I FRUTTI DELLO SPIRITO

I FRUTTI DELLO SPIRITO

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[J.-J. Gaume; “Il trattato dello Spirito Santo”: Capp. XXXVII, XXXVIII, XXXIX, Firenze 1887].

Abbiamo spiegato la grazia, le virtù, i doni e le beatitudini. Sotto i nostri occhi è passato tutto il magnifico sistema di elementi deificatori i quali, concatenandosi gli uni con gli altri, conducono l’uomo alla somiglianza col Verbo incarnato. La miniera con tutto ciò non è esaurita. A tante ricchezze si aggiungono altre ricchezze. « Delle buone fatiche, dice la Scrittura, glorioso è il frutto. »  [“Bonorum enim laborum gloriosus est fructus”. Sap., III, 15]. – Quali fatiche più nobili di quelle della nostra deificazione! Quali frutti più deliziosi dei frutti coi quali sono ricompensati! Ciascuna beatitudine o atto beatifico ci avvicina a Dio. Ora, Dio è tutto insieme, perfezione assoluta e felicità suprema. Ne risulta che ad ogni passo che noi facciamo verso Dio, va unito un godimento, cioè che i frutti escono dalle beatitudini, come il frutto esce dall’albero. Completando l’opera della nostra creazione divina, questi nuovi favori dello. Spirito Santo fanno del cristiano il Dio di quaggiù, “terrenus Deus”, e della sua vita terrena un cielo anticipato, conversatio in coelis. Per comprenderlo, basta conoscere la risposta alle tesi seguenti: Che cosa s’intende per frutti dello Spirito Santo? Come sono eglino prodotti? Perché sono essi cosi chiamati? In che cosa differiscono dalle beatitudini? Quale ne è il numero? A che cosa sono opposti? 1° Che s’intende egli per i frutti dello Spirito Santo? Nell’ordine naturale, si chiama frutto il prodotto delle piante e degli alberi. La mela è il frutto del melo; il limone del limone; la fravola del fravolo, così degli altri. – Varii come le piante, più i frutti hanno questo di comune, che racchiudono qualcosa di grato secondo la loro specie, e sono come l’ultimo sforzo della pianta. [“Fruitio et fructus ad idem pertinere videntur, et unum ex altero derivari… Unde a sensibilibus fructibus nomen fruitioms derivatum videtur. Fructus autem sensibilis est id quod ultimimi ex arbore espectatur, et cum quadam sua vitate percipitur”. S. Th., l a, 2ae, q. xi, art. 1, corp. — “Ad nozione fructus sufficit quod sit aliquid babens rationem ultimo et delectabilis”. Id., id., q. 70, art. 2, corp.] – La condizione necessaria per costituire il frutto propriamente detto, è il sapore: per questa ragione le foglie e i fiori non sono chiamati frutti. Il frutto stesso, avanti che sia maturo, non porta il nome di frutto. Per nominarlo vi si aggiunge un epiteto che qualifica la sua imperfezione. Dicesi: frutto acèrbo, frutto verde. La ragione è che esso non ha le qualità essenziali del frutto: il colore, il sapore, la dolcezza, la cui riunione, costituendo la bellezza e la bontà, forma un perfetto prodotto. Allorché l’albero ha dato il suo frutto è finito il suo compito. Ei si riposa e si prepara a produrre nuovi frutti al loro tempo. – Donde quella definizione dell’angelo della scuola: « Si chiama frutto il prodotto della pianta, giunto alla sua perfezione e che contiene una certa dolcezza. » [“Dicitur fructus id quod ex pianta producitur cum ad perfectionem pervenerit et quamdam in se suavitatem habet”. S. Th., l a, 2“ , q. 70, art. 1, corp,]. – Secondo un paragone famigliare al Vangelo, l’uomo è un albero. Le sue azioni sono i suoi frutti. Da ciò quell’altra definizione di san Tommaso: « I frutti sono tutti gli atti virtuosi, nei quali l’uomo si diletta. » [“Sunt enim fructus quaeoumque virtuosa opera in quibus homo delectatur.” Ibid., art. 2, corp.]. – Come quelli delle piante, così i frutti dell’uomo differiscono qualità secondo la natura dell’umore che circola nelle vene di quest’albero vivente. Belli e buoni di una bellezza e di una bontà puramente naturali, se essi sono il prodotto della ragione e delle virtù puramente umane. Belli e buoni di una bellezza e bontà soprannaturale, se sono il prodotto della grazia e delle virtù soprannaturali. – Per meritare il nome di frutto, abbiamo visto che il prodotto delle piante deve essere l’ultimo sforzo della pianta, e racchiudere una certa dolcezza. Queste due condizioni non sono meno necessarie per costituire il frutto spirituale. Prima di tutto, per essere chiamato frutto ogni atto virtuoso, deve essere perfetto nel suo genere, vale a dire l’ultimo sforzo del principio che lo produce. L’atto imperfetto è indegno di questo nome. Cosi, la velleità del bene, gli atti di qualsiasi virtù, debolmente adempiuti o viziati da intenzioni malvagie, non sono più frutti spirituali, ma aborti; i fiori e le foglie non sono frutti naturali. [“…. Fructus hominis id quod homo adipiscitur, non autem omne id quod adipiscitur homo, habet rationem fructus; sed id quod est ultimum et delectationem habens”. S. Th., ut supra]. – Occorre inoltre che l’atto virtuoso racchiuda una certa dolcezza. Qual’è questa dolcezza? È la testimonianza della coscienza, e il contento intimo che provoca il dovere completamente e nobilmente adempito. Senza essere sempre sensibile, non è per questo meno reale. Qui possiamo applicare la parola dell’Apostolo : « Ogni correzione sembra alla verità, nel momento presente, un soggetto non di gioia, ma di tristezza; ma in seguito essa si trasforma per quelli che esercita in frutto delizioso di giustizia. » [Ebrei, XII, 12]. – Divenuta abituale nell’anima, questa dolcezza costituisce il banchetto delizioso del quale parla lo Spirito Santo, che si sostituisce a tutte le gioie e che nessuna gioia può sostituirlo. 2 2 [“Secura mens quasi juge convivium”. Prov., XV , 15]. Donde viene che il dovere, degnamente adempito, procura la gioia? Dall’essere un passo di più verso Dio, nostro ultimo fine e la soavità infinita. – Secondo queste spiegazioni, vediamo che i frutti dello Spirito Santo sono tutte le buone opere degne di questo nome, fatte sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e nelle quali l’uomo trova la sua gioia . [“Si operatio borniuis procedat ab homine secundum facilitatela suae rationis, sic dicitur esse fructus rationis; si vero procedat ab bornine secundum altiorem virtutem, quae est virtus Spiritus sancti sic dicitur operatio hominis fructus Spiritus sancti, quasi cujusdam divini seminis”. S. T h.,a, 2ae, q. 70, art. 1, corp]. – Questa definizione distingue i frutti dello Spirito Santo dagli atti virtuosi in generale. Infatti, vi sono nell’uomo due principi d’azione: uno naturale, la ragione; l’altro soprannaturale, la grazia. Le buone opere adempite, secondo i lumi della ragione, sono i frutti della ragione. Le buone opere fatte sotto l’impulso della grazia sono i frutti dello Spirito Santo, autore della grazia. Fra gli uni e gli altri, grande è la differenza. I primi sono le opere naturalmente buone, atti di virtù puramente umani, per conseguenza inutili per il cielo, e non procurano che un piacere imperfetto. I secondi posseggono, con tutta la bontà naturale dei primi, una bontà soprannaturale che li rende degni del cielo; imperocché la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona: “Gratia non tollit naturami sed perficit”.2 ° Come si producono i frutti dello Spirito Santo? Questa è una questione puramente teologica. Domandare come lo Spirito Santo produca i suoi frutti nell’uomo, é domandare come l’albero produca i suoi. L’albero produce i suoi frutti con l’innesto, con la. potatura, e secondo la sua specie. Con mezzi analoghi l’uomo, albero miserabile, viziato, rachitinoso, produce dei frutti di una bellezza imperitura e di un sapore delizioso. – Lo Spirito Santo forma il nuovo Adamo, vero albero della vita piantato in mezzo al vero Eden, la santa Chiesa Cattolica. Sopra quest’albero divino sono innestati, mediante il battesimo, i rami del piantone che chiamasi il vecchio Adamo. [Rom., XI, 17-24]. – Nutriti, come di un umore soprannaturale, della grazia dello Spirito Santo che abita nel nostro Signore in tutta la sua pienezza, quegli innesti partecipano della vita dell’albero divino, e producono frutti della stessa natura dei suoi. Così, propriamente parlando, non è l’uomo che gli produce, ma lo stesso Spirito Santo, principio necessario ed eternamente attivo ed eternamente fecondo della vita soprannaturale. Da ciò deriva che sono chiamati, non frutti dell’uomo, ma i frutti dello Spirito Santo. – Ora che abbiamo conosciuto l’innesto, passiamo alla potatura. Nell’ordine materiale, la potatura degli alberi è uno dei mezzi migliori d’ottenere abbondanza e qualità. Cosi è altrettanto nell’ordine morale. « Ogni ramo d’albero fruttifero, il padre mio lo taglierà, diceva Nostro Signore, affinché porti più frutti. » [Joan. XV, 2]. – La vita intera è il tempo della potatura divina. Non l’abbiamo trovata in nessun luogo rappresentata in un modo più vivo come nella celebre visione di santa Perpetua. « Un giorno, scrive questa giovine e inimitabile eroina, mio fratello mi disse: “O sorella mia, chiedi al Signore che ti faccia conoscere in una visione se tu devi soffrire la morte”. – Io risposi piena di fiducia al mio fratello: “Domani tu saprai quel che sarà”. Io chiesi dunque al mio Dio di mandarmi una visione, ed ecco quella che ebbi. « Io vidi una scala tutta d’oro che toccava dalla terra al cielo, ma cosi stretta, che non vi si poteva salire che uno alla volta. I due lati della scala erano tutti bardati di spade taglienti, di spine, di giavellotti, di falci, di pugnali, di larghi ferri di lancia, di modo che chi vi fosse salito con trascuratezza e senza aver sempre la vista volta in alto, non poteva evitare d’essere divorato da tutti questi strumenti lasciandovi una gran parte della sua carne. A piè della scala era uno spaventoso drago che pareva sempre pronto a lanciarsi addosso a quelli che si presentavano per salire. Satura pur nonostante cominciò a salirla: giunto felicemente in cima alla scala, si volse verso di me e disse: Perpetua, io vi aspetto, ma guardatevi dal drago. Io le risposi: non lo temo, e voglio salire in nome del Signore nostro Gesù Cristo. – « Allora il drago, come temendo egli medesimo, voltò dolcemente il capo, ed io avendo alzato il piede per salire, esso mi servì di primo scalino. Essendo giunta alla sommità, mi trovai in un giardino spazioso, in mezzo al quale vidi un uomo di una sorprendente bellezza. Vestito da pastore, i suoi capelli erano bianchi come la neve. Eravi là una mandria di pecore dalle quali traeva latte, ed era circondato da una moltitudine innumerevole di persone vestite di bianco. Egli mi scorse, e, chiamatami per nome, mi disse: “O figlia mia, siate la benvenuta; ed egli mi diè del latte munto d’allora e che era una panna. Io lo ricevetti a mani giunte e lo presi. Tutti quelli che erano ivi presenti risposero: Amen. Mi risvegliai a quel rumore e trovai infatti, che io aveva in bocca un non so che di molto dolce che masticava. Allorché vidi mio fratello, gli raccontai il mio sogno, e concludemmo tutti che noi dovevamo ben presto sopportare il martirio. » Ad. sincer., apud Ruinart, t . I , p . 212, ediz. in -8,1818]. – Una scala d’oro che va dalla terra al cielo, angusta e tutta contornata di strumenti taglienti; quest’è appunto la vita, via del cielo, con le prove più o meno dolorose ma continue, che compiono, rispetto all’uomo, la salutare operazione della potatura, levandogli tutto quel che vi è di esuberante e di cattivo nei suoi pensieri, nei suoi affetti e nelle sue azioni. Gli alberi, quando sono innestati e potati, producono i frutti, e buoni frutti ciascuno secondo la sua specie. – Fermiamoci per un istante a contemplare l’immenso giardino dello Spirito Santo, a contare gli alberi umanamente divini di cui è ricolmo, e a godere della stupenda bellezza dei loro frutti. [“Et flores mei, fructus honoris et gratiae”. Eccl , XXVI, 28]. – Per non parlare che dei tempi posteriori al Messia, noi vediamo l’albero della vita, le cui radici sono profonde nella grotta di Betelem, coprire la terra con la sua ombra. Che cosa sono i suoi innumerevoli rami? Innesti e propaggini divinamente attaccati al suo tronco indistruttibile. Che sono i milioni d’apostoli dei tempi antichi e dei tempi attuali? Tante propaggini divine, cariche di frutta, di grazia e di onore. E le legioni di martiri, i solitari, vergini, santi di ogni età, di ogni condizione e d’ogni paese? propaggini divine, cariche di frutti, di grazia e di onore. – Ciascuna produce dei frutti, secondo la sua specie, frutto di fede, di speranza, di carità, di pietà, di umiltà, di verginità. Tutte insieme li producono, mille e mille volte, sotto tutti i climi, in tutte le stagioni, ad ogni ora, di giorno e di notte, in modo che il giardino dello Spirito Santo non cessa di presentare all’occhio della fede, lo spettacolo di una magnifica campagna nei bei giorni di primavera e d’estate. – Che dico io? Nel giardino divino, cosa sono i prati, i campi, le verzure con la loro infinita varietà di fiori .e di frutti? un’ombra vana. Che cosa è il mondo pagano, antico e moderno con le sue pretese virtù? Una vasta siepe, indegna del nome di giardino. Paragonati ai frutti dello Spirito Santo, che sono i frutti della ragione, i frutti dei sapienti più famosi, i frutti di Aristide, di Socrate, di Platone, di Scipione, di Seneca, i frutti dei sacerdoti dell’Egitto, dei brama dell’India, dei bonzi della China, dei lama del Thibet e dei razionalisti d’Europa? Come prodotti dell’orgoglio, dell’ambizione, del capriccio, questi frutti non sono la maggior parte ché tanti aborti, simili a quelle escrescenze parasite che nascono sulla scorza degli alberi vecchi, tutt’al più produzioni senza sapore e senza utilità reale. – Non sarebbe forse questo il luogo, per voi che leggete questo libro, e per me che lo scrivo, di domandarci: Innesto divino, per grazia del battesimo, quali frutti ho io portati? quali sono quelli che io porto? Grave questione, imperocché è scritto: « Ogni albero che non reca buoni frutti sarà tagliato e gettato sul fuoco.  » [Matth., VII, 19]. – Le mie preghiere vocali, le mie orazioni, le mie confessioni, le mie comunioni, le mie azioni giornaliere che cosa sono? Se fin qui sono stato un albero press’a poco sterile, tanto più lo sarei se avessi avuto la disgrazia d’essere un cattivo albero, uno spineto, un rovo, un cardo; deh fate che io sia da qui innanzi un buon albero, una buona propaggine feconda in frutti di vita, degni dell’amore divino che mi disseta, del sole divino che mi riscalda, del tronco divino su cui io sono innestato, del giardino divino che mi coltiva con le sue mani e che mi annaffia del suo sangue. – Studiando le relazioni profondissime tra 1’uomo e l’albero, abbiamo visto in qual maniera si producono i frutti dello Spirito Santo. Fra questi rapporti, ve ne ha uno di più, che dobbiamo segnalare. L’innesto materiale non produce frutti se non che di una specie sola, mentre quello divino, ha la proprietà, e di più il dovere di produrne simultaneamente di molte specie differenti; imperocché l’umore che lo nutrisce è multiforme. A questo modo l’hanno inteso e praticato tutti i veri cristiani di tutti i tempi. L’esempio del grande sant’Antonio serva loro di regola. Come i figli discoli che introducendosi negli orti spogliano tutti gli alberi dei migliori frutti, cosi il patriarca del deserto si dava alla devota scorreria, cercando in ciascuno dei solitari, la cui numerosa falange popolava le due Tebaidi, le più belle virtù, a fine di imitarle. Nell’uno coglieva il frutto della dolcezza, nell’altro il frutto della pazienza, in questo il frutto dell’orazione, e in quello, il frutto della mortificazione. Cosi dobbiamo far noi, affinché l’arrivo del divino Ortolano ci riconosca per buoni alberi, e come tali, ci trasporti nel giardino eterno dello Spirito Santo. – Perché i frutti dello Spirito Santo sono cosi nominati? La ragione principale è che ciascuna opera completamente buona, procura all’anima un godimento simile a quello che procura al palato il mangiare un frutto squisito. Qual è questo mistero? Rassomigliare a Dio è la fine dell’uomo. Tutti gli atti veramente virtuosi sono tanti scalini che servono ad avvicinarsegli. – Questo approssimarsi continuo lo costituisce in rapporti sempre più intimi con Dio ; e questi stessi rapporti accrescono, perfezionandosi, una soavità maggiore, risultato della vicinanza sempre più prossima a Dio, la soavità per essenza. Tale è la ragione per la quale ad ogni progresso corrisponde una soavità, e per la quale ancora i migliori di tutti portano a giusto titolo il nome di frutti; e di frutti dello Spirito Santo, il quale solo ci aiuta a produrli. – Cosi Dio ci rivela in modo sensibile la nostra rassomiglianza con Lui; Egli ci tratta come si è in qualche modo trattato Lui stesso. Egli vuole che il dio della terra crei le sue opere, come egli stesso crea le sue, e che provi, creando la sua felicità, ciò che Egli medesimo ha provato creando l’universo. Dopo ciascuna delle sue opere, Iddio dice, che era cosa buona: “Et vidit quod esset bonum”. Sette volte Ei ripete la stessa parola. In questa approvazione misteriosa è, in complesso, la testimonianza resa alla perfezione relativa della nuova creatura, e l’espressione della gioia che ha cagionata al suo autore. – Solamente all’ultimo giorno della creazione, e dopo l’ultima mano posta a tutte le sue opere, Iddio modifica le sue espressioni, e pronunzia la parola di soddisfazione suprema e universale. Egli vide che tutte le cose che aveva fatte erano eminentemente buone, dopo di che si riposò. “Vidit Deus cuncta quae fecerat, et erant valde bona et requievit”. Come supremamente buone in se stesse, esse erano l’ultima parola della potenza, della sapienza e della bontà creatrice. Essendo buone nel loro complesso, erano in stato di cantare sino alla fine dei secoli, senza fare mai una stonatura, le glorie del Creatore. – Siccome buone rispetto a Dio, così la loro stessa perfezione Gli procurava un indicibile contento. – Così l’uomo. Dopo ogni buona opera, degnamente compiuta, egli può dire, senza nulla attribuire a se medesimo: Questo è buono: Vidit quod esset bonum; e gusta la soavità particolare del frutto che ha prodotto. Sette volte ei ripete la stessa parola, perché i sette doni dello Spirito Santo sono i principi di tutte le sue opere buone. Come il Creatore, ei non potrà pronunziare la parola di soddisfazione suprema, se non dopo aver colto il suo ultimo frutto, compiendo l’opera della sua deificazione. Allora solamente potrà dire, gettando uno sguardo sull’insieme della sua vita: Io ho compiuto la mia opera, grazie a Dio, ed è buonissima: non mi resta altro che entrare nel riposo dell’eternità: “Vidit cuncta quae fecerat, et erant valde bona, et requievit”. – Il rivelarci uno dei più nobili tratti della nostra rassomiglianza con Dio non è che la prima ragione della soavità, congiunta a ciascuna opera buona. Ve n’è un’altra. Per impedire che Israele rimpianga il grossolano cibo dell’Egitto, per addolcirgli le fatiche del viaggio attraverso le sabbie del deserto, per fortificarlo contro i suoi nemici e dargli un’anticipazione delle delizie della terra promessa, il Signore nella sua bontà paterna gli mandò la manna. Questo cibo celeste aveva tutti i gusti, e soddisfaceva a tutti i bisogni. Israele é 1’immagine del cristiano. Avendo una soavità ad ogni opera buona, Dio ne fa una manna, e che vuole Egli con ciò? – Oggi, come in antico, Egli vuole disgustare l’uomo delle perfide soavità del frutto proibito. Vuole addolcire le profonde amarezze della sua esistenza, e facendogli trovare il piacere nel dovere, incoraggiarlo ai combattimenti della virtù. – Senza queste diverse soavità, chi non verrebbe meno in mezzo al deserto della vita ? Ohi non abbandonerebbe il servizio di un padrone, la cui mano, come dice la Scrittura, non dà a suoi servi che un pane di lacrime e arenoso? Ma con queste soavità, vedete quel che accade. – Ad esse si debbono il coraggio eroico dei penitenti e dei martiri, la santa ebbrezza in mezzo ai tormenti, la rassegnazione nel dolore; l’insensibilità alle attrattive del vizio e il disprezzo costante di tutte le gioie, che possono promettere il demonio, la carne e il mondo. Essendo esse necessarie a tutti, ai peccatori penitenti, non meno che ai giusti affamati, sono attaccate in certe proporzioni, non solamente alle beatitudini o atti beatifici per eccellenza, ma a tutti gli atti virtuosi, degnamente adempiuti. – Adesso noi comprendiamo la ragione per la quale il nome del frutto è dato nel linguaggio divino, alle opere eseguite sotto l’impulso dello Spirito Santifìcatore, e il luogo necessario di queste soavità celesti nel lavoro della nostra deificazione. – 4° In che differiscono i frutti dalle beatitudini? Che questi ne differiscono, la prova sta nella differenza dei nomi, dati alle une e alle altre, e nella enumerazione che ne è fatta. Tutte le cose che sono chiamate con nomi differenti, differiscono tra di loro. Ora, i nomi dei frutti non sono i nomi delle beatitudini. Inoltre il vangelo nomina sette beatitudini, e l’apostolo conta dodici frutti: la differenza diviene sensibile, se si studiano nella loro natura intima. I frutti differiscono dalle beatitudini, come il meno differisce dal più. Per meritare il nome di frutto, basta che un atto virtuoso sia finale e dilettevole; in altri termini, che sia l’ultimo sforzo del principio naturale o soprannaturale da cui emana, e che cagioni all’uomo la soddisfazione risultante dal dovere adempiuto. – Ma per meritare il nome di beatitudine bisogna, che quest’atto sia qualche cosa di perfetto e di eccellente. [“Plus requiritur ad rationem beatitudinis quam ad rationem fructus. Nam ad rationem fructus sufficit quod sit aliquid habens rationem ultimi et delectabilis, Sed ad rationem beatitudinis, ulterius requiritur quod sit aliquid perfectum et excellens”. S. Th., l a, 2ae, q. 70, art. 2, cor.]. – Così, atto virtuoso e soavità neill’atto, è supposta dalla beatitudine. Ella suppone inoltre, come principio dell’ atto, una grazia superiore; come oggetto, una cosa eccellente; come risultato, una soavità più grande. Da queste nozioni risulta: 1° Che tutte le beatitudini, cioè dire come l’abbiamo spiegate, tutti gli atti beatifici compiuti sotto l’influenza dei doni dello Spirito Santo, possono essere appellati frutti: ma non tutti i frutti possono essere chiamati beatitudini. « Difatti, dice san Tommaso, i frutti sono tutte le opere virtuose nelle quali l’uomo si compiace; ma il nome delle beatitudini è riserbato a certe opere perfette che, in ragione stessa della loro perfezione, sono piuttosto attribuite ai doni dello Spirito Santo che alle semplici virtù. » [“Unde omnes beatitudines possunt dici fructus, sed non convertitur. Sunt enim fructus quaecumque virtuosa opera in quibus homo delectatur; sed beatitudines dicuntur solum perfecta opera, quae etiam ratione suae perfectionis magis attribuuntur donis quam virtutibus”. Ibid.]. – 2° Resulta: Che nell’ordine gerarchico le beatitudini sono superiori ai frutti, e il termine più elevato della perfezione del cristiano. Infatti, si possono gustare i frutti all’infuori delle beatitudini, poiché essi entrano nella natura di ogni atto virtuoso; ma non si gustano pienamente se non che nella pratica delle beatitudini che sono gli atti virtuosi per eccellenza. Cosi in un giardino, gli alberi di specie differenti producono dei frutti, ognuno dei quali ha la sua bontà particolare che gli merita il nome di frutto; ma come gli alberi che gli producono, così questi frutti sono tra loro di qualità ineguali. – 3° Resulta: che ricordandosi la definizione delle beatitudini e dei frutti, si coglie perfettamente la differenza che gli distingue. Le beatitudini, o atti beatifici, sono le buone opere prodotte dai doni dello Spirito Santo: Beatitudo est operatio doni. I frutti sono quelle stesse opere compiute con l’ultima perfezione, e che producono la soddisfazione intima dell’anima. “Fructus est aliquid habens rationem ultimi et delectabilis”. – Il seguente capitolo ci farà conoscere il numero di questi frutti divinamente dolci, e il luogo che occupano nel parallelismo, tante volte notato tra l’opera del Verbo incarnato e la contraffazione di satana. – Qual é il numero dei frutti dello Spirito Santo? Questi sono così numerosi e vari quanto i frutti materiali, che affascinano i nostri occhi, e che solleticano tanto graziosamente il nostro gusto. Perché questa immensa varietà di frutti nella natura? Perché la stessa varietà nel giardino spirituale del Verbo incarnato? La ragione è la stessa. Dio ha scritto due grandi libri: il libro della natura e il libro della grazia, o per continuare il paragone, egli ha piantato due magnifici giardini: il giardino della natura e quello della grazia. Il primo per i bisogni e per gli occhi del corpo; il secondo pei bisogni e per gli occhi dell’anima. Se voi domandate perché questi due giardini, l’Apostolo risponde: per far rilucere la sapienza moltiforme di Dio: [“Ut innotescat multiformis sapìentia Dei”. Eph., III 10]. Perché il firmamento con le sue miriadi di stelle, così magnifiche nel loro insieme, così prodigiose per il loro numero, cosi differenti nella loro lucentezza, così regolari nel loro moto? per far risplendere la sapienza multiforme di Dio. Perché la terra con le sue produzioni di una ricchezza che basta a tutto, di una bellezza che esaurisce l’ammirazione, e di una varietà che sfugge a tutti i calcoli? per far brillare la sapienza multiforme di Dio. Perché il mare coi suoi innumerevoli abitanti, i suoi abissi inscandagliabili, le sue leggi tanto invariabili quanto sono misteriose? per far brillare la sapienza multiforme di Dio. Perché infine, questo vasto universo, composto di tanti milioni di creature, nessuna delle quali rassomiglia l’altra? per fare rifulgere agli occhi corporei dell’uomo la sapienza multiforme di Dio: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei”. – Tutti gli atti, tutti i movimenti, tutte le produzioni di queste creature del firmamento, della terra e dei mari, sono nell’ordine naturale i frutti dello Spirito Santo; atteso che, come dice san Basilio, tutto ciò che le creature posseggono, esse lo debbono allo Spirito divino. [Liber de Spirit. sanct., p. 65, ediz. nuovis.]. – Ma per quanto sia eloquente per raccontare la multiforme sapienza del Creatore, il mondo materiale non è che un eco, un’ombra, un riflesso. Per ridire questa sapienza in tutta la sua gloria, bisognava un altro mondo, mille volte più regale, più magnifico e più vario: cioè il mondo della grazia. Questo mondo si compone degli Angeli e degli uomini, creature superiori a tutte quelle che noi vediamo, innalzate alla partecipazione della stessa natura di Dio, destinate a partecipare della sua gloria e producente ciascuna, secondo la sua specie, dei frutti di una bellezza incomparabile e di una varietà infinita. Se noi domandiamo perché tanti alberi da frutto in questo nuovo giardino dello Spirito santificante, l’apostolo ci risponde pure: È per far risplendere la sapienza multiforme di Dio: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei”. Egli è specialmente, per rivelare l’inesauribile fecondità dell’albero divino sul quale tutti questi alberi sono innestati. Egli è per distinguere da tutti gli alberi avvelenati la vigna sana, piantata dallo stesso Verbo, innaffiata dal suo sangue e vivificata dal suo spirito. Egli è per preparare a tutte le generazioni che si succedono, un cibo sufficiente, imperocché i frutti dell’albero non sono solamente la gloria dell’albero, ma sono l’alimento dei viandanti. Ogni ramo del grande Albero porta i suoi, e ogni viaggiatore può scegliere. Come abbiamo indicato, la storia cita una moltitudine di questi golosi spirituali che se ne andavano, cogliendo su tutti gli alberi, i frutti di loro gusto, dei quali essi si componevano un cibo squisito. Oh la bella preda da fare percorrendo la vita dei santi: “Ut innotescat multiformis sapientia Dei” – Veniamo ora agli atti particolari che la stessa Scrittura designa sotto il nome di frutti dello Spirito Santo. Essi sono in numero di dodici. Perché questo numero e non un altro? Non sono troppi o troppo pochi? Troppi, se è vero che i frutti nascono dalle beatitudini; troppo pochi, se tutti gli atti veramente virtuosi sono frutti dello Spirito Santo; spieghiamo questi misteri. Il numero dodici è un numero sacro, il quale, come abbiamo visto, esprime l’universalità. In questa cifra si trovano dunque compresi tutti i frutti dello Spirito Santo, che si confondono con i dodici nominati dall’Apostolo. Dodici non sono troppi, poiché secondo le anteriori spiegazioni, la stessa beatitudine può produrre parecchi frutti: non sono troppo pochi, poiché il numero dodici esprime l’universalità completa. – Ricordate queste nozioni, quattro cose ci restano a fare: dare l’enumerazione apostolica dei frutti dello Spirito Santo; render ragione di questa enumerazione; spiegare ciascun frutto in particolare; mostrare l’opposizione dei frutti dello Spirito Santo con le opere dello spirito maligno; imperocché sino alla fine si continua la contraffazione satanica del concetto divino. – Enumerazione dei frutti dello Spirito Santo: « Ecco, dice san Paolo nella sua lettera ai Galati, i frutti dello Spirito Santo: la Carità, la Gioia, la Pace, la Pazienza, la Benignità, la Bontà, la Longanimità, la Dolcezza, la Fede, la Modestia, la Continenza, la Castità. » [V, 22, 23]. – Come conciliare questi nomi apostolici, che sono nomi di virtù, con i frutti dello Spirito Santo, che non sono virtù ma atti di virtù? « Per questo, risponde sant’Antonino, basta ricordarsi che è uso prendere il nome delle virtù per gli stessi loro atti. » [“Non obstat quod Apostolus ponit inter fructus nomina virtutum quae sunt habitus, ut patientia et charitas et hujusmodi, cum tamen fructus sint actus”. IV p., tit. V, c. XXI]. – Così di qualcuno che ha reso al suo prossimo un segnalato servizio, diciamo che egli ha fatto una gran carità, oppure la carità. Ne segue da ciò, che la carità e la fede, nominati tra i frutti dello Spirito Santo, non sono le virtù teologali dello stesso nome, ma solamente i loro atti, o la loro applicazione particolare, accompagnati dalla dolcezza che ne é la ricompensa. 33 [“Primus itaque fructus ventris Mariae mentalis dicitur charitas quae hic non importat virtutem, sed actum ejus”. S. Anton., IV p., tit. XV, c. XXVI]. – Ragione di questa numerazione. Ogni frutto viene da una pianta, ogni pianta viene da un seme o da una radice. Lo Spirito Santo è il seme dei frutti che portano il suo nome: e lo Spirito Santo è la stessa carità. Che v’è da meravigliarsi se il suo primo frutto sia la carità? [“Fructus Spiritus sancti, quasi cujusdam divini seminis.” S. Th., l a, 2ae, q. 70, art. 1, corp.]. – « Vedete, dice san Giovanni Crisostomo, quale attenzione nelle parole dell’Apostolo, quale convenienza nella dottrina! Prima di tutto, ei pone la carità, in conseguenza di tutti gli atti che ne derivano; egli fissa la radice, poi ne mostra i frutti; egli stabilisce il fondamento, e istruisce l’edilìzio; comincia dalla sorgente, ed arriva ai ruscelli. 2 »* [De sanct. Pentecoste, homiL 11, n. 8, opp. t. II, p. 560]. – Trattando la stessa questione, san Tommaso aggiunge, che l’ordine e la distinzione dei frutti dello Spirito Santo, si ricava dal modo con cui lo Spirito Santo procede riguardo all’ uomo.  [1a, 2ae, q. 70, art. 3, corp.]. – Ora, lo Spirito Santo procede riguardo a questo, in modo da condurlo a poco a poco alla perfezione ed a fargliene gustare la felicità. Questa felicità, superiore a tutte le altre, l’uomo la gusta, quando è pienamente nell’ordine. Esso è pienamente nell’ ordine allorché vi è: rispetto a ciò che è superiore a sé; riguardo a ciò che è in sé, intorno a sé, e al di sotto di sé. In queste condizioni, l’uomo possiede la pace internamente; la pace al di fuori, la pace confermata da tutte le parti; e la vita, malgrado le sue inevitabili amarezze, è all’anima ciò che il frutto è alla bocca. – I tre primi frutti ordinano il cristiano riguardo a ciò che è al di sopra di sè. [“Ex his dirigitur a Spiritu sancto tota conversatio hominis ut sit virtuosa. Et per prima tria dirigitur quoad eum, qui est supra se. Per seconda tria dirigitur quo ad animum suum, qui est intra se. Per tertia tria dirigitur quoad proximora, qui est juxta se. Per ultima tria quoad corpus suum, quod est infra se”. S. Anton., IV p., tit. V, c. XXI]. – Questi frutti sono: la Carità, la Gioia e la Pace. – La Carità, “Charitas”. È con lei, in lei e per lei che lo Spirito Santo si comunica in noi, poiché egli stesso è carità. Siccome la fiamma tende all’alto, cosi la carità tende a Dio, all’unione con Dio, alla trasformazione in Dio. Dove è il nostro tesoro, ivi é pure il nostro cuore. [“Dicitur autem charitas quasi charitas seu chara unitas, quia facit unionem animae cum Deo”]. Ibid. . La carità non é inerte, come non lo è la fiamma, nulla al contrario di più attivo. Mille esempi lo provano. Uno solo basterà per mostrare in atto, questo primo frutto dello Spirito Santo, e la soavità di cui riempie il cristiano, che ha la felicità di gustarla. – Nella Cina nel 1848 parecchi cristiani arrestati per la fede erano riuniti dinanzi al tribunale: « II mandarino domanda a uno di essi a che cosa serviva la cotta trovata tra gli oggetti confiscati. — Se la indossano per pregare, risponde arditamente il confessore. — Vediamo come fanno. Prendila e prega come se tu fossi nella tua chiesa. Fu presto detto e presto fatto: Ecco che il mio uomo in pieno tribunale si pone a cantare il Pater e il Credo ec. e i mandarini l’ascoltano. — Benissimo, dicono essi — ma sai tu come finora si è trattato quelli che hanno adorato il tuo Dio? — Lo so. — Se tu lo sai, perché sei tu venuto da Su-tchuen per predicare qui questa religione ? — Egli è perché non temo di morire per lei. — Ah tu non hai paura? ebbene calpesta quella croce. — Io non posso. — Se tu non la calpesti ti farò crocifiggere come il tuo Gesù. — Oh ! no, mandarino, sarebbe troppo onore, soggiunse sorridendo il generoso atleta; val meglio farmi morire in altro modo. – « E tosto egli fu sottoposto ad una orribile bastonatura. — Ebbene, ti trovi meglio con questa ? — Non è abbastanza; né la bastonatura, né la crocifissione impediranno che la religione si predichi a Kouciyang. — Che bisogna egli dunque fare perché in avvenire non si venga più dal Su-tchuen a fare qui dei cristiani? — Bisogna che mi si tagli il capo e sia sospeso alle porte della città. I predicatori che lo vedranno non oseranno forse entrarvi né predicare la nostra santa religione. — Impertinente, tu osi così affrontare la mia collera? e la bastonatura ricominciò subito. Quest’uomo ha circa 60 anni! » [Annali, ec., n. 132, p. 360, an. 1850]. – Conservare la tranquillità del suo spirito in faccia ai carnefici, e la giocondità del suo cuore in mezzo alle torture, non è egli questo l’ultimo sforzo della carità, e per conseguenza un frutto delizioso dello Spirito Santo? – La Gioia, “Gaudium”. Ogni cuore si rallegra di essere unito all’oggetto amato. La carità è sempre unita al suo oggetto, che è Dio, secondo il detto di san Giovanni: « Colui che dimora nella carità, dimora in Dio, e Dio in lui. » [I Joan IV, 16]. – La gioia è dunque la prima conseguenza della carità. Come ricompensa della vittoria riportata sulle passioni, essa non è solamente nel fondo dell’anima, come un continuo banchetto; ma brilla ancora sul volto, abbellendone i tratti. Il primo fatto religioso basta per farla risplendere in dimostrazioni tanto più dolci, quanto esse sono più spontanee e più ingenue. – Questo nuovo frutto ci apparisce nel seguente fatto. Nel descrivere un’Ordinazione in mezzo ai negri dell’Africa occidentale, un missionario si esprime in tal modo: « Sino dalla sera che precedé l’ordinazione, si videro arrivare da tutte le parti delle barche di selvaggi. Alle otto si aprì la chiesa e in un istante si empì. Il sig. Warlop ed io, stavamo prostrati dinanzi all’altare, con le nostre tonacelle sul braccio, e con in mano le nostre candele accese. Il sig. Warlop richiamava in modo singolare l’attenzione dei nostri negri. La sua statura piuttosto alta, la sua lunga barba nera che gli ricadeva sul petto, il suo bianco camice, il suo contegno modesto e devoto, ogni cosa gli gettava in una prodigiosa meraviglia. – « Ma fu ben altra cosa quando videro Monsignore vestito de’ suoi paramenti pontificali. Allora, avreste posto sotto i loro occhi l’Africa intera e tutte le meraviglie del mondo, e non sareste riusciti a distrarli. – Il suo paramento d’oro, la sua croce d’oro, la sua mitra d’argento e il suo pastorale tutto d’oro, e soprattutto l’aria angelica che brillava sul suo volto, gli sprofondavano in una ammirazione estatica, dalla quale non sapevano riaversi. Il silenzio il più profondo regnava in tutta l’assemblea; ma appena fu terminata la cerimonia, prorompono in trasporti indescrivibili: Jalla, Jallaì Dio, Dio, Dio solo è Dio, Dio solo è grande, potente, misericordioso, Dio solo è Dio, o prodigio! Iddio è qui. « Si vide soprattutto una donna che era come fuor di sè. Essa gridava; Jalla, Jalla, Jalla! e non finiva più. Essa diceva, di non aver mai contemplato nulla di più bello, e comandava imperiosamente che la si conducesse in cielo e sull’istante. Il giovane Soleymano era in fondo di chiesa, versando calde lacrime. — Io piangeva alquanto, diceva, dipoi la mia testa cominciava a ritornare, e il mio cuore balzava nel mio petto. » [Annali, ec., n. 120, p. 333, an. 1848]. – Poiché la gioia è un frutto dello Spirito Santo, ne risulta che dove lo Spirito Santo non è, non vi è punto gaudio. La gioia dei popoli e degli uomini, separati dallo Spirito Santo, è una tale svenevolezza che fa paura o pietà. [“Illud est verum gaudium quod non de creatura, sed de Creatore concipitur, cujus comparatione omne pulchrum, foedum ; omne dulce, amarum; omne quod delectari potest, molestimi”.S, Anton,, ubi supra]. – La Pace, “Pax”. La perfezione della gioia è la pace. -Perciò la pace è il terzo frutto dello Spirito Santo. Perché è la perfezione della gioia? Perché suppone e garantisce il tranquillo godimento dell’oggetto amato. – Nessuno è felice, se è turbato nella sua felicità, o se l’oggetto delle sue affezioni non basta ai suoi desideri. « O pace, esclama sant’Agostino, dolce nome, ma più dolce cosa! Tutte le creature gridano: La pace, e più forte di tutte le altre, la creatura ragionevole. Ma o quanto la pace si è allontanata da te, o mondo! tu lo vedi, da ogni parte fremono le guerre. Perché? Perché tu non vuoi avere la pace con Dio, ma la guerra pei tuoi peccati. » [De Civ. Dei, lib. XIX]. – La pace dello Spirito Santo sorpassa ogni sentimento noto: “Superat omnem sensum; essa sfavilla nella serenità della fronte, nella limpidezza dello sguardo, nel sangue freddo del coraggio, nella modestia dei movimenti e nella dolcezza e la calma delle parole. Per ben conoscerlo, consideriamo questo nuovo frutto sopra una delle propaggini dell’albero della vita. – « Il Venerdì Santo un gran numero di cristiani cocincinesi si recavano alla chiesa. Un mandarino gli scorse, e si pose a loro seguito con parecchie centinaia di soldati. Giunto al luogo del convegno, egli forma con la sua truppa una siepe irta di picche intorno al popolo fedele. Un soldato, con la spada in mano, si precipita sulla chiesa, si pone sul primo scalino della predella dell’altare, e mettendo la punta della sua spada sul collo del sacerdote celebrante, gli grida: Se tu fiati ti taglio la testa. Senza muoversi, il celebrante volta leggermente il capo dal lato del temerario, lo guarda con un’aria indifferente, e continua il suo uffizio con un sangue freddo, che penetra tutti gli astanti di meraviglia e di devozione. – « Il soldato rimane nello stesso luogo, tenendo sempre la sua spada alzata nella stessa posizione, e il sacerdote legge la passione e le orazioni che seguono senza emozione e senza turbamento. Egli discende per adorare e per fare adorare la croce: il soldato lo segue sempre, con la spada in alto e non lo abbandona un istante. Finita l’adorazione, il mandarino, che durante tutto quel tempo se n’era stato zitto in fondo di chiesa, alza la voce e ordina alla truppa di fare uscire il popolo, e di avvinghiarlo. Quanto ai due preti comanda di tenerli presso l’altare e di recare due canghe. Ma il sacerdote che aveva celebrato, gli disse. — Io non porterò la canga, e tu non hai il diritto di mettermela. — E perchè? — Il re non perseguita. Mostrami l’editto, e non solamente io mi lascerò mettere la canga, ma ancora tagliare il capo, se ciò piace al mandarino. Costui vinto dal sangue freddo e dall’ intrepidezza meravigliosa del sacerdote, prese il partito di ritirarsi. » [Annali, ec., n. 34, p. 413, an, 1833]. La Pazienza, “Patientia”. Quando la pace regnasse nel mondo intero, e che voi aveste dei beni temporali a seconda de’ vostri desideri, se non possedete Dio, mediante la grazia, non avreste né pace né riposo. Ecco perché lo Spirito Santo con i suoi tre principali frutti, stabilisce l’uomo nell’ordine, rapporto a Dio; con i tre secondi lo costituisce nell’ordine riguardo a se stesso; ed il suo quarto frutto è lai pazienza. – Amare Dio, e in esso ciò che bisogna amare: amarlo come deve essere amato, godere pienamente di questo amore, la cui fortezza è la volontà personale; che cosa di più dolce? Ma la vita di quaggiù è un combattimento. Chi impedirà al nemico di penetrare nella nostra anima, di portarvi il turbamento e togliergli la felicità cagionata dal tranquillo possesso del bene? La pazienza. Essa è la sovrana dell’anima: nessun frutto più delizioso. L’anima che se ne ciba, vede cadere a terra contro di lei le tribolazioni, di qualunque natura esse siano, come noi vediamo le onde del mare rompersi contro gli scogli della spiaggia. Ammiriamola nel seguente tratto. – « Io ho battezzato qualche tempo fa, scrive un missionario del Tong-kin, un uomo come ne ho visti pochi, dacché sono qua. Avanti da sua conversione era il terrore del suo villaggio. Avendo egli inteso parlare della nostra santa religione, volle conoscerla a fondo. Egli mi segui qualche tempo, per studiare con più agio. Ebbene, egli lo faceva con un tale ardore che perdeva dei sonni, e spesso non pensava neppure a mangiare. Non tardò ad esser posto a delle prove tali, che io credeva che non avrebbe resistito: imperocché appena si seppe che voleva convertirsi, che tutte le sue conoscenze si rivolsero contro lui con furore. Egli, poco fa cosi fiero, cosi vendicativo, e che sapeva farsi temere da tutti, soffriva ogni cosa con la più grande pazienza. – « Cadde infermo; i suoi figli l’abbandonarono, la sua moglie lo ingiuriava a morte. Approfittando dell’occasione, portò essa via tutto quel che aveva a casa sua, e lo lasciò solo in quella estremità. Io mandai i nostri cristiani a consolarlo e ad aver cura di lui. Temeva pure che il suo fervore non si raffreddasse; ma tenne fermo, né mai mormorò. Edificato da tanto coraggio, io non indugiai ad amministrargli il Battesimo. Modello di tutte le virtù cristiane, egli è divenuto l’apostolo del suo villaggio, dove ha convertito da quindici persone, tra queste, sua moglie, tanto accanita contro la religione, e che io battezzerò probabilmente domani. » [Annali, ec., n. 34, p. 396, an. 1833]. – La Benignità, “Benignitas”. Come il suo nome l’indica, la benignità (bonus ignis) è un suono dolce e benefico, che, mercé dello Spirito Santo, circola nelle vene del cristiano, e che coltiva in lui una disposizione costante all’indulgenza ed all’affabilità. Si può essere paziente senza essere grazioso. Contro le asprezze di carattere, contro le villanie dei modi, o l’aridità di linguaggio, tutte cose che sono di natura da turbare la pace interna, combatte la benignità. Essa arrotonda gli angoli sino al punto da non lasciare nel cristiano che la gentilezza e la grazia, che sono l’incanto della virtù. Di questo nuovo frutto, un saggio fra mille. – « Una vecchia donna aveva gravemente ingiuriato il figlio di un gran capo di Tonga, cattolico come tutta la sua famiglia. Era deciso che la rea riceverebbe in punizione quarantacinque colpi di bastone. Si era contato senza la benignità. La moglie del capo, che è la nostra più fervente neofita, intercedé presso suo marito. — Tu vuoi, disse a lui, castigare questa donna come se tu fossi un infedele; ma prima d’essere battezzato, tu non dicevi cinque o sei volte al giorno: “Perdonateci le nostre offese come noi perdoniamo quelli che ci offendono? « Non mi dire che bisogna pure infliggere una pena proporzionata all’ingiuria. Se Dio ci trattasse come noi meritiamo, che cosa sarebbe di noi? Poiché Egli è così buono da perdonarci le nostre enormi e innumerevoli colpe, non è egli giusto che noi perdoniamo del pari le offese che abbiamo ricevute? Quest’è ciò che ci predicavano i due vecchi domenica passata. Falli venire e tu vedrai ciò che ti diranno. — Fummo infatti chiamati, e ci pronunciammo in favore del perdono. Questa donna che era infedele, tosto si converti.  » [Annali, ec., n. 104, p. 88,- an. 1816]. – La Bontà, “Bonitas”. Quel che il colorito dà al quadro, lo zucchero alla bevanda, il carnato alla mela appiola, tale è la benignità alla bontà. Ma se il colore abbellisce la mela, non è la stessa mela. Qui la mela è la bontà. Effetto dell’unione dell’anima con Dio, bontà infinita, questo nuovo frutto riempie l’anima di soavità, e le fa provare il bisogno di comunicarsi, non solo dando ciò che ha, ma ancora ciò che è. Bisognerebbe raccontare tutta la storia della Chiesa, se si volessero citare minutamente i tratti di bontà, i quali perpetuando gli esempi del Verbo incarnato, mostrano con splendore la potenza dello Spirito Santo nella Chiesa. Secondo la regola che ci siamo prescritti, consulteremo solamente i nostri annali contemporanei. – « Il mandarino Benedetto, morto ultimamente nel regno di Siam, è stato di una grande edificazione per tutta la cristianità. Era cosi buono, che non poteva risolversi a far del male a nessuno, sì che di continuo era occupato a fare del bene a tutti. Un giorno che il re aveva fatto attaccare dei prigionieri laocesi alla bocca di uu cannone, ordinò a Benedetto di dar fuoco alla miccia. Ma egli, da degno cristiano che ha orrore di servire d’istrumento a un atto di barbarie, si teneva in ginocchio dinanzi al suo principe, senza aprir bocca, benché sapesse ch’egli si esponeva alla morte per una tale disubbidienza. Il monarca irritato, lo fece prendere da’ suoi satelliti, ed un altro dette fuoco in sua vece. Quando la collera del re fu passata: — Miserabile, disse egli, io ti perdono; ma perché non hai tu fatto fuoco quando te l’ho ordinato? — Io temeva il peccato. — Voi altri cristiani osservate una regola ben severa. – « Qualche tempo dopo il re innalzò Benedetto al grado di gran mandarino. Gli onori non gli fecero perdere punto la sua bontà. Aveva cosi buon cuore, che avrebbe voluto render servizi a tutti. Cristiani e pagani si rivolgevano a lui da tutte le parti; e quando si trattava di ottener loro qualche favore, a malgrado di un’ernia che lo tormentava di continuo, era di un’attività sorprendente. Più d’una volta vedendo che egli comprava sovente degli schiavi pagani, troppo giovani o troppo vecchi per essergli di nessun soccorso, io gli domandava di quale utilità gli fosse quella gente. — Io li compro, rispondeva, per avere la loro anima; e infatti il maggior numero de! suoi schiavi è stato battezzato. 1 » [Annali, n. 99, p. 120, an. 1845]. – La Longanimità, “Longanimitàs”. In pace nel suo fòro interno per la pazienza, la benignità, la bontà, frutti senza amarezze né acrità, resta al cristiano il godere della stessa pace con ciò che lo circonda, vale a dire col prossimo. Questa felicità gli è recata dai tre frutti dei quali spiegheremo adesso la natura. Se il bene corporale o spirituale che noi facciamo producesse il suo effetto sull’istante e sempre, la bontà basterebbe per tenerci in una pace costante col prossimo: ma non è cosi. Il più delle volte l’esito si fa desiderare. Questa aspettativa, qualche volta ben lunga, può stancare la nostra carità e scoraggiare la nostra speranza. Contro questo pericolo troviamo una difesa nella longanimità. Questo lungo coraggio, “longus animus”, ci fa supporre le dilazioni volute o permesse dalla Provvidenza, e come l’operaio, attendere senza inquietudine la mésse che devono produrre al loro tempo, i benefìzi versati nell’anima altrui. In mille tratti luminosi brilla questo nuovo frutto, nelle mani dei cristiani di tutti i secoli. Vediamolo presentato ai nostri desideri per mezzo di una delle nostre giovani sorelle dell’impero cinese. – « Due cristiani, padre e figlio, avevano apostatato durante l’ultima persecuzione. Divenuti, dopo la loro caduta, oggetto d’orrore per sè medesimi, caddero ben tosto nella disperazione. D’allora in poi non conoscendo più freno, cercarono essi di dimenticare, negli eccessi di ogni genere, la fede che avevano tradita. Il figlio sposò una donna pagana, che aveva per i cristiani un odio dichiarato. – Mirabile consiglio della divina sapienza! Questa donna doveva, per lunghi sforzi, divenire l’istrumento della conversione di suo marito. Questi non aveva potuto cancellare dalla sua memoria tutte le verità della nostra santa religione. I nostri dommi ed i nostri precetti ritornavano sovente nei suoi convegni, e senza che se ne dubitasse, ne ispirava l’amore alla sua compagna. – A poco a poco questo sentimento, aiutato dalla grazia, trionfò cosi bene delle sue antiche prevenzioni, ch’essa stimolò suo marito ad iniziarla senza più indugio, al culto che le aveva fatto conoscere. – « Allora il giovine uomo cominciò a singhiozzare, e confessò per quale debolezza aveva egli rinnegato il Dio dei cristiani. Questa confessione, invece d’indebolire il coraggio della sua sposa, la confermò nella sua pia risoluzione. Essa non cessò di domandare, come colmo di felicità, d’essere annoverata tra i figli del Padrone del cielo. Quantunque questo desiderio fosse la condanna della sua propria condotta, il marito non vi si oppose. – Al contrario per facilitare a sua moglie i mezzi d’istruirsi, l’affidò per qualche tempo a delle vergini cristiane. « Queste l’accolsero come una sorella. Dopo alcuni giorni di pii esercizi, ricevette il battesimo. Essa uscì dal sacro fonte piena di un tal fervore, che elevandosi al di sopra del suo sesso, si fece l’apostolo del suo sposo e di suo suocero. Né opposizioni, né dilazioni, nulla potè scoraggiare il suo eroico apostolato. Al contrario, gli ostacoli non servirono che a mostrare la longanimità del suo coraggio e rendere il suo trionfo più splendido. Ella ebbe la fortuna di ricondurre le due pecore erranti in seno dell’ ovile. Ho visto parecchie volte dipoi, questi tre neofiti, e ho trovato in essi tanto fervore e semplicità, che non si potrebbe troppo esaltare la misericordia di Colui che fa sovrabbondare la grazia dove abbondò il peccato. » [ Annali, ec., n. 105, p. 141, an. 1846]. – La Dolcezza, “Mansuetudo”. Se la longanimità ci ha fatto sopportare per tanto lungo tempo quanto piace a Dio, e alla resistenza del prossimo, le pene e le fatiche che ci vengono dagli altri, la dolcezza ci impedisce di lamentarcene. Colomba senza fiele, agnello senza difesa; ecco ciò che fa del cristiano il frutto di cui parliamo. Come il divino Maestro, così il figlio della dolcezza non rompe la canna mezza rotta; non estingue la miccia che fuma ancora: egli non fa udire la sua voce con rumorosi scoppi; mai rende male per male. Oggi non meno che in antico, lo Spirito Santo non cessa di produrre questo frutto amato da tutti. – « Io arrivo, scrive un missionario di America, e benedico il cielo di ricondurmi in mezzo ai miei cari selvaggi. Ecco la risposta che mi è stata fatta. — Padre, il cambiamento di questa tribù è divenuto il soggetto di tutte le conversazioni del paese. Fino all’inverno passato era una banda d’ubriachi e di ladri, lo scandalo e il terrore di tutto il vicinato. Dopo il loro Battesimo, non sono più gli stessi uomini. Tutti ammirano la loro sobrietà, la onestà, la dolcezza, e soprattutto la loro assiduità alla preghiera, le loro capanne risuonano quasi di continuo di pii cantici. – « È per me un mistero, mi diceva poco fa un vecchio cacciatore canadese, lo spettacolo di questi Indiani, quali sono oggi. Credereste voi che ho visto co’miei propri occhi questi stessi selvaggi nel 1813 e 14, abbandonando al saccheggio ed alle fiamme le abitazioni dei bianchi, prendere i piccoli fanciulli per il piede e romperli il capo contro il muro, o gettarli sulle caldaie bollenti? E ora, alla vista di una nera veste, cadono in ginocchio, baciano la sua mano come quella di un padre: essi fanno arrossire noi medesimi. » [Annali, ec., n. 103, p. 498, an. 1845]. Non meno bello e non meno soave si manifesta il frutto della dolcezza nelle isole dell’Oceania. « Io non credo, scrive uno dei loro apostoli, che vi sia sulla terra una parrocchia la quale, meglio che Futuna, ritragga i costumi della chiesa primitiva. Invece di eccitare i neofiti alle pietà, i nostri confratelli durano-fatica piuttosto a contenerli e a moderare il loro zelo. Come è bello il vedere quei vecchi mangiatori d’uomini, divenuti adesso più mansueti degli agnelli, dedicarsi da se medesimi a pubbliche penitenze, e scongiurare i missionari di non metter limiti alle loro austerità! Chi avrebbe creduto che questi feroci guerrieri, che bevevano nei crani umani, fossero disposti oggi a versare mille volte il loro sangue per Iddio e per i missionari! » [Annali, ec., n. 120, p. 351, an. 1848]. La Fede, “Fides”. La mancanza di dolcezza può turbare la pace col prossimo. Irritarlo è una maniera di ferirlo e anche di nuocergli, essa non é la sola. La mala tede nei contratti, l’infedeltà nelle relazioni sociali n’è una seconda. Mercé il nuovo frutto dello Spirito Santo, il cristiano è lontano da questi atti odiosi. La frode, la menzogna, la doppiezza, il tradimento, gli fanno orrore. – Come espressione adeguata alla verità, la sua parola è santa: ci si può contare. Che nell’adempierla vi abbia per lui vantaggio o svantaggio, tale non è mai la questione; ei l’ha data, e la mantiene. Come questa nobile franchezza è diventata il fondamento del suo carattere, così il suo proprio moto è di supporla negli altri; credere all’inganno gli ripugna. Nonostante in questa bell’anima, la semplicità della colomba lascia intatta la prudenza evangelica del serpente. Eccone una prova. – « Il popolo di Wallis era anticamente furbo, ladro di professione, pirata e antropofago; oggi, la grazia è stata cosi potente da cangiare i loro cuori! La dolcezza forma il suo carattere, la franchezza gli sembra naturale, ed esso ha in orrore il furto. Qui non v’è più bisogno di serrature. Il missionario può lasciare frutti, vino, argento, effetti, sotto la mano degli indigeni, senza tema che essi li tocchino. Popolo felice d’avere cosi ben gustato il dono di Dio! » [Ibid., ec., n. 98, p. 44, an. 1845]. – Quanto alla prudenza, il serpente, secondo l’osservazione di san Giovanni Crisostomo, cerca innanzi tutto di salvare il suo capo; cosi il cristiano sacrifica tutto per salvare la sua fede, cioè dire la parola che egli ha data, a Dio. Due sacerdoti tonchinesi furono arrestati dai persecutori. Il mandarino teneva a provar loro quanto gli rincrescesse d’adempiere verso di loro una missione di rigore. Se la coscienza dei suoi prigionieri avesse potuto prestarsi a qualche accordo, egli gli avrebbe resi con gioia air affezione delle loro greggi. Ei non temeva di parlarne col P. Lac. – « Maestro, gli disse, voi siete ancor giovine; perché volete cosi presto morire? Credetemi, chiudete gli occhi, e passate sul crocifisso, o almeno camminate rasente: o piuttosto, la mia gente vi trascinerà sopra: lasciateli fare e io porterò una sentenza di perdono. Il Padre rispose: — Io non vi acconsentirò giammai; condannatemi piuttosto a essere tagliato a pezzi. Questa coraggiosa e leale risposta gli meritò la palma del martirio.» [Annali, ec., n. 85, p. 414, an. 1842]. – Per conoscere con esperienza tutti i frutti divini, la cui dolcezza e bellezza formano le delizie del cristiano, ne rimangono tre da cogliere. Di quésti parleremo qui di seguito. – Non perdiamo di vista che il frutto è l’atto beatifico il più eminente, e che per questo fa gustare all’anima una soavità, un riposo delizioso che il mondo non conosce, e che è una primizia dell’eterne soavità. Mercé i nove primi frutti, abbiamo visto il cristiano vivente in una dolce pace con Dio, con se stesso e col prossimo. – Per godere d’un assoluto riposo, non gli resta che ordinarsi, riguardo a ciò che è inferiore a sé. Agli ultimi tre frutti, egli dovrà il compimento della sua felicità. La Modestia, “Modestia”. Questo frutto divino è l’ordine in tutto il nostro esteriore. Come raggio di calma interiore, la modestia mantiene i nostri occhi, le nostre labbra, il nostro riso, i nostri movimenti, il nostro abito, tutta la nostra persona, nei giusti limiti tracciati dalla fede. Il Verbo incarnato, che conversa tra gli uomini, che parla, ascolta, opera, diventa lo specchio nel quale si guarda di continuo il discepolo dello Spirito Santo, e il modello infinitamente perfetto di cui si sforza di riprodurre i tratti in se medesimo. Nulla di più amabile di questa divina modestia e nulla di più eloquente. Perciò, l’Apostolo voleva che la modestia dei cristiani fosse evidente come la luce, e conosciuta dal mondo intero. 1 1 [“Modestia vostra nota sit omnibus ho minibus”. Philip., IV, 5]. – Per lui, era uno dei migliori mezzi di invitare gli infedeli alla fede, e i malvagi alla virtù. Mille esempi provano che l’Apostolo aveva ragione. – Tutti conoscono quella di san Francesco d’Assisi. Giunto in una città, il Serafino della terra dice al suo compagno: « O Fratello mio, andiamo a predicare. » Ed essi uscirono insieme, fecero in silenzio il giro della città e rientrarono in convento. « Ma frate Francesco, non mi avete detto che andavamo a predicare? Eccoci tornati senza aver detto una sola parola; dove è il sermone? — È stato fatto, rispose il santo. » Aveva egli ragione, poiché la vista di quei due religiosi così modesti era una predicazione tanto persuasiva, quanto i più bei discorsi. Dopo il .medio evo, la modestia non ha perduto nulla del suo impero. « Le nostre vergini cinesi, scrive un missionario, non hanno altra clausura che la prudenza, né altro velo che la modestia; non ne sono però meno la consolazione della Chiesa, e soggetto d’ammirazione pei pagani. Esse sanno cosi bene ispirare l’amore della santa virtù, che sovente pervengono a suscitare degli emuli e dei modelli nelle file stesse dell’infedeltà. – Eccone un bell’ esempio. Una pagana aveva fatto conoscenza con una di queste vergini cristiane; costei le dipinse la sua felicità con colori cosi vivi, che essa fece nascere nel cuore di quella giovine cinese i sentimenti di una santa invidia. Iddio esaudì i suoi desideri e ben tosto ella fu in grado di ricevere il battesimo. « Essa prese il nome di Maddalena. Era troppa allegrezza per la fortunata neofita; tanto che ne volle far parte a tutta la sua famiglia. Da prima si burlarono di lei: poi si fini per ascoltarla e per arrendersi a tutto ciò che ella desiderò, tanto è potente la grazia secondata dallo zelo il più puro. Padre, madre, fratelli, sorelle e tanti altri ancora, divennero bentosto cristiani. Si contano adesso venti figli di Dio, dove poco fa non v’erano che schiavi del demonio, e questo numero sarà forse raddoppiato di qui a un anno. » [Annali, ec., n. 116, p. 45, an. 1818]. – La Continenza, “Continentia”. Se l’ uomo esteriore è mantenuto nell’ordine mediante la modestia, l’uomo interiore trova un freno nella continenza. Come lo indica il suo nome, questo frutto dello Spirito Santo padroneggia la concupiscenza, sia che essa abbia per oggetto il bere, il mangiare, o il piacere sensuale. Egli lo rende mansueto, combatte contro le sue ribellioni; e malgrado le sue invasioni nel dominio dell’immaginazione e dei sensi, gli impedisce di portare il disordine e la bruttura nel santuario della volontà. Quest’impero sulle inclinazioni grossolane dell’uomo animale, è la gloria esclusiva del cristiano, e il segno manifesto della presenza dello Spirito Santo. Ciò si ammira ad ogni pagina della storia dei popoli, come nella biografia degli uomini cristiani. Apriamo i nostri annali contemporanei, ed ascoltiamo uno dei nostri missionari, perduto nei ghiacci del polo, in mezzo ai più vigorosi antropofagi della terra. – « Fra i selvaggi che io trovai riuniti nel forte d’Albany, uno di quelli che la grazia ha tocchi in un modo quanto efficace altrettanto pronto, era un giovine poligamo. I suoi amici e soprattutto sua madre, che è un modello di virtù, avevano fatti tutti i loro sforzi per impegnarlo a non avere che una sposa, senza potervi riuscire. Erano due giorni che io era ad Albany, quando egli vi arrivò con la sua numerosa famiglia. Appena seppe della mia presenza nel forte, ei ne fu spaventato e volle ripartire. Sua madre durò molta fatica a trattenerlo ma egli evitava il mio incontro, e quando io mi presentai nella sua capanna .per vederlo ei si era nascosto. – Mi fu fatto conoscere dove si era ritirato e andai a trovarlo; .e siccome aveva molto più a cuore la rigenerazione dei suoi figli che il suo divorzio, io cercai di fargli comprendere l’importanza del Battesimo. « Da principio, temendo certamente i miei rimproveri cominciò a tremare. Ma si rassicurò ben tosto, e lo stesso giorno mi portò tutti i suoi figli perché io ne facessi tanti cristiani. Dopo il battesimo mi chiese in un modo commovente dello stesso favore per sé: era qui che io lo attendeva. — Tu non potrai esser battezzato, gli dissi, finché tu avrai due mogli, poiché lo Spirito Santo non lo permette. Se tu continui a violare la sua proibizione, invece di metterti con Lui nella sua grande luce, Egli ti getterà col maligno Monitou nel fuoco dell’abisso. – « Queste parole fecero sull’animo del selvaggio tutto quell’effetto che io poteva attendermi. Con la testa appoggiata sul suo petto, non rispose nulla, e per alcuni minuti parve immerso in uria meditazione profonda. Poi, alzandosi tutto ad un tratto: — Padre, mi disse, quello che tu mi prescrivi è giusto. Poiché il grande Spirito non ha dato che una compagna al primo uomo, io non debbo ritenerne due. Quale vuoi tu che licenzi? — Tu devi ritenere la prima; ma i figli della seconda essendo tuoi, bisogna che tu li educhi e che ti prenda cura della loro madre, come della tua propria sorella. — Grazie, mi disse, e usci subito per andare ad annunziare alla più giovane la sua risoluzione. Questa mostrò una risoluzione pari alla sua, e d’allora in poi non li vidi più insieme fuorché alla cappella, dove gareggiavano di zelo per farsi istruire. » [Annali, ec., n. 141, p. 101, an. 1852]. – La Castità, “Castitas”. Coronamento di tutti gli altri, questo duodecimo frutto fa dell’uomo un angelo in un corpo mortale. La castità è di fronte alla continenza, ciò che è la vittoria dinanzi alla lotta: è come il vincitore dopo il combattimento. Padrona dei suoi sensi interni ed esterni, l’anima casta, l’anima vergine, regna come Salomone, nella pienezza della pace. Presso di lei tutto l’oro del mondo perde il suo splendore. Essa incute rispetto sulla terra, forma la gioia del cielo, e provoca la rabbia dell’inferno. Se per strappare all’umanità questa corona di gloria, non vi sono sforzi che il demonio non adopri, non vi è neppure resistenza eroica ch’egli non incontri. A difendere questo bene più prezioso della vita, brilla il coraggio dei cristiani e soprattutto delle cristiane. Chi non conosce la condotta di tante eroine dei primi secoli? Nobile lignaggio di Vergini martiri, voi vi siete perpetuate fino a noi, e vi perpetuerete sino alla fine dei secoli, dovunque regnerà lo Spirito di santità. – Apriamo per l’ultima volta i nostri Annali contemporanei. « Il soggetto, del quale vi voglio parlare, è molto semplice, poiché non si tratta che di una bambinetta: ma in questa ha rifulso il trionfo della grazia. Sulla fine del 1841, una famiglia cattolica composta di tre persone, lasciava Aleppo per recarsi in Egitto. Dopo aver visitato i luoghi santi e attraversato la Giudea, essa s’internò nel deserto per la stessa strada che aveva anticamente percorsa la Sacra Famiglia, fuggendo dinanzi alla collera d’Erode. Già essa scorgeva da lungi le mura di El-Arich, l’antica Gerara, allorché comparve una banda di soldati albanesi. A questa vista, lo spavento colse i nostri devoti viaggiatori; essi corrono a caso e si sperdono nella solitudine, che non può nasconderli. – La bambinetta fu trovata dai suoi rapitori pallida, tremante, chiamare sua madre che essa non doveva più rivedere; e fu condotta schiava al Cairo, dove la rinchiusero nella casa di un Arnaute. – «L’infelice vi passò i suoi giorni in lacrime; e aveva ragione di spargerne sulla libertà perduta e sulla sua famiglia scannata! Un bene solo le rimaneva: era la sua ingenua fede al Dio degli orfani, e questo tesoro minacciato, lo difendeva con un amore eroico. — Sappi bene, diceva ella spesso al suo padrone, sappi che la tua schiava è cristiana. — Ahimè! egli non lo dimenticava. Ogni giorno, egli fremeva di non avere ancora potuto rompere questa debole canna, che si raddrizzava sempre sotto lo sforzo della sua mano; ricorreva a nuovi inganni, lusingava con le più luccicanti promesse, si abbassava alle supplicazioni per rialzarsi vinto, ma furibondo, e nel suo dispetto tentava nuovi tormenti, altrettanto impotenti quanto le sue preghiere disprezzate, e le sue vane minacce. – « Lacrime e singulti era tutto quello che egli strappava alla povera fanciullina. Invano il turco le diceva: — Come schiava di un mussulmano, tu abbraccerai la religione del tuo padrone, ovvero tu andrai a perire per le sue mani. — Prendi la mia vita, rispose l’eroina, ma lasciami il mio Dio; la giovinetta che ha tutto perduto in questo mondo non acconsentirà a chiudersi il cielo. E la grazia contava un. trionfo di più, ogni volta che l’oppressore assaliva la sua vittima. Come quelle vergini timide dei primi secoli, alle quali fu così spesso dato di domare nell’ arena dei leoni ruggenti, e di vederli incatenati ai loro piedi per incanto divino di una virtù angelica, la cristiana di Aleppo imponeva al turco nella sua propria casa divenuta per lei un anfiteatro. – « Un giorno, che fu il 18 gennaio 1843, la porta della casa, dove la nostra schiava gemeva da due anni, era rimasta socchiusa. Non dubitando che il momento della sua liberazione fosse venuto, essa varcò, senza essere veduta, la soglia della sua prigione e corse a rifugiarsi per caso nell’abitazione vicina. Per fortuna era quella di un armeno cattolico. Alla vista di questa bambinetta che entrava in sua casa tutta spaventata, la ricevette nelle sue braccia, le chiese chi era, donde veniva; e ciò che ella volesse. Ma, tremante e come inseguita da nemici invisibili, non seppe rispondere che con grida strazianti: Salvatemi, compratemi! ” Il buon armeno credé che bisognasse ritirarla per il momento; ed essendo giunto a tranquillizzarla l’interrogò di nuovo e con più successo. Essa gli raccontò tutte le sue disgrazie minutissimamente, poi aggiunse: — Voi non mi restituirete all’assassino della mia famiglia, imperocché questa volta egli eseguirebbe la sua minaccia, e per prezzo della mia fedeltà al nostro Dio, io sarei scannata nella sua casa o venduta ai negri del Sennaar.” – « Non ci volle altro per interessare l’armeno alla sorte dell’ orfanella. Da prima la tenne nascosta per parecchi giorni. Ma temendo di esporsi a qualche affronto, se altri, fuori di lui svelassero il suo segreto, giudicò prudente informare egli stesso l’autorità mussulmana di tutto quel che era avvenuto. – ” Dietro la sua deposizione, il governatore egiziano fece condurre al suo tribunale la fuggitiva e il soldato albanese. Interrogò la giovinetta intorno al suo paese, sui suoi parenti e la sua religione. Essa rispose con molta arditezza ch’era cristiana, nativa d’Aleppo, che era stata rapita con forza nel deserto da soldati albanesi, che in mancanza de’ suoi genitori, essa riconosceva il curato armeno per suo padre. — Fatti mussulmana, gli dissero i turchi, seduti per giudicarla, e tu dividerai la nostra fortuna e i nostri piaceri. — Io sono regina con la mia fede, rispose: tutti i vostri beni non valgono la mia corona. Io soffrirò la morte, piuttosto che rinunziarvi “. – « Tanto coraggio confuse in una stessa ammirazione il tribunale e l’uditorio, i mussulmani come i cristiani. – Fra gli spettatori si trovava un giovine caldeo cattolico che aveva seguitato quel dibattimento col più vivo interesse. Incantato delle virtù di quella giovinetta, rapito dalle sue risposte, e stimandosi fortunato se ponesse farle dimenticare i suoi lunghi patimenti, la chiese per isposa. La sua offerta fu accolta, e il curato di Terra Santa ha benedetto, or sono pochi giorni, quelle nozze fortunate. Tutta la popolazione cattolica del Cairo ha preso parte alla cerimonia, e il mio cuore di padre, troppo spesso abbeverato d’amarezza, si è riposato con una indicibile consolazione su questi due figli cosi degni l’uno dell’altro, per la generosità della loro fede e l’innocenza della loro vita.  » [“Annali, ec., n. 99, p. 89, an. 1845]. – 6° A che cosa si oppongono i frutti dello Spirito Santo? Preso isolatamente, ciascun frutto dello Spirito Santo è un principio di felicità, tutti insieme costituiscono la felicità completa, per quanto è compatibile con la nostra condizione terrena. Così, essi formano l’opposizione adeguata alla disgrazia, qualunque sia il suo nome. Riguardata sotto questo punto di vista, la Chiesa cattolica ci appare come un immenso giardino, i cui alberi, coperti di frutti rendono giocondi tutti i sensi del corpo, riposano tutte le facoltà dell’anima e perpetuano attraverso i secoli, il paradiso terrestre.Tutto ciò è più che bastante per eccitare il furore di satana. Devastare il magnifico giardino dello sposo, sradicare gli alberi, renderli sterili, trasformarli in alberi fruttiferi di morte, fare così l’infelicità temporale ed eterna dell’uomo, è la sua costante occupazione. Fedele alla sua legge di contraffazione universale, egli crea un giardino avvelenato, accanto al divino parterre; in quella stessa guisa che aveva creato la Città del male, accanto alla Città del bene Egli vi pianta gli alberi che ha rapiti, li coltiva, e fa ad essi produrre i suoi frutti. Mostriamone adesso il numero e la qualità. – L’ apostolo san Paolo ne dà la nomenclatura seguente : « Le opere della carne, dice, manifeste a tutti gli occhi, sono: la Fornicazione, l’Impurità, l’Impudicizia, la Lussuria, l’Idolatria, gli Avvelenamenti, le Contese, l’Inimicizie, le Gelosie, le Animosità, le Liti, le Divisioni, le Eresie, l’Invidia, le Uccisioni, l’Ubriachezza, le Gozzoviglie della tavola, e altri delitti simili. » [Gal., V, 19-21]. – Qui si presentano due questioni: che cosa bisogna intendere per la carne, e perché diconsi le opere e non i frutti della carne, mentre noi diciamo i frutti dello Spirito Santo? – La carne significa la concupiscenza, vale a dire l’inclinazione al male che è in noi. Quest’è il veleno o il virus che il serpente infernale ci ha inoculato, allorché morse i nostri primi padri, e che di generazione in generazione passa a tutta la loro posterità. Così la carne, o la concupiscenza è il demonio stesso presente in noi col suo veleno. 2 2 [“Concupiscentia, puta voltintas mala, est daemon nos irapugnatis”. Abbas Pimenius, in vit. Patr., lib. VII, c. XXII. – Si dice la carne per due ragioni; la prima, perché è nella carne o nel sangue che risiede, e per mezzo di essa si trasmette l’amore satanico; la seconda, perché è proprio principalmente delle dissolutezze carnali, il bere, il mangiare, il piacere, il benessere del corpo che ci porta la concupiscenza. Nondimeno essa si comunica pure all’anima in cui produce l’orgoglio, l’ambizione, la curiosità, la scienza vana e altre disposizioni puramente spirituali. – Benché a rigore si possano dire frutti della carne o del demonio, tuttavia san Tommaso spiegando la parola dell’apostolo opera carnis si esprime cosi: « Ciò che esce dall’albero contro la natura dell’albero, non è chiamato frutto, ma corruzione. Ora gli atti virtuosi sono come naturali alla ragione. Di qui viene che le opere delle virtù sono chiamate frutti, non così però le opere dei vizi. » [“Id quod procedit ab arbore contra naturam arboris, non dicitur esse fructus ejus, sed magis corruptio quaedam. Et quia virtutum opera sunt connaturalia rationi, opera vero vitiorum sunt contra rationem, ideo opera virtutum fructus dicuntur, non autem opera vitiorum”. l a, 2ae, q. 70, art. 4, ad 1]. – Comunque sia, le opere della carne, considerate nel loro principio, nel loro insieme e nei loro particolari, sono il contrario dei frutti dello Spirito Santo. – Due potestà combattano nella società, come nell’interno dell’uomo. Tra di .esse esiste una opposizione completa immutabile. [Gal., v, 17]. Lo Spirito Santo disceso dal cielo, suo glorioso soggiorno, attrae l’uomo in alto. satana fa il contrario. Risalendo dall’abisso, sua oscura dimora, attrae 1’uomo in basso. In altri termini lo Spirito Santo prosciogliendo l’uomo dall’amore delle cose terrene, l’eccita ad agire secondo la ragione e la fede. Trascinando l’uomo alla ricerca appassionata dei beni sensibili, satana lo spinge ad agire contro la ragione e contro la fede. Di questi due agenti, l’uno nobilita, l’altro degrada; l’uno santifica, l’altro deturpa e corrompe. – Se nell’ordine fisico il moto in alto é contrario al moto in basso, si vede che le opere della carne sono diametralmente opposte ai frutti dello Spirito Santo. – Tale è l’opposizione generale; ma non è la sola. Tra ciascuna opera della carne e ciascuno dei frutti dello Spirito Santo, vi è una opposizione particolare. – La prima opera della carne, segnalata dall’apostolo, è la fornicazione, “fornicatio”. Quest’atto colpevole è distruttore della carità, che unisce l’uomo a Dio e al prossimo. — Le tre seguenti sono : l’immodestia, l’impudicizia, la lussuria, Immunditia, impudicitia, luxuria. – Questi disordini essendo inseparabili dalla fornicazione, turbano l’essere umano fino nelle sue profondità, e fanno sparire la gioia dal cuore, la serenità dalla fronte e la modestia dai sensi. – La quinta è l’idolatria, idolorum servitus. Ora, l’idolatria è la guerra aperta contro Dio, la guerra sacrilega in ciò che ha di più colpevole. Che cosa vi è di più contrario alla pace, non solamente dell’uomo con Dio, ma altresì degli uomini tra di essi? L’idolatria non è la causa delle lotte più accanite, delle quali la storia abbia conservato memoria? – La sesta, settima, ottava, e nona sono gli avvelenamenti, le inimicizie, le contese, le gelosie, veneficia, inimicitiae, contentiones aemulationes. Vedete quale spaventoso corteggio satana trascina dietro di sè! qual famiglia di vipere getta egli nell’anima della quale s’impadronisce. Tutte queste opere di tenebre sono direttamente opposte ai frutti di pazienza, di benignità, di bontà, di longanimità. Le tre opere della carne che vengono insegnate sono : le collere, le risse, le dissensioni; irae, rixae, dissentiones. È facile il vedere che esse sono opposte alla dolcezza. – Restano le cinque ultime; le sette, le gelosie, gli assassini, le ubriachezze, le gozzoviglie della tavola, sectae, invidae, homicidia, ebrietates, commessationes. – Estinguendo la rettitudine, la buona fede, la lealtà, la fede in tutti i sentimenti, le sette o le eresie uccidono la carità, e scavano un abisso tra gli abitanti di uno stesso luogo, tra i membri di una stessa famiglia. Non è senza ragione che l’Apostolo nomina, dopo 1’eresia, la gelosia e gli omicidi. Questi delitti sono in diretta opposizione con la fede religiosa e sociale, il cui particolare effetto è di unire le intelligenze ed i cuori : “Cor unum et anima una”. Ora, quando la fede s’indebolisce o si estingue, la ragione decade. L’anima perde il suo impero che è infallibilmente sostituito da quello dei sensi. L’uomo cade nella crapula raffinata o grossolana, incivilita o barbara, secondo il centro in cui vive: “Ebrietates, comessationes. Questa é la rovina della continenza. [Vedi S . Th. la, 2ae, q. 70, art. 4, corp.]. – Così si trova completamente devastato il giardino dello Spirito Santo. Del resto, che le opere di morte enumerate dall’Apostolo siano in maggior numero dei frutti di vita, non bisogna meravigliarsene. Da una parte questa superiorità numerica non contraddice in nulla l’opposizione che abbiamo segnalata; essa mostra soltanto che parecchie opere della carne sono opposte a un solo frutto dello Spirito Santo. D’altra parte san Paolo non ha preteso indicare in particolare tutte le opere della carne, molto meno tutti i frutti dello Spirito Santo. « Egli ha solamente voluto, dice sant’Agostino, mostrare la loro opposizione generale, e di qual genere sono le cose che dobbiamo evitare e quelle che dobbiamo fare. 1 »1 [“Apostolus non hoc ita suscìpit ut doceret quot sunt vel opera carnis, vel fructus Spiritus; sed ut ostenderet, in quo genere illa vitanda, illa vero sectanda sint”. S. Aug., in epist. ad Gal., c. VIII]. – Ecco dunque due giardini piantati, uno dallo spirito del bene, l’altro dallo spirito del male. È un nuovo tratto del parallelismo tante volte segnalato tra l’opera divina e l’opera satanica. Qui per conseguenza ritorna, per l’uomo come per la società, l’alternativa inesorabile di. vivere nell’uno o nell’altro di questi due giardini, di mangiare dei loro frutti, e mangiandone di trovare la vita o la morte. Posto tra due padroni, il mondo va forzatamente verso l’uno o verso l’altro. Non potrebbe essere mai troppo insistere su questa legge per la quale non vi è, né vi è stato mai, né mai vi sarà deroga. Agli occhi nostri è il mezzo di rendere palpabile la necessità di tutte le operazioni dello Spirito Santo. – Intendiamolo dunque bene, tutte queste operazioni niuna eccettuata, sono necessarie alla società per il solo fatto ch’esse sono necessarie all’uomo. La fede, la speranza, la carità, prime figlie dello Spirito Santo, sono necessarie alla società, perché senza di esse la società è inevitabilmente abbandonata all’incredulità, alla disperazione, all’odio. La prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza, seconde figlie dello Spirito Santo, sono necessarie alla società, perché senza di esse la società è inevitabilmente data in preda all’imprudenza, all’ingiustizia, alla viltà, e all’intemperanza. I sette doni dello Spirito Santo sono necessari alla società, perché senza di essi la società cade sotto l’impero dei sette peccati capitali, il cui insieme forma il dissolvente più energico di tutto 1’ordine sociale. – Le sette beatitudini divine sono necessarie alla società, perché se la società non le pratica, essa pratica inevitabilmente le sette beatitudini sataniche, che realizzano il male sotto tutte le forme. I frutti dello Spirito Santo sono necessari alla società, perché se questa non se ne ciba, si ciba per forza dèi frutti avvelenati di satana, principi di rivoluzioni e di catastrofi. – Il regno dello Spirito Santo, con tutto quel che lo costituisce, è necessario alla felicità del mondo, perché Egli solo lo preserva dal regno dello spirito maligno. Ora il regno di Satana, è il mondo pagano con Nerone per padrone; mentre il regno dello Spirito Santo, è il mondo cattolico diretto dal vicario infallibile del Verbo incarnato. Sotto il primo, il genere umano è un gregge di lupi; sotto il secondo è un ovile. Inesorabile essendo sulla terra l’alternativa, essa non lo è meno al di là della tomba: lo vedremo nel capitolo seguente.