setta: questa celebrazione satanica rassomiglia, a ben vedere, alla cena rosacrociana praticata il Venerdì santo nei rituali massonici del 18° grado. [… e che già si è cercato di introdurre nella Chiesa Cattolica. con la nuova blasfema messa del N.O., compilata da finti prelati, noti massoni -ndr. -].

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Et IPSA conteret capuut tuum!

 

S. EVARISTO PAPA E MARTIRE

Oggi si festeggia uno dei tanti Papi “impediti” della storia della Chiesa, che ha operato nella clandestinità delle catacombe, esattamente come l’attuale Pontefice, Gregorio S.S. XVIII, successore di Gregorio XVII, Cardinal Siri, e la Gerarchia in esilio della Chiesa Eclissata. Secondo alcuni falsi sapienti, se il Papa è impedito, il Papato non è da considerare valido. Secondo questi illustri “asini”, praticamente la successione pietrina si è fermata subito dopo S. Pietro. Questi sono dei veri sedevacantisti, nel senso che la loro testa è una sede assolutamente “vacante” di materia grigia. E pensare che ci sono tante anime che vanno loro dietro … verso l’inferno! Preghiamo con S. Evaristo per tutte loro.

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EVARISTO PAPA E MARTIRE

26 OTTOBRE.

Questo santo Pontefice, che per nove anni sedette sulla cattedra di San Pietro, illustrò la Chiesa con savie disposizioni, non meno che colla sua santa vita, coronata dalla palma del martirio. – Nacque Evaristo in Grecia da padre ebreo. Nella sua giovinezza frequentò le principali scuole della sua dotta patria, ed alla coltura filosofica e letteraria, unì pure lo studio delle dottrine cristiane, bandite dagli immediati successori degli Apostoli. Iscrittosi fra i catecumeni, ricevette il Santo Battesimo e divenne egli pure zelantissimo apostolo della fede, dapprima fra i suoi connazionali e poscia in Roma, chiamatovi forse da Papa Anacleto, che ne aveva ammirate le doti non comuni di scienza e di zelo. Alla morte di Papa Anacleto, per l’unanime consenso dei fedeli, fu eletto Evaristo a succedergli nel difficile e delicato Ministero. – Gravi furono le difficoltà che egli dovette sostenere nel suo Pontificato, rese più gravi ancora dalle furiose persecuzioni suscitate dagl’imperatori di Roma. La Chiesa era perciò costretta in quel tempo a svolgere le sue attività negli oscuri sotterranei delle Catacombe. – Ivi si compievano le sacre funzioni, ivi venivano conferiti gli Ordini Sacri, ivi pure si prendevano disposizioni per le più urgenti necessità. Non si può dubitare dello zelo indefesso di Papa Evaristo, né della sua pastorale vigilanza, secondo che il gran Martire Ignazio di Antiochia ci fa sapere sulla condotta dei fedeli di Roma al tempo di questo degnissimo successore di San Pietro. Essi infatti venivano proposti in esempio alle altre chiese della cristianità, per la purezza di dottrina, per l’ardente carità con cui si amavano, e vicendevolmente si prestavano aiuto, e per l’eroico attaccamento alla fede cristiana. – Moltissime e di singolare importanza sono le opere compiute nella Chiesa da questo glorioso Pontefice; però ricordate alcune, perché degne di maggiore rilievo. – Anzitutto, la divisione da lui fatta della Diocesi di Roma in Titoli o Parrocchie, a ciascuna delle quali propose un prete cardinale. Si ritiene pure sua l’istituzione dei sette Diaconi che dovevano accompagnare il Vescovo nella Sacra Predicazione. Uno dei suoi meriti più insigni, fu però quello di avere propugnato la santificazione del Matrimonio, ordinando che venisse celebrato pubblicamente e che le nozze fossero benedette dal Sacerdote: disposizione che fu poi largamente inculcata dal sapientissimo Leone XIII, e ultimamente da Pio XI, che ci ha donato un nuovo preziosissimo documento coll’Enciclica « Casti connubii » del 29 Dicembre 1930. – Ed è veramente un gran merito quello di avere riformato l’istituto matrimoniale, poiché ben sappiamo come la società tragga origine dalla famiglia: se questa sarà ispirataai sacri princìpi della fede, oh! allora tanti disordini saranno evitati ed al focolare domestico si tempreranno le virtù famigliari e sociali che faranno di un buon cristiano un savio cittadino. Il Santo Pontefice durante il suo saggio governo della Chiesa, conferì tre volte i Sacri Ordini, consacrando quindici Vescovi, diciassette Sacerdoti e due Diaconi. Santamente chiuse i suoi giorni, coronati dal glorioso martirio, che subì per ordine di Traiano, l’anno 112. – Le sue sacre spoglie furono deposte sul Colle Vaticano presso la tomba di San Pietro

FRUTTO. — Leggiamo volentieri la parola del Papa, sapendo che in Lui parla il Divin Maestro Gesù Cristo.

PREGHIERA. — Riguarda, Dio onnipotente, la nostra infermità e perché ci grava il peso del nostro mal operato ci protegga la gloriosa intercessione del tuo beato Martire e Pontefice Evaristo. Così sia.

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Proprio oggi, ricorre il 48° anniversario dell’elezione del Cardinal Siri al Soglio di Pietro, col nome di GREGORIO XVII. Il suo Papato fu però impedito da subito dal cardinal Tisserand, capobanda dei delinquenti della “Quinta colonna” infiltrata nel conclave a protezione degli interessi giudaico-massonici, decisi ad eleggere un vero Papa infallibile, ed a sostituirlo poi con un “pinocchio” fallibilissimo, che si muovesse agitato dai fili dei burattinai [fu eletto infatti il massone A. Roncalli, uno dei vari “santo-dannati” della sinagoga di satana che occupa attualmente la Santa Sede. A questo nuovo Eliodoro, ed agli altri, ancor peggiori di lui, che gli sono succeduti, e che ancor oggi sono ivi insediati, ricordiamo che la stessa sorte del biblico condottiero, toccherà loro che hanno occupato indebitamente la sede del Vicario di Cristo. Infatti fu lo stesso Eliodoro, convertito dalle “batoste” degli inviati celesti del Signore, a darne la sentenza: “Si quem habes hostem, aut regni tui insidiatorem, mitte illuc, et flagellatum eum recipies, si tamen evaserit: eo quod in loco sit vere Dei quaedam virtus. Nam ipse, qui habet in caelis habitationem, visitator et adjutor est loci illius, et venientes ad malefaciendum percutit, ac perdit”. [II Macc. III, 20-30]. [Se hai qualcuno che ti è nemico o insidia il tuo governo, mandalo là e l’avrai indietro flagellato per bene, se pure ne uscirà salvo, perché in quel luogo c’è veramente una potenza divina. Lo stesso che ha la sua dimora nei cieli è custode e difensore di quel luogo ed è pronto a percuotere e abbattere coloro che vi accedono con cattiva intenzione].

AI NOVE CORI DEGLI ANGELI

AI NOVE CORI DEGLI ANGELI

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La cui festa affatto distinta da quella degli Angeli Custodi si Celebra il 9 di Luglio nella Chiesa di S. Raffaele in Milano, ove è eretta un’apposita piissima Confraternita. [Manuale di Filotea, Milano 1888 -Iimprim.]

I. O Angioli santissimi, creature purissime, spiriti nobilissimi, nunzi e ministri del sommo Re della gloria e fedelissimi esecutori de’ suoi comandi, purificate vi prego, le mie orazioni, ed offerendole alla maestà dell’Altissimo, fate che spirino un soave odore di fede, di speranza e di carità. Gloria.

II. O felicissimi Arcangioli, capitani della milizia celeste, impetratemi i lumi dello Spirito Santo, istruitemi nei divini misteri, ed avvaloratemi contro il comune nemico. Gloria.

III. O Principati sublimi, governatori del mondo.governate in tal guisa l’anima mia che non venga mai soprafatta dalle illusioni dei sensi. Gloria.

IV. O invittissime Podestà, raffrenate il maligno spirito quando mi assale, e tenetelo lontano da me quando cerca di allontanarmi da Dio. Gloria.

V. O potentissime Virtù, fortificate il mio spirito onde pieno del vostro valore, sempre più mi avanzi in ogni virtù, e resista ad ogni assalto infernale. Gloria.

VI. O beatissime Dominazioni, impetratemi un perfetto dominio di me medesimo, e una santa fermezza nel rigettare tutto quello che non viene da Dio. Gloria.

VII . O Troni stabili e sempiterni, insegnate all’anima mia la vera umiltà, acciocché divenga domicilio di quel Signore che risiede benignamente negli umili. Gloria.

VIII. O sapientissimi Cherubini, tutti intenti alla divina contemplazione, fate ch’io ben apprenda la viltà mia e la eccellenza del mio Signore. Gloria.

IX. O attentissimi Serafini, accendete de vostro fuoco il mio cuore, onde ami solo Colui che è incessantemente amato da voi. Gloria.

ROSARIO IN ONORE DEGLI ANGELI

[da recitarsi specialmente nel Martedì d’ogni settimana e nel giorno 9 di ciascun mese].

  1. Ave Maria, etc. Sublimissimi SERAFINI, ardenti d’amore, otteneteci la santa castità. Pater e 9 Gloria.
  2. Ave Maria, etc. Beatissimi CHERUBINI, veggenti Dio, otteneteci una viva fede. Pater e 9 Gloria.
  3. Ave Maria, etc. Altissimi TRONI portanti il Signore, otteneteci ferma speranza di possederLo ancor noi. Pater e 9 Gloria.
  4. Ave Maria, etc. Supreme DOMINAZIONI degli Angeli e delle cose, otteneteci pieno e retto dominio di noi stessi. Pater e 9 Gloria.
  5. Ave Maria, etc. Potentissime VIRTU’ operatrici di d’ogni meraviglia, otteneteci di superare ogni contrarietà che ci derivi dalle creatura. Pater e 9 Gloria.
  6. Ave Maria, etc. Invittissime POTESTA’, debellatrici dei Demoni, otteneteci il trionfo di ogni diabolica tentazione. Pater e 9 Gloria.
  7. Ave Maria, etc. Sapientissimi PRINCIPATI, ordinatori delle angeliche azioni, otteneteci perfetta conformità alle disposizioni di Dio. Pater e 9 Gloria.
  8. Ave Maria, etc. Nobilissimi ARCANGELI, nunzi delle grandi cose, otteneteci la obbedienza ai supremi comandamenti di Dio. Pater e 9 Gloria.
  9. Ave Maria, etc. Felicissimi ANGELI, ministri e nunzi dell’Altissimo, otteneteci la fedele corrispondenza alle ispirazioni di Dio. Pater e 9 Gloria.

Ave Maria etc. V. Regina Angelorum. R. Ora pro nobis.

Ave Maria etc. Regina Angelorum. Ora pro nobis.

Ave Maria etc. Regina Angelorum. Ora pro nobis.

  1. Orate pro nobis, omnes Angelorum Ordines;
  2. Ut efficiamur promissionibus Christi.

Oremus

Deus, qui miro ordine Angeloram ministeria hominumque despensas, concede propitius; ut a quibus tibi ministranti bus in coelo semper assistitur, ad his in terra vita nostra muniamur. Per Dominum, etc.

A Maria

Sancta Maria, super chorus Angelorum exaltata ad coelestia regna, Jesu Christo Filio tuo Domino nostro devotorum tuorum offer suspira, nobisque divinae gratiae mediatrix esto benigna.

All’Angelo Custode.

Angele Dei, qui custos es mei, me tibi commissum pietate sperna, hodie illumina, custodi, rege, guberna. Amen.

Inno a tutti gli Angeli.

Voi del ciel augusti Principi,

che divisi in nove eserciti,

Alternate eterni cantici,

implorate a noi mercè;

Onde ai mali d’ogni genere,

vecchi e nuovi opposto l’argine

Sola imperi in tutti i popoli,

trionfante alfin la Fè.

Segregate ogni alma perfida

Dall’ovil del Divin Figlio,

Onde il gregge non contamini

Degli errori il rio velen;

Ma, fedeli ai soli pascoli

Che il Pastor eterno additagli,

Corra, e solo aneli ai rivoli

D’onde sgorga il vero ben.

SAN RAFFAELE – 24 OTTOBRE

SAN RAFFAELE, ARCANGELO

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[Dom Guéranger. L’anno liturgico, vol. II]

La vicinanza della grande solennità che farà convergere sopra di noi gli splendori del cielo, ispira alla Chiesa un raccoglimento profondo. Salvo l’omaggio che intende rendere ai gloriosi Apostoli Simone e Giuda, poche feste di rito semplice romano rompono il silenzio degli ultimi giorni di ottobre e conviene che le nostre anime si uniformino alle disposizioni della Chiesa. Tuttavia, non ci sottrarremo ad esse, se ricorderemo brevemente l’Arcangelo che la Chiesa oggi solennizza.

Ministero di san Raffaele.

L’ufficio che adempiono verso di noi gli spiriti celesti è espresso in modo mirabile nelle scene graziose, che rivestono di toccante bellezza la storia di Tobia. Ricordando i buoni uffici della guida e dell’amico, che chiama fratello Azaria, Tobiolo dice al padre: « Come ricompenseremo i suoi benefici? Mi ha guidato e ricondotto sano e salvo, ha ricuperato egli stesso il denaro che Gabelo ci doveva, devo a lui se ho incontrata la sposa che mi era destinata e ne ha cacciato il demonio, riempiendo di gioia i suoi genitori, mi ha liberato dal pesce, che stava per inghiottirmi e a te ha fatto vedere finalmente la luce del cielo: siamo stati da lui colmati di benefici » (Tob. XII, 2-3). Padre e figlio, desiderano mostrare nel modo possibile a uomini la gratitudine a chi tanto l’aveva meritata. L’Angelo si fa conoscere e orienta tutta la loro riconoscenza al supremo benefattore. « Benedite il Dio del cielo e glorificatelo sopra tutto ciò che ha vita, perché egli ha fatto splendere sopra di voi la sua misericordia. Quando voi pregavate in lacrime e seppellivate i morti io presentavo al Signore le vostre preghiere e siccome eravate graditi a Dio era necessario che foste provati dalla tentazione. Ora il Signore mi ha mandato per guarirvi e liberare dal demonio la sposa di vostro figlio. Io sono l’Angelo Raffaele, uno dei sette che stiamo davanti al Signore. Pace a voi, non temete e lodate Dio » (ibid. XII, 4-22).

Confidenza.

Ricordiamo anche noi i benefici del cielo, perché, con la certezza di Tobia, che vedeva con i suoi occhi l’Arcangelo Raffaele, noi sappiamo dalla fede che l’angelo del Signore segue i nostri passi dalla culla alla tomba. Abbiamo per lui lo stesso confidente abbandono e il cammino della vita, più seminato di pericoli che il cammino nel paese dei Medi, sarà per noi sicuro e gli incontri che faremo saranno felici, perché preparati dal Signore e la sua benedizione, splendore anticipato della patria, si diffonderà sopra di noi e sui nostri cari. Prendiamo dal Breviaro Ambrosiano un inno in onore dell’Arcangelo radioso: Raffaele, guida divina, ricevi con bontà l’inno sacro che le nostre voci supplichevoli e gioiose ti dedicano. Dirigi il nostro cammino verso la salvezza, sostieni i nostri passi, perché non andiamo vagando senza meta, avendo perduto il sentiero del cielo. Guarda a noi dal cielo e riempi le nostre anime dello splendore brillante che discende dal Padre santo dei lumi. Restituisci ai malati la salute, fa’ cessare la notte dei ciechi e guarendo i loro corpi, riconforta i loro cuori. Tu, che stai davanti al sommo Giudice, scusaci per i nostri delitti; placa l’ira vendicatrice dell’Onnipotente, tu cui noi affidiamo le nostre preghiere. Tu, che sostenesti il gran combattimento, confondi il nostro superbo nemico e, per vincere lo spirito di rivolta, donaci forza, aumenta in noi la grazia. Sia gloria a Dio Padre e al suo unico Figlio con Io Spirito Paraclito e ora e sempre. Così sia.

INNO

Cristo, decoro dei santi Angeli,

creatore e redentore del genere umano,

danne di salire alle beate sedi

dei celesti abitatori.

L’Angelo, medico della nostra salute,

Raffaele, ci assista dal cielo, così che

guarisca tutti gli infermi, e nei passi incerti

della vita ci diriga.

La Vergine, regina della pace e Madre della luce,

e il sacro coro degli Angeli

ci assistano sempre, e con essi la splendida

corte del cielo.

Ce lo conceda la Divinità beata,

il Padre, il Figlio e lo Spirito

Santo, la cui gloria risplende

per tutto il mondo.

Amen.

Dal libro di Tobia [Tob XII: 1-22]

Tobia chiamò a sé suo figlio, e gli disse: Che possiamo dare a quest’uomo santo, che è venuto con te? E Tobiolo rispose e disse a suo padre: Padre, qual ricompensa gli daremo? qual cosa può essere proporzionata ai suoi benefizi? Egli m’ha condotto e rimenato sano, egli stesso ha riscosso il denaro da Gabelo, egli m’ha fatto aver moglie, e ha tenuto lungi da lei il demonio, ha consolato i suoi genitori, ha salvato me stesso dall’esser divorato dal pesce, a te pure ha dato di rivedere la luce del cielo, e per lui siamo stati ricolmi d’ogni bene. Che potremo dargli che sia proporzionato a tutto questo? Ma ti prego, padre mio, di supplicarlo, se mai si degnasse di prendersi la metà di tutto ciò ch’è stato portato. E il padre e il figlio chiamatolo e tiratolo in disparte, cominciarono a pregarlo che si degnasse di accettare la metà di tutto quello che avevano portato. Allora egli disse loro in segreto: Benedite il Dio del cielo, e glorificatelo dinanzi a tutti i viventi, perché ha usato con voi la sua misericordia. Perché è bene di tener nascosto il segreto del re: ma è cosa lodevole rivelare e manifestare le opere di Dio. Buona cosa è l’orazione unita al digiuno, e l’elemosina è meglio che metter da parte tesori d’oro: perché l’elemosina libera dalla morte, ed è essa che cancella i peccati, e fa trovare la misericordia e la vita eterna. Quelli invece che commettono il peccato e l’iniquità, sono nemici dell’anima propria. Pertanto vi manifesto la verità, e non vi terrò più nascosto questo mistero. Quando tu pregavi con lacrime e seppellivi i morti, e, lasciando il tuo pranzo, nascondevi di giorno i morti in casa tua, e di notte li seppellivi, io presentai al Signore la tua orazione. E siccome tu eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse. E adesso il Signore m’ha mandato a guarirti, e a liberare dal demonio Sara moglie del tuo figlio. Perché io sono l’Angelo Raffaele, uno dei sette, che stiamo dinanzi al Signore. Udite tali cose, si conturbarono, e caddero tremanti colla faccia per terra. E l’Angelo disse loro: La pace sia con voi, non temete. Se infatti sono stato con voi, è stato per volere di Dio: beneditelo e lodatelo. A voi sembrava veramente ch’io mangiassi e bevessi, ma io mi servo di un cibo invisibile, e d’una bevanda, che non può esser vista dagli uomini. Ora è tempo che ritorni a colui, che mi ha mandato: or voi benedite Dio, e raccontate tutte le sue meraviglie. E detto ciò, disparve dagli occhi loro, ed essi non poterono più vederlo. Allora prostrati per tre ore colla faccia per terra, benedissero Dio, quindi, rialzatisi, raccontarono tutte le sue meraviglie.

Sermone di san Bonaventura Vescovo

Sui Santi Angeli Sermone 5, sulla fine

Raffaele significa medicina di Dio. E dobbiamo notare che si può essere liberati dal male mediante tre benefici, che Raffaele ci accorda quando ci guarisce. Dapprima Raffaele, il medico (celeste), ci libera dall’infermità dello spirito, inducendoci al dolore della contrizione; onde Raffaele disse a Tobia Appena sarai entrato in casa tua, ungi gli occhi di lui col fiele. Così fece, e ci vide. Perché non poté far ciò Raffaele stesso? Perché l’Angelo non dà la compunzione, ma mostra solo la via. Per il fiele s’intende dunque l’amarezza della contrizione, che guarisce gli occhi interni della mente, secondo il Salmo: «Egli guarisce i contriti di cuore»(Ps. CXLIII,3). Questa contrizione è un ottimo collirio. Nel capo secondo dei Giudei si dice che l’Angelo salì al luogo di quelli che piangevano, e disse al popolo: «Io vi trassi dal paese d’Egitto, feci per voi tali e tanti benefizi; e tutto il popolo pianse, onde quel luogo fu chiamato il luogo dei piangenti» (Jud. II,1 et 5). Carissimi gli Angeli tutto dì ci parlano dei benefizi di Dio, e ce li richiamano alla mente, dicendoci: Chi è che t’ha creato, che t’ha redento? Che hai fatto, chi hai offeso? Se ripensi a questo, non troverai altro rimedio che piangere. In secondo luogo Raffaele ci libera dalla schiavitù del diavolo, penetrandoci della memoria della passione di Cristo; in figura di che è detto nel capo sesto di Tobia: Se metterai un pezzetto di quel cuore sui carboni accesi, il suo fumo scaccerà qualunque specie di demoni. Infatti nel capo ottavo di Tobia si dice, che Tobia mise un pezzetto di esso cuore sui carboni, e Raffaele confinò il demonio nel deserto dell’alto Egitto. Che significa ciò? Non avrebbe potuto Raffaele confinare il demonio, se non si fosse posto quel cuore sui carboni? Era forse il cuore del pesce che dava tanto potere all’Angelo? No certo! Esso non avrebbe potuto nulla, se li non ci fosse stato un mistero. Infatti con ciò ci si fa intendere che non c’è nulla oggi che ci liberi dal potere del diavolo come la Passione di Cristo, la quale procedé dal suo cuore, come da una radice, cioè dalla carità. Il cuore Infatti è la sorgente d’ogni nostro calore vitale. Se dunque metti il Cuore di Cristo, cioè la passione che soffrì, la cui radice è la carità, sorgente del suo ardore, sui carboni, cioè sulla memoria infiammata, subito il demonio sarà allontanato in modo da non poterti più nuocere. In terzo luogo ci libera dalla pena di trovarci in opposizione con Dio, pena che abbiamo incorso offendendo questo Dio, e ciò inducendoci a pregare con insistenza; e a questo si riferisce quel che disse l’Angelo Raffaele a Tobia nel capo dodicesimo: «Quando pregavi piangendo, anche io offrivo la tua preghiera al Signore» (Tob. XII,13). Gli Angeli ci riconciliano con Dio, per quanto possono. I nostri accusatori davanti a Dio sono i demoni. Gli Angeli poi ci scusano, allorché offrono le nostre preghiere, che c’inducono a fare con devozione, com’è nel capo ottavo dell’Apocalisse: «Sali il fumo degli aromi nel cospetto del Signore dalla mano dell’Angelo» (Apoc. VIII,4). Questi profumi che si consumano soavemente, sono le preghiere dei Santi. Vuoi placare Dio che hai offeso? Prega con devozione. Essi offrono a Dio la tua preghiera per riconciliarti con Dio. In san Luca si dice che Cristo, preso da spasimo, pregava intensamente, e che gli apparve un Angelo del Signore a confortarlo (Luc. 3,43). Ora tutto ciò avvenne per noi, perché egli non abbisognava del conforto di lui, ma per mostrarci ch’essi assistono volentieri quelli che pregano con devozione, e volontieri li aiutano e confortano, e ne offrono a Dio le preghiere. – Papa Benedetto XV estese a tutta la Chiesa la festa di san Raffaele Arcangelo.

Omelia di san Giovanni Crisostomo

Omelia 36, ovvero 35, su Giovanni, n. 1

Che maniera è questa di guarire? che mistero c’è sotto? Perché queste cose non furono scritte senza una ragione; ma ci descrivono quasi in figura e in immagine il futuro, affinché, avvenendo improvvisamente qualche cosa di straordinario, non vacillasse in qualche modo la fede di molti uditori. Cos’è dunque questa descrizione? Essa predice il battesimo che doveva conferirsi in seguito, pieno di virtù e d’una grazia immensa, il battesimo che doveva lavare tutti i peccati, e rendere i morti alla vita. Questo battesimo dunque è figurato nella piscina e in molti altri simboli, Per esso il Signore diede dapprima l’acqua, che lava le macchie del corpo, e anche le macchie non reali, ma riputate tali, provenienti dai funerali, dalla lebbra e simili; e nell’antica legge bisognava, in molte circostanze, purificarsi coll’acqua. – Ma torniamo al nostro soggetto. La Provvidenza ha dunque voluto, come abbiam detto, che l’acqua servisse a togliere prima le macchie del corpo, poi le diverse infermità. E Dio per avvicinarci di più alla grazia del battesimo, non solo toglie le macchie, ma guarisce altresì le malattie. Difatti le immagini che toccano più da vicino la verità, sia nel battesimo, sia nella passione, sia in altri soggetti, sono più chiare di quelle date anticamente. E come i satelliti che sono vicini al re, sono più elevati in dignità di quelli che ne sono distanti; così è avvenuto delle figure. L’Angelo del Signore dunque scendendo agitava l’acqua, e le infondeva una virtù curativa, affinché i Giudei comprendessero che il Signore degli Angeli poteva con più forte ragione guarire tutti i mali dell’anima. Ma, come qui non era la semplice acqua che guariva (altrimenti l’avrebbe fatto sempre) ma operava ciò sotto l’azione dell’Angelo; così pure in noi non è semplicemente l’acqua che opera, ma, dopo aver ricevuto la grazia dello Spirito, allora solo cancella tutti i peccati. – «Intorno a questa piscina giaceva una gran moltitudine d’infermi, ciechi, zoppi, paralitici in attesa del moto dell’acqua» (Joann. 5,3). Ma allora la stessa infermità era sovente di ostacolo a che, chi lo volesse, fosse guarito; ora invece ognuno può avvicinarsi alla piscina spirituale. Dacché non è più un Angelo a muover l’acqua, ma è il Signore degli Angeli che opera tutto. Né possiamo dire: Quando arrivo io, un altro s’è già buttato prima di me. Perché, venisse pure tutto il mondo, la grazia non si consuma per questo, né vien meno la sua efficacia o azione, ma rimane sempre la stessa. E come i raggi del sole ci illuminano ogni giorno, né si consumano, né, servendo a molti, perdono alcunché della loro luce; così, anzi molto meno, si diminuisce l’operazione dello Spirito per la moltitudine di coloro su cui si esercita. Ciò poi avvenne, affinché quelli í quali sapevano che l’acqua guariva le malattie del corpo, e s’erano familiarizzati con questo spettacolo, credessero più facilmente che anche i mali dell’anima possono guarirsi.

ALL’ARCANGELO S. RAFFAELE

I. Nobilissimo Arcangelo San Raffaele, che dalla Siria alla Media accompagnaste sempre fedele il giovanetto Tobia, degnatevi di accompagnare anche me’ miserabile peccatore nel pericoloso viaggio che ora sto facendo dal tempo all’eternità. Gloria.

II. Sapientissimo Arcangelo S. Raffaele, che camminando presso il fiume Tigri, preservaste il giovane Tobia dal pericolo della morte, insegnandogli la maniera d’impadronirsi di quel pesce che lo minacciava, preservate anche l’anima mia dagli assalti di quel mostro che dappertutto mi circonda per divorarmi. Gloria.

III. Amorosissimo Arcangelo S. Raffaele, che arrivato nella Media col giovane Tobia, andaste voi stesso nella città di Rages per riscuotere da Gabelo la nota somma di cui era debitore, siate, vi prego, mediatore dell’anima mia presso il Signore affine di ottenermi la total remissione degli enormi debiti da me contratti colla sua tremenda giustizia. Gloria.

IV. Potentissimo Arcangelo S. Raffaele che liberaste la buona Sara dall’immondo Asmodeo, costringendolo a far ritorno ne’ suoi abissi, liberate anche l’anima mia dall’avarizia, dalla superbia, dalla collera, dalla libidine, dalla gola, dall’accidia e da tutte le altre passioni, che, a guisa di demoni, la tiranneggiano continuamente, e fate che, liberata una volta, non abbia mai più a ritornar sotto l’ignominioso lor giogo. Gloria.

V. Benignissimo Arcangelo S. Raffaele, che procuraste alla buona Sara una compita felicità, maritandola con Tobia dopo di averla prodigiosamente liberata dalla schiavitù del demonio, fate che anche l’anima mia, tolta alla tirannia delle passioni, si unisca come una sposa al suo Gesù con vincoli indissolubili di una fede sempre viva e di una carità sempre ardente. Gloria.

VI. Pietosissimo Arcangelo S. Raffaele, che con prodigio affatto nuovo, ridonaste al cieco Tobia il prezioso dono della vista, liberate, vi prego, l’anima mia dalla cecità che l’affligge e la disonora, affinché conoscendo le cose nel loro vero aspetto, non mi lasci mai ingannare dalle apparenze, ma cammini sempre sicuro nella via dei divini comandamenti. Gloria.

VII. Liberalissimo Arcangelo S. Raffaele, che, dopo aver ricolmato di benefici e di ricchezze la casa di Tobia, generosamente rifiutaste tutti i tesori a voi offerti in attestato di riconoscenza, ottenetemi, vi prego, un totale distacco dalle cose della terra, affinché rivolga tutti i miei sforzi all’acquisizione dei beni eterni e inestimabili del paradiso. Gloria.

VIII. Umilissimo Arcangelo S. Raffaele, che ricusaste di ricevere gli omaggi d’adorazione a voi prestati dalla riconoscente famiglia del buon Tobia, ottenetemi dal Signore un grande amore all’umiltà, affinché fuggendo tutti gli onori e le distinzioni del mondo riponga tutta la mia gloria nel vivere una vita nascosta in Gesù Cristo. Gloria.

IX. Perfettissimo Arcangelo S. Raffaele, che state sempre innanzi al trono dell’Altissimo a lodarlo, a benedirlo, a glorificarlo, a servirlo, fate che anch’io non perda mai di vista la divina presenza, affinché i miei pensieri, le mie parole, le mie opere sien sempre dirette alla sua gloria ed alla mia santificazione. Gloria.

OREMUS

Deus, qui Beatum Raphaelem Areangelum Tobiae, famulo tuo comitem dedisti in via, concede nobis famulis tuis, ut ejusdem semper protegamur custodia et muniamur ausilio. Per Dominum, etc.

GIACULATORIA.

Fate ch’io seguavi — sempre fedele,

Mio caro Arcangelo — San Raffaele.

PREGHIERA A S. Raffaele, Arcangelo.

Glorioso Arcangelo, S. Raffaele, grande principe della corte celeste, illustre per le tue doti di saggezza  e la grazia, guida dei viaggio per terra e per mare, consolatore dello sfortunato e rifugio dei peccatori ti prego di aiutarmi in tutti i miei bisogni e in tutte le prove di questa vita, come tu hai una volta assistito il giovane Tobia nel suo cammino. E dal momento che tu sei il  “Medico di Dio”, umilmente ti prego di guarire la mia anima delle sue numerose infermità ed il mio corpo dei mali che l’affliggono, se questo favore è per il mio maggior bene. Ti chiedo, in particolare, per la tua purezza angelica, che io possa divenire tempio vivo dello Spirito Santo. Amen.

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Sua Santità, Leone XIII., da un rescritto della S. Congreg. delle Indulgenze del 21 giugno 1890, concede ai fedeli che recitano la preghiera di cui sopra, un’indulgenza di cento giorni, una volta al giorno.

(Fonte:. “La Raccolta”, 1903, Imprimatur, p 368)

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 9-11]

Il segno della Croce:

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LETTERA NONA.

4 dicembre.

Del segno della croce presso i pagani ti parlerò in questa mia lettera, e per tutto correre il filo tradizionale, che rannoda la Sinagoga alla Chiesa, desidero dirti una parola del segno della croce de’ primi cristiani. Tu già sai ch’eglino lo facessero di continuo, ma tu ignori, io credo, che per non interromperlo, pregando rendevano se stessi segno di croce. Per fermo che i tuoi compagni l’ignorano. – Quanto Mose, Sansone, David, gl’Israeliti facevano ad intervallo, i nostri padri facevano di continuo, e tu ne vedi la ragione. Amalec, i Filistei, Eliodoro erano de’ nemici che passavano, ma il Colosso romano non deponeva mai le armi, tra lui ed i padri nostri s’era ingaggiata una lotta sanguinolente, e senza tregua. In tali circostanze ciascun di loro era un Mosè sul monte, e non per un giorno solo, ma per tre secoli tennero le braccia distese verso il cielo, per ottenere la vittoria ai martiri discesi nell’arena, e la conversione dei loro persecutori. – Del loro pensiero e della maniera di loro preghiera, lasciamo che parli un testimone oculare. « Noi preghiamo, dice Tertulliano, con gli occhi rivolti al cielo, e con le mani distese, comeché innocenti; a capo nudo, non avendo di che arrossirci; senza ammonitore, perché preghiamo col cuore. In siffatto modo noi imploriamo per gl’imperatori lunga vita, regno felice, sicurtà nella regia, armate valorose, sudditi Virtuosi, il mondo tranquillo, un Senato fedele, a dir breve, quanto l’uomo e Cesare desidera » [ Apolog. c. XXX]. – Cosi pregavano in Oriente ed Occidente gli uomini e le donne, le vergini e le matrone, i giovani ed i vecchi, i senatori, i fedeli d’ogni condizione. Questo misterioso atteggiamento era da essi usato non solo nelle striassi, nel fondo delle catacombe, raccomandando gli altrui interessi; ma altresì quando erano trascinati negli antiteatri, dove dovevano combattere per se stessi al cospetto d’immenso popolo trattosi a vedere i grandi atleti del martirio. – Immagina, se il puoi, mio caro, uno spettacolo più tenero di quello che Eusebio ci racconta. La persecuzione diocleziana con violenza procedeva nella Bitinia, e conduce in un sol giorno nell’anfiteatro un gran numero di cristiani dannati alle bestie. Per quanto snaturati fossero gli spettatori, un fremito di compassione corse loro per le vene a vista della moltitudine di teneri fanciulli, di delicate avvenenti donzelle, di cadenti vegliardi, che, con gli occhi al cielo elevati, con le braccia distese, impavidi procedevano nel mezzo delle tigri, e degli affamati leoni. Il timore che posseder doveva i condannati, padroneggiava l’animo de’ giudici e degli spettatori! [Euseb. Hist. Eccl. lib. VIII, c. 5]. – Siffatta attitudine de’ martiri non era eccezionale. Lasciamo la parola allo stesso storiografo, che, come testimone oculare non v’ha altri, che meriti maggior fede. « Voi avreste veduto, cosi egli, un giovane non ancora giunto a’ venti anni, libero da’ ceppi, star tranquillo in piede nel mezzo dell’anfiteatro con le braccia distese in forma di croce, il suo cuore più che il suo sguardo levato e fisso al cielo, essere circondato da orsi e leopardi il cui furore spirava la morte. Ma che! Questi terribili animali sul punto di dilaniargli le carni, da una potenza sovrumana hanno le bocche serrate, e spaventati si danno alla fuga. » (Ibid. C VII]. – L’Occidente ti presenta uno spettacolo ancor più tenero per la delicatezza della vittima. Nel mezzo della gran Roma giammai una moltitudine uguale aveva gremito gli scalini del circo. L’eroina è una giovinetta sui tredici anni, la bella Agnese condannata al fuoco. « Vedila, è santo Ambrogio che il racconta, dessa monta coraggiosa il rogo, e distende le sue mani verso il Cristo, per elevare tra le fiamme istesse il vittorioso stendardo del Signore! Con le braccia distese attraverso le fiamme, cosi prega: O Signore, cui ogni adorazione, santo timore ed onore è dovuto, vi adoro! O Padre Eterno del nostro Signore Gesù Cristo, vi benedico! È per la grazia del Figliuol vostro, ch’io son libera dalle mani degli nomini impuri, e senza sozzura alcuna ho scansate le immondizie di satana. Benedetto siate deh! altresì, perché la rugiada dello Spirito Santo estingue le fiamme divoratrici che mi circondano: queste si dividono, e gli ardori del mio rogo minacciano quelli che lo attizzano » [Lib. 1, De Virginib. “Tendere Christo inter ignes manus, atque ipsis sacrilegis focis trophaeum Domini signare victoris”]. – Tal’era la forma eloquente del segno della croce in uso fra i cristiani della primitiva Chiesa, i Mosè della novella alleanza, e tu puoi ancora averne una prova nelle pitture delle catacombe. Questa forma del segno trionfale durò lungo tempo fra i cattolici, ed io l’ho vista, son trent’anni, presso qualche popolazione cattolica d’Alemagna. Ma se questa s’è perduta tra i fedeli, la Chiesa l’ha religiosamente conservata. I dugento mila preti che ciascun giorno ascendono all’altare, su tutti i punti del globo, sono gli anelli visibili della catena tradizionale, che da noi si estende sino alle catacombe, e da queste al Calvario, di dove arrivano al monte Rafidim, e di là si perdono nella notte de’ tempi. – Arriviamo a’ pagani. Questi ancora hanno fatto il segno della croce, nelle loro preghiere, ed a ragione l’hanno creduto di una forza misteriosa, di grande importanza. Domanda ai tuoi camerata l’etimologia della voce adorare. Eglino non avranno pena alcuna a dirtela, che, se questa voce fosse una creazione della Chiesa potresti dispensarti dal domandargliela; ma poiché è una voce del latino del secolo d’oro, secondo l’espressione di collegio, bacellieri, com’ eglino sono, devono saperlo. – Ora decomponendo la voce adorare, questa, secondo tutti gli etimologisti vuol dire, portar la mano alla bocca e baciarla “manum ad os admovere”. Tale era la maniera con che i pagani adoravano i loro dei. Le prove sono abbondanti. « Quando noi adoriamo, dice Plinio, noi portiamo la mano destra alla bocca e la baciamo; quindi descrivendo un cerchio giriamo intorno il nostro corpo » [Plin. Hist. nat. lib. XXVIII –In adorando dextram ad osculum referimus, totumque corpus circumagimus. — Noi ci rivolgiamo intorno a noi medesimi — Che significa questo genere di adorazione ? Colportare la mano alla bocca, l’uomo fa omaggio della sua persona alla divinità; col rivolgersi sopra se stesso, imita il movimento degli astri, e fa alla divinità omaggio del mondo intero, di cui i corpi celesti sono la più nobile porzione. – Questa maniera di adorare fa parte del sabeismo o dell’ adorazione degli astri, forma d’idolatria che risale alla più alta antichità. Per mezzo dei Pitagorici essa era venuta a Numa, che prescriveva questo rivolgimento : eircumage te cum Deos adoras. « Si dice, aggiunge Plutarco, che questa è una rappresentazione del giro che fa il cielo col suo movimento (Vita di Numa, capo XII). Questa pratica profondamente misteriosa e r a molto diffusa in America prima della scoperta; ed è ancora oggidì in uso presso i Dervis giratori dell’Oriente]. – E Minuzio Felice : « Cecilio com’ebbe visto la statua di Serapide portò la mano alla bocca e baciolla, secondo l’uso del volgo superstizioso » [“Caecilius simulacro Serapidis denotato, ut vulgus superstitiosus solet, manum ori admovens, osculum labiis pressit (Minut Felice in Octav.). – Apuleo dice : « Emiliano sino al presente non ha pregato alcun Dio, né ha usato a tempio alcuno. Se passa dinanzi un luogo sacro crede delitto portar la mano alla bocca per adorare » [“Nulli Deo ad hoc aevi supplicavit; nullum templum frequentavi!; si fanum aliquod praetereat, nefas habel adorandi gratia, manum labris admovere”. (Apul. Àpol.. I, vers. fin.)]. – Ma perchè mai questo gesto esprimeva il culto supremo, l’adorazione? Eccolo in due parole. L’uomo è l’immagine di Dio, e Dio è nel suo Verbo, per lo mezzo del Quale ha tutto fatto. Portar la mano sulla bocca è comprimere la parola,, è, in certa maniera, annientarsi. Farlo come i pagani per onorar satana, era dichiararsene suddito, vassallo e schiavo, riconoscerlo per Dio. Tu sai qual delitto enorme questo sia. – Per questo Giobbe facendo la sua difesa diceva: « Quando ho visto il sole brillare con tutti i suoi raggi, e la luna avanzarsi abbellita dalla luce, il mio cuore nel suo segreto ne gioiva, e mai ho baciata la mano, perchè sarebbe la maggiore delle iniquità, e la negazione dell’Altissimo: iniquitas maxima et negatio contro Deum altimmum » [Si vidi solem, cum ralgeret, etlunamincedentem dare; et laetatum est in abscondito cor meum, et osculatus sum manum meam ore meo ; quia est iniquitas maxima, et negatio contra Deum Altissimum”: Job, cap. XXXII, v. 86, e sequ.]. – Questo gesto misterioso era siffattamente un segno d’idolatria, che Dio parlando degl’Israeliti rimasti fedeli, diceva: « Conserverò in Israele sette mila uomini, che non hanno piegato il ginocchio dinanzi a Baal, ed ogni bocca, che non l’ha adorato, baciando la mano » [“Derelinquam mini in Israel septem millia virorum, quorum genua non sunt incurvata ante Baal, et omne os, quod non adoravit eum oseulans manus”:III Reg. cap. XIX, v. 18]. – Vedi questo pagano, col ginocchio a terra, ed il capo chino avanti i suoi idoli? Vedi ch’egli passa il pollice della destra sotto il dito indice e lo riposa sul medio in maniera da formarne una croce; quindi bacia questa croce mormorando qualche parola in onore de’ suoi cari dei? Fa tu stesso un tale gesto, e vedrai che il segno della croce non potrebbe meglio essere rappresentato. Che tale fosse il bacio di adorazione, fra molti altri pagani, Apuleone ne fa fede: “Una moltitudine di cittadini e stranieri, dic’egli, era accorsa per la fama dell’ eccelso spettacolo. Fuor di sé alla vista della incomparabile bellezza, baciavano la destra di cui il pollice riposava sul dito indice, e la onoravano con religiose preghiere quasi fosse la stessa divinità » [Metamorph. VI]. – Siffatta maniera del segno della croce è si reale ed espressiva, che presentemente è comune presso molli cristiani in tutti i paesi. Ma questa non era la sola maniera con che era eseguito presso i pagani, poiché, i più pii, lo facevano crociando le mani sul petto. Noi troviamo questa maniera usitata in una delle circostanze la più solenne, e nello stesso tempo la più misteriosa della loro vita pubblica. Lascio la tua curiosità nell’aspettativa sino a domani. 

LETTERA DECIMA

5 dicembre.

Uscendo di collegio dopo dieci anni di stadio di latino e di greco, non conosciamo neppure la prima parola dell’antichità pagana; l’educazione ci mostra la superficie delle corti, e mai il fondo. Quello che ha luogo in Francia si osserva presso tutti i nostri vicini, e n’ho ben ragione di dirlo. Di che segue, che il fatto di che devo parlarti sarà per molti una strana novella: eccolo. – Quando un’ armata romana assediava una qualche città, la prima operazione, che eseguiva il generale, fosse questi un Camillo, un Fabio, un Metello, un Cesare o Scipione, non era di scavar fossati, o di elevar linee di circonvallazione, ma d’invocare gli dei difensori della città, perché passassero nel proprio campo. La formula dell’invocazione è troppo lunga per una lettera, tu potrai leggerla in Macrobio. – Ora profferendola il generale faceva per ben due volte il segno della croce. La prima come Mosè, come i primi cristiani, come al presente il prete all’altare, con le mani distese verso il cielo invocava Giove. Quindi fiducioso per l’efficacia della sua preghiera, crociava devotamenle le mani sui petto [“Cum Jovem dicit, manus ad coelum tollit: cum votum recipere dicit, manibus pectus tangit.” (Macrob. Saturnal, lib. III, cap. 2]. – Ecco due forme della croce incontestabili, universali e perfettamente regolari. Se questo fatto degno di considerazione è generalmente ignorato, ecco un’altro che 1’è un poco meno. L’uso di pregare con le braccia in croce era comune fra i pagani dell’Occidente e dell’Oriente. Su questo punto non v’ha alcuna differenza fra noi ed i giudei. Rileggi i tuoi classici. Tito Livio ti dirà: In ginocchio elevavano le loro mani supplicanti verso il cielo, e verso gli dei [“Nixae genibus supinas manus ad coelum ac Déos tendentes, – lib. XXXVI] .– Dionigi d’AIicarnasso: Bruto conoscendo la sventura e la morte di Lucrezia, elevò le mani al cielo, invocò Giove con tutti gli dei [“Brutus, ut cognovit casum et necem Lucretiae, protensis ad coelum manibus: Jupiter, inquit, diique omnes etc”. – Antiquit, lib. IV]. E Virgilio: Il padre Anchise sulla riva invoca i grandi dei, con le mani distese [“At pater Anchises, passis de littore palmis, Numina magna vocat – AEneid. lib. III]. – Ed Ateneo: Dario avendo inteso come Alessandro trattasse le sue figlie prigioniere, protese le mani verso il sole, e pregò, che se egli regnare più non dovesse, il regno fosse dato ad Alessandro. Ed in fine, Apuleo dichiara formalmente che tale maniera di pregare non era eccezionale, o come qualche giovane potrebbe qualificarla, una eccentricità, ma un permanente costume è « L’attitudine di quelli che pregano, egli scrive, è di elevare le mani verso il cielo » [“Cum boc Darius cognovisset, manus ad Solem extendens precatus est, ut vel ipse imperaret, vel Alexander”: üb. XIII, C 87]. – Un istinto che appellerei tradizionale, altrimenti non avrebbe nome, loro insegnava il valore di questo ségno misterioso. Poterlo fare negli estremi momenti del viver loro, era per essi sicuro argomento di salute. Se la morte mi sorprende nel mezzo delle mie occupazioni, mi sarà sufficiente poter levare le mani al cielo, [“Habitus orantium sie est, ut manibus extensis ad coe-lum precemur”: Lib. de Mundo vers. for.], diceva Arieno. E qui è da osservare, ed attendi bene ch’egli non dice: Se posso piegare il mio ginocchio, o battere il petto, o prostrare nella polvere la fronte, ma: Se posso stendere le mie braccia, ed elevarle verso il cielo. Perché ciò? Domandalo a’ tuoi compagni. E domanda ancora perché gli Egiziani avevano la croce ne’ tempi, e pregavano dinanzi questo segno reputandolo nunzio di futura prosperità? Ai tempi di Teodosio, dicono gl’istorici greci Socrate e Sòzomeno, quando erano distrutti i tempi degli dei, quello di Serapide in Egitto si trovò pieno di pietre su cui era scolpita la croce. Il che faceva dire a’ neofiti che fra Cristo e Serapide v’era qualche cosa di simile. Questi storici aggiungono che presso di loro la croce simboleggiava il secolo futuro [“Theodosio magno regnante, eum fana gentilium diruerentur; inventae sunt in Serapidis templo hierogiyphicae litterae habentes crucis formam, quas videntes illi, qui ex Gentilibus Christo crediderant, alebant significare crucem, apud peritos hieroglyphicarum notarum, vitam venturam. (Socrat. lib. V, c. 11. — Sozom. lib VII, c. 15]. – Presso i Romani, questo istinto si era tradotto in fatto, di che dubiterei, se non avessi sott’occhio una medaglia, che me ne da una prova materiale. Conoscendo eglino la forza del segno della croce, di che parlo, né volendo restare come Mosè, ed i primi cristiani con le braccia distese lungo tutto il tempo di loro preghiere, che cosa fecero? Immaginarono una dea cui era commesso d’intercedere continuamente per la repubblica; e la rappresentarono nella postura di Mosè sul Monte, per la qual cosa in Roma, nel mezzo del Forum olitorium, dove sono al presente i ruderi del teatro Mercello, si elevò la statua della dea detta: Pietas Publica. Dessa era rappresentata in piedi con le braccia distese da far croce col corpo, come Mosè, o come i primi cristiani delle catacombe, avendo a sinistra un’altare su cui bruciava l’incenso simbolo della preghiera [GRETZER, De Cruce, p. 33. — Porcellini, art. Pietas etc.].Sul conio del valore impetratorio e latreutico del segno della croce, l’Oriente del Nord era d’accordo con l’Occidente, i Cinési co’ Romani. Il crederesti tu? L’imperatore Hien-Suen sì antico da essere pressoché favoloso, aveva come Platone presentito il mistero della croce. Per onorare l’Altissimo, questo antico imperatore congiungeva due pezzi di legno uno dritto e l’altro trasverso [Discours prelim. du CHOU-KING del P. PRIMARB. cap. ix,, p. xcii]. – Dalle quali cose seguita, che de’ sette modi onde la croce può esser fatta, i pagani ne conoscevano tre, da essi eseguiti religiosamente e nelle importanti contingenze. – Benissimo, mi dici, ma sapevano eglino quel che facessero? Non era un segno puramente arbitrario, di nessun significato, e da che nulla è da dedurre? – Che i pagani avessero inteso come noi il segno della croce, non è mia pretensione affermarlo; poiché presso di loro questo segno era come le figure presso gli Ebrei. – Presso questi le figure avevano un significato reale, un grande valore più o meno misterioso a seconda de’ tempi, de’ luoghi e delle persone. Tu devi conoscere le lettere scritte con inchiostro simpatico. Queste tuttoché siano reali, pure sono pressoché inapparenti, ma l’azione del fuoco le rende in un subito visibili. Così e non altrimenti è del segno della croce de’ pagani. Quando fu irradiato dalla luce evangelica questo segno chiaro oscuro, divenne intelligibile a tutti, si scoperse, parlò, come le figure dell’Antico Testamento. – Credere che il segno della croce presso i pagani fosse un segno arbitrario è tale una supposizione che di per sé svanisce, poiché tutto ciò ch’è universale non è arbitrario, ed il segno della croce è universale più che ogni altra cosa. Noi tocchiamo, mio caro Federico, uno de’ più profondi misteri dell’ordine morale. – Non dimenticare lo scopo che mi son proposto, devo dimostrare, che la croce è un tesoro che ci arricchisce. Per essere arricchito è mestieri che l’uomo dimandi; che Dio lo esaudisca, e che all’uopo l’uomo sia caro a Dio. Non v’ha di più caro a Dio che il suo Figlio e quelli, che a questo si assomigliano. Ora il Figlio di Dio è un segno di croce vivente, e vivendo eternamente segno di croce, di poi 1’origine del mondo, Agnus occisus ab origine mundi, è il gran Crocifisso, e questo gran Crocifisso è il nuovo Adamo, il tipo del genere umano. Per tornar caro a Dio è forza che l’uomo si assomigli al suo divino modello, è mestieri ch’egli sia un Crocifisso, un segno di croce vivente. È questo il suo destino sulla terra come quello del Verbo. Povero, in tale attitudine deve presentarsi a Dio dimandandogli soccorso. La Provvidenza non ha voluto lasciargli ignorare questa condizione necessaria pel successo della sua preghiera. Come l’uomo non ha perduto la memoria della sua caduta, e la speranza della redenzione, così egli non ha perduto la conoscenza dello strumento redentore. Quindi la esistenza della conoscenza e della pratica, sotto una od altra forma, del segno della croce nelle preghiere, di poi l’origine dei secoli sino a noi. – Dio non solo ha commesso nel cuore dell’ uomo l’istinto del Segno della croce, ma ha voluto che nel mondo materiale tutto fosse fatto secondo questo segno, per ricordare all’uomo ancora per Io mezzo degli occhi corporali la necessità di questo segno salutare, ed il ministero sovrano che esercita nel mondo morale. Difatti, tutto quaggiù ne riproduce l’immagine. Ascolta quelli che hanno occhi per vedere! È degno di grandissima considerazione, dice Gretzer, che di poi la origine del mondo Dio ha voluto la Croce fosse presente agli occhi umani, ed all’uopo ha di maniera disposte le cose, che l’uomo nulla potesse fare senza l’intervento del segno della croce » [“Illud consideratione dignissimum est, quod Deus figuram crucis ab initio semper in hominum oculis versari voluit, namque ita instituit, ut homo propemodum nihil agere posset; sine interveniente crucis specie. De Cruce, lib. 1]. Gretzer è il centesimo eco della filosofia tradizionale; ascoltane altri. « Quanto v’ ha nel mondo è messo in opera secondo questo segno. L’uccello che attraversa gli spazi del cielo, e l’uomo sia che egli nuoti, o preghi non può agire che secondo questo segno. Per tentare la fortuna, e cercare le ricchezze fino negli estremi confini del mondo, l’uomo ha bisogno di una nave. Questa non può solcare le onde senza alberi, e questi di braccia a croce, senza che, impossibile tornerebbe darle una direzione. L’agricoltore domanda alla terra il suo cibo, e quello de’ ricchi, e de’ re? ad ottenerlo adopera l’aratro, che col vomero rappresenta una croce » [S. Maxim. Taurin, ap. S. Ambr. t. III, ser. 56, etc.]. Se il segno della croce è mezzo all’uomo per agire sulla natura fisica, l’è altresì per comunicare con i suoi simili. Nelle battaglie non è la vista degli stendardi, che anima i combattenti? Che ci mostrino le cantabra e i sipario, de’ Romani, che non eran che degli stendardi a forma di croce. – Gli uni e gli, altri erano delle lance dorate sormontate da un legno orizzontale, di dove pendeva un velo d’oro, o di porpora. Le aquile colle ali distese al sommo delle lance e delle altre insegne militari ricordano invariabilmente il segno della croce; i monumenti delle vittorie, ed i trofei formano la croce. La religione de’ Romani tutta guerriera, adora gli stendardi, giura per essi, e li preferisce ai suoi dei, e questi stendardi sono delle croci: “omnes illi imaginum suggestas insignes monilia crucium sunt (2). [Tertull. Apolog. XVI]. Di modo che, quando Costantino volle perpetuare nel vessillo imperiale, la memoria della vittoria avuta per la croce, vi aggiunse solo il monogramma di Cristo [EUSEB. lib. IX. Histor. 9.]. – L’uomo si distingue dalla bestia perché cammina ritto su i piedi, e può distendere trasversalmente le braccia ; e l’uomo in piedi con le braccia distese è la croce. Per lo che c’è imposto pregare in tale attitudine, affinché le nostre membra proclamino la passione del Signore, e quando ciascuno a sua maniera con lo spirito e col corpo confessa Gesù in croce, è sicuro che la nostra preghiera è esaudita. Il cielo istesso ò disposto a questa forma. Qual cosa mai rappresentano i quattro punti cardinali, se non le quattro braccia della croce e la universalità di sua virtù salutare? La creazione tutta intera ha l’impronta della croce. Platone stesso non ha forse scrìtto che la potenza più vicina al primo Dio, s’è esteta tul mondo in forma di croce? [“Ideo elevatis manibus orare praeeipimur, ut ipso quoque membrorum gettu passionem Domini fate amor. Tum enim citius nostra esauditur oratio, cum Christum, quern mens loquitur, etiam corpus imitatur. (S. Maxim. Taurin. Apud S. Ambros. tom. Ill, Serm.36. — S. Hier, in Marc. XI. — Tertull. Apol XYI.— Origen. Hom. Till in divers.). – Dalle cose dette segue la risposta da Minuzio Felice indirizzata ai pagani, che rimproveravano a’ cristiani di fare il segno della croce. « E che, forse la croce non è da per tutto, diceva loro? Le vostre insegne, i vostri stendardi, le bandiere e i trofei, che cosa sono, se non la croce? Non pregate voi come noi a braccia distese? ed in tale attitudine non pronunziate voi delle formule che proclamano un solo Dio? Non vi assomigliate voi allora a’ cristiani adoratori di un Dio unico, e che hanno il coraggio di confessare la loro fede nel mezzo delle torture dispiegando le braccia in forma di croce? Tra noi ed il vostro popolo qual differenza vi corre, quando con le braccia distese esclama: Gran Dio, Dio vero, se Dio lo vuole? È questo il linguaggio naturale del pagano, o la preghiera del cristiano. Quindi o il segno della croce è il fondamento della ragione naturale, o desso serve di base alla vostra religione istessa! [“Ita signo crucis aut ratio naturalis innititur, aut vestra religio formatur”. Minut. Felix in Octavio.]. – Perché adunque, soggiungono altri apologisti, lo perseguitate voi? Ed io altresì, mio caro Federico, potrei domandare a’ moderni pagani: Perché lo perseguitate questo segno? Perché ne avete onta? Perché siete larghi in lanciar sarcasmi contro i coraggiosi che lo fanno? La risposta è a capello quella che veniva data in altri tempi. « satana che scimmia Dio in tutto, si era impossessato di questo segno, e lo faceva eseguire ai pagani per proprio conto. Il perfido! Egli era contento di vedere che gli uomini usano, per adorarlo e perdersi, il segno destinato alla adorazione del vero Dio, e salvare il genere umano. » – Riguardo ai cristiani era tutt’altra cosa. Per essi questo segno esercitava il suo vero ministero, comeché mezzo da onorare il vero Dio, e precipuamente il Verbo incarnato, oggetto dell’odio di satana cui il Cristo strappava l’uomo per salvarlo. E se pel cristiano siffatto segno diveniva oggetto di scherno, era per lui un delitto degno della morte. – D’onde procede che gl’iniqui di tutti i secoli mostrano de’ sentimenti contraddittori, d’amore e di odio, di rispetto e di scherno per questo segno adorabile? Da satana stesso, risponde Tertulliano. « Spirito di menzogna, agogna ad alterare la verità e le cose sante a profitto della idolatria. Cosi egli battezza i suoi adepti assicurandoli che quest’acqua li purificherà da ogni colpa, e di questa maniera inizia al culto di Mitra. Segna la fronte de’ suoi soldati, celebra l’oblazione del pane, promette la risurrezione, e la corona guadagnata con la spada. Che altro dirò? Egli ha un Sommo Pontefice cui interdice le seconde nozze, ha le sue vergini, e i suoi continenti. Se noi esaminassimo per minuto le superstizioni stabilite da Numa, gl’impieghi sacerdotali, le insegne, i privilegi, l’ordine e le parti de’ sacrifizi, gli utensili, i vasi da sacrificio, gli oggetti per le espiazioni e le preghiere, non troveremmo noi che il demonio, scimiando Mosè, ha tutto ciò stabilito? Dopo l’Evangelio la contraffazione si è continuata ». [“A diabolo scilicet, cujus sunt partes intervertendi veritatem, qui ipsas quoque res sacramentorum divinorum ad idolorum mysteria aemulatur etc.” (TERTULL. de praescript.)]. – satana s’è spinto più oltre! Conoscendo tutta la potenza della croce ha voluto appropriarsela interamente, e sostituirsi al Dio crocifisso per averne gli onori. « Questo implacabile nemico del genere umano risaputo, per lo mezzo degli oracoli profetici, dice Firmico Materno, ha reso strumento d’iniquità il segno che arrecar do-veva la salvezza al mondo. Che cosa sono le corna di che si gloria ? Strazio di quelle che l’inspirato profeta ha nominato, e che, o satana, credi adattare alla tua orribile figura. Come puoi tu trovarvi la tua gloria, ed il tuo ornamento? Queste corna non sono altro che il segno venerabile della croce » (2). [De error, prof. Relig. t. XXII]. Cosi la fronte armata di questo sacro segno lo fa fremere di bile, e non trova supplizio, per crudele che sia, per punirlo d’aver portato l’immagine del Verbo incarnato; epperò, mio caro, egli ha fatto pessimo strazio de’ nostri padri e delle madri nostre, de’ fratelli e sorelle martiri di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ora ha fatto loro scuoiare la fronte, e sulle denudate ossa imprimere ignominiosi caratteri; ora pendere in forma di croce, e stirarli con corde e batterli con nervi di bue da far sconoscere in essi la figura umana (1). (1) [GRETZER De Cruce lib. IV, c. 32, pag. 688]. – Grande insegnamento! L’odio di Satana per la croce sia per noi norma della fiducia e dell’amore che dobbiamo a questo segno; domani vedrai che desso ha altri titoli ancora per questo duplice sentimento.

LETTERA UNDECIMA.

6 dicembre.

II segno della Croce è un tesoro che ci arricchisce: é questa una delle ragioni di sua esistenza. Ci arricchisce, perché desso è una eccellente preghiera. Ecco, mio caro amico, tu non l’hai dimenticato, il punto di dottrina che stabiliamo in questo momento. – La prova è a metà già svolta; che dessa toglie la sua evidenza dall’antichità, universalità, e perpetuità del segno adorando. Nel mezzo dell’universale naufragio in che il mondo, idolatrandosi, lascia perire tante rivelazioni primitive, si vede sfuggire alla devastazione quella del segno della Croce. Questo fatto ben chiaro e ragionevole per lo spirito cristiano, che riflette, ma forse per te e per gran numero di uomini incomprensibile, di quali verità è rivelatore? Desso afferma e rivela quanto sia utile all’uomo questo segno; avvegnaché ne mostra tutta la efficacia sul cuor di Dio. Dai ragionamenti passiamo ai fatti! Il segno della croce è una preghiera, una preghiera potente, una preghiera universale! – È una preghiera. Che cosa è l’uomo che prega? È un uomo che confessa dinanzi a Dio la sua indigenza, indigenza intellettuale, morale, materiale. È il povero alla porta del ricco. Ora il povero domanda con la voce, ma più eloquentemente col magro e smorto viso, con le infermità, i cenci e l’attitudine, come pregava sulla croce l’adorabile Povero del Calvario! In questo stato il Figlio di Dio, più che in altro mai era l’oggetto delle compiacenze infinite del Padre, ed Egli stesso ci dice, che questa preghiera più eloquente, per l’azione che per la parola, fu la leva che innalzò tutto a lui [“Cum exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. Joan. XII, 32 Humiliavit semetipsum etc. propter quod et Deus exaltavit illum etc.” (Ad Philip. II, 8)]. – Che cosa fa l’uomo facendo il segno della croce, sia con la mano, che con le braccia? Egli imprime sovra se stesso l’immagine del divino Povero; s’identifica con Lui, è Giacobbe che si copre delle vestimenta di Esaù per ottenere la paterna benedizione. In questa attitudine, espressione di fede, di umiltà e di oblazione, che cosa dic’egli? Egli dice: Vedete in me il vostro Cristo, “respice in faciem Christi tui”. Preghiera è questa più eloquente di tutte le parole : dessa ascende, dice santo Agostino, ed il soccorso discende: ascendit deprecatiti et descendit Dei miseratio. [August. Serm. 226 De temp.]. – Tal’è il segno della Croce, non parla e dice tutto; eloquente silenzio della croce! È una preghiera potente. Quando l’agente dell’autorità, un delegato di polizia, un sindaco, un gendarme, mette la mano sul delinquente, gli dice: In nome della legge vi arresto. In questa parola “in nome”, il colpevole vede l’autorità della sua patria, la forza armata, i giudici, il re stesso, e preso da paura e riverenza, si lascia arrestare. Quando l’uomo trovasi in un pericolo, in preda alla sofferenza ed alle infermità, e pronunzia queste parole solenni, in nome del Padre etc, e, pronunziandole, fa il segno redentore del mondo, e trionfatore dell’inferno, il male non può opporre resistenza alcuna. L’uomo non ha forse eseguite tutte le condizioni necessarie al successo? Dio non è, in certo modo, obbligato d’intervenire, e di glorificare il suo nome e la potenza del suo Cristo? Ecco ragione che dell’efficacia particolare del segno della Croce, né la Chiesa, né i secoli cristiani hanno dubitato; e teologi venuti in gran fama di profondo sapere insegnano, che la croce opera per virtù propria indipendentemente dalle disposizioni di colui, che la esegue. Ne danno varie ragioni; io non ne citerò che due. La prima è l’uso incessantemente ripetuto del segno della croce. Se non producesse, dicono, i suoi effetti di per sé stesso, i cristiani non avrebbero ragione facendone si frequente uso. Perché usarne se un movimento dell’anima bastasse ad ottenere e realizzare quanto sperano ottenere e realizzare col segno della croce? [“Dicimus signum sanctissimae crucis producere suos effectus “ex opere operato”. (Gretzer loc. cit. lib. IV, c 6», p. 703) – Ita etiam doctissimi quique tbeologi sentiunt, ut Gregorius de Valentia, Franciscus Suarez, Bellarminus, Tyraeus,etalii. ibid. – “Et certe nisi ex opere operato crux effectus suos ederet, non esset cur iam sedulo a fidelibus usurparetur; quia bono animi motu et actu omne illud perflcere seque certo possent, quod adhibito crucis signáculo peragunt et sese peracturos sperant”. – Ibid.]. – La seconda riposa su de’ fatti celebri nella storia, e di tale una autenticità da non poter di essi in verun modo dubitare. Il primo è quello di Giuliano Apostata. Quando ruppe a Dio la sua fede, com’è inevitabile, divenne adoratore di satana. Per conoscere l’avvenire, mandò per tutti gli uomini, che in Grecia erano in rapporto con i cattivi spiriti. Un evocatore si presenta, e promettegli piena soddisfazione. Eccoli in un tempio d’idoli: si eseguono le evocazioni, e detto fatto, l’imperatore è circondato di demoni, il cui aspetto gli mette paura. Per sentimento di timore, e senza alcuna riflessione si segna, ed eccoti i demoni disparire. Il mago ne lo rimprovera, e ricomincia le sue evocazioni. Di nuovo le istesse apparizioni. Giuliano si segna nuovamente, e gli spiriti dispariscono. Questo fatto è riferito da San Gregorio di Nazianzo, da Teodoreto ed altri Padri [“Ad crucem confugit, eaque se adversus terrores consignat, eumque quem persequabatur in auxilium adsciscit. Valuit signaculum, caedunt doemones, pelluntur timores. Quid deinde? Reviviscit malum, rursus ad audaciam redit; rursus aggreditur; rursus iidem terrores urgent, sursus obiecto signáculo daemones conquiescunt, perplexusque haeret discipulus.” (S. Gregor. Nazianz. Orat. I contra Julian.)]. – Il secondo è più noto nell’Occidente. La conoscenza di esso noi la dobbiamo al Pontefice San Gregorio, che siffattamente ce ne parla. « Quanto narro non può essere che certo, avvegnaché quanti sono gli abitanti di Fondi ne sono testimoni » [“Nec res est dubia quam narro, quia paene tanti in ea testes sunt, quanti et eiusdem loci habitatores existant.” (S. Greg. Dial. lib. III, c. 72)]. Un Giudeo dalla Campania si conduceva a Roma per la via Appia. Annottatosi verso Fondi, né potendo trovare ove passar la notte, si cacciò in un diruto tempio di Apollo. Quest’antica dimora di demoni gl’inspirava paura; però, tuttavolta non fosse cristiano, si munì del segno della croce. Ma che! era già scorsa la metà della notte, ed il timore non gli consentiva dormire, quando una moltitudine di demoni entrò nel tempio, e pareva vi si recassero a rendere omaggio al loro capo, assiso nel fondo del tempio. Questi domandava a ciascun di loro quel tanto che avesse fatto per indurre le anime a peccare, e ciascuno gli discopriva le male arti all’uopo usate. Nel mezzo di tali racconti, uno si avanza per narrare come avesse saputo tentare il vescovo della città. Fino al presente, diceva, tutto a vuoto: ma ieri, verso sera ho potuto instigarlo a dare un piccolo colpo sulla spalla della santa donna, che ha in cura l’azienda di lui. Continua, gli rispose l’antico inimico del genere umano, continua e compisci l’opera cominciata; da sì grande vittoria ti verrà eccezionale compenso. – A siffatto spettacolo il Giudeo respirava a pena: a farlo morir di paura, il presidente dell’infernale convegno ordinò che si prendessero indagini sul temerario, che ardiva rifuggiarsi nel suo tempio. La folla degli spiriti si avvicina curiosa al Giudeo, e vedendolo segnato della croce esclama: Malore! malore! un vaso vuoto e segnato. “Vae, Vae! vas vacuum et signatum”. E cosi detto disparvero! Parimente il Giudeo si affrettò di sortire dal tempio, e si portò alla Chiesa, dimora del vescovo, e gli narrò come sapesse del colpo dato il giorno innanzi, e lo scopo che il demonio si proponesse. Il vescovo sorpreso il più che immaginar si possa, commiato la santa donna ed inibì ad ogni femmina entrare nella sua dimora; sacrò a Sant’Andrea il vecchio tempio di Apollo, ed il Giudeo si rese cristiano. [S. Ambr. Dial. lib. III, cap. 7]. – Citiamo un’altro fatto. Le storie di Niceforo ci raccontano come Maurizio Cosro, secondo re di Persia inviasse a Costantinopoli de’ Persiani in ambasciata, i quali avevano nella fronte il segno della croce. L’imperatore domandò loro perché portassero quel segno, cui non credevano. “Questo che vedi, risposero, è segno di un benefizio in altri tempi ricevuto; poiché la peste disertava il nostro paese, ed alcuni cristiani ci consigliarono di segnarci siffattamente come preservativo contro del male. E didatti noi lo credemmo, ed eccoci salvi nel mezzo di migliaia di famiglie distrutte dalla peste [Hist. lib. XVIII, c. 20]. – A questi fatti naturalmente si unisce la riflessione del gran vescovo d’Ippona, che pare decisiva in favore dell’insegnamento cattolico. « Non è da meravigliare, dice egli, se il segno della Croce abbia gran potere quando è eseguito dai buoni cristiani; poiché dessa è potente ancora quando è messa in uso da quelli che non credono, e ciò solo in onore del gran Re » [“Nec mirum quod haec signa valent, cum a bonis christianis adhibentur, quando etiam cum usurpantur extranei, qui omnino suum nomen ad istam militiam non dederunt, propter honorem tamen excellentissimi Imperatoris valent”. (S. August. Lib. 83. De quaest. 19]. – Ma per restare fra i limiti dell’ortodossia, è da aggiungere, che il segno della croce non opera da sé puramente e semplicemente, ma secondo che è utile alla, nostra salute, o a quella degli altri, come di altre pratiche ha luogo, a mo’ d’esempio, gli esorcismi, a cui nessuna promessa divina assicura un effetto infallibile, e senza condizione alcuna. Aggiungasi ancora che la pietà di colui che fa il segno della Croce contribuisce alla efficacia di esso. II segno della Croce è una invocazione tacita di Gesù crocifisso, epperò la efficacia si proporziona al fervore con cui è invocato. Di maniera, che la invocazione del cuore, o della bocca è tanto più propria ad ottenere il suo effetto, quanto il fedele è più virtuoso e caro a Dio [Gretzer, ubi supra]. – È una preghiera universale. In un senso il segno della croce può dire come il Salvatore istesso: “Ogni potere mi è stato dato nel Cielo e nella terra”. Qui ancora più che altrove è da ragionare con i fatti, i quali sono sì numerosi da tornar solo difficile la scelta di essi. Tutti e ciascuno di essi, a sua maniera, proclama, da una parte la fede de’ nostri avi, e dall’altra l’impero del segno della Croce sul mondo visibile ed invisibile, e come desso provveda a’ bisogni dell’anima e del corpo. – Per l’anima l’uomo ha bisogno di lumi, ed il segno della croce li ottiene. S. Porfirio, vescovo di Gaza, deve disputare con una femmina manichea. Per dissipare con la chiarezza del ragionamento le tenebre in che era inviluppata la infelice, fa il segno della croce, e la luce brilla in questa intelligenza traviata. – Giuliano, il sofista coronato provoca a disputa Cesario fratello di san Gregorio di Nazianzo. Il generoso atleta scende nell’arena munito del segno della Croce, ed appone ad un nemico peritissimo nell’arte della guerra, e della dialettica lo stendardo del Verbo, e lo spirito di menzogna si trovò arreticato nella propria rete [S. Greg. Nazianz. In laud. Caesar]. – San Cirillo di Gerusalemme, sì potente in opere ed in parole, comanda si ricorra a questo segno tutte le volte che si debbono combattere i pagani, ed egli afferma che saranno ridotti al silenzio [“Accipe arma contra adversarios hujus crucis; cum enim de Domino cruceque contra infideles quaestio tibi erit, prius statue manu tua Signum, et obmutescet contradicens”. (S. Cyrill. Hieros. Catech. IUI]. – Nell’ordine temporale non meno che nell’ordine spirituale i lumi divini sono necessari all’uomo: il segno della croce li ottiene. Per la qual cosa gi’imperatori di Oriente, successori di Costantino, costumarono, parlando al Senato di cominciare dal segno della croce [“…Ipse coronatus solium conscendit avitum, Àtque crucis faciens signum venerabile sedit. Erectaque manu, cuncto presente Senatu, Ore pio haec orans, ait .… (Coripp. de laud. Justin Junior.)]. – Come di già vedemmo, San Luigi innanzi discutesse in consiglio gli affari del regno, si conformava a questa religiosa ed antica pratica. – Se al pari de’ principi, i più grandi che abbiano governato il mondo, i re e gl’imperatori del secolo decimonono ricorressero a questo segno, pensi che gli affari anserebbero si male? Per me son convinto, come della mia esistenza, che andrebbero molto meglio. I governi nostri contemporanei hanno minor bisogno di lumi, che quelli d’altri tempi? Hanno essi la pretensione di trovarli altrove che in Colui che n’è la sorgente, “lux mundi”? Conoscono eglino un mezzo più efficace del segno della Croce per invocarlo con successo? Tutti i secoli non depongono per la sua efficacia con ogni maniera di testimonianze? La Chiesa, che dovrebbe essere loro oracolo non rifinisce dal proclamarlo. V’ha un concilio, un conclave, un’assemblea religiosa che non cominci dal segno della croce? Fedeli ereditieri della tradizione, i preti cattolici parlano essi dall’alto della cattedra senza armarsi di questo segno? Con ciò eseguiscono la prescrizione degli antichi Padri : « Fate il segno della croce, scrive san Cirillo di Gerusalemme e voi parlerete. “Fac hoc signum, et loqueris”Catech. illuminat. IV]. – Quanto dissi de’ re, è da dire di quelli cui è commesso l’insegnamento altrui. Il Verbo incarnato, non è forse il Signore di tutte le scienze, il professore de’ professori, il maestro de’ maestri? Se il segno della Croce presiedesse all’insegnamento moderno, a’ libri che si stampano, credi tu che sarebbero inondati di errori, di sofismi, d’idee false, di sistemi incoerenti, il cui effetto certo è di far discendere il mondo moderno nelle tenebre intellettuali, dalle quali il Cristianesimo l’aveva tratto? Per l’anima l’uomo ha bisogno di forza: il segno della Croce n’è sorgente feconda. Guarda i tuoi illustri avi, i martiri. A chi questi domandano il coraggio pel trionfo nelle loro battaglie? Alla croce! Generali, centurioni, soldati, magistrati, senatori, patrizi o plebei, giovani e vecchi, matrone e candide vergini, tutti domandano scendere nell’arena, muniti di questa invincibile armatura, “insuperabilis christianorum armatura”. – Vieni, te ne mostrerò qualcuno. A Cesarea il generoso martire che cammina al supplizio è il centurione Gordio. Lo vedi? calmo ed in sé raccolto, egli arma della croce la sua fronte [S. Basil. Orat, in S. Gord.). – Qual è questa città dell’Armenia assisa nel mezzo delle nevi, e sulle sponde del lago di ghiaccio? È Sebaste. Eccoti verso sera quaranta uomini fra i ceppi, e nudi trasportati nel mezzo del lago condannati a passarvi la notte. Chi sono? Quaranta veterani dell’armata di Licinio. Una forza sovraumana è loro altrettanto più necessaria per resistere, che sulla riva son disposti de’ bagni caldi per quelli che rinunziassero alla fede. Fanno il segno della croce, ed una morte eroica corona il loro coraggio [“Isti autem in uno crucifixi signáculo Christum in se quasi legis loco ómnibus praseripserunt… crucem signífera figura in mente gestabant.” (S. Ephrem, Encom. in 40 SS. Martyr.). – Abbiamo di già veduta Agnese segno di croce vivente nel mezzo delle fiamme. Ecco altre vergini nate all’epoca d’oro de’ martiri. La prima è Tecla d’illustre prosapia e più illustre ancora per la fede. I carnefici padroni di essa la conducono al rogo, e dessa coraggiosa l’ascende, e fatto il segno della Croce tranquilla resta nel mezzo delle fiamme, ma una pioggia caduta a torrenti estingue le fiamme senza che un capello solo della giovane eroina venisse bruciato [“Capta ab apparitoribus, ut in focuru jactaretur, sponte pyram ascendit, et signo crucis facto, virili animo inter medias flammas stetit, subitoque lauta inundatione pluviarum, ignis extinctus est, et beata virgo illaesa, virtute superna erigitur.” (Ado, in Martyrol. 23 Sept]. – La seconda è Eufemia non meno celebre della prima. Il giudice la condanna alla ruota ed in un batter d’occhio il fatale strumento è allestito, per ricevere le delicate membra della giovane vergine. Questa si segna, e tutta sola s’avanza contro la spaventevole macchina armata di punte di ferro, la guarda senza neppure impallidire, ed al suo sguardo lo strumento va in pezzi e schegge [“Postquam autem ipso; machina; dicto citius fuerunt construcue et martyr in eas erat conjicenda, validis continuo in se paratis armis, nempe divina crucis figura, et ea signata adversus rotas processit nullam quidem vultu ostendens tristitiam, etc.” (Apud Sur., t. v, et Baron. Martirol. 16 sept.]. – Guarda ancora: noi siamo in uno de’ pretori romani che spesso rosseggiò del sangue de’ nostri padri, e fu testimone delle sublimi loro risposte, e della eroica costanza di essi. La persecuzione di Decio è nel suo bollore, e tu conosci questo sanguinario imperatore, che Lattanzio chiama esecrabile animale, execrabile animal Decus. Una folla di cristiani è dinanzi al giudice incolpata dall’accusatore di mille delitti. I cristiani sono condannati avanti il giudizio, ed eglino sel sanno. Che cosa fanno? elevano gli occhi al cielo, fanno il segno della Croce e rivoltisi al proconsole, gli dicono: Vedrai non esser noi uomini timidi, e di nessun coraggio [“Oculis in coelum sublatis, cum se Coristi signáculo muniissent, dixerunt: scias te non incidisse in viros pusilli et abjecti animi”. ,’Apud Sur., 13 april.]. – Se volessi continuar siffatta storia dovrei fare defilare d’inanzi agli occhi tuoi tutta 1’armata de’ martiri non v’ha un solo valoroso soldato del Crocifisso, che non abbia innalzato lo stendardo del suo Re. Basti nominarne alcuni: san Giuliano, san Ponziano, i santi Costante e Crescenzio, santo Isidoro, san Nazario, san Celso, san Massimo, santo Alessandro, santa Sofia con le sue tre figlie, san Paolo e santa Giuliana, san Cipriano e san Giustino. Questi di tutti i paesi e di tutte le condizioni rendono testimonianza al costume de’ martiri di armarsi del segno della forza avanti entrassero in battaglia sia con gli uomini, che con le bestie e gli elementi. – V’ha ancor di più: temendo che il peso delle catene impedisse loro di formare il segno della croce, eglino pregavano i loro fratelli, i preti, loro padri spirituali di armarli del segno della vittoria. Corobo, convertito alla fede dal martire Eleuterio, corre nell’anfiteatro per ottenere la corona di martire: « Prega, per me, dice al suo padre in Gesù Cristo, ed armami col segno della Croce, con che armasti Felice il condottiere dell’ esercito » [“Ora pro me, et me arma bis armis nempe Christi signaculo, quibus ducem exercitus munivisti Felicem” Apud Sur. 18 aprile]. Gliceria, nobile figlia di un padre per tre volte console, è messa nel fondo di una oscura prigione. Vedendosi alle prese con l’inimico, la prima cosa che opera è di pregare il prete Filocrate onde le segni la fronte col segno della croce. Filocrate esegue i suoi desideri dicendole : “Il segno di Cristo compisca i tuoi voti” [“Signa me Christi signo. Ad haec Philocrates preabyter: Signum, inquit, Christi vota tua compleat. (Ibid., t . III, et Baron., t. II.) – Di fatti la giovane eroina discende nell’anfiteatro, e sul punto di raccogliere la palma della vittoria, rivolta a’ cristiani confusi tra la folla degli spettatori, cosi dice loro: Fratelli, sorelle, figli e padri, e voi che potete essermi madre, vedete, e considerate, quale sia l’imperatore, di cui abbiamo il carattere, e quale sia il segno che onora la nostra fronte! [“Fratres, sórores, filii, patres, et quaecumque matris loco mihi estis, videte et vobis cávete, ac diligenter animadvertite. qualis est Imperator ille, cujus characterem habemus, et cnuli forma i n fronte signati sumus. Ibid. – Tu lo vedi; tutti i martiri hanno cercata la loro forza nel segno della croce. Avrebbero eglino cercato un sostegno nel niente ? E questo grande Imperatore, per cui morivano, li avrebbe lasciati in siffatta incurabile illusione ? Se qualcuno lo crede, ne apporti le prove.

Omelia della Domenica XXIII dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XXIII dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo IX, 18-26)

giairo

Pietà.

La pietà, dice l’Apostolo, per ogni cosa per ogni modo è utile e vantaggiosa , “pietas ad omnia utilis” (Ad Rom. XIII, 17). Quest’eccellente virtù, prosegue lo stesso, contiene in sé una sicura promessa d’ogni bene per la vita presente e per la futura, “promissionem habens vitae, quae mens est futurae”. Il Vangelo di questa domenica in due esempi ce ne dà la più autentica prova. Ad un Principe della Sinagoga era morta l’unica figlia; privo d’ ogni umano rimedio s’accosta a Gesù e, “Signore, Gli dice nella più umile e rispettosa maniera, la mia figlia non vive più ma se voi vi degnate venire a porre la vostra mano sopra la stessa, io son sicuro che tornerà in vita”. Sorge il pietoso Salvatore, e lo segue accompagnato da’ suoi discepoli. Facendo strada, ecco una donna da dodici anni languente per un ostinato flusso di sangue, che tra sé va dicendo:se mi riesce toccargli soltanto l’orlo della sua veste, io son sanata.” Così avvenne: toccò la fimbria della sua veste, e guarì sull’istante. Giunto poi Gesù alla casa del Principe, che tutta era in lutto e mestizia, “non è morta, dice Egli, questa fanciulla, ella dorme”. Certi di sua morte gli astanti, presero a scherno le sue parole. Indi entrato nella camera della defunta, la prende per mano, e viva e sana la rende ai suoi genitori. Ecco quanto fu giovevole por quel Principe e per l’emorroissa quella pietà che li fe’ ricorrere al Salvatore. “Pietas ad omnia utilis”… Di questa pietà, da cui, al dir di S. Agostino, derivano tutte le pratiche d’un retto vivere, “pietas, unde omnia recte vivendi ducuntur officia” (Ep. 25), io vengo a parlarvi; potrei mostrarvi di quanto vantaggio sia alla vita umana, alla vita civile, alla vita sociale, alla vita spirituale, alla vita eterna; ma per adattarmi alle strettezze del tempo , e non abusarmi della vostra sofferenza, ve ne darò un piccolo saggio, onde allettati dall’utilità che apporta, vi risolviate abbracciare cosi bella virtù. – Agli occhi del mondo, agli amatori del secolo suol comparire la cristiana pietà in aspetto d’un mostro, che divora i suoi seguaci. A disinganno di costoro, ed a nostra istruzione, eccovi un ritratto dì questa virtù, madre d’ogni retto operare, in quel che avvenne al giovane Tobia (Tob. VI). Giunto questi alle sponde del Tigri, mentre sta lavandosi i piedi, ecco venirgli incontro a bocca spalancata un pesce enorme. Ohimè, Signore, grida spaventato Tobia, aita, m’inghiotte. L’Arcangelo Raffaele sotto le sembianze d’Azaria gli fa cuore, e, prendilo, gli dice, per una branca e trascinalo in sull’asciutto. Ubbidisce Tobia, e trattolo in sull’arena, lo vede, dopo alquanto dibattersi, palpitante a’ suoi piedi. “Dov’è, Tobia, il tuo spavento”? dovette dirgli l’Arcangelo, “tu non sai quanto sia per giovarti quel che tanto ti sbigottì. Sventralo orsù, e metti da parte il fiele: sarà questo l’opportuno rimedio a guarire la cecità del tuo buon genitore: fa altrettanto del fégato e del cuore; una porzione di questi posta sopra accesi carboni ha virtù di scacciare il demonio, e lo scaccerà infatti da Sara tua futura sposa: l’altre parti condite con sale ci serviranno per nutrimento nel nostro viaggio”. Tanto disse l’Angelo a Tobia, lo stesso io dico a voi riguardò alla pietà, alla vita devota. Sembra questa un mostro che divori per le apparenti e mal supposte difficoltà ed asprezze, che v’apprendono i mondani, ma non è così. Appigliatevi alla pietà soda e vera, ad un tenore di cristiana e costante devozione, e una dolce esperienza vi farà conoscere quanto sian vani i timori di chi si lascia sedurre dall’apparenza, vedrete in pratica di quanti beni vi sarà apportatrice. Essa v’aprirà gli occhi a conoscere la vanità delle cose terrene e la grandezza dell’eterne, vi scoprirà la bellezza della virtù e la deformità del vizio, la preziosità dell’anima, l’importanza dell’eterna salute, passerete come il vecchio Tobia dalle tenebre di cecità alla luce d’un nuovo giorno. Essa scaccerà da voi il demonio tentatore, vi farà schivar i suoi lacci, ributtar lo sue suggestioni, vincere i suoi assalti. Essa in fine sarà per voi una sorgente di benedizioni, un mezzo ond’essere provveduti di temporale sostentamento nel viaggio di questa vita mortale. Ve n’assicura, in più luoghi lo Spirito Santo: per chi teme Dio non v’è da temer povertà, “non est inopia timentibus eum” (Ps. XXXIII, 10-11): a chi cerca il Signore non verranno mai meno i sussidi d’ogni bene terreno, “inquirentes Dominum non minueniur omni bono”. Noi vediamo infatti nella divina Storia, che Iddio ha sempre avuta una cura tutta singolare di quei che camminano nelle vie della giustizia e della pietà, o si tratti di liberarli da generali castighi, o di versar sopra di essi le più generose beneficenze. – Se parliam de’ flagelli, la divina giustizia sommerge il mondo tutto nell’acqua di un universale diluvio: vuol salvare una famiglia per conservare l’umana specie. Si salva la famiglia d’un malvagio? No, voi lo sapete, bensì la famiglia del giusto, Noè e tre suoi figli colle rispettive consorti. La sempre giusta ira di Dio fa piover fuoco sulle infami città di Sodoma e di Gomorra. Si vuol liberare dall’incendio fatale un’altra famiglia; sarà quella d’un impudico o quella di un casto? Ognun lo sa, vien liberato Lot colle due sue figlie, perché nella comune corruzione si è mantenuto incorrotto. Se poi si tratti di spandere le sue larghe beneficenze, mirate di grazia su chi il buon Dio le diffonde; sopra i tanto rinomati Patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, tutti personaggi santissimi, e nel tempo stesso doviziosissimi, abbondanti d’ogni sorta di armenti, di possessioni, di servi, d’oro, d’argento, e di ogni bene più desiderabile. E giacché di Giuseppe si è fatta menzione, vi prego a condurvi col pensiero là in Egitto nella casa di Putifar a dargli un consiglio. Egli è nel fior dell’età giovanile, chi sa che non ne abbisogni. Si trova questi in terra straniera, in casa altrui, in qualità di schiavo. La sua padrona di esso invaghita gli ha chiesto più volte corrispondenza in amore. Accostatevi al suo orecchio, o politici, voi che sul fondamento della nequizia sperate innalzar la vostra fortuna. “E possibile (par di sentirvi) possibile in te tanta ritrosia? Si vede bene che sei semplice ed inesperto: la tua sorte è fatta se tu sai profittarne. La padrona che t’ama è ricca e potente, se tu la disgusti per uno sciocco tuo scrupolo, tu sei perduto, tu non sai quanto sia da temersi quell’odio che comincia dall’amore; tu non sai che non v’è ira che possa somigliarsi all’ira della donna. Giuseppe non sa di tanta politica, ei teme Dio, ei non v’ascolta, lascia nelle mani dell’ impudica padrona la sopravvesta, e fugge dicendo, “come posso far tanto male e tanta offesa al mio Dio”? Oh! questa volta, voi ripigliate, la pietà non l’indovina. Giuseppe calunniato come tentatore vien posto in ferri, condannato ad un’oscura prigione. La pietà non l’indovina? Aspettate in grazia, ed ammirate i tratti stupendi di quell’altissima provvidenza che protegge i suoi cari. Faraone fa sogni misteriosi, nessun si trova capace a interpretarli, dal fondo della sua carcere si chiama Giuseppe, spiega i sogni, provvede i popoli, salva l’Egitto, ed eccolo innalzato al primo grado del regno, eccolo assiso sopra cocchio reale, acclamato per le contrade di Menfi e di tutto l’impero Salvatore del mondo. Che dite ora, Signori miei? Avrebbe potuto Giuseppe sperar dal peccato un tanto innalzamento? Sarebbe ora egli tanto celebre nella divina storia, tanto a Dio accetto, e quel che il tutto importa eternamente beato? – E pure, voi replicate, più dell’uomo pio è sovente prosperato il malvagio. Chi fa fortuna al mondo? L’usuraio nascosto, il ladro civile, lo spergiuro sfacciato, il prepotente impunibile, il litigante animoso, il superbo fortunato. È vero, sono alle volte prosperati i malvagi, ma per l’ordinario non è durevole la loro prosperità. Io fui giovane, diceva il Reale Profeta, ed ora son vecchio, “iunior fui, etenim senui”, ed ho veduto l’empio esaltato come i cedri del Libano, “vidi impium superexaltatum sicut cedros Libani” (Ps. XXXVI), … fatti alcuni passi son ritornato per rivederlo, non v’era più, “transiti, et ecce non erat”, e ne ho potuto distinguere il luogo , ov’era piantato, “quaesivi eum, et non est inventus locus eius”. Per lo contrario non ho veduto mai l’uomo giusto abbandonato, né i figliuoli andar alla cerca del pane. “Et non vidi justum derelictum, nec semen eius quaerens panem”. – Inoltre gli iniqui sono talvolta felicitati, non già perchè son tali, molto meno per difetto di provvidenza, ma perché Iddio premia in ossi l’atto, o l’abito di qualche naturale virtù. Il sentimento è di S. Agostino, che porta in esempio la Romana Repubblica, da Dio prosperala con tante vittorie fino ad estendere col valor della sue armi dall’oriente all’occidente il suo dominio.A tanta gloria innalzò Iddio quegli antichi eroi con lauta estensione d’impero, perché di lor natura erano sobri, temperanti, fedeli nelle promesse, zelatori della giustizia, umani coi popoli soggiogati. Queste virtù naturali non potevano avere né merito, né premio di vita eterna, perché opere morte di gente idolatra: ond’è che Dio, a Cui piace l’ombra eziandìo della virtù, li ricompensò con beni terreni, con onori mondani, con felicità temporali. – Applicate questa dottrina al caso nostro. Non v’è, come è da credere, al mondo uomo così scellerato che in vita sua non pratichi, o praticato non abbia qualche atto naturalmente buono, come sarebbe soccorrere un miserabile, proteggere un oppresso, assistere un infermo, impedir l’altrui danno, amar la verità, praticar la giustizia.Questi atti naturalmente virtuosi, fatti da chi è in disgrazia di Dio, non son certo meritevoli d’eterno premio, son ombre, sono immagini, son cortecce di virtù, quali Iddio, autore anche d’ogni naturale onestà, non vuol lasciare senza proporzionata ricompensa.A farvi meglio comprendere quest’importante verità, e adattarmi alla capacità di tutti, fatevi tornare a mente ciò che avrete più volte veduto. Allorché un omicida, un assassino vien condannato a morte, tutta la città è in movimento. Vanno a confortarlo in carcere sacerdoti, religiosi, e i più distinti signori, lo provvedono di cibi scelti, di vini preziosi, di squisiti liquori. Nell’uscir poi della sua prigione per andar al patibolo, se lo tolgono in mezzo, l’accompagnano con carità, con tutto rispetto, come personaggio di merito singolare. Ditemi ora, gli fanno queste attenzioni perché è un assassino, perché ha tolta la vita a tanti suoi simili? Non già, e voi lo sapete, così lo trattano, perché loro prossimo e fratello in Gesù Cristo. Laonde come uomo, come prossimo, some fratello riceve tante finezze, e come omicida, come sanguinario, assassino si sospende ad un infame patibolo. – Dite lo stesso degli empi prosperati; come uomini, come ragionevoli creature, che in atto o in abito han praticata qualche naturale virtù, sono da Dio rimuneratore trattali bene nel breve corso di questa vita; come malvagi poi, e come rei saranno dallo stesso Dio, giusto punitore dell’empio e dell’empietà, condannati all’eterno supplizio. Tanto avvenne precisamente al ricco Epulone: ebbe la sua mercede in questa terra, e poi il suo castigo nell’eternità, “recepisti bona in vita tua” (Luc. XVI), gli disse Abramo dal luogo del suo riposo, ove aspettava la risurrezione del Salvatore: “recepisti”, dunque aveva qualche merito nell’ordine di natura, “recepisti bona”, e furono vestir di bisso, o di porpora, seder quotidianamente a lauto banchetto; dopo ciò, perché stato crudele verso il povero Lazzaro, fu sepolto nell’abisso infernale, “mortuus est dives et sepultus est in inferno”. – Dal fin qui detto, discende questo consolanti argomento. Se il nostro buon Dio tanto ama la virtù fino a premiarne la sola apparenza nella persona dei suoi nemici, quanto più largamente ricompenserà la virtù vera, la soda pietà nella persona dei suoi eletti? Così è, così sarà: “beato l’uomo che teme il Signore”, dice il Re Salmista (Ps. I), sarà come un albero piantato in riva a fresca sorgente, che a sua stagione s’arricchirà di frutti, e in tutte l’opere sue sarà prosperato; non così gli empi, non così; ma saranno come polvere, che il vento sbalza da terra, e disperde per l’aria. Camminiamo dunque, fratelli carissimi, nelle vie della giustizia, della devozione vera, della pietà cristiana, e scenderà copiosa sopra di noi la benedizione dell’Altissimo, benedizione foriera di quella ch’Egli comparte ai beati nel suo eterno regno, ove Dio ci conduca.