Mons. De Ségur: L’INFERNO (2)

Mons. De Ségur: L’INFERNO (2)

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Cap. II 

Che cos’è l’inferno

False e superstiziose idee sull’inferno

Innanzitutto scartiamo con cura le immaginazioni popolari e superstiziose che alterano in tanti spiriti la nozione vera e cattolica dell’inferno, e portano alla sua negazione. Si forgia un inferno di fantasia, un inferno ridicolo, e si dice: « Io non crederò mai a questo. È assurdo, impossibile, no, io non credo, non posso credere all’inferno! ». In effetti se l’inferno fosse quel che sognano tante buone donne, voi avreste cento volte, mille volte di che non credere. Tutte queste invenzioni sono degne di figurare accanto ai racconti fantastici di cui si nutre spesso l’immaginazione popolare. E questo a volte succede anche in ciò che si insegna nelle chiese. E se talvolta, con il fine di impressionare meglio gli spiriti, qualche autore o predicatore ha creduto di poterle impiegare, la loro buona intenzione non impedisce che essi abbiano gran torto, visto che a nessuno è permesso il travestire la verità ed esporla alla derisione delle persone sensate, con il pretesto di far paura alle buone persone per meglio convertirle. Io lo so, molte volte si è fortemente imbarazzati quando si tratta di far comprendere alle moltitudini i terribili castighi dell’inferno, e come la maggior parte della gente ha bisogno di rappresentazioni materiali per concepire delle cose più elevate, ed è quasi necessario parlare dell’inferno e del supplizio dei dannati in maniera figurata. Ma è molto difficile farlo con il senso della misura; e molto spesso, lo ripeto, con le migliori intenzioni, si cade nell’impossibile, per non dire nel grottesco. No, l’inferno non è questo, esso è ben altrimenti grande, ben altrimenti terribile. Andremo a vederlo.

L’inferno consiste essenzialmente nella spaventosa pena della dannazione.

 La dannazione è la separazione totale da DIO. Un dannato è una creatura totalmente e definitivamente privato del suo DIO. È lo stesso Nostro Signore che ci segnala la dannazione come la pena primaria e dominante dei dannati. Vi ricorderete i termini della sentenza che Egli pronuncerà contro essi al giudizio finale e che ora riportiamo: « Allontanatevi da me, maledetti, ed andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio e per i suoi angeli ». Vedete come la prima parola della sentenza del Giudice sovrano, ci fa comprendere che il primo carattere dell’inferno, è la separazione da DIO, la privazione di DIO, la maledizione di DIO, in altri termini, la dannazione o riprovazione. La leggerezza dello spirito e la mancanza di fede viva, ci impediscono di comprendere in questa vita tutto ciò che la dannazione contiene come orrori, terrori e disperazioni. Noi siamo fatti per il buon DIO, e per Lui solo. Noi siamo fatti per DIO, come l’occhio è fatto per la luce, come il cuore è fatto per l’amore. In mezzo alle mille preoccupazioni del mondo, noi non lo comprendiamo più, non lo sentiamo, e veniamo distolti da DIO, nostro fine ultimo, da tutto ciò che ci circonda, da tutto ciò che noi vediamo, sentiamo, soffriamo ed amiamo. Ma dopo la morte, la verità riprende tutti i suoi diritti; ciascuno di noi si trova da solo davanti a DIO, davanti a Colui dal Quale e per il Quale è fatto, che solo può e deve essere la sua vita, la sua felicità, il suo riposo, la sua gioia, il suo amore, il suo tutto. Ora figuratevi cosa può essere lo stato di un uomo al quale manca tutto in un colpo solo, in modo assoluto e totale, la sua vita, la sua luce, la sua felicità, il suo amore, in una parola, ciò che è “tutto” per lui. Concepite questo vuoto immediato, assoluto, nel quale si inabissa un essere fatto per amare e per possedere Colui del Quale si vede privo? Un religioso della Compagnia di Gesù, il p. Surin, che le sue virtù, la sua scienza e le sue sofferenze hanno reso celebre nel diciassettesimo secolo, ha avvertito per quasi venti anni le angosce di questo stato raccapricciante. Per strappare una povera e santa religiosa alla possessione del demonio che aveva resistito a tre lunghi mesi di esorcismi, di preghiere e di austerità, il padre caritatevole si era spinto all’eroismo fino ad offrirsi egli stesso vittima se la misericordia divina si fosse degnata di esaudire le sue voci e liberare la sfortunata creatura. Egli fu esaudito; e Nostro Signore permise, per la santificazione del suo servo, che il demonio prendesse possesso del suo corpo e lo tormentasse per lunghi anni. Nulla di più autentico dei fatti strani, pubblici, che segnalarono questa possessione del povero p. Surin, e che sarebbe troppo lungo riportare qui. Dopo la sua liberazione egli raccolse in uno scritto tutto quello che ricordava di questo stato soprannaturale nel quale il demonio, impossessandosi per così dire delle sue facoltà e dei suoi sensi, gli faceva sentire una parte delle impressioni e delle disperazioni del dannato. « Mi sembrava, egli dice, che tutto il mio essere, che tutte le potenze della mia anima e del mio corpo si portavano verso il Signore mio DIO, che io vedevo essere la mia felicità suprema, il mio bene infinito, l’unico oggetto della mia esistenza; e nello stesso tempo io sentivo una forza irresistibile che mi strappava a Lui, che mi teneva lontano da Lui; di modo che, fatto per vivere, io mi vedevo, mi sentivo privato di Colui che è la vita; fatto per le verità e la luce, io mi vedevo assolutamente respinto dalla verità; fatto per amare, io ero senza amore, rigettato dall’amore; fatto per il bene, io ero immerso nell’abisso del male. Io non saprei, egli aggiunge, comparare le angosce e le disperazioni di questa inesprimibile afflizione che somiglia allo stato di una freccia vigorosamente lanciata verso un bersaglio dal quale la respinge una forza invincibile; irresistibilmente portata in avanti, essa è sempre ed invincibilmente respinta indietro ». E questo non è che una pallida simbologia di questa orribile realtà che si chiama la dannazione. – La dannazione è necessariamente accompagnata dalla disperazione. È questo disperare che Nostro Signore chiama nel Vangelo: « il verme » che rode i dannati. È certo meglio, Egli ci ripete, che andare in questa prigione di fuoco, ove il verme dei dannati non muore, “ubi vermis eorum non moritur”. Questo verme dei dannati, è il rimorso, è la disperazione. Esso è chiamato verme perché nell’anima peccatrice e dannata, esso nasce dalla corruzione del peccato, come nel cadavere i vermi corporali nascono dalla corruzione della carne. Ed ancora una volta, noi non possiamo farci che una pallida idea di ciò che è questo rimorso e questo disperare; in questo mondo, ove nulla è perfetto, il male è sempre mischiato al bene, ed il bene mischiato con qualche male; per quanto quaggiù le nostre disperazioni ed i nostri rimorsi possano essere violenti, essi sono sempre temperati da qualche speranza ed anche dall’impossibilità di sopportare la sofferenza quando essa oltrepassa un certo limite. Ma nell’eternità tutto è perfetto: se così si può dire, il male è, come il bene, perfetto, senza misture, senza speranze né possibilità di essere mitigato, come spiegheremo in seguito. I rimorsi ed il disperare dei dannati saranno completi, irrevocabili, irrimediabili, senza ombra di attenuazione, senza possibilità di addolcimento; quanto più assoluto possibile, perché il male assoluto non esiste. Figuratevi cosa possa essere questo stato di disperazione privo di ogni barlume di speranza! E questo pensiero così desolante: « io mi sono perso per dei piaceri, perso per sempre ormai, per dei nonnulla, per delle bagattelle di un attimo! Mentre sarebbe stato così facile salvarmi eternamente, come tanti altri! ». Alla vista dei beati, dice la Sacra Scrittura, i dannati saranno presi da un terrore spaventoso; e nella loro angoscia essi grideranno gemendo: « Dunque, ci siamo ingannati” – “Ergo erravimus!”. Noi abbiamo errato fuori dalla vera via. Noi ci siamo persi nelle strade dell’iniquità e della perdizione; non abbiamo riconosciuto la strada del Signore. A cosa ci sono serviti il nostro orgoglio, le nostre ricchezze ed i nostri piaceri? Tutto è passato come un’ombra. Ed eccoci perduti, ingoiati dalla nostra perversità! ». Ed il sacro Scrittore aggiunge quanto abbiamo già riportato più sopra: « Ecco ciò che dicono nell’inferno i peccatori riprovati ». alla disperazione essi aggiungono l’odio, questo altro frutto della maledizione: « Allontanatevi da me, maledetti! » E quale odio? L’odio di DIO! L’odio perfetto del Bene infinito, della Verità infinita, dell’eterno Amore, della Bontà, della Pace, della Saggezza, della Perfezione infinita, eterna! Odio implacabile e satanico, odio soprannaturale, che nel dannato assorbe tutte le potenze dello spirito e del cuore. Il dannato non potrebbe odiare il suo DIO se gli venisse concesso, come ai beati, di vederLo in Se stesso, con tutte le sue perfezioni e i suoi inenarrabili splendori. Ma certo non è nell’inferno che si vede DIO, i dannati non Lo vedono se non nei terribili effetti della sua giustizia, cioè nei loro castighi; essi odiano DIO, come odiano i castighi che li tormentano, come odiano la dannazione, come odiano la maledizione. Nell’ultimo secolo a Messina, un santo prete esorcizzava un posseduto e domandava al demonio: « Tu chi sei? – io sono l’essere che non ama DIO », rispose lo spirito malvagio. E a Parigi, in un altro esorcismo, il ministro di DIO,chiedendo al demonio: «Dove sei? » – Questi con furore rispose: « Negli inferi, per sempre! – Vorresti essere annientato? – No, per poter così odiare DIO per sempre». Così potrebbe parlare ciascun dannato. Essi odiano eternamente Colui stesso che dovevano amare eternamente. « Ma, talvolta si dice, DIO è la bontà stessa. Come volete che Egli mi danni? ». Non è DIO che danna, è il peccatore che si danna da se stesso. Nel terribile evento della dannazione, non è in causa la bontà di DIO, ma unicamente la sua santità e la sua giustizia. DIO è tanto santo quanto buono; e la sua giustizia è infinita nell’inferno come infinite sono la sua misericordia e la sua bontà nel Paradiso. Non offendete la santità di DIO, e siete sicuri di non essere dannati. Il dannato ha quel che egli ha scelto, che egli ha scelto liberamente e malgrado tutte le grazie del suo DIO. Egli ha scelto il male: egli ha il male; ora nell’eternità, il male si chiama inferno. Se egli avesse scelto il bene, avrebbe avuto il bene, e lo avrebbe avuto eternamente. – Tutto questo è perfettamente logico; e qui, come sempre, la fede si accorda meravigliosamente con la retta ragione e l’equità. Dunque ecco il primo carattere dell’inferno, il primo elemento di questa orribile realtà che si chiama inferno: la dannazione, con la maledizione divina, con la disperazione, con l’odio di DIO.

L’inferno consiste in secondo luogo nella pena orribile del fuoco.

 Nell’inferno c’è il fuoco; questo è di fede rivelata. Ricordate le parole così chiare, così precise, così formali del Figlio di DIO: « Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco – in ignem – nella prigione di fuoco ove il fuoco non si spegnerà mai. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli, e capiranno ciò che avranno fatto di male per essere gettati nella fornace: di fuoco, “in camino ignis” ». parole divine, infallibili, che hanno ripetuto gli Apostoli, e che sono la base dell’insegnamento della Chiesa. Nell’inferno i dannati soffrono la pena del fuoco. Noi leggiamo nella storia ecclesiastica che due giovani che seguivano, nel terzo secolo, i corsi della celebre scuola di Alessandria in Egitto, erano entrati un giorno in una chiesa ove un prete predicava circa il fuoco dell’inferno, ed uno dei due si fece beffe, mentre l’altro, pieno di paura e di pentimento, si convertì, e poco tempo dopo si fece religioso per assicurarsi al meglio la salvezza. Dopo qualche tempo, il primo morì all’improvviso, ed il Signore permise che apparisse al suo vecchio compagno al quale disse: «la Chiesa predica la verità quando predica il fuoco eterno dell’inferno. I preti non hanno che un torto, quello di dire cento volte di meno di quel che ce n’è! ».

Il fuoco dell’inferno è soprannaturale ed incomprensibile.

 Ahimé! Come, sulla terra esprimere o anche solo concepire le grandi realtà eterne? I preti si danno gran da fare, il loro spirito e la loro parola si piegano sotto questo peso. Se del cielo è detto: « l’occhio non ha visto, l’orecchio non ha inteso, lo spirito dell’uomo non saprebbe comprendere ciò che DIO riserva a coloro che Lo amano » , si può ugualmente, ed in nome della infinita giustizia, dire dell’inferno: « No, l’occhio umano non ha mai visto, né l’orecchio udito, né il suo spirito ha mai potuto, né potrà mai concepire ciò che la giustizia di DIO riserva ai peccatori impenitenti » . « Io soffro, io soffro crudelmente in queste fiamme »! Gridava dal fondo dell’inferno il ricco malvagio del Vangelo. Per capire la portata di questa prima parola del riprovato: «Io soffro! – Crucior!- » bisognerebbe capire la portata della seconda: « In questa fiamma – in hac flamma – », il fuoco di questo mondo è imperfetto come tutto ciò che è di questo mondo, e le nostre fiamme materiali non sono, malgrado la loro potenza spaventosa, che un misero simbolo di queste fiamme eterne, delle quali parla il Vangelo. È possibile esprimere, senza restare molto al di sotto della verità, l’orrore della sofferenza che proverebbe un uomo che sarebbe, anche solo per qualche minuto, gettato nella fornace ardente, supponendo che possa sopravvivere? È possibile, io vi domando? Evidentemente no. Che dire allora di questo fuoco tutto soprannaturale, di questo fuoco eterno, i cui orrori non si possono paragonare a nulla? Nondimeno stando noi nel tempo e non nell’eternità, occorre servirci delle piccole realtà di questo mondo, così infime ed imperfette, per elevarci un po’ alle realtà invisibili ed immense dell’altra vita. Occorre, mediante la considerazione dell’indicibile sofferenza che produce quaggiù il fuoco terrestre, impressionare noi stessi, per non cadere negli abissi del fuoco dell’inferno.

Il P. de Bussy ed il giovane libertino.

Ecco come un giorno volle far toccare con mano, ad un giovane libertino, un santo missionario dell’inizio del secolo, celebre in tutta la Francia per il suo zelo apostolico, la sua eloquenza, la sua virtù, ed un po’ anche per le sue originalità. Il P. de Bussy dava, in una grande città del sud, una importante missione che impressionò tutta la popolazione. Si era nel cuore dell’inverno, si avvicinava il Natale, e faceva gran freddo. Nel salone ove il Padre riceveva gli uomini, c’era una stufa con un bel fuoco. Un giorno il Padre vede arrivare un giovane, che gli era stato segnalato per la sua vita disordinata e le sue empie fanfaronate. Il P. de Bussy comprende presto che non c’è molto da discutere con lui. « Venite qui, mio buon amico, gli dice con gaiezza, non abbiate paura, io non confesso le persone che non lo vogliono, sedetevi là, facciamo due chiacchiere e intanto riscaldiamoci ». Egli apre la stufa, e si accorge che la legna si è quasi tutta consumata. « Ah, prima di sedervi, portatemi qui uno o due tocchetti di legna », dice al giovane. Questi, un po’ perplesso, fa quanto il Padre gli chiede. « Ora, metteteli qua nella stufa, ben in fondo ». Appena il giovane mette la legna nella stufa, il P. de Bussy, gli afferra improvvisamente le braccia e le spinge in fondo alla stufa. Il giovane lancia un grido e salta dietro. « Ah! grida, ma siete matto? Così mi bruciate! ». – « Ma cosa avete, caro mio, riprende il Padre tranquillamente? Ma io lo faccio per farvi abituare! Dovete sapere che nell’inferno, dove andrete se continuate a vivere come fate, non saranno solo le punta delle dita a bruciare nel fuoco, ma tutto il vostro corpo; e questo fuocherello qui, non è nulla a paragone dell’altro. Andiamo, andiamo, amico caro, coraggio, bisogna abituarsi a tutto ». Il giovane naturalmente, cerca di ritrarre le braccia, ma il Padre ancora fa resistenza. « Povero figlio mio, gli dice allora il P. de Bussy cambiando tono, rilassatevi un po’; non è meglio ogni cosa dell’andare a bruciare eternamente nell’inferno? E il sacrificio che Dio vi chiede per farvi evitare un supplizio così terribile, non è in realtà ben poca cosa? » Il giovane libertino se ne va frastornato e pensieroso; egli rifletté così bene che non tardò poco tempo dopo a tornare dal missionario che lo aiutò a scaricarsi dalle sue colpe ed a rientrare nei costumi di una buona vita. Io sono certo che su mille, due mila uomini che vivono lontano da Dio, e di conseguenza sulla strada dell’inferno, non ce n’è uno che resisterebbe alla “prova del fuoco”. Non ci sarebbe nessuno così folle da accettare una tale contropartita: per l’intero anno tu potrai abbandonarti impunemente a tutti i piaceri, a saziare le tue voglie, a soddisfare tutti i capricci, a condizione di trascorrere un giorno, o anche solamente un’ora, nel fuoco. Nessuno accetterebbe la condizione, ne volete una prova? Eccola, ascoltate!

I tre figli di un vecchio usuraio.

Un padre di famiglia, che si era arricchito con traffici illeciti, si era ammalato gravemente. Egli sapeva che la gangrena era già iniziata alle sue piaghe e nondimeno non poteva decidersi a restituire il maltolto. «Se io restituisco, diceva, cosa diventeranno i miei figli? ». Il suo curato, un uomo di spirito, per salvare questa povera anima, mette in atto un curioso stratagemma. Egli gli dice che, affinché possa guarire, può suggerirgli un rimedio estremamente semplice, ma caro, molto caro. «Dovessi infatti sborsare anche mille, due mila o dieci mila franchi, che importa! Risponde prontamente il vecchio; e in cosa consiste questo rimedio? » – « Esso consiste nel far colare sulla zona cancrenosa delle piaghe, il grasso di una persona vivente. Non sarà necessario molto tempo: se voi trovate qualcuno che per diecimila franchi voglia lasciarsi bruciare la mano per meno di un quarto d’ora, questo sarà possibile. » Ahimè! Dice il povero uomo sospirando, io credo di non trovare nessuno che lo voglia fare. « Ecco un metodo, dice il curato tranquillamente: fate venire qui il vostro figlio primogenito, egli vi ama, deve essere il vostro erede! E ditegli: mio caro figlio, tu puoi salvare la vita al tuo vecchio padre se acconsenti a lasciarti bruciare una mano solo per meno di un quarto d’ora. Se egli rifiuta, fate la proposta al secondo, impegnandovi a lasciarlo erede al posto del fratello primogenito. Se anch’egli rifiuta, sicuramente il terzo accetterà». La proposta così fu fatta ai tre fratelli che, uno dopo l’altro, rifiutarono con orrore. Allora il padre disse loro. E che, per salvarmi la vita, un momento di dolore vi spaventa? Ed io per procurarvi l’agiatezza dovrei bruciare eternamente nell’inferno? In verità sarei un folle. E si convinse così a restituire tutto ciò che doveva, senza aver pensiero di cosa sarebbe accaduto ai suoi figli. Egli ebbe certamente ragione, così come i suoi figli. Lasciarsi bruciare una mano, per nemmeno un quarto d’ora, fosse anche per salvare la vita al padre, è un sacrificio troppo superiore delle forze umane. E questo, come già detto, che cos’è a paragone delle anime che bruciano nel fuoco dell’inferno?

Figli miei, non andate all’inferno

Nel 1814, io ho conosciuto al Seminario di San Sulpicio, a Issy, vicino Parigi, un professore di scienze naturali veramente in gamba, del quale ognuno ammirava l’umiltà e la mortificazione. Prima di farsi prete, l’abate Pinault era stato uno dei professori più eminenti dell’istituto politecnico. Al Seminario egli teneva il corso di fisica e di chimica. Un giorno, durante un esperimento, dal fosforo che egli stava manipolando, non si sa come, si sprigionò del fuoco, ed in un istante la sua mano si trovò avvolta dalle fiamme. Nell’arco di pochi minuti, la sua mano si trasformò in una massa informe, incandescente, e le unghie sparite. Vinto dall’eccesso di dolore, il malcapitato perse conoscenza. Gli si infilò la mano e il braccio in un catino d’acqua fredda per tentare di attenuare almeno un po’ la violenza di questo martirio. Per tutto il giorno e la notte egli non fece che gridare con grida irresistibili e laceranti, e quando, per qualche istante, poteva articolare qualche parola, diceva e ripeteva ai tre o quattro seminaristi che lo assistevano: «O figli miei, figli miei, non andate all’inferno, non andate all’inferno! » Lo stesso grido di dolore e carità sacerdotale venne emesso, nel 1857, dalle labbra, o piuttosto dal cuore di un altro prete, in una circostanza analoga. Vicino a Pontivy, diocesi di Vanner, un giovane vicario, nominato Laurent, si getta nelle fiamme di un incendio per salvare una sfortunata madre di famiglia con due bambini: egli si lancia in due o tre riprese, con un coraggio ed una carità eroici, dal lato dove provenivano le grida dei malcapitati, avendo così la gioia di trarre, sani e salvi i due bambini, fuori dalle fiamme. La madre però ancora resta imprigionata e nessuno osa affrontare la violenza delle fiamme che aumentano di minuto in minuto. Dando ascolto solo alla sua carità, l’abate Laurent ancora una volta si lancia nel fuoco e riesce a trarla fuori dalle fiamme folle di terrore. Nello stesso momento il tetto crolla; il santo prete sconvolto, rotola in mezzo alla macerie infuocate; chiamati i soccorsi a mala pena si riesce a sottrarlo ad una morte immediata. Ma ahimè, è troppo tardi, il povero prete è già colpito mortalmente; ha respirato le fiamme, il fuoco comincia a bruciargli interiormente e lo divorano inesprimibili sofferenze. Niente da fare, il fuoco interiore continua a far danni e, in capo a qualche ora il martire della carità giunge in cielo a ricevere la ricompensa del suo atto eroico. Anche lui, durante la sua raccapricciante agonia, gridava a coloro che lo circondavano: « Amici miei, figli miei, non andate all’inferno, non andate all’inferno! … è spaventoso, in questo modo si brucia nell’inferno »

Il fuoco dell’inferno è un fuoco corporale

   Ci si domanda spesso che cos’è questo fuoco dell’inferno; quale sia la sua natura, se sia un fuoco materiale o se invece sia unicamente spirituale, e molti propendono per questa ultima opinione, perché in fondo questa li spaventa di meno. San Tommaso non è però dello stesso avviso, come d’altra parte la teologia cattolica. Come diciamo sempre, è di fede che il fuoco dell’inferno è un fuoco reale e vero, un fuoco inestinguibile, un fuoco eterno, che brucia senza consumare, che penetra gli spiriti così come i corpi. Ecco ciò che è rivelato da DIO ed insegnato come articolo di fede dalla Chiesa di DIO. Il negarlo, sarebbe non soltanto un errore, ma una empietà ed un’eresia propriamente detta. Ma ancora una volta: di che natura è il fuoco che brucia nell’inferno? È un fuoco corporale? È della medesima specie della nostra? È il principe della teologia, San Tommaso che ci risponde, con la sua chiarezza e profondità ordinaria. Egli nota innanzitutto che i filosofi pagani, che non credevano alla resurrezione della carne, e che nondimeno ammettevano, con la tradizione intera del genere umano, un fuoco vendicatore nell’altra vita, dovevano insegnare, ed insegnavano in effetti che questo fuoco era spirituale, della stessa natura delle anime. Il razionalista moderno, che tende ad infestare tutte le intelligenze, e che minimizza i dati della fede quanto più gli è possibile, ha fatto inclinare verso questo sentimento un gran numero di spiriti, poco istruiti degli insegnamenti cattolici. Ma il gran Dottore, dopo aver esposto questo primo sentimento, dichiara francamente che: « il fuoco dell’inferno sarà corporale ». E la ragione che ne dà è perentoria: « infatti, dopo la resurrezione, i riprovati vi saranno nuovamente precipitati, ed i corpi non possono subire che una pena corporale, quindi il fuoco dell’inferno sarà corporale. Una pena non potrebbe essere applicata al corpo se fosse spirituale ». e san Tommaso appoggia il suo insegnamento, su quello di San Gregorio Magno e di S. Agostino, che dicono la stessa cosa nei medesimi termini. Non di meno si può dire, aggiunge il gran Dottore, che questo fuoco corporale abbia qualcosa di spirituale, non quanto alla sua sostanza, ma quanto ai suoi effetti; perché punendo il corpo, non lo consuma, non lo distrugge, non lo riduce in cenere, ed inoltre esso esercita la sua azione vendicativa fin sulle anime. In questo senso il fuoco dell’inferno si distingue dal fuoco materiale, che brucia e consuma i corpi.

Benché corporale, il fuoco dell’inferno aggredisce le anime

Ci si chiederà forse come il fuoco dell’inferno possa interessare delle anime che fino al giorno della resurrezione e del giudizio finale, restano separate dal loro corpo. Occorre rispondere innanzitutto, che in questo terribile mistero delle pene dell’inferno, un conto è conoscere chiaramente la verità di ciò che è, altra cosa è comprenderla. Noi sappiamo in modo positivo ed assoluto, secondo l’insegnamento infallibile della Chiesa, che immediatamente dopo la morte, le anime cadono nell’inferno e nel fuoco dell’inferno. Ora questo non può che intendersi per le anime, poiché fino alla resurrezione i loro corpi restano affidati alla terra nella tomba. Una volta separato dal suo corpo, l’anima del riprovato si trova relativamente all’azione misteriosa del fuoco dell’inferno, nella condizione dei demoni. I demoni, in effetti, benché non abbiano un corpo, subiscono i tormenti del fuoco nel quale saranno un giorno gettati i corpi dei dannati, come indicano espressamente le sentenze del Figlio di DIO sui riprovati: « Allontanatevi da me, maledetti! Andate nel fuoco eterno che è stato preparato per il demonio ed i suoi angeli ». Ora questo fuoco è corporale, perché altrimenti non attecchirebbe sui corpi dei riprovati. Dunque l’anima separata dal corpo, l’anima del riprovato, subisce le azioni di un fuoco corporeo. Ecco ciò che sappiamo con certezza. Ciò che non sappiamo è il “come”, ma per credere non abbiamo bisogno di sapere, le verità rivelate da DIO hanno come fine il chiarire il nostro spirito e nel contempo di restare nella dipendenza e sottomissione. Per fede noi siamo certi della realtà del fatto: ci è sufficiente vedere che la cosa non sia impossibile. Ora il ragionamento e l’analogia ce lo fanno vedere chiaramente: non siamo forse noi stessi in ogni istante i testimoni irrecusabili dell’azione non solo reale, ma intima, incessante che il nostro corpo esercita sulla nostra anima? Il nostro corpo, che è sostanza materiale sulla nostra anima, che è una sostanza spirituale? Dunque è perfettamente possibile che una sostanza materiale, come lo è il fuoco dell’inferno, agisca su di una sostanza spirituale, come è l’anima del riprovato.

Il capitano aiutante maggiore di Saint-Cyr.

A questo proposito, lasciatemi, caro lettore, raccontare un fatto assai curioso che è successo alla scuola militare di Saint-Cyr, negli ultimi anni della restaurazione. La scuola militare aveva allora per cappellano militare, un ecclesiastico pieno di spirito e di talento, che aveva il nome bizzarro di Rigolot. Egli predicava un bel ritiro ai giovani della Scuola, che ogni sera si riunivano in cappella prima di salire in dormitorio. Una sera, dopo che il cappellano ha predicato parlando in modo mirabile dell’inferno, a cerimonia conclusa, si ritira, con un candeliere in mano, nel suo appartamento, situato in un’ala riservata agli ufficiali. Nel momento in cui apre la porta, si sente chiamare da qualcuno che lo ha seguito lungo le scale. Si tratta di un vecchio capitano, dai baffi grigi, e dall’aria poco fine. « Pardon, signor cappellano, egli dice, con voce un po’ ironica; voi avete fatto un bel sermone sull’inferno. Solo avete dimenticato di dire, se nel fuoco dell’inferno si verrà arrostiti, messi alla griglia, o bolliti. Potreste dirmelo? ». Il cappellano, vedendo con chi ha a che fare, lo fissa nelle pupille, e mettendogli il candelabro sotto il naso, gli risponde tranquillamente: « voi, questo lo vedrete, capitano »! E chiude la porta senza potersi trattenere dal sorridere un po’ della figura goffa e buffa del povero capitano. Egli non ci pensa più, ma a partire da quel momento gli sembra di avvertire il capitano come se gli giri i tacchi quanto più lontano può, ogni volta che lo vede. Sopraggiunge poi la rivoluzione di luglio, la figura del cappellano militare viene soppressa, sia quella di Sain-Cyr che di tutte le altre. L’abate Rigolot è nominato dall’arcivescovo di Parigi ad occupare un altro incarico non meno onorevole. Una ventina di anni dopo, il venerabile prete si trova una sera in un salone con numerose personalità civili, quando gli si avvicina una vecchio “baffo bianco” che lo saluta, domandandogli se non sia l’abate Rigolot, già cappellano di Sain-Cyr. E alla sua risposta affermativa: « Oh! monsignor cappellano, gli dice emozionato il vecchio militare, permettetemi di stringervi la mano ed esprimervi tutta la mia riconoscenza: voi mi avete salvato! – Io?! E come mai? – Ah, voi non mi riconoscete? Vi ricordate che una sera il capitano istruttore della scuola, all’uscita da un sermone sull’inferno, vi aveva posto una domanda ridicola, e voi gli avete risposto mettendogli sotto il naso il vostro candelabro dicendo: “voi lo vedrete, capitano” ? » Quel capitano ero io! Figuratevi che da quel momento queste parole mi hanno perseguitato dappertutto, con il pensiero di dover andare a bruciare nell’inferno. Io ho lottato dieci anni, ma alla fine mi sono arreso, sono andato a confessarmi, sono diventato cristiano, cristiano secondo l’uso militare, cioè tutto d’un pezzo. È a voi che devo questa felicità; sono ben contento di rincontrarvi per potervelo dire ». Si mio caro lettore, se mai vi dovesse capitare di ascoltare qualche maligno buontempone porre delle domande strampalate sull’inferno, rispondetegli come l’abate Rigolot: « voi lo vedrete, mio caro amico, voi lo vedrete ». Vi garantisco che non avranno la tentazione di andarvi per vedere!

La mano bruciata di Foligno

Certa è una cosa, che, nei riguardi del fuoco dell’altra vita, tutte le volte che DIO ha permesso ad una povera anima riprovata di manifestarsi, o ad un’anima del Purgatorio di apparire sulla terra e di lasciare una traccia visibile, questa traccia non sia stata che quella del fuoco. Ricordate anche ciò che già più in alto abbiamo riportato, la terribile apparizione di Londra, del braccio carbonizzato della dama col braccialetto e del tappeto bruciato. Ricordate l’atmosfera di fuoco e fiamme che avvolgeva la ragazza perduta di Roma ed il giovane religioso sacrilego di S. Antonino di Firenze. In questo stesso anno in cui vi parlo, nel mese di aprile, io stesso ho visto e toccato a Foligno, vicino ad Assisi, in Italia, una di queste impressionanti impronte di fuoco, che ancora una volta di più attesta la verità di quanto andiamo qui dicendo: che il fuoco dell’altra vita è un fuoco reale. Il 4 novembre del 1859, morì di apoplessia fulminante nel convento del terziarie francescane di Foligno, una buona suora, di nome Teresa Margherita Gesta, da lungo tempo maestra delle novizie ed incaricata del povero vestiario del monastero. Essa era nata in Corsica, a Bastia, nel 1717, ed era entrata al monastero nel febbraio del 1826. Inutile dire che era ben preparata alla morte. Dodici giorni dopo, il 17 novembre, una suora di nome Anna-Felicia, che l’aveva assistita nel suo incarico e che dopo la sua morte, era rimasta sola ad espletarlo, sale al vestiario e sta per entrarvi, quando intende dei gemiti che sembrano venire dall’interno della camera; un po’ spaventata, si accinge ad aprire la porta: non c’è nessuno! Ma nuovamente si fanno sentire dei gemiti, e tanto accentuati che, malgrado il suo coraggio ordinario, ella si sente invadere dalla paura. « O Gesù e Maria! Gridò, ma cosa succede? ». Non ha nemmeno finito, che sente una voce flebile, accompagnata da un sospiro doloroso: « Oh! Mio DIO!, come soffro! Oh, DIO, che tanto peno! ». La suora stupefatta riconosce subito la voce della povera suor Teresa. Si riprende come meglio può e domanda: « E perché? – A causa della povertà, risponde suor Teresa. – Ma come! – Riprende la piccola suora, proprio voi che eravate così povera! – Non è stato per me, ma per le suore alle quali ho lasciato troppa libertà a questo riguardo. Ed anche tu, riguardati e bada a te stessa ». In quello stesso istante tutta la sala si riempie di uno fumo denso e l’ombra di suor Teresa appare dirigersi verso la porta scivolando lungo il muro. Giunta vicino alla porta, ella grida con forza: « Ecco una testimonianza della misericordia di DIO! » E ciò dicendo, colpisce il pannello più alto della porta, lasciandovi incisa nel legno carbonizzato, l’impronta più perfetta della sua mano destra; poi sparisce. La povera suor Anna-Felicia resta mezza morta dallo spavento. Tutta agitata comincia a gridare ed a invocare soccorso. Accorre una delle sue compagne, poi un’altra, poi tutta la comunità; si avvicinano ad essa, meravigliandosi dell’odore di legno bruciato. Cercano, guardano, e sulla porta intravedono la terribile impronta e vi riconoscono subito la forma della mano di suor Teresa, la quale era notevolmente minuta. Spaventate esse scappano via, corrono al coro, si mettono in preghiera e, dimenticando anche i bisogni corporali, trascorrono tutta la notte a pregare, a singhiozzare ed a far penitenza per la povera defunta, e l’indomani vanno tutte a comunicarsi per lei. La notizia si sparge fuori dal monastero: i frati minori, i buoni preti amici del monastero e tutti i cittadini dalla città uniscono le loro preghiere e le suppliche a quelle dei francescani. Questo slancio di carità ha qualcosa di soprannaturale e di particolarmente insolito. – Intanto, suor Anna-Felicia, ancora tutta sconvolta per l’emozione, riceve l’ordine formale di andare a riposarsi. Ella obbedisce, ben decisa a far sparire ad ogni costo, l’indomani mattina, l’impronta carbonizzata che rende sgomenta tutta Foligno. Ma ecco che suor Teresa-Margherita le appare nuovamente. « Io so cosa tu vuoi fare, le dice con severità, tu vorresti togliere il segno che io ho lasciato. Sappi che non è in tuo potere il farlo, essendo questo prodigio stato ordinato da DIO come insegnamento ed ammonimento per tutti. Per il suo giusto e terribile giudizio, io ero condannata a subire per quaranta anni le spaventose fiamme del Purgatorio, a causa della debolezza che spesso avevo mostrato nei riguardi di alcune mie consorelle. Io vi ringrazio, te e le tue compagne, delle tante preghiere che, nella sua bontà, il Signore si è degnato di applicare esclusivamente alla mia povera anima; ed in particolare i sette salmi penitenziali, che mi sono stati di grande sollievo ». Poi con viso sorridente, aggiunge: « O felice povertà, che procura una grande gioia a tutti coloro che veramente la osservano ». E così sparisce di nuovo. Infine l’indomani, suor Anna-Felicia, dopo aver dormito come d’abitudine, si sente ancora una volta chiamare per nome. Si sveglia tutta frastornata, rimanendo inchiodata nella sua posizione e senza poter articolar parola. Questa volta ancora, ella riconosce perfettamente la voce della suor Teresa. Nello stesso istante un globo di luce tutto luminoso e splendente appare ai piedi del suo letto illuminando la sua cella come in pieno giorno; nel mentre le giunge ancora la voce di suor Teresa che, con voce gioiosa e trionfante, dice: « io sono morta un venerdì, il giorno della Passione; ed ecco che un venerdì io me ne vado in gloria. Siate forti nel portare la croce! Siate coraggiose nella sofferenza! » Ed aggiungendo con amore: “addio, addio, addio!” si trasfigura in una nube leggera, bianca, luminosa, si alza in volo e sparisce. Ben presto fu aperta una inchiesta canonica dal Vescovo di Foligno e dai magistrati della città. Il 2 novembre, alla presenza di un gran numero di testimoni, si aprì la tomba di suor Teresa-Margherita; e l’impronta bruciata della porta si trovò esattamente conforme alla mano della defunta. Il risultato dell’inchiesta fu un giudizio ufficiale, che constatava con certezza l’autenticità perfetta di quanto avvenuto e raccontato. La porta, con l’impronta carbonizzata, è conservata nel convento con grande venerazione. La madre badessa, testimone del fatto, si è degnata di mostrarmela ella stessa, e i miei compagni di pellegrinaggio ed io abbiamo visto e toccato questo legno che attesta in modo così evidente e terribile che le anime, sia eternamente, sia solo di passaggio, soffrono nell’altra vita la pena del fuoco, e sono compenetrati e bruciati da questo fuoco. Quando, per ragioni che solo DIO conosce, è concesso loro di apparire in questo mondo, il fuoco ed esse sembrano essere una sola cosa; è come il carbone quando è arroventato dal fuoco. Dunque benché noi non possiamo penetrarne il mistero, sappiamo che, senza poterne dubitare, il fuoco dell’inferno, benché essenzialmente corporale, esercita la sua azione vendicatrice fin sulla anime.

Dove si trova il fuoco dell’inferno?

 Forse ci si domanderà ancora dove sia il fuoco dell’inferno e quale luogo occupi. Senza rimarcare niente di assolutamente preciso su questo punto, la rivelazione cristiana e l’insegnamento cattolico si accordano nel mostrarci gli abissi brucianti del fuoco centrale della terra come il luogo ove saranno precipitati, dopo la resurrezione, i corpi dei riprovati. È così che il celebre Catechismo del Concilio di Trento ci dice a chiare lettere che l’inferno è : « al centro della terra, “in medio terrae” ». questo è pure l’insegnamento formale di S. Tommaso, il quale tuttavia lo presenta come il sentimento più probabile. « Nessuna persona, egli dice, conosce con certezza ove sia l’inferno, a meno che non lo abbia direttamente appreso dallo Spirito Santo; si ha ragione nel credere che esso sia sotto terra. Innanzitutto il nome stesso sembra indicarcelo: “infernus”, inferno, vuol dire: “ciò che è al di sotto”, in un luogo inferiore rispetto alla terra. Poi nelle scritture, i riprovati sono detti essere «sotto terra, subtus terram ». Inoltre si dice nello stesso Vangelo e nelle lettere di San Paolo, che il Venerdì Santo la santa anima di Nostro Signore, momentaneamente separata dal suo corpo, scese nel cuore della terra, “in corde terrae,”, e « nei luoghi inferiori della terra, in inferiores partes terrae ». Ora noi sappiamo che essa andò a portare la notizia della redenzione e della salvezza ai giusti dell’Antica Legge che, dall’inizio del mondo avevano creduto in Lui e Lo attendevano pieni di speranza e di amore, nella pace del limbo; infine che questa santa Anima andò a rinfrancare e liberare le anime che erano allora in Purgatorio, e avevano compiuto l’espiazione delle loro colpe. Poi passa da lì nel limbo; infine che Essa discese fin nell’inferno “descendit ad inferos”, per manifestare a satana, a tutti i demoni e a tutti i riprovati, la sua divinità trionfante sul peccato, la carne ed il mondo. Ora da tutto questo si evince, anche se non con evidenza assoluta, ma tuttavia con grande forza, che il luogo dell’inferno è e sarà il centro della terra, che tutti i geologi ci rappresentano infatti come un immenso oceano di fuoco, di zolfo e bitume in fusione, e come qualcosa di così spaventoso ed insieme così potente, che niente potrebbe darcene un’idea in questa vita. Aggiungiamo a tutto questo il linguaggio delle Scritture nelle quali lo Spirito Santo presenta sempre l’inferno come un abisso nel quale si è precipitati, ove si cade, ove si discende; parole che esprimono necessariamente un luogo non soltanto inferiore, ma profondo. È ugualmente questo il linguaggio universale della Chiesa, dei Santi Padri e dei Teologi, ed anche di tutto il mondo. Infine, malgrado le loro alterazioni, le tradizioni del paganesimo, principalmente tra i Greci ed i Latini, vengono a confermare il sentimento che noi qui riassumiamo, dipingendo il luogo del castigo dell’altra vita, come una vasta regione sotterranea, o il regno del tetro dio Plutone, caricatura mitologica di satana; ove il fuoco e le fiamme giocano un ruolo principale, come già detto; e sotto il nome di Campi Elisi si vedono altre regioni, pure sotterranee, ove regnano però una certa pace ed una certa malinconica felicità, curioso riflesso della tradizione vera sul “limbo” degli antichi giusti. Aggiungiamo infine l’osservazione di S. Agostino, riportata da S. Tommaso: che dopo la morte il corpo è interrato, cioè disceso e deposto nella terra, per espiare il peccato con la putrefazione, e che sembra almeno corretto ritenere che l’anima debba espiare questo stesso peccato, sia come purificazione nel Purgatorio, sia come castigo nell’inferno, con lo scendere per trovare nei luoghi inferiori il fuoco vendicatore acceso dalla giustizia divina. Da tutto questo non possiamo, ed anche non dobbiamo concludere che l’inferno, con il suo fuoco spaventoso, abbia come sede speciale il centro della terra, ove il fuoco dell’abisso brucia con maggiore intensità? Osserviamo tuttavia che questo fuoco naturale è soprannaturalizzato dall’Onnipotenza della giustizia divina, alfine di produrre tutti gli effetti che richiede questa adorabile e terribile giustizia; tra l’altro, col fine di coinvolgere e penetrare gli spiriti come i corpi, senza consumare i corpi dei dannati ma al contrario conservarli, secondo questa terribile parola del sovrano Giudice stesso, “nella Geenna del fuoco inestinguibile, tutti i riprovati saranno salati dal fuoco “igne salietur”, in modo tale che il sale penetra e conserva la carne delle vittime, così per un effetto soprannaturale, il fuoco corporale dell’inferno penetra, senza mai consumarli, sia i demoni che i riprovati.

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Il fuoco dell’inferno è un fuoco tenebroso. Visione di Santa Teresa.

 Nel rivelarci che l’inferno è nel fuoco, Nostro Signore ci ha detto ugualmente, con l’autorità divina ed infallibile della sua parola, che l’inferno è nelle tenebre. Nel vangelo di San Matteo, nel capitolo ventiduesimo, Egli dà all’inferno il nome di tenebre esteriori. « Gettatelo, dice parlando dell’uomo che non è vestito con l’abito nuziale, cioè che non è nello stato di grazia, gettatelo nelle tenebre esteriori, “in tenebras exteriores”. » In altri passi del Vangelo, e nelle Epistole degli Apostoli, i demoni sono chiamati: « I princìpi delle tenebre, i potenti delle tenebre ». San Paolo dice ai fedeli: « voi siete tutti figli di luce: noi non siamo figli delle tenebre ». Le tenebre dell’inferno saranno corporali come il fuoco stesso, e queste due verità non implicano alcuna contraddizione. Il fuoco, o per parlare più esattamente, il produttore del calore, è come l’anima e la vita del fuoco, è un elemento perfettamente distinto dalla luce. Nello stato naturale, quando si produce la fiamma in mezzo al gas dell’aria, il fuoco è sempre più o meno luminoso, ma nell’inferno, conservando tutta la sua sostanza, l’elemento fuoco sarà privo di alcune proprietà naturali e ne acquisterà altre che saranno soprannaturali, che cioè non possiede di per se stesso. È quel che insegna San Tommaso che, appoggiandosi sul Santo Basilio Magno, insegna: « per la potenza di Dio, la chiarezza del fuoco sarà separata dalla proprietà che ha di bruciare, ed è la sua virtù comburente che servirà da tormento ai dannati ». Inoltre, « al centro della terra, ove è l’inferno, aggiunge San Tommaso, non può esserci che un fuoco tetro, oscuro, tutto denso di fumo »… quel poco che ne fuoriesce dalla bocca dei vulcani, conferma pienamente questa asserzione. Nell’inferno dunque ci saranno delle tenebre corporali, ma con un certo barlume che permetterà ai riprovati di intravedere quello che dovrà comporre i loro tormenti. Essi giungeranno a vedere nel fuoco e nell’ombra, ai bagliori delle fiamme dell’inferno, dice S. Gregorio Magno, coloro che hanno trascinato con essi nella dannazione; e questa vista sarà il complemento del loro supplizio. Pertanto, l’orrore stesso delle tenebre, che conosciamo per esperienza sulla terra, non deve essere ritenuto poca cosa nel castigo dei riprovati. Il nero è il colore della morte, del male, della tristezza. Santa Teresa racconta che un giorno, rapita in spirito, Nostro Signore si degnò di rassicurarla circa la sua eterna salvezza, se ella continuasse a servirLo ed amarLo come già faceva; e per aumentare nella sua serva fedele il timore del peccato e dei terribili castighi che esso genera, Egli volle farle intravedere il luogo che avrebbe occupato nell’inferno se ella avesse seguito le sue inclinazioni per il mondo, con la vanità e con i piaceri. « Un giorno in preghiera – ella racconta – mi trovai in un istante, senza saper in qual modo, trasportata corpo ed anima nell’inferno. Io compresi che Dio voleva farmi vedere il posto che i demoni mi avevano preparato e che avrei meritato per i peccati nei quali sarei caduta se non avessi cambiato vita. Questo durò per uno spazio breve, ma per quanto io vivessi ancora tanti anni, mi sarebbe impossibile cancellarne il ricordo. « L’entrata in questo luogo di tormento mi parve simile ad una sorta di forno estremamente basso, oscuro, stretto. Il suolo era un fango orribile, di un odore fetido e pieno di rettili striscianti. Alla sua estremità si levava una muraglia nella quale c’era un ridotto molto stretto ove mi vidi richiudere. Nessuna parola può dare la minima idea del tormento che là provai; è incomprensibile. Nella mia anima sentii un fuoco, di cui non ci sono parole per descriverne la natura, ed il mio corpo era nello stesso tempo in preda a dolori intollerabili. Io avevo provato nella mia vita crudelissime sofferenze che, secondo il parere dei medici, sono tra le più grandi che quaggiù si possano contrarre. Io avevo visto i miei nervi contrarsi in modo terribile all’epoca in cui persi l’uso dei miei arti; tutto questo era nondimeno nulla a paragone dei dolori che sentii allora; e il colmo era la consapevolezza che sarebbero stati eterni e senza sollievo. Ma queste torture del corpo non sono nulla a loro volta rispetto all’agonia dell’anima. È una stretta, un’angoscia, un infrangersi del cuore così sensibile, è nello stesso tempo una così disperata ed amara tristezza, che tenterei invano di descrivere. Se io dicessi che si prova in ogni istante l’angoscia della morte, direi ben poca cosa. No, mai potrò trovare espressioni che diano un’idea di questo fuoco interiore e di questa disperazione, che sono come il colmo di tanti dolori e tormenti. « Ogni speranza di consolazione in questo terrificante soggiorno è spenta, vi si respira un odore pestilenziale. Tale era la mia tortura in questo anfratto stretto scavato nel muro ove mi trovavo chiusa; le mura di questa cella, terrore per gli occhi, mi opprimevano esse stesse col loro peso. Là tutto soffoca; nessuna luce, non vi sono che tenebre della più tetra oscurità; eppure, o mistero!, anche senza alcun chiarore, si percepisce tutto quello che è più penoso per la vista. « Non è più piaciuto al Signore darmi una ulteriore maggiore conoscenza dell’inferno. Mi ha mostrato poi dei castighi ancora più spaventosi inflitti a certi vizi; poiché non ne soffrivo la pena, il mio terrore era minore. Nella prima visione, al contrario, il divino Maestro volle farmi provare veramente in spirito, non solo l’afflizione interiore, ma i tormenti anche esteriori come se il mio corpo li avesse sofferti. Io ignoro il modo in cui questo accadeva, ma compresi che era una grande grazia, e che il mio adorabile Salvatore aveva voluto farmi vedere con i miei occhi da quale supplizio Egli mi avesse liberato. Perché tutto ciò che si può sentir dire dell’inferno, tutto ciò che i nostri libri ci dicono degli strazi e dei diversi supplizi che i demoni fanno subire ai dannati, tutto questo non è niente rispetto alla realtà; tra l’uno e l’altro c’è la stessa differenza che esiste tra un quadro inanimato ed una persona vivente; bruciare in questo mondo è ben poca cosa in confronto a questo fuoco in cui si brucia nell’altro. Sono trascorsi quasi sei anni da questa visione, aggiunge Santa Teresa, ed ancora oggi, nello scriverlo, avverto un tale spavento che il sangue mi si gela nelle vene. In mezzo alle prove ed ai dolori, io evoco questo ricordo e da allora ogni cosa che possa accadermi quaggiù mi sembra più nulla; e trovo che noi ci lamentiamo senza motivo. « Da questo giorno, tutto mi sembra facile da sopportare in confronto ad un solo istante da trascorrere nel supplizio nel quale fui allora immersa. E non posso stupirmi del fatto che, pur avendo letto tante volte dei libri che trattano delle pene dell’inferno, ero così lontana dal formarmi un’idea giusta, e di temerlo come avrei dovuto. A cosa pensavo, Dio mio, e come potevo gustare qualche riposo in un genere di vita che mi conduceva ad un sì spaventoso abisso! O mio adorabile Maestro, siate eternamente benedetto! Voi avete mostrato nel modo più eclatante che Voi mi amate infinitamente più di quanto io non ami me stessa. Quante volte mi avete liberato da questa nera prigione, e quante volte vi sono rientrata contro la vostra volontà! « Questa visione ha fatto nascere in me un indicibile dolore alla vista di tante anime che si perdono. Essa mi ha inoltre dato i desideri più ardenti di lavorare per la loro salvezza; per strappare un’anima sola da sì orribili supplizi, lo sento, sarei pronta ad immolare mille volte la mia vita. » Che la fede sopperisca in ciascuno di noi alla visione; e che il pensiero delle «tenebre esterne» nelle quali i riprovati saranno gettati come la spazzatura e le scorie della creazione ci trattengano nelle tentazioni e faccia noi dei veri figli di luce!.

Quali altre grandissime pene accompagnano il tetro fuoco dell’inferno.

Oltre al fuoco e alle tenebre, nell’inferno ci sono altri castighi, altre pene ed altri modi di soffrire. Lo richiede infatti la giustizia divina; i riprovati hanno commesso il male in molte maniere, avendo ciascuno dei loro sensi partecipato più o meno ai loro peccati, e di conseguenza alla loro dannazione, è giusto che siano puniti innanzitutto nei punti che maggiormente avranno contribuito al peccato, secondo questa parola della Scrittura: “ciascuno sarà punito a secondo di come ha peccato”. È principalmente ancora il fuoco, questo fuoco terribile e soprannaturale di cui stiamo parlando, che sarà lo strumento di questi castighi molteplici: esso punirà con azione speciale questo o quel senso che avrà contribuito particolarmente all’iniquità; è così pure in rapporto a ciascun vizio, a ciascuno dei suoi peccati, che il dannato, gettato nel fuoco e nelle tenebre esteriori, come dice il Vangelo, piangerà amaramente su di un passato irreparabile e striderà i denti, nell’eccesso della disperazione. “Là vi sarà pianto e stridor di denti, “flatus et stridor dentium”. Tali sono le parole di DIO stesso. Questi pianti dei riprovati saranno più spirituali che corporali, dice S. Tommaso; e questo anche dopo la resurrezione, ove i corpi dei riprovati, riprendendo i loro corpi umani con tutti i loro sensi, tutti i loro organi e tutte le proprietà essenziali, non saranno nondimeno più suscettibili di certi atti né di certe funzioni. Le lacrime, in particolare, suppongono un principio fisico di secrezione che non esisterà più. O buon lettore, figuratevi dunque ciò che saranno e soffriranno sotto le diverse influenze di questo fuoco e di queste tenebre, di questi terribili rimorsi e di queste disperazioni inutili, gli occhi di un dannato, quegli occhi che tante volte, e per tanti anni, saranno serviti a contentare il proprio orgoglio, la vanità, la cupidigia, tutte gli appetiti della lussuria. E le sue orecchie aperte a discorsi impudichi, alle menzogne, alle calunnie, alle beffe dell’empietà! E la sua lingua, la sua bocca, strumento di tante sensualità, di tanti discorsi empi ed osceni, di tante leccornie! E le sue mani, che hanno cercato, scritto, che hanno sparso tante cose detestabili, che hanno fatto tante cattive azioni! Ed il suo cervello, organo di milioni di colpevoli pensieri di ogni genere! E il suo cuore, sede della sua volontà depravata, e di tutte le cattive affezioni, svanite per sempre! Ed il suo corpo tutto intero, la sua carne per la quale è vissuta, e di cui ha soddisfatto tutti i desideri, tutte le passioni, tutte le concupiscenze! Tutto in lui avrà il suo castigo, il suo tormento speciale, oltre alla pena generale della dannazione, della maledizione divina, e del fuoco vendicatore. Che orrore! E non è tutto. San Tommaso aggiunge, in effetti, con i Santi Padri: « nella purificazione finale del mondo, ci sarà tra gli elementi una separazione radicale; tutto ciò che è puro e nobile sussisterà nel cielo per la Gloria dei beati; mentre tutto ciò che è ignobile e sporco sarà precipitato nell’inferno per il tormento dei dannati. E così, come ogni creatura sarà causa di gioia per gli eletti, i dannati troveranno in tutte le creature una causa di tormenti. » E questo sarà il compimento dell’oracolo dei Libri santi: « L’universo intero combatterà con il Signore contro gli insensati, cioè i riprovati ». Infine, e per completare l’esposizione di questo lugubre stato dell’anima riprovata, aggiungiamo che Nostro Signore ha dichiarato Egli stesso nella formulazione della sentenza ultima del giudizio finale, vale a dire che: i maledetti, i dannati, andranno a bruciare nell’inferno, « nel fuoco che è stato preparato per il demonio e per i suoi angeli », negli abissi infuocati dell’inferno; i riprovati avranno dunque il supplizio dell’esecrabile compagnia di satana e di tutti i demoni. In questo mondo si trova talvolta una sorta di sollievo nel non essere soli a soffrire: ma nell’eternità, questa associazione del dannato con tutti i cattivi angeli e tutti gli altri riprovati sarà al contrario un aggravio di disperazione, di odio, di rabbia, di sofferenze dell’anima e dei dolori fisici. Ecco il poco che sappiamo, per rivelazione divina e attraverso gli insegnamenti della Chiesa, sulla molteplicità dei tormenti che saranno, nell’altra vita, il castigo degli empi, dei blasfemi, degli impudichi, degli orgogliosi, degli ipocriti, ed in generale di tutti i peccatori ostinati ed impenitenti. Ma quello che più di tutto il resto rende tutte queste pene spaventose, è la loro “eternità”!

 

 

Omelia di S.S. Papa Gregorio XVII (Giuseppe Siri)

Omelia di S.S. Papa Gregorio XVII (Giuseppe Siri) nella festa dei Santi Pietro e Paolo del 1974

[Liberamente adattata da: Omelie dell’anno liturgico – ed. Fede e Cultura, Verona, 2008]

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(…) precisato questo, vorrei intrattenervi brevemente non sul testo, ma su una sola parola del testo. Conferito il primato a Pietro, il primato nella “Sua” Chiesa -(S. Matt. XVI, 18) , Gesù annuncia che le porte, ossia le potenze dell’inferno non sarebbero mai prevalse contro di essa. E su questa impossibilità di prevalenza del male che attiro la vostra attenzione, anche perché tra poco saranno consacrati i nuovi sacerdoti, ed è giusto che essi comincino il cammino nella Chiesa con assoluta sicurezza, ben certi, ben saldi nella fede e ben sicuri della divina protezione in tutto il loro cammino e della fecondità della loro opera, anche quando non ne vedessero direttamente i frutti. Saranno ugualmente ordinati diaconi e anche questi, che con tale atto compiono qualche cosa d’importante e sono per la prima volta investiti del Sacramento dell’Ordine, devono cominciare il loro servizio, diaconia, nella Chiesa con coraggio, con ardimento, e con sicurezza. Tutti dovranno impavidi affrontare tempeste, ed è bene che sappiano con quale forza le affrontano. – Gesù dunque ha detto: “Non praevalebunt”. Non prevarranno (Mt. 16, 18). Che cosa implica questa non prevalenza affermata delle potenze dell’inferno? Vorrei far notare che nella dizione: “potenze dell’inferno” c’entrano anche le potenze di questo mondo, ma è grave per esse che vengano semplicemente chiamate “potenze dell’inferno”, grave perché vuol dire che con tutta la loro superbia non sono altro che dei poveri segugi del diavolo, il che può fare a loro molto onore a rovescio, come del resto la storia sufficientemente dimostra. – Ma questa assicurazione di Cristo, che si traduce con la parola “indefettibilità della Chiesa”, che cosa riguarda? Riguarda l’esistenza della Chiesa: non cesserà mai. La parola divina non può essere smentita. Riguarda l’istituzione della Chiesa, riguarda la costituzione della Chiesa; cioè il complesso sacramentale e giuridico nel quale Gesù Cristo ha definito la sua Chiesa. Insomma vuol dir questo: la Chiesa non solo resterà fino alla dei tempi, ma non cambierà, perché nella sua sostanza – beninteso non parliamo delle cose esterne, accidentali, a cominciare dalle vesti -, nella sua sostanza non potrà deformarsi e pertanto non potrà cambiare. Questo è l’oggetto dell’annuncio dato da Cristo. Vorrei far notare che quest’annuncio per quel che riguarda la Chiesa è il più imponente, il più grave di tutto il Nuovo Testamento, perché, se Gesù Cristo non avesse pronunciato queste parole, noi potremmo essere nel dubbio ogni momento di trovarci all’agonia, mentre all’agonia ci vanno i singoli uomini, ci vanno le nazioni, ci vanno le civiltà, ci vanno le culture, ci vanno i movimenti; tutto va all’agonia, meno che la Chiesa. Essa solo resta. Resta non per sopravvivere, ma per vivere con Cristo e, se volete, in via incidentale, resta anche per fare il funerale a tutti gli altri, che faranno bene ad aspettarselo. – Però io chiedo: come il Signore assicurerà questa non prevalenza del male? Non ve lo so dire. Ma non ve lo saprebbe dire nessuno, perché le vie di Dio sono infinite, e non solo per il numero, ma per la loro ingegnosità e profondità a noi assolutamente recondite. Tuttavia, qualche cosa possiamo osservare ed è questo: che le vie di Dio possono camminare per i sentieri più pericolosi, possono affrontare i pericoli che sarebbero per ogni altra cosa mortali – e ne abbiamo avuta una dimostrazione molto brillante in questi ultimi tempi -, le vie di Dio possono incontrarsi con chiunque, le vie di Dio possono mancare anche, direi, di pavimento sul quale stendersi, ma continuano. Ossia una cosa sappiamo: che le vie di Dio per salvar la Sua Chiesa non hanno bisogno di trovarsi in similarità con tutte le cose, che in questo mondo, annaspando, cercano di salvarsi. Le vie di Dio non hanno bisogno di annaspare, ma possono giocare con tutti i pericoli che gli uomini stimano a buon diritto per sé e per gli altri assolutamente mortali. Ma data, come potevo dare, una risposta a questa domanda, debbo venire a una precisazione che ci tocca molto da vicino. – Gesù ha garantito l’indefettibilità della Sua Chiesa: tale suona la non prevalenza delle potenze dell’inferno su di essa. Ma non ha affatto garantiti i nostri comodi; questi no, non li ha garantiti! E questo costituisce uno degli aspetti – lasciatemi dire – più vari e più pittoreschi di questa divina storia, che passa da signora tra le cose umane. Anzi per quel che ci riguarda Nostro Signore ci ha annunciato che saremmo perseguitati, e lo “siamo già”. Proprio in questi giorni si sta tramando per togliere respiro e vita agli asili parrocchiali, atto che denuncio assolutamente persecutorio, e veramente persecutorio. Nostro Signore ci ha annunciato che per far questo mentiranno a cagione del Suo nome (cfr. S. Matt. V, 11). – Nostro Signore non ci ha garantito che questa nazione o quell’altra rimarrà fedele fino alla fine dei tempi. Le può cambiare: al posto dell’Italia può mettere la Cina (….) al posto dei nostri vicini può benissimo mettere qualche altra nazione africana, e può venire il tempo in cui noi possiamo essere evangelizzati dai neri, tanto per imparare una buona volta l’umiltà intellettuale, almeno quella. Gesù Cristo non ci ha garantito nessun comodo, o di vedere noi il frutto dei nostri sacrifici. E tra le cose più abituali vi è il fatto che questa amorosa Provvidenza, che vuole noi soprattutto carichi di meriti, perché ci vuole soprattutto carichi di gloria e di felicità nella vita eterna -, questa eterna Provvidenza può anche toglierci di aver sollievo e godimento e riposo nello stesso nostro lavoro. Noi possiamo vedere cadere tutto, noi possiamo vedere rasa la terra, noi possiamo benissimo dover “scendere un’altra volta in catacomba”: tutto questo non ha importanza per chi ha fede, perché sta scritto: “Non prevarranno”. “La Chiesa è già uscita tante volte dalle catacombe”, non soltanto quando con l’Editto di Costantino nel 313 ha avuto per la prima volta un riconoscimento di libera esistenza, ma tante volte, perché in tutte le nazioni ha conosciuto dei momenti di persecuzione selvaggia, sanguinosa, e anche nel nostro tempo esistono punti della terra nei quali la Chiesa è soggetta a persecuzione selvaggia, sanguinosa, antigiuridica, contraria a tutti i principi, compresa ben intesa quella che vale meno degli altri: “la Carta dell’ONU”. Può subire tutto. “Non ha importanza che le nostre persone prevalgano! Non sono esse che devono prevalere, ma è l’istituzione, e questa prevarrà”. – Però c’è da consolarsi, perché, siccome la prevalenza completa della Chiesa sta nel poter consegnare a Dio delle anime salve – badate bene che la garanzia data alla vita della Chiesa diviene la garanzia che molte anime si salveranno -, il nostro ministero, che può anche passare attraverso l’aridità, la contraddizione, la contestazione – una piacevolezza anche quella -, il nostro ministero salverà delle anime. Noi non le vedremo in faccia in questo mondo, “Noi” non potremo enumerarle, “Noi” non sapremo, ma la loro salvezza passerà attraverso il nostro ministero, perché il Sacramento dell’Ordine, del quale, cari figlioli, sarete tra poco investiti, diventa produttivo di per se stesso. Il carattere impresso dall’Ordine resta per sempre ed è produttivo, perché è titolo di Grazia e di Grazia efficace. – Pertanto vi esorto a non guardare molto intorno e indietro a voi: avreste il pericolo di amare le chiesuole. E se voi doveste amare le chiesuole vostre, dovreste piangere molte cose e molti disguidi, che sogliono seguire – e quanto lo sentiamo! – alle chiesuole. Ma andate avanti con gli occhi chiusi, senza cercare intorno, aperti gli occhi dell’anima nella fede, sapendo che tutto lascerete di bene intorno a voi e dietro a voi e raggiungendo l’oggetto del vostro lavoro e delle vostre fatiche con la fede più che con la constatazione, lasciando a Dio di vedere. E Dio, quando Lo lasceremo solo a vedere, moltiplicherà i frutti del nostro lavoro. – Così sia.

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Si tratta di un’omelia del Papa, per la cui bocca, guidata dallo Spirito Santo, parla il divino Maestro. Notevoli sono i passaggi, messi in grassetto, nei quali il Santo Padre invita alla fiducia cieca nella parola di Gesù Cristo, e questo anche se la vera Chiesa di Cristo dovrà scendere, come profeticamente annunciato, nelle “catacombe”, così come lo è attualmente, e così come la Santa Vergine l’aveva predetto nell’Apparizione di La Salette: “la Chiesa sarà eclissata”!

A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

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Nella festa di San Pietro, vogliamo riportare uno stralcio di mons. E. Barbier, tratto da “I Tesori di Cornelio Alapide, a proposito della infallibilità del successore di Pietro e Vicario di GESU’ CRISTO, tanto per schiarire le idee a molti pseudo fedeli ingannati che seguono le eresie gallicane e fallibiliste dei signori di Econe & C., della radice velenosa di Lienart, sedicenti tradizionalisti per meglio ingannare gli incauti ed ignoranti con la celebrazione di false ed invalide messe sacrileghe, officiate da semplici laici, con la pianeta … mai validamente consacrati. Che la Vergine Maria respinga e bruci tutte le eresie attuali, a cominciare dall’ecumenismo e dal conciliarismo, e quelle più sottili ed ingannevoli dei (sedicenti) tradizionalisti scismatici sedevacantisti, sia materiali che formali. Preghiamo il Principe degli Apostoli affinché il Signore si decida quanto prima a ristabilire il “vero” Santo Padre nella sua Cattedra, oggi vergognosamente usurpata!

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A qual patto Dio promise l’infallibilità ai primi Pastori.

[da I tesori di Cornelio Alapide, vol. I, Torino, 1930]

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Resta a vedere a quali condizioni Gesù Cristo abbia promessa l’infallibilità a’ primi pastori. E qui, la – l)a di queste sarà forse che i detti pastori, chiamati a decidere di tutte le controversie in ultimo appello, siano tutti santi? – Ma in questo caso Gesù Cristo non avrebbe provveduto a nulla, perché consistendo la santità nel cuore, dove nessuno quaggiù può giudicare, noi non potremmo sapere mai chi sia santo, e chi no: uno pare gran santo ed è finissimo ipocrita. Se dunque fosse necessario questa condizione, sempre dubbiosa sarebbe la nostra fede.

2)a Si richiederà forse che siano tutti arche di scienza! Ma i fedeli dovrebbero essere ancora più sapienti per giudicare se quelli lo siano e qual grado di scienza ci voglia per ben decidere. Questo, da parte di Gesù Cristo, sarebbe stato un procurare la stabilità della fede, o non piuttosto un renderla incertissima?

3)a A Sarà a patto che abbiano tutti una diritta intenzione e non operino che spinti da motivi puri e soprannaturali? Ma chi penetrerà nel segreto della mente, chi scandaglierà l’abisso del cuore? Ed ecco di nuovo incertezza e dubbio, invece di saldezza e sicurezza.

4)a Sarà necessario che vi concorra il voto di tutti i Vescovi? Allora sarebbe inutile questo dono di Gesù Cristo alla sua Chiesa, perché non si potranno mai radunare tutti quanti i vescovi, né materialmente in persona, né moralmente in una sola sentenza; qualcheduno vi si troverà sempre di parere contrario.

5)a Sarà almeno a condizione che siano sbanditi da tali assemblee gli intrighi, le cabale, le brighe? Oltreché sarebbe questo un pretendere da Dio un miracolo non necessario, poco con ciò si provvederebbe alla conservazione del deposito della fede, perché nessuno non potrebbe cavare di mente ai più restii e procaci, che non vi sono stati raggiri e cabale all’aperto, e numerose ve ne furono però in segreto e di soppiatto, e gli eretici condannati, non mancherebbero d’afferrarsi a quest’appiglio.

6)a Bisognerà che il giudizio di ciascun vescovo sia stato preceduto da un esame scrupoloso, in cui siasi confrontato il punto controverso con la Scrittura e con i monumenti della tradizione, e che tutto questo si conosca pubblicamente? Ma come accertarsi e persuadersi che ciò si è fatto? Non si sono forse gli eretici, dopo la loro condanna, sempre lagnati che non si era bene esaminata la questione, non ben compresa la difficoltà? È certamente necessario che alla decisione vada innanzi un serio esame, e sarebbe colpevole quel vescovo che decidesse senz’aver attentissimamente discusso le materie su le quali sentenzia: e tutti sanno che così si suol fare; ma non a questa condizione Gesù Cristo ha legato l’infallibilità promessa ai primi pastori, perché essa ci lascerebbe tuttavia luogo a temere che non abbiano abbastanza pregato ed esaminato, e la nostra fede non sarebbe, per conseguenza, giammai ferma.

7)a Dovrà la difficoltà essere risolta in un concilio generale? Ma dove mai Gesù Cristo parlato di concilio generale o particolare? Egli c’indirizza alla Chiesa, ma non ci dice che intenda mandarci alla Chiesa congregata. Quindi la Chiesa sparsa, unita al sommo Pontefice, è tanto infallibile quanto la Chiesa riunita in concilio.

8)a Si richiederà finalmente che si abbia certezza che la sentenza dei primi pastori sia proferita sinceramente, senza che c’entri per nulla la politica, o veruna considerazione umana, o timore, o interesse, o compiacenza verso qualche potere terreno? Questo, invero, è sempre stato il ridicolo pretesto degli eretici per non sottomettersi alla condanna pronunziata contro di loro. Ma se a questo patto fosse stata promessa l’infallibilità della Chiesa, chi sarebbe ancora sicuro di qualche cosa? Sempre e per poco nascerebbe il sospetto, che non abbiano i vescovi ceduto a mire politiche, o d’interesse, o di timore, ed eccoci sempre titubanti intorno alla validità del loro giudizio. Dunque da nessuna delle riferite condizioni dipende l’infallibilità promessa alla Chiesa: le promesse di Gesù Cristo sono assolute e non legate a condizioni. L’infallibilità è annessa alla decisione del maggior numero dei vescovi uniti di comunione e anche di sentimento al Papa. Quindi, o i primi pastori sieno santi o no; sparsi o assembrati; abbiano diritta intenzione o sinistra; vi siano passate brighe, o no; abbiano giudicato per mire politiche, di interesse, o di che altro; si pretenda che siasi mancato nella forma canonica, nell’uniformità dei sentimenti; che il giudizio dei vescovi non fu preceduto da un esame sufficiente; che non si è fatto ricorso alla Scrittura e bilanciato l’affare coi monumenti della tradizione; che si mettano innanzi tutti i pretesti, i cavilli, i raggiri, le finezze, gli artifici, le sottigliezze immaginabili; che si blateri che la procedura non procedette regolare, che la sentenza non è stata canonica; nulla di tutto questo, né qualunque altra cosa che possa inventare la malizia della mente umana aguzzata dall’eresia, importa un bel nulla: rimane fermo che la Chiesa, dove si tratta della fede, non trascura nulla di quanto è necessario a rendere certa, indubitabile, inviolabile, la sua decisione. Ripetiamolo, le promesse di Gesù Cristo sono assolute, non legate a condizione di sorta. Qualunque siano le disposizioni dei primi Pastori che sentenziano la fede, la loro decisione è sempre infallibile e suona oracolo di Spirito Santo, quando sono uniti al centro dell’unità cattolica e giudicano col Papa. Perché allora la provvidenza divina disporrà infallibilmente gli spiriti in tal guisa che decideranno sempre conforme alla verità e mai a favore dell’errore, e ciò in virtù delle promesse di Gesù Cristo. Se così non fosse, noi non saremmo mai sicuri di nulla, neppure delle decisioni de’ concili generali. – Ma una decisione chiara e precisa della maggior parte dei vescovi, uniti in un sentimento col Papa, rende la fede nostra salda, certa, esente d’ogni dubbio, inquietudine, incertezza, perplessità. Ecco la regola infallibile del nostro credere a cui non contraddice nessun cattolico, essendo essa stata in ogni tempo la regola di tutta la Chiesa, e nessuno può sconfessarla senza dichiararsi eretico e scismatico. A questo solo punto si riducono tutte le controversie che mai furono e saranno nel mondo: qui è l’ultimo e supremo tribunale da cui non è mai permesso appellarsi. E in verità, la Chiesa sarebbe un corpo ben mal congegnato e mal fermo, se non vi fosse né capo, né giudice il quale componesse inappellabilmente le differenze, decidesse infallibilmente le controversie, a cui può dare origine la Scrittura in materia di religione; e ad accertarsene, basta volgere l’occhio su tutte le altre religioni sedicenti cristiane: voi non ci vedete che corpi mostruosi, appunto Perché non hanno né capo, né giudice il quale possa decidere in modo sicuro e infallibile i dubbi e le obbiezioni loro; seguono per unica regola la Scrittura santa da loro malmenata, falsificata, interpretata a proprio capriccio, quindi vi pullulano tra di loro tante sette quante sono le teste. Ma in tanto la verità non può essere che una sola, dunque essi versano nell’errore. -Ecco ora le regole che bisogna osservare e che furono ogni tempo osservate, per un concilio generale: vi si scorge la prudenza, la sapienza e lo spirito di Dio che guidano la Chiesa; sono tali insomma che bastano a chiudere la bocca a qualunque avversario che non abbia perduto affatto il buon senso ed ogni rossore.

.- l. Bisogna, dice il Bellarmino (De homil., lib . I , 9, 17), che la convocazione si pubblichi nelle principali parti del mondo cristiano. – 2. A Nessun vescovo ne deve essere escluso senza legittima e grave causa, quale sarebbe se fosse eretico o scismatico, notorio o scomunicato. – 3. Che vi si trovi qualche vescovo almeno delle più ragguardevoli e insigni province. – 4. Il Papa deve presiedere o in persona o per mezzo de’ suoi legati, altrimenti figurerebbe un corpo senza capo, il quale non rappresenterebbe la Chiesa. – 5. A Che non venga disciolto dal Papa: questa condizione procede dalla precedente, poiché quando il Papa più non vi presiede, o per sè o per i suoi legati, il concilio più non esiste. – 6. Che vi sia la libertà del voto . – 7. Quand’è finito deve essere confermato dal Papa: questa conferma è garanzia ai fedeli della legittimità del concilio, e assicurazione che ogni cosa vi si è fatta canonicamente.

 

L’INFERNO – mons. DE SEGUR -1-

L’inferno, di mons. De Ségur (1)

[Da: Oeuvres de Mgr. De Ségur, tome XI]

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Breve di S.S. il Sommo Pontefice all’autore:

Il Santo Padre, PAPA PIO IX

Carissimo Figlio, salute e benedizione apostolica. Noi ci felicitiamo di tutto cuore perché non cessate di ottemperare, su così ampia scala e con tanto successo, al vostro ufficio di araldo del Vangelo. Tutto ciò che pubblicate si diffonde subito tra il popolo con migliaia di esemplari. Evidentemente, perché i vostri scritti sono così ricercati, occorre che essi piacciano ed essi non potrebbero piacere se non avessero il dono di conciliare gli spiriti, e di penetrare fino al fondo dei cuori e di produrre in essi ciascuno i loro benefici effetti. Mettete dunque a profitto la grazia che Dio vi ha fatto; continuate a lavorare con ardore ed assolvere al vostro ministero di evangelizzazione. Quanto a Noi, Noi vi promettiamo da parte di Dio una larga assistenza, per mezzo della quale voi potrete iniziare alle vie della salvezza un numero ogni giorno più considerevole di anime, e intrecciarvi così una magnifica corona di gloria. Nell’attesa, come dono di questo celeste favore e degli altri doni del Signore, ricevete la Benedizione Apostolica che Noi vi impartiamo con grande amore, Figlio carissimo, per testimoniarvi la Nostra paterna benevolenza. – Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 marzo 1876, trentesimo anno del Nostro Pontificato

                         PIO IX, PAPA.

 

L’INFERNO

PROLOGO 

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri, le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare. Vicino ad un confessionale, appartato, un giovane prete in cotta adora il Santo Sacramento. “Guarda con quanta attenzione sta lì, dice uno di loro al compagno, si direbbe quasi che aspetti qualcuno. Forse aspetta te?”. L’altro ridendo risponde. – “Me?! E per fare cosa?” – “ Non saprei, chissà, magari per confessarti”. – Per confessarmi? “Ebbene, vuoi scommettere che ci vado?”. “Tu, andare a confessarti! Bah!” E si mette a ridere, alzando le spalle. Cosa vuoi scommettere? riprende il giovane ufficiale, con aria beffarda e decisa. Scommettiamo una bella cena, con una bottiglia di champagne d’annata! “E vada per la cena con lo Champagne. Va’ allora a metterti in confessionale”. Appena lasciato l’altro va diritto dal prete bisbigliandogli qualcosa nell’orecchio, costui si alza, entra in confessionale mentre il penitente improvvisato rivolge uno sguardo di sussiego verso il compagno inginocchiandosi come per confessarsi. – “Ma che sfrontatezza”, mormora l’altro, e si siede a vedere cosa accade. Aspetta cinque minuti, poi dieci, un quarto d’ora “Ma cosa fa?” – si domanda curioso e leggermente impaziente – cosa sta dicendo in tutto questo tempo?” Infine si apre il confessionale, l’abate ne esce, col volto animato e grave; e dopo aver salutato il giovane militare, entra in sagrestia. A sua volta esce l’ufficiale, rosso come un gallo, stirandosi i baffi con aria un po’ accigliata, facendo cenno all’amico di uscir dalla Chiesa. “Oh – gli dice – ma cosa è successo? Lo sai che sei rimasto quasi venti minuti con questo abate? Ho pensato che ti confessassi per davvero. Ti sei proprio guadagnato la cena scommessa! Vogliamo andare questa sera?” No, risponde l’altro di cattivo umore, no, non oggi! Ho da fare, ti devo lasciare”. E stringendo la mano al compagno, si allontana bruscamente, con aria corrucciata. Ma che cosa è successo realmente tra il sottotenente ed il confessore? Ecco cosa: Appena il prete apre lo sportello del confessionale, si accorge dal tono del giovane che si tratta di una mistificazione. Costui aveva avuto l’impertinenza di dire, al termine di una sua frase: « La religione! la confessione! Io me ne infischio! ». Questo abate era un uomo di spirito. « Mio caro signore, egli dice interrompendolo con garbo, io vedo che ciò che fate, non è una cosa seria. Lasciamo da parte la confessione, e se volete, facciamo un po’ di chiacchiere. Io amo molto i militari, e poi voi mi sembrate essere un giovane amabile. Che grado avete, ditemi? ». L’ufficiale comincia a capire di aver commesso una sciocchezza, e felice di trovare il modo di liberarsi, risponde gentilmente: « Io sono un sottotenente. Esco da Saint-Cyr. — “Sottotenente? E resterete per molto tempo sottotenente?” — “Ma non penso per molto, due o tre anni, forse quattro”. — “E dopo?” — “Dopo? Passerò tenente” — “E dopo?” — “Dopo? Sarò capitano” — “Capitano? A quanti anni si diventa capitano?” — “Se avrò fortuna, dice l’altro sorridendo, potrò essere capitano a ventotto o ventinove anni.” — “E dopo?” — “Oh! dopo è più difficile; si resta per molto tempo capitano. Poi si diventa capo di battaglione; poi tenente-colonnello; poi, colonnello”. — “Ebbene! Eccovi colonnello a quaranta, quarantadue anni. E dopo?” — “Dopo? Io diventerò generale di brigata, e poi generale di divisione.” — “E dopo?” — “Dopo? C’è solo il bastone di maresciallo ma … le mie pretese non vanno fin là!” — “Eh bene, eccovi sposato, ufficiale superiore, generale, generale di divisione, forse anche maresciallo di Francia, che so? E dopo signore, e dopo?” Insisteva il prete con decisione.— “Dopo? Dopo? Replica l’ufficiale un po’ interdetto. Oh ! Ma che dire, io non so cosa accadrà dopo!”. “Vedete come è strano – dice allora l’abate con tono sempre più grave – Voi sapete tutto ciò che accadrà fino a quel punto, e non sapete cosa accadrà dopo! Ebbene, io invece lo so; e voglio proprio dirvelo! Dopo, signore, voi morirete. Dopo la vostra morte comparirete davanti a Dio e sarete giudicato. E se continuerete a fare come fate ora, voi sarete dannato; sarete bruciato eternamente nell’inferno. Ecco cosa succederà dopo!”. E poiché il giovane stordito da questa conclusione, infastidito da questo finale, sembra volersi schermire : “Un instante ancora Signore! – aggiunge l’abate – ho da dirvi ancora una parola”. “Voi avete il vostro onore, è vero? Ebbene anche io ho il mio, e voi avete mancato gravemente nei miei confronti, e mi dovete una riparazione. Io ve la chiedo, la esigo in nome dell’onore. Essa sarà molto semplice. Datemi la vostra parola che per otto giorni, ogni sera prima di andare a dormire, vi metterete in ginocchio e direte ad alta voce: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego! Dopo il mio giudizio, io sarò dannato, ma io me ne frego. Io brucerò eternamente nell’inferno; ma io me ne frego”. Ecco tutto. Voi mi date la vostra parola d’onore, giusto?”. Sempre più disorientato, volendo uscire quanto prima dall’imbarazzo, il sottotenente promette tutto, e il buon abate lo congeda con bontà, aggiungendo : “Non ho bisogno di dirvi, mio caro amico, che vi perdono di vero cuore. Se mai avete bisogno di me, voi mi troverete sempre qui, al mio posto. Solo … non dimenticate la parola data”. Così si sono lasciati, come abbiamo già visto. Il giovane ufficiale va a cena da solo. È manifestamente infastidito. La sera, al momento di dormire, esita un po’, ma la sua parola è data; egli esegue: “io morirò, io sarò giudicato, ed andrò forse all’inferno ….” E non ha il coraggio di aggiungere: « Io me ne frego. » Passano così dei giorni. La sua “penitenza” gli torna continuamente nella mente e sembra assordargli le orecchie. In fondo, come il novantanove per cento dei giovani, egli è più frastornato che cattivo. Non ancora trascorso l’ottavo giorno, egli ritorna, questa volta da solo, alla chiesa dell’Assunta, si confessa per bene, ed esce dal confessionale col viso bagnato di lacrime o con la gioia nel cuore. Egli è poi rimasto, mi hanno assicurato, un degno e fervente cristiano. Il serio timore dell’inferno, con la grazia di Dio, aveva operato la metamorfosi. Ora, ciò che ha fatto sullo spirito di questo giovane ufficiale, questa consapevolezza, perché non potrebbe farlo sul vostro, amico lettore? Occorre dunque riflettere, una buona volta. Si tratta di una questione personale, e pertanto, confessatelo, terribile. È una domanda che si pone per ciascuno di noi, e bene o male occorre dare una soluzione positiva. – Andremo così ad esaminare insieme, se vi aggrada, brevemente e francamente, due cose: 1) se c’è veramente un inferno; 2) cos’è l’inferno. Io qui faccio unicamente appello alla vostra buona disposizione e alla vostra fede.

CAP. I

Se veramente esiste un inferno

C’è l’inferno: è la credenza di tutti i popoli, in tutti i tempi.

Ciò che tutti i popoli hanno sempre creduto, in tutti i tempi, costituisce ciò che si chiama una verità di senso comune, o meglio, di comune sentimento universale. Se qualcuno si rifiuta di ammettere una di queste grandi verità universali, non avrebbe, come si dice giustamente, il senso comune. Bisogna essere folli, in effetti, per pensare che si possa aver ragione contro tutto il mondo. Ora in tutti i tempi, dall’inizio del mondo fino ai nostri giorni, tutti i popoli hanno creduto all’inferno. Sotto un nome o un altro, in forme più o meno alterate, essi hanno ricevuto, conservato e proclamato, la credenza in castighi terribili, in castighi senza fine, in cui appare sempre il fuoco, per punire i malvagi, dopo la morte. Questo è un fatto certo, così luminosamente stabilito dai nostri grandi filosofi cristiani, tanto che è superfluo darsi la pena di provarlo. Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco, chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè. Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico. Il nome stesso dell’inferno si trova a chiare lettere. Così nel sedicesimo capitolo del libro dei Numeri, noi vediamo i tre leviti, Goré, Dathen ed Abiron che avevano blasfemato Dio, ribellandosi a Mosè: “Inghiottiti vivi nell’inferno”, ed il testo ripete: “ … e discesero vivi nell’inferno” “descenderuntque vivi in infernum”; ed il fuoco, “ignis” che il Signore ne fece uscire, divorò altr i duecentocinquanta altri ribelli”. Ora, Mosè scrive questo più di sedici secoli prima della nascita di Nostro Signore, vale a dire quasi tremila e cinquecento anni fa. Nel Deuteronomio, il Signore dice, per bocca di Mosè. “ il fuoco è stato acceso nella mia collera ed i suoi ardori penetreranno fino alle profondità dell’inferno “ardebit usque, ad inferna novissima”. Nel libro di Giobbe, egualmente scritto da Mosè, a testimonianza dei più grandi sapienti, gli empi, per cui la vita abbonda di beni, e che dicono a Dio “noi non abbiamo bisogni di Voi, non vogliamo la vostra legge; perché servirVi e pregarVi!”, questi empi cadono tutto ad un tratto nell’inferno “in puncto ad inferna descendunt”. Giobbe chiama l’inferno “la regione delle tenebre, la regione sprofondata nelle ombre della morte, la regione del dolore e delle tenebre, in cui non c’è alcun ordine, ma vi regna l’orrore eterno “sed sempiternus horror inhabitat”. Ecco già delle testimonianze più che rispettabili, e che risalgono alle origini storiche più remote. Mille anni prima dell’era cristiana, quando non c’era ancora né storia greca, né storia romana, Davide e Salomone parlano frequentemente dell’inferno come di una grande verità, talmente conosciuta e riconosciuta da tutti, per cui non c’è neppure bisogno di dimostrarlo. Nel suo libro dei Salmi, Davide tra l’altro, parlando dei peccatori, dice: “che essi siano gettati nell’inferno, “revertantur peccatores in infernum”. Che gli empi siano confusi e precipitati nell’inferno, “et deducantur in infernum”. E altrove parla dei dolori nell’inferno “dolores inferni”. Salomone non è meno formale. Ricordando i propositi degli empi che vogliono sedurre e perdere il giusto, egli dice: « Divorano ogni vivente, come fa l’inferno, “sicut infernus” ». E in questo famoso passaggio del Libro della Sapienza, dove egli descrive ammirevolmente la disperazione dei dannati, aggiunge: « ecco ciò che dicono nell’inferno, coloro che hanno peccato; perché la speranza dell’empio svanisce come il fumo portato dal vento ». In un altro dei suoi libri, l’Ecclesiastico, egli dice ancora: « la moltitudine dei peccatori è come un fardello di stoppa; ed il loro fine ultimo, è la fiamma del fuoco, “flamma ignis”; questo sono gli inferi, e le tenebre e le pene, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et paenae ». Due secoli dopo, più di ottocento anni prima di Gesù Cristo, il grande profeta Isaia diceva a sua volta “Come tu sei caduto dall’alto del cielo, o lucifero? Tu che dicevi nel tuo cuore: “io salirò fino al cielo, io sarò simile all’Altissimo” ti vedo precipitato nell’inferno, in fondo all’abisso, “ad infernum detraheris, in profundum laci”. Per questo “abisso”, per questo misterioso “stagno”, noi vedremo più avanti che bisogna intendere questa spaventosa massa liquida di fuoco che la terra avvolge e nasconde, e che la Chiesa stessa ci indica come il luogo propriamente detto dell’inferno. Salomone e Davide parlano anch’essi di un abisso bruciante. In un altro passaggio delle sue profezie, Isaia parla del fuoco, del fuoco eterno dell’inferno. “I peccatori, egli dice, sono pieni di spavento. Chi di voi potrà entrare nel fuoco che divora, nelle fiamme eterne “cum ardoribus sempiternis?” – Il Profeta Daniele, vissuto duecento anni dopo Isaia, dice, parlando della resurrezione ultima e del giudizio: « E la moltitudine di coloro che dormono nella polvere, si sveglierà, gli uni per la vita eterna, gli altri per un obbrobrio che non finirà mai ». testimonianza simile da parte di altri Profeti, fino al precursore del Messia, san Giovanni Battista, che parla anch’egli al popolo di Gerusalemme del fuoco eterno dell’inferno, come una verità da tutti conosciuta, e della quale nessuno ha mai dubitato. « Ecco il Cristo che si avvicina, esclama, Egli vaglierà il suo grano, raccoglierà il frumento (gli eletti) nei granai; quanto alla paglia (i peccatori) Egli li brucerà nel fuoco che non si spegne mai. In “igne inestinguibili” ». – L’antichità pagana, greca e latina, ci parla ugualmente dell’inferno, e dei suoi terribili castighi che non avranno mai fine. Sotto forme più o meno esatte, a seconda che i popoli si allontanavano più o meno dalle tradizioni primitive e dagli insegnamenti dei Patriarchi e dei Profeti, vi si ritrova sempre la credenza in un inferno, un inferno di fuoco e di tenebre. Tale era il Tartaro dei greci e dei latini. « Gli empi che hanno disprezzato le sante leggi, sono precipitati nel tartaro per non uscirne mai, e per soffrivi tormenti orribili ed eterni », dice Socrate, citato da Platone, suo discepolo. E Platone ancora dice: « Si deve prestar fede alle tradizioni antiche e sacre che insegnano che dopo questa vita l’anima sarà giudicata e punita severamente se non ha vissuto in modo conveniente ». Aristotele, Cicerone, Seneca, parlano di queste stesse tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Omero e Virgilio le hanno rivestite dei colori dei loro versi immortali. Chi non ha letto della discesa di Enea agli inferi, ove, sotto il nome di “Tartaro”, di Plutone, etc. noi ritroviamo le grandi verità primitive, sfigurate ma conservate dal paganesimo? I supplizi dei malvagi sono eterni; ed uno di essi ci viene ritratto come “fissato, eternamente fissato nell’inferno”. Che questa credenza sia universale, incontestabile ed incontestata, lo stesso filosofo scettico Bayle, è il primo a costatarlo, a riconoscerlo. Il suo confratello in voltairianesimo ed in empietà, l’inglese Bolingbroke lo confessa con uguale franchezza. Egli dice formalmente: « La dottrina di uno stato futuro di ricompensa e di castigo sembra perdersi nelle tenebre dell’antichità; essa precede tutto quel che sappiamo di certo. Dal momento che iniziamo a sbrogliare il caos della storia antica, noi ritroviamo questa credenza in modo solido nello spirito delle prime nazioni che noi conosciamo ». Se ne ritrovano i frammenti fin tra le informi superstizioni dei selvaggi dell’America, dell’Africa e dell’Oceania. Il paganesimo dell’India e della Persia ne conserva vestigia impressionanti, ed infine il maomettanesimo annovera l’inferno nel numero dei suoi dogmi. In seno al Cristianesimo, è superfluo dire che il dogma dell’inferno è fortemente insegnato come una delle grandi verità essenziali, che servono come base di tutto l’edificio della Religione. Finanche gli stessi protestanti che hanno distrutto tutto con la loro folle dottrina del “libero esame”, non hanno osato toccare l’inferno. Cosa strana ed inesplicabile in mezzo a tante rovine, Lutero, Calvino e gli altri hanno dovuto lasciare in piedi questa verità terrificante, che doveva pur essere a loro personalmente così inopportuna! Dunque, tutti i popoli, in tutti i tempi, hanno conosciuto l’esistenza dell’inferno. Questo dogma terribile fa parte allora di questo tesoro delle grandi verità universali, che costituiscono la luce dell’umanità. Pertanto un uomo appena sensato non può metterlo in dubbio dicendo, nella follia di un’orgogliosa ignoranza: “Non c’è l’inferno!”. In conclusione, quindi: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: l’inferno non è stato inventato, né poteva esserlo.

   Noi vediamo allora che in tutti i tempi, tutti i popoli hanno creduto nell’inferno. Questo già prova da solo che esso non è frutto di un’invenzione umana. – Supponiamo per un istante: il mondo vivente, ben tranquillo, immerso nei piaceri ed abbandonato senza timore a tutte le passioni. Un bel giorno, un uomo, un filosofo, gli viene a dire: « C’è un inferno, un luogo di eterni tormento, ove Dio vi punirà se continuate a fare il male; un inferno di fuoco nel quale brucerete senza fine, se non cambiate vita ». Figuratevi che effetto avrebbe prodotto un tale annunzio! – Inizialmente nessuno vi avrebbe creduto. « Ma cosa venite a predicarci? Avrebbero detto a questo inventore dell’inferno. Ma come vi è saltato in mente, da dove l’avete preso? Quali prove ci portate? Voi siete un sognatore, un profeta di sventura ». Non lo si sarebbe mai creduto. Nessuno lo avrebbe creduto, perché tutto, nell’uomo corrotto, si rivolta istintivamente contro l’idea dell’inferno. Così come ogni colpevole respinge, per quanto può, l’idea del castigo, allo stesso modo e centuplicato l’uomo colpevole respinge la prospettiva di questo fuoco vendicatore, eterno, che deve punire impietosamente tutte le sue colpe, anche le colpe segrete. E soprattutto in una società, come la supponiamo al momento, in cui nessuno ha mai sentito parlare dell’inferno: la rivolta dei pregiudizi, si sarebbe unita alla rivolta delle passioni. Non solo non lo avrebbero voluto credere, questo inventore di sciagure, ma lo si sarebbe cacciato con furore, lo si sarebbe lapidato, cosicché il pensiero di ricominciare non sarebbe più venuto a nessun’altro. E qualora si volesse ancor prestar fede a questa invenzione, poniamo, evocando una impossibilità ancor più evidente, che tutti i popoli si siano messi a credere all’inferno sulla parola del suddetto filosofo: qual avvenimento! E allora io mi domando: il nome dell’inventore, il secolo, il paese dove viveva, non sarebbero certamente stati consegnati alla storia? Ma, nulla di tutto questo! È stato segnalato mai qualcuno che abbia introdotto nel mondo questa dottrina terrificante, sì contraria alle passioni più radicate dello spirito umano, del cuore, dei sensi? Dunque, l’inferno non è stato inventato! Non è stato inventato, perché non poteva esserlo. L’eternità delle pene dell’inferno è un dogma che la ragione non può comprendere; essa può conoscerlo, ma non comprenderlo, perché è al di sopra della ragione. E ciò che l’uomo non comprende, come può averlo inventato? Ed è proprio perché l’inferno, l’inferno eterno, non può essere compreso dalla ragione che la ragione insorge contro di esso, non essendo rischiarata e rivelata dalle luci soprannaturali della fede. Come vedremo più in la, la ragione grida all’ingiustizia, alla barbarie, e di conseguenza all’impossibilità. – Il dogma dell’inferno è ciò che si chiama “una verità innata”, vale a dire una di quelle luci di origine divina che lotta in noi malgrado noi; che è nel fondo della nostra coscienza, incrostata nelle profondità della nostra anima come un diamante nero, che brilla di un bagliore oscuro. Nessuno lo può strappare, perché è DIO stesso che lo ha messo là. Si può coprire questo diamante con i suoi bagliori scuri, se ne può allontanare lo sguardo e dimenticarlo per un certo tempo; si può negarlo in parole; ma vi si crede malgrado tutto, e la coscienza non cessa di proclamarlo. Gli empi che si burlano dell’inferno, in fondo ne hanno una paura terribile. Coloro che dicono che per essi è dimostrato che l’inferno non c’è, mentono a se stessi e agli altri. Si tratta di una empia speranza del cuore, piuttosto che una negazione ragionata dello spirito. Nell’ultimo secolo, uno di questi insolenti scriveva a Voltaire che aveva scoperto la prova metafisica della non esistenza dell’inferno: « voi siete tra i felici, gli rispose il vecchio patriarca degli increduli; ma io non mi trovo tra essi! ». No, l’uomo non ha inventato l’inferno! Egli non lo ha inventato, non lo ha potuto inventare. Il dogma di un inferno eterno di fuoco risale a DIO stesso. Esso fa parte di questa grande rivelazione primitiva che è la base della Religione e della vita morale del genere umano. Ergo: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: Dio stesso ce ne ha rivelato l’esistenza.

I passaggi dell’Antico Testamento che ho citato più in alto, dimostrano già che il dogma dell’inferno è stato rivelato da Dio stesso ai Patriarchi, ai Profeti e all’antico Israele, in effetti non si tratta solo di testimonianze storiche: sono ancora e soprattutto delle testimonianze divine, che comandano la fede, che si impongono alla nostra coscienza, con l’autorità infallibile delle verità rivelate. Nostro Signore GESU’-CRISTO ha solennemente confermato questa temibile rivelazione; e per ben quattordici volte nel Vangelo, parla dell’inferno. Noi non riporteremo qui tutte le sue parole per non ripeterci. Non dimenticate, mio buon lettore, che è DIO stesso che qui parla, e che ha detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno … ». poco dopo la sua meravigliosa trasfigurazione sul Tabor, Nostro Signore diceva ai suoi discepolo e alle moltitudini che Lo seguivano: « Se la vostra mano (cioè ciò che di più prezioso avete) è per voi occasione di peccato, tagliatela: è meglio entrare nell’altra vita con una sola mano, che con due mani nell’inferno, nel fuoco inestinguibile. Se il vostro piede o il vostro occhio è per voi un’occasione di scandalo, tagliatelo, cavatelo, gettatelo lontano da voi: è meglio entrare nella vita eterna con un solo piede ed un solo occhio, che essere gettati con i due piedi o i due occhi nella prigione del fuoco eterno, “in gehenna ignis inextinguibilis”, ove il rimorso non cessa mai, ed il fuoco non si spegne mai “ … et ignis non estinguitur!” – Egli parla di ciò che accadrà alla fine dei tempi, e dice: « Allora il Figlio dell’uomo verrà con i suoi Angeli, ed essi separeranno coloro che avranno fatto il male per gettarli nella fornace di fuoco, “in caminum ignis” ove ci sarà pianto e stridor di denti. Chi ha orecchie per intendere, intenda ». Quando il Figlio di Dio predice l’ultimo giudizio, nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di San Matteo, ci fa conoscere in anticipo i propri termini della sentenza che pronuncerà contro i riprovati: « Ritiratevi da me, maledetti, al fuoco eterno “discedite a me, maledicti, in ignem aeternum ». Io vi chiedo: ci può essere nulla di più chiaro? Gli Apostoli, incaricati dal Salvatore di sviluppare la sua dottrina e di completare le sue rivelazioni, ci parlano dell’inferno e delle sue fiamme eterne in modo non meno esplicito. Per non citare che alcune delle loro parole, ricorderemo San Paolo che dice ai cristiani di Tessalonica, predicando loro i giudizi eterni, « … che il Figlio di DIO si vendicherà nella fiamma del fuoco, “in flamma ignis”, degli empi che non hanno voluto riconoscere DIO e che non obbediscono al Vangelo di Nostro Signore GESU’-CRISTO; essi avranno da soffrire delle pene eterne nella morte, lontano dalla faccia del Signore, “paenas dabunt in interitu aeternas” ». – L’Apostolo San Pietro dice che i malvagi subiranno il medesimo castigo degli angeli cattivi, che il Signore ha precipitato nelle profondità dell’inferno, nel supplizio del tartaro, « rudentibus inferni detractos in Tartarum tradidit cruciandos ». Egli li chiama « figli di maledizione, “maledictionis filii”, ai quali sono riservati agli orrori delle tenebre ». San Giovanni ci parla ugualmente dell’inferno e dei suoi fuochi eterni. Riguardo all’anticristo e del suo falso profeta, egli dice: « Essi saranno gettati viventi nell’abisso ardente di fuoco e zolfo, “in stagnum ignis ardensis sulphure”, per esservi tormentati notte e giorno nei secoli dei secoli, “cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum” ». infine l’Apostolo San Giuda ci parla a sua volta dell’inferno, mostrandoci i demoni ed i riprovati « incatenati per l’eternità nelle tenebre, subenti le pene del fuoco eterno, “ignis aeterni paenam sustinentes” ». – Ed in tutto il corso delle loro epistole ispirate, gli Apostoli ritornano incessantemente sul timore dei giudizi di DIO e sui castighi eterni che attendono i peccatori impenitenti. Dopo gli insegnamenti così chiari, come meravigliarsi che la Chiesa ci presenti l’eternità delle pene e del fuoco dell’inferno come un dogma di fede propriamente detto? In tal modo, che colui che vorrebbe negarlo o solo dubitarne, sarebbe quantomeno un eretico. Dunque l’esistenza dell’inferno è un articolo di fede cattolica e ne siamo tanto sicuri, come per l’esistenza di DIO. – Dunque, un inferno c’è! Riassumendo: la testimonianza dell’intero genere umano e delle tradizioni più antiche; la testimonianza della natura umana, della retta ragione, del cuore e della coscienza, e soprattutto la testimonianza dell’insegnamento infallibile di DIO stesso e della sia Chiesa, si uniscono per attestarci, con assoluta certezza, che c’è un inferno di fuoco e tenebre, un inferno eterno per il castigo degli empi e dei peccatori impenitenti. Io vi domando, caro lettore, si può mai stabilire una verità più perentoria?

Se veramente c’è l’inferno, come mai nessuno ne è tornato?

L’inferno esiste essenzialmente per punire i riprovati, e non per lasciarli tornare sulla terra. Quando uno si trova là, ivi resterà. Voi dite che non si ritorna? Questo è vero nell’ordine abituale della Provvidenza. Ma è proprio certo che nessuno sia mai tornato dall’inferno? Siete sicuri che in vista della misericordia e della giustizia, DIO non abbia permesso mai ad un dannato, di riapparire sulla terra? Nella santa Scrittura e nella storia, si fa prova del contrario; e, benché sia divenuta una superstizione, la credenza quasi generale a ciò che si chiamano “i fantasmi”, sarebbe inesplicabile se non provenisse da un fondo di verità. Lasciatevi qui riportare qualche avvenimento la cui autenticità sembra evidente e che proverebbe l’esistenza dell’inferno, per mezzo di spaventose testimonianze di quelli stessi che vi si trovavano.

Il dottore Raimond Diocré

      Nella vita di San Bruno, fondatore dei monaci certosini, si trova un avvenimento sconvolgente, avvenuto alla presenza di migliaia di testimoni, ed esaminato in tutti i particolari dai dottissimi Bollandisti, che presenta pertanto alla critica più seria, tutti i caratteri storici dell’autenticità; un fatto accaduto a Parigi, in pieno giorno, alla presenza di migliaia di testimoni, i cui dettagli sono stati raccolti dai testimoni, e che ha dato vita infine ad un grande ordine religioso. – Moriva, nell’anno 1082, un grande professore dell’università di Parigi, di nome Raymond Diocrès, che godeva dell’ammirazione universale, compianto da tutti i suoi allievi. Uno dei più sapienti dottori del tempo, conosciuto in tutta l’Europa per la sua scienza, i suoi talenti e le sue virtù, chiamato Bruno, si trovava in quel tempo a Parigi con quattro colleghi, e decise di assistere diversamente alle esequie dell’illustre scomparso. Si era disposto il corpo nella grande sala della cancelleria vicino alla Chiesa di Nostre-Dame, ed una immensa folla circondava il catafalco, ove, secondo l’uso dei tempi, il morto veniva esposto, coperto da un semplice velo. Nel momento in cui si cominciò a leggere una delle letture dell’Ufficio dei morti che comincia così: « Rispondimi. Quanto grandi e numerose sono le tue iniquità … », una voce sepolcrale uscì da sotto il velo funebre, e tutti gli astanti udirono queste parole. « Per un giusto giudizio di Dio, sono stato accusato ». Ci si precipitò allora a togliere il drappo mortuario: il povero morto era là immobile, glaciale, perfettamente “morto”. La cerimonia, interrotta per un istante, riprese subito; tutti gli astanti erano nello stupore e pieni di paura. Si riprende dunque l’Ufficio, si arriva nuovamente alla lettura suddetta «Rispondimi»! Questa volta, visto da tutti, il morto si solleva, e con voce più forte, ancora più accentuata, dice: « Per un giusto giudizio di DIO, sono stato giudicato », e ricade all’indietro disteso. Il terrore negli astanti è al colmo! Alcuni medici possono costatarne di nuovo la morte: il cadavere è freddo, rigido. Non si ha il coraggio di continuare, e l’Ufficio viene rimandato all’indomani. Le autorità ecclesiastiche, non sanno come comportarsi. Gli uni dicono. «È un dannato; è indegno delle preghiere della Chiesa». Altri dicono: «No, tutto questo è senza dubbio molto terrificante, ma infine, tutti noi non saremo dapprima accusati, e poi giudicati con un retto giudizio di DIO? ». il Vescovo è pure di questo avviso, e l’indomani, il servizio funebre ricomincia alla stessa ora. Bruno ed i suoi compagni sono là come il giorno prima. Tutta l’Università, tutta Parigi è accorsa a Notre-Dame. – L’Ufficio dunque ricomincia. Alla stessa lettura: « Rispondimi! … », il corpo del dottor Raymond si erge seduto e, con un accento indescrivibile, che lascia di ghiaccio tutti gli astanti, esclama: « Con un retto giudizio di DIO sono stato condannato» , e ricade immobile. Questa volta non ci sono più dubbi, il terribile prodigio costatato fino all’evidenza estrema, non è più discutibile. Per ordine del Vescovo e del Capitolo, si spoglia seduta stante il cadavere delle sue insegne e delle sue dignità, e lo si manda alla volta di Montfaucon. – All’uscire dalla grande sala della cancelleria, Bruno, che all’epoca aveva circa quarantacinque anni, decide irrevocabilmente di lasciare il mondo, ed si mette alla ricerca, insieme ai suoi compagni, nella solitudine della grande certosa, nei pressi di Grenoble, di un ritiro ove giungere più sicuramente alla salvezza, e prepararsi così, lontano dagli agi, ai giusti giudizi di DIO. Ecco quindi un riprovato che ritorna dall’inferno non per uscirne, ma per esserne il più inconfutabile dei testimoni.

Il giovane religioso di San Antonino

 Il sapiente Arcivescovo di Firenze, san Antonino, riporta nei suoi scritti un fatto non meno terribile che, verso la metà del quindicesimo secolo, aveva spaventato tutto il nord dell’Italia. Un giovane di buona famiglia che a sedici o diciassette anni ebbe la disgrazia di nascondere un peccato mortale in confessione e di comunicarsi in questo stato, aveva rimandato di settimana in settimana, di mese in mese, la confessione così penosa dei suoi sacrilegi, continuando, del resto le sue confessioni e le sue comunioni, per un miserabile rispetto umano. Tormentato dal rimorso, cercava di stordirsi facendo grandi penitenze, e tanto bene che passava per un santo. Non resistendo, entrò in un monastero. « Là, almeno, si diceva, io dirò tutto, ed espierò seriamente i miei spaventosi peccati ». – Fu accolto così, per sua sventura, come un piccolo santo dai superiori che lo conoscevano per la reputazione, ma la sua onta riprese ancora il sopravvento. Egli rimandò la sua confessione a più tardi, raddoppiò le sue penitenze, e così in questo deplorevole stato passarono un anno, due anni, tre anni, ed egli non osava mai rivelare il peso terribile e vergognoso che lo opprimeva. Infine una malattia mortale sembrò facilitarne la soluzione. Per questo motivo, si disse, io vado a confessare tutto. Vado a fare una confessione generale prima di morire. Ma per l’amor proprio, dominando sempre il pentimento, egli ingarbugliò cosi bene la confessione dei suoi peccati, che il confessore non poté comprendere nulla. Egli aveva un vago desiderio di ritornarvi sopra l’indomani; ma sopravvenne un accesso febbrile, e l’infelice così morì. Nella comunità, ove si ignorava la mostruosa realtà, si diceva: « Se non va in cielo costui, che di noi potrà mai entrarvi? ». e si facevano toccare alle sue mani delle croci, dei rosari, delle medaglie. Il corpo fu trasportato con una sorta di venerazione nella chiesa del monastero, e vi restò esposto nel coro fino all’indomani mattino quando si celebrarono i funerali. Qualche istante prima dell’ora fissata per la cerimonia, uno dei frati, inviato a suonare le campane, scorse tutto ad un colpo davanti a lui, vicino all’altare, il defunto circondato da catene che sembravano rosse di fuoco, ed una certa incandescenza appariva in tutta la sua persona. Spaventato, il povero frate era caduto in ginocchio, con gli occhi fissi sulla orribile apparizione. Allora il dannato gli disse: « Non pregate per me. Io sono nell’inferno per l’eternità », e raccontò la storia lamentevole della sua cattiva onta e dei suoi sacrilegi, dopo di ché sparì lasciando nella chiesa un odore ripugnante che si sparse in tutto il monastero, come per attestare la veridicità di tutto quanto il frate vedeva e intendeva. Subito avvertiti, i superiori fecero portar via il cadavere, giudicandolo indegno della sepoltura ecclesiastica.

La cortigiana di Napoli

San Francesco Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù all’inizio del diciottesimo secolo, era stato incaricato di dirigere le missioni nel reame di Napoli. Un giorno, mentre predica in una piazza di Napoli, alcune donne di vita cattiva, tra cui una di essa, chiamata Caterina, lì riunite, si sforzano nel disturbare il sermone con i loro canti e le loro sguaiate esclamazioni, per indurre il padre a ritirarsi; ma egli nondimeno continua il suo discorso, senza che sembri accorgersi delle loro insolenze. Qualche tempo dopo, egli torna a predicare nella stessa piazza. Vedendo la porta di Caterina chiusa e tutta la casa, ordinariamente così chiassosa, in un profondo silenzio: « “Ebbene! – dice il santo – cosa è successo a Caterina?” – “Ma come Padre, non lo sa? Ieri sera la disgraziata è morta, senza poter pronunziare una parola”. “Caterina morta? – riprende il Santo – e morta all’improvviso? Entriamo e vediamo” ». Si apre la porta, il Santo sale le scale ed entra, seguito dalla folla, nella stanza ove il cadavere giace a terra, su di un drappo, con quattro ceri, secondo l’uso del paese. Egli la guarda per un po’ di tempo con occhi spaventati; poi con voce solenne le dice: «Caterina, adesso dove vi trovate»? Il cadavere resta muto. Il Santo riprende: «Caterina, ditemi, dove siete adesso? Io vi ordino di dirmi: adesso dove vi trovate »? Allora con grande meraviglia di tutti, gli occhi del cadavere si aprono, le sue labbra si agitano convulsivamente, ed una voce cavernosa e profonda ecco risponde. « Nell’inferno! Io sono nell’inferno! ». A queste parole la folla degli astanti scappa spaventata ed il Santo ridiscende con essi ripetendo: « Nell’inferno! O DIO, è terribile! Nell’inferno! O DIO, è terribile! Avete sentito? Nell’inferno! ». L’impressione di questo prodigio fu così vivo, che un buon numero di coloro che ne furono testimoni, non osarono rientrare a casa loro senza essersi prima confessati.

L’amico del conte Orloff

Nel nostro secolo, tre fatti dello stesso genere, uno più autentico dell’altro, sono pervenuti a mia conoscenza. Il primo si è verificato quasi nella mia famiglia, in Russia, a Mosca, poco tempo prima della orribile campagna del 1812. Mio nonno materno, il conte Rostopchine, governatore militare di Mosca, era fortemente legato al generale conte Orloff, celebre per la sue prodezze, prode ancorché empio. Un giorno, dopo un’abbondante e raffinata cena, innaffiata da copiose libagioni, il conte Orloff e uno dei suoi amici, il generale V. , voltairiano come lui, si erano messi a burlarsi offensivamente della religione e soprattutto dell’inferno. « “E se per caso, dice Orloff, se per caso c’è qualche cosa dall’altro lato della cortina?” … – “Ebbene, risponde il generale V., il primo di noi due che vi andrà, tornerà ad avvertire l’altro. Ne convenite, siete d’accordo?” – “Idea eccellente!” », risponde il conte Orloff, ed entrambi, benché mezzo alticci, diedero seriamente la loro parola d’onore per non mancare al loro impegno. Qualche settimana più tardi, scoppiò una delle grandi guerre che Napoleone aveva il dono di saper suscitare all’epoca; l’armata russa entra in campagna di guerra, ed il generale V. ebbe l’ordine di partire immediatamente per prendere un importante comando. Egli aveva lasciato Mosca da due o tre settimane, quando un mattino, di buon’ora, mentre mio nonno faceva toilette, la porta della sua camera si apre bruscamente. È il conte Orloff, in giacca da camera, in pantofole, coi i capelli arruffati, gli occhi stralunati, pallido come un morto. « Cosa c’è! Orloff siete voi? A quest’ora? E così conciato, cosa c’è dunque, cosa è successo? ». – « Mio caro, riprende Orloff. Credo di essere diventato matto! Ho appena visto il generale V. » – Il generale V.? “Ah, dunque è già ritornato? – “Eh no! Riprende Orloff, sprofondando su un divano e prendendosi la testa tra le mani – No! Non è tornato! Ed è per questo che sono terrorizzato!” » Mio nonno non riesce a capire, e cerca di calmarlo.               « Raccontatemi dunque quel che vi è successo e tutto quello che volete dirmi ». Allora, cercando di dominare la sua emozione, il conte Orloff racconta quanto segue. « Mio caro Rostpchine, già da qualche tempo, V. ed io, ci siamo giurati reciprocamente che il primo tra di noi che fosse morto, venisse a dire all’altro se dall’altra parte della cortina ci sia qualcosa. Ora questa mattina, da neanche mezz’ora, io ero tranquillamente a letto, sveglio da tempo, non pensando affatto al mio amico, quando tutto ad un tratto le due tende del mio letto si sono bruscamente aperte ed io ho visto, a due passi da me, il generale V., in piedi, pallido, con la mano destra sul suo petto che mi ha detto: « C’è l’inferno, ed io vi sono dentro! » ed è sparito. E così sono venuto a cercarvi. La mia testa scoppia! Che cosa strana! Io non so cosa pensare!”. Mio nonno cerca di calmarlo come può, anche se non è cosa facile. Egli parla di allucinazioni, di incubi, … forse dormiva … son cose straordinarie, inspiegabili, ed altre banalità di questo genere, che consolano gli spiriti forti. Poi fa preparare i suoi cavalli per riportare il conte Orloff al suo hotel. Dieci o dodici ore dopo questo strano incidente, un corriere dell’armata porta a mio nonno, tra le altre notizie, quella della morte del generale V. . La mattina del giorno stesso in cui il generale Orloff lo aveva visto e sentito, alla stessa ora in cui era apparso a Mosca, lo sfortunato generale, uscito per verificare la posizione del nemico, venne colpito al petto da un proiettile cadendo morto stecchito! « L’inferno c’è, l’inferno c’è, ed io ci sto dentro »! Ecco le parole di qualcuno che « ne è tornato! ».

La Dama dal braccialetto dorato.

Nel 1859, io raccontavo appunto questo avvenimento ad un prete molto distinto, il Superiore di una importate comunità. “È terribile, mi dice, ma questo non mi stupisce in modo straordinario. Fatti di questo genere sono molto meno rari di quel che si possa pensare. Il fatto è che generalmente si tende più o meno a mantenere il segreto, sia per l’onore del “ritornato”, sia per l’onore della sua famiglia. Da parte mia posso riferire quel che io ho saputo da fonte certa, circa due o tre anni orsono, da una parente stretta di una persona alla quale è successa una cosa simile. In questo momento che vi parlo (Natale del 1859), questa dama ancora vive, ed ha poco più di quarant’anni. « Ella era a Londra, nell’inverno tra il 1847 ed il 1848, era vedova, fortemente mondana, molto ricca e di bell’aspetto. Tra i più eleganti frequentatori del suo salone, c’era un giovane lord, le cui assiduità la compromettevano singolarmente e la cui condotta libertina di conseguenza non era meno edificante. « Una sera, o piuttosto una notte (poiché era oltre mezzanotte), ella leggeva un romanzo, cercando di conciliare il sonno. Al battere del pendolo, essa spense la sua bugia. Ma nell’addormentarsi, con suo grande stupore, vide che un tenue bagliore sembrava giungere dalla porta del salone, spandendosi a poco a poco nella sua camera, aumentando sempre più di intensità. Stupefatta aprì bene gli occhi, non sapendo cosa questo potesse significare. Essa cominciò a spaventarsi, quando vide aprirsi lentamente la porta del salone ed entrare nella sua camera il giovane lord, complice delle sue disordinate avventure. Prima che elle potesse dire una parola, egli le fu vicino e stringendole il polso sinistro, con voce stridente, le disse in inglese: « C’è l’inferno! » Il dolore che ella sentì al braccio fu tale che perse conoscenza. « Quando riprese i sensi, circa una mezz’ora dopo, suonò alla sua donna da camera. Questa entrando sentì un forte odore di bruciato; avvicinandosi alla sua padrona, che appena poteva balbettare, constatò al polso una bruciatura così profonda che perfino l’osso era scoperto e la carne quasi tutta consumata; questa bruciatura aveva la larghezza di una mano d’uomo. In più ella notò che dalla porta del salone fino al letto, e dal letto alla stessa porta, il tappeto portava l’impronta del passo di un uomo che aveva bruciato la trama da parte a parte. Per ordine della sua padrona, aprì la porta del salone: non c’erano altre tracce sul tappeto. « Il giorno dopo la sciagurata dama, apprese, con terrore facile da immaginare, che la notte stessa, verso l’una del mattino, il suo lord era stato trovato ubriaco fradicio sotto la tavola, che i suoi servi lo avevano riportato nella sua camera e che era così spirato tra le loro braccia. « Io ignoro, aggiunge il superiore, se questa terribile lezione abbia convertito l’infortunata; ma ciò che so è che ella ancora vive; solo, per nascondere agli sguardi le tracce della sua sinistra bruciatura, porta al polso sinistro, a guisa di braccialetto, una larga benda dorata che non toglie mai, né di giorno né di notte. – « Lo ripeto, ho appreso tutti questi dettagli da un suo parente prossimo, serio cristiano, sulla cui parola io ripongo la massima fiducia. Nella stessa famiglia non se ne parla però mai, ed io stesso che ve lo confido, tengo tutto per me. » Malgrado il velo con il quale è stata circondata questa apparizione, mi sembra impossibile metterne in dubbio la terribile autenticità. E certamente non si avrebbe bisogno della dama dal braccialetto d’oro per provare che esiste l’inferno.

La “bella donna” di Roma

Nell’anno 1873, qualche giorno prima dell’Assunzione, ebbe luogo a Roma una di queste terribili apparizioni dall’oltretomba, che corroborano così efficacemente la verità dell’inferno. – In una di queste case malfamate che l’invasione sacrilega del territorio temporale del Papa ha fatto aprire a Roma in tanti luoghi, una disgraziata ragazza, feritasi ad una mano, deve essere trasportata all’ospedale della Consolazione. O a causa del suo sangue infetto, o per inattese complicazioni, essa muore repentinamente durante la notte. – Nello stesso istante, una delle compagne, che ignora completamente ciò che sta succedendo in ospedale, si mette a gridare disperatamente, al punto da svegliare gli abitanti del quartiere e mettere in subbuglio tutte le miserabili creature di questa casa, provocando addirittura l’intervento della polizia. La morta dell’ospedale le era apparsa circondata da fiamme e le aveva detto: « io sono dannata, e se tu non vuoi finire come me, esci da questo luogo infame, e torna a DIO che hai abbandonato. » Niente può calmare la disperazione ed il terrore di questa giovane che si lamenta fin dall’alba del giorno, lasciando tutta la casa piombare nello stupore, dal momento che si è risaputo della morte della sventurata in ospedale. – Da questo episodio, la “maîtresse” del luogo, una garibaldina esaltata, e conosciuta per tale dai suoi fratelli ed amici, si ammala. Fa così subito domandare del curato della vicina chiesa, San Giuliano dei Banchi. Prima di recarsi in una tale abitazione, il venerabile prete consulta l’autorità ecclesiastica, la quale affida questo compito ad un degno prelato, Mons. Sirolli, curato della parrocchia di San Salvatore in Lauro. Costui, munito di speciali istruzioni, si presenta e per prima cosa pretende dalla malata, alla presenza di numerosi testimoni, di ritrattare gli scandali della sua vita, le blasfemie contro l’autorità del Sovrano Pontefice, e tutto il male che aveva fatto al prossimo. La disgraziata lo fa senza esitazioni, si confessa e riceve il Santo Viatico con gran professione di pentimento e di umiltà. Sentendo che la morte si approssima, supplica nelle lacrime il buon curato di non abbandonarla, spaventata com’è da tutto ciò che è accaduto in quei giorni. Approssimandosi la notte, mons. Sirolli, diviso dall’incertezza di restare, per un atto di carità, al capezzale della morente, o di andar via per non passare la notte in tale luogo, fa richiesta alla polizia di due agenti, che vengono, chiudono la casa e passano tutta il tempo fino all’ultimo respiro dell’agonizzante. Tutta Roma conobbe ben presto tutti i dettagli di questo tragico avvenimento. Come sempre gli empi ed i libertini si presero beffe, guardandosi bene dal trarne insegnamento, i buoni ne profittarono per diventare migliori ed ancora più fedeli ai loro doveri. – Davanti a questi fatti, il cui elenco potrebbe essere molto più lungo, io chiedo al lettore di buona fede se sia ragionevole ripetere, con la folla degli stolti, la famosa frase stereotipata: « se veramente esiste un inferno, com’è che non ne è mai tornato nessuno? » – Ma quando anche, a torto o a ragione non si vorrebbero ammettere i fatti, per altro veritieri, che io ho riportato, la certezza assoluta dell’inferno non sarebbe meno incrollabile. In effetti la nostra fede nell’inferno non riposa su questi fatti prodigiosi, che non sono di fede, ma sulle ragioni di buon senso che noi sempre esponiamo e soprattutto, sulla testimonianza divina, infallibile di Gesù Cristo, dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, così come sull’insegnamento formale, invariabile, inviolabile della Chiesa Cattolica. I prodigi possono corroborare la nostra fede e ravvivarla, ecco perché ci siamo sentiti in dovere di citarne qui qualcuno, capaci come sono oltretutto di chiudere la bocca a coloro che osano affermare: «l’inferno non c’è», e di confermare nella fede quelli che sarebbero tentati di chiedersi; «ma c’è un inferno? », ed infine di consolare ed illuminare ancor più tutti i buoni fedeli che dicono con la Chiesa: « l’inferno certamente c’è! ».

 

Perché tanta gente si sforza di negare l’esistenza dell’inferno.

   Innanzitutto, la maggior parte di questi vi sono troppo direttamente interessati. I ladri, potendo, distruggerebbero la gendarmeria; allo stesso modo, se tutte le persone che “accusano il colpo”, sono sempre disposte a fare il possibile e l’impossibile per persuadersi che l’inferno non esiste, soprattutto un inferno di fuoco, essi sentono, che se ce n’è uno, questo è per loro stessi. – Essi fanno come i vigliacchi, che cantano a squarciagola nella notte oscura al fine di stordirsi e non sentite troppo la paura che li attanaglia. – Per darsi ancora più coraggio, essi cercano di persuadere gli altri che l’inferno non esiste; essi lo descrivono nei loro libri più o meno scientifici e filosofici; essi lo ripetono in alto ed in basso, in tutti i toni, confortandosi gli uni gli altri, e grazie a questo concerto chiassoso, finiscono per credere che nessuno più vi creda, e di conseguenza abbiano il diritto di non crederci nemmeno essi. Tali furono, nell’ultimo secolo, quasi tutti i capi dell’incredulità voltairiana. Essi avevano stabilito come A più B che non ci fosse DIO, né Paradiso, né inferno; essi erano sicuri del fatto loro. E nonostante che la storia sia la, a dimostrare che tutti, gli uni dopo l’altro, in preda ad un orribile panico al momento della morte, abbiano ritrattato, si siano confessati, chiedendo perdono a DIO e agli uomini. Uno di essi, Diderot, scriveva dopo la morte di Alambert: « se non fossi stato colà, egli avrebbe fatto il “tuffo” come tutti gli altri! ». E anche per lui, poco è mancato, che abbia chiesto un prete. Tutti sanno come Voltaire, sul letto di morte avesse due o tre volte insistito perché gli si andasse a cercare il curato di San Sulpizio; i suoi accoliti lo circondarono però così bene che il prete non poté giungere fino al moribondo, che così spirò in un eccesso di rabbia e disperazione. È visibile ancora a Parigi la camera ove accadde questa tragica scena. – Coloro che gridano più forte contro l’inferno, ci credono spesso più di noi altri. Al momento della morte, però, la maschera cade e si vede cosa c’era sotto. Non ascoltiamo pertanto i ragionamenti troppo interessati che detta loro la paura. – In secondo luogo, è la corruzione del cuore che fa negare loro l’esistenza dell’inferno. Quando non si vuole lasciare la vita cattiva che si conduce, si è automaticamente sempre portati a dire, se non a credere, che esso non esiste. Ecco un uomo, di cui il cuore, l’immaginazione, i sensi, le abitudini quotidiane sono impegnati, assorbiti da un amore colpevole. Egli ne è completamente immerso; sacrifica tutto: andategli dunque a parlare dell’inferno! Parlereste ad un sordo. E se talvolta attraverso le crisi della passione, la voce della coscienza e della fede si fa sentire, ben presto egli impone il silenzio, non volendo più ascoltare la verità né dentro né fuori. Tentate di parlare dell’inferno a questi giovani libertini che popolano la maggior parte dei nostri licei, dei nostri negozi, delle nostre officine, delle nostre caserme: essi vi risponderebbero con dei fremiti di collera e accanimenti diabolici, più potenti per essi che non gli argomenti della fede e del buon senso. Essi “non vogliono” che esista l’inferno. Io poco tempo fa ne ho visto uno dal quale mi aveva condotto un barlume di fede. Io lo esortavo, come meglio potevo, a non disonorarsi come faceva, a vivere da cristiano, da uomo e non come una bestia. « Tutto è molto bello e buono, mi rispondeva, e forse è anche vero; ma ciò che io so è che quando questo mi prende, io divento furioso come un pazzo; non capisco più niente, non vedo più niente, e non c’è Dio né inferno che tenga. Se esiste l’inferno, bene, io ci andrò, questo mi è indifferente ». Poi non l’ho più rivisto. E gli avari, gli usurai? E i ladri? Quanti argomenti irresistibili essi trovano per controbattere l’esistenza dell’inferno! Rendere ciò che hanno preso! Mollare il loro oro, i loro scudi! Piuttosto mille morti, piuttosto l’inferno, se è vero che ce n’è uno! – mi diceva un vecchio usuraio normanno, usuraio a settimana, che anche davanti alla morte, non poteva decidersi a lasciare il malloppo. Egli aveva acconsentito, non si sa come, a restituire tali e grosse somme; ma doveva ancora restituire solo otto franchi e cinquanta centesimi: mai il curato poté ottenerle. Il disgraziato morì senza sacramenti. Per il suo cuore di avaro, la misera somma di otto franchi e cinquanta centesimi sarebbero stati sufficienti per sfuggire all’inferno. – Così è per tutte le violente passioni: l’odio, la vendetta, l’ambizione, certe esaltazioni dell’orgoglio. Essi non vogliono sentir parlare dell’inferno. Per negarne l’esistenza, mettono in gioco tutto e più niente conta per loro. Tutta questa gente, quando viene messa con le spalle al muro, magari mediante qualche buona ragione che abbiamo esposto in precedenza, si getta sui morti, sperando così di sfuggire ai viventi. Essi immaginano e dicono che crederebbero all’inferno se qualche morto resuscitasse davanti a loro, ed affermasse che esiste veramente. Pure illusioni, che Nostro Signore Gesù Cristo si è dato Egli stesso la pena di confutare, come andremo a vedere.

Si crederebbe senz’altro di più all’inferno se i morti ritornassero più spesso!

 Un giorno, Nostro Signore, passava per Gerusalemme, non lontano da una casa di cui ancora oggi si vedono le fondamenta, e che era appartenuta ad un giovane fariseo, molto ricco, chiamato Nicenzo. Costui era morto da un po’ di tempo. Senza nominarlo, Nostro Signore prese occasione da quel che era accaduto per istruire i suoi discepoli e la moltitudine di gente che Lo seguiva. « C’era, Egli dice, un uomo che era ricco, vestito di porpora e di lino, e che ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla sua porta giaceva un povero mendicante, chiamato Lazzaro, coperto di piaghe, che avrebbe ben volentieri voluto saziarsi con le briciole cadute dalla tavola del ricco, ma nessuno gliene dava. «Ora giunse il giorno che il povero morì; egli fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo (cioè il Paradiso). Il ricco, morì a sua volta; e fu cacciato all’inferno. E là, in mezzo ai suoi tormenti, avendo alzato gli occhi, scorse da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno. Egli allora si mise a gridare e a dire: « Abramo, padre mio, abbiate pietà di me, e mandatemi Lazzaro che bagni l’estremità del dito nell’acqua perché mi rinfreschi un poco la lingua, poiché io soffro crudelmente in queste fiamme ». Figlio mio, gli rispose Abramo, ricordati che durante la vita hai avuto la tua parte di godimenti, e Lazzaro, di sofferenze. Ora egli è consolato, mentre tu soffri. Almeno, replicò l’altro, vi prego, nella casa di mio padre, io ho cinque fratelli; egli dirà loro che qui si soffre, affinché non sprofondino anch’essi, come me, in questo luogo di tormenti ». « E Abramo gli rispose: Essi hanno Mosè ed i Profeti, che li ascoltino. – No, padre mio, replicò il dannato, questo non è sufficiente. Ma se essi vedranno qualcuno tra i morti, allora essi faranno penitenza. E Abramo gli disse: “se essi non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure alle parole di un uomo tornato dai morti ». Quella parola grave del Figlio di DIO è la risposta anticipata a tutte le illusioni di persone che, per credere all’inferno e per convertirsi, chiedono resurrezioni e miracoli. Anche se abbondassero intorno ad essi miracoli di qualsiasi natura, comunque non crederebbero. Testimoni i giudei che, alla vista di tutti i miracoli del Salvatore, ed in particolare della resurrezione di Lazzaro a Betania, non trassero altra conclusione, se non questa qui: « Che fare? Ecco tutto il mondo Gli va dietro. Uccidiamolo ». e più tardi, davanti ai quotidiani miracoli pubblici, assolutamente incontestabili di San Pietro e degli altri Apostoli, essi ancora dissero: « Questi uomini fanno dei miracoli e noi non possiamo negarlo. Facciamoli arrestare e proibiamo loro di predicare ancora nel nome di GESU’». – Ecco cosa producono di solito i miracoli e la resurrezione dai morti nelle persone il cui spirito e cuore è corrotto. E quante volte questo si è ripetuto come nella confessione sconvolgente sfuggita a Diderot, uno degli empi più sfrontati dell’ultimo secolo. « Diceva un giorno: se tutta Parigi mi dicesse di aver visto un morto resuscitato, io preferirei credere certamente che tutta Parigi sia diventata folle, piuttosto che ammettere un miracolo ». Io lo so, anche tra i più malvagi, ci può essere una forza residua, ma in fondo le tendenze sono le stesse, c’è il partito preso, ed anche davanti all’evidenza, se un po’ di buon senso residuo impedisce di dire assurdità, c’è una chiusura di indifferenza. Sapete cosa fare per non temere di aver paura dell’inferno? Bisogna vivere in modo tale che non se ne abbia timore. Vedete i veri cristiani, i cristiani casti, coscienziosi, fedeli a tutti i loro doveri: ad essi verrebbe mai in mente di dubitare dell’inferno? I dubbi vengono dal cuore, ben più che dall’intelligenza e, salvo rare eccezioni, dovute all’orgoglio dell’ignoranza, l’uomo che conduce una vita appena corretta, non prova il medesimo bisogno di blaterare contro l’esistenza dell’inferno.

 

 

 

S. IRENEO

S. IRENEO VESCOVO E MARTIRE

[Da: I SANTI PER OGNI GIORNO DELL’ANNO-Alba-Roma, 1933] 

28 GIUGNO.

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Il nome di S. Ireneo si lega colla schiera numerosa di quegli eroi che col glorioso martirio illustrarono la Chiesa di Lione. -Nato Ireneo l’anno 121 nelle vicinanze di Smirne, ebbe per primo precettore l’illustre vescovo di quella città S. Policarpo. Fu da questo insigne maestro che egli succhiò lo spirito apostolico ed apprese quella scienza che lo rese uno dei più belli ornamenti della Chiesa in quei tempi di lotta e di sangue. Ancora giovane, erudito in ogni scienza e dotato di meravigliosa facondia diede un primo assalto alle vituperose dottrine degli Gnostici e Valentiniani che avevano infarcito la dottrina di Cristo colle favole del paganesimo. Ma il desiderio di approfondirsi negli studi, lo spinse a Roma dove, assisi sulle cattedre, insegnavano i più celebri maestri del suo tempo. Di ingegno acuto, sagace memoria, e di profonda speculazione, fu tale il progresso che egli fece in quelle scuole che al fine dei corsi poteva ormai gareggiare con i suoi precettori. – Recatosi Ireneo nelle Gallie fissò la sua dimora a Lione dove sedeva Vescovo S. Potino. Questi conosciuto i talenti e le virtù eminenti del giovane lo promosse agli ordini sacri e al Sacerdozio. – Da quell’istante lo zelo del novello Levita non ebbe più misura. La sua parola trascinava, penetrava i cuori; la sua eloquenza conquideva; cadevano gli idoli e i delubri e la luce della verità irradiava le menti degli idolatri che a schiere chiedevano il S. Battesimo. – All’opera della predicazione quest’insigne dotto della Chiesa accoppiò numerosissimi scritti, fonti inesauribili di dottrina e di sapienza. Scritti che al dire di S. Girolamo, erano una barriera insormontabile dinanzi alla quale venivano ad infrangersi gli sforzi ed i sofismi dei nemici di Cristo della sua mistica sposa, la Chiesa. – Alcuni di essi andarono perduti, ma molti altri si conservano tra i quali i cinque libri contro gli eresiarchi, che sono una delle più belle ed intransigenti difese della Dottrina Cristiana. A questo lavoro di studio egli seppe pure accoppiare una profonda pietà dando i più ammirabili esempi di virtù. – Cinto colla corona del martirio il santo Vescovo Potino, il popolo Lionese unanime elesse alla sede Vescovile S. Ireneo, il quale dovendosi recare a Roma per la consacrazione portò al Papa S. Eleuterio una lettera ridondante del più sacro attaccamento al Vicario di Gesù Cristo, ritornando alla sua sede confortato dalla benedizione del Sommo Pastore. – Conscio della nuova missione che il Signore gli aveva affidato, non si diede più un istante di riposo. Predicò con la parola e con l’esempio, con la potenza dei miracoli, tutto a fine di condurre anime a Colui che tanto amava. – Essendo sorta in quel tempo la questione circa la celebrazione della Pasqua, il Papa Vittore minacciava della scomunica i Vescovi dell’Asia che su questo punto quasi tutti dissentivano dai loro fratelli nell’Episcopato. – S. Ireneo amante della pace vi intervenne colla sua autorità e mise nuovamente la concordia. Dopo queste ed altre numerose fatiche, dopo glorificato il nome di Dio e dilatato il suo regno, sigillò sotto Settimio Severo, col sangue quella fede che aveva predicato e per la quale aveva tanto sofferto. Benedetto XV ne estese la festa a tutta la Chiesa cingendolo coll’aureola del dottorato.

FRUTTO. — Impariamo da S. Ireneo l’attaccamento al Papa  (il “vero” Vicario di CRISTO, da non confondere col vicario dell’anticristo -n.d.r.) e con Lui sappiamo combattere da veri soldati per essere degni di questo nome.

PREGHIERA. — O Dio, che desti al beato Martire e Vescovo Ireneo la grazia di espugnare l’eresia e di consolidare la pace nella Chiesa, deh! concedi al tuo popolo forza e costanza nella S. Religione. Così sia.

Oggi avremmo bisogno di tanti S. Ireneo, per confutare tutte le eresie, imbecillità e menzogne propagate dai settari di ogni risma, in primo luogo da coloro che indegnamente occupano i Sacri Palazzi e le Sedi Apostoliche lordandole con gnostico sterco fetido e disprezzando spudoratamente la dottrina del divino Maestro e la Liturgia Sacra della Chiesa. Preghiamo con S. Ireneo affinché il Signore Gesù-Cristo bruci, quanto prima, con il soffio della sua bocca l’anticristo con il suo vicario e i suoi lecchini già pronti per il fuoco eterno, premio a loro riservato per l’apostasia dalla fede in Cristo.

Intanto ci accontentiamo di leggere il passo di uno scritto del Santo Martire, che sembra parlare a noi per confortarci e confermarci nella fede incrollabile in Gesù-CRISTO e nella sua “vera” Chiesa, ed ai “lupi” ed ai “Caino” odierni. La speranza che qualcuno di questi possa rinsavire, con la grazia dello Spirito Santo, non deve mai lasciarci. Preghiamo!

Da: Libro 3 contro le Eresie cap. 18, ovv. 20, n.5-6

Il Signore conosceva quelli che dovevano subire la persecuzione; e sapeva pure chi erano quelli che sarebbero flagellati ed uccisi per Lui. E perciò esortando anche costoro, diceva: “Non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo” e anche conservare quelli che gli hanno reso testimonianza. Difatti Egli permetteva di riconoscere davanti al Padre suo, quelli che avessero confessato il suo nome davanti agli uomini; e di rinnegare quelli che Lo avessero rinnegato; e di confondere quelli che avessero arrossito di confessarLo. Ora, stando così le cose, alcuni sono giunti a tanta temerità da disprezzare i Martiri e persino vituperare quelli che sono stati uccisi per aver reso testimonianza al Signore, o che sopportano tutte le prove che il Signore ha predetto, e, conforme alla sua parola, si sforzano di seguire le orme del Signore nella sua passione, divenuti i Martiri di Colui che s’è fatto passibile per noi, e noi li contiamo nel numero dei Martiri. Quando sarà ricercato il loro sangue, quando la gloria sarà stata la conseguenza delle loro sofferenze, allora saranno confusi da Cristo tutti quelli che si saranno rifiutati d’onorare il loro martirio. Lo stesso sarà di quelli che dicono aver Egli sofferto solo apparentemente. Perché se Egli non ha patito realmente, nessuna grazia per Lui, non avendo Egli sostenuto nessuna passione; e quando noi cominceremo a soffrire veramente, Egli ci apparirà un seduttore, esortandoci a farci battere e a porgere l’altra guancia, se veramente non l’ha sofferto Egli per il primo. E allora come avrebbe sedotto loro, facendosi vedere ad essi per quel che non era; così sedurrebbe anche noi, esortandoci a soffrire quello che Egli non ha sofferto. In questo caso saremmo da più del Maestro, mentre soffriamo e tolleriamo ciò che il Maestro né avrebbe sofferto, né tollerato. Ma siccome nostro Signore, il solo vero Maestro, il vero Figlio di Dio, è buono e paziente, Verbo di Dio Padre, Egli si è fatto il Figlio dell’uomo. Egli ha lottato ed ha vinto; Egli era uomo e combatteva per la famiglia dei suoi padri, e riparava con l’obbedienza la loro disubbidienza. Egli ha legato il forte, e ha sciolto i deboli, ed ha donato la salvezza sacrificando la sua vita umana, e distruggendo il peccato. Quelli dunque che dicono che Egli non si è manifestato che in apparenza, che non s’è rivestito di carne, che non si è veramente fatto uomo, essi sono ancora sotto l’antica condanna.

L’eresia gnostica.

[Dom Guéranger, “l’anno liturgico” vol II)

La pietra su cui è basata la Chiesa era fin dai tempi di S. Ireneo incrollabile agli sforzi della falsa scienza. Eppure, non era certo un attacco senza pericoli quello della Gnosi, eresia molteplice, dalle trame ordite, in uno strano accordo, dalle potenze più opposte dell’abisso. Si sarebbe detto che, per mettere a prova il fondamento che aveva posto. Cristo avesse permesso all’inferno di saggiare contro di esso l’assalto simultaneo di tutti gli errori che si dividevano allora il mondo, oppure dovevano più tardi dividersi i secoli. Simon Mago, preso da Satana nelle reti delle scienze occulte, fu scelto come luogotenente del principe delle tenebre in questa impresa. Smascherato a Samaria da Simon Pietro, aveva iniziato contro di lui una lotta accanita che non ebbe termine purtroppo nemmeno alla morte del padre delle eresie, ma continuò più viva ancora nei secoli seguenti. Saturnino, Basilide, Valentino e molti altri escogitarono i sistemi più insidiosi e più stravaganti, lasciando libero sfogo agli istinti che faceva nascere intorno ad essi la corruzione della mente e del cuore. Nei loro sistemi trova connubio la coalizione delle filosofie, delle religioni e delle aspirazioni più contraddittorie della umanità. Non vi erano aberrazioni, dal dualismo persiano, dall’idealismo indù fino alla cabala ebraica e al politeismo greco, che non si dessero la mano nel santuario segreto della gnosi. Già si elaboravano in essa formule che annunziano le future eresie ldi Ario e di Eutiche. Già prendevano movimento e vita, in uno strano romanzo panteistico, le più bizzarre fantasie di certe metafisiche moderne. Dio, abisso che precipita di caduta in caduta fino alla materia, per prendere coscienza di se stesso nell’umanità e tornare mediante l’annientamento al silenzio eterno: era uno dei dogmi della gnosi sul quale si basava una morale talora rigorista fino al punto da spingere al suicidio cosmico, e che talora mescolava una mistica trascendente alle pratiche più immonde, o abbandonava l’uomo alle sue passioni. (Oggi la gnosi, oltre che infarcire di assurdità irrazionali le cosmogonie e le teogonie delle conventicole massoniche di tutte le obbedienze – anche se unica è l’obbedienza al baphomet-lucifero -, impregna la nuovelle théologie creata dalla menti di falsi e sacrileghi religiosi, menti bacate col verme del materialismo, del nichilismo e dell’ateismo anti-sovrannaturale, proprio oggi della setta ecumenista-montiniana attualmente usurpante –n.d.r.-).

Sant’Ireneo fu scelto da Dio per opporre alla gnosi gli argomenti della sua potente logica e ristabilire contro di essa il vero senso delle Scritture; egli eccelse ancor più quando, di fronte alle infinite sette che recavano così apertamente il marchio del padre della discordia e della menzogna, mostrò la Chiesa che custodiva piamente in tutto il mondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli. La fede nella SS. Trinità che governa questo mondo opera delle sue mani, nel mistero di giustizia e di misericordia che, mentre abbandonava gli angeli decaduti, si è abbassato fino alla nostra carne in Gesù, ecco il deposito che Pietro e Paolo, che gli Apostoli e i loro discepoli avevano affidato al mondo (Contr. Haer. I, 10, 1). « La Chiesa dunque – costata sant’Ireneo – avendo ricevuto questa fede, la custodisce gelosamente, facendo come una sola casa della terra in cui vive dispersa: essa crede compatta, con una sola anima e con un sol cuore; con una stessa voce predica, insegna e trasmette la dottrina, come se avesse una sola bocca. Poiché, per quanto nel mondo siano diversi gli idiomi, ciò non impedisce che la tradizione resti una nella sua linfa » (ibid. 2).

La strana sindrome di nonno Basilio: 25

La strana sindrome di nonno Basilio -25-

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   Caro direttore, sono di nuovo qui con questa mia nuova, sperando di non seccare oltremodo lei ed i suoi cortesi lettori, e le chiedo ancora una volta umilmente scusa e se possibile il suo aiuto perché, da quando abbiamo iniziato le discussioni circa il neo-modernismo esploso nella Chiesa attuale, evoluzione (o sarebbe meglio dire forse: involuzione ulteriore) del “modernismo”, a suo tempo vigorosamente denunciato ed anatemizzato dal Santo Padre Pio X nell’Enciclica “Pascendi” e nel decreto “Lamentabili”, si è aperta una vivace discussione tra i miei carissimi nipoti, Mimmo e Caterina, e me che, reduce dai miei altalenanti ed instabili problemi di memoria, faccio notevole fatica ad identificare come “cattolici” riti, comportamenti e orientamenti vari che a me sembrano eccessivamente fantasiosi, stravaganti, e soprattutto assolutamente non in linea con la “Tradizione” della Santa Chiesa Cattolica Romana, Cattedra di verità, così come “depositum fidei” definita da ben venti Concili e da oltre 260 Papi, a cominciare da San Pietro, fino a quel sant’uomo, integerrimo Pastore, Guida del gregge di Giacobbe autorevole ed irreprensibile, che è stato il “mio” papa Pio XII, e sostenuta da una Patristica ferrea oltre che da una teologia scolastica razionalmente inattaccabile. (Mi dice Mimmo che San Tommaso e la sua “Summa”, oramai non fanno parte più del bagaglio del moderno sacerdote, anzi che alcuni lo confondono con San Tommaso apostolo, e qualcuno addirittura con san Tommaso Moro! … ma io so che Mimmo mi prende in giro e si burla di me … anche perché, lui dice, ormai il latino non si studia più nei seminari! Lo so che sono mattacchionate di quel giocherellone di Mimmo (è del tutto evidente che si tratta di affermazioni infondate, … o no, le pare?!) ma riesce comunque a farmi innervosire … bah, questi giovani!. Ma veniamo ai fatti: stavo consultando l’antico Messale Romano Tridentino, quello edito da S. Pio V, poi da Clemente VIII e quindi Urbano VIII, che mi ha lasciato (autentica eredità spirituale) il caro zio Tommaso, utilizzato per tanti anni e poi finito in soffitta perché sostituito da un messale in vernacolo, e alla Messa “Misericordia Domini”, la seconda domenica di Pasqua, all’antifona alla Comunione leggevo il versetto: “Ego sum pastor bonus, alleluia: et cognosco oves meas, et cognoscunt me meae, alleluia, alleluia”.(Io sono il buon pastore, alleluia: conosco le mie pecore, ed esse conoscono me, alleluia, alleluia! Giov. X, 14) che poi è la ripresa del Vangelo di Giovanni, al capitolo X. In questo capitolo, il Signore Gesù affigge un manifesto circa le caratteristiche del sacerdote cattolico, che doveva rispecchiare il ritratto che già era stato delineato nell’Antico Testamento a cominciare da Melchisedek, tratteggiato e colorito progressivamente dai Profeti e dai Salmi. Così ad esempio in Malachia (II, 7) possiamo leggere :Labia enim sacerdotis custodient scientiam, et legem requirent ex ore ejus, quia angelus Domini exercituum est” [Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti]. Le citazioni potrebbero essere numerose, ed ognuno può divertirsi a trovarle, cominciando dal versetto del Salmo CIX, 4 “Juravit Dominus, et non poenitebit eum: Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech.” [Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek] .Ma non sempre i sacerdoti hanno fatto il loro dovere, e questo fin dall’antichità, tanto che Dio stesso, per bocca dei suoi profeti, è intervenuto per richiamarli. Tali richiami, caro direttore, come ognuno purtroppo può osservare nel suo piccolo, sono particolarmente attuali oggi, mi sembra di capire da quello che i miei nipoti mi riferiscono. Sfoglio le pagine della Bibbia, che ho sempre con me, “luce dei miei passi”, e mi capita sott’occhio il tremendo inizio del capitolo XXXIV di Ezechiele, che lei certamente conoscerà, capitolo che viene solitamente letto, stranamente, dal versetto 11 in poi; io me lo ricordo bene perché lo zio Tommaso, sacerdote straordinario che ha improntato la mia giovinezza (ah … se lo avessi ascoltato, quanti guai avrei evitato … ma tante cose da giovani non si comprendono … e poi dicono beata gioventù!…) lo rileggeva spesso in nostra presenza per richiamare e confermare la sua vocazione, ben conscio della responsabilità che questa comportava davanti a Dio e al suo Cristo. Pensi che noi nipoti lo avevamo quasi imparato a memoria … ma chi lo conosceva “a campanello” era, ovviamente quella secchiona di Felicina (mi pare di averne già parlato … o no?). Adesso che la mia memoria non è più esattamente prodigiosa, ecco che me lo rileggo e le ricordo pure a lei, se mi consente: “Et factum est verbum Domini ad me, dicens: Fili hominis, propheta de pastoribus Israel: propheta, et dices pastoribus: Haec dicit Dominus Deus: Vae pastoribus Israel, qui pascebant semetipsos! nonne greges a pastoribus pascuntur? Lac comedebatis, et lanis operiebamini, et quod crassum erat occidebatis, gregem autem meum non pascebatis. Quod infirmum fuit non consolidastis, et quod aegrotum non sanastis: quod confractum est non alligastis, et quod abjectum est non reduxistis, et quod perierat non quaesistis: sed cum austeritate imperabatis eis, et cum potentia. Et dispersae sunt oves meae, eo quod non esset pastor: et factae sunt in devorationem omnium bestiarum agri, et dispersae sunt. Erraverunt greges mei in cunctis montibus, et in universo colle excelso: et super omnem faciem terrae dispersi sunt greges mei, et non erat qui requireret: non erat, inquam, qui requireret. Propterea, pastores, audite verbum Domini: Vivo ego, dicit Dominus Deus, quia pro eo quod facti sunt greges mei in rapinam, et oves meae in devorationem omnium bestiarum agro, eo quod non esset pastor: neque enim quaesierunt pastores mei gregem meum, sed pascebant pastores semetipsos, et greges meos non pascebant: propterea, pastores, audite verbum Domini: Haec dicit Dominus Deus: Ecce ego ipse super pastores: requiram gregem meum de manu eorum, et cessare faciam eos, ut ultra non pascant gregem, nec pascant amplius pastores semetipsos: et liberabo gregem meum de ore eorum, et non erit ultra eis in escam. [Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, predici e riferisci ai pastori: Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura. Perciò, pastori, ascoltate la parola del Signore: Com’è vero ch’io vivo, – parla il Signore Dio – poiché il mio gregge è diventato una preda e le mie pecore il pasto d’ogni bestia selvatica per colpa del pastore e poiché i miei pastori non sono andati in cerca del mio gregge – hanno pasciuto se stessi senza aver cura del mio gregge – udite quindi, pastori, la parola del Signore: Dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto] (Ezech. XXXIV, 1-10). E alla fine della lettura, ricordo lo zio Tommaso, che per rincarare la dose diceva a se stesso: “povero Signore in mano a Tommaso, e … che non si dica dopo la mia morte: povero Tommaso nella mani del Signore!” … eh altri tempi, altra tempra direttore! Come se non bastasse ci faceva poi recitare tutti all’unisono i versetti di Isaia: “I suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma tali cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori incapaci di comprendere. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione. (Isaia LVI,10-11). A questo punto partiva quella secchiona di Felicina con la recita dei salmi XIV e LIII soffermandosi, come voleva lo zio Tommy (come affettuosamente lo chiamavamo … era un po’ severo, ma aveva un cuore d’oro ….) sulle parole: “Omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt. Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum. Sepulchrum patens est guttur eorum; linguis suis dolose agebant. Venenum aspidum sub labiis eorum. Quorum os maledictione et amaritudine plenum est; veloces pedes eorum ad effundendum sanguinem. Contritio et infelicitas in viis eorum, et viam pacis non cognoverunt; non est timor Dei ante oculos eorum. Nonne cognoscent omnes qui operantur iniquitatem, qui devorant plebem meam sicut escam panis? [Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno. Non comprendono nulla tutti i malvagi che divorano il mio popolo come il pane?] (Salmo XIII, 3-4), e “Omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt; non est qui faciat bonum, non est usque ad unum” [Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno]. (LII,4). Appena finito lo zio scoppiava in lacrime, e noi non capivamo perché … piangeva, ci disse un giorno, perché vedeva le proprie incorrispondenze, le ingratitudini sue e quelle dei suoi confratelli all’amore di Cristo che si faceva Carne e Sangue vivo nelle loro mani, la loro superficialità nel celebrare l’Evento del suo Sacrificio, della sua Immolazione, per la nostra salvezza. Per calmarlo e consolarlo almeno in parte, correvo allora a prendere l’“Imitazione di Cristo” e leggevo con piglio fermo e deciso al capitolo V del IV° libro: “Grande è l’ufficio, grande la dignità dei sacerdoti, ai quali è dato quello che non è concesso agli angeli; giacché soltanto i sacerdoti, ordinati regolarmente nella Chiesa, hanno il potere di celebrare e di consacrare il corpo di Cristo. Il sacerdote, invero, è servo di Dio: si vale della parola di Dio, per comando e istituzione di Dio” e: “Il sacerdote deve essere ornato di ogni virtù e offrire agli altri l’esempio di una vita santa; abituale suo rapporto non sia con la gente volgare secondo modi consueti a questo mondo, ma con gli angeli in cielo o con la gente santa, in terra. Il sacerdote, rivestito delle sacre vesti, fa le veci di Cristo, supplichevolmente e umilmente pregando Iddio per sé e per tutto il popolo. Egli porta, davanti e dietro, il segno della croce del Signore, perché abbia costante ricordo della passione di Cristo; davanti, sulla casula, porta la croce, perché guardi attentamente a quelle che sono le orme di Cristo, e abbia cura di seguirla con fervore; dietro è pure segnato dalla croce, perché sappia sopportare con dolcezza ogni contrarietà che gli venga da altri. Porta davanti la croce, perché pianga i propri peccati; e la porta anche dietro, perché pianga compassionevolmente anche i peccati commessi da altri, e sappia di essere stato posto tra Dio e il peccatore, non lasciandosi illanguidire nella preghiera e nell’offerta, fin che non sia fatto degno di ottenere grazia e misericordia. Con la celebrazione, il sacerdote rende onore a Dio, fa lieti gli angeli, dà motivo di edificazione ai fedeli, aiuta i vivi, appresta pace ai defunti e fa di se stesso il dispensatore di tutti i benefici divini”. Allora succedeva un’altra cosa stranissima, lo zio si calmava ma uno alla volta cominciavamo a piangere noi altri, finché io stesso, con la voce strozzata dalle lacrime, ponevo termine alla lettura. Con gli occhi rossi dal pianto, commosso … però vedo che pure Mimmo e Caterina si voltano per non mostrare la lacrimuccia … saluto lei ed i suoi lettori … alla prossima.

S. LADISLAO RE D’UNGHERIA

LADISLAO RE D’UNGHERIA

[27 GIUGNO]

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Ladislao, figlio di Bela, re d’Ungheria, nacque l’anno 1031 ed essendo il trono elettivo non aveva alcun diritto alla successione. Ben presto però le bellissime qualità e la integerrima sua vita gli meritarono l’elezione di re ed un governo secondo il cuore ed il volere di Dio. – Appena ebbe nelle sue mani le redini del governo si diede con meravigliosa alacrità a ripurgare tutta la legislazione, riformare i costumi, rinnovare tribunali, rialzando la pubblica moralità che era calpestata da ogni classe di cittadini. L’intento però che guidava il santo monarca era quello di fare che la religione fosse ritenuta cardine di legislazione, base di tutto il benessere sociale. Per questo lottò, combatté, soffrì, ma alla fine trionfò, rendendo il suo popolo rinnovellato, profondamente cristiano, degno di essere additato a modello di ogni altro. Era casto, pietoso, informato ai precetti evangelici, e perciò detestava l’avarizia, l’ambizione, e stimava perduto quel giorno, nel quale non avesse fatto qualche bene, ed impedito il male. La temperanza e la sobrietà che usava nei cibi e nelle bevande faceva stupire i suoi cortigiani che, meravigliati, si domandavano come mai il loro Padrone, benché gli venissero preparati prelibatissimi pranzi, egli rinunziasse a tutto, cibandosi spesso di legumi e bevendo acqua pura. – Sempre occupato a disimpegnare le cose dello stato; trovava tuttavia le ore per le sue preghiere e per le buone letture; e nella sua grande carità non cessava di dotare chiese, sollevare le miserie della sua nazione, proscrivendo i trasgressori delle leggi, senza eccezione di persone. La giustizia, l’imparzialità, l’intransigenza ed una titanica volontà erano doti che unite all’amore evangelico rendevano Ladislao il re morigerato, affabile e santo. Ma quanto più largheggiava cogli altri, tanto era rigido con se stesso; si negava ogni piacere anche lecito, sottoponendo spesso il suo corpo a penitenza, onde, colla fermezza di un carattere adamantino riuscì in ogni sua impresa; purgò il suo regno dai guasti causati dalle innumerevoli ribellioni e da molte eresie, formando un popolo unito per la fede, sottomesso in tutto alla Sede Romana, popolo che assieme al suo re, rimase d’indelebile memoria ai posteri. Intanto i Turchi orgogliosi dell’acquisto dei luoghi santi minacciavano l’Europa opprimendo crudelmente i fedeli caduti nelle loro mani. Dall’Europa fu lanciato il grido della liberazione dei fratelli, i Principi che pronti risposero all’eco non tardarono ad allestire eserciti a questo nobile fine. Anche il re Ladislao preparò le sue milizie, e già tutto era pronto quando esausto di forze, per le grandi fatiche sostenute per il suo popolo cadde repentinamente ammalato. – Subito gli furono prodigate le cure da parte dei medici, ma egli conscio che la Divina Misericordia ormai paga di tutto il suo bene lo voleva al cielo, ricusò ad ogni cura materiale per cibarsi della Divina Eucaristia, e quel cibo che in sua vita aveva ricevuto tante volte, con sì grande fervore, doveva essere l’ultimo suo conforto. Ricevuto con trasporto di amore il S. Viatico, contento di avere combattuto e sofferto per le causa di Dio coll’anima tranquilla, cogli occhi fissi al cielo placidamente spirava il 30 luglio dell’anno 1096.

FRUTTO. — Diffidiamo sempre di noi stessi, e stacchiamo il cuore dalle cose terrene mirando con desiderio il Paradiso.

PREGHIERA. — O Dio, al cui dominio tutto soggiace, date ai popoli redenti col sangue del vostro Unigenito Figlio, governanti che sappiano glorificare il vostro S. Nome, estendere il vostro regno di pace e far rendere alla Chiesa i suoi diritti e le sue proprietà. Così sia.

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Certo che un tal Santo oggi sarebbe proprio l’ideale conduttore di una nazione ridotta sull’orlo del disastro etico, culturale, economico … e il bello deve ancora arrivare! Evidentemente ci meritiamo la “Mummiarella” e i “Giullarenzi” attuali che giurano sul “vangelo” costituzionale delle conventicole! Usque tandem? Preghiamo il Signore perché ci conceda una guida illuminata (ma non di Baviera!) che, ispirata dallo Spirito Santo, ci riconduca sulla strada retta tracciata da Dio, e tutto nella nostra amata Nazione sia ricapitolato in Cristo-Re!

 

Spirito Santo: IV creazione: il Cristiano (2).-

Spirito Santo: IV creazione: il cristiano (2).-

Svolgimento del cristiano.

[Mgr. J.-J.Gaume, Trattato dello Spirito Santo: capp. XXI, XXII, XXIII  -Firenze 1887]

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(In questi capitoli che riguardano ancora la “quarta creazione” dello Spirito Santo, cioè il Cristiano, viene tratteggiata con chiarezza una “aritmetica spirituale”, che nella sua linearità, semplicità ed evidenza, fa impallidire tutti i sistemi umani escogitati da presunti sapienti, che nulla hanno potuto comprendere della Sapienza divina se non marginali dettagli, male interpretati ed utilizzati; in particolare viene destituita di ogni fondamento razionale, la numerologia della “scimmia” di Dio, piatto forte della “cabala spuria”, veleno che, con i suoi simboli, segni e cifre, attossica i popoli cristiani che, ignari, cadono nella ennesima rete tesa loro, mediante servi occulti, sedicenti “illuminati”, dal “signore dell’universo”! [N.d.r.] Mettiamoci comodi e gustiamoci, centellinandole, queste leccornie spirituali che edificano la mente e lo spirito, confermandoci sempre più nella fede all’unico vero Dio, Uno e Trino, Creatore dell’universo e di ciò che contiene, e nella sua unica e vera CHIESA, la Chiesa di Gesù-Cristo, guidata dal “vero” romano Pontefice, la Chiesa Cattolica romana, unico mezzo attraverso il quale si giunge alla salvezza eterna.)

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Il cristiano riceve la vita nell’acqua del Battesimo: tale è il primo articolo della fede cattolica e la quarta creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento. La vita del cristiano è la grazia. La grazia è il tesoro di tutte le ricchezze. Con essa e per essa noi possediamo tutte le virtù soprannaturali infuse, intellettuali e morali: le tre virtù teologali, le quattro virtù cardinali, madri di tutte le altre; lo Spirito Santo medesimo in persona con tutti i suoi doni. Ciò essendo, che cosa manca al cristiano? Tutto quello che manca al bambino che é nato. O sia figlio di povero o figlio di re, mancano ad esso i mezzi di conservare la vita, della quale è in possesso. Cosi del cristiano. Possessore di una vita divina, mancano a lui i mezzi di conservarla e di perfezionarla. Vediamo con quale liberalità lo Spirito Santo ha provvisto ai bisogni del bambino.- Noi accenniamo gli ineffabili misteri della grazia. Dinanzi a noi sta per rivelarsi tutto il sistema d’educazione o piuttosto di deificazione, posto in opera dallo Spirito Santo, per condurre il cristiano fino alla perfetta rassomiglianza col suo fratello maggiore, il Verbo fatto carne. Questo magnifico sistema racchiude i sacramenti, le virtù, i doni, le beatitudini ed i frutti. Disposti con una meravigliosa sapienza, questi mezzi conservatori e deificatori, si sovrappongono, s’incatenano, si prestano un mutuo concorso, e fanno dello svolgimento del cristiano il capo d’opera dello Spirito Santo, la sua opera propria o, come dice san Paolo, la costruzione di Dio: Dei “aedificatio estis”. E prima di tutto non basta avere la vita, bisogna conservarla e svilupparla. Tale è il fine dei Sacramenti. – « I sacramenti della nuova legge, dice san Tommaso, sono istituiti per un duplice scopo: guarire le malattie dell’anima, e darle la forza di compiere gli atti della vita cristiana. Senza dubbio la grazia, considerata in generale, perfeziona l’essenza dell’anima, dandole una certa somiglianza all’essere divino. Ora, dall’essenza dell’anima derivano le sue potenze: ne risulta che perfezionando l’essenza dell’anima, la grazia comunica alle sue potenze nuove perfezioni. Queste perfezioni, chiamate virtù e doni, le rendono capaci delle loro funzioni particolari; ma non basta. Vi sono nella vita cristiana certi atti speciali per i quali un effetto particolare di grazia è necessario. I sacramenti sono stabiliti in vista di questi atti speciali, a fine di comunicare al cristiano il peculiare aiuto di cui ha bisogno per compierli. Per conseguenza siccome le virtù e i doni aggiungono qualche cosa alla grazia, considerata in generale, cosi la grazia sacramentale aggiunge alla grazia in generale, alle virtù e ai doni una forza divina in rapporto con ciascun sacramento, » [“Sacramenta novae legis ad duo ordinantur, videlicet; ad remedium contra peccatum et ad perfìciendam animam in his qua e pertinent ad cultum Dei secundum ritma christianae vitae”. m p., q. 68, art. 1 corp. – “Ita gratia saeramentalis addit super gratiam communiter dictam et super virtutes et dona, quoddam divimim auxilium ad consequendum sacramenti finem”. Id., art. 2, corp]. I sacramenti sono stabiliti per guarire le infermità dell’anima; ma come raggiungono essi il loro fine? Il Battesimo è stabilito contro il difetto di vita divina: la Confermazione, contro la debolezza naturale ai bambini; l’Eucaristia, contro le cattive inclinazioni del cuore: la Penitenza contro il peccato mortale o la perdita della vita divina; l’estrema Unzione, contro i residui dei peccati e i languori dell’anima; l’Ordine, contro l’ignoranza e la dissoluzione della società cristiana ; il Matrimonio, contro la concupiscenza personale e contro l’estinzione della Chiesa che sarebbe la cessazione della vita divina sulla terra. [“Baptismus est directe contra culpam originalem; poenitentia, contra culpam actualem mortalem; estrema unctio, contra culpam venialem; ordo, contra ignorantiam; matrimonium, contra cuncupiscentiam; eucharistia, contra malitiam; confirmatio: contra infìrmitatem”. Conc. Vaur., 1368, c. X, et S. Thom., III p., q. 65, art. 1, corp.]. – Questo è appunto l’insieme più completo dei rimedi preservativi e curativi di tutte le infermità dell’anima, compresavi la morte medesima. Chi l’ha concepito, chi l’ha stabilito e chi le ha dato l’efficacia? Lo Spirito Santo. – Ma non è che metà dell’opera sua. Rimane da svolgersi la vita divina. Come la vita naturale, cosi la Vita soprannaturale si svolge mediante gli atti. Quali sono gli atti speciali della vita cristiana, pei quali la grazia dei sacramenti è indispensabile? In virtù della mirabile uniformità che regna tra l’ordine spirituale e l’ordine materiale, questi atti sono nel numero di sette e corrispondono ad altrettanti atti analoghi della vita corporea. Nell’ordine naturale, bisogna che l’uomo nasca, che si fortifichi, che si nutrisca, che guarisca, che mantenga la sua salute e che divenga membro della società, tanto per dirigerla, come per conservarla. Parimente, nell’ordine soprannaturale bisogna che il cristiano viva da figlio di Dio. La grazia propria del battesimo gli dà e la nascita divina e lo spirito del Cristianesimo. – « La misericordia di Dio ci ha salvato, dice l’Apostolo, mediante la lavanda di rigenerazione e di rinnovellamento dello Spirito Santo ; cui egli diffuse in noi copiosamente per Gesù Cristo salvator nostro. » [Ad. Tit, III, 5, 6]. – Bisogna eh’ egli acquisti le forze convenienti per sopportare la fatica del dovere, e sostenere le battaglie della virtù. La confermazione gli comunica lo Spirito Santo come principio di forza. Di qui quella parola di Nostro Signore ai suoi discepoli già battezzati : « Io manderò sopra di voi il promesso dal Padre mio. Trattenetevi dunque in città fino a tanto che siate rivestiti di virtù dall’ alto. » [Luc., XXIV, 49]. Occorre che egli si nutrisca di un cibo relativamente alla sua vita divina. L’Eucaristia gli dà questo cibo : « Io sono il pane vivo, che sono disceso dal cielo, dice il Verbo incarnato; se poi non mangerete la carne del Figliuolo dell’uomo, e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [Joan., VI, 51-54]. » Nascere, crescere e mantenere la sua vita basterebbe all’uomo, se corporalmente e spiritualmente egli possedesse una vita impassibile. Ma siccome egli va soggetto ad infermità gravi e frequenti, ha bisogno di rimedi. S’egli perde la salute, la penitenza glie la rende, secondo queste parole: « Guarite l’anima mia perché io ho peccato. I peccati saranno rimessi a chi voi gli rimetterete.1 » [Ps. XL. – Joan.. XX, 23]. – Se le sue forze sono alterate da languori e dalle infermità, egli ne ritroverà la pienezza nell’estrema unzione. Questo sacramento purifica l’uomo dagli avanzi del peccato, lo fortifica nell’ ultimo combattimento e lo prepara ad entrare in possesso della gloria eterna. « Se vi è tra voi chi sia malato, dice san Giacomo, chiami i preti della Chiesa e facciano orazione sopra di lui, ungendolo coll’olio nel nome del Signore, e se trovisi con dei peccati gli saranno rimessi.2 » [Jac., V, 14]. – Nei cinque primi sacramenti, il cristiano trova tutti gli espedienti necessari agli atti della vita individuale. Come Essere sociale, bisogna che compia i doveri della società della quale è membro. I due ultimi sacramenti gliene forniscono i mezzi. Due cose sono essenziali a qualunque consorzio umano; la direzione e la conservazione. Occorrono uomini pubblici incaricati di condurre gli altri. – Il sacramento dell’ordine dà dei ministri alla Chiesa e delle guide ai fedeli. « Ogni pontefice, dice l’apostolo, preso di tra gli uomini è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che Dio riguardano, affinché afferisca doni e sacrifici pei peccati. » [Hebr., V, 1,2] – Ci vogliono delle famiglie per perpetuare la società: nel consacrare l’unione degli sposi, il sacramento del matrimonio arreca loro le grazie necessarie per adempiere cristianamente ai loro doveri, perpetuare la Chiesa e popolare il cielo. Quindi quella parola di san Paolo ; « Il matrimonio è un gran sacramento in Gesù Cristo e nella Chiesa. » [Eph., V, 32. Et S. Th., III p., q. 65, art. 1, corp.]. -Da ciò che precede vediamo in complesso la ragione d’essere di ciascun sacramento e il posto che occupa nel disegno del nostro svolgimento divino.-Tutti, come il battesimo, ci comunicano la grazia, e per conseguenza lo Spirito Santo che ne é inseparabile; ma in ciascun sacramento questa comunicazione ha un fine speciale, relativamente ai bisogni della nostra vita spirituale. Ne risulta che per la grazia multiforme dei sacramenti, lo Spirito Santo dà al cristiano la vita divina con i mezzi di conservarla e di farne gli atti. In questa guisa viene adempita la prima parte della missione del Verbo incarnato che diceva: Io sono venuto affinché essi abbiano la vita: “Ego veni ut vitam habeant”. Come si compie la seconda, cioè: affinché essi l’abbiano più abbondantemente, “et ut abundantius habeant”. Sta scritto che l’unigenito Figliuolo di Dio cresceva in età e in sapienza dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini: cosi il cristiano, suo fratello, deve seguire lo stesso progresso. Nel concetto divino, lo sviluppo della vita della grazia deve andare grado a grado a diffondersi nella vita della gloria: “Gratia inchoatio gloriae”. La pure non si arresterà. Al contrario salirà essa di continuo, di perfezioni in perfezioni, di felicità in felicità, per i secoli dei secoli. Per quali modi lo Spirito vivificatore procura Egli queste ascensioni del tempo, preludio delle ascensioni dell’eternità? attivando il germe di vita che Egli ha posto in noi, in modo da fargli accordare tutto ciò che Egli può dare. Ora come abbiamo veduto, la grazia è un principio divino, il quale opera sull’essenza stessa dell’ anima e su tutte le sue potenze. Come principio di una forza e di una fecondità incalcolabile, Egli produce nell’ uomo effetti molteplici, sovrumani, teandrici. – In ragione del duplice destino dell’uomo, la grazia si divide in due grandi specie. Il cristiano non è un essere isolato, ma un essere sociale; più sociale, se è lecito dirlo, di tutti gli altri uomini, poiché appartiene alla società universale, il cui scopo è di fare dell’umano genere un sol popolo di fratelli. Senza dubbio, dovrà egli lavorare alla deificazione personale; che è la prima legge del suo essere. Ma come figlio della Chiesa dovrà altresì, nei limiti della sua vocazione, lavorare per la gloria di sua madre e alla deificazione dei suoi fratelli. – Quest’è una nuova legge alla quale non può sottrarsi. Essa è talmente imperiosa che, qualunque cosa faccia, ogni uomo è necessariamente medium: medium del Verbo santificatore, o medium di Satana corruttore. Quindi due sorta di grazie, ovvero due applicazioni della grazia, la grazia santificante e la “gratis data. Intorno a questo principio fondamentale ascoltiamo l’Angelo della scuola : « Tutte le opere di Dio, dice san Tommaso, sono fondate nell’ ordine. Ora, è legge dell’ordine universale che certe creature siano ricondotte a Dio per mezzo di altre creature. La grazia, avendo per iscopo di ricondurre l’uomo a Dio, segue le leggi dell’ordine, ciò é dire che essa riconduce a Dio certi uomini, per mezzo di altri uomini. Quindi due sorte di grazie. La prima che unisce l’uomo a Dio si chiama grazia, gratum faciens, perchè essa ci rende gradevoli presso Dio. La seconda, mediante la quale 1’uomo aiuta il suo fratello a venire a Dio, si chiama “gratia gratis data”, perché essa non ha per iscopo la santificazione personale di colui che la riceve, e che non gli è punto data in vista dei suoi meriti. » [“Secundum hoc igitur duplex est gratia. Una quidem, per quam ipse homo Deo conjungitur, quae vocactur gratia gratum faciens. Alia vero, per quam unus homo cooperatur alteri ad hoc quod ad Deum reducatur”. I, II, q. 111, art. l, corp.]. – Da questa unica sorgente della grazia, divisa in due fiumi inessiccabili, escono tutte le meraviglie del mondo cristiano, meraviglie di virtù private, che hanno Dio e gli Angeli per testimoni; meraviglie di splendide virtù che hanno il genere umano per ammiratore; virtù private, brillante famiglia di perfezioni che completandosi le une con le altre, portano il cristiano al più alto punto di rassomiglianza con Dio [Conc. Trid., sess. VI, c. 7]; virtù pubbliche che fanno risplendere sulla fronte della Chiesa 1’incomunicabile sigillo della verità; virtù pubbliche e private di cui vive, senza saperlo, il mondo medesimo ; imperocché egli vive dello Spirito Santo e di Lui solo. Presentiamo in iscorcio il quadro di tutte queste meraviglie. Egli ci farà ad un sol colpo d’occhio, cogliere l’insieme degli elementi di cui si compone la nostra generazione divina, e l’ordine perfetto nel quale essi si coordinano. Il conte de Maistre dice che il corpo umano apparisce più meraviglioso sulla tavola anatomica che nella più bella attitudine della vita. Cosi è del cristiano. Meglio di tutto il resto, l’anatomia di questo capolavoro dello Spirito Santo ne riveste l’ammirabile bellezza, perché essa pone alla scoperto, nelle sue misteriose operazioni, la sapienza dell’Artefice che l’ha formato. – Ecco, secondo i maestri della scienza, un saggio di autopsia cattolica: o se si vuole, l’indicazione dei gradini della scala misteriosa, per la quale l’uomo sale dalla terra al cielo: e di figliuolo d’Adamo diventa figliuolo di Dio. – Mediante il battesimo lo Spirito Santo comunica all’anima la vita soprannaturale; mediante gli altri Sacramenti. – Ei la fortifica e la conserva. Ma come il chicco del grano non è affidato alla tèrra che per propagarsi in mèssi, cosi l’elemento soprannaturale non è depositato nell’anima se non che per manifestarsi con abitudini soprannaturali, e queste abitudini si chiamano “Virtù”. Come i Sacramenti, le Virtù sono in numero di sette : tre Teologali e quattro Cardinali. Alle virtù si aggiungono i “Doni”. Come ispirazioni permanenti dello Spirito Santo essi perfezionano le virtù, comunicando in loro un nuovo impulso, una energia più sostenuta, una tendenza più eminente. Se ne constano sette: e formano, dice un Concilio, le sette grandi santificazioni del cristiano. [“Haec dona, juxta sacras scripturas, consimiliter septem esse asserimus, quasi septem sanctifìcationes fìdelium mentium”. Conc. Vaur., c. I]. – Aiutato da questi mezzi potenti, il cristiano è in stato di credere come conviene gli articoli del simbolo, e di praticare i precetti del decalogo, ciò che è il fine della vita e il principio della gloria. Notiamo di passaggio col Concilio già citato, che il simbolo si divide naturalmente in sette articoli relativi alla SS. Trinità, e sette relativi al Figliuolo di Dio fatto uomo. Parimente i dieci precetti del decalogo si riferiscono alle sette virtù teologali e cardinali. Arrivato alla perfezione della vita divina, rimane al cristiano il mantenervisi, poiché da sé medesimo non è capace. La sua naturale debolezza unita agli’assalti incessanti dei suoi nemici, l’espone di continuo a cadere. La grazia che abbiamo vista manifestarsi in virtù e in doni, si manifesta qui in preghiere. Le sette domande della orazione domenicale corrispondono ai sette Doni dello Spirito Santo. Tutte le volte che noi pronunziamo quest’adorabile orazione, chiediamo la conservazione e l’accrescimento di questi doni divini; e lo stesso Spirito Santo onde renderla efficace la dice nell’anima del cristiano, con gemiti da non potersi narrare. I sette Doni dello Spirito Santo conservati e fortificati dalla preghiera divengono nelle mani del cristiano come tante armi di precisione contro i suoi nemici. Satana ci assale con sette armi che appellansi i sette peccati capitali. I sette doni dello Spirito Santo ne formano adeguata opposizione. – Dichiarando coraggiosamente questi nobili combattimenti della virtù il cristiano si mantiene ordinato. – L’ordine gli procaccia la pace con Dio, co’ suoi fratelli e con sè medesimo, e questa pace dà nascimento alle sette “beatitudini. – Finalmente glorioso sarà il frutto di buone fatiche, secondo la parola della Scrittura: Bonorum enim laborum gloriosus est fructus. [Sapien. III, 15]. Ora, poiché non vi sono fatiche migliori di quelle che si compiono nel vasto campo della vita spirituale, a queste nobili fatiche corrispondono i dodici frutti dello Spirito Santo. Questi frutti deliziosi danno all’anima che se ne ciba, un saggio di quello che tutti gli racchiude, il frutto cioè della vita eterna: Fructus in vìtam aeternam. Allorquando verrà la fine dei tempi, il cristiano, deificato dallo Spirito Santo, entrerà in possesso di questo frutto incomparabile, la cui vista, il gusto, il godimento, inonderà di delizie indicibili: imperocché questo frutto sarà Dio medesimo, veduto, gustato, posseduto senza timore, con un amore senza limiti. [Additiamo qui la frequente ripetizione del numero sette negli elementi della nostra santificazione. Più sotto cercheremo di dare la ragione di questa ripetizione misteriosa. “Articuli Symboli pertinentes ad deitatem sunt septem…. Articùli autem ad naturam a Filio Dei assumptam, sunt septem…. Virtutes theologicae cum cardinalibus, totidem. Sacramenta Ecclesiae totidem. Dona Spiritus sancti, totidem. Petitiones in dominica oratione contentae, totidem. Vitia capitalia, totidem”. Conc. Vaur. c. I. —- Intorno al numero dodici che misura i frutti dello Spirito Santo, bisogna notare due cose: la prima, nella Sacra Scrittura il numero dodici indica la perfezione assoluta. La seconda, ciascun dono avendo parecchi atti, il numero dei frutti supera necessariamente quello dei doni. Per non ne citare che un esempio : dal dono di pietà escono le sette opere di misericordia corporale, e le sette opere di misericordia spirituale; ciò che costituisce la perfezione della carità]. – Pur tuttavia noi non conosciamo ancora, fuorché gli effetti della grazia santificante, principio della deificazione personale del cristiano. Per dare un’idea completa dei tesori diffusi dallo Spirito Santo nell’anima battezzata, bisogna mostrare gli effetti della grazia gratuita. Il cristiano, come essere sociale e figlio della Chiesa, deve, lo ripetiamo, travagliare alla gloria della madre sua e alla deificazione dei suoi fratelli. A questo scopo tre cose sono indispensabili: conoscere a fondo le verità cristiane, a fine di ammaestrarne gli altri; essere in stato di provarle, senza di che l’insegnamento sarebbe inefficace; avere il talento di esprimerle per far gustare la dottrina. 2 S. Th., l a 2ae, q. 111, art. 4, Corp.]. – Tali sono gli effetti della grazia “gratis data”. Essi comprendono, come il fine comprende i mezzi, tutti i doni esteriori enumerati da san Paolo. « A ciascuno, dice egli, è data la manifestazione dello Spirito Santo per utilità. E all’uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza; all’altro poi il linguaggio della scienza secondo il medesimo spirito. A un altro la fede; a un altro il dono delle guarigioni; a un altro l’operazione dei prodigi; a un altro la profezia; a un altro la discrezione degli spiriti ; a un altro ogni genere di lingue; a un altro l’interpretazione delle favelle. » [I Cor., XII, 7, 10]. – Comuni a tutti i cristiani, poiché tutti debbono travagliare alla salute de’ loro fratelli, questi doni sono loro comunicati in differenti proporzioni, secondo la vocazione di ciascuno. Da prima il dono d’insegnare la verità. Egli suppone una cognizione della religione superiore a quella che basti per la salute. Quindi la fede, cioè dire in complesso una vista chiara, ed una certezza incrollabile delle cose invisibili, principio dell’insegnamento cattolico. Inoltre bisogna conoscere le principali conseguenze di questi principi. Di qui il “linguaggio della sapienza” che é la estesa cognizione delle cose divine. – Fa d’uopo possedere altresì una grande abbondanza di fatti e di esempi spesso necessari per dimostrare le cause; quindi il “linguaggio della scienza” che è la cognizione delle cose umane, attesoché il mondo invisibile si rivela agli occhi nostri mediante il mondo visibile. In seguito viene il dono di provare. Nelle cose che sono del dominio della ragione, la prova della dottrina insegnata si fa per via del ragionamento. Nelle cose dell’ordine soprannaturale, con mezzi riservati alla potenza divina. Questi mezzi sono miracoli e profezie. Contrariamente a tutte le leggi della natura, rendere la sanità agli infermi, la vita ai morti : miracolo. Di qui la “grazia delle guarigioni”. Manifestare l’onnipotenza di Dio, fermando il sole, per esempio, ovvero dividendo le acque del mare: miracolo. Quindi la grazia dei prodigi. A queste prove dell’onnipotenza di Dio sul mondo materiale, deve qualche volta unirsi la prova della sua conoscenza infinita del mondo morale. Quindi la grazia della profezia, che é la conoscenza dei futuri contingenti. Di qui ancora la grazia del discernimento degli spiriti, vale a dire la cognizione dei segreti i più reconditi del cuore. Finalmente il dono di comunicare. Esso può essere considerato sotto un duplice aspetto: il primo, dal punto di vista della lingua nella quale il dottore della verità dee parlare, e del modo con cui deve parlare. Da ciò il dono delle favelle e la grazia del linguaggio, che insegna il vero significato delle parole di una lingua straniera. [Vedi S. Th, l a, 2ae, q. 111, art. 4, corp.]. -Tale è il rapido quadro della formazione del cristiano mediante lo Spirito Santo. Noi domandiamo al filosofo, qualunque si sia, se nelle sue investigazioni ha mai trovato, se nelle sue meditazioni ha mai concepito nulla di così magnifico, di cosi completo e di meglio legato di questo complesso di mezzi, mediante i quali si sviluppa in ciascuno di noi il principio divino, e con i quali noi medesimi lo sviluppiamo negli altri, sino alla misura del Verbo incarnato nella sua età perfetta? Quando si pensa che, a malgrado di tutte queste perfezioni, il cristiano quaggiù non è che un Dio cominciato, qual lingua può dire le sue glorie, allorché in cielo sarà un Dio consumato? « Carissimi, scrive san Giovanni, noi siamo adesso figliuoli di Dio ; ma non ancora si è manifestato quel che saremo. Sappiamo che quand’egli apparirà, saremo simili a Lui; perché lo vedremo qual egli è . 1 » [I Ep., III, 2. — I d . , E v . XXII, 20]. – Per apprezzare come conviene un superbo edifizio non basta conoscere i ricchi materiali di cui è composto; fa d’uopo sapere in quali proporzioni, con qual arte, secondo quali calcoli sono stati posti in opera. Abbiamo enumerati gli elementi che entrano nella formazione del cristiano, o, per ricordare una figura dei sacri libri, i materiali impiegati dallo Spirito Santo nella costruzione del suo tempio vivente. Ma qui non è che una parte delle meraviglie che noi dobbiamo ammirare. -Per conoscerle tutte, bisogna studiare le matematiche divine, secondo le quali ha lavorato l’abile artefice. – Ora, in ciò che precede si è certamente notato l’uso del numero dieci e del numero dodici. Ma come non essere stati colpiti dalla ripetizione costante del numero sette? La struttura del cristiano sembra basarsi in grande su questo numero. Se vi sono dodici articoli nel simbolo, dodici frutti dello Spirito Santo e dieci precetti nel decalogo, vi sono altresì sette sacramenti, sette virtù madri, sette domande nel Pater, sette doni dello Spirito Santo, sette beatitudini, sette peccati capitali, sette opere di carità corporale e sette opere di carità spirituale. – Credere che questo numero sia arbitrario, sarebbe un errore. La sapienza infinita ha presieduto alla formazione del mondo spirituale con più cura, se é possibile, che alla creazione del mondo fisico. Se questo numero non è arbitrario, se non può esserlo, quale n’è la significazione misteriosa? Perché ritorna egli cosi sovente nell’opera più degna di Dio? Per rispondere è necessario balbettare alcune parole intorno alla scienza dei numeri sacri e del numero sette in particolare. – Questo studio non è una digressione. Non abbiamo da seguire lo Spirito Santo nelle sue vie, e fare ammirare i calcoli dell’adorabile operaio che ha fatte tutte le cose con misura, numero e peso? [“Omnia in mensura, et numero, et pondero disposuisti.” Sap., xi, 21]. – Oggi, d’altronde, che il materialismo più non vede nei numeri altro che delle cifre, é egli fuor di proposito ricordare, almeno di passaggio, una scienza familiare ai primi cristiani, filosofica fra tutte, ricca di profonde vedute, e risplendente di magnifiche armonie?

I Numeri.

La scienza dei numeri, che non bisogna confondere con l’arte del calcolo, non è una scienza immaginaria. Chi oserebbe tassare in tal modo una scienza che fu, sino dalla più remota antichità, l’oggetto dello studio e dell’ammirazione dei veri filosofi? Uno dei più grandi geni che siano comparsi nel mondo, sant’Agostino, la coltivava con una specie di passione. Questo stesso ardore era per lui il termometro del sapere e il segno del genio. « A misura, dice egli, che l’uomo dotto e l’uomo di studio si liberano della materialità che gli circonda, quanto più essi vedono chiaramente il numero e la sapienza, tanto più essi amano l’uno e l’altro. » [“Docti et studiosi, quanto remotiores sunt a labe terrena, tanto magis et numerum et sapientiam in ipsa veritate contuentur et utrumque carimi habent”. De lib. arbitr., lib. II, c. XI, n. 31, 32, opp. t. I, p. 875-976]. – Queste parole dell’ illustre dottore significano che agli occhi del genio purificato, i numeri, formanti la parte più eminente della scienza umana, sono la base dell’universo, le leggi che presiedono alla sua conservazione. Fatto per essi, per essi sussiste, ad essi egli deve tutta la sua bellezza. « Considerate, continua il gran vescovo, il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che racchiudono; ciò che brilla al disopra del vostro capo, o che striscia a’vostri piedi, o che vola nell’ aria, o che nuota nelle acque: tutte queste cose sono belle, perché hanno dei numeri; togliete i numeri, esse perdono all’istante la bellezza e la vita.1 » [S. Aug., De Ub. arbitr., ubi supra, p. 982]. – Niente di più vero. Togliete il numero dal firmamento e voi avete la scossa e la rovina degli astri. Togliete il numero dalla terra, dal mare, dagli elementi, da tutte le creature, voi non avete più né ordine, né armonia, né esistenza, poiché l’ordine, l’armonia, l’esistenza riposano essenzialmente sopra tanti numeri, vale a dire sopra tante proporzioni calcolate con precisione. In luogo suo che abbiamo noi? Il caos. Tra 1’ordine e il caos, tra la bellezza e la bruttezza, tra la vita e la morte, tra 1’armonia e il disaccordo, è il numero solo che costituisce la differenza. – Se le opere di Dio riposano sul numero, le opere del1’uomo, immagine di Dio, riposano altresì sul numero. Ogni operaio, ogni artista ha davanti agli occhi dello spirito un numero, cioè dire un complesso di proporzioni al quale egli conforma il suo lavoro. La sua intelligenza travaglia, la sua mano si affatica, i suoi strumenti si muovono finché l’opera esterna, di continuo guardata nel lume interiore del numero, non giunga alla perfezione e soddisfaccia lo spirito, giudice interiore che contempla il numero, modello dell’opera. Finche non vi giunge, voi avete un’opera imperfetta, e se mai se ne allontana affatto, voi avete una cosa mostruosa, una cosa senza nome, perché è senza numero. – Togliete per esempio il numero da una composizione musicale, voi avrete suoni discordanti e voci confuse. « Il numero, dice il Conte de Maistre, è la barriera evidente tra il bruto e noi…. Iddio ci ha dato il numero, ed è per il numero che a noi si mostra, come è per il numero, che l’uomo si mostra al suo simile. Togliete il numero, voi togliete le arti, le scienze, la parola e per conseguenza l’intelligenza. Riconducetelo, con esso ricompariscono le sue due figlie celesti, l’armonia e la bellezza. Il grido diventa canto, il rumore riceve ritmo, il salto è danza, la forza si chiama dinamica, e le linee sono tante figure. » – Non solamente le opere dell’ uomo riposano come quelle di Dio sul numero,- ma sono fatte col numero. Ciò che mette in movimento le membra dell’operaio, è il numero; imperocché esse si muovono in cadenza. Se voi attribuite al piacere il movimento misurato delle sue membra, voi avete il ballo. Cercate ora ciò che piace nel ballo; il numero risponderà: sono io. – Contemplate la bellezza delle forme nel corpo: chi la costituisce? i numeri che rimangono fissi nello spazio. La bellezza del movimento nel corpo a che cosa è dovuta? ai numeri che si muovono nel tempo. Così succede di tutte le opere dell’uomo, come di tutte le opere di Dio. Il numero, e il numero solo, dà loro l’essere e la bellezza. [(Sapientia) dedit numeros omnibus rebus, etiam infìmis. S. Aug., ubi supra, p. 976. — “Tolle numerum in rebus omnibus, et omnia pereunt. Adirne saeculo computum, et cuncta ignorantia caeca complectitur. Nec differre potest a caeteris annnalibus, qui calculi nescit rationem”. Superi, De operib. sanctissimae Trinitatis, lib, LXII ; De Spirit. sanct., lib. VII, c. XIV]. – Come si vede la scienza dei numeri racchiude le leggi dell’ordine universale, come pure la rivelazione dei più profondi misteri. A ragione dunque i più bei geni se ne sono preoccupati. Se nei tempi moderni essa é caduta in dimenticanza, bisogna attribuirla alla debolezza della ragione, conseguenza inevitabile dello scadimento della fede. Il mondo è pieno di abbachisti, ma non abbiamo più matematici. Si disprezza la scienza dei numeri, perché, ridotta all’arte materiale del calcolo, essa è alla portata di tutti. Quanto alla vera scienza dei numeri, alla filosofia dei numeri, in una parola, alla matematica divina, la si dispregia; atteso che ella non ha una applicazione immediata agli interessi della vita animale, e che non può essere altro che il patrimonio di pochi. [“Multos novi numerarios et muneratores, vel si quo alio nomine vocandi sunt, qui summe ac mirabiliter computant: sapientes autem perpaucos”. S. Aug., ubi supra, p. 875]. – Cercare la scienza dei numeri, non è dunque tener dietro ad una chimera. Ma che cosa è il numero? I numeri sono nel tempo e nello spazio, ma non sono né il tempo, né lo spazio. I numeri sono indefiniti, immutabili, eterni. Non avvi potenza umana che possa cambiare l’ordine dei numeri, o violarne l’essenza. Chi può, per esempio, fare che il numero che segue l’uno non sia due, o che il numero tre sia divisibile in due parti eguali? [“Ergo aeternos esse (numero) non negas. Imo fateor. S. Aug., De Musica, opp., T.1, p. II, p. 870; Id., De morib. Manich. c. XL, opp. t. I, p. II, p. 1170; De civ. Dei, lib. XII, c. XVIII]. -Cosa è dunque il numero? « Se volete saperlo, risponde sant’Agostino, elevatevi al disopra delle opere di Dio, nelle quali il numero risplende da tutte le parti. Elevatevi al disopra dell’anima umana che in essa ha la vista interiore del numero. Andate sino a Dio: là nel santuario intimo della sapienza medesima, vedrete il numero eterno, tipo e sorgente di tutti i numeri. Ma la sapienza medesima esiste ella per il numero, o consiste nel numero? Io non oso affermarlo. » [“….Sapientiam existere a numero, aut consistere in numero, non ausim dicere”. De lìber. arbitr., ubi supra, p. 976]. – Una cosa é certa: se il numero nella sua essenza non è la stessa sapienza, realizzata nelle opere di Dio, ne è pero l’espressione la più perfetta. Un’ altra cosa è egualmente certa; vi sono dei numeri, soprattutto nella sacra Scrittura, che sono sacri e pieni di misteri. 22 [“Numeros in Scripturis esse sacratissimos et mysteriorum plenissimos, ex quibusdam quos inde nosse potuimus, dignissime credimus”. S. Aug., Quaest. in Gen., c. CLIII; opp. t. III, p. 657]. – La tradizione di tutti i secoli è unanime su questo punto. Sacri, poiché è Dio medesimo che gli ha fissati; pieni di misteri, perché sono le leggi venerabili dell’ordine morale, e l’espressione dei rapporti intimi tra l’uomo e le creature, tra Dio e l’uomo, tra il tempo e l’eternità. A questo doppio titolo essi sono degni di un profondo rispetto e di un ardente studio. – Quali sono questi numeri misteriosi e sacri? Se ne conta una quantità infinita. Nella sola costruzione del Tabernacolo, sant’Agostino ne conta più di venti che tutti son pieni di misteri. [“Magnum mysterium figuratimi est, quando jussum est tabernaculum fabricari. Multa ibi numerosa dieta sunt in magno sacramento. Serm. 88, c. VI, opp. t. V, p. I, p. 645. — S. Th., 2a 2ae, q. 87, art. 1, corp.]. – Ci basti studiarne qualcuno. I più notevoli sono : il numero tre, il quattro, il sette, il dieci, il numero dodici e i loro multipli. – Tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento, il numero tre ritorna più di 359 volte; il numero quattro, 165 volte; il numero sette 347 volte; il numero dieci 239 volte; il numero dodici 177 volte; il numero quaranta 152 volte, e il numero cinquanta 61 volte. -Se facciamo attenzione che la Bibbia è di tutti i libri conosciuti il solo che indichi costantemente e con una precisione, apparentemente minuziosa, i numeri delle cose, delle misure, degli anni; che la Bibbia è l’opera della sapienza infinita; che nulla vi è d’inutile; che tutto in essa è mistero e verità; che Dio ha fatto tutto con numero; come non riconoscere in questa ripetizione sorprendente, l’intenzione evidente d’ammaestrarci? Ma che cosa c’insegnano i numeri sacri? Secondo i Padri, e sant’Agostino in particolare, il numero tre c’insegna la SS. Trinità. In Dio, vi è unità, trinità, indivisibilità. Il numero tre è uno e indivisibile; per dividerlo bisogna frazionarlo, cioè dire romperlo e distruggerlo. Da Dio vengono tutti gli esseri. Dal numero tre, unità primordiale, derivano tutti i numeri. – II Dio uno e trino ha scolpito la sua impronta su tutte le sue opere. Di qui quell’assioma della filosofia tradizionale: Tutte te cose sono uno e tre: “Porro omnia unum sunt et trìa”. – Il numero tre, rivelatore del Dio creatore, redentore e santificatore, trovasi quasi ad ogni pagina della Scrittura. Inoltre il Dio uno e trino, Creatore, Redentore e Santificatore ha fatto tutto, e ancora fa tutto col numero tre. Nell’ordine fisico, col numero tre, il mondò è tratto fuori dal nulla. Noi vediamo il Padre che crea; il Principio o il Figlio pei quale è creato; lo Spirito Santo che feconda il caos. Col numero tre il mondo è salvato. Noè che deve ripopolarlo ha tre figli: trinità terrestre, immagine viva della trinità creatrice. – Nell’ordine morale tutta l’esistenza del popolo ebreo, figura di tutti i popoli, è basata sul numero tre. La sua nascita in Isaac ha luogo col numero tre. Per annunziarlo ad Abramo, tre personaggi misteriosi appariscono al patriarca che non ne adora che un solo. Tre misure di farina sono adoprate a fare il loro pasto. – La liberazione dell’Egitto si fa col numero tre. Mosè salvatore del popolo, è tenuto nascosto da sua madre durante tre mesi. Gli Ebrei domandano a Faraone il permesso d’internarsi nel deserto per tre giorni. – La religione è stabilita sul numero tre. Ogni anno Israele deve celebrare tre grandi solennità nell’unico tempio di Gerusalemme. Costantemente egli prescrive di offrire nei sacrifizi tre misure di farina. Tre imbasamenti di pietra pulita sostengono l’atrio interiore del tempio di Salomone, tre gradini di pietre segate, il grande spazio lo circonda al di fuori. Il mare di bronzo riposa sopra tre bovi rivolti ad Oriente, tre all’Occidente, tre a Mezzogiorno, tre a .Settentrione: trinità che sorregge tutto, che è dappertutto e tutto vede. – La società, con i diversi avvenimenti che la distinguono è regolata dal numero tre. Così tre città d’asilo sono al di qua del Giordano e tre al di là. Gli esploratori di Giosuè si nascondono tre giorni nelle montagne vicine a Gerico. La presa della città e la conquista della Palestina sono il risultato di quella misteriosa ritirata. – Col numero tre si compiono i miracoli consolatori e liberatori della sacra nazione. Per colmarla di abbondanti benedizioni, l’arca dimora tre mesi nella casa di Obededom. Elia si china tre volte sul figlio della vedova di Zarepta, per ridonarlo alla vita. Prima d’ essere favorito dalle sue grandi rivelazioni, Daniele dee digiunare tre settimane, e tre volte al giorno voltarsi verso Gerusalemme per adorare. A fine di forzare Nabuccodonosor a confessare pubblicamente il vero Dio, tre fanciulli sono gettati nella fornace. Un soggiorno miracoloso di tre giorni dentro le viscere di una balena dee servire di credenziale a Giona a preparare la conversione di Ninive. Avanti di presentarsi ad Assuero, Ester ordina agli Ebrei tre giorni di digiuno: essa è obbedita; e contro ogni aspettiva, Israele, salvato dallo sterminio, diventa libero di rientrare nella terra de’ padri suoi. – Questi tratti sparsi segnalano l’ufficio continuo e sovrano del numero tre nell’antico mondo. Non meno interessante è il posto che esso tiene nel nuovo mondo. – L’incarnazione del Verbo è come la creazione del mondo rigenerato. L’augusto mistero si compie col numero tre. Il Padre copre Maria con la sua ombra onnipotente; lo Spirito Santo forma l’umanità del Figlio: il Verbo s’incarna. Quando é necessario manifestare il mistero rigeneratore e far conoscere il Figlio di Maria per il Padre del mondo nuovo, il numero tre ricomparisce con splendore sulle rive del Giordano: il Verbo è battezzato, il Padre Lo proclama suo Figlio, e lo Spirito Santo discende sotto la forma di una colomba. – Nel corso della sua vita mortale, il Redentore avrà bisogno di confermare la sua missione. Chi Gli renderà testimonianza in cielo e sulla terra, davanti agli Angeli e davanti agli uomini? Il numero tre. Cristo è la verità, dice san Giovanni, e ve ne sono tre che Gli rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo, e lo Spirito Santo: e ve ne sono tre che gli rendono testimonianza sulla terra: lo spirito, l’acqua e il sangue. [Joan., V, 7, 8]. Sul Tabor vuole egli manifestare la sua divinità: tre apostoli gli servono da testimoni. Nell’orto degli olivi egli deve mostrare in tutta la sua realtà la natura umana; tre apostoli gli servono ancora di testimoni, e questi stessi discepoli potranno affermare davanti all’universo intero ch’egli è Dio e uomo insieme. – Finalmente, quando è venuta l’ora in cui deve salvare il mondo col suo sangue, col numero tre si compierà il mistero, restando Gesù tre ore sulla croce e tre giorni nel sepolcro. – Come parteciperà l’umanità ai meriti del Redentore, e come di figlia di Adamo diventerà ella figlia di Dio? Per il numero tre. È in nome del Dio uno e trino che il mondo nuovo prenderà nascimento nelle acque battesimali, come il mondo antico l’aveva presa in nome dello stesso numero nelle acque primitive. Queste acque rigeneratrici chi le farà conoscere alle nazioni? Il numero tre. Pietro é a Cesarea: il vaso misterioso che gli annunzia la rovina del muro che separa il giudeo dal gentile, discende tre volte dal cielo, e tre uomini vengono a cercare il pescatore di Galilea per pregarlo di battezzare gli incirconcisi. – Il mondo è nato, ma bisogna che viva. Egli vivrà del numero tre. La fede, la speranza e la carità saranno il suo alimento divino sino alla fine del suo pellegrinaggio. La sua eterna dimora dovrà le sue perfezioni misteriose al numero tre. La Gerusalemme celeste ha tre porte all’oriente, tre all’occidente, tre al mezzogiorno, tre al settentrione. Perché in questi esempi e in cento altri che possiamo citare, il numero tre e non il numero quattro, cinque, sei o otto? Nessuno può dire che questo numero è arbitrario o forzato. Liberamente impiegato da una sapienza infinita esso racchiude un mistero. Questo mistero l’abbiamo indicato: il numero tre è il segnale rivelatore della Trinità. Adoprato nelle opere capitali dell’Onnipotente, la creazione, la redenzione, la glorificazione insegnano all’uomo creato, redento, glorificato di Chi egli sia opera, su qual tipo è stato formato, ed a Chi deve render gloria. – Per quanto umile sia ogni creatura, porta essa scolpito su di sé il numero tre, a fine di annunziare a tutti con quell’ impronta indelebile chi è il suo Autore ed il suo proprietario. Come per esempio il cervo di Cesare, il cui collare portava scritto: “Io appartengo a Cesare, non mi toccate; la pianta come l’animale dice all’uomo: io appartengo a Dio uno e trino, rispettatemi. [“Ternarius vero numerus Patrem et Filium et Spiritum Sanctum insinuate”. S. Aug., Serm. 252, c. X, t. I, p. 1521]. .-.-   Passiamo al numero quattro. Manifestandosi al di fuori, la SS. Trinità produce gli esseri creati, il tempo e lo spazio. Quest’ è che rappresenta il numero quattro, che segue immediatamente il numero tre e che ne procede. Diversamente dal numero tre, il numero quattro é divisibile. Tale è la condizione del tempo, e delle cose del tempo. Ciò nonostante, come avvi il tre in ciascuna creatura, avvi pure in ciascuna natura qualche cosa di indivisibile e d’immutabile: ed è l’essere. Da ciò deriva che, se tutto perisce, nulla rimane annientato. – Con le quattro unità di cui si compone il numero quattro, rappresenta la materia, composta di quattro qualità: altezza, lunghezza, larghezza e profondità: il mondo diviso in quattro punti cardinali; il tempo, formato di anni di cui ciascuno si decompone in quattro stagioni: “il numero quattro è dunque la misura e la legge delle cose create”. – A giudizio dei Padri, questa significazione del numero quattro, semplice o moltiplicato, è invariabile nella Scrittura. «Se il numero tre è il segno dell’eternità, il segno di Dio in tre persone e dell’anima in tre facoltà, il numero quattro, dice sant’Agostino, è il segno del tempo e della materia. » Come segno del tempo: l’anno di cui si compongono i secoli si divide in quattro parti: la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno. Questa divisione non è affatto arbitraria, atteso che essa segna dei cambiamenti palpabili nella natura. La scrittura conta pure quattro venti, sull’ ali dei quali si propagano in quattro canti del mondo, e i grani delle piante e il seme evangelico. » [“In quaternario numero est insigne temporum, etc.Serm. 552, c, X, t. I, p. I, p. 1521. — “Manifestum est ad corpus quateraarium numerum pertinere,propter elementa notissima quibus constat”. Enarrat. in ps. VI, t. IV, p. I, p. 32]. – Ammiriamo come il numero quattro completa l’insegnamento del numero tre. Questo, rivelatore della Trinità e dell’eternità, dice all’uomo, che Dio solo è indivisibile, immutabile ed eterno. Come segno della creatura e del tempo, il numero quattro gli dice, che il tempo e tutto ciò che appartiene al tempo, è divisibile, mutabile, perituro: che la terra è un luogo di passaggio; che noi vi siamo viandanti, e che la vita è un camminare continuo verso l’immutabile;22 [II tempo, questa immagine mobile dell’immobile eternità.]. – Ciò che insegna di per se stesso, il numero quattro continua ad insegnarlo per le sue quantità. Fecondato dai numero tre arriva a dodici. Fra tutti i numeri, il dodici è uno dei più sacri. Egli rappresenta la creazione tutta quanta, il tempo, lo spazio, vivificata dalla SS. Trinità e chiamata alla deificazione. Nel giorno del giudizio, dice il Verbo Creatore, Redentore e Santifìcatore, dodici seggi saranno preparati per i dodici Apostoli chiamati a giudicare le dodici tribù d’Israele. – « Che cosa significano questi dodici seggi, domanda sant’Agostino? Perché il numero dodici e non un altro? – Il mondo si divide in quattro parti, secondo i quattro punti cardinali. Di queste quattro parti, gli abitanti sono chiamati, perfezionati e santificati dalla SS. Trinità. Poiché tre volte quattro fanno dodici, voi vedete perché i santi appartengono al mondo intero, e perché vi saranno dodici seggi preparati ai dodici giudici delle dodici tribù d’Israele. Difatti, da una parte, le dodici tribù d’Israele rappresentano non solo l’universalità del popolo ebreo ma di tutti i popoli; dall’altra, i dodici giudici rappresentano l’universalità dei santi, venuti dalle quattro parti del mondo e chiamati a giudicare i peccatori venuti pure dalle quattro parti del mondo. Così dal numero dodici, sono rappresentati tutti gli uomini, giudici e giudicati, radunati dalle quattro parti. del mondo dinanzi al tribunale dell’Uomo-Dio. » [Enarrat. in ps. 49, c. 8, t. IV, p. 640] – Quante volte nel suo misterioso, ma eloquente linguaggio, il numero dodici ricorda questi grandi dommi della creazione degli uomini per mezzo della santa Trinità, della loro vocazione al battesimo per mezzo della medesima e del conto che avranno da rendere all’ultimo giorno, delle tre facoltà della loro anima che ne formano l’immagine della SS.Trinità! Noi gli vediamo scritti nei dodici figli di Giacobbe; nelle dodici tribù d’Israele; nelle dodici fontane del deserto, dove si dissetarono gli Israeliti, pellegrini della terra promessa; nelle dodici pietre preziose del razionale, sulle quali è scolpito il nome delle dodici tribù, nei dodici mortai d’oro per il servigio del tabernacolo; nelle dodici ampolle d’argento per le libagioni; nei dodici esploratori di Mose e nelle dodici pietre depositate nel letto del Giordano. – Noi gli troviamo più chiari ancora nei dodici Apostoli; nelle dodici sporte piene di avanzi di pani miracolosi, e nella celebre visione di san Pietro. « Il capo della Chiesa universale, dice sant’Agostino, vide un vaso simile ad un lenzuolo scendente dal cielo, sostenuto dai quattro canti ei nel quale si trovavano animali di ogni specie. La visione ebbe luogo tre volte. Quel vaso sostenuto dai quattro angoli era la figura del mondo diviso in quattro parti, e che doveva essere tutto evangelizzato: ecco perché sono stati scritti quattro Vangeli. – Questo vaso che scende tre volte dal cielo segna la raccomandazione che il Figlio di Dio fece a’ suoi apostoli, di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. – « Di qui pure, il numero di dodici apostoli. Questo numero non è nient’affatto arbitrario. Che dico io? È talmente sacro, che bisognò completarlo dopo l’apostasia di Giuda. Ma perché dodici apostoli e non più di dodici? – Perché il mondo, diviso in quattro parti, doveva essere chiamato al Vangelo in nome della SS. Trinità. Ora, quattro moltiplicato per tre dà dodici: numero della Chiesa universale, nella quale sono gli ebrei ed i gentili figurati dagli animali di ogni specie, contenuti nel vaso misterioso. » [Enarrat, in ps, 103, t. IV, p. 1640]. – Le stesse verità proclamate dal numero dodici le vediamo ancora nei dodici giudici del mondo e le vedremo risplendenti di una nuova luce nei dodici fondamenti in pietre preziose e nelle dodici porte della Gerusalemme futura; nei dodici frutti dell’albero della vita, infine nelle dodici stelle che compongono in cielo l’eterna corona della Chiesa. – Questa non è però che una parte dei solenni insegnamenti dati dal numero quattro. Moltiplicato col numero dieci, altro numero sacro del quale parleremo in breve, quale insieme di leggi mirabili e rivelazioni feconde offre alla meditazione degli spiriti attenti! – « Il numero quaranta, dice sant’Agostino, segna la durata del tempo, durante il quale travagliamo sulla terra. » [“Quadragenarius numerus tempus hoc significat, in quo laboramus in saeculo”. Serm. 252, c. X, t. I, p. I, p. 1521]. – O gran genio che avete già visto, e come tutta la storia vi rende testimonianza! – Come tante energiche figure della vita dell’uomo quaggiù, delle sue fatiche e dei suoi patimenti, le acque del diluvio non cessano di cadere sulla terra, per quaranta giorni e quaranta notti. Il pericoloso viaggio degli esploratori di Mosè dura quaranta giorni. Mosè medesimo digiuna quaranta giorni sulla montagna, prima di ricevere la legge. Gli Ebrei, popolo tipo dell’umanità, errano quarant’anni nel deserto prima di valicare il Giordano. Durante quaranta giorni, il gigante Golia insulta il campo d’ Israele: figura trasparente del demonio, che insulta la Chiesa, per tutta la durata del suo pellegrinaggio. Davide regna quarant’anni: immagine del vero Davide, il cui regno abbraccia la totalità del tempo. – Elia nutrito di un pane miracoloso, digiuna quaranta giorni e quaranta notti, prima d’arrivare in cima del monte di Dio: è il cristiano fortificato dalla grazia, in cammino verso l’eternità. Il doloroso sonno d’Ezechiele per l’espiazione dei peccati di Giuda, dura quaranta giorni, durata totale della vita cristiana, definita dal concilio di Trento, una penitenza perpetua. Quaranta cubiti formano la lunghezza del tempio. Una dilazione di quaranta giorni è accordata a Ninive; è il tempo dato al genere umano per convertirsi. Avanti la presa di Gerusalemme fatta da Antioco, cavalieri e carri armati, attraversano il cielo per quaranta giorni. Il gran penitente del mondo, il Verbo incarnato, digiuna quaranta giorni; e dopo la sua resurrezione rimane sulla terra, istruendo i suoi discepoli durante quaranta giorni. – « I tre grandi digiuni di quaranta giorni, continua sant’Agostino, segnano tutta la durata del mondo e la condizione dell’uomo sulla terra. Mosè digiunando quaranta giorni è il genere umano sotto la legge; Elia digiunando quaranta giorni è il genere umano sotto i profeti; Nostro Signore digiunando quaranta giorni, è il genere umano sotto il Vangelo. Ora, siccome la vita dell’uomo sotto il Vangelo deve durare sino alla fine del tempo, il digiuno di Nostro Signore è stato perpetuato dalla Chiesa, a fine di avere tutto il suo significato. – Vedete come é ben posto! qual tempo meglio adattato per ricordarci la nostra condizione terrena, digiunando e mortificandoci, come i giorni vicini alla passione del Salvatore ? » [“In qua ergo parte anni congruentis observatio quadragesimae constitueretur, nisi confini atque contigua dominicae passionis?” Epist. XV, clas. 2, c. xv, t. 31, p. I, p. 207: Id., Serm, 51, c. XXII, t. V, p. I, p. 429].

Numero dieci e numero sette

Il numero quaranta rappresenta il tempo con le sue divisioni, le sue successioni, le sue penose fatiche e le sue lotte incessanti. Ma il tempo non è che il cominciamento della vita, e per il cristiano il vestibolo della beata eternità. Qual numero ricorderà all’uomo questa verità consolante? Il numero dieci aggiunto al numero quaranta. Questa addizione non ha d’arbitrario nulla di più degli altri calcoli sacri. I più grandi geni ne hanno riconosciuta la profonda giustizia. Secondo san Tommaso, il numero dieci è il segno della perfezione. – Perché? Perché è il primo e insuperabile limite dei numeri. Al di là di dieci, i numeri non continuano ma ricominciano da uno. [“Decima est perfectionis signum, eo quod denaxius est quodammodo numerus perfectus, quasi primus limes numerorum, ultra quem numeri non procedunt, sed reiterante ab uno”. 2a, 2ae, q. 87. art. 1, cor. ; et p. in, q. 31, art. 8, corp.]. Cosi in tutte le cose, allorché siamo arrivati alla perfezione non si continua, ma si ricomincia. L’orologiaio, per. esempio, che ha fatto una mostra perfetta, non continua a lavorarvi, ma ne ricomincia un’altra. Il fatto del numero dieci, come limite dei numeri, è di tutti i paesi e di tutti i tempi. Qual prova più evidente che esso non è arbitrario né di umana invenzione? Bisogna dunque riconoscere ch’è misteriosamente divino e divinamente misterioso. – Da ciò deriva, secondo il giudizio dei Padri, che nella Scrittura lo Spirito Santo l’usa cosi sovente, per notare la perfezione tanto in bene che in male. In nome d’Isaac, Abramo manda il suo servo Eliezer con dieci cammelli carichi di doni, a chiedere una sposa per suo figlio: quest’è il vero Isacco che cerca la Chiesa, la vera Rebecca, e gli offre come patto di nozze, i suoi dieci comandamenti, principio della sua deificazione. Dieci fratelli di Giuseppe vanno a cercare del grano in Egitto: quest’è l’universalità degli uomini che domandano il pane di vita al vero Giuseppe. Mosè riceve da Dio dieci comandamenti, né più né meno; è la perfezione della legge. – Dieci candelabri d’oro risplendono nel tempio di Gerusalemme, perfezione della luce la quale con i dieci comandamenti illumina la Chiesa, tempio augusto di cui Gerusalemme non era che la figura. Il salterio di David ha dieci corde; perfezione della lode. Dieci lebbrosi si presentano a Nostro Signore; è tutto il genere umano infermo, che implora la sua guarigione. Il principe del Vangelo distribuisce dieci monete ai suoi servi, per farle valere durante la sua assenza: dieci comandamenti sono dati a tutti gli uomini, per praticarli, e giungere alla perfezione. La bestia dell’Apocalisse ha dieci corni: simbolo della sua terribile potenza: e dieci diademi sul capo: segno dell’immensa estensione del suo impero. – Il numero dieci, preso in sé stesso come limite insuperabile dei numeri, è dunque il segno della perfezione. Se si aggiunge al numero quaranta, egli conserva la stessa significazione, ma diviene più evidente e si applica ad un ordine di cose più elevato. Quaranta e dieci fanno cinquanta: questo numero segna la riunione del tempo e dell’eternità. Lasciamo parlare sant’Agostino: « Il numero quaranta è la misura del tempo : epoca di sudori, di lacrime, di fatiche, di patimento e di doloroso pellegrinaggio nel deserto della vita. Ma allorché avremo ben compiuto il numero quaranta, camminando nella strada dei dieci comandamenti, riceveremo il denaro promesso alle buone opere. Cosi, al numero ben riempito di quaranta, aggiungete la ricompensa del danaro composto di dieci, ed avrete il numero di cinquanta. – Quest’è la misteriosa figura della Chiesa celeste, in cui Dio sarà lodato, senza interruzione, nei secoli dei secoli. – « Di quest’inni eterni, di queste pure gioie che niuno potrà rapirci, non ne godiamo ancora. Nonostante ne abbiamo una caparra, allorché durante i cinquanta giorni che seguitano la risurrezione del Salvatore, ci asteniamo dal digiunare e facciamo risuonare il giocondo alleluia, » [Enarrat. in ps. 150, t. IV, p.II, p. 2411, 2412; Serm. 252, c. XI, I, p. I, p. 1521; Id., Serm. 210, c. VI, p. 1342]. -Tutta la Scrittura conferma nel modo il più splendido la spiegazione dell’illustre dottore. L’arca, soggiorno di tutto ciò che dee sfuggire alla morte, è cinquanta cubiti di larghezza; il tabernacolo, immagine della Chiesa per la quale saranno salvi tutti gli eletti, ha cinquanta anelli per formare le cortine di porpora che la circondano. – Al momento della loro partenza gli Ebrei schiavi in Egitto, sacrificano l’agnello pasquale. Camminano quaranta giorni nel deserto e dopo dieci giorni di fermata a’ piè del Sinai; per conseguenza cinquanta giorni dopo la loro liberazione, ricevono la legge di timore, scritta da Dio medesimo sopra tavole di pietra, e portate dal monte da Mosè. Avviene la nuova alleanza. Il Figliuolo di Dio, il vero agnello pasquale è immolato, e cinquanta giorni dopo, la legge di carità, è data al mondo dallo Spirito Santo medesimo che lo scrive nei cuori. – La Pentecoste, cioè dire la cinquantina giudaica, pegno di felicità per la sinagoga, la Pentecoste cristiana, pegno di felicità per la Chiesa, e l’una come l’altra figura è arca di felicità della Gerusalemme futura! Questa misteriosa concordanza dei numeri rapisce d’ammirazione il gran vescovo d’Ippona. « Chi non preferirebbe, esclama, la gioia che cagionano i misteri di questi numeri sacri, allorquando sfolgorano di splendore della sana dottrina a tutti gli imperi del mondo anche i più floridi? Non vi pare egli che i due Testamenti, come i due serafini del tabernacolo, cantino eternamente le lodi dell’Altissimo e si rispondano dicendo: Santo, santo, santo, è il Signore Dio degli eserciti? » [E p i s t class. II, c. XVI, t. II, p. I, p. 208]. – Il numero cinquanta, formato di dieci e quaranta, racchiude un altro mistero di una bellezza sorprendente: “magnae significationis”, come dice parimente sant’Agostino. Il Redentore del mondo ordina agli Apostoli di gettare la loro rete a destra della barca. Essi obbediscono e riconducono centocinquantatre grossi pesci. Di nuovo, perché questo numero e non un altro? Quale ne è il significato; poiché ve ne ha uno, atteso che è determinato dalla sapienza infinita? «Tutti gli uomini, continua sant’Agostino, sono chiamati dalla Trinità a fine di vivere santamente il tempo della vita, rappresentato dal numero quaranta, e di ricevere la ricompensa segnata dal numero dieci. Ora il numero cinquanta moltiplicato per tre forma centocinquanta. Aggiungete il divino moltiplicatore, la SS. Trinità, tamquam multiplicaverit cum Trinitas, e voi avete centocinquantatre che è il numero dei pesci trovati nella rete, numero perfetto che comprende la totalità dei santi. » [“Quia in nomine Trinitatis vocati sunt omnes, ut in quadragenario numero bene vivant et denarium accipiant, ipsum quinquagenarium ter multiplica, et fìunt centum quinquaginta. Adde ipsum mysterium Trinitatis, fìunt centum quinquaginta tres, qui piscium numerus in dexfcra inventus est: in quo tamen numero innumerabilia suntmillia sanctorum”. Serm.252, c. XI, ubi supra]. – Tali sono i numeri o le proporzioni geometriche, secondo le quali è stata fatta, e nelle quali é rinchiusa la maggior opera di Dio: la salute dell’uman genere. – Ma per quali mezzi gli uomini pervengono alla salute? e questi mezzi riposano su dei numeri? quali sono questi numeri? Tutto il mondo conosce la parola del Verbo redentore: Se voi volete entrare nella vita, osservate i comandamenti. Ora i comandamenti sono in numero di dieci. Per essere del numero degli eletti fa d’uopo dunque tenersi nel numero dieci, come in una fortezza, vale a dire che i dieci comandamenti debbono essere il limite dei nostri pensieri e delle nostre azioni. – Ma da sé stesso l’uomo non può adempire i dieci comandamenti, ha bisogno della grazia. Chi la dà? Lo Spirito dei sette doni. Cosi per fare un santo, ci vogliono due cose: i dieci comandamenti e i sette doni dello Spirito Santo. “La salute riposa dunque sul numero dieci e sul numero sette”. Fa egli meraviglia che il capo d’opera della sapienza infinita riposi sul numero, poiché le creature più umili, come il moscerino e il filo d’erba sono state fatte con numero, peso e misura? Abbiamo già veduto che il numero dieci e il numero sette, riuniti, formano e comprendono tutti gli eletti; vale a dire tutti coloro che adempiono la legge con l’aiuto dello Spirito Santo. Sant’Agostino lo mostra ancor più chiaramente. « Difatti, egli dice, se voi sommate dieci e sette, aggiungendo le une alle altre cifre che le compongono, voi arrivate a centocinquantatre, ed avete, come è stato spiegato più sopra, la moltitudine innumerevole dei santi, designati dai centocinquantatre pesci. » [“Lex habet decem praecepta: Spiritus aùtem gratiae, per quam solam lex impletur, septiformis legitur…. Decem ergo et septem tenent omnes pertinentes ad vitam a et emani, id est legem implentes per gratiam Spiritus…. Si computes ab uno ad decem et septem fìunt centum quinquaginta tres, et invenies numerum saerum fìdelium atque sanctorum in eoelestibus cum Domino futurorum”. S. Aug., Serm. 248, c. iIV, t. V, p. I, p. 1499]. Ecco l’operazione: 1+ 2 + 3 + 4 + …. etc. + 17 = 153. (153 è uno di quei numeri detti: “numeri triangolari”, cioè il numero che risulta dalla somma di tutti i precedenti lo stesso. Il numero triangolare si ottiene dalla formula: n. x (n.+1) : 2 [nel nostro caso: 17 x (17+1) : 2 = 17×18 = 306:2 = 153] – n.d.r. -). – Se l’ordine morale, la virtù, la santità riposano sul numero dieci, combinato col numero sette, ne risulta che il segno del disordine morale o del peccato è il numero undici, e la totalità del disordine morale o del peccato, lo stesso numero moltiplicato per sette. (Non per nulla il numero 11 è in numero simbolico più impiegato da tutte le obbedienze della massoneria, sinagoga di satana– n.d.r.). Spieghiamo questo nuovo teorema della geometria divina. Siccome il numero dieci segna la perfezione della virtù sulla terra, e della beatitudine nel cielo, cosi il numero undici dee necessariamente indicare il peccato. Che cosa è infatti il peccato? È una trasgressione della legge. – Come il suo nome lo dice, la trasgressione ha luogo allorquando si esce dal limite del dovere, segnato dal numero dieci. Ora uscendo da dieci, il primo numero che si riscontra naturalmente, è l’undici. 11 [“Lex enim per decem, peccatim per undecim. Quare peccatum per undecim? Quia transgressio denarii est ut eas ad undenarium. In lege autem modus fìxus est; trasgressio autem peccatum est. Jam ubi transgrederis denarium ad undenarium venis”. S. Aug. S erm . 83, c. VI, t. V, p. I, p. 645]. – Perciò nel Vangelo il numero undici non è mai moltiplicato per dieci ma per sette. Perché non é egli moltiplicato per dieci? Perché dieci è il segno della perfezione e che comprende la Trinità rappresentata da tre; e l’uomo rappresentato da sette, a cagione dell’anima con le sue tre facoltà, e del corpo con i suoi quattro elementi. Ora la trasgressione non può appartenere alla Trinità. Per moltiplicare undici, segno del peccato, resta dunque sette, a motivo dei peccati dell’anima e del corpo. I peccati dell’anima sono la profanazione delle sue tre facoltà, come i peccati del corpo sono la profanazione dei suoi quattro elementi. – Questa semplice parola della lingua dei numeri, invela luminosamente il significato generalmente incompreso, delle minacele tante volte ripetute in Amos. Parlando per bocca del profeta, Iddio dice: «Se Damasco commette tre e quattro delitti, io non gli perdonerò. Se Gaza commette tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se Tiro commette e tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se Edom commetterà tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se i figliuoli di Aminone commettono tre e quattro delitti, io non gli perdonerò. » [Amos, c. I, 8-18]. – Perché il Signore perdonerà uno e due e non perdonerà tre e quattro? Perché tre e quattro componendo il numero sette, segnano la trasgressione totale della legge e la ribellione completa dell’uomo composto di un’anima e di un corpo. Così undici, moltiplicato per sette, segna la totalità della trasgressione e l’ultimo limite del peccato. V’è egli bisogno di ripetere che questo misterioso calcolo non ha nulla d’arbitrario? È la Verità stessa che 1’adopra e che ci dà il significato. Pietro ha ricevuto il potere di legare e di sciogliere tutti i peccati. Egli domanda al divino Maestro quante volte gli dovrà perdonare. Senza attendere la risposta, si affretta ad aggiungere: fino a sette volte? Non solo sino a sette volte, ripigliò Nostro Signore, ma fino a settanta volte sette. [Matth., XVIII, 21, 22]. – A meno che non si accusi la eterna Sapienza d’aver parlato a caso, bisogna convenire che questo numero ha la sua ragione d’essere. Qual è questa ragione e perché questo numero e non un altro? Meno, sarebbe stato troppo poco, più sarebbe stato inutile. Meno, sarebbe stato troppo poco, perché tutti i peccati sono remissibili, e che se ne ottiene il perdono tutte le volte che si domanda con sincerità. Più, sarebbe stato inutile, poiché settanta volte sette, indica l’universalità dei peccati, come l’abbiamo visto, e la perpetuità della remissione, come noi vedremo. – Difatti, un nuovo sprazzo di luce ci rivela il significato del numero settantasette, facendo brillare in tutto il suo splendore l’adorabile sapienza che ha disposto tutto con numero. San Luca, descrivendo la genealogia del Redentore, conta in tutto settantasette generazioni. Cosi negli eterni consigli, la discesa del Piglio di Dio sulla terra ha avuto luogo nel momento preciso in cui settantasette generazioni di peccatori erano passate, a fine di mostrare con questo numero misterioso, ch’egli era venuto per cancellare l’universalità dei peccati commessi dal genero umano. [S. Aug. Serm . 83, c. IV, t. V, p. 1, p. 644]. – Abbiamo spiegato il numero sette combinato con i numeri dieci e undici; rimane a spiegarli presi isolatamente. Di tutti i numeri sacri, il sette è, secondo il giudizio dei Padri della Chiesa, interpreti incomparabili della Scrittura, uno di quei numeri che racchiudono i più numerosi e più profondi misteri: eccone alcuni. Composto di tre, segno della Trinità, e di quattro, segno del tempo, il numero sette rappresenta il Creatore e la creatura.2 2 [“Septenarius numerus indicat creaturam, quia sex diebus Deus operatus est et septimo ab operibus quievit”. S. Aug., Serm. 252, c. x, ubi supra.]. Esso gli rappresenta e nei loro caratteri generali e nella loro intima natura, vale a dire nella loro totalità. Totalità dell’uomo, composto di un’anima con tre facoltà: memoria, intelletto e volontà: e di un corpo con i quattro elementi e le quattro qualità della materia: lunghezza, larghezza, altezza e profondità. – Totalità di Dio, la sapienza settiforme che ha creato il mondo, che lo conserva e che lo santifica. [“Spiritus sanctus in Scripturis septenario praecipue numero commendatur”. S. Aug.t Enarrat, in ps. 50, t. IV, p. 2411, 2412]. Ora, il Creatore e la creatura comprendono tutto ciò che è. Il numero sette è dunque la formula completa degli esseri. Esso esprime non solamente il finito e l’infinito, ma altresì la differenza che gli distingue, e i rapporti che gli uniscono. Uno è immutabile indivisibile, l’altro mutabile e divisibile: uno è principio, l’altro effetto. [“Septenarius numerus quo universitatis signifìcatio saepe figurato, qui etiam Ecclesiae tribuitur propter instar universitatis”. S. Aug. epist, class. 2, t. II, p. I, p. 196]. – Nel suo significato naturale il numero sette è dunque una protesta permanente contro tutti i sistemi erronei del panteismo, o dell’eternità della materia, o del razionalismo, o della indipendenza dell’uomo. Con la universalità degli esseri, il numero sette segna ancora la totalità del tempo. Nulla di più chiaro, poiché sette giorni che vanno e vengono senza interruzione, compongono i mesi, gli anni ed i secoli.33 [“Et quare septies pro eo quod est semper ponatur, certissima ratio est : septem quippe diebus venientibus et redeuntibus, totum volvitur tempus”. Id., Serm. 114, t. V, p. 1, p. 822]. Dai significati fondamentali del numero sette, risultano le applicazioni così frequenti che lo Spirito Santo fa nella Scrittura. Queste applicazioni diventano altrettante rivelazioni, ricche d’insegnamenti e risplendenti di bellezze. Cosi a fine di ripopolare il mondo, Dio ordina a Noè di fare entrare nell’arca sette paia d’animali puri. Quando tutto è pronto per la vendetta, egli concede ancora sette giorni di ravvedimento ai colpevoli. Quando le acque del diluvio hanno diminuito, Noè aspetta sette giorni, prima di mandare una seconda volta la colomba, poi sette altri, innanzi di rimandarla una terza. Per giurare la sua solenne alleanza con Àbimelech, Abramo sacrifica sette agnelli: Giacobbe serve sette anni per ottenere Rachele; immagine del vero Giacobbe, che fatica durante le sette età del mondo, per conquistare la vera Rachele, cioè la Chiesa sua sposa. Le spighe piene e le vacche grasse, simbolo della piena abbondanza dell’Egitto, sono in numero di sette. I funerali di Giacobbe durano sette giorni: eloquente rappresentazione della vita dell’ uomo nella valle delle lacrime. Gli Ebrei mangiano il pane azzimo per sette giorni, durante i quali il pane lievito deve essere escluso dalle loro case sotto pena di morte: mortificazione completa del corpo e dell’ anima per entrare in comunicazione con Dio per la manducazione dell’agnello pasquale. – Il candelabro del tabernacolo ha sette bracci: calore e luce universale dello spirito dei sette doni: le mani dei sacerdoti debbono essere consacrate durante sette giorni. Innanzi di ricevere la vittima, l’altare deve essere purificato per sette giorni di seguito e asperso sette volte. La purificazione delle lordure dura sette giorni. – Alle tre feste solenni, il popolo ebreo, tipo di tutti gli altri, deve offrire sette agnelli. Sette settimane d’anni formano il Giubileo. Sette nazioni nemiche occupano la terra promessa: non è che dopo averle annientate che gli Ebrei saranno i pacifici possessori della terra di benedizione: bella figura dei sette peccati capitali, la cui distruzione può sola metterci in possesso della pace, della coscienza e della beatitudine eterna. Se, come non se ne potrebbe dubitare, il numero sette non è adoperato arbitrariamente nei misteri della vera religione, bisogna aspettarsi di vedere il demonio servirsene sovente nelle pratiche del suo culto.1 1 [I pitagorici chiamavano il numero sette il numero venerabile, venerabilis numerus. Apud serrarium Bibl, c. XII, p. 7. Varrone c’insegna che nessun altro era più sacro presso i pagani: M. Varrò in primo librorum qui inscribuntur Hebdomades, vel De imaginibus, septenarii numeri virtutes potestatesque multas variasque dicit : Aul. Gell., lib. III, c X]. – Ora questa grande scimmia di Dio, più istruito di noi dei profondi misteri del numero sette, vuole che i suoi sacerdoti non diventino tali che sacrificando sette montoni. Balaam a fine di riuscire nelle sue evocazioni, ordina a Balaac d’innalzare sette altari, e vuole per vittime sette vitelli e sette agnelli. Oggi ancora, sette abluzioni dell’idolo formano il rito sacro dell’adorazione solenne presso gli Indiani. – Costantemente i sette agnelli ritornano in tutti i sacrifici: doppia immagine e della totalità dei peccati e dell’efficacia onnipotente del sangue dell’Agnello “vero” per cancellarli. Cosi per pacificare il Signore terribilmente irritato, Ezechia fa immolare sette tori, sette castrati, sette capri e sette agnelli. Dopo il ritorno della schiavitù, per espiare tutti i peccati della nazione, si sacrificano settantasette agnelli. Purificato, Israele può marciare contro i suoi nemici che furono dinanzi a lui per sette vie: sconfitta completa. – Siccome lo Spirito Santo è l’anima del mondo, e che la sua settiforme influenza si fa sentire a qualunque creatura per illuminarla, purificarla, glorificarla, così il numero sette gli appartiene in un modo speciale. Egli forma, possiamo dirlo, la proporzione geometrica di tutte le sue operazioni. Da ciò l’uso cosi frequente che se ne fa nell’antico e nel Nuovo Testamento. – Sette sacerdoti con sette trombe fanno cadere le mura di Gerico: così i sette doni dello Spirito Santo rovesciano l’impero del demonio. Nelle sette trecce dei suoi capelli risiede la forza di Sansone: i sette doni dello Spirito Salito, forza del cristiano, martire della guerra o martire della pace. Sette cori di musica accompagnano l’arca dell’alleanza nel suo cammino trionfale, e David canta le lodi di Dio sette volte al giorno: inni eterni dei santi, riuniti intorno a Dio, e salvati dai sette doni dello Spirito Santo. – Sette anni sono impiegati nella costruzione del tempio; cosi la chiesa edificata dallo Spirito dei sette doni, lungo la durata del settenario, che appellasi il tempo. Sette consiglieri dirigono il re di Persia, che invia Esdra a ricostruire il tempio di Gerusalemme; parimente i sette doni dello Spirito Santo riposanti su Nostro Signore, mandato dal Padre suo per ricostruire il vero tempio della vera Gerusalemme. Sette Angeli stanno in piedi dinanzi al trono di Dio, e sette colonne sostengono il palazzo della Sapienza: due figure del pari trasparenti dei sette doni dello Spirito Santo, sostegni della Chiesa e principi delle eterne adorazioni. Sette occhi sono scolpiti sulla pietra angolare delle mura di Gerusalemme; così sette doni dello Spirito Santo su Nostro Signore, pietra angolare della Chiesa del tempo e della Chiesa dell’ eternità. Sette pastori condurranno il divino ovile », allorché il Redentore l’avrà formato; del pari sette doni dello Spirito Santo conduttori degli abitanti della Città del bene. – Sette anni di’follia e di dimora fra le bestie, sono inflitti a Nabuccodonosor punizione adeguata dei sette peccati capitali.- Sette leoni sono nella fossa, dove è gettato Daniele: sette peccati capitali intorno al cristiano nella valle delle lacrime. Il Vangelo nomina sette cattivi demoni: sette spiriti dei peccati capitali. Sette pani nutriscono quattro mila uomini nel deserto: i sette doni dello Spirito Santo, cibo spirituale del mondo intero. [“Septem panes signifìoant septiformem operationem Spiritus sancti; quatuor millia hominum, Ecclesiam sub quatuor evangeliis constitutam. Septem sportae fragmentorum perfectionem Ecclesiae, hoc enim numero saepissime perfectio commendatur”. S. Aug., Serm. 95, n. 2, p. 728]. – Gli Apostoli diretti dallo Spirito Santo stabiliscono sette diaconi: universalità delle opere di carità spirituale e corporale. San Giovanni indirizza l’Apocalisse a sette chiese: numero della totalità. Il figlio di Dio gli appare nel cielo circondato da sette candelabri d’oro: i sette doni dello Spirito Santo, raggiante dal Verbo incarnato. La grande bestia ha sette teste con sette occhi: sette peccati capitali con la loro terribile potenza sul mondo fisico e sul mondo morale. Sette Angeli suonano di continuo la tromba; sette fortissime voci si fanno udire, e prima di spirare, il mondo colpevole è colpito da sette piaghe: tenibili profezie dell’universalità dei segni di morte, e dei flagelli riserbati agli ultimi giorni. – E tempo di terminare questo schizzo della scienza dei numeri, e di farne l’applicazione diretta al cristiano. Esso è la costruzione dello Spirito Santo, e noi conosciamo i ricchi materiali di cui si compone. Dipendendo da un architetto infinitamente abile, questi materiali, nessuno ne può dubitare, sono stati messi in opera, dietro un piano prestabilito. Ogni piano riposa su calcoli, e su proporzioni; per conseguenza su tanti numeri. Una simile verità è certissima. Da un lato l’universo intero depone, che è stato fatto con numero peso e misura, cioè dire in proporzioni geometriche di una precisione e di una armonia perfetta. Dall’ altro lato, il cristiano è il capo d’opera dello Spirito Santo ; fa d’uopo eludere a fortiori, che calcoli ammirabili di giustezza hanno presieduto alla sua costruzione. – Quali sono i calcoli, o meglio, i numeri speciali secondo i quali è stato costruito il cristiano, su’ quali riposa, essendo come l’armatura dell’edificio e la misura delle sue proporzioni? Il cristiano è stato fatto con i due numeri più sacri, cioè il sette e il dieci. Egli sussiste per via di essi: il mondo finirà, allorché la somma di questi due numeri misteriosi, combinati insieme e moltiplicati per mezzo della Trinità, sarà completa. In prova di ciò ricordiamo il bel passo di sant’Agostino: « Lo Spirito, autore dei doni santificatoli, è designato dal numero sette, e Dio autore del decalogo, mediante il numero dieci. Per fare un cristiano, bisogna riunire queste due cose. Se voi avete la legge, senza lo Spirito Santo, voi non adempirete ciò che è stato comandato. – Ma quando, aiutato dallo Spirito Santo dei sette doni, voi avrete conformato la vostra vita al decalogo, sarete costruito e apparterrete al numero diciassette. Appartenendo a questo numero, voi vi innalzate sommando al numero 153. Quando giungerà il giudizio, sarete alla destra per essere coronato, non alla sinistra per essere condannato. [Serm. 250, c. VII et VIII, t. V, p. I, p. 1502, 1503].

Omelia della Domenica VI dopo Pentecoste

Omelia della Domenica VI dopo Pentecoste

[S. Marco VIII, 1-9] 

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

moltiplicazione pani

. – Soccorso a’ Poveri.-

Questa turba famelica (così Gesù Cristo a’ suoi discepoli, come narra S. Marco nell’odierno Vangelo) desta nel mio cuore sensi di commiserazione e di pietà: “Misereor super turbarm”. Sono ormai tre giorni che mi va seguitando in queste diverse solitudini, e non ha con che sfamarsi, ed Io rimando costoro così digiuni alle loro case, verranno meno nel cammino per alcuni disastroso, per altri lontano. Quanti pani avete con voi? Sette, risposero, ed Egli benedicendoli insieme a pochi pesciolini, ordinò che si distribuissero, e rese con quelli ristorata e sazia una moltitudine di quasi quattromila persone e degli avanzi ne furono pieni sette capaci canestri. Anche noi siamo circondati tutto dì da una turba di affamati, di pezzenti, di bisognosi. Oh se nel nostro cuore si svegliasse una commiserazione simile a quella del pietoso nostro Redentore! La nostra mano allora dispenserebbe ad essi il necessario ristoro, e quella povera turba resterebbe provveduta, ristorata, contenta. A destare in voi, uditori umanissimi, questa pietà, ad ottenere quest’intento io venni quassù, e per riuscirvi risponderò alle scuse di quei restii, che d’ogni pretesto si prevalgono per esimersi dal soccorrere i poveri, e farò vedere le ricompense promesse ai limosinieri. Sciolte così le scuse, e proposte le ricompense, spero si muoverà il vostro cuore, si apriranno le vostre mani a soccorso degl’indigenti vostri fratelli. Diamo principio.

  1. A chi ha poco buona volontà non mancano scuse. Io, dice taluno, mangio il pane del mio sudore, e vivo a stento; e che volete ch’io dispensi a’ poveri? Vi compatisco; sentite però quel che al suo figliuolo diceva il buon Tobia: “figlio, fa’ di buon animo limosina ai poveri; se avrai molte sostanze, molto ancora darai con generosità ed abbondanza, se poche, di quel poco non tralasciare di darne un altro poco a chi ha più bisogno di te”: “Sì multum tibi fuerit abundanter tribue, si exiguum ... etiam exiguum libenter impertiri stude(cap. IV, 2). Altrettanto io dico a voi: la provvidenza dispone che poco sia il vostro avere, ma si danno tanti casi, ne’ quali con un tozzo di pane, con poche frutta, con pochi erbaggi, potete levare la fame a un miserabile. Fatelo per pietà, e sarà più a Dio gradito quel piccolo atto di carità, che le larghe limosine de’ più facoltosi. Quella povera donna, che pose nel Gazofilacio del tempio due quattrini, fu da Gesù Cristo più encomiata, che quei facoltosi che diedero argento ed oro. – Un’altra scusa si ascolta più di frequente in bocca di molti. Non vedete, dicono essi, come le annate corrono sterili, il commercio è languido, la famiglia è numerosa, le spese son molte, i guadagni son pochi? Non si può, per conseguenza dividere quel che c’è necessario. – Prima di rispondere datemi licenza di entrare in questo momento nelle vostre case. In alcune vedo e sento augelletti da canto, ed altri riservati per l’uccellagione; in altre osservo cagnolini da vezzo, o cani da caccia. Il Signor benedice i vostr’innocenti piaceri; ma in grazia per l’annuo mantenimento di questi animali non vi à difficoltà né di campagne sterili, né di scarsi guadagni; questi motivi però solo si fan valere per non sborsare un danaruzzo, per non dare un tozzo di pane, una veste rimessa, uno straccio a sovvenimento dell’altrui miseria? Udite: si narra nel libro primo de’ Re come ai tempi d’Elia, in quella straordinaria siccità, che durò più di tre anni, Acabbo re d’Israele in vista della estrema calamità e universale desolazione, chiama Abdia suo economo, e che facciam noi? gli dice. Non vedi tu i nostri cavalli e i nostri muli, che per mancanza di pascolo non si reggono più in piedi? Corriamo dunque su per le valli, se tu andrai a destra, io andrò a sinistra, se per avventura ci riuscisse trovar fieno o erba qualunque, perché non periscano questi nostri giumenti: “Si forte possumus invenire herbam, et salvare equos et mulos” (V, 5) . Come, o re malvagio, tante famiglie, tante vedove, tanti orfani, tutti in fine i tuoi sudditi ridotti all’estremo per la fame non ti commuovono? Solo la tua sollecitudine è ristretta ai cavalli e ai muli? Io non vorrei che lo scritturale confronto facesse arrossire alcun di noi; ma non è egli vero che per animali di puro sollazzo e per cento altri minuti piaceri tutta si ha la premura, e per i poveri tutta la dimenticanza? Più e ancor di peggio: per l’osteria, pel giuoco, per quell’amicizia ci vuol danaro, e si trova; per il teatro, pel ballo, per la moda, per il lusso, per i vizi in fine e per il peccato tutto si trova, e per un poverello non si trova nel cuore di taluno una stilla dì pietà, che lo muova a dargli un soccorso. “Heu grandis crudelitas!” direbbe qui S. Agostino. – Ma la limosina, direte voi, per tanti e tanti è un fomento di poltroneria: sono di buona età, son robusti, e perché non si danno al travaglio? Il sovvenirli è un confermarli nella vita oziosa col pregiudizio di altri poveri, vecchi, infermi, impotenti. – Ottima è la vostra riflessione. Il re Salmista chiama beato colui che sa discernere tra povero e povero. “Beatus vir, qui intelllgit super egenum et pauperem” (Ps. XL, 1). Certamente che i ciechi, gli storpi, i vecchi, gl’infermi, incapaci a guadagnarsi il pane, devono preferirsi, ma si danno certi tempi, nei quali o per pioggia, o per neve, o per altro accidente non si trova travaglio; e perciò in questi casi non ha più luogo il vostro riflesso; e la limosina sarà sempre un atto meritorio, quand’anche venisse data a chi attualmente non ne abbisogna. – La limosina, dicono altri men colti, è un atto di supererogazione, che si può omettere e supplire con tante altre opere buone. – Errore, miei cari. La limosina a’ poveri non è atto di supererogazione, è un atto di rigorosa giustizia. Avrete più volte sentito da persone poco istruite e poco cristiane: “Dio non ha fatto le cose giuste: a chi tanto, a chi nulla, tanti ricchi fino al sommo, e tanti poveri fino all’estremo”. Ohimè! Questo parlare racchiude un’eresia, ed una bestemmia. Iddio “bene omnia fecit”, Iddio è giusto, ed è un tratto della sua sapienza, che nell’umana società vi siano e poveri e facoltosi, perché i poveri han bisogno de’ ricchi, ed a vicenda i ricchi han bisogno de’ poveri. Ma se fosse vero, che non vi fosse una stretta obbligazione di soccorrere i nostri bisognosi fratelli, quella proposizione ereticale sarebbe vera. Ma no; che Dio, Padre universale di tutti, ha fatto, e fa espresso comandamento ai benestanti, di far parte delle loro sostanze ai bisognosi, i quali hanno un positivo diritto alle comuni facoltà: comando, che ha i suoi gradi di obbligazione minore o maggiore a misura de’ gradi dell’altrui miseria; così che se i poveri si trovano in una necessità comune ed ordinaria, come sono i pezzenti, che van mendicando, siamo obbligati a sovvenirli de’ nostri beni superflui: se sono in grave necessità siamo tenuti a soccorrerli con qualche parte del necessario al nostro stato: se finalmente la loro necessità è estrema, dobbiamo aiutarli con quel che avanza alla necessità di nostra sussistenza. Come dunque si può asserire senza errore e senza empietà, che la limosina è un’opera non comandata e di mera elezione? Se fosse tale, come potrebbe Cristo giudice dire ai reprobi nel giorno estremo: andate maledetti al fuoco eterno, Io nella persona de’ poveri aveva fame e non mi avete pasciuto, pativa sete e non mi avete ristorato, ero ignudo e non mi avete coperto. II.- Sciolte le scuse, vediamo le ricompense. Son queste d’ogni genere, temporali, spirituali ed eterne. Temporali primamente. Bisogna restar persuasi che ciò che si dà a’ poverelli non è perduto, ma è messo a traffico e a certo guadagno. L’arte più facile e più sicura per moltiplicare i propri averi è la limosina. “Ars quaestosissima” la chiamano i santi Padri. Voi, diceva un sant’uomo, date un pezzo di pane dalla porta e Iddio ve lo restituisce dalle finestre. Le case per ordinario hanno una porta sola, le finestre sogliono essere più numerose. Oltre a ciò Dio ve lo manda dalle finestre, cioè per vie straordinarie, per vie da voi mai pensate: vi libera a cagion d’esempio da una lite che sarebbe la vostra rovina, salva dal naufragio le vostre merci, dal gelo i vostri aranci, dalla grandine le vostre vigne, dai ladri le vostre sostanze, dalle malattie i vostri corpi, da mille altri infortuni la vostra famiglia. Date, dice S. Pier Crisologo, date al povero, perché date a voi stessi, “da pauperi, ut des tibi (Serm. 8, de ieiun. et eleemos.). Se mai per le limosine agli indigenti aveste timore d’impoverire, vi assicura lo Spirito Santo, che questo non avverrà giammai : “Qui dat pauperi, non indigebit” (Prov. XXIII, 27). – La limosina nelle divine Scritture si chiama semente. Quando seminate il frumento e lo seppellite sotterra, lo gettaste forse a perdere? Non già, voi sapete che a suo tempo lo vedrete spuntare in erba, poscia biondeggiare in spiga, per mieterlo in fine moltiplicato in manipoli. Dice altrettanto l’Apostolo: limosinieri, Iddio moltiplicherà la vostra buona semente e accrescerà come biade feconde l’opere della vostra pietà, che insieme sono opere di grazia. “Multiplicabit semen vestrum, et augebit incrementa frugum iustitiae vestrae” (I Cor. IX, 12). Ecco fra tante altre le temporali ricompense promesse ai benefattori de’poveri.- I beni spirituali poi prodotti dalla carità versi i bisognosi sono senza numero. La limosina, dice lo Spirito Santo nel libro di Tobia, libera dalla morte : “Eleemosyna . . . a morte liberat” (IV, 11), non dalla morte corporale, ma dalla morte dell’anima e dalla morte eterna. Ecco come: voi siete in grazia di Dio? Fate limosina, e questa vi libererà dal cadere in peccato mortale, ch’è la morte dell’anima. Siete per vostra sventura in peccato mortale? Fate limosina e questa muoverà il cuore di Dio a darvi le grazie necessarie per uscire da questo stato di morte, e liberarvi dal pericolo di eterna morte. “Eleemosyna ab omni peccato, et a morte liberat, et non patietur anìmam ire in tenebras”. – Nascono talora in un cuore cristiano temente Iddio taluni dubbi e contristanti incertezze: che sarà di me in punto di morte? Farò io la preziosa morte de’ giusti, o la pessima de’ peccatori? Che sarà dell’anima mia al divin tribunale? Avrò sentenza di morte o consolazione di vita? Che parte mi toccherà nella gran valle, la destra o la sinistra? A queste funeste apprensioni, ecco il rimedio, la limosina, la carità ai poverelli: osserviamolo nelle divine Scritture. – Per il punto di morte, dice il re Profeta: “Beato chi sa intendere che gran tesoro è il dar soccorso al povero, all’indigente, nell’ultimo de’ giorni suoi, nelle sue agonie avrà Iddio, Iddio stesso assistente, che lo libererà dalle angosce della morte, dalle angustie della coscienza, dalle tentazioni dell’infernale nemico”: “Beatus qui ìntelligit super egenum et pauperem, in die mala liberabit eum Dominus (Ps. XL, 1). Anzi come un’affettuosissima madre, ch’è tutta in movimento per porgere aiuto all’infermo moribondo figliuolo, così si adoprerà Iddio pietoso l’agonizzante limosiniere. “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius, universum stratum eìus versasti in infìrmìtate eius” ( Ps. XL, 3). – Al divin tribunale poi, oh con qual fiducia potrà presentarsi un amico de’poveri: “Dispersit, dice il Salmista , dedit pauperibus” (Ps. CXI, 9), ha egli distribuite le sue sostanze a favor dei miserabili, potrà dunque andar preparando le sue ragioni a produrre in quel giudizio: “Disponet sermones suos in iudicio” (Ps. CXI, 5). E quali? Signore usate verso di me quella misericordia, che ho usato verso de’ vostri poveri, misuratemi colla vostra misura che ho adoperata verso de’ meschini miei fratelli: “Dicturus causam, conchiude il Crisologo, in judicio Dei, patronam libi misericordiam. Per quam liberari possis, assume” (Ser. ut sup.). – Nella gran valle in fine non avrà a temere l’amico de’ poveri. Chi sarà alla sinistra co’ reprobi? I duri di cuore, i capretti che non hanno pensato che a pascere se stessi. Chi sarà cogli eletti alla destra? L’ anime caritatevoli, che somiglianti a docili pecorelle han dato volentieri la lana a sovvenimento de’ bisognosi. A queste rivolto Gesù Cristo, “venite, dirà, benedette dal Padre mio, venite a ricevere la ricompensa del bene che fatto mi avete. Io nella persona de’ poverelli pativa fame, e voi mi avete pasciuto; soffriva nudità e mi avete coperto”: “esurivi, et dedisti mihi manducare, nudus eram, et operuisti me” (Matth. XXIII, 33-36 ), venite a possedere l’a voi preparato eterno regno, “possidete paratum vobis regnum”, che Iddio ci conceda.

Graves ac diuturnae: ATTENTI AL LUPO!

Pio IX

Graves ac diuturnae

pio IX

“Le gravi e diuturne insidie, e gli sforzi che ogni giorno più compiono in codesta regione i neo-eretici, che si dicono vecchi cattolici, per ingannare e strappare dall’avita fede il popolo fedele, Ci muovono, per dovere del supremo Nostro Apostolato, a portare con ogni zelo le cure e le sollecitudini paterne in difesa della salute spirituale dei Nostri Figli. Ci è noto infatti, Venerabili Fratelli, e con dolore lo deploriamo, che i predetti scismatici ed eretici, nel territorio della diocesi di Basilea, ed in altri luoghi di codesta regione, mentre la libertà religiosa dei cattolici è pubblicamente oppressa dalle leggi scismatiche, essi, col favore dell’autorità civile, esercitano il ministero della condannata loro setta, e, occupate violentemente le parrocchie e le chiese da preti apostati, non tralasciano alcun genere di frode e di artificio per attirare miseramente nello scisma i Figli della Chiesa cattolica. Siccome poi fu sempre proprio e peculiare degli eretici e degli scismatici l’usare simulazione ed inganni; così questi Figli delle tenebre (che debbono annoverarsi fra coloro ai quali fu detto dal Profeta: “Guai a voi, figli disertori, che nutrite fiducia nella Protezione dell’Egitto: avete respinto il Verbo e avete confidato nella calunnia e nel disordine“) nulla hanno maggiormente a cuore che d’ingannare gl’incauti e gl’ignoranti, e trarli negli errori con la simulazione e l’ipocrisia, ripetendo pubblicamente che non respingono la Chiesa cattolica e il suo Capo visibile, ma anzi desiderano la purezza della dottrina cattolica, e sono essi soli cattolici ed eredi dell’antica fede. Di fatto essi non vogliono riconoscere tutte le prerogative del Vicario di Cristo in terra, né sono ossequienti al supremo magistero di Lui. – Per diffondere poi ampiamente le loro dottrine eretiche, sappiamo pure che alcuni di essi hanno assunto l’ufficio d’insegnare la sacra teologia nell’Università di Berna, sperando in tale modo di potere guadagnare fra la gioventù cattolica nuovi seguaci della loro condannata fazione. Noi abbiamo già riprovato e condannato questa deplorabile setta. Con la Nostra lettera pubblicata il 21 novembre dell’anno 1873, abbiamo detto e dichiarato che quegli infelici, i quali a tale setta appartengono e ad essa danno adesione e favore, sono segregati dalla comunione della Chiesa e devono ritenersi scismatici. Dichiarando ora di nuovo e pubblicamente questa stessa cosa, crediamo Nostro dovere, Venerabili Fratelli, di rivolgerci a voi affinché, con quello specchiato vostro zelo e con quella egregia vostra virtù, di cui avete dato splendidi esempi nel sostenere tribolazioni per la causa dl Dio, in ogni modo possibile difendiate l’unità della fede nei vostri fedeli, e richiamiate alla loro memoria che si guardino con ogni attenzione da quegl’insidiosi nemici del gregge di Cristo e dai loro pascoli velenosi; rifuggano assolutamente dai loro riti religiosi, dalle istruzioni, dalle cattedre di pestilenza, erette per insegnare impunemente le sacre dottrine; dai loro scritti e da qualunque contatto; non sopportino alcuna convivenza e relazione coi preti intrusi ed apostati dalla fede, i quali osano esercitare gli uffici del ministero ecclesiastico, e sono privi di legittima missione e di qualsiasi giurisdizione; aborriscano dai medesimi come da estranei e da ladri, i quali vengono solo per rubare, per uccidere, per rovinare. Infatti i Figli della Chiesa debbono pensare che si tratta di custodire il preziosissimo tesoro della fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio, ed insieme di conseguire il fine della fede, la salvezza delle anime proprie, seguendo la retta via della giustizia. – E poiché conosciamo che costì, oltre alle altre leggi ostili alla divina costituzione ed all’autorità della Chiesa, ne sono state emanate altre dall’autorità civile, assolutamente contrarie alle prescrizioni canoniche relative al matrimonio cristiano, e che con queste leggi sono del tutto conculcate l’autorità e la giurisdizione ecclesiastica, non possiamo fare a meno, Venerabili Fratelli, di esortarvi nel Signore affinché con opportune istruzioni spieghiate ai vostri fedeli la dottrina cattolica sul matrimonio cristiano, e ricordiate loro ciò che molte volte nelle Nostre Lettere Apostoliche o nelle Allocuzioni, specialmente in quelle del 9 e 27 settembre 1852, abbiamo inculcato intorno a questo Sacramento, ond’essi conoscano pienamente la santità e la forza di questo Sacramento, e in ciò conformandosi piamente alle leggi canoniche, possano evitare quei mali che derivano nelle famiglie e nella umana società dalla dispregiata santità del matrimonio. – Confidiamo poi moltissimo nel Signore che voi, diletti Figli Parroci ed ecclesiastici (che vi trovate, non solo per la vostra ma anche per l’altrui santificazione e salvezza, in così grande cospirazione degli empi e in mezzo a tanti pericoli di seduzioni) secondo la vostra pietà e il vostro zelo, di cui abbiamo avuto splendide prove, sarete di efficace conforto ed aiuto ai vostri Vescovi, e sotto la loro guida vi adoprerete con coraggio ed alacrità per difendere diligentemente la causa di Dio, della Chiesa e della salvezza delle anime, per confermare la virtù dei fedeli che resistono alle prove, per soccorrere la debolezza dei vacillanti, e per accrescere ogni giorno più quei meriti presso Dio, che avete acquistato con la pazienza, con la costanza, con la forza sacerdotale. Sono pur gravi le fatiche che in questo tempo debbono sostenere coloro che rappresentano le veci di Gesù Cristo; ma la Nostra fiducia dev’essere riposta in Colui che vinse il mondo e che aiuta chi fatica nel suo nome, e lo ricompensa nei cieli con immarcescibile corona di gloria. – Voi poi, fedeli tutti, Nostri Figli diletti dimoranti nella Svizzera, cui, solleciti come siamo della vostra salute, con paterno affetto dirigiamo la parola, voi, che ben comprendete quanto sia prezioso il dono della fede cattolica che Dio vi ha elargito, non risparmiate cura e fatica, al fine di custodire fedelmente tale dono e conservare incolume ed integra la gloria della religione che riceveste dai vostri maggiori. Perciò vi raccomandiamo vivamente di stare con fermezza e costanza uniti ai vostri legittimi Pastori, i quali da questa Sede Apostolica ricevettero la loro missione e vegliano per le anime vostre, dovendo renderne conto a Dio; vi raccomandiamo di ascoltare obbedienti la loro voce, avendo sempre dinnanzi agli occhi queste parole dell’eterna Verità, “chi non è con me è contro di me; chi non raccoglie con me, disperde” Siate ossequienti alle dottrine di essa, ed amanti del soave suo giogo, respingendo lontano da voi con energia coloro dei quali il Redentore nostro disse: “Guardatevi dai falsi Profeti che vengono a voi in veste di agnelli, in verità nell’intimo sono lupi rapaci“. Forti della fede, resistete adunque all’antico nemico del genere umano, “finché la destra di Dio onnipotente annienti tutte le armi del diavolo, al quale per questo viene concesso di osare qualunque cosa affinché derivi dalla vittoria maggior gloria ai fedeli di Cristo… poiché dove la verità è maestra, non mancano mai le consolazioni divine” (San Leo, in Epistola ad Martinum Presbyterum). – Scrivervi queste cose, Venerabili Fratelli e diletti Figli, stimammo che fosse dovere del Nostro ministero, in forza del quale siamo tenuti a salvare tutto il gregge di Cristo da qualsivoglia pericolo di frode, ed a tutelare la sua salute nonché l’unità della fede e della Chiesa. Siccome pertanto ogni ottima concessione ed ogni dono perfetto emanano direttamente dal Padre dei lumi, dal profondo del cuore invochiamo Lui a confortare nella lotta le vostre forze, a sostenervi con la sua protezione e col suo presidio, ed a guardare con occhio propizio codesta regione, affinché, sgominati gli errori e i consigli degli empi, essa possa godere tranquilla la pace della verità e della giustizia. Né tralasciamo di implorare il supremo Lume anche per i miseri traviati, affinché desistano dall’accumulare a loro danno lo sdegno divino, per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, ma, finché sono in tempo, si convertano con una sincera penitenza dalla via dell’errore. – Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, unite le vostre alle fervide Nostre preci, acciocché otteniamo misericordia e grazia nell’aiuto opportuno, e ricevete l’Apostolica Benedizione che dal profondo del cuore, quale pegno di singolare Nostra carità, a tutti e ai singoli affettuosamente impartiamo nel Signore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 23 marzo 1875, anno ventinovesimo del Nostro Pontificato.

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Come allora, oggi ancor più, in Svizzera e un po’ dappertutto, imperversano i falsi “veri cattolici” della tradizione, i “falsi Profeti” in veste di agnello. Attenzione dunque ai “figli delle tenebre”, ai lupi in cuor loro rapaci, a coloro che si proclamano i veri cattolici legati alla tradizione, magari solo perché celebrano la Messa di sempre (in vero sacrilegamente, perché pseudo-preti laici mai consacrati validamente da Vescovi validi e nominati dalla Sede Apostolica), ma che aderiscono comunque all’apostasia della setta conciliare-modernista riconoscendone il capo come vero Papa, al quale però si dicono in diritto di disobbedire, contraddicendo il Magistero alla sua base, Magistero che essi dicono di osservare, ma evidentemente solo per quello che fa loro comodo, ed eludendo allegramente ciò che riguarda il POTERE DI GIURISDIZIONE, la nomina autonoma ed incontrollata di falsi vescovi e la MISSIONE CANONICA  di falsi sacerdoti, la fondazione di scuole e SEMINARI mai autorizzati dalla Sede apostolica, nemmeno da quella fasulla! … senza contare le radici massoniche del falso-cardinale Lienart, che da buon 30° grado, cioè scomunicato abbondantemente “ipso facto”, non ha mai consacrato validamente alcun sacerdote e Vescovo! – Attenzione pure ai lupi sedevacantisti o ai subdoli sedeprivazionisti, tutti invalidamente consacrati spesso da ridicoli e pittoreschi vescovi auto referenziati, senza alcuna giurisdizione. Essi ritengono Gesù Cristo un bugiardo quando ha asserito che Egli sarebbe stato con noi fino all’ultimo giorno del mondo, e ritengono falsi i santi Padri conciliari presieduti da S.S. Pio IX al concilio Vaticano, quando nella “Pastor Aeternus” hanno ribadito infallibilmente che:Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale […]: sia anatema [Cap. II]. – Ascoltiamo allora la voce della Chiesa attraverso il Magistero autentico, e lasciamo le suggestioni sentimentali, le affezioni amicali, il rispetto umano, la millantata autenticità ed il falso tradizionalismo, le auto-rivelazioni mariane taroccate, etc. Il Magistero è chiaro, bisogna solo leggerlo, ma … nella sua interezza, e possibilmente senza gli occhiali da sole o … le travi negli occhi!